LA GIOIA PERENNE DEL CUORE

a cura di Evano Zaccaron

“Il mondo esteriore è una potente allucinazione: una imaginazione magica inversa.

Ora occorre recuperare la magia secondo l’Io reale. E questo è il Graal.

Quello che urge per cooperare al superamento della tenebra globale dell’uomo, è il disincantamento dello “star bene” quotidiano programmato e meccanizzato, conciliante il sonno dell’anima. Urge essere desti a un rinnovamento senza soste, aperti a un fluire mai cessante dello Spirito.

Il cuore è sempre risonante, nel segreto dell’anima.

La gioia del cuore è perenne: si tratta di coincidere con questa perennità. Ogni ostacolo non riguarda il cuore, ma la psiche. Il segreto è togliere le ostruzioni, non forzare il cuore. Allora il suono risuona ed è magicamente ricreatore, secondo l’Amore Divino che crea. Questo Amore deve essere fiamma che divampa oltre l’umano, che brucia l’umano e lo ricrea: fiamma pura, incorporea, possente, sottile, donante la gioia dal centro della gioia.

Il dono del Mondo Spirituale è continuo, giunge oltre ogni impedimento, barriera, siepe grifagna.

Per questa armonia inafferrabile al Grifagno, occorre essere a un livello in cui non risuonino le miserie,le perfidie, in cui non giungano rumori, spari, clangori umani. Occorre una intensa, sicura inafferrabilità.

Allora i disturbi del Grifagno non possono nulla.

Il rito conduce allora oltre i confini della Terra.”

Massimo Scaligero

LA GIOIA PERENNE DEL CUORE
LA GIOIA PERENNE DEL CUORE

UNA RINASCITA DEL GIAPPONE?

Alexander Dugin: “Abbiamo la possibilità di riavviare i rapporti con il Giappone sulla base di una svolta comune ai valori tradizionali”

Il Giappone ha eletto il primo ministro donna, Sanae Takaiti. Questo è un sintomo molto serio. In tutto il mondo si sta verificando un forte crollo dell’ideologia liberale. Era dominante, dominante e praticamente irrilevante fin dai primi anni ’90 del XX secolo. Ma durante 35 anni del loro dominio indivisibile, i liberali sono praticamente giunti al completo collasso, ha notato il direttore dell’Istituto Zargrad, il filosofo Alexander Dugin:

“Ora c’è un crollo totale del liberalismo e del globalismo ovunque. A partire da Russia, Cina, India, mondo islamico, paesi africani, America Latina che si sono tutti uniti nei BRICS contro questa agenda. Tutto questo è stato rifiutato dalla maggior parte dell’umanità non occidentale, e ora dall’America. L’Unione Europea è rimasta l’ultima roccaforte, ma anche lì non tutti i paesi condividono questo punto di vista.

Pertanto, un paradigma liberale completamente schemato è crollato in Giappone, che è considerato un paese integrato nel mondo occidentale dell’America. Dopo Trump, il Giappone ha scelto una donna Trump che si batte per i valori tradizionali del matrimonio come unione tra uomini e donne, affinché le donne mantengano il cognome del marito dopo il matrimonio, perché non solo i migranti illegali ma anche legali vengano espulsi dal Giappone.

Sanae Takaiti suggerisce di tornare alla religione sinto, riaffermare il culto dell’imperatore e il buddismo tradizionale. Lei stessa visita regolarmente il santuario dei guerrieri caduti durante la seconda guerra mondiale, sfidando le nozioni liberali del Giappone storico. E questa fantastica donna, ex percussionista heavy metal, pioniera della rinascita dello spirito samurai giapponese, valori tradizionali, culto imperiale, religione shintoista, glorifica la dea Amaterasa, antenata di Tenno (imperatori giapponesi). Questa è la vera rivoluzione conservatrice in Giappone che sta avvenendo proprio davanti ai nostri occhi.

Ma per noi è un bene o un male? Da un punto di vista ideologico, va bene. Si ritorna anche ai valori tradizionali, agli ideali dell’Impero, dell’Ortodossia e del Popolo. È la nostra tendenza, è una tendenza in America, è una tendenza in tutto il mondo. Il Giappone sta solo raggiungendo il resto dell’umanità nella sua frenesia controliberale, che sta rapidamente perdonando il marciume dell’ideologia liberale. L’Unione Europea è rimasta – l’ultima isola di degrado, degenerazione e follia politica, ma non credo sia per molto. Il Giappone, tuttavia, rientra nell’elenco dei paesi che si basano sui valori tradizionali. La Russia appartiene a questo campo, quindi abbiamo un terreno per il dialogo.

Il Giappone, invece, rimane all’interno della politica americana, e lo status militarista aumentato significa politiche più aggressive nel Pacifico. E abbiamo avuto seri conflitti con il Giappone. E questo può rappresentare una certa minaccia anche per noi. Ma dov’è la minaccia più grave che il Giappone rappresenta per la Cina, un’altra potente potenza nella regione del Pacifico, che è nostra amica e alleata?

Pertanto, il ripristino delle normali relazioni con il Giappone, ormai tradizionalista, molto più vicino a noi in termini ideologici, non dovrebbe certo minare il nostro rapporto con la Cina, il nostro principale partner fondamentale.

Ma se vediamo Sanae Takaiti muoversi verso la Russia e un tentativo di rafforzare la vera sovranità strategica del Giappone, cioè uscire dal controllo diretto dell’egemonia americana, avremo molto di cui parlare. La Russia potrebbe instaurare relazioni bilaterali con il Giappone, abbiamo interessi comuni. E poi potremmo essere broker di pace nel Pacifico, aiutando i nostri amici cinesi a passare dal confronto con il Giappone alla determinata cooperazione dell’Estremo Oriente. Essendo una grande potenza del Pacifico, la Russia potrebbe svolgere un ruolo molto importante in questo.

In una parola, ora abbiamo la possibilità di ricominciare i rapporti con il Giappone. Vediamo come viene fuori”

UNA RINASCITA DEL GIAPPONE?
UNA RINASCITA DEL GIAPPONE?

Il Sufismo: aspetti esoterici della dottrina islamica

di Umberto Bianchi

Ho appena finito di leggere un testo da me comperato quasi per caso, in una libreria di Roma, mentre ero alla ricerca di altro. “Le pratiche segrete dei massoni turchi” di Rudolf Von Sebottendorf, scritto nel 1924, è un concentrato di nozioni generali su quella che, dell’Islam, è la più famosa e diciamolo pure, misconosciuta dottrina esoterica, ovverosia il Sufismo e, più in particolare, su una una sua, ai più sconosciuta e particolare, branca: quella dei Bektashi. Vediamo di procedere per ordine. Nell’ambito delle religioni monoteiste, contrariamente a quanto accade nel Cristianesimo, le altre sue due grandi “consorelle” rappresentate da Ebraismo ed Islam, sono caratterizzate dalla presenza al proprio interno, di un aspetto “essoterico”, ovverosia ufficiale ed aperto alla comprensione di tutti ed invece un altro prettamente “esoterico”, riservato invece a ristretti gruppi, che ne pervengono alla totale comprensione ed assimilazione, solo dopo aver percorso tutte le tappe di un cammino spirituale, di carattere iniziatico. Se, in ambito ebraico, l’aspetto esoterico di pertinenza è rappresentato dalla dottrina cabalistica, in ambito islamico, invece, tale aspetto è, nella più generale accezione, rappresentato dal Sufismo anche se, ad onor del vero, nell’ambito della religiosità islamica, coesistono più dottrine esoteriche.

La suddivisione dell’Islam in due grandi “famiglie” dottrinali, quella sunnita e quella sciita, ha fatto sì che ambedue di esse, fossero caratterizzate dalla presenza di proprie dottrine iniziatiche. Se il Sufismo è oramai presente in un ambito esclusivamente sunnita (nonostante in origine vi sia stato un Sufismo sciita, sic!), in ambito sciita abbiamo diverse scuole iniziatiche tutte, per lo più, rifacentesi allo sciismo settimano e duodecimano ed alla dottrina imamologica, ovverosia all’attesa dell’ultimo Imam che, ultimo di una lista di Imam del passato, non viene considerato morto, ma semplicemente occultatosi agli occhi del mondo e destinato a manifestarsi alla fine dei tempi, in qualità di Mhdi, per restaurare il puro Islam delle origini. Il tutto, senza voler considerare la presenza, sempre in ambito sciita, delle sette dei Drusi e degli Alawiti, presenti in Libano ed in Siria. Pertanto, dal punto di vista dottrinale ed esoterico, l’Islam si presenta molto più variegato delle altre due consorelle monoteiste, ebraica e cristiana.

In ambito islamico, il Sufismo viene anche designato con il termine “tasawwuf o al tasawwuf/colui che è ricoperto di lana”, riportando così all’idea di impenetrabile segretezza ed ascondimento a cui l’immagine della lana, tessuto protettivo per eccellenza, ci riporta necessariamente. L’origine del Sufismo è controversa ed oggetto di un dibattito che, ad oggi, non si è mai completamente esaurito. Se, da una parte, vi sono studiosi che affermano che alle origini del Sufismo si possa ravvisare una diretta filiazione dal Platonismo e dal Neoplatonismo, vi sono altri studiosi come Titus Burckhardt che, invece, pur riconoscendo la presenza di influenze pre-islamiche in questa dottrina, ne sottolineano invece la specificità islamica, direttamente mutuata dall’esegesi del testo coranico. Taluni ne fanno scaturire l’origine geografica, dall’area  turco-iraniana, che per ragioni storiche ha riassunto e inglobato insegnamenti esoterici buddhisti, hindù, classico-egizi e cristiani pur scaturendo da una matrice sciamanica mai totalmente sopita.

Secondo il Corbin alle origini i Sufi erano di matrice sciita, in quanto in entrambe le dottrine si tenderebbe al superamento dell’interpretazione legalitaria e letteralista della sharia secondo i principi del bâtin. Il gruppo di Kufa (fine del II e inizio del III secolo dell’Egira) di cui faceva parte uno sciita di nome ‘Abdak (morto nel 825) sarebbe stato il primo a portare il nome di Sufi. In seguito però questa espressione assumerà una connotazione decisamente negativa, presso le scuole teologiche di alcuni imam. Storicamente i sufi hanno cominciato a  raggrupparsi in confraternite, chiamate anche turuq plurale di ṭarīqa o “via”, (designante nel contempo, un vero e proprio termine tecnico che sta a indicare la via esoterica dell’Islam, sic!), abbastanza tardivamente (verso il XII secolo). Queste confraternite  si riuniscono intorno a un maestro, per prendere parte agli esercizi spirituali nei vari cenobi a ciò preposti. Alcune delle congregazioni più famose esistenti risalgono ai secoli XII e XIII, ma ne esistono anche sorte in epoca moderna. Il primo grande nome di sufi è quello di al-Hasan- al Basri (642-728)

Altri grandi teorici furono Ibn ʿArabī, del XIII secolo, Gialāl al-Dīn al-Rumī, al-Jīlī, al-Ghazali. Lo stesso grande Sohravardi viene, a torto o a ragione, annoverato  tra i teorici del Sufismo, pur avendo egli perseguito una propria peculiarissima “via” filosofica ed iniziatica. In quanto appartenente alla dimensione esoterica dell’Islam, quello del Sufismo rappresenta un percorso spirituale incentrato sulla purificazione del cuore e sull’unione con Dio, attraverso pratiche come la meditazione, il “dhikr /ricordo di Dio” e la guida di un maestro. I Sufi cercano di raggiungere questo obiettivo, attraverso l’estasi, sovente determinata dalla musica o dalla danza (come quella dei dervisci rotanti) e la rinuncia al mondo materiale, con l’obiettivo di annullare l’ego (fana’) e raggiungere un’unione duratura con il Divino (baqa’). Il Sufismo aveva una lunga storia già prima della successiva istituzionalizzazione degli insegnamenti sufi in ordini devozionali (tarîqât) nel primo Medioevo. Una storia, più che altro, improntata su un percorso spirituale ed iniziatico di natura prettamente  individuale. Nel corso degli anni e della formazione delle varie “tariqat”, gli ordini sufi hanno influenzato e sono stati adottati da vari movimenti sciiti, come nel caso dell’Ismailismo, che ha portato alla conversione dell’ordine Safaviyya verso l’Islam sciita, dall’ambito sunnita. Tutti gli ordini sufi ricollegano molti dei propri precetti agli insegnamenti di Maometto, così come tramandati da ʿAlī b. Abī Ṭālib, suo cugino e genero; tranne i Naqshbandi, che si ispirano ad Abū Bakr. Tuttavia i musulmani Aleviti e Bektashi (e alcuni sciiti) affermano che ogni ordine sufi deriva dal lignaggio spirituale (silsila) dei dodici imam, le guide spirituali islamiche previste nei vari hadith : tutti discendenti di Maometto tramite Fatima e suo generoʿAlī che, perciò, viene considerato il “padre” del sufismo.

Ora, come possiamo ben vedere, il quadro che ci si presenta innanzi è molto più complesso di quel che, a prima vista potrebbe apparire. La dottrina Sufi è straordinariamente articolata e variegata, caratterizzata com’è da una molteplicità di scuole e di interpretazioni che, spesso, rappresentano delle vere e proprie deviazioni dai dettami della “sharia”, in particolar modo nel più ortodosso ambito sunnita. Tra queste deviazioni, non possiamo non citare la confraterenita Bektashi, la cui origine va fatta risalire all’ambito sciita del XIII secolo in Anatolia,  grazie all’opera di Hajji Bektash Veli, originario di Nishpur, nell’Iran nord orientale, ispiratore di una dottrina sincretica, che include elementi di tutte quelle altre tradizioni religiose, alle quali abbiamo già accennato a proposito delle origini del Sufismo. Divenuti parte della branca alevita del Sufismo, i Bektashi si contraddistinguono per lo spirito di tollerante egualitarismo praticato nei riguardi della presenza delle donne, durante le cerimonie nelle varie “tariqat”, accompagnate da canti e danze, spesso pronunciati nelle lingue locali, anziché in arabo e, cosa non irrilevante, da un minor formalismo nell’espletazione delle cerimonie.

Proprio a causa della sua eterodossia e della sua natura settaria, l’ordine dei Bektashi assurgerà a principale riferimento spirituale per i Giannizzeri, la milizia pretoriana dell’Impero Ottomano, successivamente disciolta nel 1826 a causa dell’eccesivo potere, da questa assunto nella compagine imperiale. Non solo. La confraternita Bektashi si andrà, nel tempo, aprendo alle influenze di altri similari gruppi e confraternite, quale, in primis, quella degli Hurufiti, fondata nel 14° secolo dal persiano Fazlallah Astarabadi, conosciuto nei suoi scritti con il nome di Naimi. Hurufismo significa “letterismo”, ovverosia la proprietà divina di manifestarsi in parole, composte da lettere e suoni, ai quali corrispondono dei valori numerici, che possono esser fatti manifestare nel corpo umano attraverso degli speciali esercizi. La padronanza di questi esercizi, conferirebbe all’iniziato la capacità di agire in modo magico sul mondo. E’ altresì riconosciuta la decisa influenza sull’impianto dottrinale dei Bektashi, della confraternita della Qalandaryya, fondata nel 1049 da El Andalus. Anche qui, ci ritroviamo in un contesto caratterizzato da una serie di pratiche iniziatiche, assolutamente eterodosse. Si va dalla pratica del gioco d’azzardo, dall’assunzione di alcool e generalmente di bevande inebrianti, sino allo “shahed bazi/ gioco del testimone”, una pratica implicante la contemplazione del corpo umano. Tutto ciò, al fine di raggiungere in via totalmente non ortodossa, quello stato di estasi, a cui sarebbe successivamente seguita l’espansione della coscienza individuale.

Successivamente, i contesti islamici più legati all’ortodossia dottrinale, a proposito dei Bektashi, parleranno di Bektashi “buoni” e di Bektashi “cattivi”, riferendosi nel primo caso a coloro che manterranno la propria eterodossia circoscritta all’ambito strettamente alevita, mentre, nel secondo caso, il riferimento va proprio a quegli ambiti maggiormente aperti a quelle pratiche ancor meno ortodosse a cui abbiamo poc’anzi accennato. In questo ambito, il Von Sebottendorf, nel suo “Le pratiche segrete dei massoni turchi”, sembra partire dall’idea di una trasmissione dei saperi iniziatici riguardanti l’alchimia e l’ermetismo da parte del mondo islamico, nell’Evo Medio, sia da parte di personaggi come il semi leggendario Geber, Al Hallaj ed Avicenna che, per via più occulta, da parte dei Cavalieri Templari, durante la loro presenza in quel di Gerusalemme, dove avrebbero avuto modo di entrare in contatto con personaggi o fonti di sapienziali occulte. Il concetto che, però,  sorregge e fa da traino all’intera intera opera del Von Sebottendorf, è quello del “wahdad-al wujud”,  ovvero l’unità essenziale dell’Essere, in grado di contemperare in sé l’esistenza degli opposti. Pertanto l’alchimia, lavorando sulla materia, lavora in verità sullo spirito, contribuendo decisamente al perfezionamento ed alla definitiva trasmutazione dell’ “Io”, in quel Sè, quanto mai vicino ed assimilabile alla sostanza divina.

In questo contesto, il Nostro, partendo dalla considerazione che, gli odierni ordini massonici occidentali, hanno perduto quella potente valenza iniziatica che invece permane all’interno delle realtà esoteriche orientali, ci parla di una “Scienza delle Chiavi”, praticata da una quanto mai misteriosa setta sufica (di obbedienza Bektashi, sic!) : i “Beni el Mim” o “Figli delle Chiavi”.  A suo dire, con l’esecuzione degli esercizi da lui insegnati, un praticante di buona volontà avrebbe potuto realizzare con le sole proprie forze, la “Grande Opera”. La Scienza delle Chiavi consisterebbe, quindi, nell’apprendimento di tre segni da eseguire con la mano destra: la “I”, la “A” e la “O” (ovvero la “u”, terza e ultima vocale dell’alfabeto arabo arcaico, che Von Sebottendorff tradusse “O” probabilmente perché più simile a quest’ultima nella forma grafica). In base alla simbologia dei quattro elementi, il segno “I” serve ad attirare le energie del fuoco, la “A” quelle dell’acqua, la “O” quelle dell’aria, mentre la terra è simbolicamente rappresentata dal praticante stesso. La conferma dell’apprendimento dei segni è rivelata da particolari sensazioni fisiche, che segnalano lo scorrimento all’interno del corpo delle “correnti sottili” evocate. Una volta eseguita questa prima fase di “esercizi”, il praticante potrà fissare al proprio interno, queste  correnti energetiche, mediante quattro tipi di “prese”, che Von Sebottendorff descrive scrupolosamente quali:  “presa del collo”, “presa del petto”, “presa del ventre” ed una  quarta presa, detta “mediana”. La riuscita di questa serie di esercizi, viene rivelata da sensazioni visive di colori, che si susseguono nel tempo secondo un ordine che presenta notevoli analogie con le fasi del lavoro alchemico. Il successo finale è segnalato da un colore bianco abbagliante, al quale i mistici orientali accordano un valore eccezionale.

Alla fine di questo percorso, il praticante avrà operato una trasmutazione tale, da poter agire in modo divino o semi divino sulla realtà circostante. Ora, non è nostro compito, recensire o giudicare in qualche modo, quanto dal Von Sebottendorf descritto. Questo, per un duplice ordine di motivi. Il primo è che, dei Beni el Mim, non è stata trovata traccia alcuna, nonostante nel periodo pre bellico, degli anni ‘20 e ‘30, molti esoteristi occidentali, si recarono in Turchia per trovare delle tracce di questa confraternita, senza incontrare quanto cercavano. Questo, perché, il regime laicista di Kemal Ataturk, aveva proibito e messo fuori legge, tutte le locali confraternite ed organizzazioni esoteriche. Tant’è che i Bektashi dovettero emigrare in Albania, nell’Est dell’Europa e negli Usa, salvo ritornare in auge nella seconda metà del Novecento. Il secondo ordine di ragioni, consiste nel ricordare che, trattandosi di un contesto alquanto intricato, quale quello riguardante lo studio di dottrine ed organizzazioni esoteriche, per di più aggravato ed appesantito dalla realtà di un contesto molto frammentato, tra gruppi e sottogruppi, non sempre categorizzabili e riconoscibili, va da sé che ogni tipo di valutazione, prenda il tempo che trova. Ad oggi abbiamo una scarsa e quasi nulla conoscenza, delle fonti da cui il Von Sebottendorf ha attinto, nel descriverci quanto sopra.

D’altronde, va ripetuto che la stessa conoscenza del Sufismo “si et si”, quale corpus dottrinale, senza entrare nelle vicende delle varie realtà iniziatiche presenti al suo interno è, a tutt’oggi, materia oggetto di numerose controversie. Resta il fatto che il Sufismo, in tutte le sue varietà e sfaccettature, può tranquillamente essere paragonato a tutte quelle Vie di Realizzazione del Sè, che possono andare dai Misteri Eleusini al Pitagorismo, dal Mithraismo all’Ermetismo ed all’Alchimia, passando per il Tao cinese ed il Tantra Yoga Hindu, in grado di conferire una nuova pienezza e consapevolezza al Sè dell’iniziato, espandendone la coscienza sino a  farla coincidere con la sfera del sovrasensibile e dell’ “oltre umano”. Il che costituisce una aperta sfida all’odierno spirito dell’individuo occidentale, ottenebrato da decenni e decenni di bieco e superficiale materialismo economicistico.

  BIBLIOGRAFIA DI RIFERIMENTO:

  1. Burckhardt-Introduzione alle dottrine esoteriche dell’Islam-Mediterranee
  2. H. Nasr, Sufismo, Milano, Rusconi, 1994
  3. Mandel, Storia del sufismo, Milano, Bompiani, 2001

H.Corbin  Storia della filosofia islamica. Dalle origini ai giorni nostri, 1991, Adelphi

  1. Corbin L’immaginazione creatrice, Le origini del Sufismo, 1986, Laterza
  2. Corbin, L’uomo di luce nel sufismo iraniano, Roma, Ed. Mediterranee, 1988
  3. Shah, I sufi. La tradizione spirituale del sufismo, Roma, Ed. Mediterranee, 1990
  4. Von Sebottendorf-Le pratiche segrete dei massoni sufi-, Roma, Ed.Mediterranee

Tratto da: Pagine Filosofali

Il Sufismo: aspetti esoterici della dottrina islamica
Il Sufismo: aspetti esoterici della dottrina islamica

LA KABAH: IL TEMPIO AL CENTRO DEL MONDO

di Giuseppe Aiello

La Sacra **Kaʿbah** (“cubo” in arabo) di Mecca è certamente una delle forme simboliche più dense di significato nel pensiero esoterico islamico.

Il significato esteriore (essoterico)

Nell’Islam “esteriore”, la Kaʿbah è la **Casa di Dio (Bayt Allāh) il punto verso cui tutti i musulmani orientano la preghiera (la qibla*).

È la prima casa di culto costruita per l’umanità, secondo il Corano (2:125-127), edificata da Abramo (Ibrāhīm) e suo figlio Ismaele (Ismāʿīl).

Fin qui, il simbolo è **unità e centro** della fede islamica.

La visione esoterica (taʾwīl, interpretazione interiore)

Nel **taṣawwuf** (sufismo), ogni forma materiale riflette un principio spirituale. Il **cubo** rappresenta **stabilità, centralità e perfezione spaziale**.

Ecco i principali livelli simbolici:

Il cubo come immagine del Cosmo manifestato

* Il cubo, con le sue **sei facce, rappresenta le sei direzioni dello spazio (Nord, Sud, Est, Ovest, Alto, Basso).

* La Kaʿbah sta **al centro** di queste direzioni: è il **punto dell’equilibrio cosmico**, l’“axis mundi” islamico.

* Per i sufi, girare attorno alla Kaʿbah (il **ṭawāf**) simboleggia il moto delle sfere celesti attorno al Centro divino, la **Presenza (al-Ḥaḍra)**.

Il cubo come immagine del cuore dell’uomo

* “Il cuore del credente è la Casa di Dio”, dice un hadith qudsī.

* Così, la Kaʿba esteriore corrisponde alla **Kaʿbah interiore**, il **cuore purificato**, dove Dio si manifesta.

* Il pellegrinaggio alla Kaʿbah è il simbolo del ritorno dell’uomo al proprio **Centro interiore**.

Le quattro direzioni e i quattro elementi

* Ogni angolo della Kaʿbah (chiamato *rukn*) corrisponde a un punto cardinale e a un elemento cosmico.

* L’equilibrio dei quattro elementi più il centro (il Cuore, o l’Uno) forma la **pienezza dell’esistenza**.

Il cubo e la geometria divina

* Il cubo è la **proiezione tridimensionale del quadrato**, simbolo della Terra e della manifestazione.

* Allo stesso tempo, nel pensiero sufi, la Kaʿbah è il **riflesso terrestre della Casa Celeste (al-Bayt al-Maʿmūr)**, che si trova nel cielo più alto: il mondo visibile è il riflesso del mondo invisibile.

Molti mistici (sufi, ma anche esoteristi di altre tradizioni) hanno notato che:

* Il cubo richiama il **quadrato della Terra** e il **cerchio del Cielo**: insieme formano il **templo perfetto**.

* In termini di **geometria sacra**, il cubo è il simbolo del **mondo realizzato**, stabile e “abitabile” da Dio.

* Per Ibn ʿArabī, il grande maestro sufi andaluso, la Kaʿbah è la **forma visibile dell’Essere divino** nella molteplicità del mondo.

LA KABAH: IL TEMPIO AL CENTRO DEL MONDO
LA KABAH: IL TEMPIO AL CENTRO DEL MONDO

LA LEALTA’ DI ROMA

di Claudia Placanica

Il 24 ottobre del 79 d.C. la lava del Vesuvio coprì Pompei.

Si dice che una sentinella romana restò ferma al suo posto di guardia, incurante dell’eruzione vulcanica fino a rimanere sepolta. Il mito di questo soldato ha affascinato pittori e scrittori. Anche Amedeo Maiuri, l’archeologo che è stato soprintendente degli scavi di Pompei per 37 anni, è stato fermo nella difesa dell’antica città come il leggendario soldato. Il “soldato romano” a Pompei del quadro “Faithful Unto Death” rappresenta la devozione al dovere durante l’eruzione.

La Lealtà è uno dei valori fondamentali della società romana, di quel codice di comportamento che guidava la vita privata, politica e militare dei romani: il mos maiorum. Esso era l’insieme delle tradizioni, delle usanze e delle norme morali non scritte che costituivano il fondamento della civiltà romana. Il mos maiorum enfatizzava, appunto, valori come la gravitas (serietà), la virtus (coraggio), la fides (lealtà) e la pietas (devozione) ed era visto come un modello da imitare, che garantiva continuità tra passato e futuro e promuoveva il bene comune.

Chi rimuove la nostra identità lo fa cancellando la nostra tradizione e la nostra storia, perché ciò che noi siamo è anche ciò che siamo stati. Ecco perché il passato, la memoria, le tradizioni e la lingua sono fondamentali per un popolo: esse sono la cultura, quella da contrapporre alla modernità e alla tecnologia come scenario obbligato cui adeguarsi. La nostra storia e le nostre radici sono la nostra forza. Dobbiamo impedire che “schiavi ubriachi” cerchino di allontanarcene.

LA LEALTA' DI ROMA
LA LEALTA’ DI ROMA

Sanae Takaichi: la prima premier donna del Giappone e il ritorno al realismo politico e spirituale

di Luciano Tovaglieri,
Segretario Nazionale di IGNIS – Fuoco Italico

Il Giappone ha voltato pagina eleggendo Sanae Takaichi, prima donna nella storia del Paese a guidare il governo.

Conservatrice, patriottica e avversa alle ideologie progressiste, Takaichi incarna una linea politica che unisce tradizione, identità e autodeterminazione nazionale. La sua elezione non rappresenta soltanto una svolta di genere, ma soprattutto una svolta di visione: la riaffermazione di un Giappone che vuole tornare a essere forte, sovrano e fedele ai propri valori spirituali.

Origini e percorso

Nata nel 1961 a Yamatokōriyama (prefettura di Nara), Sanae Takaichi proviene da una famiglia umile, lontana dalle grandi dinastie politiche che da decenni dominano la vita pubblica giapponese.

Il padre era impiegato in un’azienda collegata alla Toyota, la madre agente della polizia prefetturale di Nara.

Per frequentare la Kobe University percorreva fino a sei ore di pendolarismo al giorno, mantenendosi con piccoli lavori.

Una biografia segnata da sacrificio, disciplina e spirito di dedizione, che spiega la sua visione meritocratica e la sua diffidenza verso i privilegi di casta.

Valori e visione politica

Takaichi si definisce una conservatrice realista. Difende la famiglia naturale, rifiuta il matrimonio omosessuale, l’ideologia gender e le politiche identitarie di stampo occidentale.

Secondo la nuova premier, l’identità giapponese deve essere preservata e trasmessa, non dissolta in un globalismo culturale che tende a cancellare le differenze tra i popoli.

Il suo pensiero si rifà ai principi del movimento patriottico Nippon Kaigi, che promuove il rispetto per la tradizione, la monarchia imperiale e i valori morali fondativi del Giappone.

La polemica sulle “poche donne” nel governo

Subito dopo la sua elezione, parte della stampa progressista — in Giappone e in Occidente — ha criticato Takaichi per aver nominato poche ministre donna, sostenendo che ciò sminuisse il valore simbolico della sua ascesa.

Secondo questa lettura, una donna al potere sarebbe “autenticamente moderna” solo se circondata da altre donne, secondo una logica woke e femminista che misura tutto in base alla parità di genere formale.

Ma questa obiezione è un paradosso ideologico. La vera rivoluzione è che, per la prima volta nella storia del Giappone, una donna è diventata premier grazie al proprio talento politico, non per quote o concessioni.

Takaichi ha scelto i membri del governo per competenza, non per sesso. Se i profili più capaci erano uomini, ha scelto uomini; se fossero state donne, avrebbe scelto donne.

È una visione fondata sul merito, non sull’ideologia, in coerenza con il suo pensiero conservatore e pragmatico.

L’articolo 9 e la revisione costituzionale

Il punto più ambizioso del suo programma riguarda la riforma dell’articolo 9 della Costituzione, introdotto nel 1947 sotto la supervisione americana.

L’articolo stabilisce che il Giappone “rinuncia per sempre alla guerra come diritto sovrano della nazione” e “non manterrà forze armate con potenziale bellico”.

Takaichi ritiene che questa clausola — scritta in un contesto di sconfitta e occupazione — limiti oggi la sovranità e la sicurezza nazionale.

Vuole quindi esplicitare nella Costituzione il diritto alla difesa nazionale, riconoscendo ufficialmente le Forze di Autodifesa (JSDF) come un vero esercito, capace di cooperare con gli alleati e di difendere il Paese da minacce concrete.

Per i patrioti giapponesi, si tratta di un atto di normalizzazione e dignità; per molti Paesi confinanti, invece, è motivo di preoccupazione.

La Cina considera questa revisione come un segnale di “riarmo” e di ritorno al nazionalismo pre-bellico, mentre la Corea del Sud teme un rafforzamento del revanscismo storico.

Nonostante le proteste, Takaichi sostiene che solo un Giappone forte e responsabile possa garantire stabilità nell’Asia orientale e contenere l’espansionismo cinese.

Il santuario Yasukuni: simbolo di identità e memoria

Altro gesto emblematico del suo governo è la visita al santuario shintoista Yasukuni, uno dei luoghi più sacri e controversi del Giappone contemporaneo.

Per i conservatori nipponici, Yasukuni rappresenta la memoria spirituale della nazione: vi sono consacrati (in forma di kami, spiriti divinizzati secondo la tradizione shintoista) circa 2,5 milioni di caduti, militari e civili, morti per il Giappone.

Visitare Yasukuni significa onorare i sacrifici di chi ha dato la vita per la patria e riaffermare il legame fra la comunità nazionale e i suoi antenati.

Per la Cina e per la Corea del Sud, tuttavia, il santuario è fonte di irritazione, poiché tra i nomi commemorati figurano anche 14 condannati per crimini di guerra di classe A.

Le visite di leader giapponesi, quindi, vengono lette come un atto politico, non solo religioso, e riaprono ferite storiche non del tutto rimarginate.

Ma per Takaichi e per gran parte del mondo tradizionale giapponese, Yasukuni non è un simbolo di aggressione: è un luogo di fede, di identità e di pietà nazionale, in cui il Paese onora la propria storia e i propri morti senza rinnegarsi.

Questo gesto s’inserisce in un movimento più ampio che attraversa il mondo, un ritorno di popoli e governi verso una visione spirituale e tradizionale della politica e della storia.

Dall’Asia all’Europa, si riaffaccia l’idea che ogni nazione abbia un destino, una memoria e un’anima che meritano rispetto e continuità, e che la forza di uno Stato non dipenda solo dall’economia o dalla tecnologia, ma anche dai valori che lo sostengono.

Geopolitica e difesa

La premier ha già annunciato l’intenzione di rafforzare i legami con Taiwan, di cooperare strettamente con Stati Uniti, Australia e India e di accrescere la capacità di deterrenza del Giappone.

La prospettiva di un accordo di sicurezza con Taipei è accolta con favore negli ambienti strategici occidentali, ma irrita fortemente Pechino.

Nel quadro dell’Indo-Pacifico, Takaichi si propone di trasformare il Giappone in una potenza equilibrata ma determinata, capace di difendere i propri interessi e contribuire alla stabilità della regione.

Conclusione

Con Sanae Takaichi al potere, il Giappone si riscopre più consapevole della propria identità.

È una premier che ha raggiunto il vertice senza scorciatoie ideologiche, fedele al principio secondo cui la politica deve rispecchiare i valori più profondi della nazione.

La sua figura segna non solo un cambiamento di leadership, ma l’avvio di un nuovo corso politico e spirituale: quello di un Paese che, pur mantenendo le alleanze occidentali, vuole tornare a essere se stesso — forte, autonomo, e radicato nella propria storia millenaria.

Sanae Takaichi: la prima premier donna del Giappone e il ritorno al realismo politico e spirituale
Sanae Takaichi: la prima premier donna del Giappone e il ritorno al realismo politico e spirituale

IL BINOMIO SIONISTA TRA CAPITALISMO E COMUNISMO

a cura di Ipse Dixit

“Non si ripeterà mai abbastanza che ciò che distrusse la famiglia nel mondo moderno fu il capitalismo. Nessun dubbio che potrebbe essere stato il comunismo, se il comunismo avesse mai la possibilità di uscire da quei confini primitivi e quasi mongoli in cui è fiorito. Ma per quanto ci riguarda, ciò che ha spaccato i focolari, e incoraggiato i divorzi, e ha guardato con sempre più disprezzo alle virtù domestiche, è l’epoca e la potenza del capitalismo. È il capitalismo che ha portato le tensioni morali e la competizione affaristica tra i sessi, che ha sostituito all’influenza del genitore l’influenza del datore di lavoro; che ha fatto sì che gli uomini abbandonassero le loro case per cercare lavoro; che li ha costretti a vivere vicino alle loro fabbriche o alle loro ditte invece che vicino alle loro famiglie; e soprattutto che ha incoraggiato per ragioni commerciali, una valanga di pubblicità e di mode appariscenti che per loro natura uccidono tutto ciò che erano la dignità e il pudore dei nostri padri e delle nostre madri.”

G.K. Chesterton, Il pozzo e le pozzanghere, 1935

IL BINOMIO SIONISTA TRA CAPITALISMO E COMUNISMO
IL BINOMIO SIONISTA TRA CAPITALISMO E COMUNISMO

IL RISCHIO DEFAULT SI AGGIRA PER IL MONDO

di Stelio Fergola

L’Argentina a rischio default che deve tagliare ogni minima cosa deve ricorrere all’aiuto degli Stati Uniti per eliminare il rischio di default. Ma gli Stati Uniti, a loro volta, si sono votati DA SOLI due leggi per continuare a fare debito dopo che si erano trovati a rischio default, negli ultimi dieci anni, una con la presidenza Obama, la seconda con Biden.

Quindi Washington non è a rischio default semplicemente perché ha avuto il potere politico – interno e mondiale – di potersene cavare fuori e non solo, addirittura di poter costituire un “aiuto” esterno per Buenos Aires. Roba che non c’entra NULLA con i conti, con i debiti, con gli interessi.

Per il resto i risultati contestuali positivi del governo di Milei in Argentina lasciano il tempo che trovano: i liberisti ci hanno esultato per un anno, spammandoli a destra e a manca per dimostrare quanto la ricetta del presidente “contro lo Stato” fosse valida. Non è mica vietato dalla legge che un governo di ispirazione spiccatamente liberista possa raggiungere buoni risultati economici.

Ma è la somma che fa il totale, diceva Totò. O meglio, è il lungo periodo che fa la differenza.

E il lungo periodo ci dice che chi non ha ancora capito quanto debiti e interessi internazionali siano anzitutto questioni POLITICHE e non economiche (gli Usa possono votare al Congresso leggi in cui si autorizzano da soli a fare ancora deficit, l’Argentina invece “deve fare sacrifici”) sia nella migliore delle ipotesi molto ingenuo.

Noi, con l’Unione Europea, ci siamo a tutti gli effetti terzomondizzati. Perché prima dell’Ue avevamo un potere politico-economico a livello internazionale di un certo peso, dopo abbiamo dovuto “fare sacrifici”. Come l’Argentina e non come gli Stati Uniti (o il Giappone, ma ci sono vari esempi).

Questi Paesi sono SEMPRE stati ostaggio di FMI, Usa e gruppi finanziari potentissimi. Noi, fino al 1992 (ma anche fino al 1981 ad essere precisi), no. Ci siamo finiti dopo.

IL RISCHIO DEFAULT SI AGGIRA PER IL MONDO
IL RISCHIO DEFAULT SI AGGIRA PER IL MONDO

Hezbollah: dalla liberazione alla deterrenza

a cura della Redazione

24-10-2025

Libano – Una volta ottenuta la liberazione nel 2000, la battaglia si è spostata dall’arena militare a quella politica, dove è iniziata una fase sistematica di guerra morbida contro Hezbollah. Questa includeva tentativi di disarmo, isolarlo dal suo ambiente e rimuoverlo dall’equazione nazionale. Questa tendenza si è cristallizzata attraverso le continue pressioni occidentali e americane sullo Stato libanese, attraverso condizioni di aiuti, interferenze nelle istituzioni e sponsorizzazioni di progetti di “integrazione” o “neutralizzazione”. Ciò ha costretto la Resistenza a vivere per oltre due decenni in un costante conflitto politico, destinato a sostituire il conflitto sul campo, che si è dimostrato di impatto limitato. Vari strumenti sono stati impiegati in questo conflitto: dai media locali e internazionali alle sanzioni finanziarie, all’attivazione del Tribunale Internazionale per la Liberazione della Palestina, alle minacce di isolare il Libano a livello internazionale.

Parallelamente, decine di think tank occidentali e arabi hanno assunto la direzione di un fronte di analisi mediatica impegnato a sminuire i risultati della Resistenza, distorcendone la narrazione, aizzando l’ambiente circostante contro di essa e presentandola come un ostacolo allo “stato normale”, alla “libera economia” e all’”equilibrio regionale”. Questi sforzi hanno integrato le pressioni sul campo.

In questo contesto, lo studio presenta una narrazione analitica che documenta la traiettoria storica delle conquiste della Resistenza Islamica in Libano, dalla prima liberazione nel 2000 alla demarcazione dei confini marittimi nel 2022. Dimostra come la Resistenza si sia trasformata da una forza militare circostanziale in un attore nazionale e regionale con un progetto integrato di difesa, sovranità e sviluppo.

Hezbollah impone la prima sconfitta a Israele

Il processo storico iniziò con il ritiro dell’esercito israeliano dal Libano meridionale nel maggio 2000, risultato di una prolungata guerra di logoramento in cui Hezbollah impiegò tattiche di guerriglia e prese di mira con precisione le posizioni israeliane, portando al collasso dell’esercito dei collaborazionisti e al ritiro incondizionato dell’occupazione. Questa liberazione segnò la prima sconfitta diretta di Israele per mano di una Resistenza araba e restituì prestigio all’opzione della Resistenza come alternativa a un accordo.

Poi arrivò la vittoria del luglio 2006, a conferma della nuova equazione di deterrenza. Dopo aver catturato due soldati israeliani nell’Operazione True Promise, Israele lanciò una devastante guerra di 33 giorni che non riuscì a raggiungere i suoi obiettivi. Anzi, ne uscì militarmente e moralmente sconfitto. Durante quella guerra, Hezbollah dimostrò la sua resilienza e manovrabilità, imponendo nuove regole di ingaggio che da allora hanno protetto il Libano da qualsiasi aggressione su larga scala. Nel frattempo, alti dirigenti americani e britannici riconobbero il fallimento di Israele nell’indebolire il partito.

Difesa delle risorse e della sovranità economica

Nel 2017, l’esperienza di liberazione nella catena montuosa orientale si è rinnovata quando Hezbollah ha lanciato la battaglia “Se torni, torneremo” contro il Fronte al-Nusra, seguita da un’operazione simultanea con l’esercito libanese contro l’Isis a “Fajr al-Juroud”, che ha completamente ripulito il confine orientale dalla presenza terroristica. Quest’operazione ha dimostrato che la Resistenza era diventata una forza nazionale a protezione dell’interno e dei confini, e che la sua integrazione con l’esercito ha consolidato di fatto l’equazione “esercito, popolo e Resistenza”.

Nel 2022, Hezbollah ha imposto una nuova equazione di deterrenza in mare, legando il permesso di Israele a estrarre gas dal giacimento di Karish all’ottenimento da parte del Libano dei pieni diritti sul giacimento di Qana. La Resistenza ha lanciato droni di avvertimento, costringendo Washington e Tel Aviv ad accettare le condizioni del Libano e a firmare l’accordo di demarcazione. Così, la Resistenza è passata dalla protezione del territorio alla protezione delle risorse nazionali, dimostrando che la deterrenza non si limita alle armi, ma include anche la difesa delle risorse e della sovranità economica.

Il percorso della Resistenza, iniziato nel 1982, ha dato vita a una struttura coesa che unisce potenza militare, saggezza politica e impegno sociale. È riuscita a costruire un modello libanese unico nel suo genere, che coniuga legittimità popolare e potere deterrente, incarnando un progetto nazionale completo per la difesa dell’entità, dello Stato e della società. La Resistenza non è più una mera reazione circostanziale; è diventata un pilastro dell’equazione della sicurezza nazionale del Libano, una garanzia della sua sovranità e indipendenza di fronte ad aggressioni, assedi e guerre.

Tratto da: Il Faro sul Mondo

Hezbollah: dalla liberazione alla deterrenza
Hezbollah: dalla liberazione alla deterrenza

UN ALTRO PASSO DELLA FUNANBOLA DELL’ESISTENZA

di Rainaldo Graziani

Se si tenta di rispondere sinteticamente alla domanda su cosa sia il postmoderno, a mio avviso, il postmoderno è uno stato della società e della cultura in cui tutti non sono al loro posto. Forse in nessun altro stato della società il tema della ricerca del proprio posto, cioè contemporaneamente della propria origine e del proprio destino, suona così dolorosamente attuale. Ma il problema è che queste ricerche non portano da nessuna parte.

Aristotele diceva che ogni cosa ha un luogo naturale verso cui tende per natura, e perciò si muove. Il sistema dei luoghi naturali forma il cosmo, che è anche un sistema universale di navigazione, un destino collettivo. Ma per poter fare affidamento su un sistema universale di navigazione è necessario un Intelletto stabile, la cui presenza nell’uomo è sistematicamente messa in dubbio a partire dal Giardino dell’Eden dell’età moderna. Poi un lungo periodo di critica istituzionale, scissione analitica, e come risultato – inevitabile disorientamento universale. Nel mondo moderno il movimento non avviene grazie alla comprensione del proprio luogo naturale, ma contro di essa. Più profonda è la disidentificazione, più movimento e agitazione ci sono. «Tutte le macchine vanno nella direzione sbagliata!» – come ha spiritosamente osservato Aleksandr Dugin.

Ma non solo le macchine, – tutti vanno nella direzione sbagliata, non sono dove dovrebbero essere, fanno ciò che non dovrebbero fare, desiderano ciò che non dovrebbero desiderare, scambiano il desiderio per la realtà. E questo carnevale collettivo di imitazioni sembra ormai impossibile da fermare. Il paradosso esistenziale e l’orrore del postmoderno – se devi andare da qualche parte, significa che proprio lì non devi andare. Il postmodernismo, sia nell’arte che nella filosofia, con diversi gradi di convinzione riflette su questo paradosso esistenziale. Solo che non è possibile comprenderlo senza tornare all’idea di un Intelletto stabile.

Chi possiede una chiara orientazione interiore, gusto e intuizione? In una serie di opere Evola definisce tale persona come un individuo di tipo speciale, o uomo della Tradizione. Sembrerebbe che tali definizioni non spieghino nulla. C’è un altro termine – uomo differenziato, concetto tratto da un’opera non tradotta.

I filosofi del cosiddetto «circolo di Eugene» hanno tradotto questo concetto come «uomo isolato». Non so esattamente chi lo abbia introdotto per primo, è stato usato anche da A.G. Dugin e G. Dzhemal, forse anche da altri. Questo significato di uomo differenziato è comprensibile e adeguato al contesto della «tiepida oscurità» e alle circostanze socio-culturali in cui è nato. Si spiega che si tratta di un «essere unico e speciale, interiormente appartenente al mondo della Tradizione, ma costretto a vivere esteriormente in un mondo antitradizionale e desacralizzato», verso il quale l’uomo isolato prova profonda avversione. In breve, nell’Unione Sovietica del periodo di stagnazione e perestrojka.

Io invece suppongo che uomo differenziato significhi uomo che distingue. Solo la capacità di distinguere permette di resistere ai «veleni spregevoli della modernità». Ma cosa distingue? In linea di principio, ogni persona distingue almeno qualcosa, tutti distinguiamo questo o quello. Ma l’uomo differenziato è l’uomo che distingue gli archetipi nel mondo interno ed esterno, cioè una persona strutturata e dotata di una chiara orientazione interiore. Questo è proprio la norma psichica.

(Nota … questa riflessione che leggiamo proviene da una delle menti più verticali dell’entourage del Prof. Dugin a Mosca. È una donna. Il suo nome non è importante diffonderlo su Facebook. L’ho conosciuta personalmente e la stimo in modo particolare per le sue “angolazioni di sguardo” . Ella ha in sé, filosoficamente parlando, il fascino della funambola. Questa espressione filosofica del pensiero russo ha la caratteristica di conservare un perfetto equilibrio nell’attraversare due mondi sotto i quali esiste l’abisso. Motivo per il quale l’ho amichevolmente definita la ” Funambola russa dell’esistenza”.)

UN ALTRO PASSO DELLA FUNANBOLA DELL'ESISTENZA
UN ALTRO PASSO DELLA FUNANBOLA DELL’ESISTENZA