Pensare ed agire politicamente richiede una costante riconfigurazione della mente. Ogni giorno .
Fare politica significa pensare prima di agire, significa quindi impegnarsi innanzitutto a gestire i propri impulsi.
Significa anche la necessità di saper prevedere il futuro consapevoli però che ogni decisione ha un costo.
Fare politica significa sviluppare un elevato tasso di pazienza, una memoria acuta e una capacità di concentrazione nelle elaborazioni di strategie. Una concentrazione che a causa dei numerosi accadimenti giornalieri si tende facilmente a perdere. Infatti i continui rumors degli accadimenti quotidiani hanno la caratteristica di interferire con la strategia elaborata e distrarre le menti da ciò che è realmente essenziale.
Fare politica significa vedere le strade percorribili dove gli altri percepiscono essenzialmente solo caos o disordine..,
Fare politica significa prendere decisioni secondo le leggi della sincronicità e delle rinnovate capacità di espressione.
Fare politica significa accettare con la stessa Umiltà successi ed insuccessi e ciò sarà possibile solo quando si sarà in grado di disciplinare la propria anima.
Fare politica significa distruggere il proprio ego e fare della impersonalità attiva il proprio centro della propria autorevolezza.
Probabilmente alla fine di questo modo di “fare politica” ci renderemo conto che la politica è stata quello strumento ideale per cercare di elevare la propria verticale in un pensiero di amore per la propria gente, in nome di un sentimento di giustizia e per la rivoluzione dello Spirito nostro ed altrui.
“La cattiva religione è arrogante, ipocrita, dogmatica e intollerante. E lo è anche la cattiva scienza. Ma a differenza dei fondamentalisti, i fondamentalisti scientifici non si rendono conto che le loro opinioni religiose si basano sulla fede. Credono di conoscere la verità.”
Dal summit di Sharm emerge una verità che trova un riflesso nel non tempo e conferma la mia intuizione. Se gli sprepuziati controllano la nazione più potente del mondo dall’interno, sono i veri padroni del mondo. Vediamo perché… Col principio delle corrispondenze si giunge sempre alla verità. Seguitemi…in parte già ne parlai.
Antico testamento figura dell’antica creazione pre Genesi 1
Nuovo Testamento figura della nuova creazione descritta in Genesi 1
Nell’antica creazione Dio crea eoni come sue emanazioni (figli) = nell’antico testamento Dio suscita un popolo cui offre elezione (non eterna)
Eoni dell’antica creazione si ribellano e Dio li abbandona =ebrei dell’antico testamento si ribellano e Dio inizia ad abbandonarli.
Dio crea Adam nella metastoria per dominare sui ribelli e portare ordine nel caos = Dio manifesta Gesù cristo (Adam) nella storia per essere re sugli ebxei e portare ordine.
Gli eoni ribelli si rifiutano di obbedire ad Adam, il figlio di Dio e re, e ne causano la caduta nel loro regno, ovvero lo uccidono alla sua ontologia superiore = gli ebrei ribelli rifiutano il messia come re, lo combattono e lo uccidono.
Gli eoni ribelli vengono definitivamente abbandonati e maledetti da Dio = gli ebrei lo stesso.
Gli eoni ribelli diventano totali dominatori (Arconti) delle forme inferiori di vita in questo regno, padroni totali = gli ebrei diventano padroni del mondo venerando definitivamente il mammona di iniquità.
Il principio delle corrispondenze come in cielo così in terra è infallibile. Se conosci il cielo conoscerai la terra, e viceversa. Non si scappa da qui. Applicatelo e intuirete molte verità occulte.
Dopo timide condanne, molti benpensanti cercano di “pareggiare i conti” tra vittime e carnefici. Vogliono dimenticare il genocidio palestinese e tornare alla loro quiete morale. Ma senza giustizia non ci sarà mai pace, né in Palestina né in Occidente.
“Pari e patta”: i risvegliati dell’ultima ora vogliono tornare a dormire*
I primi indizi di come i benpensanti si stanno sfilando dalle loro timide condanne del genocidio si sono manifestati ancor prima del cessate il fuoco, in occasione dell’anniversario del 7 ottobre. Su tante bacheche di risvegliati dell’ultima ora sono comparsi post per commemorare le vittime di quell’attacco, e fin qui niente di male, anzi.
Chiunque abbia a cuore l’umanità non può che dispiacersi per tutte le vittime innocenti, di qualsiasi provenienza e latitudine e non c’è dubbio che il sette ottobre ce ne siano state tante.
Il problema è che in molti hanno pensato bene di aggiungere a questa commemorazione tutto l’armamentario criminalizzante della resistenza palestinese. Ad esempio, nonostante da ormai otto anni Hamas abbia cambiato il suo statuto eliminando ogni riferimento alla distruzione dello stato di Israele, si continua a mistificare deliberatamente la realtà insistendo a scrivere che Hamas “pretende di eliminare lo stato e il popolo ebreo”, riesumando per buona misura le balle plurismentite degli stupri di massa come arma di guerra, della decapitazione di decine di bambini etc.
Uno dei principali “talking point” dei benpensanti che donano la loro saggezza al mondo è proclamare stentoreamente che la Resistenza (maiuscolo) “non ammazza i civili”. Gente che non ha sperimentato neanche un millesimo delle sofferenze ininterrottamente subite dai palestinesi decenni ha la faccia tosta di declamare dal suo divano circondato da ogni comfort che l’attacco del sette ottobre è solo una folle manifestazione di ferocia antisemita.
Peraltro, sono spesso gli stessi che danno in escandescenze e invocano pene draconiane per mezz’ora di blocco del traffico: vorrei proprio vedere cosa si sentirebbero legittimati a fare se un esercito occupante rubasse la loro casa o ammazzasse impunemente tutta la loro famiglia.
Tanta idiozia e insipienza si spiega perfettamente quando si realizza quale sia lo scopo di queste invettive, ovvero quello di equiparare i crimini del sette ottobre con il genocidio che ne è seguito. Infatti, alla criminalizzazione assoluta della resistenza palestinese segue il concetto tanto caro al borghese privilegiato: la causa del prolungarsi della “guerra israelo-palestinese”, come amano chiamarla, non sta nel prolungarsi dell’occupazione e dell’apartheid, ma nella “cattiveria umana”. Il problema, secondo questi miserabili cialtroni, è che da una parte e dall’altra c’è gente che “ama la guerra e la violenza”, che “non cerca tregue o mediazioni”.
Epppure, chiunque abbia mezzo neurone ha visto come stia procedendo la mediazione degli accordi di Oslo, come in Cisgiordania (dove non c’è Hamas) lo stato israeliano continui imperterrito e impunito a vessare la popolazione palestinese in ogni modo possibile e immaginabile rubando loro la terra sotto gli occhi del mondo intero.
Quali motivi sono alla base di queste folli equiparazioni? Uno tra i tanti è che molti benpensanti non vedono l’ora che un qualsivoglia cessate il fuoco consenta loro di dichiarare “pari e patta” tra genocidari e genocidati.
La loro tardiva condanna di Israele non era finalizzata ad aiutare i palestinesi, ma a trarsi d’impiccio dopo che fregarsene è diventato socialmente inaccettabile. Ora però non vedono l’ora di lavarsene le mani per tornare a dedicarsi all’unica cosa che li appassiona, ovvero gli affaracci loro.
Il che, peraltro, non sarebbe neanche così sconvolgente (si sa che le persone sinceramente interessate alla sorte dei loro simili sono, nella società attuale, una minoranza) se non fosse che questi poveretti hanno costantemente bisogno di sentirsi bravi e buoni per puntellare la loro autostima e sono infastiditi da ogni situazione che evidenzi la loro vera natura di egoisti autoreferenziali.
Quindi, ora si adopereranno per attaccare, delegittimare, travisare chi, con le sue azioni, evidenzia la loro ipocrisia per etichettarli come stupidi estremisti fiancheggiatori di Hamas e tornare così a rimirarsi allo specchio dicendosi “io sì che sono democratico, equidistante, moderato, ragionevole, meraviglioso”.
A questi ho solo una cosa da dire: non funzionerà. La questione palestinese è esplosa: in tutto il mondo ci sono ormai moltitudini determinate a far sì che il genocidio non rimanga impunito e che il popolo palestinese abbia libertà e giustizia.
Queste persone sensibili ai valori universali che legano gli umani tra loro, che voi proprio non riuscite a capire perchè ve ne fregate di tutto fuorchè di voi stessi, non saranno forse una maggioranza in confronto a voi ipocriti e ignavi, ma sono attive e in gran parte lo resteranno.
In questi due anni hanno fatto un enorme salto di consapevolezza e ora non sono più disposte a vivere quietamente in un mondo in cui i perpetratori di un genocidio la fanno franca e un intero popolo vittima di genocidio continua a venire schiacciato e oppresso come se nulla fosse.
Quindi, cari benpensanti, non vi illudete. Senza giustizia non può esserci pace, e questo vale tanto per la Palestina quanto per l’Occidente: nello scontro tra il fascismo che avanza e l’umanità che resiste nessuno potrà essere neutrale. A voi la scelta.
Le parole di Crosetto dimostrano quanto sia pericolosa la destra ferocia.
Mentre la sinistra woke te lo urla in faccia che odia la nazione, la sovranità e i confini, la destra ferocia ci gira intorno.
Crosetto non dice che l’Italia debba rinunciare a tutta la sua sovranità. No no… Solo ad alcuni settori, quelli che permetterebbero all’Europa di contare di più.
Ma quali sarebbero questi “settori”?
La difesa? Non esiste una politica estera comune europea e nessun greco andrebbe a morire per la Danimarca.
L’industria? Francia e Germania non hanno nulla da guadagnare dalla nostra prosperità, anzi, l’hanno sempre avversata.
L’economia? Abbiamo già visto all’opera le meraviglie di una moneta unica applicata a economie diverse, con tanto di vincoli demenziali.
La cultura? Da quando è nata, l’UE ha tentato di livellare, demonizzare e cancellare le identità dei popoli europei.
L’immigrazione? Nessuno ricorda l’ultima volta in cui Bruxelles ci abbia aiutato davanti alle crisi migratorie.
Il discorso di Crosetto serve solo a indorare la pillola: quella della cessione di sovranità de facto. Con un tricolore a fare da foglia di fico.
“Hṛdayasya sthale dṛṣṭvā nāda-bindu-samanvitam, tatsthāne śāntam abhyasyan mukto’bhyantara-śaktibhiḥ”,”nel luogo del cuore (hṛdayasya sthale), avendo osservato (dṛṣṭvā) l’unione tra la scintilla della luce ed il suono (nāda-bindu-samanvitam), dimorando lì (tad sthāne) costantemente (abhyāsyam) e in pace (śāntam) ci si libera (muktaḥ) per mezzo delle potenze interiori (abhyantara-śaktibhiḥ)”,Yoga-śikhā Upaniṣad (Rudra).
Versetti come questo sono mere figure retoriche finché non divengono vere e proprie esperienze di meditazione. In tutte le tradizioni mistiche si parla in forma di metafora dell’unione dell’anima con l’Assoluto nella dimora interiore (camera segreta, cava del cuore, unione nuziale, il talamo, etc). Ebbene questo “luogo” esiste veramente e si raggiunge rallentando consciamente le frequenze cerebrali. Dopo qualche ciclo respiratorio, dedicato al silenziamento delle potenze psichiche (le correnti pulsionali inconsce che animano i pensieri da dietro le quinte), la coscienza rallenta ma rimane vigile, senza cadere nel sonno. A quel punto le energie psichiche si canalizzano ad imbuto e si ha accesso alla cava. Si ha la sensazione netta di varcare una porta ed entrare in un luogo benedetto, ovattato, interno, segreto. Semplicemente la mente ha rallentato le frequenze (theta e delta) ed ha depotenziato l’apertura sensoriale verso l’esterno (sensi), il focus è ora ad intra. Lì il punto (tradizionalmente inteso come potenza sessuale) diviene manifesto in forma di luce della coscienza e si attua come ferma concentrazione nel cranio, proprio al centro, ove avviene la fusione dell’attenzione libera dai pensieri con il suono (nāda) del silenzio (mauna). Il sibilo pacificherà, allora, (śāntam) la mente che vi si applica (abhyāsa) permettendo l’accesso alla liberazione (muktaḥ) dalle fantasie negative attraverso la canalizzazione delle potenze. La coscienza, divenuta silenzio, sperimenta l’unione con la Mente Naturale. Giunti qui la questione è imparare a rimanervi un pò più a lungo, finché non diventi uno stato spontaneo.
Nel grande scacchiere mediorientale, tre potenze non arabe — Turchia, Iran e Israele — si muovono con una percezione di sé fortemente distinta dal resto del mondo arabo. Pur divise da religioni, sistemi politici e alleanze divergenti, queste nazioni condividono un tratto comune: la convinzione di rappresentare una forma di civiltà o di razionalità politica superiore a quella dei vicini arabi, spesso percepiti come instabili, frammentati o incapaci di costruire un equilibrio duraturo.
Una superiorità storica e culturale
Le radici di tale atteggiamento affondano nella storia.
L’Iran, erede dell’antica Persia, conserva un’identità imperiale e culturale che lo spinge a considerarsi diverso e più raffinato rispetto alle monarchie arabe nate dai confini coloniali. L’elemento persiano-sciita alimenta una visione universalista, ma anche un senso di missione spirituale e politica che si oppone all’arabità sunnita dominante.
La Turchia, guidata da un pragmatismo neo-ottomano, tende a vedere il mondo arabo come un’eredità incompiuta del proprio passato imperiale. L’espansione dell’influenza turca in Siria, Iraq e Libia risponde a una logica di potere che combina nostalgia storica e disillusione verso le élite arabe, considerate incapaci di gestire la modernità.
Israele, infine, percepisce se stesso come un avamposto tecnologico, economico e democratico in una regione arretrata e instabile. Questa visione, alimentata da decenni di conflitti e isolamento, ha consolidato una cultura politica che interpreta la forza come unica garanzia di sopravvivenza.
L’arena mediorientale come campo di influenza
Le tre potenze agiscono spesso in concorrenza, ma raramente in opposizione diretta.
Ankara cerca di penetrare nel mondo arabo attraverso il soft power religioso e mediatico.
Teheran lo fa attraverso milizie, alleanze ideologiche e progetti sciiti transnazionali.
Tel Aviv, invece, punta sulla tecnologia, sulla diplomazia economica e sull’alleanza con i Paesi del Golfo in funzione anti-iraniana.
In tutti e tre i casi, il mondo arabo viene trattato come spazio da gestire, non come interlocutore paritario: un’arena su cui esercitare influenza piuttosto che un insieme di Stati sovrani da rispettare pienamente.
La frammentazione araba come terreno fertile
La debolezza politica del mondo arabo — diviso tra regimi autocratici, conflitti interni e interessi divergenti — ha consolidato questa dinamica. La mancanza di una visione comune ha reso le società arabe vulnerabili alle interferenze esterne, mentre le potenze regionali non arabe hanno saputo riempire il vuoto di leadership.
Così, mentre le potenze del Golfo investono nel mantenimento dello status quo, Turchia, Iran e Israele si percepiscono come i veri architetti del futuro mediorientale.
Dietro i contrasti ideologici e religiosi si cela una comune consapevolezza di superiorità politica e culturale. Israele, Iran e Turchia si considerano centri di civiltà contrapposti al disordine arabo. È questa percezione, più che le divergenze religiose o strategiche, a definire oggi il cuore del conflitto simbolico nel Medio Oriente: la lotta tra chi vuole guidare la regione e chi ne subisce la storia.
Parlare di Hamas come creatura di Israele offende profondamente
– tutto il popolo di Gaza che si sarebbe fatto prendere per i fondelli da un proxy di Israele per 30 anni.
-11 gruppi alleati della Resistenza che da anni combattono e muoiono al fianco di Hamas.
– paesi alleati come l’Iran che contro Israele combattono una guerra esistenziale e avrebbero finanziato una creatura dei loro nemici.
– la memoria di tanti Martiri, dallo sceicco Yassin a Sinwar, per cosa sarebbero morti, per avere protestato contro il bonifico che non arrivava?
Nei prossimi giorni pubblicheremo altri elementi di approfondimento, chi insiste con queste tesi perché non ha voglia di approfondire fa più danni di un sionista.
“Non essere così pessimista se ogni tanto le cose non vanno come vorresti. Sii sempre riconoscente per gli affetti e le persone che già hai vicino a te. Un cuore grato ti rende felice” (Buddha)