PER LA VALORIZZAZIONE DELLE RELAZIONI SINO-GIAPPONESI

a cura di Ecco la Cina

28 Novembre 2025

La Cina si oppone fermamente al continuo indebolimento, da parte del Primo Ministro giapponese Sanae Takaichi, delle fondamenta politiche delle relazioni sino-giapponesi, fondate sullo spirito dei quattro documenti politici tra i due Paesi, ha dichiarato giovedì 27 novembre un portavoce del Ministero degli #Esteri.

Mercoledì, durante il dibattito con i leader del partito di opposizione, Takaichi ha dichiarato che “avendo rinunciato a tutti i diritti e le rivendicazioni derivanti dal Trattato di San Francisco, non siamo in grado di riconoscere lo status giuridico di #Taiwan“.

In risposta, il portavoce Guo Jiakun ha dichiarato, durante una conferenza stampa, che la riconquista di Taiwan da parte della Cina è un esito vittorioso della Seconda Guerra Mondiale e parte integrante dell’ordine internazionale del dopoguerra. Una serie di strumenti con effetto giuridico ai sensi del diritto internazionale, tra cui la Dichiarazione del Cairo, la Proclamazione di Potsdam e lo Strumento di resa giapponese, hanno tutti affermato la sovranità della Cina su Taiwan.

La questione relativa allo status di Taiwan era già stata risolta una volta per tutte quando il popolo cinese vinse la Guerra di Resistenza Contro l’Aggressione Giapponese nel 1945. Il 1° ottobre 1949 fu istituito il Governo Popolare Centrale della Repubblica Popolare Cinese (RPC), che da allora è l’unico governo legale che rappresenta l’intera Cina. Si tratta di un cambio di governo in cui la Cina, in quanto soggetto di diritto internazionale, non è cambiata e la sua sovranità e i suoi confini territoriali intrinseci sono rimasti invariati, ha affermato Guo, aggiungendo che, pertanto, il governo della RPC gode ed esercita naturalmente e pienamente la sovranità della Cina, inclusa la sovranità sulla regione di Taiwan.

Ha affermato che la Dichiarazione Congiunta Sino-Giapponese del 1972 afferma che “Il Governo del #Giappone riconosce il Governo della Repubblica Popolare Cinese come unico Governo legittimo della Cina. Il Governo della Repubblica Popolare Cinese ribadisce che Taiwan è una parte inalienabile del territorio della Repubblica Popolare Cinese. Il Governo del Giappone comprende e rispetta pienamente questa posizione del Governo della Repubblica Popolare Cinese e mantiene fermamente la propria posizione ai sensi dell’Articolo 8 della Proclamazione di Potsdam”.

Il cosiddetto “Trattato di San Francisco” fu emanato con l’esclusione di importanti parti coinvolte nella Seconda Guerra Mondiale, come la Repubblica Popolare Cinese e l’Unione Sovietica, al fine di raggiungere un accordo di pace separato con il Giappone. Il documento viola la disposizione secondo cui ciascun governo si impegna a non stipulare un armistizio o una pace separati con i nemici, contenuta nella Dichiarazione delle Nazioni Unite firmata da 26 Paesi nel 1942, tra cui Cina, Stati Uniti, Regno Unito e Unione Sovietica, e viola la Carta delle Nazioni Unite e i principi fondamentali del diritto internazionale, ha affermato.

“Qualsiasi disposizione contenuta nel trattato, inclusa la sovranità su Taiwan o la gestione del territorio e dei diritti sovrani della Cina, è quindi del tutto illegale e nulla” in quanto non firmataria, ha affermato Guo.

Ha affermato che il Primo Ministro Takaichi ha deliberatamente scelto di non menzionare la Dichiarazione del Cairo e la Proclamazione di Potsdam, due documenti giuridici internazionali pienamente validi e sottolineati nella Dichiarazione Congiunta Sino-Giapponese, nel Trattato di Pace e Amicizia tra Cina e Giappone e in altri trattati bilaterali, scegliendo singolarmente l’illegale e invalido “Trattato di San Francisco”.

Ciò dimostra ancora una volta che il Primo Ministro giapponese non è disposto ad ammettere le proprie colpe e a tornare sui propri passi, continua a danneggiare il fondamento politico delle relazioni Cina-Giappone stabilite nello spirito dei quattro documenti politici tra i due Paesi, non mostra alcun rispetto per l’autorità delle Nazioni Unite e contesta apertamente l’ordine internazionale del dopoguerra e le norme fondamentali del diritto internazionale, cercando persino di enfatizzare la cosiddetta nozione che lo status di Taiwan sia indeterminato. Questo non fa che aggravare le colpe, ha affermato Guo.

“La Cina respinge fermamente questa affermazione e chiede la massima vigilanza da parte della comunità internazionale. Esortiamo ancora una volta la parte giapponese a riflettere e correggere le proprie colpe, a ritrattare le affermazioni errate e ad adottare misure concrete per onorare i propri impegni nei confronti della Cina e a fare ciò che ci si aspetta dal Giappone in quanto Stato membro delle Nazioni Unite”, ha affermato.

PER LA VALORIZZAZIONE DELLE RELAZIONI SINO-GIAPPONESI
PER LA VALORIZZAZIONE DELLE RELAZIONI SINO-GIAPPONESI
PER LA VALORIZZAZIONE DELLE RELAZIONI SINO-GIAPPONESI
PER LA VALORIZZAZIONE DELLE RELAZIONI SINO-GIAPPONESI

MA DAVVERO SAPPIAMO COSA E’ LA MORTE?

‎a cura di Giuseppe Aiello

—————- La morte è creata da Dio————-

Sūra al-Mulk 67:2‎: «[Dio] ha creato la morte e la vita per mettervi alla prova…»‎

Se la morte è creata (khalaqa), allora nel linguaggio coranico ‎assume lo statuto di una realtà oggettiva, non semplicemente la ‎cessazione della vita.‎

‎———————- La morte è “assaggiata”‎———-

Versetti come 3:185 e 29:57 dichiarano: «Ogni anima assaggerà (dhā’iqah) la morte.»‎

L’uso del verbo “assaggiare” (dhāqa) è significativo:‎ la morte non è solo qualcosa che accade all’anima, ma è qualcosa che ‎l’anima incontra o esperisce direttamente

Questa espressione è unica: il Corano non dice “morirete”, ma ‎‎“assaggerete la morte”, come se fosse un oggetto o una condizione ‎esterna che si incontra.‎

‎———— La morte “rapisce” l’anima———-

‎Il versetto 39:42 dice che Dio “prende le anime” al momento della loro morte, e ‎in 6:61 gli “angeli mietitori” (al-malāʾikah) “le portano via”.‎

Questo implica che la morte è una soglia o uno stato in cui l’anima entra e che è distinta dall’atto del “prendere l’anima”

‎————La morte ha una “sorella”: il sonno——-

Secondo 39:42, il sonno è una morte minore (nawmat al-mawt), e la ‎morte è la piena separazione.‎

Qui la morte è trattata come una condizione ontologica, parallela ‎alla vita e al sonno.‎

MA DAVVERO SAPPIAMO COSA E' LA MORTE?
MA DAVVERO SAPPIAMO COSA E’ LA MORTE?

L’ISLAM E GLI SCACCHI

Gli scacchi, oltre a essere un gioco strategico e intellettuale, hanno da secoli una valenza simbolica ed esoterica. La loro struttura – con pezzi differenti per potenza e funzioni, movimenti regolamentati e un campo di gioco quadrato – ha ispirato interpretazioni metaforiche relative alla vita, alla società, e alla conoscenza spirituale. Nel contesto esoterico, gli scacchi sono stati spesso visti come una rappresentazione allegorica della lotta tra forze opposte, del percorso dell’anima attraverso prove e difficoltà, e della ricerca di equilibrio tra opposti: luce e oscurità, bene e male, materia e spirito.

Nella tradizione simbolica, ciascun pezzo può essere letto come un archetipo: il re rappresenta la coscienza suprema, la regina la potenza attiva, i cavalieri l’iniziativa e la mobilità dello spirito, mentre i pedoni incarnano le potenzialità in formazione, la materia o l’essere umano comune impegnato nella propria evoluzione. Anche la scacchiera stessa, con le sue 64 caselle bianche e nere, è stata interpretata come un microcosmo dell’universo, uno spazio in cui le leggi del destino, della strategia e dell’intelletto si intrecciano.

In alcune correnti esoteriche occidentali e orientali, come quelle ispirate alla tradizione cabalistica o al pensiero iniziatico islamico e cristiano, gli scacchi sono stati usati come strumenti pedagogici: il gioco diventa un laboratorio simbolico, in cui il giocatore non esercita solo la mente razionale, ma sperimenta le dinamiche di potere, disciplina e saggezza. In questo senso, il gioco non è mai “innocuo”: la sua pratica può assumere significati morali, spirituali o metafisici, e può essere vista come un’allegoria del cammino dell’uomo verso la conoscenza e la perfezione interiore.

Nonostante ciò, il gioco degli scacchi ha una storia complessa nell’ambito della giurisprudenza islamica, con posizioni variabili sia nelle scuole sciite sia in quelle sunnite.

ISLAM SCIITA

Nell’Islam sciita duodecimano, le opinioni dei marjaʿ contemporanei sono spesso sfumate.

Alcuni, come l’Ayatollah Khomeini e l’Ayatollah Khamenei, attuale Guida Suprema della R.I. dell’Iran, inizialmente criticarono il gioco come potenzialmente dannoso se associato a trascuratezza dei doveri religiosi o scommesse, ma in seguito ne permisero l’uso purché regolato e privo di elementi proibiti.

Questo approccio pragmatico si basa su principi generali della Shariʿa, come il divieto di perdita di tempo in attività futili o il coinvolgimento in interessi illeciti.

Altri marjaʿ più conservatori, come l’Ayatollah Sistani e alcuni studiosi del passato, tendevano a proibire gli scacchi in maniera più assoluta, soprattutto perché associati a giochi d’azzardo o distrazioni dai doveri religiosi.

ISLAM SUNNITA

Nelle scuole sunnite, la discussione risale a testi classici come il Fatawa al-Hindiyya (Hanafi) e commentari Maliki e Shafiʿi. In generale, le posizioni variano:

Hanafiti e Shafiʿiti

considerano il gioco lecito se privo di scommesse, e se non ostacola le pratiche religiose. Al contrario, è vietato se vi è rischio di trascurare la preghiera o di impegnarsi in comportamenti illeciti.

Malikiti e Hanbaliti

spesso riprendono questa logica ma mostrano maggiore cautela, scoraggiando il gioco per la sua potenziale distrazione, sebbene non sia haram di per sé. Alcuni testi malikita, ad esempio, condannano gli scacchi se praticati eccessivamente o se accompagnati da litigi o violenze (al-Mudawwana al-Kubra, Malik).

In sintesi, sia nel sunnismo che nello sciismo, la linea comune moderna è di carattere condizionale: gli scacchi diventano proibiti se coinvolgono scommesse, violano obblighi religiosi o conducono a comportamenti moralmente inaccettabili. I divieti assoluti appartengono più alla tradizione classica o a contesti storici specifici, quando il gioco era percepito come pericoloso per la moralità o la disciplina religiosa.

Questa sintesi mostra chiaramente come il divario tra posizioni “moderate” e “rigoriste” sia spesso una questione di contesto pratico e intenzione, piuttosto che una differenza dottrinale fondamentale sul gioco in sé.

L'ISLAM E GLI SCACCHI
L’ISLAM E GLI SCACCHI

VITA PIENA PER POCHI E VITA SPRECATA PER TANTI

a cura di Melissa Costanzi

La Tradizione è una via su cui si può imparare a camminare, col risultato di trasformare la propria esistenza in una vita piena, ricca di esperienze profonde, e soprattutto pregna di senso.

Ciò è reso possibile dal fatto che la Tradizione è saggezza antica, sedimentata in millenni di autentica cultura umana, e declinata in modalità che di volta in volta sono state chiamate Induismo, Buddhismo, Taoismo, Scintoismo, Gnosi Cristiana, a partire da unica matrice unitaria che vide i suoi originali sviluppi nelle culture sciamaniche, prima ancora che sorgessero le prime società statuali.

Comprendere e vivere oggi la Tradizione comporta l’adozione di uno stile di vita lontanissimo da quello che oggi è in uso nella società occidentale consumistica e capitalista. A meno di non riuscire a troncare di netto col modus vivendi di oggi, non esiste la minima possibilità per un occidentale contemporaneo di crescere spiritualmente sulla via della Tradizione, e riempire la propria vita.

Ciò è bene rimarcarlo, per non generare inutili e dannose illusioni in coloro che hanno compreso l’importanza della Tradizione, ma non hanno la volontà o la forza di abbandonare la strada scalcinata, eppure conosciuta e quindi “confortante”, della cultura egoistica e consumistica contemporanea.

La cultura contemporanea regalerà vite mediamente più lunghe, comodità materiali apprezzabili, ma renderà l’esistenza complessivamente inutile e sprecata, piena solo di sofferenza. La maggior parte delle persone neppure se ne rende conto, non avendo conosciuto mai alternative, e soprattutto coltivando l’illusione che “domani andrà meglio” o che “ci sarà un’altra vita”.

La cultura contemporanea ci condanna a sprecare la vita nell’aspettativa del futuro e nel rimpianto del passato. Basta osservare per strada a cosa pensa la gente, di cosa si preoccupa, come educa i propri figli e quali preoccupazioni e desideri instilli in essi: competere, avere soldi e successo, prevalere sugli altri. Genitori che vivono pensando sempre al futuro e radicati nelle certezze del passato che col loro esempio formano i figli a camminare sulla stessa, inutile mulattiera.

Buddha insegnava: «Il passato è già passato, il futuro non è ancora arrivato… dimora nel presente».

Nella Bhagavad Gītā, Krishna insegna ad Arjuna a concentrarsi sull’azione presente senza attaccamento ai risultati.

Nel Daodejing, Lao Tsé invita a vivere nel flusso naturale delle cose, senza proiettarsi nel futuro.

Epicuro sosteneva che la felicità risiede nel piacere misurato e nella quiete interiore, e che il presente è il solo tempo realmente nostro.

Seneca, nel De brevitate vitae, scrive che noi non viviamo davvero perché sprechiamo il tempo non godendo del presente.

I Cristiani moderni pensano che Gesù dicesse cose diverse, ma solo perché non conoscono i Vangeli e seguono la distorta interpretazione che di essi ne ha data la Chiesa. Cristo nei Vangeli è chiarissimo circa la vera natura della “salvezza”: «Non preoccupatevi del domani» (Vangelo di Matteo, capitolo 6).

Oggi, solo quei pochi che, avendo avuto la fortuna di incontrare la Tradizione, e soprattutto la forza di volontà di abbandonare la via storta per quella dritta, si salveranno, cioè renderanno piena e significativa, oltre che serena, la loro vita presente, l’unica disponibile.

Questo è il primo e più importante insegnamento trasmesso dalla Tradizione stessa, in ogni antica cultura ed epoca.

Domenico Rosaci

VITA PIENA PER POCHI E VITA SPRECATA PER TANTI
VITA PIENA PER POCHI E VITA SPRECATA PER TANTI

LA LIBERTA’ E’ NELLA COSCIENZA

di Luca Rudra Vincenzini

“Dove un pensiero è passato e l’altro non è ancora sorto, quella è la Coscienza, quella è la Libertà, quello è il tuo luogo interiore, la tua stessa dimora”, Papaji.

Si ha chiara percezione della mente nel flusso delle emozioni (sfera limbica o paleo-encefalo), si ha continua testimonianza della mente nelle fasi logiche (neo-cortex o neo-encefalo) e saltuariamente esperienza della mente negli stati istintuali primari (sfera archi-encefalo), ma molto raramente si ha visione diretta (pratyakṣa) della mente nel suo stato naturale come atto semplice e non composto di presenza a sé stessa, in assenza di pensieri e prima di qualsiasi formulazione secondaria (non si sa ancora se nel parietale o nel talamo o nel tronco encefalico o nel claustrum). È bene comunque farne esperienza attraverso la meditazione, perché lo stato della Mente Naturale è maestro, è rifugio e reset per ogni errore umano.

Praticate la meditazione!

sarvamaṅgala

LA LIBERTA' E' NELLA COSCIENZA
LA LIBERTA’ E’ NELLA COSCIENZA

L’Occidente del 2025 e l’eclissi del maschile

di Lelio Antonio Deganutti

 8 Ottobre 2025

Nell’Occidente del 2025 si osserva un fenomeno che non è più marginale né episodico: il ruolo dell’uomo nella società appare sempre più ridimensionato, quando non apertamente delegittimato. Non si tratta soltanto di una “crisi della mascolinità” come molte analisi degli ultimi decenni hanno sottolineato, ma di un vero e proprio spostamento strutturale che coinvolge simboli, istituzioni e rapporti sociali.

L’uomo senza funzione

Storicamente, l’uomo è stato associato a valori come la protezione, la responsabilità pubblica, l’eroismo e la capacità di sacrificio. Figure che non significavano soltanto forza fisica, ma anche orientamento verso l’esterno, capacità di rischiare per il bene comune e di assumere su di sé il peso della decisione. La cultura contemporanea, invece, ha progressivamente dissolto questa funzione, presentando l’uomo come residuo ingombrante di una storia da dimenticare: patriarcato, guerra, dominio.

In questa lettura, ciò che per secoli era stato ritenuto fondamento dell’ordine sociale è diventato colpa ereditaria. L’uomo, da protagonista, si è trasformato in figura sospetta, da correggere o marginalizzare.

Il mito della ginecocrazia

Al posto di questa presenza maschile, non è emerso un autentico equilibrio tra i sessi, ma un mito rovesciato: quello della ginecocrazia. Una società che esalta il femminile come unico paradigma valido, attribuendogli un potere simbolico e normativo pressoché assoluto. Tuttavia, non si tratta della celebrazione della forza generativa e materna della donna, bensì di una sua caricatura ideologica: una femminilità che, svuotata della sua radice naturale, viene usata come strumento di potere e come retorica di superiorità morale.

Il risultato è un femminile trasformato in maschera di controllo sociale: più giudicante che accogliente, più normativo che generativo.

La promiscuità digitale

Un aspetto emblematico di questa trasformazione è la nuova cultura della promiscuità femminile favorita dai social network. Le piattaforme digitali hanno reso normale per molte donne intrattenere simultaneamente centinaia, talvolta migliaia, di contatti maschili: una sovraesposizione senza precedenti nella storia. Mai, in nessuna epoca, la femminilità era stata posta al centro di un tale mercato di attenzioni, dove l’immagine diventa moneta e la relazione è sostituita dal contatto effimero.

Esporsi costantemente, mostrarsi, accumulare “like” e interazioni non è un gesto innocuo, ma una sovversione dei valori naturali della discrezione, della riservatezza e della sacralità del corpo. Questa promiscuità digitale disgrega i legami autentici, alimenta l’egotismo e distrugge ogni forma di intimità stabile.

Una società senza eroismo

La conseguenza di questo squilibrio è una società che rinuncia a una delle sue dimensioni vitali: l’eroismo. Non l’eroismo retorico o bellicoso, ma quello che si manifesta nel coraggio di affrontare rischi, nell’assumersi responsabilità, nel difendere ciò che merita di essere difeso. Quando il maschile viene delegittimato e il femminile diventa ideologia, l’eroismo non trova più spazio: resta solo la gestione tecnica della vita, il controllo delle emozioni, la sopravvivenza amministrata.

In un simile scenario, le nuove generazioni crescono senza modelli maschili forti e senza una vera dialettica tra i sessi. La complementarità, che per millenni è stata motore della storia e della cultura, viene sostituita da un conflitto silenzioso in cui l’uomo abdica e la donna viene esaltata in forma astratta, perdendo però la propria autenticità.

Un futuro fragile

Questa dinamica produce una società fragile, perché privata del suo equilibrio antropologico. Senza un incontro reale tra maschile e femminile, non vi è possibilità di costruzione duratura. La marginalizzazione dell’uomo e la trasformazione del femminile in strumento di potere non rafforzano la convivenza, ma la rendono instabile.

L’Occidente del 2025, nel proclamare l’inutilità del maschile e l’onnipotenza del femminile, sembra così costruire un mondo senza radici, senza eroi, senza gloria. Un mondo dove il futuro non è progettato ma semplicemente amministrato, e dove la natura stessa della differenza sessuale, fonte di vita e di senso, viene progressivamente cancellato.

Tratto da: Paese Roma

L’Occidente del 2025 e l’eclissi del maschile
L’Occidente del 2025 e l’eclissi del maschile

L’INUTILE TELEVISIONE ITALIANA

di Mike Plato

La storia settantennale della tv italiana è la storia di un incantesimo collettivo , un flusso continuo e vorticoso di parole, immagini, volti, dibattiti, scandali, sorrisi di plastica, finti contrasti, melodrammi da salotto, cronache della nera, della rosa e del vuoto. Una cascata incessante che ci ha avvolto come una seconda atmosfera, più fitta dell’aria stessa, un mormorio perenne che non parla mai veramente e non tace mai, una propaganda imperiale 24h su 24. In settant’anni, quel che si è prodotto non è un archivio di cultura, ma un deposito di rumore; un sedativo a lento rilascio spalmato sulla coscienza collettiva. La Tv in Italia non è mai stata un mezzo tra i tanti: è stata la campana di vetro che ha ricoperto l’intero corpo sociale, modellandone pensiero, desideri, paure, aspirazioni, linguaggio, persino il ritmo interiore. È diventata la voce del mondo esteriore, della dimensione morta e mortifera, della realtà già corrotta prima ancora di essere vista, e che proprio grazie allo schermo è riuscita a insinuarsi negli spazi più intimi della vita.

Da questo carrozzone titanico sono passati innumerevoli “maestri del nulla”, opinionisti di ogni risma, tribunali improvvisati, sorrisi contratti nel silicone dell’eterno intrattenimento. Sono passate ideologie travestite da notizie, emozioni preconfezionate travestite da sentimenti autentici, indignazioni a tempo prestabilito travestite da coscienza. La televisione ha insegnato alle masse come ci si deve emozionare, quando ci si deve commuovere, che cosa deve suscitare paura, che cosa deve far ridere: un gigantesco condizionamento collettivo che ha operato non tanto sulle idee, quanto sulla struttura stessa della percezione. È stata un immenso laboratorio psichico, il luogo in cui milioni di persone hanno imparato a reagire prima ancora di pensare, a giudicare prima ancora di comprendere, a desiderare ciò che non hanno mai voluto veramente.

Il paradosso più grande è che tutto questo è sempre stato fatto parlando di cose di morte per i morti di un mondo morto.: Cronaca nera, delitti, catastrofi, malattie, rivalità, crolli, conflitti di ogni tipo, miserie umane esibite come spettacolo, dolore trasformato in consumo. La morte, in televisione, è diventata la materia prima dell’intrattenimento. Non perché la vita sia priva di bellezza, ma perché un mondo già morto dentro ha bisogno di nutrirsi di morte per riconoscersi, per sentirsi vivo almeno nell’emozione passeggera del terrore o dell’indignazione o del piacere o della risatina strappata. La televisione italiana è stata il grande specchio di questo necromondo: lo spazio in cui la mortificazione dell’anima è stata spacciata per normalità, dove l’assenza di profondità è stata presentata come pluralismo, dove l’inconsistenza è stata scambiata per leggerezza.

Settant’anni di trasmissioni non hanno prodotto conoscenza né soprattutto coscienza : hanno prodotto narrazioni ipnotiche, soporifere, le stesse dinamiche porte in salsa diversa. La tv ha funzionato come una gigantesca anestesia spirituale: mentre tutto veniva spettacolarizzato, tutto diventava meno reale. Le tragedie vere venivano ridotte a cornici, gli eventi profondi venivano tritati nella retorica del minuto e mezzo, la complessità veniva schiacciata sotto il peso della battuta ad effetto. Il profondo veniva eclissato costantemente dal superficiale. Il mondo interiore è stato sostituito dal mondo esteriore come unica vera realtà: l’unico orizzonte riconosciuto come “vero” era ciò che appariva nello schermo. E ciò che non veniva mostrato nello schermo era come se non fosse mai esistito.

In questo processo, tutta la dimensione spirituale è stata non solo ignorata, ma scientemente rimossa, resa illecita, ridicolizzata, espulsa dal discorso pubblico come un’imbarazzante superstizione. Non importa di quale spiritualità si tratti: tutto ciò che esula dalla superficie del mondo è stato trattato come un intralcio. La tv non ha solo censurato l’invisibile: ha insegnato a non desiderarlo più. Ha ridotto l’uomo al suo guscio psichico ed emotivo, ha costruito un modello di individuo completamente rivolto all’esterno, completamente dipendente dall’opinione altrui, continuamente affamato di stimoli, incapace di sostare nel silenzio che rivela, nella solitudine che trasforma, nella profondità che libera. L’intrattenimento non è più stato una pausa, ma la struttura stessa dell’esistenza: intrattenere per non pensare, per non ricordare, per non vedere.

Così la tv è diventata un grande apparato per generare forme-pensiero: immagini, concetti, reazioni emotive che non nascono dall’anima, ma vengono installate dall’esterno come un software nella psiche collettiva. Un’operazione lenta, capillare, dolce come una ninna nanna e dura come un dogma invisibile. La tv ha formato mentalità, plasmato desideri, imposto linguaggi, uniformato le coscienze. Ha creato milioni di persone che credono di pensare, ma ripetono ciò che hanno assorbito; che credono di essere indignate, ma vivono indignazioni costruite; che credono di informarsi, ma consumano spettacolo travestito da notizia. L’essere umano televisivo non ha più radici interiori: ha soltanto un flusso che gli scorre dentro e che crede sia suo. E in questo cortocircuito, la tv ha compiuto il suo capolavoro: ha fatto sì che le persone difendessero il proprio stesso addormentamento come fosse libertà.

Alla fine, ciò che resta di settant’anni di televisione italiana è un monumento gigantesco al nulla cosmico: una cattedrale di luce artificiale che ha trasformato l’Italia in una platea perenne, un popolo di spettatori, un esercito di menti sedute davanti a un altare che non dà nulla e chiede tutto. Un altare che non ha un dio, ma ha un potere: il potere di impedire che l’uomo si accorga di essere altro, di essere di più, di appartenere a una realtà superiore, di essere nato per un cammino che non passa dalla superficie dei pixel ma dalla profondità del cuore. La televisione non ha ucciso l’anima: l’ha addormentata. E un’anima addormentata è più utile di un’anima morta: perché non protesta, non si ribella, non cerca la verità, non cerca la luce, non cerca il reale.

Settant’anni di parole per non dire nulla, e nello stesso tempo per dire tutto ciò che il mondo inferiore voleva si dicesse. Un’intera nazione resa spettatrice della propria vita, del proprio destino, della propria decadenza. Settant’anni in cui l’essenziale è stato taciuto, il superfluo è stato celebrato e il profondo è stato deriso. Ora che l’incantesimo si incrina e gli schermi perdono la forza magnetica, resta soltanto la consapevolezza di quanto potere abbia avuto questo specchio di luce artificiale. E resta la domanda su ciò che potrebbe accadere quando gli uomini torneranno finalmente a guardare non più lo schermo, ma ciò che lo schermo ha sempre nascosto: la realtà vera, quella che vive soltanto nel silenzio, nella verità e nello spirito.

E per tutto ciò, onde farti capire che schiavo sei, devi anche pagare

L'INUTILE TELEVISIONE ITALIANA
L’INUTILE TELEVISIONE ITALIANA

Le linee di vetta: le radici metafisiche dell’Europa

di Giandomenico Casalino

Le tavole pedagogiche dei popoli d’Europa, nel senso di “strumenti” manifestativi dell’universale Tradizione spirituale indoeuropea, sono l’Edda, i canti religiosi della mitopoiesi Germanica, l’Iliade, espressione spirituale della più arcaica Ellenicità nordica, l’Eneide, il poema epico giuridico-religioso della Romanità, i Veda, canti, invocazioni, dottrina del sacrificio ed elegie dedicati agli Dei cosmici della primordiale civiltà dell’India aria. Ora, giunti alla fase terminale della lenta agonia dell’Europa, è d’uopo porre la quaestio in termini quanto più crudi ed espliciti sia possibile: o si costituiscono, mediante il Risveglio dello Spirito, Ordini di uomini e donne che siano capaci di riconquistare la consapevolezza dell’Origine, cioè la serena e forte convinzione che dalla Scandinavia all’India, attraverso Roma e l’Ellade, la realtà storica, culturale, politica e religiosa, nel senso più alto, è la luce della Tradizione Indoeuropea e che quegli Imperi, quelle Poleis, quelle nationes, quelle Civiltà sono non il nostro passato ma l’eterno presente, come Vita e oltre-Vita, della nostra stessa esistenza; sono ciò che noi, come europei, vorremmo essere ma non abbiamo più la virtus (forza, vis, coraggio e nobiltà dell’animo) per essere, sono ciò che noi, nel profondo, sappiamo di dover essere, soffrendo di non poter esserlo più. Sono la nostra salvezza, il nostro “phàrmakon“, l’unica alternativa alla morte che, come una palude nebbiosa, sta ingoiando l’Europa. In mancanza di tutto ciò, dicevamo, senza, cioè, la riconquistata consapevolezza, che è paidéia e quindi conoscenza come formazione dell’animo cioè carattere come forma interna talmente luminosa che traspare all’esterno negli stessi tratti animico-corporei e che fu qualità eccelsa e potenza di quelle immense apparizioni ierofaniche come la Grecia e Roma, il Sacro Romano Impero di nazione germanica, Dante e il Templarismo, quali misteriose irruzioni di originaria spiritualità guerriera indoeuropea; senza una nuova e fanatica[1] lotta per la visione del mondo, che deve essere intesa come Mito e Scienza (epistéme) insieme, come Fede e Conoscenza, come Sangue e Spirito, come la nostra stessa più profonda e vera natura che, svegliatasi, riemerge alla luce della Coscienza e diviene chiarezza della Mente, potenza del Cuore[2] e luminosità della Visione; senza tutto ciò, non resta che conservare quanto più è possibile del nostro patrimonio, come eredità, e tentare di trasmetterlo e/o affidarlo (tràdere) a coloro che verranno dopo di noi.

Questo discorso lo intendiamo quale necessaria premessa al tema che ci accingiamo a trattare. Infatti tale “tema”, per noi, lungi dal dover essere svolto in una più o meno “dotta” o ricercata esposizione di quanto abbiamo indicato nel titolo del presente studio, è e dovrà invece essere sentito e riconosciuto, da colui il quale voglia entrare in sintonia e in sinfonia con detto logos, come possibilità di trovare o ritrovare in noi stessi quel “sistema immunitario” che solo può salvare la nostra esistenza dalla malattia che la sta uccidendo.

Tale Logos non deve essere conosciuto o considerato solo una Filosofia, anche se lo è e lo è attraverso autentici Eroi del pensiero che in quei termini hanno parlato e vissuto, non deve essere visto solo come la nostra Via al Divino e cioè al Sè autentico, anche se lo è, come non è solo l’idea archetipica di Res Publica, quale immagine dell’Impero (Imperium comando) degli Dei nel Mondo e sul Mondo; deve essere visto come tutto questo insieme nell’Unità che viene vissuta, ancora una volta, come carattere, forma interna, quasi naturale modo di essere e di pensare, di vedere e di amare, di lottare e di soffrire, in una parola, come stile di vita in quanto espressione etico-comportamentale, uscita all’esterno, della Forma, dell’eghemònichon, della salute riconquistata. Allora, e solo in questo caso, parlare di paidéia ellenica e di mos majorum romano può avere e deve avere un senso salvifico per noi europei; solo quando si riesca a guardare e considerare l’Iliade e l’Eneide, la Repubblica di Platone e l’intera storia dell’archetipo dell’Ordine luminoso che è la Res Publica Romana, non come fatti o entità “culturali”, secondo la concezione anemica, borghese, cristiana e quindi moderna di cultura, cioè realtà letterarie, filosofiche, filologiche o archeologiche, da studio asettico, come si possono studiare le forme e le specie di insetti rari in un laboratorio… ma per quello che sono: la nostra stessa coscienza, lo specchio della nostra natura più profonda che, essendo stata negata, violentata e negletta per secoli dal dominio straniero esercitato tirannicamente nelle nostre società politiche da altre dottrine e culture venute dall’Asia minore, abbiamo “conquistato” e realizzato quanto di più perverso e malevolo si possa pensare, come è nella fattispecie la tragedia del nichilismo e della tecnocrazia prodotti dall’esangue spirito europeo.

Talché, a questo punto, noi dobbiamo riuscire a vedere, che è come dire a riscoprire, qualcosa di unitario, pur tra le dovute distinzioni, che accomuna tutto l’intero universo spirituale indoeuropeo ed è quindi necessario, in termini strettamente pedagogici, che si riconquisti la “visione” di quella che, un tempo, si definiva concezione della vita e del mondo. Solo dopo aver riacquisito questo stato di coscienza che è il livello esistenziale emergente di una intera consapevolezza e conoscente convinzione, solo dopo essere quasi rinati ed essere divenuti, in un Ricordo che è il Ritorno, ciò che si è sempre stati, avendolo dimenticato; solo allora possiamo e dobbiamo accostarci con pietas religiosa alla paidèia ellenica e al mos majorum romano. E si conoscerà che la prima è la Via dell’Ascesi della Contemplazione e la seconda è quella dell’Ascesi dell’Azione e che sono queste le due facce della nostra stessa natura spirituale, quale genuino essere nel Mondo dell’uomo e della donna indoeuropei.

È bene immediatamente chiarire che, essendo il mondo indoeuropeo qualificato, nella sua complessità, da una visione cosmica di natura attivo-virile e cioè eroico-guerriera con finalità regali (stato quest’ultimo inteso e sentito come riconquista di un essere dello Spirito che è andato perduto…) non possono le due Vie essere mai in un rapporto conflittuale tra loro, essendoci, anzi, la presenza della natura dell’una nell’altra e viceversa; atteso il fatto che esse sono accomunate proprio da quella natura magica nel senso di attiva dello Spirito che le rende radicalmente differenti dalla realtà spirituale sacerdotale, intimamente asiatica e quindi femminile, pertanto lunare ed estranea al mondo solare indoeuropeo che è, non dimentichiamo, di diretta provenienza Primordiale e, come derivazione genetica, quindi dall’Unità androginica del Principio. L’Ascesi della Contemplazione, infatti, non ha assolutamente alcun carattere passivo o statico, rinunciatario o dualistico nel senso di impotenza dello spirito a varcare… la Soglia, ma anzi essa ha la natura, pur se nella Contemplazione (vedi ad esempio il “percorso” di Plotino…), di voler partire dal Mondo, amando il Mondo e non negandolorestando nel Mondo, anche quando, alla fine del viaggio, ci si identifica attivamente (e non ci si annulla… femminilmente) con Lui, con l’Uno, mediante un atto dello Spirito di natura  apollinea che, essendo tale, è Azione eroica nella via contemplativa, ed è quindi l’Atto, l’Atto puro per eccellenza, che è il Ricordo e quindi il riconoscere, l’affermare: «Io sono Te!»; esso non è la scoperta di una nuova esistenza ma è il Risveglio, la riconquistata conoscenza di ciò che si è da sempre e che non si sapeva di essere…! E la natura eroica di tale atto dello Spirito nella Ascesi della Contemplazione è confermata dal fatto che, secondo qualsiasi via o natura o dottrina asiatico-femminile o sacerdotale, esso è sentito e giudicato intrinsecamente luciferico, come accade infatti nella cultura giudeo-cristiana; vedendo essa in quell’atto, invece che la conquista eroica della Conoscenza, il Potere dello Spirito che restaura l’Unità, l’orgoglio e la rivolta nei confronti di ciò che deve restare Altro, esercitando così sull’Io, che deve restare tale, una funzione di primazia e di comando, di irraggiungibile assolutezza, di inavvicinabile potenza, talché il rapporto, per l’Io (umile creatura), sarà e dovrà essere di subalternità che potrà avere solo due aspetti: officiante nella cerimoniale ritualità sacerdotale o annullante nell’esperienza orfico-dionisiaca. Nel mondo indoeuropeo anche l’Ascesi dell’Azione, in tutte le sue forme, ha in sè la contemplazione, cioè la conoscenza, che è visione, non solo come fine ultimo della stessa ma come natura epistemica, fondata cioè sull’incontrovertibile Sapere che la Guerra è azione sacra impersonale, evocante forze tanto profonde e pericolose che, se “trasportano” la coscienza oltre il sensibile, devono essere però invertite e sublimate sì da superarle (dopo averle conosciute, che vuol dire esperimentate…) nella qualità aurea e solare; quando l’Ascesi eroica è ben riuscita il Mondo viene di nuovo illuminato dalla Luce e ordinato dal Bene ed è, quindi, l’Impero come specchio mondano dell’Ordine cosmico.

La presenza qualificante dell’elemento “Sapere” in ambedue le Vie non può e non deve destare sorpresa, per la ragione, geneticamente spirituale, che la caratteristica distintiva dell’anima indoeuropea non è di natura fideistica e cioè irrazionalmente passiva innanzi al Mondo e agli Dei; il che vuole significare che l’uomo indoeuropeo, anche quando sembra credere, in sostanza sa e quindi crede e non crede e quindi sa! La sua razionalità è quella omerica, dorica, apollinea e pertanto geometricamente ordinatrice e limitatrice delle passioni e degli straripamenti psichici oltre il limite, ed è quella di tutta la Grecità vera, da Platone ad Aristotele, dagli Stoici a Plotino sino a Proclo; essa non è la razionalità moderna e quindi astratta e cioè lontana dal Mondo, che è come dire individualistica e pertanto chiusa nella sua arrogante ed illuministica solitudine, ma è la Ragione che, nel processo di conoscenza (la cui natura iniziatica è evidente e della quale tratteremo), viene sublimata, e cioè sollevata dalla individualità del soggetto e, riconoscendo il Nous in se medesima quale governo di essa stessa e Atto oggettivo e universale al di là dell’Io, attraverso e per mezzo di questo, si identifica e si riconosce simile alle Essenze, alle Forme, alle Idee degli enti e quindi al Divino del Mondo ed è così risvegliata quale essa è nella sua vera natura: realtà metarazionale, come potenza interna alla ragione, ed è l’Intelletto, il Nous, il Divino in essa presente e ad essa superiore ma da attuare sicché sia in atto quale Forma della Ragione, Fiore dell’Intelletto, Apex Mentis (Proclo).

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Come accennavamo all’inizio del presente saggio, a proposito delle tavole pedagogiche su cui e con cui aprire gli occhi della mente, è d’uopo, ora, entrando nel merito, evidenziare che, tanto l’Iliade quanto la Repubblica di Platone come l’Eneide di Virgilio non devono essere pensati come libri da leggere o studiare con l’animo dell’erudito curioso e vezzoso; sono, essi, invece, l’esempio emergente del sistema educativo, che è meglio definire formativo, della cultura del mondo indoeuropeo, ellenico e romano. In una parola, i Canti del poema di Omero devono per noi essere lo stesso specchio in cui si è riflettuta la gioventù ellenica per secoli, ivi vedendo ciò che essa doveva divenire, nel senso di ricordare di essere come provenienza e come Destino; nell’accettazione attiva e consapevole da parte dell’Eroe omerico dell’Ordine del Mondo che è come dire dell’Ordine degli Dei, il giovane, il pais greco, precedente la crisi dell’età di Platone, ha riconosciuto, doveva riconoscere il suo stesso essere profondo e lo ha visto, identificandovisi, in quella religiosa amicizia con il Mondo, con il Fato e con la Guerra, amicizia che è sovrano e libero connubio con il Divino, supremo dispensatore di gioie e dolori, nello stato d’animo dell’aidòs, quale religiosa venerazione e austero pudore nei confronti della sacralità della Vita in tutti i suoi aspetti che è la finitezza dignitosa dell’umanità di fronte all’infinita compiutezza (perfezione) degli Dei che sono gli eternamente beati, gli immortali. Anche qui, nell’Iliade, gli Eroi, nel vivere l’etica superiore dell’Onore e della Gloria, nell’accettare con serena consapevolezza il Destino come moira (porzione, parte, luogo cosmico in cui è collocato il ciclo eroico e il suo grande tentativo di restaurazione dell’Unità primordiale), nell’agirecontemplano il Mondo, la Vita e la Morte, i Re e gli Àristoi (i migliori) che governano i popoli, gli animali per il nutrimento e per il sacrificio, gli Dei e la loro evidente costante presenza; talché gli Eroi conoscono; come accade ad Enea che, pregno di pietas e di sapientia, di gravitas e di clementia, dall’animo religiosissimo, sa ciò che deve compiere poiché il suo agire non è mai cieco ed inconsapevolmente irrazionale o fideisticamente passivo. I modelli, gli archetipi spirituali della formazione dell’uomo omerico e romano indicano certamente la Via dell’Azione ma nella stessa vi è presupposta, come natura in divenire, la conoscenza, come accadrà per la paidéia platonica che, pur avendo la natura dell’Ascesi della Contemplazione, nella Via, quale percorso iniziatico, in sostanza, ha i caratteri, dopo la caduta del mondo omerico e quindi in piena crisi della civiltà ellenica, della Grande Opera eroica di ricostruzione interiore, animica, dell’uomo antico, dell’uomo omerico-indoeuropeo.

(Platone)

Tutta la “fatica” del divino Platone, la sua rivoluzione conservatrice, è dedicata alla pedagogia, all’educazione, alla paidéia, alla restaurazione dell’anér, dell’uomo nobile che ha ricostruito il Signore interiore: l’eghemònichon, dell’àristos (il migliore) che possa e debba riconiugare il Sapere intorno al Divino con la natura regale e guerriera, onde governare secondo giustizia se stesso affinché possa governare e difendere la Polis. L’opera platonica Repubblica è, in buona sostanza, il più grande e completo trattato della Tradizione greco-romana sull’educazione e formazione del buon pàis alla conoscenza e quindi al culto della Giustizia affinché possa poi esercitare la missione divina, quale arte regale, del governo delle anime e cioè dei cittadini della Polis. Intorno alla Romanità è necessario evidenziare, nei confronti del discorso portato avanti sopra, la presenza di una differenza radicale nella natura dell’atto con cui lo Spirito si pone dinanzi al Mondo: dopo aver, nei nostri libri, individuato e tematizzato quanto per il Romano, a differenza del Greco, il voluto è come dato, e ciò vuole dire che, lungi dall’accettare e conoscere un Mondo che esiste a priori e per cui vale il principio opposto del dato come voluto (principio ellenico), il Romano non solo accentua la potenza magico-attiva dell’agire, in quanto azione eroico-guerriera, ma, non preesistendo per lui alcun “mondo” anteriore o che prescinda dalla sua azione (sacra), egli, identificando il mondo come cosmos, cioè ordine, con la Res Publica, che è come il paradigma nei Cieli di Platone, realizza il voluto, cioè edifica (Rito di fondazione) e diffonde (civitas augèscensqui nel Mondo la Res Publica, fa discendere dal Cielo sulla Terra il Modello (che è lo stesso Juppiter Optimus Maximus come Idea) e lo sente, lo considera, lo giudica come dato, come fatto storico (e non più mitico) divino, indiscutibile, immodificabile, poiché la sua creatio rituale, che è tanto dei Magistrati quanto della Civitas, avviene nella Pax Deorum, cioè con il consenso attivo degli Dei che si manifesta e si rende visibile nei Riti e nella stessa Fortuna imperiale del Popolo Romano. Questa Idea è il cuore della Tradizione Romana: il Mos Majorum; essa è indissolubilmente unita al Pensiero vivente che costituisce la Filosofia platonica e neoplatonica come Rito sacrificale interiore e stile di vita spirituale e, quindi, esercizio di Ascesi per l’assimilazione al Divino (omòiosis Theò); Ascesi che è la Via Secca anagogico-epistrofica dell’Anima votata alla purificazione (termine che nell’etimo significa: farsi fuoco!); Pensiero che è l’essenza Ignea che arde dagli inizi alla tarda Grecità: da Parmenide a Platone, da Aristotele agli Stoici, da Plotino a Proclo sino agli ultimi bagliori di Damascio; talché il mos majorum dei Romani e la Vita filosofica, che è Teologia teosofica, degli Elleni, sono la Luce che il Mondo Classico lascia in eredità all’Europa: ultimi grandi exempla del primo sono, emblematicamente, l’Augusto Marco Aurelio Antonino, il senatore Quinto Aurelio Simmaco e il prefetto Vettio Agorio Pretestato, mentre i filosofi neoplatonici Proclo e Damascio unitamente all’Augusto Flavio Claudio Giuliano lo sono della seconda.

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Se la formazione dell’uomo, sia greco che romano, consiste nel dare la forma al suo essere secondo i principi fondamentali della Tradizione Classica, principi che sono gerarchici ed aristocratici sotto il profilo spirituale, in buona sostanza, va detto, però, per colui che sa, che nessuno “dà” la forma, il carattere, il Signore interiore se non lo stesso uomo che lo edifica, lo costruisce con fatica; nel senso che chi opera in tale guisa deve consentire che una natura dormiente si svegli, un “ricordo” diventi presenza viva e con essa egli si identifichi, cioè divenga ciò che è, che deve essere e che non è possibile che non sia. Non sono la Res Publica o la Polis, il filosofo, come maestro spirituale, o gli exempla, cioè le grandi figure di coloro i quali hanno dedicato la vita e l’animo agli officia come magistrati e condottieri di legioni vittoriose, effigiati in maschere di cera, quali libri della “biblioteca” della propria famiglia, che il puer romano vede e conosce sin dalla nascita e che in ogni cerimonia funebre della propria gens, egli vede sfilare ed essere punto di riferimento e di onore per tutta la Civitas; non sono “queste” realtà esterne all’uomo Ellenico e Romano a “dare” a lui “qualcosa” che ancora non ha. Ciò può apparire vero a livello politico-essoterico ma non nella dimensione dello Spirito, cioè nell’esoterico: sotto tale profilo l’intera Paidéia ellenica ed il Mos Majorum romano sono percorsi di realizzazione iniziatica, sarebbe a dire, stadi di conquista dell’Essere interiore in cui è lo stesso uomo della Tradizione ellenico-romana che dà a se stesso in atto ciò che potenzialmente egli è, per la semplice ragione che la virtualità ad essere ciò che egli deve essere è veicolata dal sangue e, quando tale elemento è o sarà difettoso, sarà la potenza dello Spirito in termini oggettivi, per usare il lessico hegeliano, cioè sarà la Tradizione come Via dal Divino e verso il Divino e quindi come complesso di Istituzioni, Riti, Leggi, Cultura, come visione degli Dei e del Mondo, come stile di vita e cioè l’Impero, nel tempo, che daranno nuova forma ad un altro sangue, facendolo divenire, in quanto razza dello Spirito, veicolo di nuova Romanità, che è la vittoria formatrice del jus civile (il dato culturale dello Spirito) sullo jus gentium che è il dato biologico del sangue, il che vuol dire fare di quello che era il Mondo (Orbis) la Città (Urbs)!. Ecco che, a questo punto, appare chiaro il senso del concetto che Evola esprime in guisa ricorrente in tutta la sua opera: il dato esperienziale della coscienza e dei suoi stati ha, per necessità del mondo dello Spirito che ha la stessa forza cogente delle leggi della macrofisica, come corrispondenti altrettanti stati di conoscenza che sono differenti livelli ontologici del Mondo, sia nell’Infero che nel Supero. Gli Dei non esistono… a priori… per fede …. se non si conoscono… e non si conoscono se non si esperimentano! Se l’”Inferno” e il “Paradiso”, esotericamente, sono stati della coscienza dove lo stesso “luogo” dello Spirito, una natura luminosa conoscerà come quest’ultimo ed una tenebrosa come il primo, nei quali ed attraverso i quali, pertanto ci si identifica, essendo ed apparendo l’oscurità o la luminosità, la causa risiede nel principio che si conosce ciò che si è e si è ciò che si conosce! È la ragione in virtù della quale, sul piano oggettivo, cioè sovraindividuale, nell’Agire, nell’Azione della spiritualità indoeuropea, si possa e si debba edificare l’Ordine della Res Publica o della Polis, proiettando e creando fuori dal Sé, ormai realizzato, il Sé medesimo. Tale è il significato profondo della Paidéia e del Mos Majorum: la Tradizione è “consegna” non passiva, non è un dono, né una scoperta, anzi deve essere, poiché è, conquista eroicaricostruzione laboriosa, risveglio sofferto e lungo, marcia di avvicinamento alla meta che è, in essenza, lo stato della coscienza che coincide con il Sapere, fermo ed incontrovertibile, intorno agli Dei ed al Mondo, intorno alla Res Publica ed alla sua potenza universalizzante; Sapere che è Azione e Azione che è Sapere in quanto essendo Forma vede la Forma e per l’effetto edifica e crea l’Ordine uni-formato, cioè conforme all’Uno nei Molti. Solo così, in tale guisa, la Tradizione Greco-Romana può e deve essere intesa per quello che è nella sua essenza, cioè Forma vivente, potenza della Vita nella quale alberga l’Anima dell’Europa che, essendo (in quanto Anima) il sonno dello Spirito, attende il Risveglio.

Il mos majorum romano e la paidéia ellenica, a questo punto, non possono non essere amati e vissuti come esperienze spirituali, a seconda della propria equazione personale, come percorsi di autoiniziazione e quindi di trascendimento consapevole e lucido, nella eroica solitudine che è purezza ed incontaminata distanza sia da Congreghe che da Chiese, cioè dalle “strutture” della modernità antieuropea, individualistica e quindi astratta. Davanti a tale discorso sta in piedi la solitaria presenza eroica del ghibellino Dante che, a quasi mille anni dalla fine storica della Civiltà Classica, indica all’Europa le sue Vie: «fatti non foste a viver come bruti ma  per seguir virtute e canoscenza…»; dove appare luminosamente chiaro che la “virtute” è l’Ascesi dell’Azione e la “canoscenza” è l’Ascesi della Contemplazione, che è come dire Roma e Atene!

Note:

[1] Da “fanum”: altare o lungo sacro primordiale e quindi precedente il manifestarsi della Civitas.

[2] “Cuore” è da intendere nel significato ermetico-arcaico del termine: centro dell’Opera anamnestica della natura degli Elementi nel microcosmo….

Tratto da: Pagine Filosofali

Le linee di vetta: le radici metafisiche dell’Europa
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