l’autore dice di Melchisedec che ” la Scrittura non gli attribuisce né padre, né madre, né genealogia, e non menziona né la sua nascita, né la sua morte “, ciò non significa che egli sia nato dal nulla, ma piuttosto che non si sa nulla della sua parentela, delle sue origini e della sua fine terrena; in altre parole, non esiste alcuna traccia del certificato di nascita o di morte di quest’uomo misterioso.
Tempo fa lessi che Melkizedek era senza padre nè madre perche era un trovatello, un orfano…
1) L’UMANO, POSTO INNANZI A QUESTI ENIGMI, MOSTRA IL PERCHE SIA UMANO E NON QUALCOSA DI MEGLIO
2) SE NON CAPISCONO MELKIZEDEK, SE NON CAPISCONO SENZA PADRE MADRE GENEALOGIA….NON HANNO ALCUNA SPERANZA DI ENTRARE NEL MISTERO DI CRISTO, DELLE SUE PAROLE, DELLE SUE AZIONI, DEL PERCHE’ PONE DISTANZA NETTA E IRREVOCABILE CON LA MADRE
VA AVANTI COSI DA 2000 ANNI SOLO PER LA GALASSIA CATTOLICA…3500 ANNI SE CI METTIAMO ISRAELE E LE SUE ESEGESI LETTERALISTE
esercito americano potrebbe schierare truppe in Nigeria o effettuare attacchi aerei per fermare l’uccisione di un gran numero di cristiani nel paese africano.
Lo ha detto Donald Trump.
Alla domanda se prevedesse truppe di terra o attacchi aerei in Nigeria, il presidente ha risposto: “potrebbe essere. Voglio dire, altre cose. Ne prevedo molte. Stanno uccidendo un numero record di cristiani in Nigeria… Stanno uccidendo i cristiani e li stanno uccidendo in gran numero. Non permetteremo che ciò accada”.
Il divieto di consumare carne di maiale è espresso esplicitamente nel Corano:
«Vi sono vietati la carne morta, il sangue, la carne di maiale, e ciò su cui è stato invocato un nome diverso da quello di Dio…»
— Sura al-Baqara 2:173; al-Māʾidah 5:3; al-Naḥl 16:115
Dunque tutte le scuole islamiche (sunnite e sciite) concordano che il consumo di carne di maiale è harām (proibito).
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2. Sulle conseguenze di impurità (najāsa)
a) Scuola sciita duodecimana (jaʿfarita)
• Il maiale vivo o morto è considerato najis (impuro in sé).
• Tutto ciò che viene a contatto con esso in stato di umidità (piatti, mani, vestiti, superfici) diventa impuro.
• Per la purificazione, gli oggetti solidi devono essere lavati secondo le regole rituali (con acqua pura in quantità specifiche, e in alcuni casi più volte).
• Il contatto senza umidità trasmissiva (ad esempio un tocco a secco) non rende impuro.
b) Le scuole sunnite
Anche secondo tutte le scuole giuridiche sunnite, il consumo della carne di maiale è rigorosamente proibito (ḥarām) in base ai versetti coranici.
Tuttavia, le scuole differiscono leggermente nella definizione del grado di impurità (najāsa) dell’animale e nelle regole di trasmissione dell’impurità agli oggetti o alle persone che ne vengono a contatto.
Per la maggior parte dei giuristi sunniti, il maiale, vivo o morto, è considerato “najis al-ʿayn”, cioè impuro per essenza. Di conseguenza, come per i musulmani Sciiti, anche per la maggior parte dei Sunniti, qualunque cosa venga a contatto con esso in stato di umidità — come stoviglie, mani o vestiti — diventa impura e deve essere purificata secondo le regole rituali. Tuttavia, se il contatto avviene in condizioni di asciutto, l’impurità non si trasmette.
Nello specifico, la scuola ḥanafita considera il maiale impuro per natura e applica la regola della trasmissione solo in caso di umidità, analogamente al cane.
La scuola mālikita ha una posizione un po’ più flessibile: pur vietando il consumo, non enfatizza l’impurità materiale del maiale, e tende a non considerare contaminati gli oggetti toccati a secco.
Le scuole shāfiʿita e ḥanbalita, invece, seguono una linea più rigorosa: il maiale è impuro in sé, e ogni contatto umido con esso o con i suoi derivati rende impuro ciò che lo tocca. Entrambe prescrivono la purificazione mediante lavaggio multiplo, in alcuni casi sette volte, di cui una con terra o polvere, per analogia con le norme di purificazione dal contatto con il cane.
In sintesi, tutte le scuole sunnite proibiscono categoricamente il consumo della carne di maiale; tre di esse (ḥanafita, shāfiʿita e ḥanbalita) lo considerano impuro per essenza e fonte di contaminazione in presenza di umidità, mentre la mālikita ammette una lettura più simbolica e meno materiale dell’impurità.
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Nell’Ebraismo
• La Torah (Levitico 11:7; Deuteronomio 14:8) proibisce il maiale perché «ha lo zoccolo fesso ma non rumina».
• Il suo consumo è tammè (impuro).
• Tuttavia, non esiste contaminazione rituale tramite contatto: se un ebreo tocca carne di maiale o piatti non kasher, non diventa “impuro” in senso rituale, ma l’oggetto o il cibo perde lo stato kasher.
• La contaminazione è quindi alimentare, non corporea.
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Nel Cristianesimo
• Nei Vangeli (Marco 7:18-19; Atti 10:13-15), una particolare intepretazione del versetto «Ciò che entra nella bocca non rende impuro l’uomo» ha di fatto nel corso del tempo fatto superare il diviento.
• Pertanto, il consumo di maiale non è più proibito nel cristianesimo ortodosso, cattolico o protestante.
• Tuttavia, alcune sette o chiese minori (avventisti del 7º giorno, alcune comunità etiopiche) continuano a osservare la proibizione veterotestamentaria.
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Altre tradizioni
• Induismo: il maiale non è vietato in sé, ma spesso evitato per motivi di purezza rituale o casta.
• Giainismo e Buddhismo: tendono al vegetarianismo, ma non prevedono specifica impurità rituale per il maiale.
“Il tuo udito, la tua Volontà e la tua vista t’impediscono di vedere e udire Dio. Coll’esercizio della tua Volontà ti separi dalla Volontà di Dio, e coll’esercizio della tua vista vedi solo all’interno dei tuoi desideri, mentre il tuo desiderio ostruisce il tuo senso dell’udito chiudendoti le orecchie con ciò che appartiene alle cose terrene e materiali. Ti oscura al punto che non puoi vedere ciò che è al di là della tua natura umana e sovrasensibile. Ma se rimani in silenzio e desisti dal pensare e dal sentire colla tua personalità, allora l’udito, la vista e la parola eterna ti saranno rivelati, e Dio vedrà, udrà e percepirà attraverso di te.”
— Jacob Boehme, Vita sovrasensibile
Arte: Dipinti basati sugli scritti di Jakob Böhme e altri soggetti divini, fine XVIII – inizio XIX secolo.
La Shanghai Cooperation Organisation (SCO) sta lanciando un nuovo sistema di deposito che consente ai paesi membri di depositare fondi e attività indipendentemente dalle infrastrutture finanziarie occidentali. L’iniziativa è guidata da Russia e Cina, con la SCO Development Bank che svolge un ruolo centrale nella costruzione di questa alternativa. L’obiettivo? Aggirare Euroclear e Clearstream, due sistemi finanziari di proprietà europea che sono stati utilizzati per congelare i beni dei paesi sanzionati, in particolare la Russia, dopo il 2022.
Perché questo è importante
Sicurezza delle risorse:
Le nazioni SCO vogliono proteggere le proprie riserve da congelamenti e sanzioni unilaterali.
De-dollarizzazione:
Il sistema consentirà di effettuare pagamenti in valute nazionali, riducendo la dipendenza dal dollaro statunitense.
Reazione geopolitica:
Questa mossa è una risposta diretta all’armamentizzazione finanziaria dell’Occidente e segnala una svolta verso un ordine finanziario multipolare.
Chi è potenzialmente interessato
India, Iran, Pakistan e gli stati dell’Asia centrale, tutti membri della SCO, potrebbero ora disporre di un rifugio più sicuro per i propri asset sovrani.
Gli Stati Uniti accusano il Venezuela di favorire il narcotraffico, ma dietro questa narrazione si muove una pressione militare che non ha nulla a che vedere con la sicurezza. Il 24 ottobre, la portaerei USS Gerald R. Ford è entrata nel Mar dei Caraibi insieme a un gruppo d’attacco composto da unità navali e bombardieri strategici. Ufficialmente un’operazione “contro il traffico di droga”, in realtà un sistema d’accerchiamento attorno a un paese sovrano. È la stessa strategia già vista in Medio Oriente e in Europa orientale: un pretesto “umanitario” o “di sicurezza” per giustificare il posizionamento di forze d’intervento.
Ma il Sud America non è più quello degli anni delle dittature filo-statunitensi, quando le decisioni venivano prese a Washington e imposte ai governi locali. Con Chávez, e poi con l’ALBA (Alianza Bolivariana para los Pueblos de Nuestra América), e con l’ascesa dei governi popolari, il continente ha cominciato a costruire una propria voce autonoma, capace di sfidare apertamente l’ingerenza esterna. Il Venezuela, in questo senso, è diventato il simbolo più visibile di quella indipendenza politica che oggi si tenta di spegnere con la forza.
Il 26 ottobre, il governo venezuelano ha denunciato pubblicamente un piano di “false flag” organizzato da mercenari legati alla CIA, che avrebbero dovuto colpire una nave statunitense per attribuirne la responsabilità al Venezuela. L’obiettivo, secondo Caracas, era costruire il casus belli per un intervento diretto. La dinamica è nota: creare un incidente, diffondere il caos mediatico, e poi presentare l’azione militare come “risposta necessaria”. Il ministro della Difesa, Vladimir Padrino López, ha annunciato l’arresto di diversi sospetti e dichiarato che il paese si trova di fronte “alla più grave minaccia d’invasione degli ultimi decenni”. Le immagini diffuse dai media statali mostrano unità militari in allerta e manifestazioni popolari di sostegno al governo.
Tra il 27 e il 30 ottobre, gli Stati Uniti hanno condotto 13 attacchi aerei e navali contro presunte imbarcazioni di traffico di droga. Gli strike, avvenuti al largo di Trinidad e Tobago, hanno provocato circa 60 morti, tra cui cittadini venezuelani, colombiani ed ecuadoriani. Fonti regionali hanno denunciato che molte delle imbarcazioni colpite non trasportavano armi né sostanze illegali. L’ONU ha definito le operazioni “sproporzionate e potenzialmente illegali”, mentre diversi giuristi latinoamericani le considerano una violazione della Carta delle Nazioni Unite. Caracas ha reagito sospendendo l’accordo energetico con Trinidad e Tobago, accusato di complicità con Washington, e ha convocato d’urgenza gli ambasciatori dei paesi membri dell’ALBA. La risposta venezuelana non è solo diplomatica ma simbolica: riaffermare che il Sud America non è più territorio di conquista, ma spazio politico autonomo.
Oggi, 31 ottobre 2025, il Venezuela è in stato di massima allerta. L’esercito e la milizia bolivariana hanno avviato esercitazioni congiunte in tutto il territorio costiero. Maduro ha dichiarato che “il popolo venezuelano non si piegherà a nessuna minaccia” e ha riaffermato l’alleanza strategica con Russia, Cina e Iran. Le immagini satellitari confermano che almeno tre navi statunitensi — la USS Gerald R. Ford, la USS Arleigh Burke e la USS Hershel ‘Woody’ Williams — si trovano a meno di 300 chilometri dalle acque territoriali venezuelane. È una dimostrazione di forza che non lascia spazio a dubbi: gli Stati Uniti non cercano il dialogo, ma la resa del governo di Caracas.
Nel frattempo, il Caribe è diventato il nuovo epicentro della tensione mondiale: un mare attraversato da navi da guerra, basi di intelligence e accordi energetici che si intrecciano con gli equilibri globali. Ciò che accade qui non riguarda solo il Venezuela, ma il futuro stesso della sovranità nel Sud del mondo.
Dietro la retorica del narcotraffico si muove una strategia che va oltre il controllo delle risorse: è il tentativo di impedire che un paese sovrano possa gestirle in autonomia, al di fuori del sistema dominato dal dollaro e dalle istituzioni occidentali. Gli Stati Uniti non hanno bisogno di appropriarsi direttamente del petrolio venezuelano — hanno bisogno di impedirne l’uso politico. Un Venezuela libero di commerciare con Russia, Cina o Iran non rappresenta solo una minaccia economica, ma una minaccia simbolica: dimostra che si può sopravvivere e prosperare fuori dal perimetro americano.
La “lotta al narcotraffico” è dunque la forma aggiornata dell’interventismo: un discorso moralmente accettabile per coprire un obiettivo geopolitico. Ogni volta che un paese del Sud del mondo tenta di definirsi secondo logiche proprie, viene accusato di violare regole create altrove. È la stessa dinamica che ha colpito Cuba, l’Iraq, la Libia, e oggi il Venezuela: trasformare la sovranità in un reato.
Colpire Caracas non serve a conquistare nuove risorse, ma a riaffermare un principio di dominio. Per questo lo scontro non è solo militare o diplomatico: è ideologico. Il Venezuela rappresenta, nel cuore del Sud America, la prova concreta che un ordine alternativo è possibile — un ordine in cui la sovranità non è una concessione, ma un diritto.
Nella storia dell’Occidente anglosassone vi è un peccato originale: la congiunzione fra capitalismo e imperialismo. Così come il capitalismo non si può comprendere senza l’espansione coloniale e mercantile inglese, così non si può dimenticare che nella Gran Bretagna di fine XIX secolo si è cominciato a giustificare il dominio sui popoli del mondo intero con la difesa della ricchezza accumulata dall’oligarchia britannica.
Questo peccato originale si è trasfuso, attraverso le guerre del XX secolo, nella potenza americana – fatto questo che spiega in ultima analisi perché nessuna delle amministrazioni Usa, indipendentemente dalle colorazione di partito, può rinunciare ad una politica imperialista.
Non sappiamo in questo momento se l’amministrazione Trump attaccherà o meno militarmente il Venezuela, ma quanto avvenuto da decenni nei rapporti fra lo strapotere nordamericano e il Venezuela è una delle più chiare testimonianze storiche di quanto appena detto.
La colpa del Venezuela, agli occhi delle varie amministrazione succedutesi alla Casa Bianca in questi decenni, è una sola: aver cercato di sottrarsi al dominio imperiale che gli Usa esercitano sul continente latino-americano dalla fine del XIX secolo.
Repubblica bolivarista
Hugo Chávez, il militare venezuelano che ha guidato il Paese dal 1999 al 2013, sostenuto per tutto questo non breve periodo da un indiscutibile e indiscusso sostegno popolare, oltre ad aver dato forma ad un sistema politico in qualche modo alternativo al modello ultra-liberista dilagante in Sud America (e non solo…), ha cercato anche di costituire una propria base ideologica, che rimane ancora il riferimento per il suo successore Nicolás Maduro.
La si può riassumere nei termini del Libro Azul, pubblicato dallo stesso Chávez nel 1991: riprendendo il pensiero e l’azione sviluppatasi da “tre radici”, le figure chiave della lotta per l’indipendenza del Venezuela contro il dominio coloniale europeo (Simón Bolívar, Simón Rodríguez, Ezequiel Zamora), il bolivarismo propone un modello ideale specifico per il mondo latinoamericano. Afferma una visione libertario-solidaristica della società, organizzata nelle sue tre componenti fondamentali, politica, economica e culturale – il cui presupposto è che «la società esiste per aprire all’umanità la strada verso l’espressione delle sue forze interiori, in modo tale che esca dal mero individualismo, al fine di migliorare la capacità di pensare, inventare e creare i propri modi di esistere, in costante interazione e solidarietà degli esseri umani con i propri simili».
In concreto, il regime bolivarista venezuelano ha agito difendendo il proprio patrimonio economico, con la creazione della compagnia nazionale Petroleos de Venezuela (PDVSA) e la statalizzazione del Banco de Venezuela (BDV), per sviluppare con queste risorse una politica sociale che ha ottenuto successi notevoli in particolare in ambito scolastico-educativo e dei servizi sociali.
La posta in gioco
Questa importazione, nell’era del turbo-capitalismo non poteva essere certo gradita agli Stati Uniti, soprattutto da parte di un paese, come il Venezuela, che è il maggior detentore di riserve petrolifere a livello mondiale: esse, stimate in ben 303 miliardi di barili, persino superiori a quelle dell’Arabia Saudita (267,2), sono principalmente concentrate nella cosiddetta Orinoco Belt, un’area di circa 55mila km2 nella zona centro-orientale del Paese.
L’esigenza di abbattere il regime bolivarista venezuelano è quindi strettamente legata alla lotta per il controllo delle materie prime strategiche a livello globale, una logica che Trump ha così felicemente riassunto: «Noi compriamo dal Venezuela il petrolio, non potremmo andarcelo a prendere?».
Trump in realtà è solo l’ultimo dei sostenitori di una politica aggressiva nei confronti del Paese latino-americano. Infatti il sistema sanzionatorio che ha prodotto il progressivo strangolamento dell’economia venezuelana, data da assai prima. Fu infatti il democratico Barack Obama ad applicare le prime sanzioni economiche, nel 2015. Riprese da Trump, hanno permesso di sottrarre al Venezuela tra l’altro 1,5 miliardi di euro da parte della portoghese Novo Banco; 453 milioni di euro da parte di Clearstream, facente parte del gruppo Cedel-Deutsche Börse Group; 1,3 miliardi di sterline, valore delle 31 tonnellate di oro venezuelano detenuto presso Bank of England, da essa tranquillamente incamerate.
Gli oltre 930 provvedimenti sanzionatori applicati dagli Usa, ma anche da altri attori internazionali fra cui l’Unione Europea, ha fatto sì che, in otto anni (2015-2023), il reddito in valuta estera del Venezuela si è ridotto del 90%. Dal 2015, l’industria petrolifera nazionale, che nel 2000 produceva 3 mln di barili, nel 2020 ne ha prodotti 440mila. Il calo del prodotto interno lordo è stato di 642 miliardi di dollari. Inoltre, le sanzioni hanno provocato il congelamento di risorse nel sistema finanziario e nelle organizzazioni finanziarie multilaterali per oltre 22 miliardi di dollari. La più importante risorsa del Venezuela all’estero, la Citgo Petroleum Corporation, la settima raffineria più grande nel mercato statunitense, è bloccata e minacciata di esproprio giudiziario in base alle sanzioni imposte dagli Stati Uniti.
Infatti, Trump nel gennaio 2019 ha imposto l’embargo totale contro il paese sudamericano, con un ordine esecutivo nel quale si legge: «Tutte le proprietà del governo del Venezuela che si trovano negli Stati Uniti sono bloccate e non possono essere trasferite, pagate, esportate, ritirate o trattate», adducendo, come al solito, come motivi della decisione la «continua usurpazione del potere di Nicolás Maduro e delle persone affiliate a lui, nonché le violazioni dei diritti umani».
Per difendere le proprie materie prime, il governo Maduro si è allora svincolato dal dollaro creando il petro, una cripto-valuta che ha come base economica i giacimenti di petrolio, diamanti, gas e oro, materie prima di cui il Venezuela è ricco, il cui controllo costituisce quindi con ogni evidenza la posta in gioco della partita.
Guerra politica
A questa vera e propria guerra economica contro il Venezuela, si sono via via susseguiti nel tempo anche ripetuti tentativi di rovesciare il regime bolivarista, anche dopo la morte di Chávez (2013) e l’arrivo alla presidenza del Paese di Maduro.
Come sappiamo, da ultimo, il 16 ottobre 2025 scorso, Donald Trump ha dato il via ad un’aggressiva campagna contro il Venezuela, dando via libera a operazioni segrete della CIA, dispiegando 4.000 marine e cacciabombardieri F-35 nei Caraibi, schierando numerose unità navali in prossimità delle coste venezuelane, lanciando attacchi contro imbarcazioni civili, che hanno ucciso almeno 60 persone, imponendo agli staterelli caraibici più prossimi al Venezuela di mettere a disposizione porti e basi aeree. Nei prossimi giorni, a questo spiegamento militare si unirà anche la maggiore portaerei statunitense, la USS Gerald R. Ford (CVN-78), che fino a pochi giorni fa stazionava intorno alle coste italiane.
Per capire cosa sta in realtà accadendo, serve fare un passo indietro, precisamente al 2019, primo mandato di Trump: il presidente Usa aveva già deciso in quella occasione di invadere il Venezuela. Il suo consigliere John Bolton spinse con forza per un cambio di regime nel Paese retto da una presidenza erede di Hugo Chávez, contro il quale già avevano operato le amministrazioni Usa: Bolton aveva tranquillamente ammesso di aver pianificato colpi di stato in tutto il mondo, incluso quello in Venezuela. Lo stesso 16 ottobre, potenza delle coincidenze, Bolton è stato incriminato da una giuria del Maryland per 18 capi d’accusa relativi alla divulgazione o alla detenzione di documenti in materia di difesa nazionale…
Un’invasione avrebbe tuttavia violato la Carta delle Nazioni Unite, che vieta l’uso della forza contro stati sovrani senza l’approvazione del Consiglio di Sicurezza: ma in quella sede gli alleati di Maduro, Russia e Cina, gli Stati cosiddetti revisionisti, avrebbero probabilmente opposto il loro veto.
A livello nazionale, poi, la Risoluzione sui Poteri di Guerra richiedeva il consenso del Congresso Usa per impegnare il Paese in un conflitto, in assenza di una minaccia imminente contro gli Stati Uniti, che il Venezuela certo non rappresentava e non rappresenta.
Inoltre, gli alleati regionali dell’Organizzazione per l’America del Sud e del Gruppo di Lima, che raggruppano la maggior parte degli Stati latino-americani, si opposero all’azione militare, temendo ondate di rifugiati e reazioni anti-americane. Il sostegno pubblico era debole anche negli Usa, dove solo il 30% degli americani sosteneva l’intervento, per cui Trump, in vista della rielezione nel 2020, non poteva correre in quel momento il rischio di impantanarsi in un nuovo Iraq: i consiglieri militari statunitensi avevano evidenziato gli incubi logistici che avrebbe provocato il territorio accidentato del Venezuela, nonché la possibile resistenza delle milizie fedeli a Maduro, che, contando più di quattro milioni di persone, rischiavano di trasformare l’aggressione militare nordamericana in una prolungata guerra di guerriglia.
La fallita rivolta nel 2020 di Juan Guaidó, debole leader dell’opposizione, è stato poi un elemento decisivo per dissuadere Trump da un’azione di forza, in quel momento: personaggio pressoché sconosciuto, privo di carisma o legittimità elettorale, auto-proclamatosi presidente, Guaidó in ben tre tentativi di colpo di stato non è riuscito a portare dalla sua parte né il popolo né le forze armate venezuelane. A nulla è servito nemmeno il proclama con cui Guaidó proclamava, il 7 maggio 2019, che l’Assemblea Nazionale (AN) in ribellione avrebbe approvato il ritorno del Venezuela al Trattato Inter-Americano di Assistenza Reciproca (TIAR)[1], misura che, dichiarava, cerca di “rafforzare la cooperazione con i rimanenti 17 paesi membri del continente ed aumentare le pressioni” contro il governo costituzionale di Nicolás Maduro.
Un nuovo tentativo di rovesciare la repubblica bolivarista venezuelana avviene in occasione della rielezione di Maduro nel 2024: giudicata corretta da 910 osservatori internazionali con garanzie biometriche e il 54% di controlli automatici, viene però liquidata come una frode. Ma questa contestazione, come in altri recenti contesti europei, fornisce soltanto una copertura propagandistica per provocare scioperi volti a indebolire il governo.
Ecco tornare sulla breccia in questo momento un altro personaggio buono per tutte le stagioni: María Corina Machado, premio Nobel 2025, che promette la privatizzazione delle risorse nazionali, garantendo ad aziende statunitensi come Chevron, da sempre operante col petrolio venezuelano, «milioni di barili». Il suo Nobel è quindi il premio per promuovere in Venezuela un programma neoliberista gradito a Washington, lo stesso tipo di programma che ha garantito il sostegno statunitense al presidente argentino Javier Milei: privatizzare la PDVSA, riconsegnando i trilioni di dollari della Cintura dell’Orinoco a giganti americani come ExxonMobil e Chevron, appunto.
La Machado ha ripetutamente dichiarato in interviste ai media nordamericani che «le aziende statunitensi guadagneranno un sacco di soldi», promettendo di «privatizzare tutta la nostra industria» e di scambiare il debito con gli investimenti, ipotecando di fatto il futuro economico-finanziario del Venezuela presso Wall Street.
Finanziata dalla National Endowment for Democracy – think-tank da sempre legato alle strategie anticomuniste e conservatrici statunitensi – la Machado aveva co-fondato Súmate nel 2002 per estromettere Chávez, ottenendo importanti sovvenzioni dal mondo politico nordamericano, sempre in nome della “democrazia”. Si è poi avvicinata a Bush, Rubio e Trump, dedicando il suo Nobel al presidente degli Stati Uniti, nel bel mezzo della mobilitazione militare da questi voluta nei Caraibi.
Nel 2014 e nel 2017 era già stata tra le promotrici della OperacionLa Salida, con le cosiddette guarimbas, proteste violente facenti parte di una strategia di destabilizzazione del Paese, battezzata swarming dai tecnici dei conflitti non convenzionali: una tattica di guerra asimmetrica che uno studio della Rand Corporation ha definito nel 2000 «un modo strategico, coordinato e apparentemente amorfo, ma deliberatamente strutturato, di condurre attacchi militari da tutte le direzioni». L’obiettivo finale, secondo gli autori dello studio, Juan Arquilla e David Ronfeldt, è massimizzare la saturazione del bersaglio e, quindi, sopraffarne o violarne le difese. All’epoca, ne sottolinearono l’importanza quale «dottrina definitiva che avrebbe abbracciato e guidato sia la guerra informatica che quella di rete». Il saldo di questa applicazione dello swarming al caso Venezuela è stato 43 morti, 486 feriti e 1.854 arrestati.
Nessuno ha parlato di quanti nelle garimbas sono stati bruciati vivi per essere o apparire chavisti, come Orlando Figuera, un giovane accoltellato e bruciato vivo dai manifestanti dell’opposizione quando lo fermarono mentre tornava a casa dal lavoro a Chacao, perché era nero e chavista.
Il neo-premio Nobel non disdegna del resto altre autorevoli alleanze internazionali, come quella con il partito Likud israeliano. Il partito della Machado, Vente Venezuela, ha infatti stabilito un gemellaggio col partito di Beniamin Netanyahu, cui ha chiesto di intervenire militarmente in Venezuela, promettendogli di spostare l’ambasciata venezuelana a Gerusalemme in caso di sua vittoria elettorale: la richiesta non ha avuto al momento esito, per quanto ne sappiamo, probabilmente perché il premier israeliano era già in altre faccende affaccendato.
Da ultimo, gli statunitensi hanno accentuato, proprio come richiesto da questi democratici oppositori, la pressione, con strumenti storicamente ben noti. Ne sono testimonianza, nel 2020, l’avventuroso sbarco di mercenari nella Operación Gedeón che ha dato modo a Maduro di esibire i passaporti americani di alcuni di questi eredi della Baia dei Porci cubana; negli ultimi mesi ecco poi il clamoroso progetto, affidato agli immancabili estremisti di destra, di compiere un attentato false flag contro l’ambasciata Usa a Caracas, per altro chiusa – progetto, necessario e sufficiente a provocare un attacco armato nordamericano, fortunatamente sventato per tempo dal governo bolivarista.
Accuse al Venezuela
L’operazione attuale viene motivata mediaticamente come parte della lotta proclamata da Trump contro il traffico di droga e l’immigrazione clandestina verso gli Usa: per questa ragione Nicolás Maduro viene presentato come la mente di bande di narcotrafficanti come Tren de Aragua (TdA). L’immigrazione venezuelana e le bande del TdA, sono quindi descritte quali minacce dirette alla sicurezza nazionale statunitense.
Oltre otto milioni di venezuelani hanno abbandonato il Paese dal 2014, certamente anche a causa dello strangolamento voluto dalle amministrazioni Usa, e molti di loro sono entrati negli Stati Uniti. Quanto al fatto che Trump definisca Maduro come il capo supremo della gang TdA, affibbiandogli l’etichetta di terrorista e una taglia di 50 milioni di dollari, è il caso di ricordare che, nel settembre 2023, Maduro ha schierato 11mila soldati per fare irruzione nel carcere di Tocorón, divenuto una roccaforte del TdA, dotata persino di zoo e discoteca…
Le forze venezuelane hanno ucciso alcuni dei narcos in questo attacco e in altri successivi, dimostrando in tal modo di vedere nel TdA non proprio un alleato, ma semmai un elemento destabilizzante per il regime bolivarista: cosa comprensibile, stante il fatto che, sempre un’amministrazione nordamericana, in questo caso quella Biden, dopo aver aver proclamato che i TdA sono un’organizzazione terroristica, ne ha poi rilasciato alcuni esponenti…
È poi documentato che il National Drug Threat Assessment del 2024 della Drug Enforcement Administration (DEA) statunitense non fa alcuna menzione del Venezuela. E un rapporto classificato del National Intelligence Council statunitense ha certificato che Maduro non controllava alcuna organizzazione dedita al narcotraffico. Non si può negare che ci sia transito di droga attraverso il Venezuela, ma il volume è marginale rispetto alla cocaina che attualmente viaggia lungo le rotte della costa pacifica del Sud America. E il Venezuela non ha alcun ruolo nella produzione e nell’esportazione di droghe sintetiche come il fentanyl, né nella più ampia diffusione degli oppioidi negli Stati Uniti. In parole povere, se l’amministrazione Trump avesse effettivamente intenzione di combattere il narcotraffico, il Venezuela avrebbe poco senso come obiettivo.
L’ipocrisia raggiunge il culmine, quando è invece un dato di fatto conclamato che sono proprio banche statunitensi a riciclare miliardi di dollari in contanti provenienti dai cartelli della droga. Ricordiamo: multa di 3 miliardi di dollari inflitta alla TD Bank nel 2024, per 470 milioni di dollari di profitti derivanti dal fentanyl; multa da 160 milioni di dollari a Wachovia per riciclaggio di 390 miliardi di dollari per i cartelli messicani; multa da 1,9 miliardi di dollari a HSBC che ha riciclato 881 milioni di dollari per il cartello di Sinaloa. La malavita organizzata cinese ha poi convogliato 312 miliardi di dollari attraverso le banche statunitensi, a favore dei cartelli del narcotraffico dal 2020 al 2024. Le multe colpiscono le istituzioni finanziarie in quanto aziende, per cui nessun singolo dirigente rischia personalmente il carcere.
Il business quindi può continuare. Esso è funzionale alle strategie delle amministrazioni Usa: le banche traggono profitto dalla droga in patria, al tempo stesso l’emergenza droga serve per motivare interventi militari all’estero. Lo stesso vale per l’immigrazione: le sanzioni (assai più di Maduro) hanno spinto l’immigrazione, ed anch’essa diviene pretesto per un’aggressione contro uno Stato sovrano.
Il futuro latinoamericano
Chi credeva e sperava che Donald Trump avrebbe determinato una svolta epocale nella politica interna ed internazionale nordamericana crediamo sia oramai obbligato, se in buona fede, a ricredersi.
Nulla resta del movimento populista, nato negli Stati Uniti sul finire del XIX secolo contro i grandi monopoli ed il predominio della valuta in oro della grande finanza su quella popolare in argento. Un movimento faticosamente sopravvissuto fino al periodo fra le due grandi guerre mondiali, fino ai tentativi cioè di Huey Long e Charles Lindbergh, per fare i nomi più noti. Tentativi falliti ad opera dei sostenitori dell’interventismo democratico, il braccio politico-militare supportato dai più attivi ambienti della finanza internazionale di quell’imperialismo liberale che si era affermato a fine Ottocento nei circoli anglosassoni protagonisti dell’espansione imperiale, in nome del Destino Manifesto.
Oggi, non possiamo quindi che augurare alla repubblica bolivarista di sopravvivere ancora a lungo al disegno di potenza statunitense, come esempio concreto, per il continente latino-americano, di una possibile alternativa, pur con tutti i suoi limiti, alla schiavitù del debito e delle oligarchie appoggiate dagli Stati Uniti.
Una speranza che ha radici nelle parole pronunciate, sulla collinetta di Montesacro allora compresa nell’agro romano, il 15 agosto 1805, da Simón Bolívar:
«Giuro sul mio onore e giuro sulla mia Patria che non darò riposo al mio braccio né pace alla mia anima fino a che non avrò spezzato le catene che ci opprimono per volontà del potere spagnolo».
Giuramento che El Libertador seppe indubbiamente mantenere, a gloria dei popoli sudamericani. Anche se quelle catene da allora hanno indubbiamente cambiato padrone, quella volontà non deve mai spegnersi, né in America Latina né altrove.
NOTE
Il Trattato Inter-Americano di Assistenza Reciproca (TIAR), detto anche Trattato di Rio, dalla città brasiliana dove fu originariamente firmato il 2 settembre 1947, include l’impegno della difesa collettiva di fronte a qualsiasi attacco armato da parte di uno Stato contro una delle nazioni firmatarie. L’area geografica di azione del trattato comprende l’America e 300 miglia a partire dalla costa, compresa la regione tra Alaska, Groenlandia, al nord, e nella zona artica, fino alle isole Aleutine. Nel sud comprende la regione antartica e gli isolotti di San Pedro e San Pablo, oltre l’isola di Trinidad. ↑
Francesca Albanese ha presentato all’ONU il suo rapporto intitolato “Genocidio a Gaza: un crimine collettivo”, accusando gli stati occidentali di complicità nel genocidio. Il rapporto è stato criticato non solo – ovviamente – da Israele, ma anche dal nostro stesso ambasciatore all’ONU, Massari, che lo ha definito “totalmente privo di credibilità”
COSA DICE IL RAPPORTO
Israele, ha detto Albanese, ha lasciato Gaza “soffocata, affamata e distrutta”. Il suo rapporto, che esamina il ruolo di 63 Stati nelle azioni di Israele (sia a Gaza che in Cisgiordania), denuncia un ordine mondiale coloniale, sostenuto da un sistema globale di complicità.
“Attraverso azioni illegali e omissioni deliberate, troppi Stati hanno danneggiato, fondato e protetto l’apartheid militarizzato di Israele, permettendo alla sua impresa coloniale di trasformarsi in genocidio, il crimine supremo contro il popolo indigeno della Palestina”.
Il genocidio, ha detto, è stato reso possibile attraverso la protezione diplomatica in “luoghi destinati a preservare la pace”, con connivenze militari che vanno dalla vendita di armi ad addestramenti congiunti con i militari dell’IDF. Albanese ricorda come l’Unione Europea, che ha sanzionato la Russia per l’Ucraina, abbia continuato a fare affari con Israele, e accusa gli Stati Uniti di aver fornito “copertura diplomatica” a Israele, usando il loro potere di veto al Consiglio di Sicurezza dell’ONU. Altre nazioni occidentali hanno collaborato, secondo il rapporto, con astensioni, ritardi e risoluzioni annacquate, rafforzando “una retorica semplicistica di ‘equilibrio’” che nella realtà non esiste.
Molti Stati, dice Albanese, hanno continuato a fornire armi a Israele, “anche mentre le prove del genocidio … si accumulavano”. Il rapporto ha evidenziato l’ipocrisia del Congresso degli Stati Uniti che ha approvato un pacchetto da 26,4 miliardi di dollari per la difesa di Israele, proprio mentre Israele minacciava l’invasione di Rafah.
Il rapporto punta il dito anche contro la Germania, il secondo maggiore esportatore di armi verso Israele durante il genocidio, con forniture che vanno “dalle fregate ai siluri”, e contro il Regno Unito, che avrebbe effettuato oltre 600 missioni di sorveglianza su Gaza dall’inizio della guerra nell’ottobre 2023.
Albanese ha anche dichiarato che l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite avrebbe dovuto affrontare il “pericoloso precedente” delle sanzioni imposte su di lei dagli Stati Uniti per le sue critiche alle azioni di Israele in Palestina, che le hanno impedito di viaggiare di persona a New York. “Queste misure costituiscono un attacco alle Nazioni Unite stesse, alla loro indipendenza, integrità e anima. Se non contestate, queste sanzioni rappresenteranno un altro chiodo nella bara del sistema multilaterale,” ha detto.
Ettecredo che Massari ha definito il rapporto “privo di credibilità”. Provate ad immaginare cosa succederebbe, se davvero il mondo occidentale cominciasse a riconoscere che le cose stanno realmente così.
“Trump ha perso completamente i colloqui con il presidente Xi. La politica estera di Trump è sbagliata perché non segue il MAGA, ma i neoconservatori. Perderà sempre di più ovunque. Tutti lo capiranno che è solo un bluff. Gli Stati Uniti oggettivamente non possono raggiungere risultati sostanziali all’estero.
Risolvere i problemi interni e liquidare il Deep State e il resto dei liberali è l’unico modo per vincere. Rispetto a Trump tutto ciò che sta facendo Elon Musk sembra un immenso successo. E le critiche a Trump dei MAGA sono pienamente giustificate. Trump significa distruzione rivoluzionaria.
La fase di distruzione sta esaurendo il suo potenziale. Gli Stati Uniti dovrebbero passare alla fase successiva. Trump può rappresentare un ostacolo su questo cammino.
Trump entra in una fase di agonia accelerata. Si è allontanato dal MAGA e si è avvicinato troppo al campo dei neoconservatori. Questo ha causato il disastro. La politica su Israele è sbagliata. La politica sulla Russia è sbagliata. La politica sui BRICS è sbagliata. La politica sull’America Latina è sbagliata. Anche i dazi.
Trump è autoritario nel senso negativo del termine. Tirannico e controllato dalle lobby allo stesso tempo. Totale assenza di pensiero strategico. Il MAGA deve avviare una strategia post-Trump.
Più ti vanti, più sembri pietoso.
Trump è solo una porta. Qualcun altro deve attraversarla”.
Xi Jinping ha guadagnato tutto dalla guerra in Ucraina.
Londra è il principale hub finanziario per yuan fuori dalla Cina, la City ha enormi interessi economici in Cina.
In un mondo dominato dal dollaro
Wall Street domina, la Federal Reserve detta regole e la City è subordinata.
In un mondo multipolare con USD + RMB + EUR, la City è l’intermediario necessario e UK diventa la “Svizzera globale” con più potere e profitti.
La City non è esattamente “il governo britannico”. I suoi interessi sono di massimizzare flussi finanziari globali, non necessariamente la potenza britannica.
La City ha come obiettivo essere il ponte finanziario tra Cina e Occidente mentre lo yuan si internazionalizza.
Perciò ha interesse a indebolire l’egemonia USA ma non troppo, rafforzare la Cina ma non troppo, e creare tensioni che generano flussi di capitale.
La guerra in Ucraina serve perfettamente questi obiettivi.
I paradisi fiscali britannici sono usati massicciamente da oligarchi russi e capitali cinesi.
Il 40% delle transazioni yuan fuori dalla Cina passano per Londra.
Londra gestisce più trading di yuan che qualsiasi città occidentale e le Banche cinesi hanno importanti filiali a Londra (ICBC, Bank of China, etc.)
Cameron e Osborne cercarono di fare di UK il “migliore amico occidentale della Cina”.
L’internazionalizzazione dello yuan arricchisce la City, se lo yuan diventa valuta di riserva globale sfidando il dollaro, enormi volumi di trading passano per Londra e la City si posiziona come intermediario tra blocco dollar e blocco yuan con profitti per banche, asset managers, assicurazioni.
La City ha già guadagnato dalla crisi Russia-Europa e ha storicamente finanziato tutti, inclusi nemici della Corona. Ricordiamo i prestiti alla Germania nazista negli anni ’30 (tramite BIS – Bank for International Settlements) e i prestiti all’Impero Ottomano contro UK.
La finanza è apolide e va dove ci sono profitti.
Il rischio è che se la Cina diventa egemone, potrebbe non aver bisogno di Londra.
Shanghai e Hong Kong potrebbero sostituire la City. Inoltre il capitale cinese è semi-controllato dallo stato e non liberamente mobile come quello occidentale.
Ma la City accetta il rischio perché vuole un mondo multipolare e finanziariamente complesso.
Più attori, più intermediazione, più profitti.
Il Caos geopolitico offre opportunità grazie ai capitali in fuga, ai profitti dai paradisi fiscali per aggirare le sanzioni e a quelli generati dal riposizionamento dei capitali delle aziende.
Per ottenere questo la City fa pressioni per massimizzare la complessità finanziaria e influenza i politici britannici con donazioni e revolving doors.
È sufficiente che il governo UK ascolti la City più di considerazioni strategiche di lungo termine.
E certamente la Grand Loggia d’Inghilterra tiene molto alla City..
Boris Johnson ha sabotato i negoziati Russia-Ucraina (Istanbul, aprile 2022) secondo alcuni report.
UK ha armato l’Ucraina prima e più di altri europei e questo ha accelerato la rottura Russia-Europa, avvantaggiando la Cina.
Il Regno Unito (e la City) si trova storicamente diviso tra pragmatismo economico non volendo perdere opportunità lucrative e le pressioni atlantiche per sostenere le posizioni di USA e alleati sulla Cina.
La City vorrebbe beneficiare economicamente del mercato cinese mantenendo però autonomia e gestendo i rischi. È un equilibrio difficile in un contesto geopolitico sempre più polarizzato.