In un libro sui miti e le fiabe degli aborigeni è riportata una storia che fa riferimento ad uno dei miti di fondazione di quel popolo, una storia estratta dal “Tempo del Sogno”, il luogo della coscienza dove si assiste alla creazione del mondo da parte di esseri ancestrali. Quando la lessi la storia mi colpì perché traduceva in termini diversi qualcosa che viene raccontato un po’ da tutte le culture e da tutte le religioni, qualcosa quindi che appartiene all’umanità tutta. Allora non tentai di tradurne il senso, lasciai che si sedimentasse tanto che con il tempo produsse in me una immagine chiara del percorso che la coscienza compie nel suo viaggio, immagine che può essere di stimolo alla riflessione in questo momento di passaggio, di sbandamento delle coscienze ma anche ricco di opportunità.
Gli aborigeni raccontano che in un remoto passato la coscienza era imbrigliata in una rete, un reticolo che univa le innumerevoli parti dell’universo, un Tutto nel cui grembo ella sonnecchiava. Questo Tutto risultava agli occhi della coscienza come una nebbia di cui lei stessa faceva parte.
Era una dimensione senza nemici in cui il bene e il male ancora non erano presenti perché non c’era un io a cui riferirne l’esistenza. L’uomo aveva un ruolo passivo, egli non aveva la libertà di decidere né per sé né per le cose perché era sottoposto ad un destino sovrapersonale che poteva solo assecondare, senza poterne cogliere la traiettoria. Un tale riconoscimento, quello del proprio destino, poteva avvenire solo se la particella di vita in questione avesse preso le distanze dal Tutto per sviluppare le sue capacità latenti.
L’uomo, quindi, doveva diventare “libero” e abbandonare quel luogo per porre l’attenzione solo su di sé in modo da sviluppare l’individualità necessaria che gli avrebbe consentito di riscoprire alla fine, attraverso il libero arbitrio, la dignità che gli proviene dall’essere figlio, una particella della Vita. È a questo punto che il suo io separato diventa il centro del mondo, il riferimento principale della coscienza. E’ il passaggio che nella nostra tradizione viene descritto come il momento in cui Adamo coglie il frutto dell’albero della conoscenza del bene e del male. Il proprio io diventa la misura con cui l’universo viene giudicato e interpretato, e questo io, che riferisce tutto a sé stesso, crea ora un suo universo fatto di piacere e di dolore, di bene e male, di bello e brutto, di utile e inutile. In questo nuovo mondo l’interesse personale viene messo al di sopra di tutto e l’io di ogn’uno, pur cercando di condividere una visione comune della realtà, ineluttabilmente, ne dà una lettura che si scontra con quella degli altri io. Da qui un conflitto diffuso da cui sembra non se ne possa uscire.
È questa la condizione di caduta in cui versa l’uomo, una condizione di separazione che, ancorché necessaria, è stata però portata oltre il limite del suo sviluppo. Ora è venuto, per noi, il momento di risalire la china, di ritrovare il proprio luogo di origine, la propria condizione di unità, quell’essere una particella ma anche espressione integrale di quel Tutto. La strada per risalire, per il ritorno a casa del figliol prodigo, è stata mostrata dal Cristo: essa consiste in un Amore, integrale e senza riserve, che ci riporta a noi stessi, a quel Tutto da cui ci siamo separati.
Quello che è accaduto in Medioriente con l’azione di orde demolitrici di tagliagole al soldo dell’”Occidente politicamente corretto”, ci ha mostrato chiaramente l’intenzione malsana di cancellare, anche le tracce, di quelle antichissime civiltà patrimonio di tutti, per scrivere un futuro senza radici, senza identità. La crisi in cui ci dibattiamo è nata soprattutto dall’influenza che ha avuto sulla coscienza di ognuno l’ideologia postmoderna che ha accompagnato la globalizzazione liberista.
La nostra società, così pronta all’accoglienza e pronta a demonizzare ogni confine identitario, ha una concezione della natura dell’essere umano caratterizzata da un assoluto individualismo, dove è l’interesse personale a primeggiare; dove l’affermazione del proprio io e la sua soddisfazione diventano gli elementi principali del canovaccio del politicamente corretto; dove tutto viene svuotato di senso perché, appunto, “esistono solo gli interessi”. Se prendiamo ad esempio quello che accade al sistema americano, vediamo che la società multirazziale, ora profondamente in crisi, era tenuta insieme dalla prospettiva che la salvaguardia dell’interesse personale, che veniva prima di ogni altra cosa, fosse garantita dal mercato a ogni atomo del corpo sociale.
“Ognuno per sé e il mercato per tutti” è stata la logica che ha intessuto il Sogno Americano. La finanziarizzazione del sistema poi ne ha portato alla luce la natura di luogo eminente di una selezione darwiniana basata sui principi di forza e spregiudicatezza. Così è diventato a tutti palese che Il mercato risulta, in realtà, fatto per concentrare il potere in pochissime mani. In precedenza, anche se l’interesse di ogni individuo confliggeva con quello degli altri, il fatto di credere che la somma degli interessi individuali potesse essere regolata dalla sua mano invisibile portava a credere di avere tutti le stesse opportunità e questo faceva sì che il sistema, apparentemente, reggesse.
Quello che abbiamo ottenuto è, in realtà, un ritorno all’uomo ferino, uno stato che tutti temono ma di cui additano la colpa a un presunto conflitto identitario o confessionale, anche questi però ben orchestrati da chi, da tempo, ne ha teorizzato l’avvento. In una società sì fatta l’apertura dei confini non serve a creare inclusione ma serve a trasmettere ad altri l’isolamento e la chiusura in sé stessi come un’infezione da diffondere. Lo svuotamento in cui siamo indotti è funzionale a una democrazia di facciata che ci porta a sostenere i piani di una ristretta oligarchia. L’idea dell’interesse personale ci ha reso schiavi delle logiche del mercato, ci ha fatto accettare senza resistenze la diffusione di un capitalismo finanziario senza regole e una prassi politica che si muove fuori dalla logica giuridica sia a livello locale che internazionale. Da qui la tendenza generale ad accettare una politica che sappiamo non essere in grado di rappresentarci e ad accettare supinamente di essere governati da entità sovranazionali che poco sanno di noi e di ciò che ci serve veramente.
La nostra società atomizzata ha svuotato di senso ogni rivendicazione sociale e istanza di cambiamento, tanto da non riuscire più a dare una risposta al perché dell’impegno sociale, alla domanda sul perché lottare e per che cosa. Ecco, quindi, la necessità di “ricompattarsi” e far sì che questi atomi partecipino di nuovo alla formazione di un “nucleo” che è la ragione per cui esistono. Per questo bisognerà ricominciare dalla famiglia, il primo nucleo preso di mira perché sta a fondamento della società, per passare poi al quartiere, alla comunità cittadina, nazionale, fino ad arrivare poi a pensare a una comunità internazionale che rispetti l’identità e la sovranità di ogni paese.
Quindi bisognerà fermare la globalizzazione capitalistica che sfrutta le risorse delle nazioni sottraendole ai popoli che vi abitano, portando a questo scopo guerre economiche e diffusione del terrorismo per destabilizzare intere aree, causa dei massicci flussi di immigrati-rifugiati. Bisognerà permettere a queste persone di tornare nelle proprie terre aiutandole nella ricostruzione e favorendo la loro autodeterminazione. Ogni nazione europea deve ritrovare la sua sovranità abbandonando la UE e la NATO e deve sostenere la creazione di un ordine internazionale multipolare che, come dice Putin, dovrà avere come valori di fondo il rispetto della sovranità, della cultura, dell’identità e delle linee di sviluppo che ogni paese si dà.
Si dovranno ricostruire le comunità perché la ricchezza e il progresso nascono dalla collaborazione, dallo stare insieme, perché lì vi è la condivisione di idee, competenze, creatività, impegno. Quando si collabora si cresce, ed è così che si è prodotta l’evoluzione nel genere umano. Nella nostra società atomizzata, invece, ci si mette insieme in uno spirito di competizione, fatto per aggredire e non per costruire. Tutto quello che la “nostra” civiltà postmoderna ci propone è contrario e ostacola questa connessione che è alla base di ogni vero progresso, quindi sarà necessaria una radicale rivoluzione dell’idea di Umanità e dell’organizzazione che questa si dà.
L’umano essere primordiale, oltre ad essere il riferimento arcano di un tempo perduto posto all’alba della civiltà originaria di quel divino giardino terrestre che era il nostro pianeta, è un umano che conosce sé stesso e si distingue virtuosamente nell’integrità del suo istinto collimato all’orizzone arcaico dell’eterno ritorno, tale che vive ancora all’oggi in mezzo al deserto tecnologico della postmodernità nonostante tutto.
Egli è un umano che riconosce il valore trascendente, immanente e continente della natura, poiché essa contiene tutta la realtà del Creato Cosmico quale atto di Creazione Cosciente del Creatore Unico il quale, attraverso le sue Creature Terrestri, ma anche extraterrestri di infiniti mondi e ultraterrestri di infinite dimensioni, riesce a gestire l’Armonia Cosmica della Vita attraverso l’Amore e l’Onore di tutto il cosmo, la matrice divina e la semenza divina di tutte le forze visibili e invisibili che mantengono in piedi la struttura e la funzione di ogni agente vibrante, di qualsiasi regno biologico esso appartiene, poiché il rispetto per la vita parte dall’assunto che la vita è un valore sacro in sé stessa.
Il tempo ciclico e ritornante di vorticose convergenze crescenti generano degli eventi che nello spazio siderale, virtuale e reale investono l’uomo e la donna primordiale che riconosce il valore del limite verso la propria opera accordata all’Armonia Sociale, all’Armonia Terrestre e all’Armonia Cosmica nel rispetto di tutte le leggi divine, accostando questo Uomo Primordiale e questa Donna Primordiale ad una divinità terrena che ha cura di sè, degli altri e del mondo intero, con ogni mezzo disponibile, riproducibile e realizzabile.
Questa coppia di esseri spirituali vivono qui, ora e in nessun luogo la eterna pace dei sensi ogni giorno come se fosse l’ultimo, un clima siderale in cui è primavera tutto l’anno poiché il Cielo disporrà l’ordine cosmico del pianeta rimettendo a suo posto l’asse terrestre di quei famosi 30° rispetto alla perpendicolare dell’orbita del pianeta intorno alla stella Solaris, quel nostro Sole che ci illumina ogni giorno, e che insieme alla stella Polaris segna nel Cielo Cosmico un segmento ideale su cui passa una retta cosmica che tiene allineata la nostra galassia: la Via Lattea.
Questi uomini e queste donne primordiali vivono pertanto come agli esordi della vita dell’umanità sul pianeta Urantia, che noi chiamiamo volgarmente Terra, e che nonostante tutte le difficoltà che riscontrano nella società materialista del globalismo liberale, oramai posto sul punto di una via di autodistruzione mondiale, hanno ben chiara la visione di un Sacro Ordine Imperiale quale soluzione sostitutiva e antagonista alla visione del Nuovo Ordine Mondiale imposto dalle potenze oscure dei Poteri Globalisti attraverso i massmedia, e che cercano nella resistenza attiva e passiva al sistema globale, nella resilienza concreta e ideale di fare comunità, nonchè nella residenza locale e nazionale di essere uniti in spirito, il baluardo di azione concreta alla vita quotidiana mediante forme di aggregazione sociologica della politica, di aggregazione psicologica della coscienza e di aggregazione spirituale della religione, accettando ogni tipo di conseguenza che il sistema globalista pone di fronte all’uomo e alla donna primordiale.
Poichè la transizione in atto permetterà all’uomo primordiale di emergere come passo successivo di evoluzione sociale, in cui nessuno può rimanere indietro previa la morte instillata dal sistema mondiale attraverso stratagemmi di guerra come il recente caso inerente alla diffusione del COVID19 e dei suoi enigmi politici internazionali.
L’Umano Primordiale pertanto è un essere che vive la sua vita biologica e riconosce nel personale sforzo cosciente, consapevole e coerente di vivere in coppia tra un uomo e una donna nel rispetto reciproco e nel riguardo accurato dell’altro, e di formare insieme un elemento cardine dell’uomo presente e futuro: la radice comunitaria della famiglia, senza dimenticare la prossimità sociale della comunità locale e senza dimenticare il ruolo della aggregazione sociale politica ed economica di purezza e di mutuo aiuto, nonchè di lotta al sistema della corruzione, del crimine e della cooptazione che cerca sempre nuove strade di coercizione sociale e di imposizione metapolitica sui popoli.
Quindi l’Umano Primordiale, non è più soltanto il ricordo di una vita pregressa che tradizioni etniche, culturali e religiose ci ricordano a loro modo, ma è l’atto costante della nostra rivoluzionaria evoluzione di sviluppo sociale verso un mondo diverso e soprattutto umano, che mette Dio Altissimo al centro del proprio cuore nell’Amore e nell’Onore per compassione verso la vita sul nostro amato pianeta, dove la Legge Divina di Dio e del Cielo è insita nella coscienza collettiva e, consapevolmente con coerenza, la applica soggettivamente alla propria vita quotidiana in questo sforzo collettivo di un divenire segnato dal destino di essere angeli terrestri sul nostro pianeta vivente.
L’Uomo e la Donna Primordiale: i futuri angeli terrestri.
Roma, romanità, civiltà romana, grandezza romana sono oggi, in Italia, parole d’ordine. Sotto segno romano sta la rinascita dell’Italia operata dal Fascismo. Celebrazioni grandiose ricordano i fasti romani, mentre i simboli che per Roma antica furono più significativi – l’Aquila e l’Ascia – sono divenuti insegne dello stesso regime. Vasti lavori intendono portare alla luce le mute vestigia della città cesarea e delle sue stesse colonie, quali si spinsero fino ai limiti estremi del mondo antico.
Roma, dunque, ritorna. Ma quale è la Roma che ritorna? E come, che cosa, (di) essa ritorna? Che cosa ci significa, realmente, oggi, la romanità?
Questo problema deve essere affrontato a pieno: ancor oggi esso attende di esser vissuto. E nel punto attuale dello sviluppo della concezione fascista, che ha fatto sua l’idea della razza epperò anche quanto, di tale idea, è logica conseguenza e corollario, questa esigenza si presenta in modo particolarmente preciso. Bisogna che ogni sospetto che, nel riguardo, ci si accontenti di semplici nomi, sia positivamente allontanato. Un filosofo, quale Giovanni Gentile, non ha forse fino ad ieri potuto deridere come cosa fastosa da teatro il concetto di romanità, per affermare che la vera, concreta «tradizione italiana» è quella di un paio di eretici e di filosofi «immanentisti» e che il Fascismo altro non deve esser che lo sviluppo dell’Italia del ‘70, cioè di quella certa Italia laica e democratizzante più o meno in combutta con la massoneria?
Ma anche nei riguardi di chi ci guardi d’oltre le Alpi il problema è necessario. Il problema della razza è inseparabile dal problema delle origini, delle tradizioni primordiali, e poiché, al riguardo, il nostro punto di riferimento può esser solo la romanità, bisogna che questa giunga ad aver per noi la potenza di una visione del mondo e di una idea trascendente nel senso più stretto del termine, che la libera dal riferimento ad un dato, particolare punto della corrente della storia per conferirle una perenne validità. Bisogna dare ad ogni osservatore il senso che noi possediamo un tale patrimonio vivente e spirituale entro il simbolo romano.
Sennonché, per venire a tanto, bisogna partire da presupposti generali metodologici, che da noi sono ancor ben lungi dall’aver avuto un adeguato riconoscimento. Come premessa, si deve cioè partire dall’idea, che in tutto ciò che prende forma lungo la storia, e soprattutto in quei momenti e in quelle civiltà, che nella loro grandezza e potenza fan pensare quasi a qualcosa di fatidico, esiste un doppio aspetto: un aspetto anima e un aspetto corpo.
L’aspetto corpo è quello che si riferisce all’insieme dei fattori politici, sociali, economici, militari e perfino, in senso ristretto, etici. L’aspetto anima è invece quello interiore, è la tradizione intima di una stirpe, è la sua particolare visione del mondo, il suo particolare modo di concepire il sovrasensibile e di entrare in contatto con esso; aspetto «anima» è anche il «mistero» di un dato sangue e, infine, tutto ciò che di più sottile e di non semplicemente umano può esser apparso fra la trama della realtà storica, e in ordine al quale il mito e il simbolo sono vie così certe e positive di conoscenza, quanto i documenti e le cronache lo sono nei riguardi del lato «corpo» delle civiltà. E’ da aggiungersi, che se nelle civiltà di tipo moderno questi due aspetti appaiono in una certa misura dissociati, tale non è il caso delle civiltà antiche e tradizionali, a partire da quella romana.
In tali civiltà l’aspetto anima costituiva effettivamente il centro, ciò che conferiva a tutto il resto il suo più alto significato. La vita antica, in tutti i suoi aspetti tangibili – giuridici, etici, politici – resta effettivamente incomprensibile senza il riferimento al suo lato interiore, spirituale.
Questa è dunque la premessa. Non ammettendola, il nostro stesso problema – cioè: che cosa comprendiamo quando si rievoca Roma? – non si pone. Esso dunque non si pone per tutti coloro che ancor oggi vengono considerati come «competenti» e «specialisti» e, fregiati da vari titoli accademici, seggono con sussiego là dove si fabbrica l’educazione della gioventù e la cultura spicciola da servire per la classe media benpensante, per perpetuare metodi e concezioni, che sono esattamente gli stessi della cultura «positivistica» e razionalistica dell’epoca prefascista o di quella che tuttora impera nei paesi non-fascisti o antifascisti.
Le persone qui accennate hanno confezionato una storia tutta loro, fornitissima di alibi di ogni genere, la quale mira essenzialmente a questo: ad escludere, trascurare o svalutare in modo così sistematico, che si potrebbe supporlo addirittura intenzionale e rispondente ad una parola d’ordine, tutto ciò che in una civiltà trascende il suo aspetto grossolanamente tangibile. Siffatta storia si vanta di esser «positiva», ed è effettivamente la controparte esatta delle scienze naturali moderne, di cui partecipa le limitazioni e i pregiudizi, però con questo aggravante: che si può non chiedere a tutti di ammettere forze invisibili dietro a tutto ciò che è fenomenologia fisica, ma a nessuna persona, che non si senta un animale da soma o un automa economico, dovrebbe far dubbio, che la storia non è fatta solo dalla materia, che la storia è fatta dall’uomo integrale, cioè da un uomo, che è essenzialmente spirito e fede, e rispetto al quale tutti i principi esplicativi vigenti per la «positiva» esteriorità non saprebbero mai esser sufficienti.
Certo, vi è qualcosa che, se non giustificare, può almeno spiegare i metodi storici qui accusati: è il fatto, che il simile cerca di riconoscersi nel simile. La mentalità moderna, narcotizzata da secoli di cultura profano e laica, va a ricostruire il mondo antico più o meno ad imagine e somiglianza di quello d’oggi, o almeno di ieri, cioè ad imagine di un mondo, in cui effettivamente le forze della materia, dell’economia, della «storia» nel senso più ristretto ed umanistico, sembravano esser davvero quelle decisive, e tali, da far considerare il resto come semplice «superstruttura».
Ciò porta ad un secondo punto, che mette in relazione il problema già posto col seguente: A chi si deve domandare, che cosa ci significa la romanità? Questo «chi» per noi non è dubbio: è colui che veramente, in senso superiore, e non soltanto come membro fedele e militante del partito, può chiamarsi fascista. Ora, che il punto di vista fascista, a tale, riguardo, non sia e non voglia essere quello materialistico e positivistico, risulta da dichiarazioni ufficiali di inequivocabile significato dello stesso Duce e Artefice del Fascismo. «Il modo generale del Fascismo di concepire la vita è spiritualistico – ha detto Mussolini. – Tutte le concezioni dello spirito, a cominciare da quelle religiose, vengono al primo piano».
«Il mondo del fascismo non è questo mondo materiale che appare alla superficie – ha precisato il Duce. – Il fascismo è una concezione spiritualistica sorta anch’essa dalla generale reazione del secolo nostro contro il fiacco e materialistico positivismo dell’Ottocento. Noi agitiamo valori morali e tradizionali».
Ma se questa è la premessa, come si potrebbe evitare la conseguenza? Cioè: sia pur essa «ufficiale», sia pur protetta, autorizzata e insediata in scuole e in università e, d’altra parte, creda pur essa in buona fede di esser sezione attiva e utile nei quadri dello Stato fascista, ciò nondimeno quella scienza, che ancor oggi continua placidamente a far la «storia positiva», ossia una storia considerante come tutto quel che del tutto è solo parte dipendente, esteriore e documentaria, gettante sul resto a piene mani disprezzo o discredito, o almeno professante, per esso, una agnostica rinuncia, tale scienza è da dichiararsi senz’altro antifascista. E noi diciamo con intenzione antifascista, perché noi potremmo ben considerare, per essa, una certa ragion d’essere al titolo di una ricerca estremamente specializzata e limitata, quando, a completarla e a compensarne e renderne inoffensive le limitazioni, vi fossero anche, ben visibili e adeguatamente riconosciuti e legittimati, i rappresentanti e i cultori di un’altra scienza.
Ma non è questo, purtroppo, da noi, il caso. E chi sia iniziato alle camarille universitarie e simili sa bene che esiste una vera e propria combutta, con metodi adeguati per discreditare, far apparire frivolo e non serio, «non scientifico» o, infine, per uccidere col silenzio o con l’ostracismo tutto ciò che non si lasci ricondurre ad un certo metodo ed a certi pregiudizi del tipo già indicato. In tali termini, e a parte ogni intenzione diretta, politica, si tratta dunque non di semplice a-fascismo, ma di vero antifascismo: e pur non volendo abusare, come molti, di formule d’occasione, ci viene effettivamente di pensare, nel riguardo, a quel lavoro impercettibile di avvilimento e corrosione di ogni valore superiore, di cui soprattutto lo spirito ebraico si è dimostrato maestro.
Dal Forges-Davanzati è stato detto, una volta: «Il Fascismo è un modo d’essere». Estendiamo: «fascista» è un modo generale di vedere, di comprendere, di valutare. Questo modo quando si applica al piano politico dà per risultato la concezione fascista dello Stato, la nuova comprensione e giustificazione spirituale di esso e l’ideale trascendente della nazione. Quando questo modo lo si applica ad una realtà storica – lo si applica per esempio a Roma – il risultato dovrebbe logicamente essere una visione della stessa altezza e qualità, una visione antipositivistica e antimaterialistica fondata da un intuito e da una sensibilità spirituale. Ebbene, è questo che oggi noi possiamo constatare in Italia?
Non si può rispondere che negativamente. La rivoluzione non è ancora penetrata nei settori più importanti della cultura. Permane, di massima, il pregiudizio, che esista la Scienza, e non si sospetta che questa presunta scienza al singolare – per sua natura agnostica e limitatrice – di un ideale totalitario e tradizionale di scienza non è che la caricatura. Per quel che riguarda poi la romanità vogliamo esprimere in modo ben preciso il nostro pensiero. Che dei giornalisti politici di mestiere mettan mano alla romanità ogni volta che gli usi quotidiani e la chiusa brillante di un articolo lo esigano, questo possiamo ben concepirlo: il mestiere è il mestiere, ha le sue esigenze e le sue naturali limitazioni, per quanto eccedere, in questo campo, non sia privo di pericoli. Abbiamo citato il caso del Gentile, e persone pronte a prender pretesto da certe assunzioni retoriche e povere di contenuto per muovere un processo anche contro la validità dell’idea, malgrado tutto, ve ne sono ancora, e non poche, fra noi.
Nemmeno vogliamo riferirci propriamente al piano, in cui un ente, come l’«Istituto Superiore di Studi Romani» sviluppa essenzialmente la sua attività: è un piano essenzialmente accademico, che noi, con tutto il rispetto paragoneremmo volentieri al luogo che, nella teologia, ha il limbo, la zona di ciò che non è né paradiso né inferno e che in tedesco si potrebbe ben dire degli Ahnungslose. Tutte quelle belle ed erudite dissertazioni in fatto di archeologia, di storia antica e medievale da museo, di bibliografia e di cronologia, e simili, di cui quell’Istituto soprattutto si diletta, così come i lavori delle sue varie commissioni e sezioni, sono infatti da considerarsi più o meno a questa stregua, dal punto di vista in cui noi ci poniamo. E nemmeno proporremmo un potenziamento ad hoc dell’attività di questo Istituto; date le sue origini, i suoi elementi direttivi, il suo spirito, ciò vorrebbe quasi dire, quanto ricrearlo ex novo. Per cui, ci sembra inopportuno che tale Istituto, recentemente, per aggiornarsi, abbia creata una sezione nuova di conferenze, sotto il titolo a «La civiltà di Roma e i problemi della razza».
Affrontare sul serio un simile ordine di problemi significherebbe infatti poter mutare di mentalità, dall’oggi al domani, venire a studi, per i quali in quest’ambito manca senz’altro l’adeguata preparazione, soprattutto quella psicologica. Meglio dunque che tale Istituto resti quel che fino ad oggi è stato. Sennonché bisogna anche non trascurare il fatto, che per un osservatore, il quale volesse sapere che cosa esista, oggi, ufficialmente, in Italia, in tema di studi romani, non si potrebbe indicare che questo Istituto: e il senso che ne avrebbe, non sarebbe certo quello di un seminario, in cui, sistematicamente e organicamente, non in senso di erudizione e di cultura accademica, bensì di vivente evocazione, si cerchi di penetrare quanto al simbolo romano si connette su quello stesso piano in cui, per esempio, nelle due principali nazioni a noi alleate, la Germania e il Giappone, si coltiva il simbolo nordico-ario o quello solare imperiale.
Il problema da noi sollevato trascende dunque sia la pratica spicciola dello stile giornalistico, sia quello di riesumazioni eruditiche. E’ del piano spirituale che si tratta, e di ciò che di esso è suscettibile di una superiore assunzione politico-spirituale e razzistico-spirituale.
Il problema, in tale piano, è: E’ possibile, oggi, rievocare Roma e la romana grandezza – e prescindere da tutto quell’insieme di credenze, di tradizioni, di simboli, che dal Romano antico furono intensamente vissuti e che perfino in momenti di estremo pericolo politico furono parti integranti della sua vita e della sua storia? In altri termini: è possibile separare Roma dalla visione romana della spiritualità, anzi del «sacro»? E’ possibile valutare ed esaltare la prima, la Roma-corpo, ma simultaneamente ignorare e mettere in discredito la seconda, la Roma-spirito, specie presso al fatto incontestabile, già rilevato, del carattere unitario e organico di tutte le antiche civiltà tradizionali?
A tali domande non si può venir meno: e sono domande, che conducono a quest’ultima: come, [in] che cosa è compresa oggi la visione romana della spiritualità, del sacro? Quale è stata la sua essenza, quali sono state le sue lotte per conservarsi contro l’influsso di idee e di culti propri a razze estranee, quali sono state le sue trasformazioni, quale fu la sua fine? Volgiamoci intorno: desolazione e devastazione. Nei riguardi di questi problemi, due fronti opposti convergono paradossalmente in una unica parola d’ordine, il fronte di quelli che fanno la «scienza seria» e un certo fronte d’ispirazione cattolica. Tale parola d’ordine, più o meno, la seguente: come religione il Romano antico non stava troppo più in alto della superstizione delle tribù selvagge. Puro naturalismo, ingenua personificazione di fenomeni e di forze naturali, usanze e riti che tradiscono la più bassa magia, cerimonie prive di vera intimità religiosa, poi estetismo ellenizzante, infine idolatrie asiatiche raggruppate intorno all’aberrante culto dell’imperatore divino.
Questo è, ad un dipresso, il verdetto che, con parole più o meno esplicite, si ritrova anche nei libri di testo che dovrebbero istruire i nostri figli sulla nostra grandezza passata. Che una simile razza di «selvaggi» in fatto di religiosità, poi, sia quella che poté creare una grandezza, la quale ha resistito ai secoli e si è innalzata al disopra di essi come un simbolo perenne a cui la religione successiva, secondo la parola dello stesso Mussolini, dovette la sua universalità, questo è un curioso enigma, a cui non si presta attenzione. Cioè: gli spiriti positivi, anche se non sono stati proprio alla scuola dell’ebreo Karl Marx, sanno bene che le credenze sono solo «superstrutture», nebbia, irrilevanza, mentre la realtà vera riceve la sua legge solo dai fattori materiali, economici, geografici, politici ecc. Quanto poi agli altri, essi di fronte a Roma antica non sanno venir meno a quella loro infelice tattica, per via della quale – secondo la parola del Gioberti – essi finiscono col dare alla loro fede, spesso, «gli andari di una setta». Intendiamo parlar della tattica di denigrare sistematicamente ogni diversa tradizione o concezione della spiritualità per esaltare la propria e assicurarsi il monopolio dello spirito.
Senza mezzi termini, e in parole chiare, la situazione da constatare è proprio questa.
Noi domandiamo: è possibile accettarla come ultima parola? È possibile considerarla come salutare e come conforme alle più alte evocazioni romane del Fascismo?
È possibile che questo problema non sia sollevato? Il mondo antico, alla stessa vigilia del suo crollo, pensò che fuori di Roma non vi è salvezza, che fuori di Roma può esservi solo caos o rovina. Se, nei riguardi di tempi nuovi, ciò può non valere per altri popoli, tornati alle loro proprie origini, ciò resta però dogmaticamente certo per la razza italiana. Solo Roma può dare alla razza italiana la visione del mondo e della vita che le è conforme, può costituire quel punto di riferimento, in funzione del quale può avvenire, nella profondità dell’essenza italiana, un risveglio, una discriminazione, una riaffermazione.
Che cosa fu Roma – non politicamente, giuridicamente o eticamente ma sacralmente? Che senso ebbe veramente la visione romana del sovrasensibile, cardine della vita romana fino a che Roma ebbe forza di virile grandezza? In che misura si ha in essa una chiara testimonianza dello stesso spirito che informò il ciclo delle grandi civiltà ariane e nordico-ariano? E quale fu, in relazione a ciò, la storia «sotterranea» della Città Eterna, il mistero delle sue origini e della sua vera «razza»: razza che, staccandosi da un insieme di popoli apparentemente ad essa più o meno simili, seppe creare un mondo nuovo, enigmaticamente affine a quel che fu proprio alle origini di civiltà anche remote e lontane? E, infine, su questo stesso piano, che cosa fu l’anti-Roma, ossia ciò, che dall’avvento della città dell’Aquila e dell’Ascia fu soggiogato e che nella sua segreta azione corrosiva e nella sua insurrezione finale chiuse il ciclo della nostra antica civiltà in un crollo?
Tutto un nuovo ordine di studi, da intraprendersi con una mentalità parimenti nuova, con mentalità rivoluzionaria, in Italia dovrebbe prender per oggetto d’esame proprio tali problemi, superando le limitazioni, di cui si è detto. Proporre la creazione di nuove cattedre o pensare a delle riforme, non è l’elemento decisivo, giacché questa, per la sua stessa natura, non è una via che si possa percorrere partendo dall’esterno. Le riforme lasciano il tempo che trovano quando prima non si sia creata una generazione che, per vocazione, e non per mandato o compito assegnato, sappia seguirne i principì. Proprio il recente rivolgimento razzista ci segnala il pericolo, che si creino sì cattedre nuove e nuove discipline, ma che, per il fatto che non si sappia trovare chi presenti la necessaria mentalità e preparazione, si finisca col raggiungere un risultato opposto, vale a dire, col pregiudicare la portata e la importanza di tali discipline.
Tratto da “La Vita Italiana”, CCCXVII, luglio 1939, pp.33-40
Il presidente russo Vladimir Putin ha messo al bando la Microsoft Bill Gates e la sua società. Inoltre, entrambi i colpevoli sono stati inseriti in un elenco di controllo del Servizio di sicurezza federale a causa di “preoccupazioni per la sicurezza e l’affidabilità”.
La rimozione di tutto il software Microsoft è ora iniziata in Russia con effetto immediato. Il portavoce del governo Sergei Zheleznyak ha spiegato che Microsoft è stata sorpresa a svolgere una sorveglianza minuto per minuto su milioni di cittadini russi e su cittadini di altri paesi. Il rapporto mette in evidenza le preoccupazioni della Russia: “Gli Stati Uniti, che si presentano come un bastione della democrazia, hanno infatti condotto una sorveglianza minuto per minuto di decine di milioni di cittadini della Russia e di altri paesi”.
“Tutte le principali società Internet che si sono formate negli Stati Uniti sono coinvolte in questa brutta storia e queste società operano sul territorio del nostro paese”, ha detto il portavoce del Cremlino.
Anche il fondatore di Microsoft Bill Gates, che è stato inserito in una lista di controllo dei servizi di sicurezza federale (FSB), è stato indagato per una revisione delle sue attività, in attesa di ulteriori indagini, con le aspettative al Cremlino che questo individuo sarà associato a George Soros e a Jacob Rothschild nella lista nera creata dalla Federazione Russa.
Bloomberg ha riferito che Artem Ermolaev, responsabile della tecnologia informatica di Mosca, e il ministro delle comunicazioni russo Nikolay Nikiforov, hanno dichiarato che Mosca sostituirà inizialmente la Microsoft Exchange Server e Outlook su migliaia di computer con un sistema di posta elettronica sviluppato dalla società russa Rostelecom PJSC. L’anno prossimo in Russia si installerà un software sviluppato da “New Cloud Technologies”, un altro fornitore di software russo, su milioni di sistemi. Anche Microsoft Office e Windows saranno sostituiti con versioni di produzione propria, ha affermato Ermolaev.
Microsoft bandito dalla Russia “Vogliamo che i soldi dei contribuenti e delle imprese statali vengano spesi principalmente in software di produzione locale (russo)”, ha detto Nikiforov, aggiungendo che a partire dal prossimo anno i funzionari “rafforzeranno la loro presa” sulle istituzioni statali che non optano per alternative domestiche. La Russia ha smascherato il sistema di spionaggio e di controllo creato dagli USA che utilizza le società tecnologiche come Microsoft, Google,Facebook e altre consimili per estendere la sua rete di manipolazione e sorveglianza di massa su vari paesi.
*MICHAEL WALSH è giornalista, emittente e autore di 64 titoli di libri in tutto il mondo con 36 anni di esperienza. Come altri giornalisti di integrità, non scrive più per i media aziendali, optando invece per il vero giornalismo.
Matteo 24 36 Quanto a quel giorno e a quell’ora, però, nessuno lo sa, neanche gli angeli del cielo e neppure il Figlio, ma solo il Padre. 40 Allora due uomini saranno nel campo: uno sarà preso e l’altro lasciato. 41 Due donne macineranno alla mola: una sarà presa e l’altra lasciata. 42 Vegliate dunque, perché non sapete in quale giorno il Signore vostro verrà.
In ogni essere umano vi sono due aspetti, due uomini” o “due donne”: una parte materiale e una spirituale. Si parla della dualità fisica e spirituale dell’uomo che viene scissa, separata alla morte naturale dell’uomo; al contempo questo avverrà anche alla fine del mondo: il corpo fisico, alla morte dell’individuo resta sul letto (il campo), nel mondo fisico; l’altro, il corpo spirituale, lascia il corpo per “involarsi” nella realta’ sovrasensibile. Alla fine dell’evoluzione, la materia verrà separata dallo spirito.
Credo che l’umanità nella sua interezza si possa considerata un organismo, e come tale soggetto ad una sua evoluzione. Il processo di crescita che ci riguarda presuppone, inevitabilmente, l’abbandono progressivo del veicolo (la struttura culturale e psicologica) che ci ha portato lì dove siamo, e quindi il crollo dei muri dietro i quali si è venuta a strutturare l’immagine che abbiamo di noi stessi. In questa prospettiva credo sia evidente a tutti come la globalizzazione abbia cavalcato un percorso, inevitabile, di apertura, che presuppone la necessità di guardare all’umanità nella sua interezza e l’abbandono di schemi che riducono l’ampiezza della visione del nuovo orizzonte.
Per questi motivi credo che stiamo assistendo ad una manipolazione dei processi evolutivi che riguarda l’intera umanità. Una manipolazione ben condotta da parte di chi è consapevole del percorso e delle forze che spingono l’umanità ad evolvere. Il processo con le Forze inerenti, non è stato bloccato ma, con intelligenza diabolica, deviato dal suo binario. Si continua a parlare di democrazia, di libertà, di condivisione, di diritti umani, di accoglienza ma dietro l’uso di questi concetti si nasconde il tentativo di destrutturazione della psicologia umana, la distruzione della memoria storica, con il suo retaggio etico filosofico, e si nasconde anzitutto l’antica arma del DIVIDE ET IMPERA, uno strumento particolarmente attivo e globalmente diffuso di destabilizzazione: scontro tra religioni; interessi privati contro interessi collettivi; nazione contro nazione; scontri ideologici-identitari; l’uomo contro la donna; l’avere e l’apparire che si scontrano con la natura del nostro essere profondo; l’identità biologica che viene minata da un libertarismo anarcoide e amorale alla cui difesa hanno eretto il bastione del “politicamente corretto”. Per sottrarci alla manipolazione imperante credo che bisognerà rimettere la coscienza collettiva sul suo binario, e forse sarà anche necessario tornare alla stazione di partenza: famiglia, patria, identità, intesi come luoghi da cui poter ripartire. Il retaggio etico e filosofico che ha dato vita alla cultura umanistica potrebbe già servire, così come la famiglia intesa come cellula di un corpo sociale condiviso dove sperimentare l’amore per il nostro prossimo a partire da coloro che più ci sono vicini. In questo senso anche la patria diventa un luogo di elaborazione della crescita della coscienza collettiva di una comunità, poi di un popolo, e poi, in un’ottica di collaborazione multipolare tra le varie patrie, della crescita della coscienza collettiva dell’intera umanità. Bisognerà che l’intero percorso sia gestito individualmente senza che ci siano interposizioni esterne ma all’interno di un ordine che possa favorire il rispetto dell’altro e la collaborazione.
“Tutta la saggezza della terra deve dirci una cosa: di vivere come degli angeli del cielo, poiché noi siamo degli angeli. Dobbiamo vivere dunque come loro, ed essi dovranno diventare la nostra propria anatomia […]. Noi siamo quel che siamo e la sola differenza fra noi e gli angeli è il corpo umano e il giudizio umano che ci sovrasta (mentre gli angeli ne sono liberati). Cosa sanno compiere gli angeli? Tutto, poiché hanno in sé la saggezza e l’arte di Dio. Le arti di Dio stanno negli angeli anche sulla terra. Essi sono puri e mondi, e perciò sono svegli e senza sonno. L’uomo è dotato di un corpo e dorme; bisognerà perciò svegliarlo, affinché giunga alla sapienza degli angeli, ossia alla saggezza e alle arti divine”.
“Se la nebbia si solleverà, apparirà chiaro che è la “visione del mondo” ciò che, di là da ogni “cultura”, deve unire o dividere tracciando invalicabili frontiere dell’anima, che anche in un movimento politico essa costituisce l’elemento primario, perché solo una visione del mondo ha un potere di cristallizzare un dato tipo umano e quindi di dare il tono specifico ad una data comunità.“
Da più di un decennio in Occidente si è aperto un dibattito pubblico basato su opinioni che riguardano le divergenze in atto con l’Oriente nel mondo globalizzato, discussione innescata da una dialettica politica che si nutre di argomenti per lo più inerenti agli effetti sulle economie dei Paesi dell’ovest.
Lo scorso 12 maggio l’ex Presidente del Consiglio italiano D’Alema nel suo intervento al convegno ‘Etica e politica della globalizzazione’ dichiara:
(…) la destra americana è attratta da uno scenario di una nuova guerra fredda e l’Europa rischia la disfatta (…) Io penso che queste analisi non tengano conto di ciò che sta cambiando in Cina negli ultimi quattro o cinque anni, e cioè del fatto che sotto la guida di Xi Jinping sta avvenendo un cambiamento del modello cinese.
(…)
Una parte importante della cultura americana considera la Cina come una variante del modello sovietico. Questa secondo me è una lettura superficiale perché non tiene conto della storia cinese e di quanto il marxismo cinese si sia ibridato con il confucianesimo, con la cultura cinese. Di fatto il sistema cinese ha delle flessibilità che il modello sovietico non aveva. Il modello sovietico era anelastico e quindi a un certo punto si è spezzato. Io penso che con la Cina dovremo fare i conti.
Quindi, la riflessione di D’Alema fa i conti con una visione più profonda di ciò che comunemente si crede sia una disputa solo di natura economica. L’emergenza sanitaria globale, che coinvolge miliardi di persone in questi ultimi mesi, sta acuendo questo dibattito, alimentando nell’opinione pubblica occidentale una antipatia collettiva verso l’Oriente, in particolare verso la Cina.
I miei studi di approfondimento professionale nel campo della antropologia applicata nella comunicazione di marketing, oppure sul Soft power impiegato per il Cultural placement nella Diplomazia Culturale, mi hanno spinto da tempo a credere che la Cina fosse una delle nazioni più attive ad applicare questi strumenti.
Strategie analoghe a quelle impiegate dagli Stati Uniti negli ultimi 60 anni, che hanno visto marchi simbolici della cultura americana come la Coca Cola o Mc Donald, riuscire a ‘suggestionare culturalmente’ i popoli di nazioni della vecchia ‘cortina di ferro’ proponendo il ‘sogno americano’ come un’alternativa al comunismo.
Dunque, riflettiamo anche noi, sarebbe davvero solo l’economia la causa principale di questo nuovo conflitto? Ci siamo mai fermati a riflettere sul fatto che probabilmente in queste due parti del mondo si presentano sostanziali differenze nel modo di vivere e, in generale, nell’approccio alla vita?
Abbiamo mai riflettuto sul fatto che questi diversi modi di vivere non sono determinati solo dalla topografia e dalle circostanze fisiche che svolgono un ruolo cruciale nella vita, ma anche, e forse soprattutto, dalle tradizioni antropologico culturali, dunque dai sistemi di pensiero che governano gli usi, i costumi, i valori delle principali società localizzate nella parte orientale e occidentale del globo?
Non sarà che forse il contrasto economico sia solo uno degli effetti di uno scontro ideologico tra diversi modelli economici, piuttosto che tra due modelli di concezione della vita?
Che cosa influenzerebbe questi diversi sistemi di pensiero? Se conosciamo il significato di filosofia, probabilmente risponderemmo la diversità tra le orientali e quelle occidentali che hanno influenzato nei secoli queste differenti civiltà.
È d’obbligo, quindi, riflettere un attimo su ciò che – nella sua semplicistica spiegazione – è la filosofia e come influisce ed induce le divergenze di pensiero tra le culture di società diverse.
Generalmente, è universalmente definita come “lo studio della saggezza o conoscenza dei problemi generali, fatti e situazioni connessi con l’esistenza umana, i valori, le ragioni e la realtà generale”. Lo scopo principale è quello di cercare ragioni, risposte e spiegazioni generali sulla vita e sui suoi fattori che la determinano e la condizionano. Pertanto, parliamo di scuole di pensieri. E se ne colleghiamo il significato all’argomento di questa breve riflessione, capiamo come i pensieri collettivi di culture diverse differiscono e si confrontano con le realtà, i problemi e le situazioni degli individui.
Dunque, il confronto si sviluppa su una mera questione economica come crede l’uomo comune oppure si basa su di un vero e proprio scontro culturale?
A questa domanda potrebbe rispondere l’Antropologia interpretativa, che, da quando si determina come disciplina di studio che afferisce alle scienze umane, si confronta in un dialogo ininterrotto con la filosofia.
Clifford Geertz, criticando il metodo dell’etnografia classica, riflette sull’importanza del confronto agonistico tra filosofia ed antropologia sostenuto nell’intento di trovare la forma di cooperazione e interazione più feconda fra due materie che
si occupano entrambe del pensiero e della vita dell’uomo nel loro complesso (…) che si scambiano, spesso, scommesse di inattendibilità e reciproci rimproveri, ma possono unire le loro forze (…) per sconfiggere le paure.
Infatti, è la paura del diverso, di colui che non si conosce e non si riesce a comprendere, che spesso la storia ricorda come causa scatenante di conflitti, ecco perché il saper gestire le diversità risulta determinante.
In cosa differiscono questi due modelli? La filosofia occidentale viene indicata come quella scuola di pensiero che ha origine nell’antica filosofia greca. Diversamente, l’Oriente fa riferimento a varie filosofie che hanno avuto origine nell’Asia orientale e meridionale tra cui quella cinese, giapponese e coreana che sono dominanti in Asia orientale e Vietnam, e quella indiana, compresa la buddista, predominanti in Asia meridionale, Sud-est asiatico, Tibet e Mongolia. La filosofia occidentale si evolve nelle sue radici originali con quella latina, romana, e con il cristianesimo, anzi, sarebbe meglio affermare con il giudeo-cristianesimo.
Per quanto di nostro interesse in questa riflessione, potremmo semplificare affermando che le filosofie orientali si ispirano principalmente all’induismo, al confucianesimo, al buddismo, principalmente mahayana, e al taoismo. L’attuale scuola di pensiero dominante in Oriente, così come viene percepita in Occidente, nel contesto dell’attuale gioco degli equilibri geo-politici-economici globali, è quella della nazione più popolosa ed economicamente competitiva in Asia: la Cina.
Le principali differenze si potrebbero sintetizzare in ‘Individualismo occidentale’ e ‘Collettivismo orientale’.
I focus delle filosofie orientali si concentrano molto di più nell’analisi dei “pensieri del gruppo raccolto in una società”, cioè nei pensieri e delle conseguenti azioni delle persone “intese come una cosa sola” al fine di trovare il significato nella vita; mentre provano a sbarazzarsi del falso concetto di ‘Me’, trovando significato nello scoprire il vero ‘Me’ in relazione a tutto ciò che li circonda o come parte di uno schema più ampio. Al contrario, la civiltà occidentale è più individualista, cercando di trovare il significato della vita ‘qui ed ora’ con il Sé al centro come un qualcosa di già dato, parte del Divino.
Il principio focale della filosofia orientale è l’unità cosmologica, il punto principale nel cammino della vita mentre si dirige verso la realtà eterna. Vita che ha un andamento circolare e la ricorrenza con tutto ciò che la circonda è importante. A differenza dell’Occidente, l’etica diventa virtù e si basa sul comportamento dell’individuo e la dipendenza corre dall’interno verso l’esterno. Il Sé interiore, però, deve essere prima liberato secondo il mondo che lo circonda, in cui l’autostima, l’importanza del Sé non hanno un significato reale.
La filosofia occidentale, invece, vede l’uomo come un elemento del Divino, si basa sulla ‘auto-dedizione dipendente dal mondo esterno finalizzata ad essere al servizio’: a Dio, alla comunità, agli affari e così via; estremizzando, la stessa natura viene intesa come al servizio dell’uomo il quale, a sua volta, è inteso al servizio di Dio.
Mentre in Oriente nell’unità cosmologica la vita è un viaggio verso realtà eterne che vanno oltre le realtà che ci circondano in una “visione circolare basata sull’eterna ricorrenza”, in Occidente è intesa come “una linea retta dove ci deve essere un inizio e una fine per trovare un significato”. Per quanto lineare, la filosofia occidentale è logica, scientifica e razionale rispetto al concetto orientale di eterna ricorrenza dipendente dal mondo interiore.
Il pensiero cinese prospera sul concetto confuciano che descrive le quattro virtù cardinali ‘lǐ’, ‘yi’, ‘lian’, ‘chi’, ovvero: le buone maniere, l’aiuto vicendevole, la coscienza dei diritti altrui, la consapevolezza dei propri doveri, che spiegherebbe l’approccio disinteressato alla vita. La soddisfazione di ciò che si ha è la chiave.
Il confucianesimo si concentra su valori umanistici come l’armonia familiare e sociale, la pietà filiale, la rén, la benevolenza o l’umanità, e, appunto lǐche è un sistema di norme rituali che determinano come una persona dovrebbe agire per essere in armonia con la legge del cielo, in un processo evolutivo di equilibrio tra la natura, il ‘tian’: il cielo, e l’uomo dove il progresso sociale è un aspetto dello sviluppo della graduale conciliazione dell’uomo con la via, il ‘dao’.
La filosofia occidentale, invece, si concentra sull’etica: come individui, “si deve fare ciò che si suppone debba essere fatto” senza causare ‘danni’ agli altri. Il successo si basa su quanto qualcuno percorre il suo tragitto senza ferire il prossimo.
Dunque, da un lato la tendenza allo spirituale, dall’altro uno stile pratico. La differenza sostanziale sta nello ‘Io occidentale’ e nel ‘Noi orientale’, quando ci si concentra sulla ricerca della verità e del significato.
Il pensiero cinese moderno è dunque generalmente inteso per avere radici nel confucianesimo classico, nel neo-confucianesimo, nel buddismo e nel taoismo; influenzato negli ultimi quattro secoli dallo ‘Xixue’: il cosiddetto ‘apprendimento occidentale’.
Questo tentativo di contaminazione inizia intorno al secolo XVII, alla fine della dinastia Ming, l’inizio della dinastia Qing, laddove si iniziano a fare strada alcuni tratti che “vedono l’uomo distinto e autonomo dalla natura trovare la radice della propria libertà nella costruzione razionale e consapevole del proprio mondo”.
Ma è tra la fine del XIX e l’inizio del XX secolo, il periodo della rivoluzione industriale, che pensatori cinesi come Zhang Zhidong guardano alla conoscenza pratica occidentale come un modo per preservare la cultura tradizionale cinese: una dottrina che Zhongti Xiyong definisce “l’apprendimento cinese come sostanza e apprendimento occidentale come funzione“.
Con la rivoluzione di Xinhai nel 1911, si intensificano gli appelli per abolire completamente le vecchie istituzioni e le pratiche imperiali della Cina, il maggiore esponente di questo movimento riformista è Sun Yat-Sen, ritenuto il fondatore ideologico della Cina Moderna, con i suoi tentativi di incorporare la democrazia, il repubblicanesimo e l’industrialismo nella tradizione filosofica cinese.
La completa riforma si compie con Mao Zedong che, introducendo la cosiddetta filosofia marxista cinese, porta ai giorni nostri un popolo e una nazione a pensare ed agire secondo una visione ideologica del marxismo in un modo unicamente nazionale.
Il professore di Scienze politiche all’Università di Shanghai Josef Mahoney menziona tre elementi che confermano questo processo.
Primo la Giustizia sociale così come trasmessa da Karl Marx che implicitamente parlava del concetto cinese cosiddetto ‘Shehui datong’, la Grande unità”: l’obiettivo teleologico fondamentale dell’Umanità descritto nel classico confuciano ‘Li Ji’, Il libro dei Riti.
Secondo, una Società che si adatta ai cambiamenti: una visione profondamente influenzata dal Taoismo che secondo gli studiosi, richiede una lotta dialettica a lungo termine con il mondo come è adesso – un mondo che richiede ordine, stabilità e sviluppo – per svilupparsi come una soglia adatta ai cambiamenti.
Nel confucianesimo questo concetto è espresso come istituzione di uno ‘Xiaokang Shehui’ che viene tradotto come: ‘Società moderatamente prospera’.
In terzo luogo, i concetti di Datong e Xiaokang Shehui forniscono il mezzo concettuale per avanzare in tandem con la caratteristica distintiva della coscienza cinese. Ciò ha trovato il suo corollario utile ma meno idealistico nel concetto marxista di materialismo dialettico, che, a sua volta, è stato ulteriormente sviluppato da Mao Zedong e perseguito con le riforme economiche avviate da Deng Xiaoping che ha guidato lo sviluppo politico ed economico della Cina compreso l’impegno a stabilire lo Xiaokang Shehui entro il 2020 e una nazione socialista completamente moderna entro il 2049 (…)
Mahoney ci fa notare che Marx nei ‘Manoscritti economici e filosofici’ scrive:
… il comunismo è il completo ripristino dell’uomo a se stesso come un essere sociale, cioè umano, un restauro che è diventato consapevole e che ha luogo nell’intera ricchezza dei precedenti periodi di sviluppo. Questo comunismo, come naturalismo pienamente sviluppato, è uguale a umanesimo e come umanesimo pienamente sviluppato è uguale a naturalismo; è la vera soluzione del conflitto tra uomo e natura, e tra uomo e uomo, la vera soluzione del conflitto tra esistenza ed essere, tra oggettivazione e autoaffermazione, tra libertà e necessità, tra individuo e specie. È la soluzione dell’enigma della storia e sa di essere la soluzione.
Confucio nel ‘Li Ji’, il Libro dei Riti, riflette sulla ‘Grande Unità’, la visione utopica cinese del mondo in cui tutti e tutto sono in pace in una società moderatamente prospera, usato per descrivere un sistema composto da una classe media funzionale.
Il termine è oggi meglio conosciuto grazie al suo uso da parte di Hu Jintao, Segretario generale del partito comunista cinese tra il 2002 e il 2012, quando si fa riferimento a politiche economiche intese a realizzare una distribuzione più equa della ricchezza.
L’attuale Segretario generale Xi Jinping, nel suo famoso discorso del 2015, associa il concetto al termine ‘sogno cinese’ svelato in una serie di slogan politici chiamati ‘I quattro comprensivi’ che include:
Costruire in modo completo una società moderatamente prospera.
Non lo sappiamo, e forse non lo sapremo mai, ma forse un complotto è davvero in atto.