Arriva la presa di posizione della Russia sulla situazione in Venezuela, e non è banale. Il Ministro degli Esteri Lavrov, a domanda precisa ha risposto testualmente:
“Affermiamo il nostro fermo sostegno alla leadership venezuelana nella difesa della sovranità nazionale”.
Ci mette poi la sua anche Maria Zakharova, portavoce del Ministero degli Esteri Russo:
“Insomma, se il Pentagono vuole davvero combattere il flagello della droga, dovrebbe iniziare dalle strade di San Francisco, Los Angeles e New York, o meglio ancora – dai lobbisti e dalle grandi case farmaceutiche. Ma lì 16 mila militari sicuramente non basteranno.”
L’impressione è che se gli Usa dovessero invadere il Venezuela, potrebbe non finirgli bene, visto che gran parte del Sudamerica sta con il Venezuela e il resto del mondo, ormai sempre più numeroso, è davvero arrivato al limite di sopportazione davanti alle azioni criminali dell’impero statunitense.
In Lo sciamanesimo e le tecniche dell’estasi, Mircea Eliade realizza una delle più vaste e profonde esplorazioni mai condotte sull’esperienza religiosa dell’umanità primordiale. Ma ciò che rende quest’opera unica non è la quantità delle fonti o la ricchezza delle descrizioni etnografiche: è la capacità di far emergere, dietro i riti e le visioni dei popoli arcaici, un’unica struttura spirituale universale.
Lo sciamano, figura centrale del libro, è per Eliade il custode della verticalità. In un mondo che viveva ancora immerso nel sacro, egli rappresentava l’asse mediano che unisce Terra, Cielo e Inferi. Il suo corpo è tempio, la sua parola rito, il suo volo estatico il simbolo supremo della reintegrazione cosmica.
Quando, attraverso la trance o la “morte iniziatica”, egli abbandona il piano umano, non fugge dalla realtà: la attraversa. L’estasi sciamanica non è evasione ma conoscenza, un modo di “ricordare” il linguaggio del Cielo.
La morte che rigenera
Ogni sciamano, prima di divenire tale, deve morire. La malattia iniziatica, lo smembramento simbolico, la discesa nel mondo infero sono prove attraverso cui l’anima si purifica dalla sua forma profana. Solo dopo aver sperimentato la dissoluzione totale può ascendere.
Questa struttura — morte e rinascita — è per Eliade l’archetipo di ogni via mistica, dall’Oriente vedico al cristianesimo esoterico.
Nell’estasi sciamanica riecheggia, in altra lingua, la stessa verità proclamata dai mistici medievali: chi non muore prima di morire, muore senza nascere.
Il messaggio
Dietro la precisione dello storico delle religioni, Eliade cela un intento quasi profetico. Il suo sguardo è rivolto non solo alle tribù della Siberia o dell’Amazzonia, ma all’uomo occidentale, spiritualmente amputato. Laddove lo sciamano saliva al Cielo, l’uomo moderno ha smarrito l’idea stessa di ascesa: vive in un universo chiuso, senza aperture metafisiche.
Per questo il libro è un monito e una chiamata: l’uomo può e deve ricordarsi di essere un viandante tra due mondi. La nostalgia del sacro che ancora ci abita è il residuo di quell’antico sapere che Eliade ricostruisce con rigore e compassione.
Perché è un libro imperdibile
Lo sciamanesimo e le tecniche dell’estasi è una mappa per l’anima. Leggendolo, si percepisce che dietro ogni rito arcaico si cela un gesto universale: l’anelito a superare la condizione umana e ritrovare l’origine.
È un libro imperdibile perché insegna che la trascendenza non è privilegio di pochi, ma possibilità inscritta nella natura stessa dell’uomo. In un’epoca che ha dimenticato il linguaggio del sacro, Eliade restituisce la certezza che l’estasi — il “volo dell’anima” — è ancora possibile.
Chi lo legge non impara solo che cosa facevano gli sciamani, ma il perché: per tornare al Cielo da cui ogni essere è disceso.
“Il Re Addormentato: Artù e la promessa del ritorno”
—
L’Occultazione Maggiore (al-ghayba al-kubrā) dell’Imam Mahdi, il “Polo dei Poli”, discendente diretto dell’ultimo Profeta, Muhammad, dell’ultima tradizione del presente ciclo d’umanità, l’Islam, secondo la tradizione iniziatica sciita duodecimana, ebbe inizio nel 329 dell’Egira (AH), immediatamente dopo la morte dell’ultimo dei quattro rappresentanti (sufarā’) che lo avevano collegato alla comunità durante la cosiddetta Occultazione Minore (al-ghayba al-sughrā).
Siamo intorno 941 d.C.
Con l’Occultazione del Mahdi, il mondo entra ufficialmente nella fase finale del kali yuga.
La notizia si diffonde in tutti i circoli esoterici e iniziatici del mondo e viene così declinata a applicata a varie figure, sia storiche che mitiche o archetipiche.
Gli Ordini Cavallereschi d’Oriente e d’Occidente – Ismailiti, Templari – sembrano conoscere e custodire il segreto, divenendo i “Guardiani della Terra Santa ” (RENE’ GUENON).
Tra le molte immagini di Re Artù che la tradizione medievale ci ha consegnato, ve n’è una che si distingue per la sua forza simbolica e la sua dimensione profetica: quella del re dormiente, non morto, ma custodito in un luogo segreto, in attesa del tempo in cui l’Inghilterra — o il mondo — avrà di nuovo bisogno di lui.
Nelle cronache medievali più tarde, e soprattutto nel folclore celtico, Artù non muore realmente a Camlann. Gravemente ferito, viene trasportato in Avalon, l’isola della guarigione e della pace. Là egli giace, curato da sacerdotesse o fate, immerso in un sonno che non è morte ma sospensione. Il suo corpo non deperisce, e la spada Excalibur — restituita al lago — resta segno che il tempo del sovrano non è finito, ma sospeso.
Questa immagine del “re che dorme” si sviluppa nel Medioevo come mito del rex quondam et futurus, “il re che fu e che sarà”. Geoffrey di Monmouth, nella Historia Regum Britanniae (XII sec.), accenna già a una profezia secondo cui Artù non sarebbe morto, ma “si sarebbe ritirato per guarire le sue ferite nell’isola di Avalon”, e che un giorno sarebbe tornato.
Nel Morte d’Arthur di Malory (XV sec.), la voce del popolo riprende la leggenda: “Some men yet say that Arthur is not dead, but had by the will of our Lord Jesu into another place; and men say that he shall come again, and he shall win the Holy Cross.”
Il tema non rimane confinato alla leggenda britannica: appartiene a un più vasto archetipo indoeuropeo del sovrano dormiente, che attraversa secoli e frontiere — da Federico Barbarossa che dorme sotto il Kyffhäuser, a Carlo Magno nascosto in una montagna, fino ai cavalieri ibernati nei monti dell’Europa centrale. In tutti questi racconti, il re addormentato incarna la speranza di un ritorno dell’ordine e della giustizia dopo un tempo di caos.
Nel simbolismo medievale cristiano, Artù diviene una figura quasi messianica, ma distinta dal Cristo: egli non redime i peccati, bensì restaura la giustizia terrena. È il sovrano giusto che riporta la pace — il “Signore di Pace e Giustizia” di cui parlano i testi politici e morali dell’epoca. La sua veglia silenziosa è il segno che la sovranità giusta non muore: può essere dimenticata, tradita, ma non estinta.
Quando i tempi saranno maturi — dicono le leggende — la pietra si spezzerà, il lago restituirà la spada, e il Re tornerà. Non per conquistare, ma per ristabilire l’equilibrio: l’antica tranquillitas ordinis di cui parlavano i teologi.
Finché Artù dorme, la speranza dorme con lui; ma il suo sonno è un giuramento: che ogni epoca, prima o poi, rivedrà sorgere il giorno della giustizia.
Artù non è altro che il Mahdi.
IL TEMA DELL’OCCULTAZIONE DEL MAHDI SI DIFFONDE NEL MEDIOEVO EUROPEO
“La “notte oscura dell’anima” è per i mistici un periodo di tristezza, paura, angoscia, confusione e solitudine, necessario per potersi avvicinare a Dio. In molti, quando provano ad uscire dal proprio ego, provano la sensazione di entrare in una nuova dimensione colma di dubbi, di ambiguità, di incertezze, un luogo in cui ci si sente persi e risulta quasi impossibile pensare con chiarezza. Il risveglio può esser molto doloroso per chi è troppo immerso nel proprio sogno. La nostra mente vorrebbe che tornassimo nel recinto, che smettessimo di esplorare i dintorni per tornare al punto di partenza, dal quale forse non saremmo mai dovuti uscire. È questa la temuta rassegnazione, il conformismo che ci spinge a credere che la nostra trasformazione personale non possa essere altro che un’utopia.
Per evolvere e crescere, abbiamo bisogno di vivere delle “notti oscure”, periodi in cui emozioni come l’ansia o la disperazione si impossessano di noi, perturbando la nostra mente ed il nostro ego. Sono le notti in cui bisogna saper aspettare, perché altrimenti, tentennando e rinunciando, correremo il rischio di imbatterci nelle conseguenze della perdita, direttamente legata all’aver abbandonato la nostra zona di comfort. La ricerca di se stessi implica la capacità di continuare a camminare con fermezza, significa imparare a superare se stessi una volta ancora. Solo noi possiamo stabilire cosa vogliamo fare di noi stessi. Siamo gli unici ad avere una panoramica privilegiata sui fatti, a poter scorgere ciò che dal terreno non si può vedere.”
“Non ci può essere rinascita senza una notte oscura dell’anima, un totale annientamento di tutto ciò che hai creduto e pensato di essere.”
Riconosco un punto: È assolutamente vero che la politica ci ha spesso deluso. È facile sentirsi disillusi, arrabbiati e pensare che ‘tanto non cambia nulla’. Questo senso di frustrazione è reale e capisco chi si ritira in questo modo.
Ma qui subentra la riflessione che voglio condividere con voi:
Quando scegliamo l’astensione, pensiamo di protestare contro ‘il sistema’. In realtà, stiamo solo regalando silenziosamente la nostra influenza a chi, invece, il voto lo esercita.
Non votare non ferma il treno che sta viaggiando; permette semplicemente che siano solo gli altri a decidere la sua destinazione e chi sta al comando. È un atto di rinuncia, non di resistenza.
Il nostro voto, anche se dato al ‘meno peggio’ o a un piccolo partito, è l’unico strumento democratico che abbiamo per mettere un freno a ciò che non vogliamo o per dare una spinta a ciò in cui crediamo. Perdere il potere di scegliere è il vero prezzo della disillusione.
In merito ai mantra spesso si pensa siano solo formule atte a calmare la mente, in realtà hanno molte applicazioni (ṣat-aṅga e ṣaṭ-adhvan). La cosa più importante da sapere è che i mantra, soprattutto se inflatati dell’energia dei bīja, sono forieri del potere delle divinità: i bīja sono le divinità in forma sonora.
Questo assunto disegna, in base alla divinità di competenza, la funzione di un mantra, il potere ad esso connesso, le modalità della ripetizione (se cantato-kīrtana, sussurrato-japta, ripetuto mentalmente-manasā), a quale velocità, per quanto tempo e in quale fase lunare.
Di certo in stati emotivi particolarmente intensi, l’energia da trasformare in calma contemplativa (śāntarasa) è tanta e, allora, una tale situazione necessita di un mantra impetuoso (ugra) ma adeguato, del quale si conoscono le funzioni, ad un ritmo sostenuto, indirizzato verso sé stessi e non verso altri (perché altrimenti sarebbe magia…).
Sulla ricezione del mantra il Mālinīvijayottaratantram parla chiaramente: si può ricevere direttamente da una divinità attraverso un sogno propiziatorio, da un guru o da un testo sacro, di fatto non è bene prendere i mantra da internet se non si conoscono le regole di confezionamento (o meglio il Mālinī non cita internet tra le fonti e quindi sarebbe meglio evitare…).
Sul simbolismo della “fronte” e del “terzo occhio” nell’Islam e nell’induismo
ISLAM
1. Fonti coraniche e hadith
Corano 48:29:
i credenti “si riconoscono dai segni del loro volto, dalla traccia della prostrazione (sujūd)” — la “fronte” qui è segno di sottomissione e luce spirituale.
Corano 75:22-23:
“Alcuni volti in quel giorno saranno radiosi, guardando verso il loro Signore.” La luminosità del volto, quindi, esprime la “visione del divino” nell’Aldilà.
* Nella sunnah, il Profeta dice: “La luce del credente sarà davanti a lui e alla sua destra nel Giorno del Giudizio.” (Muslim, Ṣaḥīḥ). La fronte è il punto da cui la luce si irradia, segno di *nūr* (luce spirituale).
—
2. Simbolismo
– La “fronte” rappresenta il punto più alto del corpo che tocca il suolo nella prostrazione: simbolo di “annientamento dell’ego (fanāʾ)” e totale resa al divino.
– È anche associata al “destino” e alla conoscenza divina: “Il ciuffo (nāsiyah) di ogni essere è nella mano di Dio” (Corano 96:15-16), cioè la fronte come segno della sottomissione del libero arbitrio al volere divino.
—
3. Mistici sufi
Per i sufi, la fronte è sede del *nūr al-basīra*, la **luce della visione interiore**.
* Al-Ghazālī e Rūmī parlano della *basīra* come di un “occhio del cuore” (*ʿayn al-qalb*) che vede la realtà spirituale.
* Ibn ʿArabī, nel *Fuṣūṣ al-Ḥikam*, descrive l’uomo perfetto come colui in cui “l’occhio esteriore e quello interiore coincidono”, cioè la visione sensibile e quella divina si unificano — un’idea molto vicina al concetto di “terzo occhio”.
—
INDUISMO
1. **Fonti e concetti**
* Nelle Upaniṣad e nei testi tantrici, la fronte è la sede del **Ājñā chakra**, tra le sopracciglia, chiamato anche il **terzo occhio** (*jñāna cakra* o “occhio della conoscenza”).
* È il luogo di **Śiva**: il suo terzo occhio rappresenta la *jñāna* (conoscenza trascendente) che distrugge l’illusione (*māyā*).
2. **Simbolismo**
* Il “terzo occhio” è l’organo della **visione interiore** e della **coscienza unificata**: quando è aperto, si percepisce l’unità di Brahman in tutte le cose.
* È anche simbolo del **fuoco spirituale** che consuma l’ignoranza.
* Nella pratica, la *tilaka* o *bindi* sulla fronte indica proprio il centro della consapevolezza divina.
3. *Mistici e yogin*
* Nello yoga e nel tantra, l’apertura dell’Ājñā chakra segna il risveglio della **kundalinī**, cioè della forza divina latente.
* In autori come Ramana Maharshi o Abhinavagupta, la visione del Sé (*ātman*) è descritta come un vedere con “l’occhio dell’intelligenza pura” — parallelo quasi diretto alla *basīra* sufi.
—
Sintesi
Entrambe le tradizioni collocano nella **fronte** il punto in cui l’essere umano trascende la dualità:
* nell’**Islam**, è la resa totale dell’ego che si illumina della luce divina (*nūr Allāh*);
*
* nell’**Induismo**, è la trascendenza della mente che si apre alla visione del Sé (*ātman*).
In termini simbolici, il “terzo occhio” hindu e la “luce sulla fronte” islamica rappresentano la stessa dinamica interiore: **la trasformazione della conoscenza sensibile in conoscenza spirituale**, la visione del reale come *luce di Dio* o come *coscienza assoluta.
Un’autentica carrellata di militaristica idiosincrasia antirussa quella andata in scena al Grand Strategy Summit organizzato a Washington dalla Richard Nixon Foundation. A detta generale yankee a riposo Jack Keane, gli USA possono fornire a Kiev missili Tomahawk in tutta sicurezza, dato che gli ucraini non li useranno per colpire Mosca.
Si deve «aumentare la pressione militare, fornire armi offensive senza limitazioni; gli ucraini non hanno intenzione di attaccare Mosca solo perché ne hanno l’opportunità. I loro obiettivi sono militari e quello principale è la fabbrica di droni di Elabuga» in cui, afferma Keane, ventimila nordcoreani producono droni iraniani Shahed, oltre a missili da crociera e balistici. Quindi gli ucraini vogliono i Tomahawk, per poter «distruggere una grande fabbrica e altre strutture simili, così come bombardieri che lanciano missili da crociera e balistici». Lo stesso Keane ha tuttavia ammesso che ci siano problemi coi Tomahawk, «in termini di quantità; è una questione che non possiamo approfondire perché è classificata. Ma credo che gli ucraini abbiano bisogno di queste armi, e ho parlato dei probabili obiettivi di queste armi».
Incurante del ridicolo, Keane ha affermato che non sia stata la NATO a espandersi verso est, infrangendo le promesse fatte a Mosca, ma sono i russi che vogliono occupare l’Ucraina per poi procedere a un’offensiva contro l’Europa: «La Russia non ha cambiato i propri obiettivi strategici. Rovesciare il governo ucraino, prenderne il controllo e usare il paese come trampolino di lancio per l’espansione in Europa. Questi sono i suoi obiettivi, questa è la realtà. E ha diversi falsi argomenti a sostegno.
Primo, “la guerra è iniziata perché la NATO si è espansa verso est e minaccia la Russia”. Chi al mondo può crederci? La verità è che molti ci credono. Credono sinceramente che la guerra sia iniziata perché la NATO si è espansa». Ma no, la NATO non si è mossa «di un pollice» dal 1990 a oggi…
Pensateci, ha detto ancora Keane, dipingendo una “realtà” tutta sua: «tutti questi paesi hanno vissuto sotto regimi comunisti per 45 anni, e non volevano che ciò accadesse con la Russia. Non necessariamente comunista, ma autoritaria, e non lo volevano. Come impedirlo? Entrando nella NATO. È logico. E quali di questi paesi sono così aggressivi da voler invadere la Russia? Nessuno di loro. La NATO vuole invadere la Russia? No. Non c’è alcuna invasione».
Dunque, nella visione di Keane, l’adesione di tutti quei paesi alla NATO, con la presenza delle relative strutture politico-militari che non hanno alcunché di difensivo, non significherebbe espansione dell’Alleanza atlantica. Sembra quasi un gioco di parole: non è la NATO che si è allargata, sono quei paesi che hanno deciso di aderirvi determinandone l’allargamento. Siamo sicuri che il generale Keane crede davvero a quello che dice, come pure all’asserzione secondo cui la NATO «vuole invadere la Russia? No. Non c’è alcuna invasione». Che diamine: no, certo; non c’è nessuna aggressione, fintanto che EU, NATO, USA non si sentiranno sufficientemente preparati e armati per attaccare.
Tant’è che lo stesso Keane ha ammesso che gli USA sono riusciti a trasformare le Forze armate ucraine in un vero e proprio «mostro, di cui la Russia non è in grado di venire a capo ormai da quattro anni. Questo risultato è stato ottenuto trasferendo gradualmente armi sempre più letali a Kiev, nonostante i minacciosi avvertimenti di Mosca».
Tutto è cominciato all’inizio della guerra, ha detto Keane, quando l’Ucraina voleva aumentare il proprio potenziale militare; all’inizio, si trattava di mezzi semplici, come i «carri armati, poi sono arrivati i missili Himars, poi sono arrivati i Firestreak, e la lista continua, e poi sono arrivati gli Atacms… Nessuno di noi si era reso conto di quanto fosse cresciuto l’esercito ucraino dal 2014. Avevamo là generali americani, alcuni miei amici, che li aiutavano a costruire un esercito capace. Non avevamo idea di quanto fosse diventato capace. Abbiamo sottovalutato le loro capacità e sopravvalutato la Russia».
L’hanno così sopravvalutata che ora, alla pari dei media bellicisti megafoni di Kiev, non riescono a capacitarsi di come alcune decine di migliaia di soldati ucraini siano finiti nella sacca di Krasnoarmejsk, così che il Corriere della Sera fa di tutto per assicurare i lettori che no, non sono affatto circondati e anzi sono sufficienti alcune piccole sortite del GUR ucraino per sciogliere l’accerchiamento. Peccato che tali assicurazioni da via Solferino ricalchino solo le speranze di Kirill Budanov di mettersi in mostra, mentre i suoi reparti vengono liquidati prima ancora di entrare in combattimento.
Allo stesso convegno di Washington, un altro bellicista USA, ufficiale dell’Aeronautica militare e deputato dello Iowa, Zach Nunn ha tuonato che l’Occidente non permetterà a Vladimir Putin di «restaurare l’impero sovietico». Dunque, sia Repubblicani che Democratici sostengono l’idea di trasferire i missili Tomahawk ai nazigolpisti, così come i lanciamissili Patriot dalla Polonia, per «costringere i russi al tavolo delle trattative».
Gli Stati Uniti non devono ignorare ciò che «Putin ha fatto in tutto il mondo; riguarda tutti noi», ha detto Nunn; con le sue «politiche ostili e la sua disponibilità a sacrificare centinaia di migliaia di suoi cittadini durante un’offensiva fallita, Putin dimostra non solo la debolezza della Russia, ma anche la sua volontà di riconquistare Crimea e Donbass a qualsiasi costo e di restaurare l’impero sovietico».
Questa è un’iniziativa repubblicana per imporre sanzioni reali contro la Russia, ha detto il deputato, aggiungendo che il convegno ha ricevuto un ampio sostegno bipartisan, proprio come per i Tomahawk; «questo è uno dei modi migliori per affrontare la Russia e costringerla a tornare al tavolo dei negoziati e ad ammettere che facciamo sul serio».
In ogni caso, ha omeliato dalla stessa tribuna l’ex vicesegretario alla Difesa yankee, Robert Wilkie, gli ucraini devono essere in grado di colpire in profondità la Russia con gli stessi missili lanciati dai russi.
Allorché il moderatore ha osservato che «gli ucraini stanno facendo tutto ciò che la Casa Bianca vuole, ma Putin si rifiuta ancora di sedersi al tavolo delle trattative», Wilkie ha risposto che non ci si dovrebbe sorprendere di ciò che fanno i russi, dato che il defunto Christopher Hitchens, cui a quanto sembra Wilkie concede un diploma di storico (a tempo perso, ci sentiamo di aggiungere), parlava della storia russa come fatta di «crudeltà e violenze. Pogrom, antisemitismo, Centurie Nere, omicidi di massa di civili», cui, perbacco, è proprio il caso di aggiungere i pronostici di un altro “storico” di simil portata, quale il nazigolpista-capo Vladimir Zelenskij, secondo il quale ci saranno «altre storie di atrocità russe».
Vorremmo dire, con il Giulio Cesare del De Bello Gallico, che «Le voci in circolazione le arricchivano di molti altri particolari inventati di sana pianta, così che sembrava che la guerra fosse quasi finita».
Mentre le scuole si militarizzano, con visite guidate alle caserme e persino alle basi NATO, attraverso lezioni da parte di esponenti delle forze armate e i ragazzi vengono coinvolti nel processo di normalizzazione della guerra, provando armi e tute mimetiche, il Ministero dell’istruzione e del merito blocca l’iniziativa nazionale di formazione del personale docente ad una cultura didattica e pedagogica di Pace.
Cos’è avvenuto, in sintesi?
Per il 4 novembre, giornata delle forze armate, era stato promosso sulla piattaforma Sofia un corso di formazione, riconosciuto, dal titolo “La Scuola non si arruola”. Il convegno era stato accuratamente organizzato dal Centro Studi Trasformazioni Economico-Sociali e dall’Osservatorio nazionale contro la militarizzazione delle scuole e delle università.
Naturalmente, come ogni corso di formazione, prevedeva l’esonero dei docenti partecipanti. L’iscrizione al convegno è stata talmente ampia e inaspettata che inizialmente ha persino dato adito a dubbi.
Infatti qualche giorno fa dalla Piattaforma Sofia sono arrivate email agli iscritti di rigetto, causa numero massimo raggiunto.
Solo dopo è stato chiaro che è stato il Ministero stesso ad annullare il convegno.
Secondo la nota del Ministero guidato dal leghista Giuseppe Valditara, “l’iniziativa “La scuola non si arruola” non appare coerente con le finalità di formazione professionale del personale docente presentando contenuti e finalità estranei agli ambiti formativi riconducibili alle competenze professionali dei docenti, così come definite nel CCNL scuola e nell’Allegato 1 della Direttiva 170/2016.”.
“A scuola bisogna parlare solo di guerra e militarizzazione, con generali, ammiragli e manager delle aziende di morte, dunque.” Commenta Antonio Mazzeo, dell’osservatorio contro la militarizzazione nelle scuole. E non solo: poiché sono stati d’autorità vietati convegni sulla situazione in Palestina, con relatori come lo storico israeliano Ilan Pappè, bisogna essenzialmente parlare di Shoah e programmare viaggi d’istruzione ad Auschwitz.
La reazione dei docenti non si è fatta attendere. Il 4 novembre sono programmati eventi in tutte le piazze italiane.
Scrive USB scuola: “Il MIM sta sostanzialmente dicendo che un corso che ha come oggetto un tema estremamente attuale come la guerra e se l’educazione debba essere educazione alla pace e al rifiuto delle armi come soluzione dei conflitti non è oggetto di dibattito pedagogico, nonostante l’articolo 11 della Costituzione, per cui l’Italia ripudia la guerra.
“L’educazione è l’arma più potente che si può usare per cambiare il mondo”. Diceva Nelson Mandela.
Ed è un’arma (questa sì ) che non si può disinnescare con un diktat autoritario contro la scuola.
Vi terremo aggiornati dei prossimi sviluppi.
P.s. poco prima della pubblicazione dell’articolo l’Osservatorio ha pubblicato un nuovo comunicato annunciando che il convegno si terrà. Di seguito il testo:
4 NOVEMBRE! Noi il Convegno lo facciamo lo stesso!!!
Il Ministero dell’Istruzione e del Merito, come già comunicato in precedenza, ha annullato il corso di formazione e aggiornamento che il CESTES-PROTEO (ente di formazione accreditato presso il MIM) insieme all’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università aveva organizzato per il 4 novembre 2025 con il titolo “4 novembre, la scuola non si arruola”.
Le motivazioni ufficiali avanzate dal MIM sono che (si cita testualmente): “l’iniziativa “La scuola non si arruola” non appare coerente con le finalità di formazione professionale del personale docente presentando contenuti e finalità estranei agli ambiti formativi riconducibili alle competenze professionali dei docenti, così come definite nel CCNL scuola e nell’Allegato 1 della Direttiva 170/2016.”
L’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università ritiene che l’educazione alla pace, la critica all’ideologia militarista e l’analisi storica, economica e geopolitica di un conteso internazionale che sta precipitando l’umanità verso un ulteriore, forse il definitivo, conflitto armato mondiale siano temi assolutamente pertinenti alle competenze professionali dei docenti.
La comunità educante, dentro e fuori la scuola, ha il dovere di formarsi all’educazione civica per essere pronta alle sfide che si pongono le nuove generazioni e proporre soluzioni alternative alla legittimazione dei conflitti armati, alla normalizzazione della guerra e alla “cultura della difesa”.
Proprio mentre il MIM blocca le nostre iniziative pacifiste e nonviolente e annulla il Convegno “La scuola non si arruola”, a Milano, durante l’Expo Training, come riporta Il Fatto Quotidiano, la Polizia Penitenziaria mostra a degli studenti minorenni come usare una mitraglietta Beretta M12 come orientamento al lavoro. Ci chiediamo come mai su questo episodio, come su altri che costantemente denunciamo, il MIM e Valditara non intervengano con manovre repressive e censorie come quelle che hanno colpito il nostro Convegno con il CESTES.
Per questi motivi, l’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università decide di disobbedire e di svolgere ugualmente un Convegno che, però, non potrà godere dell’accreditamento presso il MIM, per cui non è possibile chiedere un esonero per formazione per il personale scolastico.
A breve pubblicheremo il programma del Convegno e le modalità per poterlo seguire, mentre confermiamo tutte le piazze per il pomeriggio (qui la lista).
Restate aggiornate/i.
Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università
Questo signore in foto è Ovidio Marras, che all’inizio degli anni Duemila ha rifiutato 12 milioni di euro offerti da multinazionali estere per l’acquisto della sua terra, che fiancheggiava lo splendido litorale di Chia, in Sardegna. Dalla sua vicenda è stato tratto un film, La vita va così, presentato al Festival di Roma, che sta sbancando al botteghino.
La sua storia ci insegna che prima dei soldi viene la dignità. Prima dell’interesse personale viene la lealtà. Prima del materialismo viene lo Spirito.
Sono i valori che per via materna mi sono stati insegnati quando nei primi ventitré anni della mia vita ho vissuto in Sardegna e che hanno scolpito la mia interiorità a caratteri cubitali.
Sì, c’è un po’ di Ovidio Marras anche in me. Vivere in Sardegna, quella autentica, lontana dagli stabilimenti balneari, selvaggia e indomita, è un’esperienza spirituale. La mia anima non poteva scegliere luogo migliore in cui rinascere e imparare finalmente a splendere.