UNA PERSONA RISVEGLIATA

di Thierry Braye

Una persona risvegliata non cerca di cambiare nessuno. Diventa tranquilla. È in pace. Lavora su se stessa. Osserva i suoi pensieri, osserva le sue azioni e guarda sè stessa quando si arrabbia, si guarda quando si deprime, si guarda quando si sente gelosa e invidiosa, e tutto il resto, perché anche se è sveglia, non ha mai smesso di essere umana.

A poco a poco arriva a riconoscere: “Questa non sono io. Questa è un’illusione, questo non è quello che voglio.”

Poi capisce e trasforma sè stessa per cambiare l’energia di ciò che vuole attrarre. Poi diventa libera e non le importa più di ciò che gli altri pensano, sentono o dicono di lei.

Non è paragonabile a nessuno.

Non compete con nessuno.

Si limita a osservare se stessa.

Non va in giro urlando: “Io sono la realtà assoluta. Io sono Dio. Io sono la Coscienza.”

Non fa parlare le sue parole più forti del suo esempio, anzi il contrario!

Perché sa da dove viene e lascia in pace gli altri.

Una persona risvegliata sa che la chiave di tutto è ricongiungersi al TUTTO dentro di sé.

E allora la mente riposa nel cuore.

E così non esce più fuori per cercare di identificarsi con il mondo, poiché ora interiormente si identifica con l’Universo.

UNA PERSONA RISVEGLIATA
UNA PERSONA RISVEGLIATA

LA VERITA’ VA OLTRE IL LINGUAGGIO

di Lao Tzu

“Nel momento in cui la verità viene espressa, diventa falsa.
Non è possibile comunicare la verità.
Si è costretti a usare il linguaggio, non c’è altro modo per comunicare.
Quindi si userà il linguaggio, sapendo che non è adeguato all’esperienza”.

LA VERITA' VA OLTRE IL LINGUAGGIO
LA VERITA’ VA OLTRE IL LINGUAGGIO

MA DAVVERO VENIAMO DALL’AFRICA?

Videoconferenza del canale Youtube FACCIAMO FINTA CHE in cui Nicola Bizzi parla del nuovo saggio di Fabio Calabrese:
Ma davvero veniamo dall’Africa? (Edizioni Aurora Boreale).

“Questo nuovo saggio di Fabio Calabrese è un vero e proprio strumento di risveglio, poiché affronta, contrasta e attacca, smontandola pezzo dopo pezzo, la vulgata della teoria darwiniana dell’evoluzione, anche alla luce di nuove rivoluzionarie interpretazioni del dato archeologico, e al contempo anche il “dogma” dell’Out of Africa, secondo il quale l’Homo Sapiens si sarebbe evoluto nel continente africano da un ceppo di ominidi locali, diffondendosi nel resto del pianeta solo alcune decine di migliaia di anni fa. È invece dall’Europa, come dimostra l’autore, che hanno avuto scaturigine la spiritualità e la speculazione religiosa, la filosofia e il folklore popolare, l’immaginazione e la creatività, il diritto e la politica, la poesia, l’arte della guerra, la scoperta della tecnica e delle arti. Ritroviamo le vestigia di questo immenso patrimonio ideale e pratico ovunque, dalle pitture rupestri alpine alle grandiose realizzazioni della civiltà megalitica del Mediterraneo e delle isole britanniche, fino alle formulazioni del mythos. La questione se la nostra specie abbia o non abbia origini africane è, infatti, solo apparentemente una questione scientifica e si lega fortemente a tematiche ideologiche improntate sulla negazione dell’importanza dell’eredità biologica dell’essere umano. Tematiche ideologiche sulle quali si regge la stessa impalcatura della perniciosa dottrina del transumanesimo. Ecco perché Ma davvero veniamo dall’Africa? è un libro prezioso che tutti dovrebbero leggere, un’opera fondamentale per ripensare la Storia e per comprendere e riscoprire le nostre origini e le nostre più profonde radici.”

MA DAVVERO VENIAMO DALL’AFRICA?

Banalità metafisiche

di Lorenzo Merlo

Per un aggiornamento culturale e politico. Non si possono sciogliere i nodi con il sistema che li ha creati. Qualche considerazione evolutiva che prima di dare chiede.

Non di rado si critica l’epoca in corso, anche in quanto materialista. Si vuole alludere così alla dimensione metafisica del tutto trascurata o, peggio, lasciata alla religione.

Il materialismo è una concezione del mondo. Da essa discende una collana di perle, tanto affascinanti per la falsa sicurezza che inducono, quanto sconvenienti per la limitazione creativa che impongono. Sono il dualismo (oggettivazione della realtà), il determinismo (causa-effetto quale solo fondamento della realtà), il meccanicismo (gli organismi e le loro relazioni sottostanno alle leggi che governano le macchine), il positivismo (solo ciò che produce un guadagno è giusto), il razionalismo (solo piano per la ricerca della verità), lo scientismo (fideismo nella scienza, sola epistemologia della verità). Un rosario in cui l’uomo è concepito alla stregua di una macchina.

I ricercatori di tutte le storie e di tutte le geografie, nonostante l’abbiano necessariamente espresso in forme differenti, hanno in comune il medesimo culmine: la causa della sofferenza è in noi stessi; ognuno può sottrarsi alla sofferenza attraverso la propria evoluzione.

Tale evoluzione è di tipo metafisico. Non comporta idiozie quali non si capisce come mai, stava benone, faceva sport e si è ammalato. La dimensione fisica non è altro che la presenza nella storia di uno spirito. Come un ponte, una filosofia, un record sportivo richiedono a priori il relativo intento adeguato alla difficoltà del progetto, così il nostro aspetto, il nostro campo d’azione, la nostra vitalità, la nostra identità, eccetera non sono che la realizzazione di uno spirito soggiacente. Parlare di rispetto e arrivare a fare una legge che lo imponga è differente dal provare rispetto a causa della consapevolezza dell’altrui spirito soggiacente.

Lo stato di benessere/malessere è totalmente relativo ad un solo elemento: l’accettazione di ciò che è. Anche nella pena, attraverso l’accettazione, la sofferenza si riduce. La sofferenza è la conditio dell’evoluzione. Di sicuro una certa presa di coscienza evolutiva può accadere anche senza il mezzo della sofferenza. In questo caso, però, resta limitata alla dimensione intellettuale. Essa resta una semplice nozione di scarso valore evolutivo. Di conseguenza, se non viene incarnata, non è ricreata da ogni singolo uomo. E, non essendo ricreata, non diviene implicitamente espressa nel nostro fare.

Al contrario, l’evoluzione attraverso la sofferenza comporta una diffusione energetica, sottile, il cui pieno valore evolutivo si compie.

Non è tutto. Nella concezione spirituale del mondo, la realtà non è composta da parti. Essa è corpo organico. Soltanto la scellerata scienza, convinta di trovare l’ultimo elemento della materia, si dà da fare nella sua scomposizione, nella sua nomenclatura, nelle sue graduatorie. Tutti legittimi e funzionali servizi all’uomo, se non avessero l’ontologica universalistica pretesa di corrispondere al vero. In un corpo organico, l’altro è un terminale della natura come lo siamo noi e, in quanto tale, del tutto spiritualmente identico a noi. Ciò che anima il prossimo è esattamente ciò che anima tutti gli uomini. Riconoscere questa banalità – che il cieco materialismo non vede – è a sua volta essenziale. Essa è, infatti, il prodromo per concepire l’altro, in un noi in altro tempo e modo.

Significa che ciò gli vediamo fare – all’altro – è ciò che abbiamo fatto o faremo. Se lo giudichiamo identificandoci nel giudizio stesso, l’altro resta separato da noi e noi non sfruttiamo l’occasione evolutiva che ci è offerta. Diversamente, senza indentificarci, possiamo cogliere elementi utili per migliorare la nostra condizione esistenziale, per evolvere verso la riduzione di vulnerabilità.

L’altro come un noi tocca un ulteriore elemento di valore evolutivo: l’attribuzione/assunzione di responsabilità della nostra condizione esistenziale. In quanto terminali di un solo organismo, siamo nella condizione di poter spersonalizzare la nostra sorte. Diversamente, se ci riteniamo una singolarità separata, la nostra sorte verrà attribuita al prossimo se cattiva e a noi stessi se buona. La spersonalizzazione della sorte non è che la disponibilità a riconoscere in noi l’origine di ciò che viviamo e di come lo viviamo. Finché il nostro dolore non è vissuto come il dolore dell’umanità, la nostra opera evolutiva non ha che cartucce a salve. Il potere energetico non è che una cilecca, quando il miglioramento della nostra condizione di vita rientra in tutto e per tutto in un progetto egoistico.

Diviene, quindi, necessario prendere le distanze dal nostro ego. Più esattamente, dall’identificazione in esso. Riconoscendo la matrice materialistica – che ci impone di essere qualcuno, di avere un ruolo, una posizione, di difenderla e, se serve, di attaccare – diviene accessibile la presa di coscienza che quelle identità non sono che infrastrutture, legittime, ma che non corrispondono al nostro sé profondo. Limitare noi stessi a un nome, a un titolo, a un ruolo è prendere una briciola caduta dal tavolo dell’infinito e credere sia proprio per noi. È autolimitare le potenzialità creative. È mortificare l’uomo. Esattamente ciò che è ontologicamente implicito nella concezione materialista della realtà.

L’esogeno inseguimento del giusto, dell’equilibrio, del bene ciecamente anelato dall’inetta prospettiva egoica, non può che mantenere noi e la storia così come la conosciamo.

Oltre le sue forme contemporaneamente mutevoli e ripetitive, si può cogliere il percorso endogeno attraverso il quale tutte le ricerche di ogni storia e di ogni geografia conducono.

Fonte: Idee&Azione

28 giugno 2022

Banalità metafisiche
Banalità metafisiche

La profezia delirante di Rasputin

di Rasputin

“Quando Sodoma e Gomorra saranno riportate sulla terra e gli uomini vestiranno da donna e le donne vestiranno da uomini vedrete passare la Morte cavalcando la peste bianca.

E le antiche pestilenze saranno come un goccia d’acqua nel mare, rispetto alla peste bianca.

Montagne di cadaveri verranno ammassate nelle piazze

e milioni di uomini porteranno la morte senza volto.

Città con milioni di abitanti non troveranno le braccia sufficienti per seppellire i morti e molti paesi di campagna saranno cancellati con un’unica croce.

Nessuna medicina riuscirà a frenare la peste bianca perché questa è l’anticamera della purificazione.

E quando nove uomini su dieci avranno il sangue marcio verrà gettata sulla terra la falce perché sarà giunto il tempo di ritornare a casa.”

La profezia delirante di Rasputin
La profezia delirante di Rasputin

IL TERZO OCCHIO: LA TERZA MODALITA’

di Patrizia Cordioli

Il Terzo Occhio di un Iniziato è sempre Aperto,
ma per giungere a questa condizione
egli deve aver portato equilibrio in ogni aspetto IN sè.

Il Terzo Occhio di un Iniziato è come una Antenna
sempre collegata e ricettiva con il mondo Divino.

Chi ha il Terzo Occhio Aperto,
vede le cose da un’altra (Alta) prospettiva:
la cosiddetta Terza Modalità.
. . .
Ci sono due persone, una di fronte all’altra
che stanno osservando una sfera di grandi dimensioni;
l’una sostiene che la sfera è concava,
l’altra, convessa;
due punti di vista in disaccordo tra loro,
perchè totalmente differenti, opposti.
La prima persona rappresenta la scienza,
la seconda, la religione.
L’Iniziato che utilizza la Terza Modalità,
dirà che la sfera è assieme concava e convessa;
la Terza Modalità rappresenta l’approccio Spirituale
che vede e coglie contemporaneamente,
entrambe le dimensioni.
L’Occhio Interiore Aperto
permette di osservare ogni aspetto,
da dentro e da fuori simultaneamente,
ampliando la nostra visione,
espandendo la nostra Consapevolezza,
mentre dirige la percezione dal limitato all’ Illimitato,
dalla dualità all’UNO.

Questa è la Via da seguire,
per la giusta comprensione della Realtà
che ci circonda.

Non c’è mai disgiunzione tra DENTRO e FUORI,
mai, e ricordarlo sempre, è d’obbligo,
oggi, ancora di più.

IL TERZO OCCHIO: LA TERZA MODALITA'
IL TERZO OCCHIO: LA TERZA MODALITA’

La politica di Shinzo Abe

di Giuseppe Mazzei

Morto assassinato l’ex Primo Ministro giapponese Shinzo Abe. Di Abe ricordiamo l’appartenenza all’associazione patriottica Nippon Kaigi, impegnata per la tutela dei valori tradizionali giapponesi e per la costruzione di una memoria storica positiva del retaggio del Giappone Imperiale, in contrasto con l’imposizione di una lettura dei fatti legati alla Seconda Guerra Mondiale determinata solo dal punto di vista dei vincitori.

Abe, in carica come Primo Ministro, non mancò di recarsi in visita istituzionale al santuario di Yasukuni, dedicato ai caduti per l’Imperatore, che ospita, tra gli altri, la memoria di Tojo Hideki e di altre vittime del processo di Tokyo, intentato dagli americani a danno dei vinti.

Eredità di Abe è inoltre la politica di avversione ad aprire il Giappone all’immigrazione di massa secondo il modello dei Paesi occidentali, politica che rende, rispetto ad America ed Europa, la società giapponese più coesa e decisamente più sicura.

La politica di Shinzo Abe
La politica di Shinzo Abe

L’inflazione, un regalo di Draghi

di Claudio Conti

Più 8% di inflazione (+8,6 nella media europea) significa uno stipendio o una pensione l’anno in meno, per chi ha la “fortuna” di avere un lavoro pagato secondo contratto (che non vuol dire assolutamente “ben pagato”, anzi…).

Dunque occuparsi di questo problema è indispensabile dal punto di vista dei lavoratori dipendenti, pensionati, disoccupati, e persino dei percettori di reddito di cittadinanza. Meno soldi significa meno acquisti, vita più povera, cibo peggiore e in quantità minori, rinuncia alle cure mediche, ecc.

Capire di chi sono le responsabilità principali significa non solo identificare l’avversario, ma anche comprendere come si generano certi fenomeni disastrosi e quindi immaginari soluzioni sistemiche in grado di prevenirli.

Questa ondata inflazionistica, secondo i difensori acefali del sistema neoliberista dominante da 30 anni, va addebitata alla Russia di Putin, che avrebbe acceso la miccia sotto i prezzi di gas e petrolio, oltre che di altre materie prime alimentari e non.

Il peggiore dei presidenti del consiglio possibili – l’ex banchiere centrale Mario Draghi – per sostenere questa versione è arrivato a giustificare l’invio di armi all’Ucraina con una fesseria inimmaginabile come “volete la pace o i condizionatori?” (da sempre, se si vuole la pace – e dunque anche poter usare i condizionatori senza spendere un patrimonio – si invoca il cessate il fuoco e un tavolo di negoziato, senza inviare altre armi e varare sanzioni, che semplicemente prolungano la guerra e ricadono simmetricamente anche su chi le ha volute).

Qualcuno, pensando che magari cerchiamo solo l’ennesimo pretesto per chiamare sul banco degli imputati il premier eletto da nessuno, dirà: “ma che c’entra Draghi con l’attuale inflazione?”.

Ce lo spiega con la consueta chiarezza Guido Salerno Aletta su Milano Finanza, dal titolo “Gli errori di Jerome e Christine”, ovvero del presidente della Federal Reserve Usa, Powell, e della sua omologa alla Bca, Lagarde. Due banchieri centrali che attualmente devono “correggere la rotta” dei propri istituti dopo aver seguito per anni la stessa strategia inaugurata… propria da Mario Draghi nei suoi otto anni da presidente della Bce.

In estrema sintesi – rinviando all’articolo integralmente riportato qui di seguito – Fed e Bce hanno immesso nei mercati finanziari troppa liquidità monetaria e per troppo tempo. Ma soprattutto lo hanno fatto per mantenere in piedi un meccanismo folle che “batteva in testa” già all’inizio del nuovo millennio (ricordiamo la “bolla della net economy”, nel 2001, seguita subito dopo da quella mutui subprime, nel 2007).

Un meccanismo che premiava l’economia “di carta” – la speculazione finanziaria, appunto – e sottraeva liquidità all’economia reale, quella che ci fornisce effettivamente i beni (materiali e “immateriali”) che sono indispensabili per vivere.

Quel meccanismo era potuto ingigantirsi a partire dall’abolizione del “Glass-Steagall Act” – una legge post-crisi del 1929 che imponeva la separazione assoluta tra banca d’affari (speculativa) e banca commerciale (quella che raccoglie risparmio ed eroga prestiti a famiglie e imprese).

Un “regalo” di Bill Clinton ai suoi migliori amici (le banche d’affari, appunto), che hanno così potuto far partire le più colossali operazioni speculative mai viste nella storia umana, creando una lunga serie di “bolle finanziarie” tutte inevitabilmente destinate ad esplodere.

Tanto, le conseguenze di quelle esplosioni potevano e dovevano essere “riparate” con l’intervento degli Stati, che così venivano così obbligati a destinare quote crescenti dei debito pubblico a tale scopo, sottraendo al tempo stesso risorse sia agli investimenti pubblici che alle politiche sociali.

Oltre 10 anni di “immissioni di liquidità” hanno avuto conseguenze mostruose, come i rendimenti negativi sui prestiti di denaro (un controsenso, in qualsiasi sistema economico, anche pre-capitalistico).

Nell’Eurozona – i paesi dell’Unione Europea che hanno adottato l’euro – le conseguenze mostruose hanno riguardato direttamente gli Stati, grazie alla dabbenaggine con cui erano stati accettati una serie di trattati-capestro.

Fare la stessa politica monetaria in presenza di paesi con economie e situazioni finanziarie molto diverse – spiega Salerno Aletta – ha comportato che la liquidità in eccesso creata dalla Bce sia andata nella stessa proporzione ovunque, sia là dove era indispensabile (i paesi “Piigs”, con alto debito pubblico e sotto attacco speculativo), sia là dove era inutile.

Con il risultato di consentire a paesi già ricchi (la Germania su tutti, seguita da Olanda e altri presunti “virtuosi”) di rifinanziare per anni il proprio debito pubblico… gratis. Anzi, guadagnandoci anche qualcosa per via dei rendimenti negativi garantiti ai titoli di stato con rating migliore.

L’effetto finale è noto. Paesi come l’Italia, che pure hanno obbedito in tutto e per tutto ai diktat della Troika (Bce, Fmi, UE), inanellando per oltre venti anni un costante avanzo primario (entrate fiscali superiori alla spesa pubblica annuale), non sono riusciti lo stesso a ridurre di una virgola il proprio debito pubblico. E ora, con la fiammata dell’inflazione, si vanno ritrovando nuovamente sotto l’attacco della speculazione finanziaria internazionale.

La quale, già da molto prima dello scoppio della guerra in Ucraina, andava dirigendo i propri capitali in eccesso – la liquidità avuta in regalo, a costo zero, da Fed e Bce -verso asset più remunerativi delle azioni o dei titoli di stato: le merci fisiche, come petrolio, gas, metalli, prodotti agricoli.

Gli errori delle banche centrali, fatti per “salvare i mercati finanziari”, vengono ora fatti pagare alle popolazioni e all’economia reale (mediante recessione). Di questi errori, a partire dal “whatever it takes” Mario Draghi è uno dei principali responsabili.

Prima lo cacciamo da Palazzo Chigi, meglio é.

Fonte: contropiano.org

L’inflazione, un regalo di Draghi
L’inflazione, un regalo di Draghi