Seppure vogliamo accettare l’ipotesi rinnegativa sulle qualità positive delle civiltà terrestri nel nuovo mondo, senza scomodare il dibattito secolare con i propositivi come Las Casas, ciò non significa che la conquista del nuovo mondo non sia stato un sacrilegio. Vi sono prove che oltre ai vichinghi ancora prima i cinesi e gli stessi romani conoscevano l’esistenza di altri continenti. Ne è una prova il fatto che esiste in vaticano un planisfero del 1300 completo in cui risulta la stessa Antartide e di cui si sostiene che Colombo era a conoscenza di questa mappa, visto che il genovese era finanziato non solo dai reali di Spagna e da usurai ebrei ma anche da Roma papalina. E quindi sorge spontanea una domanda. Se le maggiori civiltà o addirittura gli antichi conoscevano già il nuovo mondo perché Colombo è stato inviato a metterne in scena la sua scoperta? Era forse una volontà divina quello di separare la spontanea crescita dell’autosviluppo storico delle civiltà? Se la risposta è affermativa allora significa che vi erano cattive intenzioni nella messa in scena di questa scoperta da ebete di un idiota che raccontava equivocamente di voler raggiungere le indie attraverso l’oceano atlantico. E ritengo che la ragione di ciò sta tutta nella sconfitta dei ghibellini che ebbe inizio con la morte prematura di Federico II di Svevia, in quanto l’impero ha sempre funzionato come un argine verso i comportamenti sacrileghi. Il male sta nel decidere di interferire sulla spontaneità dello sviluppo storico autocentrato di queste civiltà extra-eurasiatiche, esterne alle vicissitudini vicine e lontane tra le civiltà continentali di Eurasia. Anche i musulmani erano a conoscenza del nuovo mondo eppure non l’hanno invaso. Infatti il vero movente secondo alcuni studiosi l’obiettivo era di ostacolare i commerci e i traffici sulle vie della seta. Era una guerra contro il predominio della lontana Cina della dinastia dei Ming. E non dimentichiamoci che gli usurai ebrei non finanziano a vuoto spedizioni senza ricavarne qualcosa. Sono riflessioni che partono dal presupposto che il dio Quetzacotl degli antichi maya e aztechi era bianco con gli occhi azzurri e che profezia religiosa vuole sarebbe ritornato da est su quelle terre a cavallo di “farfalle volanti” nei tempi ultimi. Il sacrilegio sta nell’interferenza della profezia. Questo è il male. Poiché Dio è unico e le profezie sono tante quante sono le civiltà. Questo è uno dei tanti motivi per cui il papato come istituzione, insieme al vaticano, deve scomparire dalla faccia della terra. Per sempre.
A cura di Sandro Consolato – Tratto da Pillole Evoliane
“Quanto al ‘tempo di arresto’, ciò è esatto. Arresto però non vuol dire necessariamente fine. Circa i libri, specie per quel che si riferisce al far conoscere adeguatamente altri aspetti o dottrine del mondo della Tradizione, probabilmente si presenterà qualche altro tema; del resto, non vedo come, altrimenti, potrei impiegare gran parte del tempo che ho a disposizione. Per il resto, per l’ ‘impegnarmi’ in un diverso àmbito, ciò non dipende da me: occorrerebbe che si presentasse qualcosa che ne valesse veramente la pena, che io avessi il senso di essere veramente richiesto e necessario. All’appello allora non mancherei di certo. Debbo però specificare che non dovrebbe trattarsi di piccole iniziative, di aggregazione a gruppetti non controllati e friabili, quali pur siano le loro intenzioni o velleità: con ciò andrei solo a pregiudicare quel po’ di autorità che in un più vasto àmbito posso avere e a fornire altri pretesti a coloro che cercano in ogni modo di squalificarmi. Che si delinei un complesso unito, organizzato con una disciplina ferrea, impersonale, prussiana, che si abbia un ambiente serio che risponda come quello dove un tempo ebbi a parlare, per gli istruttori della Milizia a Roma, per capi delle SS a Berlino, e che si possa tenere fermamente in mano: allora mi vedreste rispondere in modo incondizionato, per quanto lo permette il mio handicap fisico. Non occorre dire che se esistesse, per un complesso del genere, un capo al quale potessi riconoscere una superiore autorità, non esiterei ad obbedirgli. Tutto ciò ora è inesistente, né posso mettermi io a crearlo dal nulla. Sapete le difficoltà che voi stessi incontrare, per molto meno. Il mio atteggiamento attuale è, pertanto, quello di una neutralità non escludente una condizionata disponibilità.”
(J.E., intervista A colloquio con Evola, n° di gennaio/febbraio 1964 di O.N., in J.E., I testi di Ordine Nuovo, a c. di R. del Ponte, Ar, Padova 2001)
I Figli delle stelle sono persone che provano nostalgia e eccitazione all’idea che potrebbero essere originari di un altro mondo. Fanno esperienza della solitudine e del senso di separazione tipici della condizione umana, ma oltre a questo hanno anche la sensazione di essere stranieri su questo pianeta. Trovano i comportamenti e le motivazioni della nostra società illogici e difficili da capire. I Figli delle Stelle sono esseri evoluti provenienti da un altro pianeta, un altro sistema solare o galassia, la cui specifica missione è assistere il Pianeta Terra e la sua popolazione all’ingresso nella Nuova Era che sta iniziando ora e che sarà presente su scala ancora maggiore nel prossimo futuro. I geni dei Figli delle stelle hanno in sè un codice di “chiamata al risveglio”, che serve a “attivarli” a un momento predeterminato della loro vita. Il risveglio può avvenire in modo delicato e graduale o può invece essere del tutto improvviso e drammatico.
In entrambi i tipi di evento, viene recuperato un certo grado di memoria, che permette ai Figli delle stelle di assumersi coscientemente la responsabilità della propria missione. Anche le connessioni con i loro Sè Superiori vengono rafforzate, e questo permette loro di venire guidati in larga misura dalla loro conoscenza interiore.
Dal momento che il loro compito è tra i più difficili da svolgere in una dimensione densa come la nostra, i Figli delle stelle sono stati selezionati dalla nostra galassia e oltre. Pochi esseri si presterebbero volontari per compiere un lavoro simile, col rischio di dimenticare chi sono e di perdere la loro connessione con i loro Sè Superiori divini.
Anche se i Figli delle stelle costituiscono una percentuale molto piccola della popolazione della Terra, la loro missione è importante e molto varia. Prima di tutto, devono attraversare questa vita fisica e riuscire a ricordarsi chi sono. Quando questa connessione viene fatta, vengono attratti a intraprendere un processo di trasformazione che li porta a divenire interi, centrati, e connessi con il loro Sè Superiore. Una volta che i Figli delle stelle realizzano chi sono, possono iniziare a aiutare le anime Terrestri illuminate a ancorare la luce alla Madre Terra.
Questo pianeta non può sopravvivere senza l’Intervento Divino stabilito dal Creatore. I Figli delle stelle vengono risvegliati e sono pronti per ancorare la luce al pianeta, eseguire rituali, meditare e focalizzare le proprie energie sulle situazioni che richiedono di essere cambiate per il bene di tutti.
L’energia sessuale è potente, è creativa, è densa, è un mix di diversi tipi di vibrazioni e può viaggiare e posizionarsi su diverse frequenze. Riporto queste mie considerazioni perchè da giorni percepisco un formidabile picco di energie sessuali in movimento nell’etere (reticolo olografico in cui siamo) che in questo periodo ” molto strano” di forte condizionamento e repressione sembra, ma solo apparentemente, una anomalia di cui è facile meravigliarsi. Affermo questo non soltanto per quanto riguarda me personalmente, ma è un fenomeno che coinvolge anche molti altri che osservandosi ne sanno contemplare, per fortuna con consapevolezza, le dinamiche e l’evoluzione, senza farsi risucchiare dall’istinto fisico ed animalesco per poi lasciarsi fagocitare dalla ricerca del piacere materiale immediato. È un’energia così particolare che, se incanalata diversamente dal metodo (diciamo così) classico, ha un fortissimo potere di manifestazione e trasmutazione. Infatti, alcuni si prefiggono l’obiettivo di poter usare il sesso e l’energia che ne deriva come sistema di trascendenza ed evoluzione morale/energetica, potenziando quindi anche la loro stessa energia vitale e spirituale;….mentre altri ne fanno e ne faranno “davvero” uno strumento di sfruttamento, coercizione e violenza Quindi il mio consiglio (dettato anche dal lavoro che svolgo su me stesso), quanto più mentre ci troviamo in questo particolare “spazio/tempo” così anomalo, è quello di non sprecarla affatto, ma nemmeno di trattenerla!…Piuttosto di poterla esprimere con un’anima consapevole con cui sia possibile realizzare una trasmutazione. Quella trasmutazione sessuale che consiste nella pratica (non facile) di incanalare e dirigere la tua/nostra energia sessuale (e quella del partner) verso uno scopo “più elevato”. Essendo una delle energie assolutamente più potenti che esistano (almeno in questo contesto), la nostra energia sessuale può essere diretta verso il raggiungimento di elevati obiettivi (guarigione individuale e collettiva, scioglimento di legami karmici, trascendere la matrice, ecc.), manifestando sogni (il significato del mondo onirico) e sperimentando stati di coscienza più profondi (proiettarsi, anche contemporaneamente, su altri e più piani). Ovvio che sia anche possibile usare l’energia sessuale senza l’assistenza complementare del partner per chi abbia deciso o decidesse in tal senso;…ovvio sempre con il fine di alimentare il proprio lavoro interiore/spirituale e infondere quanta più intensità nel proprio percorso. Ormai da tempo la mia personale visione è che senza la trasmutazione dell’ energia sessuale, non abbiamo alcun potere o perlomeno è notevolmente ridotto. Per questo oggi (ma non solo da oggi) il sesso è opportunamente commercializzato in modo che risulti merce da vendere/comprare e l’approccio ad esso sia di tipo compulsivo strettamente legato al godimento esclusivo del piacere immediato. Chiediamoci: se l’energia sessuale all’interno dell’umanità può diventare così forte che ci spinge a ferire gli altri o rischiare la prigione per saziarla, immaginiamo cosa potrebbe accadere se sfruttassimo questa energia e la dirigessimo verso uno scopo più grande? Il Sesso deve essere compiuto da svegli, con la coscienza sveglia. Ogni carezza, ogni bacio saranno gesti immortali e senza tempo se avviene nel risveglio dell’amore, anche e soprattutto nel corso di quel maledetto/benedetto famoso e irresistibile cortocircuito e blackout che si chiama orgasmo.
Ne L’essere e il nulla Sartre si propone di fare, come dice il sottotitolo dell’opera, un Saggio di ontologia fenomenologica. Come si vede, egli si muove nella direzione del discorso heideggeriano, assumendo, analogamente a quanto fa il filosofo tedesco, la fenomenologia come metodo d’indagine.
Il discorso, dunque, è sull’essere. Ma, per portarlo avanti, dice Sartre, bisogna distinguere il “fenomeno d’essere” dall'”essere del fenomeno”. Secondo la fenomenologia, gli enti “si manifestano” a me che “li intenziono”; dunque, l’ente si fa fenomeno per me; pertanto bisogna distinguere la manifestazione in quanto tale, che è il “fenomeno d’essere”, e ciò da cui il fenomeno scaturisce, ossia l'”essere del fenomeno”. Il “fenomeno d’essere” pertanto rimanda sempre all'”essere del fenomeno”, come alla sua condizione, come al suo fondamento.
Il fenomeno d’essere è un appello all’essere; esso esige, in quanto fenomeno, un fondamento che sia transfenomenico. Il fenomeno d’essere esige la transfenomenicità dell’essere. (L’essere e il nulla)
Tuttavia, l’essere di cui io colgo il fenomeno, “non si risolve nel fenomeno”, e parimenti “non si trova nascosto dietro” di esso né può essere “distinto” realmente da esso. Insomma l’essere è “coestensivo al fenomeno” ma “deve sfuggire alla condizione fenomenica”, cioè non può esistere solo in quanto “automanifestazione”. L’essere, perciò, “deve oltrepassare e fondare la conoscenza che se ne ha”.
Anche io sono “essere”, la mia coscienza è essere; tuttavia questo essere ha carattere specifico. La coscienza è anzitutto “tetica”, “intenzionale”, “posizionale”; cioè è sempre “coscienza di qualcosa”; e questo “qualcosa” non coincide con la coscienza stessa, è esterno ad essa (ad es. un tavolo) e le si rivela come “fenomeno”.
Ma per essere “tetica” essa dev’essere insieme coscienza di sé. Tuttavia, mentre come “coscienza di qualcosa”, essa “pone” qualcosa come suo oggetto, come “coscienza di sé” essa non pone che se stessa (coscienza non tetica); mentre, cioè, il tavolo è conosciuto, la coscienza non è “oggetto” di conoscenza; mentre il tavolo esiste per me che ne percepisco il fenomeno, la mia coscienza non esiste per me come distinta e posta da me; la mia coscienza sono io stesso. Mentre l’essere del tavolo è riconosciuto da me, l’essere della coscienza c’è senza un riconoscimento, senza un atto conoscitivo.
Husserl ha posto in chiaro come la coscienza sia sempre coscienza di qualcosa. Ogni coscienza è posizionale in quanto sempre essa si trascende per raggiungere un oggetto, esaurendosi in questa posizione stessa: quanto vi è di intenzionale nella mia coscienza attuale è diretto verso il fuori, verso il tavolo. Tuttavia la condizione necessaria e sufficiente perché una coscienza conoscente sia conoscenza del suo oggetto, è che essa sia coscienza di se medesima come conoscente questo oggetto. Si tratta di una condizione necessaria, perché se la mia coscienza non fosse cosciente d’essere coscienza del tavolo, sarebbe coscienza del tavolo senza esser cosciente di esserlo, ossia sarebbe una coscienza ignorante se stessa, una coscienza incosciente: il che è assurdo. Che cos’è questa coscienza di coscienza? La coscienza di sé non è sdoppiabile (in coscienza conoscente e coscienza conosciuta)…; bisogna concepirla come rapporto immediato e non cogitativo di sé a sé… In altre parole ogni coscienza posizionale di un oggetto è nello stesso tempo coscienza non posizionale di se stessa. (L’essere e il nulla)
Dunque, c’è una differenza sostanziale tra l’essere che diviene “fenomeno” per la mia coscienza, e l’essere stesso della mia coscienza. Il primo è un “essere in sé”, il secondo è un “essere per sé”.
L’essere è sé. Ciò significa che non è né attività né passività. Non si può tuttavia dirlo “immanente a se stesso”, perché l’immanenza è sempre un rapporto a se stesso. Ma l’essere non è rapporto a se stesso, è invece se stesso. Riassumeremo tutto questo dicendo che l’essere è in sé. Che l’essere sia in sé significa che esso non rinvia a sé, come fa la coscienza di sé: questo sé esso lo è. In realtà, l’essere è opaco a se stesso e lo è perché è pieno di se stesso. È ciò che diremo meglio affermando che l’essere è ciò che è. L’essere è, l’essere è in sé, l’essere è ciò che è. Ecco i tre caratteri che l’esame provvisorio del fenomeno d’essere ci permette di attribuire all’essere del fenomeno. (L’essere e il nulla)
Detto in altri termini l’essere è “pieno di sé”, è “massiccio” senza distanza tra sé e sé. Quindi è sempre “identico a sé”; è immodificabile. Non può essere ciò che non è, né può non essere ciò che è. E non rimanda ad “altro da sé”, come sua ragion d’essere, o causa, o fine. Esso è; ed è ciò che “di fatto è”: “coincide” senza residui, “in una piena adeguazione”, con se stesso
Nell’essere cosi concepito non sussiste la minima dualità, è ciò che esprimiamo dicendo che la densità d’essere dell’in-sé è infinita. Esso è il pieno L’in-sé è pieno di se stesso e non si potrebbe immaginare una pienezza piú totale, una adeguazione piú perfetta di contenente e contenuto nell’essere non sussiste il minimo vuoto, la minima incrinatura, attraverso cui possa insinuarsi il nulla. (L’essere e il nulla)
L’essere della coscienza invece è tutt’altra cosa, la sua caratteristica è che “non coincide con se stesso”; se la coscienza fosse “piena”, “massiccia”, “opaca”, “in sé”, non sarebbe “trasparente a sé”, non potrebbe essere “presente a se stessa”, non sarebbe “coscienza di sé”.
La presenza a sé sta ad indicare che una impalpabile fessura si è insinuata nell’essere. Se è presente a sé significa che non è piú totalmente sé. La presenza è una degradazione immediata della coincidenza, perché suppone la separazione. Ma se chiediamo ora: che cosa separa il soggetto da se stesso? dobbiamo rispondere: nulla. (L’essere e il nulla)
Cioè, non c’è “qualcosa” che separi da sé la coscienza; tuttavia la separazione, la distanza, c’è; è una distanza praticamente nulla ma c’è; c’è in seno alla coscienza perché questa possa essere coscienza di sé, presenza a sé. O, detto in altro modo, la coscienza, per essere tale, non dev’essere un “essere in sé”; se “essere in sé” è “qualcosa”, la coscienza dev’essere “nulla”; ma che cosa può “rendere nulla”, “nullificare” la coscienza? La coscienza stessa! Dunque la coscienza, per esser se stessa, deve nullificare il suo essere, l’identità con se stessa, la sua “inseità”, il suo “essere in sé”. L’essere della coscienza pertanto dev’essere nulla, nel senso che deve continuamente “nullificarsi” per essere; l’essere della coscienza anzi consiste nel suo “nullificarsi” continuo, nel suo trascendersi, nel suo porsi al di là di se stesso.
In tal senso la coscienza non è “in sé”, ma “per sé”.
L’essere della coscienza, in quanto coscienza, è tale da esistere a distanza da sé come presenza a sé; questa distanza nulla che l’essere porta nel suo essere, è il nulla. Ne viene che affinché esista un sé, occorre che l’unità di questo essere comporti il suo proprio nulla come nullificazione dell’identico. Il per-sé è l’essere che si determina esso stesso ad esistere come tale da non poter coincidere con se stesso. Cosí il nulla è questo buco d’essere, questa caduta dell’in-sé in quel sé in virtú di cui si costituisce il per-sé. Il nulla è la messa in questione dell’essere da parte dell’essere, cioè proprio la coscienza o per-sé (L’essere e il nulla)
Sicché la coscienza, come essere, introduce il nulla nell’essere in generale.
Il nulla, essendo nulla d’essere, non può venire alla luce che in virtú dell’essere stesso. E viene infatti all’essere ad opera d’un essere singolare, l’essere dell’uomo, l’Esserci. La realtà umana, l’Esserci, è l’essere in quanto, nel suo essere e per il suo essere, è il fondamento unico del nulla nel seno dell’essere. (L’essere e il nulla)
E poiché l’essere in sé ha senso e significato per la coscienza, l’essere ha il suo fondamento non in se stesso, ma nella coscienza; che, a sua volta, e contemporaneamente, è fondamento di se stessa. La coscienza, nullificando il suo in-sé, attua se stessa, e nullificando l’essere in-sé che sta fuori di essa stessa, lo fa esistere, fa si che esso ci sia per lei.
Il per-sé è l’in-sé perdentesi come in-sé per fondarsi come coscienza. La coscienza trae dunque da se stessa il suo esser coscienza e non può rinviare che a se stessa, in quanto è la propria nullificazione; ma ciò che si annulla nella coscienza, senza tuttavia potere esser detto fondamento della coscienza, è l’essere in sé contingente. L’in-sé non può fondare nulla. Se fonda se stesso lo può soltanto dandosi la modificazione del per-sé. E’ fondamento di se stesso in quanto non è già piú in sé: qui incontriamo l’origine di ogni fondamento. Se l’essere in sé non può essere né il proprio fondamento né quello di alcun altro essere, il fondamento in generale viene all’essere in virtú del per-sé. Il per-sé non soltanto fonda se stesso come in sé nullificato, ma con lui fa la sua prima apparizione il fondamento come tale. (L’essere e il nulla)
Sartre procede ad un’analisi pignola del per-sé, della coscienza. Il per-sé è legato all’in-sé, nel senso che lo fonda nullificandolo, lo fa essere negandolo come in-sé. Ciò sia dell’in-sé della coscienza, sia dell’in-sé degli enti extracoscienziali.
È lo stesso per-sé che determina costantemente se stesso a non essere l’in-sé. Il che significa che il per-sé non può procedere a fondare se stesso che a partire dall’in-sé e contro l’in-sé. La nullificazione… rappresenta il legame originale fra l’essere del per-sé e l’essere dell’in-sé. (L’essere e il nulla)
Il per-sé è l’origine della negazione, e sussiste per e attraverso la negazione.
Il per-sé, come fondamento di sé, coincide col sorgere della negazione. Esso si fonda in quanto nega di sé un certo essere o una certa maniera d’essere. Sappiamo che ciò che esso nega o nullifica è l’essere in sé. Ma non un qualunque ed astratto essere in-sé: la realtà umana è in primo luogo il suo proprio nulla. Ciò che essa, in quanto per-sé, nega o nullifica di sé, non può essere che sé. E poiché essa è costituita nel suo senso da questa nullificazione, ne viene che è il sé come “essere in-sé mancato” ciò che costituisce il senso della realtà umana. (L’essere e il nulla)
Evidentemente la nullificazione non è l’annientamento che produce il dileguarsi, la scomparsa dell’essere. La coscienza nega se stessa, ma come in-sé; nega cioè il carattere di identità con sé, di immobilità, di “pienezza di sé” che caratterizza ogni in-sé. La coscienza nega l’essere extracoscienziale non nel senso che lo fa scomparire, ma nel senso che ne nega il suo “essere in sé”, la sua “estraneità” rispetto ad essa, il suo “stare oltre” la coscienza.
Sicché la coscienza è definibile pure come ciò che trascende se stesso negando la trascendenza dell’in-sé.
Nel trascendere se stessa, cioè nel nullificare sé e l’in-sé, la coscienza attua la sua libertà; anzi la libertà è la condizione implicita della nullificazione, e, per la coscienza, la condizione d’essere se stessa.
Sulla base di questi presupposti teorici Sartre delinea il suo esistenzialismo. L’uomo è coscienza, trascendimento continuo di sé; la sua esistenza consiste in questo trascendersi continuo; egli non “è” qualcosa, ma “diviene” sempre; nella sua vita non esplicita un’essenza prefissata, ma la costruisce via via. In tal senso, contrariamente a quanto – egli dice – si è sostenuto finora in filosofia, l’esistenza precede l’essenza.
In termini filosofici, ogni oggetto ha un’essenza e un’esistenza. Un’essenza, cioè un assieme costante di proprietà; un’esistenza, cioè una certa presenza effettiva nel mondo. Molti credono che prima venga l’essenza e poi l’esistenza… Tale idea trova la sua origine nel pensiero religioso… E per tutti coloro i quali credono che Dio crei gli uomini, bisogna pure ch’egli l’abbia fatto riferendosi all’idea che aveva di loro. Ma anche quelli che non hanno la fede hanno conservato l’opinione tradizionale secondo cui l’oggetto non esisteva mai se non in conformità con la sua essenza; e l’intero XVIII secolo ha pensato che vi era un’essenza comune per tutti gli uomini, chiamata natura umana. L’esistenzialismo reputa, al contrario, che nell’uomo, e solo nell’uomo, l’esistenza precede l’essenza. Ciò significa semplicemente che l’uomo anzitutto è e che poi è questo o quello. L’uomo deve crearsi la propria essenza. (Action del 27-12-1944)
L’essenza che l’uomo si crea non è un’essenza universale; es i crea quei caratteri specifici della sua individualità, e li crea attraverso la sua libera “scelta”. Certo, la scelta non è assolutamente incondizionata; essa ha luogo nell’ambito delle possibilità che caratterizzano la situazione di ciascuno. “L’uomo non è che una situazione. È totalmente condizionato dalla sua classe sociale, dal suo guadagno, dalla natura del suo lavoro, condizionato fin nei sentimenti, fino nei suoi pensieri”. Pur cosi condizionato, tuttavia l’individuo, e solo lui, “decide” sul significato della sua condizione. Io posso esser malato; non è, questa situazione, il frutto di una mia scelta, tuttavia: “Io non posso esser malato senza scegliere il modo secondo cui formo la mia infermità (come “intollerabile”, “umiliante”, “da tenersi nascosta”, “da rivelare a tutti”, “oggetto di orgoglio”, “giustificazione dei miei scacchi”)”.
Dunque l’uomo “sceglie se stesso” ma “non nel proprio essere” bensí “nella sua maniera di essere”. È lui che sceglie obiettivi, scopi, valori, e decide in conseguenza, ed agisce con le modalità di comportamento ch’egli stesso ha stabilito. Ed è libero al punto che le scelte precedenti non lo condizionano totalmente; può infatti riesaminare le decisioni assunte, rimettere in discussione le scelte riformare continuamente gli obiettivi, riformulare scopi e valori. Questo potere di scelta, che investe anche il campo degli scopi e dei valori, non ha alcun punto di riferimento; si sceglie senza punti d’appoggio, senza un criterio preordinato. Certo, c’è una “scelta profonda” che dà senso a tutte le nostre decisioni particolari; ma essa non è modellata su un criterio esterno alla nostra esistenza anzi “fa tutt’uno con la coscienza che noi abbiamo di noi stessi”. L’uomo dunque è radicalmente libero; non solo negli “atti volontari”, ma anche nelle emozioni, nei sentimenti, nelle passioni. Anzi la libertà è il contrassegno che caratterizza specificamente l’esistente, lo caratterizza nel suo quid proprium.
Ci è stato possibile comprendere come la realtà umana sia il proprio nulla. Essere, per il per-sé, è annullare l’in-sé che esso è. Cosi stando le cose la libertà non può esser null’altro che questa nullificazione. È in virtú sua che il per-sé sfugge al suo essere nel senso di essenza, è in virtú sua che esso è sempre qualcos’altro da ciò che si può dire di lui. Dire che il per-sé ha da essere ciò che è, dire che esso è ciò che non è nel mentre non è ciò che è, dire che in lui l’esistenza precede e condiziona l’essenza… equivale a dire che l’uomo è libero. (L’essere e il nulla)
Ma l’esser liberi non è in senso proprio un privilegio, bensí una condanna.
Io sono per sempre condannato ad esistere al di là della mia essenza, al di là del moventi e del motivi della mia azione, sono condannato ad essere libero. E ciò significa che non è possibile trovare alla libertà altri limiti oltre se stessa, o, se si preferisce, che non siamo liberi di cessare di essere liberi. (L’essere e il nulla)
Essere liberi è un peso da sopportare. Tant’è vero che molti mascherano o rifiutano la propria libertà.
Nella misura in cui il per-sé cerca di incorporarsi l’in-sé come suo autentico modo d’essere, esso cerca di mascherare a se stesso la propria libertà. Il rifiuto della libertà non può quindi attuarsi che come tentativo di concepirsi come essere-in-sé. (L’essere e il nulla)
Ma questa, di sottrarsi alla propria libertà, è operazione vana; infatti significherebbe sottrarsi al proprio “essere” umano, il che è impossibile.
L’Esserci umano è libero proprio perché è a se stesso insufficiente perché è costantemente sottratto a se stesso. L’uomo è libero perché non è se stesso ma presenza a se stesso. Un essere che fosse ciò che non è non potrebbe esser libero. Abbiamo visto infatti come per la realtà umana esserci significa scegliersi… Essa è totalmente abbandonata (e senza rimedio alcuno) alla ineliminabile necessità di farsi essere anche nel più piccolo particolare. E perciò la libertà non è un essere, ma l’essere dell’uomo. (L’essere e il nulla)
Questa condanna alla libertà fa si che la scelta sia sempre angosciosa; la continua instabilità dell’uomo, il suo costante impegno a scegliersi, a farsi, la non definitività delle scelte e delle decisioni, la ingiustificabilità delle stesse scelte (la scelta non ha infatti parametri di valutazione, criteri precostituiti) sono per l’uomo fonte di angoscia.
L’angoscia rivela alla coscienza la nostra libertà e testimonia la costante modificabilità del progetto iniziale. Nell’angoscia non ci limitiamo a renderci conto del fatto che i possibili da noi progettati sono costantemente rosi dalla nostra libertà in attuazione, ma comprendiamo inoltre la scelta, ossia noi stessi, come ingiustificabili; il che vuol dire che ci rendiamo conto che la scelta non trae origine da alcuna realtà anteriore, ed è anzi, tale da dover fungere da fondamento dell’insieme dei significati che costituiscono la realtà. In tal modo siamo costantemente impegnati nella scelta di noi stessi e costantemente consapevoli di poter bruscamente rovesciare la scelta ed invertire la rotta. Siamo pertanto sotto la costante minaccia della nullificazione della nostra scelta attuale, sotto la costante minaccia di divenire altri da ciò che siamo. Proprio per il fatto di essere assoluta, la nostra scelta è fragile. (L’essere e il nulla)
Oltre che nel segno dell’angoscia la scelta si muove in quello della responsabilità. La consapevolezza che la sua scelta va oltre se stesso, spinge l’uomo a sentirsi responsabile non solo di ciò che pensa e fa ma anche di ciò che avviene esternamente a lui e su cui egli non ha potere diretto.
La conseguenza fondamentale che deriva… è questa: essendo l’uomo condannato ad esser libero, egli porta sulle sue spalle il peso del mondo intero, l’uomo è responsabile del mondo e di se stesso quanto al modo di essere. Usiamo qui il termine “responsabilità” nel suo significato corrente di “coscienza (d’)esser l’autore incontestabile di un evento o d’un oggetto”. In questo senso la responsabilità del per-sé è opprimente; egli è infatti colui per cui accade che “ci sia” un mondo. E poiché è anche colui che “fa essere se stesso”, qualunque sia la situazione in cui il per-sé si trovi deve assumere totalmente questa situazione col suo coefficiente di avversità. Questa responsabilità assoluta non è però accettazione; è la semplice rivendicazione logica delle implicanze della nostra libertà. (L’essere e il nulla)
Io anzi sono sempre responsabile anche di certe situazioni o dati di fatto indipendenti dalla mia volontà; ne sono responsabile come se li avessi scelti, in virtú dell’atteggiamento che assumo di fronte ad essi. Se sono mobilitato in guerra, questa guerra è la mia guerra; certo non l’ho scelta io; ma tuttavia non mi sono sottratto ad essa, ad esempio con la diserzione; dunque, in qualche modo l’ho scelta e ne sono responsabile. Oppure: io non ho scelto di nascere, tuttavia mi atteggio sempre in qualche modo di fronte alla mia nascita; essa non mi è indifferente: posso vergognarmene, ad esempio, o esserne fiero; dunque io assumo in me la mia nascita essa esiste per me nel modo in cui la “vivo” ora; pertanto l’ho scelta.
Gli oggetti che costituiscono il mondo sono dunque in-sé. Essi mi sono “trascendenti”. In sé non hanno significato, né carattere né proprietà. Ne acquistano quando diventano “per me”, quando si presentano come “fenomeno” alla mia coscienza. È per la mia coscienza ch’essi acquistano un senso, un’intelligibilità; per essa vengono all’esistenza. E il loro “esser per me” si risolve nell’essere “miei utensili”, strumenti del mio progetto esistenziale, delle mie scelte, della mia libertà. Utensili senza una funzione propria, specifica; infatti possono assumere molteplici funzioni proprio in relazione al mio progetto.
Il che significa che il mondo assume significati diversi in relazione alla nostra specifica situazione, ai programmi che ci proponiamo. Noi scegliamo il mondo – non nel suo contesto in sé, ma ne suo significato – scegliendo noi stessi. Esso “dipende” da noi.
Trascendenti la mia coscienza sono anche “gli altri”. Sono, certo miei simili, dotati di coscienza come me; ma in quanto “in-sé” sono radicalmente estranei a me, sono “oggetti” come le cose. Anch’essi acquistano un senso e un’esistenza per me quando entrano nei miei progetti. Ma il loro entrare nei miei progetti non è uguale a quello degli utensili. Essi sono, come me, dei “per-sé”, hanno un mondo relativo ai loro progetti, che non coincide con il mio mondo. Anzi, in virtú dei loro progetti, io, per loro, sono mezzo, esisto in virtú del loro conferirmi un ruolo, un senso.
Dunque, tra “me” e “gli altri” non è possibile altro rapporto che quello conflittuale. Per esistere essi “mi negano” come “in-sé”; per attuare la loro libertà essi negano lo stesso mio mondo; “sottraggono”, insomma, a me il mio mondo e me stesso; gli oggetti non sono piú miei, perché entrati nel progetto e nella valutazione dell’altro; io non sono piú io, perché l’altro mi giudica trattandomi come un in-sé, e mi utilizza per i suoi scopi, per i suoi valori e per le sue scelte.
L’altro, anche solo guardandomi, spossessa me di me stesso, si appropria di me, mi rende “oggetto” per sé. Io non sono piú un “per-sé” ma una “cosa” tra le altre, “parte” del mondo dell’altro. L’esistenza dell’altro dunque “mi colpisce in pieno cuore”, mi crea il “malessere”, mi getta nella “vergogna” di esser “caduto” al ruolo di “cosa utilizzabile”, mi produce quel senso di instabilità che dipende sia dal fatto che so che io esisto per l’altro perché l’altro mi fa esistere (sia pure come cosa), sia perché so che l’altro “mi mette in pericolo”, col suo “dominio” su di me.
Ciò caratterizza ogni specie di rapporto. Anche quello d’amore, che altro non è se non volontà di dominio, di conquista, di possesso dell’altro. Ma – e qui sta la specificità dell’amore – non di possederlo come “cosa”, ma come “soggetto”; di possederne la libertà, cioè il suo stesso esistere. E infatti chi ama aspira a dissolvere il “tu” dell’amato nel proprio “io”; ma non totalmente, perché ciò comporterebbe la solitudine, e quindi la fine dell’amore; perciò l’amante vuole essere amato, vuole che l’altro conservi in qualche misura quella libertà per la quale egli esiste e con la quale attui quel progetto di impossessamento dell’altro analogo al suo.
Pertanto io sono di troppo rispetto all’altro, come l’altro lo è rispetto a me; il mio peccato originale è il mio sorgere in un mondo dove c’è l’altro; la mia maledizione è di essere “altro”.
Dunque, con l’altro non si condivide se non questa colpa, questo peccato, questa maledizione; e null’altro; non gioie né dolori, non progetti né sentimenti.
È evidente che nella concezione sartriana, per i presupposti stessi su cui è fondata, non ci può essere alcun posto per Dio, né come creatore, né, tantomeno, come provvidenza o amore. Dio non esiste. Se esistesse sarebbe un assurdo; egli, causa della sua esistenza, esisterebbe prima di venire all’esistenza. La sua esistenza, come essere in sé, sarebbe un controsenso, perché “l’essere è privo di ragione, di causa, di necessità”.
Tuttavia Dio “esiste”, cioè esiste per l’uomo. L’uomo non può fare a meno di pensare a Dio, e lo pensa come suo proprio progetto; egli aspira ad essere Dio.
L’essere di cui il per-sé manca è l’in-sé. Il per-sé sorge come nullificazione dell’in-sé, e questa nullificazione si definisce come “progetto verso l’in-sé”. In tal modo lo scopo e il fine della nullificazione che io sono, è l’in-sé. La realtà umana è desiderio di essere-in-sé. È questo il motivo per cui il “possibile” è in generale progettato come ciò che manca al per-sé per divenire in-sé-per-sé, ed è per questo che il valore fondamentale che presiede a questo progetto è giustamente l’in-sé-per-sé. È questo l’ideale che possiamo indicare con la parola Dio. Si può pertanto dire… che l’uomo è l’essere che progetta di essere Dio. Dio, valore e termine ultimo della trascendenza, rappresenta il limite permanente in base al quale l’uomo si fa annunciare ciò che è. Essere uomo significa tendere ad essere Dio, o, se si preferisce, l’uomo è fondamentalmente desiderio di essere Dio. (L’essere e il nulla)
Dopo la Seconda Guerra Mondiale, i problemi della “ricostruzione” politico-economico-sociale della Francia e dell’intera Europa spinsero Sartre a ripensare al rapporto intersoggettivo, a rivederne il carattere conflittuale, ad inserirlo in una visione “storica”. Sulla base di queste esigenze egli s’accosto al marxismo. Con l’opera Critica della ragion dialettica procedette alla riformulazione del suo pensiero nel tentativo di armonizzare esistenzialismo e marxismo in modo da dare una prospettiva “positiva” e storica all’uomo concepito esistenzialisticamente, e da offrire al marxismo la possibilità di recuperare la dimensione individuale dell’uomo, sommersa secondo Sartre nella categoria di “classe sociale”
L’individuo si progetta sempre, si sceglie, all’interno di una situazione; situazione ch’è da intendersi anche come economico-sociale. Le sue possibilità di scelta si muovono pur sempre nell’ambito delle sue condizioni materiali d’esistenza e in quello dell’assetto sociale in cui vive. Anche le sue condizioni economico-sociali, dunque, sono “dati” ch’egli deve negare, nullificare, per trascendersi, per attuarsi. Certo, l’evoluzione della società nel suo complesso non può essere conforme al progetto di ogni singolo; pur tuttavia essa non ha luogo se non in virtú di questo progetto. Tutto sta – ed è ciò che non ha fatto il marxismo – a vedere qual è il rapporto tra la coscienza individuale, con le sue motivazioni e i suoi scopi, e la dialettica storica delineata da Marx.
Sartre afferma senza equivoci: “Il solo fondamento concreto della dialettica storica è la struttura dell’azione individuale”. L’individuo, insomma, è il protagonista; dalle sue azioni dipende l’efficacia della lotta di classe e il suo eventuale buon esito, la rivoluzione socialista. Bisogna, secondo Sartre, recuperare questa verità per togliere al marxismo “ortodosso” ogni dogmatismo, ogni formalismo, ogni trionfalismo, ogni fiducia acritica. Ma per recuperarla bisogna che la ragione che legge dialetticamente la storia “si critichi”, in modo da evitare di vedere nella storia una dialettica di tipo positivistico. Bisogna che essa non si sovrapponga ai fatti ed agli individui per assorbirli come in uno schema vuoto che ogni cosa spiega, purché sia posta al punto giusto. Se, al contrario, si legge la storia dall’interno, se si fa scaturire il sapere storico dal processo vivente della storia, allora si scoprirà che ogni situazione socio-politico-economica è il frutto del dialettizzarsi dei progetti degli individui, e che questo dialettizzarsi non solo è aperto a vari possibili esiti, ma è anche la condizione dell’apertura al nuovo della storia stessa. La storia, insomma, non è un iter “necessario”, ma una permanente totalizzazione dialettica dei fini e delle azioni individuali; totalizzazione che, fondandosi sulla libertà degli uomini, non è predeterminata nei suoi esiti.
Sicché bisogna riportare i concetti di alienazione, di sfruttamento, di prassi, alla dimensione dell’esistenza individuale per comprenderne correttamente il significato socio-economico. E non bisogna disdegnare di utilizzare, ai fini della comprensione della realtà umana, quelle “scienze umane”, quali ad esempio la psicoanalisi e la sociologia, che il marxismo liquida come “scienze borghesi”, ma che, pur essendo sovrastrutture del mondo borghese moderno, aprono molteplici possibilità di comprensione dei fenomeni sociali. Non si può, ad esempio, studiare la società fermandosi al concetto di classe, quando tra la dimensione individuale e quella storica sussistono molteplici aggregazioni collettive di soggetti umani che vanno studiate con gli strumenti della sociologia, e che, studiati, arricchiscono la conoscenza della società e della dinamica della dialettica storica.
È dunque nella prospettiva dell’individuo che bisogna, per Sartre, analizzare la lotta di classe e la società alienante.
Si scoprirà cosi che la lotta non nasce semplicemente dalla privatizzazione dei beni, ma dalla loro “rarità”; è la “penuria” che spinge l’individuo a cogliere nell’altro la possibilità di sottrazione dei mezzi che possano soddisfare i suoi bisogni, e a generare il contrasto che porta la società a strutturarsi in sfruttatori e sfruttati.
E si scoprirà che nella società sbagliata il processo di totalizzazione si è sclerotizzato. Essa si ordina infatti “serializzando” gl’individui, ponendoli l’uno accanto all’altro come nella serie dei numeri e identificandoli non per la loro “soggettività”, non come persone ma per il fatto che essi sono contrassegnati da un numero; a loro vien tolta la reciprocità dei rapporti; essi sono considerati in tutto e per tutto come scambiabili e sostituibili tra loro. Il “falso” progetto collettivo non corrisponde alla totalizzazione dei progetti individuali, ma si sovrappone alle ragioni esistenziali dei singoli, dominandole e asservendole attraverso la burocrazia.
È questa, dice Sartre, una situazione “pratico-inerte”, situazione da ribaltare, restaurando la dialettizzazione intersoggettiva “resuscitando” la libertà che, pur non essendo mai scomparsa come condizione dell’agire individuale, “è divenuta il modo nel quale l’uomo alienato deve vivere a perpetuità il suo carcere e finalmente la sola maniera che egli abbia di scoprire la necessità delle sue alienazioni e delle sue impotenze”. Tale libertà risorgerà con l’organizzarsi degli uomini in “gruppi”. Questi sono totalità integrate in cui gl’individui interagiscono liberamente, in un efficace rapporto reciproco; rapporto che, appunto, dialettizza scopi e atti individuali producendo una “praxis comune” in vista di un fine comune Sicché il gruppo diventa non solo uno strumento ma anche un “modo d’esistere”; è l'”ambiente libero” in cui si produce “l’uomo come libero individuo comune”; è il “mezzo piú efficace di governare la materialità circostante nel quadro della rarità” ed è “il fine assoluto come pura libertà che libera gli uomini dall’alterità”. La strutturazione in “gruppo” della società è quindi la condizione dell’attuazione della dialettica storica come “processo di totalizzazione”, come “attività totalizzatrice”.
Yin e Yang sono il Dao ( legge divina, principio ordinante ) di cielo e terra, il modello spaziale e temporale di tutte le creature, padre e madre di ogni mutamento e trasformazione; la radice e l’origine di nascita e morte, il deposito della luce e dello spirito. Perciò lo yang accumulato è cielo e lo yin accumulato è terra; lo yin è quieto, lo yang impetuoso; lo yang fa nascere e lo yin fa crescere, lo yang fa perire e lo yin conserva . Lo yang trasforma il Qi, lo yin porta a compimento la forma . ( Su Wen ) L’attività, la luce, il movimento sono yang; il riposo, il buio, la quiete sono yin. Ogni fenomeno nell’universo si sviluppa in un movimento ciclico con l’alternarsi di yin e yang. Ogni cosa nell’universo è il prodotto di questi due opposti. Yin e yang come due livelli della trasformazione: – Yang è il livello più rarefatto della materia – Yin è quello più denso, concreto. Esempio: l’acqua nel suo stato liquido è yin, ma il vapore prodotto dal calore è yang. Il cielo è un accumulo di yang , la terra di yin (Su Wen) . Lo yin è tranquillo, lo yang è attivo. Lo yang dà origine alla vita, lo yin garantisce la crescita. Lo yang è trasformato in Qi, lo yin è trasformato in vita materiale (Su Wen). La relazione interdipendente dello yin e yang è rappresentata dal simbolo del Tao. L’acqua è yin il fuoco è yang; lo yang diventa Qi ( funzione ), lo yin diventa sapore ( nutrimento ). I sapori dipendono dalla struttura; la struttura dipende dal Qi, il Qi dipende dall’essenza e l’essenza dipende dalla trasformazione delle sostanze nutritive. Perciò l’essenza si nutre di Qi e la struttura si nutre di sapore; la trasformazione da origine all’essenza e il Qi da origine alla struttura, poichè trasforma i sapori . Quindi i sapori possono danneggiare la struttura e il Qi può danneggiare l’essenza. La trasformazione dei sapori in essenza dipende dal Qi, quindi anche il Qi può essere danneggiato dai sapor i. Pertanto ciò che da origine alle cose si chiama trasformazione; l’incommensurabilità di yin e yang si chiama spirito, l’opera dello spirito è onnipervadente e questo è ciò che si chiama santo . Per quanto concerne l’opera di cambiamento e trasformazione si può dire che in cielo è mistero, nell’uomo Dao e in terra trasformazione. Dalla trasformazione hanno origine i cinque sapori, dal Dao l’’intelletto, dal mistero lo spirito. ( Su Wen ) I 4 ASPETTI DEL RAPPORTO YIN – YANG 1) OPPOSIZIONE: La loro contrapposizione continua garantisce il mutamento. E’ una opposizione relativa visto che nulla è totalmente yin o yang. Ogni cosa ha in se la radice del suo opposto. 2) INTERDIPENDENZA: Lo yin e lo yang sono opposti ma nessuno dei due può esistere senza l’altro. Non ci può essere attività senza riposo o espansione senza contrazione. 3) MUTUO CONSUMO: Yin e yang stanno in un rapporto di continuo aggiustamento. Quando sono sbilanciati, uno prevale sull’altro. Cambiano le proporzioni e raggiungono un nuovo equilibrio (nello squilibrio). Quando lo yin è preponderante, diminuisce lo yang, cioè l’eccesso di yin consuma lo yang. Quando lo yang è preponderante, diminuisce lo yin, cioè l’eccesso di yang consuma lo yin. Lo yin e lo yang sono in continuo movimento; quando uno aumenta l’altro diminuisce, quindi per rimanere in equilibrio si consumano a vicenda. 4) RECIPROCA TRASFORMAZIONE: Yin e yang non sono statici, si trasformano continuamente l’uno nell’altro. Il giorno diventa notte; la felicità si trasforma in tristezza. YIN E YANG APPLICATI ALLA MEDICINA: Ogni trattamento può inquadrasi in una di queste possibilità: 1) tonificare lo yang (moxa): 2) tonificare lo yin 3) eliminare l’eccesso di yang 4) eliminare l’eccesso di yin Il corpo ha aspetti yin e yang: YANG: – parte posteriore – pelle, muscoli – sopraombelicale – lato laterale degli arti – visceri – funzione organi – Qi – Wei Qi (protettivo) YIN: – parte frontale (organica) – organi pieni – sottombelicale – lato interno mediale degli arti – struttura ossea – sangue e liquidi corporei – ying Qi (nutritivo) Nella parte posteriore del corpo scorrono i meridiani yang: 1) Proteggono il corpo da fattori patogeni estranei (Wei Qi) 2) rinforzano lo yang e si usano anche quando i fattori esterni hanno già invaso il corpo. Nella parte frontale scorrono i meridiani yin: 1) Hanno la funzione di nutrire il corpo (Ying Qi). 2) Si usano per tonificare lo yin La testa è la zona di riunione di tutti i meridiani yang (cominciano o terminano qui). Si può usare la testa per aumentare lo yang. ALTRI ASPETTI DELLO YIN E YANG: FUOCO – ACQUA: Il FUOCO attiva tutti i processi fisiologici: – assiste il cuore nelle sue attività – mantiene vivo lo Shen – fornisce calore alla milza per la trasformazione e il trasporto – stimola la separazione fatta dal tenue – dà calore alla vescica per espellere i liquidi. Quando questo fuoco fisiologico manca: – lo Shen soffre di depressione – la milza non trasforma e non trasporta – la vescica non espelle i liquidi (formazione di edema) Questo fuoco fisiologico è chiamato Fuoco del Ming Men e deriva dai reni. L’ACQUA: – raffredda e umidifica l’organismo durante le sue trasformazioni. – bilancia e controlla il fuoco – origina dai reni Quando il Fuoco è in eccesso divampa verso l’alto: cefalea, faccia rossa, sete. Quando l’Acqua e in eccesso scorre verso il basso: edema alle gambe, poliuria, incontinenza. CALDO – FREDDO: L’eccesso di yang si manifesta con calore, mentre l’eccesso di yin si manifesta con freddo (tendenza a essere freddoloso o caloroso). AGITAZIONE – CALMA: Nervosismo, insonnia: troppo yang sonnolenza, apatia: troppo yin . DURO – MORBIDO: Le patri tumefatte, dure, rosse, sono yang. Le parti morbide, bianche, fredde, sono yin. SECCO – UMIDO: Gola secca, pelle secca: yang foruncoli: yin (o vuoto di yang). Quando lo yang è attivo, il Qi si muove e ci sono le regolari trasformazioni ed espulsioni. Ma se lo yang ristagna perchè è in vuoto, non c’è movimento, non c’è eliminazione e lo yin prevale. Lo yin quindi aiuta l’accumulo e la conservazione: gli organi yin accumulano il sangue. Lo yang aiuta la trasformazione e il cambiamento (vedi attività dei visceri yang). La prevalenza dello yin e dello yang si manifesta solo nello squilibrio della malattia !!
“la tigre, che non può avventarsi contro chi la cavalca, sarà stanca di correre”
E’, questo, un detto estremo-orientale, esprimente l’idea che, se si riesce a cavalcare una tigre, non solo si impedisce che essa ci si avventi addosso, ma, non scendendo, mantenendo la presa, può darsi che alla fine di essa si abbia ragione. A chi interessi, si può ricordare che un tema analogo lo si ritrova in scuole della sapienza tradizionale, quali lo Zen giapponese (le varie situazioni dell’uomo col toro); mentre esso ha un parallelo nella stessa antichità classica (le vicende di Mithra che si fa trascinare dal toro furioso e non lascia la presa, finché l’animale si arresta: allora Mithra lo uccide).
Questo simbolismo trova applicazione su diversi piani. Lo si può riferire anzitutto ad una linea di condotta per la vita interiore personale, ma anche all’atteggiamento da assumere proprio dinanzi a situazioni critiche, storiche e collettive.
In questo secondo caso, a noi interessa la relazione del simbolo con l’accennata dottrina dei cicli, riguardante la struttura generale della storia e, in particolare, con quell’aspetto di essa che si riferisce alla sequenza delle “quattro età”.
E’ questo, un insegnamento che, come abbiamo avuto occasione di mostrare altrove , ha avuto tratti identici sia nell’Oriente che nell’antico Occidente (Vico ne ha raccolto una semplice eco).
Nel mondo classico esso é stato presentato nei termini di una discesa dell’umanità dall’età dell’oro via via fino a quella che Esiodo chiamo età del ferro. Nel corrispondente insegnamento indù l’età terminale e detta kali-yuga l’età oscura), e l’idea essenziale qui viene precisata col sottolineare che al kali-yugaé proprio appunto un clima di dissoluzione, il passaggio allo stato libero e caotico di forze individuali e collettive, materiali, psichiche e spirituali che in precedenza erano state in vario modo vincolate da una legge dall’alto e da influenze d’ordine superiore.
Di questa situazione i testi tantrici dettero una immagine suggestiva dicendo che in essa è “completamente desta” una divinità femminile — Kali — la quale simboleggia la forza elementare e primigenia del mondo e della vita, ma che nei suoi aspetti “inferi” si presenta anche come una dea del sesso e di riti orgiastici.
In precedenza “dormente” — cioè latente in questi suoi aspetti — essa nell’”età oscura” sarebbe del tutto desta e agente.
Tutto sembra indicare che proprio questa situazione si è avverata nei tempi ultimi, avendo per epicentro la civiltà e la società occidentali, da dove essa è andata estendendosi rapidamente all’intero pianeta; per cui potrebbe trovar anche una non peregrina interpretazione il fatto che la presente epoca sta sotto il segno zodiacale dell’Acquario: le acque, nelle quali tutto torna allo stato fluido, informe. Prognosi formulate già da molti secoli — perché a tanto datano le idee ora riferite — appaiono dunque oggi singolarmente attuali.
E in questo contesto si trova anzitutto l’accennata relazione con le vedute esposte, per via di un analogo inquadramento del problema dell’atteggiamento adeguato per l’età ultima, atteggiamento associato, qui, al simbolismo del cavalcare la tigre.
In effetti, i testi che ci parlano del kali-yuga e dell’età di Kali proclamano anche che le norme di vita valide per le epoche in cui, nell’uno o nell’altro grado, erano vive e operanti forze divine, nell’età ultima sono da considerarsi scadute. In questa vivrebbe un tipo umano essenzialmente diverso, incapace di seguire i precetti antichi; non solo, ma per via del diverso ambiente storico e, se si vuole, planetario, codesti precetti, anche se fossero seguiti, non darebbero gli stessi frutti. Per questo, vengono indicate norme diverse e viene revocato il vincolo del segreto che in precedenza vigeva riguardo a certe verità, a una certa etica e a particolari “riti”, per via del carattere pericoloso di essi e dell’antitesi che costituivano rispetto alle forme di una esistenza normale, regolata dalla tradizione sacra. Non sfuggirà a nessuno il significato di questa convergenza di vedute. In questo, come in altri punti, le nostre idee, lungi dall’aver un carattere personale casuale, si riallacciano essenzialmente a prospettive già note al mondo della Tradizione, quando vennero previste e considerate situazioni generali non normali.
Dopo di che, esaminiamo il principio del cavalcare la tigre nella sua applicazione al mondo esteriore, all’ambiente complessivo. Il suo significato eventuale può allora venir precisato nei seguenti termini: quando un ciclo di civiltà volge verso la fine, é difficile poter giungere a qualcosa resistendo, contrastando direttamente le forze in moto. La corrente é troppo forte, si sarebbe travolti. L’essenziale é non lasciarsi impressionare dall’onnipotenza e dal trionfo apparente delle forze dell’epoca. Tali forze, per essere prive di connessione con qualsiasi principio superiore, hanno, in fondo, la catena misurata. Non bisogna dunque fissarsi al presente e alle cose vicine, ma aver anche in vista le condizioni che potranno delinearsi in un tempo futuro. Allora il principio da seguire può essere quello di lasciar libero corso alle forze e ai processi dell’epoca, mantenendosi pero saldi e pronti ad intervenire quando “la tigre, che non può avventarsi contro chi la cavalca, sarà stanca di correre”.
In una interpretazione particolarissima, il precetto cristiano di non resistere al male potrebbe avere un non diverso significato. Abbandonando l’azione diretta, ci si ritira su di una linea più interna di posizione.
Implicita é, qui, la prospettiva offerta dalla dottrina delle leggi cicliche: chiuso un ciclo, un altro comincia, e il punto in cui un dato processo raggiunge la sua fase estrema e anche quello in cui esso si capovolge nella direzione opposta.
Resta tuttavia aperto il problema della continuità fra l’un ciclo e l’altro. Secondo una immagine dell’Hofmannsthal, la soluzione positiva sarebbe quella dell’incontro fra coloro che hanno saputo vegliare durante la lunga notte e coloro che forse appariranno nel nuovo mattino. Ma questo esito non lo si può tenere per certo: non si puo assolutamente prevedere in che modo e su quale piano potrà aversi una certa continuità fra il ciclo che volge al termine e quello successivo. Perciò alla linea dell’accennato comportamento per l’epoca attuale devesi dare un carattere autonomo e un valore individuale immanente.
Vogliamo dire che non deve avervi una parte di rilievo l’attrazione esercitata da prospettive positive a più o meno breve scadenza. Queste potrebbero anche mancare del tutto, prima dell’esaurirsi del ciclo, e le possibilità offerte da un nuovo movimento di là dal punto zero potrebbero riguardare altri che, dopo di noi, abbiano tenuto egualmente fermo, senza attendersi nulla per quanto riguarda effetti diretti e mutamenti esteriori.
[…]
Per alcuni, non sarà forse stato inutile questo rapido cenno su prospettive e problemi generali. Su di essi non ci soffermeremo ulteriormente, perché, come si e detto, è il campo della vita personale che qui ci interessa; a tale riguardo, nel definire l’orientamento da dare a certe esperienze e a certi processi di oggi, onde abbiano un esito diverso da quello che appaiono avere per la quasi totalità dei nostri contemporanei, bisogna fissare posizioni autonome, indipendenti da quel che potrà o non potrà avvenire nel futuro.
La dottrina del ciclo Yuga ci dice che stiamo vivendo nel Kali Yuga, l’età delle tenebre, quando la virtù morale e le capacità mentali raggiungono il loro punto più basso del ciclo. Il poema epico indiano Mahabharata descrive il Kali Yuga, come il periodo in cui l ‘”anima del mondo” è nera, età in cui solo un quarto della virtù rimane, che diminuisce lentamente a zero alla fine del Kali Yuga. Gli uomini in questo periodo saranno malvagi, percorsi da malattie varie, letargie, rabbia fra i popoli oltre a molte calamità naturali. Penitenza, sacrifici e osservanze religiose cadranno in disuso. Tutte le creature degenereranno.
Secondo l’interpretazione della maggior parte delle Sacre Scritture induiste, il Kali Yuga è l’ultimo dei quattro yuga; si tratta di un’era oscura, caratterizzata da numerosi conflitti e da una diffusa ignoranza spirituale. Durante quest’epoca di Kali Yuga si assiste allo sviluppo nella tecnologia materiale, contrapposto però ad un’enorme regressione spirituale. Kali Yuga è l’unico periodo in cui irreligione/ateismo è predominante e più potente della religione; solo un quarto di ognuna delle quattro virtù del Dharma (penitenza, veridicità, compassione e carità) sono presenti negli esseri umani. La nobiltà è determinata unicamente dalla ricchezza di una persona; il povero diviene schiavo del ricco e del potente; parole come “carità” e “libertà” vengono pronunciate spesso dalle persone, ma mai messe in pratica. Non solo si assiste ad una generale corruzione morale, ma le possibilità di ottenere la liberazione dall’ignoranza, il Moksha, si fanno sempre più rare a causa del generico declino spirituale dell’umanità. Nel Kali Yuga, le persone non sono più rispettate per la loro intelligenza, conoscenza o saggezza spirituale. Al contrario, la ricchezza materiale e, ad un livello inferiore, la prestanza fisica sono ciò che rendono una persona ammirevole. Nonostante il rispetto sia superficialmente molto manifestato tra le persone, nessuno rispetta sinceramente gli altri.
Secondo calcoli di Yogi indiani il Kali Yuga dovrebbe finire nel 2025.
Abbiamo quindi ancora circa cinque anni per dover vivere questo degrado dell’umanità.
DEFINIZIONI – Globalizzazione Processo relativo all’atto di inglobare il resto del mondo secondo i dettami dell’occidente atlantico attraverso la diffusione di uno stile di vita omologato dalle multinazionali e dall’alta finanza capitalista. – Mondializzazione Processo relativo di integrazione del mondo attraverso le azioni dei popoli dal basso che riportano in auge le proprie culture e mercati locali a livello mondiale per necessità imposte dalle migrazioni. – Planetarizzazione Processo relativo all’inclusione delle parti componenti del pianeta viste dalla prospettiva di un tutto unico quale conformazione che è più della sommatoria delle parti, laddove la priorità è il bene del pianeta che sottopone tutti gli interessi particolari, a partire da una visione politica unificata che gestisce un economia non più capitalista. – Universalizzazione Processo relativo alla generalizzazione culturale di principi costanti validi per qualsiasi necessario contesto spaziotemporale terrestre e non terrestre.
Quindi, quando parlo di planetarizzazione non fate confusione con la globalizzazione. Nella globalizzazione le relazioni internazionali sono sottomesse dai diktat introdotti dal liberalismo capitalista fondato sull’impiego dello stato nazione. Nella mondializzazione le relazioni internazionali sono condotte dalle necessità poste dalle esigenze transnazionali fondate da interessi migratori. Nella planetarizzazione le relazioni internazionali sono sottoposte a un think-tank di virtuose rappresentanze imperiali che, unificato il monopolio dell’uso della forza a livello planetario, si espongono per i singoli cinque continenti, delle rappresentanze emanate da impalcature politiche interne ai continenti che annidano le civiltà regionali degli stati in magisteri politici. Nella universalizzazione le relazioni internazionali sono inutili poiché si presume un’apertura verso realtà cosmiche extraterrestri.