a cura di Giuseppe Aiello
” Simul ante retroque prospiciens”
( bisogna guardare contemporaneamente davanti e dietro. )
Francesco Petrarca

di Giuseppe Aiello
Di origine svizzero-tedesca, Burckhardt nacque a Firenze nel 1908 e morì a Losanna nel 1984. Fu uno dei “quattro grandi” della Filosofia Perenne, successore di Frithjof Schuon e René Guénon, e contemporaneo di Ananda Coomaraswamy.
La grande studiosa Annemarie Schimmel, professoressa ad Harvard, lo descrisse con queste parole:
«Burckhardt vede l’Islam e il Cristianesimo con gli occhi di uno studioso che unisce un profondo intuito spirituale a un amore per la Verità Perenne; i suoi scritti rivelano che questa Verità è attuale oggi come lo era millenni fa, e che durerà finché gli esseri umani continueranno a desiderare di contemplare la luce divina», scrisse.
Secondo le parole di William Stoddart, Burckhardt fu uno dei più straordinari espositori della verità universale nell’epoca della scienza e della tecnologia moderne.
“Tradizionale” non si riferisce semplicemente a usanze e convenzioni ripetute meccanicamente, ma piuttosto a una sapienza teorica e pratica che riflette, nei vari campi dell’attività umana e attraverso i secoli, il messaggio sintetico e originario di una Rivelazione.
Nel linguaggio della Filosofia Perenne di Titus Burckhardt, “Tradizione” significa la continuità e la proiezione, in tutti gli aspetti della vita, di ciò che fu originariamente rivelato all’uomo fin dagli inizi di una data religione.
La Tradizione significa quindi l’applicazione di principi e valori benefici alle diverse manifestazioni della vita umana, includendo non solo le credenze e i riti, ma anche il sistema morale, sociale e culturale. La tradizione, dunque, è la dottrina di un’intera società fondata su valori benefici e intellettuali.
Come affermò il poeta e saggista anglo-americano T. S. Eliot, una civiltà tradizionale è quella permeata da una visione spirituale — che sia cristiana, buddhista, islamica o induista.

di Mike Plato
La miseria ontologica umana mortale è stata voluta da Dio per esaltare Se stesso e l’Uomo Vero che creò glorioso e immortale…affinchè da uno status di miseria potesse capire la ricchezza con cui il Padre lo aveva creato…
Per questo egli non procedette dalle amebe fino all’uomo, come ha imposto la scienza servile ai cieli inferiori, ma dal SUPERUOMO all’uomo. Non un movimento in salita ma in discesa…
Ciò affinchè l’Uomo vero superiore avesse cognizione di ciò che significa essere ETERNO e GLORIOSO, ad immagine del Padre, e nell’oblio avere la nostalgia di quello stato perduto.
Dio fece questo per far vivere all’uomo la povertà dell’essere e capire l’immensità che ci offrì alle origini.
Se non fosse stato così, chi porta in sè la matrice superiore non avrebbe avuto alcun ricordo latente di Sè stesso, nessuna nostalgia e nessun desiderio di quello STATUS…
La storia di GIOBBE è la metastoria adamica:
PRIMA RICCO, POI CADUTO NELLA MISERIA PIU NERA, POI DI NUOVO RICCO, MA PIU RICCO DI PRIMA…
Dio ristabilì Giobbe nello stato di prima, avendo egli pregato per i suoi amici; accrebbe anzi del doppio quanto Giobbe aveva posseduto (Giobbe 42:10)

a cura di Causa Abierta
Il mistero dei mapuche biondi, alti e con gli occhi azzurri di Boroa: qual è la spiegazione?
I Mapuches o Araucani, l’unico popolo precolombiano che non ha potuto essere sogiudicato militarmente dai conquistadores spagnoli per più di 300 anni di lunga guerra, a causa del loro carattere ancestrale e irriducibile, sono un popolo originario che viveva – e vive – tra i margini dei fiumi Bio e Tolten, nell’attuale regione dell’Araucania.
Anche i tratti fisici dei Mapuche attirarono l’attenzione degli spagnoli, perché come li descrisse il famoso militare e poeta Alonso de Ercilla nella sua magna opera epica “La Araucana”, avevano una corporatura più atletica e snella degli indigeni andini (con una pelle un po’ più pallida), con un’altezza abbastanza simile a quelle dei conquistatori peninsulari, così come i capelli neri e lisci, la pelle lampagna e tratti piuttosto delicati e arrotondati, con occhi di grandi orbite, che ad alcuni etnologi facevano ricordare le fazioni europeo-orientali.
All’interno del villaggio Mapuche, un caso piuttosto particolare è quello dei Mapuches di Boroa – località situata sulle rive del fiume Cautin, nel comune di Nueva Imperial, Regione Araucanía – che, a differenza dei loro fratelli di razza, presentavano caratteristiche fisiche totalmente nord-europee, cioè capelli biondi, occhi azzurri o verdi, viso pallido e alto un metro e ottanta.
Il gesuita Juan Ignacio Molina, autore del suo famoso “Saggio sulla storia naturale del Cile (1782), fece nel 1776 un lungo racconto delle caratteristiche fisiche degli araucani, precisando che non superavano la statura media della specie umana, erano robusti, ben proporzionati e dall’aspetto saldasco. Secondo Molina, “la sua pelle era di colore rosso scuro, tranne i boroani, alti e biondi”.
Lo storico José Bengoa nella sua “Storia del popolo Mapuche: XIX e XX secolo”, commenta da parte sua che “la storia di Boroa e degli indiani boroani risale all’arrivo stesso degli spagnoli, che senza successo e ripetutamente tentarono di costruire e mantenere un forte in questa città, il che più e più volte è stato distrutto. Gli abitanti sono rimasti famosi e coraggiosi. Il suo comportamento politico era di indipendenza, riflesso nella sua realizzazione di alleanze con gli arribani e i baini indistintamente. C’è un’idea diffusa che i boroani siano biondi, con grandi occhi chiari, di alta statura, ecc. Ciò ha portato a speculazioni pittoresche sulla base di un’origine greca dei Mapuches. Non c’è nulla di vero in tutto questo, ma si potrebbe presumere che, essendo ricchi, possedessero molte donne spagnole”.
Carlos Moreno Lara, dottore in biochimica presso l’Università del Cile, in un articolo pubblicato sulla rivista culturale “Dedal de Oro”, ha ricordato a proposito dei mapuches biondi di Boroa, che “alcuni anni fa, quando ho visitato la Scuola di Medicina a Temuco (capitale della regione Araucanía), un collega immunologo mi ha indicato una paziente il cui vestito indicava chiaramente che era mapuche, qualcosa di comune in quella regione, ma i suoi tratti fisici non si abbinavano. Quando ho espresso i miei dubbi, il mio amico ha spiegato: ‘È Mapuche, vive come mapuche e parla Mapudun, ma proviene dalla regione di Boroa, dove abbondano bambini mapuchito lentiggini e con occhi chiari’ “.
Anche se esistono molte teorie per spiegare l’origine dei marcati geni europei che prevalgono tra i mapuche di Boroa, come se questi abbiano praticato un intenso meticcio con le donne spagnole che catturavano durante le loro incursioni nelle città forti e spagnole del Cile meridionale è risaputo che gli araucani sentivano una particolare debolezza per la bellezza e la pelle bianca delle donne peninsulari – si ritiene che a un certo punto del XVII secolo gli araucani di Boroa, paese vicino alla costa, incontrarono i sopravvissuti di un naufragio di una nave olandese che trasferiva diverse famiglie di questa nazionalità e i cui resti sono rimasti bloccati sulle coste della regione Araucanía.
I mapuche boroini avrebbero quindi proceduto a rapire tutte le donne di questa nazionalità, di tutte le età, e alcuni bambini, che erano tra i sopravvissuti. Col tempo, i Mapuche di Boroa avrebbero avuto discendenza con queste donne olandesi, dando origine ai famosi mapuche biondi di Boroa.
Nave olandese del XVII secolo.
L’avventuriero, imprenditore e ingegnere minerario tedesco del XIX secolo Paul Treutler (1822-1887), noto per i suoi viaggi in Cile, arrivò nel nostro paese nel 1859, dove sbarcò nella città di Valdivia, abitata allora da numerosi coloni germani, internandosi successivamente nel cuore del territorio araucano accompagnato da due “capitani di amici” (cioè uomini bianchi cresciuti tra i Mapuche che parlavano spagnolo e Mapudungun).
Treutler, riferendosi al popolo Mapuche, ha scritto nelle sue memorie che “c’è anche una tribù che vive un po’ a nord del fiume Toltén, quella di Boroa, che è di pelle bianca, occhi azzurri, capelli lunghi e biondi, taglia sottile, buona configurazione del corpo e nobile fisionomia, quindi assomigliano molto ai tedeschi. Esistono opinioni contraddittorie sulla loro origine, ma predomina una che li considera discendenti di un equipaggio che è naufragato sulla costa vicina, poiché Boroa non è molto lontana dal mare”.

di Alessandro Orsini
25 ottobre 2025
Molti immigrati mi fermano per stringermi la mano. Dicono di seguirmi su YouTube. Che onore! Alcuni mi chiedono un selfie. Altri mi dicono che i miei video sono tradotti o sottotitolati in arabo. Che doppio onore! Grazie! Oggi ho incontrato un immigrato da un Paese nordafricano. Abbiamo chiacchierato un po’. Mi ha detto: “Grazie per quello che fai. Tu parli sempre bene di noi, non ci insulti, ci difendi. Noi non siamo mostri”. Mi ha chiesto cosa potesse fare per ringraziarmi. Gli ho detto che la cosa più bella che possa fare per me, per il mio bene, è volere bene all’Italia. Sforzarsi sempre di fare qualcosa di buono, di bello e di positivo per l’Italia. Mi ha risposto che non ha niente da dare agli italiani, che non lavora e che, quando lavora, non guadagna niente se non i soldi per mangiare. Gli ho detto che ci sono due modi di amare un Paese che tutti possono permettersi: rispettare sempre le leggi ed essere gentili. Molte persone, incluso un certo numero di italiani, non si rendono conto di quanto sia importante, per la vita civile di un Paese, per la sua felicità e il suo benessere, ma anche per i suoi commerci, essere gentili verso il prossimo gratuitamente in qualunque luogo e in qualunque momento.

di Christian Lenzini
Il Perennialismo, con la sua elegante e radicale tesi di una Philosophia Perennis, sfida ogni rivendicazione di unicità.
La figura di Cristo, in questa prospettiva, non appare come un evento storico isolato, ma come la manifestazione più pura e compiuta di un archetipo universale proprio della Tradizione e molto più antico di 2025 anni («il Natale ha 5.000 anni» diceva Saba Sardi per meritarsi la scomunica).
I suoi tratti — la nascita miracolosa da una vergine sotto il Capricorno, la morte sacrificale, la resurrezione – risonano, come echi di una verità più antica, nei miti di Horus, Mitra, Gilgamesh, Osiride, Baal, Marduk e Dioniso divorato dai Totani per redimere l’umanità (l’eucarestia).
Il Cristianesimo, in tutta la sua articolazione confessionale – dalla solennità cattolica alla severità calvinista, al pragmatismo luterano alla sovranità anglicana – diviene così il veicolo occidentale privilegiato di questa Tradizione Primordiale dunque il cristianesimo sembra proprio esser perennialista.
Le sue divisioni sono accidenti della storia; la sua essenza, un capitolo sublime nella perenne rivelazione del Divino che è ben più antica della Santa Notte di Betlemme a quanto pare.

a cura della Redazione
25 ottobre 2025
Zuppi, il Traditore Arcobaleno: Lo Spirito Santo lo sapeva
La stessa CEI che invita a farci invadere dai musulmani, ora vuole che i preti organizzino gay pride. Lo Spirito Santo sapeva chi è Zuppi, per questo non è Papa.
Qanto ancora tollereremo questa apostasia che si annida nei palazzi dei presunti vescovi italiani e nelle aule sinodali? Lo Spirito Santo, quel vento divino che ha guidato i Padri della Chiesa attraverso le tempeste dell’eresia, lo aveva capito prima di tutti noi poveri mortali. Matteo Zuppi, quel cardinale dal sorriso mellifluo e dal cuore di serpente, non è solo un pastore smarrito: è **la più grande minaccia alla Santa Chiesa Cattolica** dai tempi di Ariano! E oggi, 25 ottobre 2025, arriva la conferma agghiacciante, un pugno nello stomaco che fa rabbrividire l’anima: il Sinodo dei vescovi italiani, sotto la guida di questa CEI corrotta, ha approvato un documento che non è evangelico, ma diabolico. “La CEI supporti i Gay Pride”, tuonano le sue righe infami. E Zuppi, in un gesto di sfida aperta al Papa Leone XIV, osa proclamare: “Apriamo alle istanze LGBT!”.
Ma apriamo gli occhi, per l’amor di Dio! Questo non è un “cammino sinodale”, è un **marciume sinodale**, un tradimento che ribalta duemila anni di dottrina per inchinarsi all’idolo del mondo. Il documento, votato con una maggioranza bulgara – 781 “placet” su 809 votanti, come se la oligarchia elitaria di un branco di travestiti da vescovi potesse sostituire la verità eterna – invita le chiese locali a “superare l’atteggiamento discriminatorio” verso omosessuali e transgender. Discriminatorio? E da quando denunciare il peccato è discriminazione? La Scrittura è chiara: “Non vi conformate a questo mondo” (Rm 12,2), e Levitico 18,22 non lascia spazio a interpretazioni arcobaleno. Eppure, questi falsi profeti, con Zuppi in testa, vogliono che le nostre parrocchie diventino succursali dei cortei orgogliosi, dove invece di predicare la conversione si sventolano bandiere che inneggiano all’orgoglio del peccato mortale!
Ricordate? Lo Spirito Santo aveva già sussurrato il suo monito nei corridoi del Vaticano. Zuppi, artefice di questo disastro, non è nuovo a queste scorribande moderniste. Nominato da Francesco come presidente della CEI nel 2022, ha sempre cavalcato l’onda del “tutti, tutti, tutti”, quell’accoglienza pelosa che nasconde il rifiuto della croce. E ora, con Papa Leone XIV che cerca di rimettere in riga la barca di Pietro dopo il caos bergogliano, Zuppi osa sfidarlo apertamente: “Apriamo agli LGBT!”, grida, come se il Catechismo fosse un optional e non la roccia su cui è fondata la Chiesa. Il paragrafo 31 del documento – oh, quel veleno liquido! – riduce la sessualità a “dimensione affettiva” da analizzare con occhiali psicologici, spogliandola della sua “natura teologica e morale”. Traduzione: il peccato non esiste più, è solo un “sentire” da assecondare. E il paragrafo 30? Propone “percorsi di integrazione” per unioni irregolari, convivenze e seconde nozze, in palese contraddizione con il Magistero. È eresia pura, fratelli! È Lutero con la talare!
E la CEI? Quella Conferenza Episcopale Italiana che dovrebbe essere baluardo di ortodossia, si è trasformata in un covo di lupi travestiti da agnelli. Invitano a “promuovere una pastorale inclusiva” che superi le “discriminazioni” verso gay e trans, come se accogliere il peccatore significasse benedire il peccato. Basta con queste menzogne! La Chiesa ha sempre accolto i peccatori – adulteri, ladri, prostitute – ma li ha chiamati alla metanoia, non li ha invitati a sfilare con striscioni che deridono il matrimonio sacramentale e la famiglia voluta da Dio. “Siate fecondi e moltiplicatevi” (Gen 1,28): ecco la Parola, non queste favole sinodali dal titolo “Lievito di pace e di speranza” – speranza per chi? Per i nemici della Croce?
Furia santa mi assale pensando ai fedeli traditi! Milioni di cattolici italiani, che hanno pregato e digiunato per un rinnovamento autentico, si vedono ora schiaffeggiati da questa follia. Ricordate aprile 2025? Il testo fu bocciato con 835 no su 854, i vescovi gridarono: “La Chiesa non è un Parlamento!”. Eppure, Zuppi e i suoi non si arrendono: hanno ritoccato il veleno quel tanto che basta per riproporlo oggi, ignorando il grido della base. È un colpo di mano, un’insubordinazione che Leone XIV non può tollerare. Basta con questi “emendamenti” furbeschi, questi “approfondimenti” che puzzano di compromesso col demonio! Z
Lo Spirito Santo, che ha previsto tutto, chiama alla resistenza. Pregate, digiunate, urlate nei social e nelle piazze: no ai Gay Pride in chiesa! No all’apertura che è solo voragine infernale! Che il Papa intervenga con mano ferma, che i vescovi fedeli si levino contro questo cancro. La Chiesa è di Cristo, non di Zuppi. E vincerà, come sempre, perché “le porte degli inferi non prevarranno” (Mt 16,18). Ma guai ai traditori: il giudizio di Dio è vicino, e brucerà come fuoco!
Tratto da: Vox News

di Zela Santi
24 Ottobre 2025
La Cina ha ribaltato la guerra commerciale con gli Stati Uniti, trasformando la pressione dei dazi in un’occasione di crescita tecnologica e geopolitica. Con le nuove “tigri asiatiche” e l’Europa divisa, Pechino ridefinisce il nuovo ordine economico mondiale.
La guerra commerciale tra Stati Uniti e Cina, nata come confronto economico, si è trasformata in una battaglia strategica per l’egemonia globale. The Economist avverte che un nuovo incontro tra Donald Trump e Xi Jinping potrebbe tenersi in Corea del Sud, ma la tensione resta altissima: Washington non controlla più i meccanismi del commercio mondiale come un tempo.
Dalla fine del 2018, la Casa Bianca ha imposto dazi, restrizioni tecnologiche e sanzioni mirate, convinta che la pressione economica avrebbe piegato Pechino. Ma la Cina ha risposto con un piano di lungo periodo, utilizzando proprio le armi dell’Occidente — sanzioni, innovazione tecnologica e propaganda economica — per ribaltare la situazione.
Mentre Washington accusava la Cina di “manipolare il mercato”, Pechino studiava meticolosamente le proprie debolezze. Il Ministero della Scienza e della Tecnologia pubblicò decine di articoli che individuavano settori vulnerabili: semiconduttori, microchip, aerospazio, farmaceutica. Da allora, la Cina ha fatto dell’autosufficienza la propria bandiera, trasformando ogni limite in una strategia industriale.
Il risultato è evidente: invece di indebolirla, la guerra commerciale ha accelerato la transizione cinese verso un’economia fondata sull’innovazione e sulla “circolazione duale”, cioè la riduzione della dipendenza dai mercati esterni a favore di un robusto mercato interno.
La risposta cinese è stata tanto silenziosa quanto efficace. Le esportazioni verso gli Stati Uniti, scese dal 19,2% del totale nel 2018 al 14,7% nel 2024, sono state compensate da una massiccia apertura verso l’Europa, l’Africa e il Sud-Est asiatico. In particolare, i paesi dell’ASEAN — come Vietnam, Indonesia, Malesia e Thailandia — si sono trasformati in nuove “tigri produttive”, integrandosi nelle catene di fornitura guidate da Pechino. Queste economie emergenti, favorite dagli investimenti cinesi in infrastrutture e tecnologia, stanno diventando il nuovo laboratorio manifatturiero dell’Asia orientale.
La Belt and Road Initiative (BRI) ha inoltre consolidato la presenza cinese nei corridoi commerciali euroasiatici, permettendo al Dragone di creare una rete di interdipendenze economiche che sfugge al controllo statunitense. Di fronte a questa evoluzione, l’Europa resta in bilico: da un lato, dipende dalle importazioni cinesi di tecnologia e materie prime; dall’altro, subisce la pressione politica e militare di Washington per ridurre i legami con Pechino.
I dazi voluti da Trump e poi confermati, seppure in forme diverse, dalle amministrazioni successive non hanno risolto gli squilibri commerciali: il deficit statunitense con la Cina rimane elevato, e l’aumento dei costi di produzione ha colpito le stesse imprese americane.
Mentre gli Stati Uniti tentano di rilocalizzare alcune filiere, Pechino consolida la propria supremazia nei settori strategici: intelligenza artificiale, batterie, robotica e telecomunicazioni.
Oggi la “vittoria” cinese non è totale, ma è inequivocabile: ha saputo resistere alla pressione americana, diversificare i mercati e consolidare la propria influenza geopolitica.
La guerra commerciale ha mostrato che la globalizzazione non è più un progetto unilaterale guidato da Washington, bensì un’arena multipolare dove Pechino detta sempre più spesso le regole.
Gli Stati Uniti si trovano intrappolati nella loro stessa strategia, costretti a fronteggiare un avversario che non si limita a reagire, ma che riformula i fondamenti dell’economia mondiale. La battaglia dei dazi si è trasformata in una sfida sistemica per la leadership globale — e, almeno per ora, la Cina sembra avere il vantaggio.
Tratto da: Kultur Jam

di Alexandro Sabetti
24 Ottobre 2025
Parlare di “anti-occidentalismo”, fuori e dentro i confini della nostra società, non ha alcun senso: la guerra in Ucraina è il sintomo di una crisi globale. L’Occidente, abituato a dominare senza limiti, non accetta il riequilibrio del potere mondiale. L’egemonia USA vacilla, e il mondo multipolare chiede il suo spazio storico.
L’accusa di “anti-occidentalismo” che circola ampiamente dentro e fuori l’Occidente, è alimentata da un sistema mediatico che, con la guerra in Ucraina – come anche nello sterminio inflitto ai palestinesi da Israele – ha polarizzato il dibattito incasellando le analisi scomode in categorie antitetiche all’accettabile (‘antioccidentali’, ‘antisemiti’ etc.)
Essa in realtà trova le sue radici in una critica del dominio politico, economico e culturale esercitato dall’Occidente stesso sul resto del mondo.
Tale atteggiamento non è un’automatica reazione irrazionale, ma piuttosto un’espressione razionale di “resistenza” da parte di società che si sono trovate a interagire con potenze occidentali in forme politiche ed economiche squilibrate.
Al tempo stesso, la stigmatizzazione dell’anti-occidentalismo come semplice “ostilità culturale” occulta il fatto che esso rifletta un conflitto reale sull’egemonia globale e sulla legittimità delle strutture internazionali dominanti.
Dichiarare che chi critica l’Occidente è “anti” significa ignorare che il rifiuto riguarda soprattutto un ordine diseguale, non necessariamente l’Occidente in sé.
Alla radice della guerra in Ucraina non c’è solo il conflitto tra due Stati o l’ambizione territoriale di Mosca: c’è una tensione sistemica che riguarda l’intero ordine mondiale.
L’espansione della NATO verso est, presentata come un processo “difensivo” o naturale, rappresenta in realtà la manifestazione concreta di una pretesa più profonda: quella degli ‘atlantisti’ di poter esercitare i propri interessi strategici e geopolitici senza accettare limiti o reazioni da parte degli altri attori globali.
Allo stesso modo, l’intensificarsi della presenza militare statunitense nei Caraibi rappresenta una tappa ulteriore della politica di dominio USA: sotto la parvenza della “lotta alla droga” si nasconde in realtà la corsa al controllo delle risorse strategiche latinoamericane, con il Venezuela al centro e il petrolio come obiettivo primario.
Dietro la retorica della “difesa della democrazia” si cela la convinzione – radicata da secoli – che il potere economico e militare occidentale sia legittimato a imporsi sul resto del mondo.
È una forma di arroganza di civiltà che ha accompagnato tanto il colonialismo quanto il liberalismo contemporaneo, entrambi fondati sull’idea che la superiorità del “nostro modello” giustifichi l’espansione e la dominazione.
L’impero militare guidato dagli Stati Uniti si estende oggi in ogni angolo del globo, con centinaia di basi operative che rappresentano l’eredità tangibile di un lungo processo di dominio sulle risorse e sui flussi economici mondiali.
Questo equilibrio artificiale ha permesso a una ristretta parte dell’umanità — meno di un quinto della popolazione mondiale, composta dalle élite economiche e politiche dell’Occidente — di vivere al di sopra delle proprie possibilità, alimentando la prosperità interna attraverso lo sfruttamento del resto del pianeta.
Ogni tentativo di rompere questa piramide di potere viene rapidamente soffocato: prima con sanzioni e isolamento diplomatico, poi con crisi indotte o, nei casi più estremi, con l’uso diretto della forza militare.
L’ordine internazionale basato sulla supremazia occidentale ha prodotto caos, disuguaglianze e guerre, mentre chi lo impone continua a presentarsi come difensore della libertà.
Ecco l’ironia tragica del presente: gli aggressori di ieri si proclamano vittime non appena qualcuno osa sfidarne il predominio.
Riconoscere che la Russia possieda pulsioni imperiali non significa negare la realtà di un contesto internazionale segnato da squilibri storici. Nella crisi ucraina, Mosca reagisce – per quanto in modo aggressivo – a un processo di accerchiamento politico e militare che ha progressivamente eroso la sua sfera di sicurezza.
È una risposta che, nel più ampio quadro geopolitico, riflette il malcontento di un mondo non occidentale sempre meno disposto a sottomettersi all’egemonia statunitense.
Ed è per questo che il ruolo dei BRICS – Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica – appare strategico: il blocco rappresenta un’alternativa concreta all’ordine occidentale, promuovendo cooperazione economica, politica e tecnologica tra paesi emergenti.
La crescente influenza dei BRICS sfida l’unilateralismo statunitense e rafforza la capacità dei paesi non occidentali di perseguire politiche autonome, riequilibrando gradualmente i rapporti di potere globali.
La “Terza guerra mondiale a pezzi”, come molti la definiscono, non è il frutto di fanatismi o di conflitti regionali isolati, ma l’espressione di una svolta storica: la fine dell’egemonia unipolare statunitense e l’ascesa di un ordine multipolare in cui Asia, Africa e America Latina rivendicano finalmente parità di ruolo e di voce nello scenario globale.
L’Occidente continua tuttavia ad aggrapparsi a un modello di dominio economico e militare ormai obsoleto, incapace di accettare che la centralità produttiva e tecnologica del pianeta si sia spostata altrove. Di fronte a questa perdita d’influenza, sceglie la via della coercizione: sanzioni, guerre indirette, manipolazione dell’informazione e una costante narrazione di superiorità morale.
Parallelamente, l’ASEAN e le nuove “tigri” dell’Estremo Oriente — Vietnam, Indonesia, Thailandia, Malesia e Filippine — stanno emergendo come poli produttivi e tecnologici autonomi, capaci di attrarre investimenti globali e rafforzare catene del valore indipendenti dall’Occidente.
Questi paesi dimostrano che lo sviluppo industriale e l’innovazione non sono più esclusiva delle potenze tradizionali, mettendo in luce un cambiamento strutturale che sfida la supremazia economica e strategica occidentale.
Il mito dell’Occidente “umanitario” si è infranto — emblematicamente a Gaza — rivelando l’abisso tra i suoi valori proclamati e le pratiche reali di potenza.
Il mito dell’Occidente “umanitario” si è infranto — emblematicamente a Gaza — rivelando l’abisso tra i suoi valori proclamati e le pratiche reali di potenza. La popolazione civile palestinese, confinata in uno spazio di soli 365 km², subisce bombardamenti mirati, distruzione sistematica delle infrastrutture essenziali e restrizioni quotidiane su cibo, acqua ed elettricità, in una condizione che l’ONU ha più volte definito “assedio de facto” e “tentato genocidio”.
La narrazione ufficiale minimizza questi attacchi o li giustifica presentandoli come “risposta difensiva”, “colpa di Hamas”, negando la portata del genocidio de facto e oscurando la responsabilità diretta di Israele e del sostegno politico e militaredi Europa e Stati Uniti.
L’ipocrisia emerge così evidente: l’Occidente proclama diritti e libertà mentre permette che un’intera popolazione venga sistematicamente annientata.
Essere accusati di “anti-occidentalismo” per aver riconosciuto tale ipocrisia equivale, piuttosto, a un atto di onestà intellettuale. Comprendere che il riequilibrio in atto non è un pericolo, ma una tappa inevitabile della storia.
Solo accettando di non detenere più il monopolio del potere, il vecchio mondo potrà riscattare la propria credibilità morale e salvare ciò che resta della sua autentica idea di civiltà.
Tratto da: Kultur Jam

di Marcello Veneziani
25 Ottobre 2025
Che ne dite se si unificano gli Stati Uniti e la Russia? Basta un ponte, appena più lungo di quello sullo Stretto di Messina, o meglio un tunnel sommerso, come quello della Manica, e i due grandi imperi, considerati agli antipodi, possono trovare – in mezzo ai ghiacci- la loro inattesa, sorprendente unificazione; una gigantesca confederazione che non farebbe di Amerussia il paese più popoloso del mondo – sarebbero sempre gli indiani, poi i cinesi, e gli africani, i più numerosi – ma il paese di gran lunga più vasto del mondo, un’immensa calotta nell’emisfero nord del pianeta. La proposta di un ponte è partita dalla Russia di Putin, ed è rivolta a Trump e a Elon Musk, imprenditore visionario delle imprese impossibili. Trump è favorevole ma in questo momento di stallo delle trattative sull’Ucraina l’idea è congelata. L’Amerussia sarebbe la risposta fanta-geopolitica all’Eurasia prefigurata da Aleksandr Dugin (o all’Europa di De Gaulle estesa “dall’Atlantico agli Urali”). In effetti a vedere la cartina geografica ti accorgi che la Russia e l’America del nord sono più vicini perfino della nostra penisola rispetto alla Sardegna o alla Serbia. Li divide lo stretto di Bering, che è veramente stretto, nel punto più vicino sono solo ottantatré chilometri, una bazzecola. Certo, il paesaggio è glaciale, tra la penisola dei Ciukci in Siberia e la penisola di Seward in Alaska. Siberia e Alaska sono i freezer della Russia e dell’America. Nel mezzo, il sensale mitologico tra le due sponde è Diomede che dà il nome alle isole intermedie di ambo i versanti: tra la piccola Diomede statunitense e la grande Diomede russa ci sono solo 3,8 chilometri di distanza; una lunga nuotata, temperatura permettendo. Ma è come se esistesse una porticina di servizio che collega due mondi così remoti. Nessuno pensa davvero all’unificazione tra Russia e Stati Uniti, anche se l’immaginario globale potrebbe correre. La motivazione addotta per creare un memorabile tunnel Putin-Trump è naturalmente economica: solo gli interessi muovono ormai le grandi imprese, mai una visione ideale, spirituale, religiosa o di grande politica. Si tratterebbe di sfruttare al meglio le risorse naturali in un’impresa congiunta. Ma se è per questo pure l’Unione europea è nata come una comunità economica e in fondo non è mai diventata un’unione politico-culturale. Sarebbe comunque una bellissima impresa, carica di significati simbolici, perfino escatologici e messianici, comunque epocali e sarebbe un messaggio di pace.
A differenza dell’America che è un gigantesco isolone, la Russia ha un altro ingombrante vicino terrestre, la Cina; ma se dovesse buttarsi a destra con l’America (non ha senso dire “a ovest” in una sfera che relativizza l’est e l’ovest), si porrebbe quantomeno come equidistante o equivicino tra i due colossi.
Siamo nati e cresciuti vedendo contrapposti l’Est e l’Ovest, Oriente e Occidente. Sin da piccoli consideravamo l’Est il mondo ostile, il mondo del comunismo e noi dentro l’altro mondo, euroatlantico. Era stato il trattato di Jalta, in fondo, a spartire così il mondo e le aree di influenza e per noi quella differenza da storica e politica, come di fatto era, diventò geografica, naturale e spaziale. E alle spalle della Russia era cresciuta la Cina di Mao, aggravando la percezione minacciosa che avevamo dell’est.
In realtà, come dicevamo, in un globo Oriente e Occidente sono termini assai relativi, i loro estremi si toccano fino a coincidere e se vai in fondo all’occidente trovi l’oriente, e viceversa: l’estremo occidente diventa l’estremo oriente, la fine coincide con l’inizio, siamo tutti nella stessa palla terracquea. Collegare Russia e Stati Uniti non vuol dire naturalmente garantirsi la pace: il tunnel può anche diventare il cavallo di Troia di uno dei due coinquilini, il cordone ombelicale può strozzare la creatura o può essere spezzato, interrotto, boicottato al primo sentore di rottura tra i due paesi. Ma è un gigantesco passo avanti, e soprattutto cambierebbe la percezione di un’infinita distanza tra est e ovest, anche se resterebbe quella tra nord e sud del pianeta; ma l’idea stessa di Occidente, e quindi di Oriente, perderebbero il loro senso più forte e più antagonistico.
Certo, sorprende pensare che due modi di vivere, di pensare, di essere così agli antipodi, come quelli tra l’american way of life e il retaggio di Santa Madre Russia, siano così contigui e abbiano una prossimità così evidente: la vera demarcazione tra i due popoli l’ha fatta il freddo polare più che la distanza, che ha “congelato” le differenze, ibernato gli scambi e impedito la comunicazione. Naturalmente la vastità di entrambi i territori allontana ulteriormente i diversi Stati e popoli confederati degli Usa dai diversi popoli e regioni russe. Ma la definizione di indiani dei nativi americani prima della colonizzazione europea non nasce solo dal famoso qui pro quo di Colombo: risalta dai tratti etnici, somatici, culturali, religiosi e caratteriali delle popolazioni indigene. Erano facce “orientali”, e visioni del mondo orientali, altro che occidente. occidentalizzazione dell’America è nata in realtà dalla conquista europea, frutto di colonizzazione; e poi ha significato modernità. L’Occidente è alla fine il luogo della modernità, della velocità, dello sviluppo, della mobilità, della fretta, della tecnica oltre che della libertà, dei diritti individuali, della democrazia. L’Occidente più che un luogo geografico è un tempo ed un modus vivendi e ha coinciso con l’americanizzazione del mondo.
Ora, la proposta russa di congiungere l’America alla Russia ripartendo dalla loro estrema prossimità geografica, vanifica quella contrapposizione ideologica e dimostra che tra est e ovest non c’è solo l’Ucraina o la Polonia, ma c’è dall’altra parte un piccolo mare di ghiaccio, e due isole omonime, unite da un mito, quel Diomede eroe e ingannatore, re di Argo, ponte di civiltà e insieme consigliere fraudolento, secondo Dante Alighieri, che combatté in Asia minore la prima guerra favolosa tra occidente e oriente, quella di Troia. Omero così canta Diomede: “Una fiamma inestinguibile gli arse l’elmo e lo scudo, pareva l’astro d’autunno che splende di fulgida luce quando sorge dalle acque di Oceano”. Più che un Musk, occorre un Diomede, e un Omero, a Putin e Trump per coronare un sogno e compiere la storica e mitica impresa.
La Verità – 24 ottobre 2025
Tratto da: Marcello Veneziani BLOG

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