TA’WĪL: CLASSICO ISMAILITA E SINCRONIZZAZIONE DI PINNA TRA ANALOGIE E DIFFERENZE

a cura di Radio Calamo

Come può un testo scritto nel settimo secolo, il Corano, essere letto oggi non solo come attuale, ma addirittura futuribile?

Eh, sembra un paradosso, vero?
Sì, proiettato in avanti nel tempo.

È un’idea affascinante. E oggi vorrei che ci immergessimo proprio in questo.

C’è l’idea di esplorare come un testo sacro possa essere visto non come una reliquia ma come una fonte perennemente viva. Guarda, per capirci faremo due tappe diciamo.

La prima ci porta indietro nel tempo, a una corrente storica molto influente dell’Islam, l’ismailismo. OK.

Loro hanno costruito praticamente la loro intera dottrina sull’idea che il testo abbia un significato nascosto. E la seconda tappa?

La seconda ci riporta ai giorni nostri, al lavoro di un islamologo, Alessio Pinna, che spinge questa idea di interpretazione continua a un livello direi ancora più estremo. E le fonti?

Le fonti sono proprio i suoi scritti e alcuni testi academici sulla gnosi ismaelita appunto. Perfetto. L’obiettivo quindi è mettere confronto questi due approcci.

Partono da una premessa simile, cioè il testo deve parlare a ogni epoca. Esatto. Ma arrivano con inclusioni radicalmente diverse.

Vediamo come un’antica tradizione spirituale e una teoria contemporanea cercano di rendere un testo antico un organismo che dialoga con il presente. E addirittura con il futuro.

Allora, iniziamo dalle fondamenta. Quest’idea che un testo sacro abbia più strati di significato. Uno letterale e uno nascosto.

Questo è il quale del pensieri ismailita, giusto? Esatto. E proprio il cuore pulsante.

Loro l’hanno formalizzata con due termini arabi che sono cruciali: Tanzil e Tawil. Vediamoli.

Cos’è il Tanzil? Allora il Tanzil potremmo tradurlo come la discesa. È la rivelazione che si manifesta nel mondo.

Nero su bianco. Ok. È il testo letterale, la sua forma esteriore, lo zahir.

Pensa, non so, al corpo di una persona. Ok, il corpo visibile e tangibile. E il Tawil.

Il Tawil è un movimento contrario, significa riportare all’origine. È l’interpretazione esoterica, quel processo che svela le verità spirituali, intellettuali, nascoste dentro la lettera.

Quindi è il significato interiore, il batin. Proprio così. Se il Tanzil è il corpo, il Tawil è l’anima.

E le fonti ismailite su questo sono direi categoriche. In che senso? Nel senso che una religione basata solo sulla lettera solo sul Tanzil è come un corpo

senza anima, un guscio vuoto. Per questo il Tawil non è un esercizio intellettuale per pochi. È una necessità vitale.

Quindi se ho capito bene leggere solo il testo letterale è un po’ come guardare la fotografia di una persona e pensare di conoscerla. Metre l’interpretazione il Tawil è il tentativo di capire i suoi pensieri la sua anima.

Un processo molto più profondo e immagino anche molto più complesso. Hai colto il punto perfettamente. È un processo vitale, sì.

L’unico che permette di mantenere il testo vivo e di accedere al suo vero messaggio. Ma come ha intuito è anche un processo delicato e potenzialmente pericoloso. E infatti la domanda sorge spontanea: se tutti possono, diciamo, interpretare l’anima

del testo non si rischia il caos più totale? Certo. Chi ha l’autorità di dire qual è l’interpretazione corretta?

Assolutamente. Il pensiero ismailita ha una risposta molto, molto precisa questa domanda e si incarna in una figura centrale.

L’imam del tempo. Ah, ecco. Il Tawil non è un’esegesi fai-da-te, per intenderci.

L’autorità di svelare i significati in ascosti del corano è riservata esclusivamente all’imam. Che è visto come la guida spirituale.

È la guida spirituale designata, l’Ulu-l-amr, di cui parla il testo stesso. È lui l’unico intermediario legittimo tra la comunità e appunto l’anima delle rivelazione. La sua funzione è proprio quella.

Perpetuare la guida divina attraverso un’interpretazione che si adatta costantemente i tempi. In rispetto a questo è un punto chiave.

Se l’interpretazione cambia con ogni imam per adattarsi ai tempi, come si mantiene una coerenza di fondo nella dottrina? Non c’è il rischio che un imam dica una cosa e il suo successore 100 anni dopo dica l’esatto

opposto? È un’ottima domanda che tocca il cuore del loro sistema. La coerenza per loro non è vista come rigidità ma come continuità di uno stesso principio.

Ogni imam non cancella il lavoro del precedente, ma lo sviluppa. Lo evolve, diciamo. Lo evolve, si.

È come se avessero una chiave di lettura fondamentale che rimane la stessa, ma l’applicazione di quella chiave al mondo cambia. Perché il mondo cambia, che il metodo interpretativo sia trasmesso in modo corretto.

La coerenza quindi non sta nell’identità delle conclusioni, ma nella legittimità della fonte che le produce: L’imam.

Capisco. La figura dell’imam è quindi un pilastro insostituibile, un garante vivente del significato. Esatto.

E questo rende ancora più di rompente l’approccio di Alessio Pinna, perché lui parte dalla stessa esigenza, mantenere vivo il testo, ma butta giù proprio quel pilastro. Esatto.

È un salto radicale. Pinna introduce un concetto che chiama “sincronizzazione”. E’ molto attento a distinguerlo da quella che definisce “attualizzazione inversa”.

E cosa sarebbe l’attualizzazione inversa? E’ quello che fanno in molti. Cioè prendere le proprie idee moderne, scientifiche e politiche e proiettarle all’indietro sul

testo antico per fargli dire quello che vogliono sentire è un’operazione forzata. Certo, è il classico “lo aveva già detto il testo sacro”. Proprie quello.

La sincronizzazione secondo Pinna è l’esatto contrario. Non si tratta di proiettare il nostro presente sul loro passato. Ma di rapportare il loro presente al nostro presente.

Esattamente. In pratica significa mettere in relazioni modelli metafisici e concettuali del Corano con le conoscenze scientifiche e tecnologiche di oggi.

Per vedere se risuonano se entrano in un dialogo proficuo. Questa idea di mettere in relazione mi fa pensare se il testo accompagna l’evoluzione umana.

Significa che tra, non so, 500 anni, con scoperte scientifiche che oggi non possiamo neanche immaginare. Certo. Per vedere però scoprire nel Corano significati completamente nuovi, per noi oggi inaccessibili.

È esattamente questa l’implicazione. Secondo questa lettura, l’impostazione stessa del Corano, la sua architettura interna, gli permetterebbe di accompagnarsi a tempo indefinito all’evoluzione della civiltà umana.

Incredibile. Pinna, sostiene che questo approccio genera innumerevoli concordanze con le scoperte scientifici, non perché il Corano sia un libro di scienza – attenzione.

Certo, non è un manuale scientifico. No, ma perché conterebbe dei modelli di pensiero, delle strutture logiche, che si rivelano compatibili con ciò che la scienza scopre molto, molto dopo.

Puoi farmi un esempio concreto? Perché detto così rimane un po’ astratto. Certo.

Pensiamo per esempio un versetto che descrive la creazione strutturata in sette celli sovrapposti. Un’interpretazione letterale è statica.

7 cieli, punto. Esatto, un’interpretazione allegorica tradizionale potrebbe vederci sette livelli spirituali. La sincronizzazione invece potrebbe metterlo in dialogo con, per dire, la teoria delle stringhe,

che ipotizza dimensioni extra. OK. L’obiettivo non è dire il Corano ha predetto la teoria delle stringhe, sarebbe ingenuo.

Sarebbe l’attualizzazione inversa che criticava prima. Proprio così. L’insight sta nel mostrare come un antico modello metafisico, posso offrire un framework

di pensiero, un’architettura concettuale, sorprendentemente compatibile con una scoperta scientifica moderna. La concordanza non è nella profezia, ma nella compatibilità strutturale.

Il testo si sblocca quando la nostra conoscenza arriva a livello giusto per dialogare con esso. È affascinante.

È quasi come avere un software antico che gira su un computer moderno. Il codice non cambia, ma il nuovo hardware, la nostra conoscenza attuale, sblocca funzionalità che sono sempre state lì.

Latenti. Bellissima analogia. Rende l’idea perfettamente.

E questo ci porta al punto di rottura totale con l’ismailismo. Se per loro l’interprete autorizzato e l’imam, Pinna, chi è l’interprete?

O meglio, cos’è. Questa è la rivoluzione. Pinna elimina qualsiasi intermediario umano.

Non solo il singolo studioso, ma anche l’istituzione dell’imam. Quindi nessuno? Secondo il suo metodo è il Corano stesso, il testo, a diventare l’unico intermediario tra

l’umanità e il mondo sovrannaturale. E come farebbe? Lo fa attraverso le sue strutture interne, che funzionerebbero come una specie di manuale

di decodifica incorporato. Un manuale di decodifica interno. L’idea di codici matematici o strutture ipertestuali in un testo del settimo secolo suona quasi

fantascientifica, non si rischi discadere in quello che Pinna stesso critica, cioè proiettare sul testo qualcosa che non c’è, una specie di numerologia moderna? La critica è legittima ed è il rischio principale di approcci del genere.

Pinna si difende sostenendo che queste non sono proiezioni, ma strutture oggettive del testo. Ad esempio? Quando parla di struttura ipertestuale, per esempio, non intende nulla di mistico, si riferisce

al fatto che una parola o un concetto in un capitolo può funzionare come un link, rimandando a decine di altri passaggi in tutto il libro. Passaggi che ne illuminano espandono o complicano il significato.

La lettura non è più lineare, da pagina 1 a pagina 600, diventa una navigazione in una rete di concetti interconnessi. E la decodifica sta nel mappare questa rete?

Esatto, l’autorità quindi non è più in una persona, ma nel rigore del metodo con cui si esplora questa struttura. Aspetta un attimo.

L’idea è di un testo autosbloccante e potente, ma mi sembra anche potenzialmente pericolosa. Se non c’è più un’autorità centrale come “l’imam”, chiunque può rivendicare di aver trovato la sincronizzazione corretta e far dire al testo qualsiasi cosa, magari per giustificare le

propria idee, anche le più strampalate, come si previene l’anarchia interpretativa? Questo è il vero punto o debole o se vogliamo la sfida più grande di un sistema del genere. L’approccio di Pinna sostituisce l’autorità carismatica o istituzionale dell’imam con l’autorità

del metodo scientifico. In che modo? La validazione di un’interpretazione non verrebbe più dalla persona che la propone, ma dalla

sua falsificabilità e dalla sua coerenza interna con l’intera struttura del testo. Quindi deve essere dimostrabile. In teoria un’interpretazione è sincronizzata, dovrebbe essere dimostrabile non solo affermata,

dovrebbe mostrare come i pezzi del puzzle si incastrano in modo coerente. Certo, nella pratica il rischio di derivato soggettive è enorme. Chiaro.

Si sposta il problema dal “chi ha l’autorità per interpretare” al “quale è il metodo corretto e chi lo applica bene”. Quindi il paradigma si sposta completamente.

L’autorità interpretativa non risiede più in una persona per quanto illuminata, ma è immanente al testo stesso. Proprio così.

E l’accesso al significato profondo dipende dalla capacità del lettore di applicare questo metodo rigoroso di sincronizzazione. Proprio così.

E la conseguenza è ancora più profonda di quanto sembri. Questo approccio non produce solo letture contemporanee, cioè valide per il nostro oggi. Ma?

Produce letture che Pinna definisce futuribili. Il testo non è più legato a un’interpretazione valida per una specifica epoca, mediata da una guida.

Si sgancia dal tempo. Al contrario, si apre a infinite letture e future, potenzialmente in grado di adattarsi a stadi di evoluzione della civiltà che non abbiamo ancora neanche raggiunto.

In questo modo il testo diventa di fatto a temporale. È un salto concettuale enorme rispetto alla pur avanzatissima concezione ismailita. Quindi tirando le somme siamo partiti da un’idea già molto sofisticata, quella ismailita

di un significato nascosto che può essere svelato solo dall’imam di ogni epoca. Per arrivare a una visione ancora più estrema, quella di Pinna che vede il Corano come un testo software autosbloccante.

Sì, l’analogia del software è perfetta. Che attraverso il metodo della sincronizzazione dialoga perpetuamente non solo con il presente, ma anche con il futuro dell’umanità e lo fa senza più bisogno di alcun mediatore

umano. Esatto. E per lasciare un pensiero finale su cui riflettere, vorrei prendere in prestito una figura che

lo stesso Pinna cita. Il grande mistico sufi Mansur al-Hallaj, martirizzato nel decimo secolo. Per le sue affermazioni considerate blasfeme, vero?

Sì. A lui è attribuita questa frase sconvolgente. Ho visto il mio signore con l’occhio del mio cuore.

Gli ho chiesto. Chi sei tu? Mi ha detto tu.

Una frase vertiginosa… Che nesso c’è con la nostra discussione? Il nesso che Pinna propone è un parallelo audace. E collega questa intuzione mistica sull’identità tra l’osservatore e il divino con l’indistinguibilità

tra osservatore e sistema osservato che la fisica ha scoperto a livello quantistico. L’atto di osservare cambia la realtà osservata. Precisamente.

E questo ci porta alla domanda finale per chi ci ascolta. Esatto. Se l’interpretazione non ha più bisogno di intermediari e si fonda unicamente su questa

sincronizzazione tra la coscienza del lettore e la struttura del testo, quale diventa il ruolo della nostra coscienza in questo processo? Cioè, l’atto di interpretare smette di essere una semplice decodifica passiva.

E diventa forse una forma di co-creazione del significato. Un modo per ridefinire continuamente, in ogni epoca, il rapporto tra il Divino e l’Umano, dove chi interroga il testo finisce in un certo senso per interrogare e trovare se stesso.

ASCOLTA IL PODCAST: https://www.spreaker.com/episode/ta-wil-classico-ismailita-e-sincronizzazione-di-pinna-analogie-e-differenze–69470246

LEGGI IL LIBRO: https://www.alqalam.it/alessiopinna/libri/manuale.html

Il più esteso e documentato studio mai compilato sulla possibile connessione fra versetti coranici e vita extraterrestre. Alessio Pinna, studioso di religioni abramitiche ed ex-docente di Teologia delle Religioni Non-cristiane presso il Centro Diocesano di Teologia di Oristano, ci conduce in questo immaginifico viaggio attraverso le domande suscitate da alcune caratteristiche uniche del Corano, la presenza di nozioni scientifiche e i codici matematici con cui è stato assemblato il testo originale giunto fino a noi. Verso il X secolo, col freno al proliferare di interpretazioni da parte dei dotti musulmani, si legò l’esegesi coranica alle conoscenze tecnologico-scientifiche del tempo. Lo stesso islam andò incontro ad un graduale processo di cristallizzazione. Cosa succederebbe se ora si riaprissero le porte dell’interpretazione, e si tornasse a leggere il Corano in sincronia col tempo presente? Quali nuovi e sorprendenti significati si possono ritrovare, alla luce delle nuove conoscenze, in versetti che parlano esplicitamente di altri mondi, viaggi nello spazio, assemblee di guardiani della Terra e torri nel cielo? E soprattutto quale spiegazione logica dare del cosiddetto “miracolo scientifico” e delle complesse strutture numeriche effettivamente riscontrabili nel Corano? Questo manuale raccoglie le tante ipotesi in merito sollevate dai dotti musulmani e da autori di ogni estrazione, arrivando a superarle formulandone di nuove sulla base di un approccio quanto più possibile razionale. Quanto si troverà andrà molto oltre quanto finora stabilito dalla dottrina islamica. Oltre i libri che parlano di Elohīm e Nefīlīm in chiave fantascientifica. Oltre ogni immaginazione.

TA'WĪL: CLASSICO ISMAILITA NELLA SINCRONIZZAZIONE DI PINNA TRA ANALOGIE E DIFFERENZE
TA’WĪL: CLASSICO ISMAILITA NELLA SINCRONIZZAZIONE DI PINNA TRA ANALOGIE E DIFFERENZE

IL PATRIARCATO E IL MATRIARCATO

di Marco Pavoloni

Patriarcato e matriarcato non sono costruzioni sociali nate da contratti sociali o dinamiche economiche , ma sono due modalità cosmologiche attraverso cui l’umano ha tentato di riflettere l’ordine dell’Essere.

Prima che la modernità riducesse tutto a psicologia e sociologia, queste due forme rappresentavano i due poli fondamentali della manifestazione: il solare e il lunare, l’asse e il centro, la verticalità e la gravità.

Il patriarcato è l’ordine verticale, solare, yang.

Non nasce per “dominare”, ma per reggere: reggere il rischio, custodire la legge, incarnare il limite.

L’uomo non vale per ciò che desidera, ma per ciò che sopporta: la fatica, l’onore, la responsabilità.

Un patriarcato sano genera padri, cioè colonne.

Un patriarcato degenerato genera soltanto maschi svuotati, teatrini virili senza centro, forza priva di principio.

Il matriarcato è l’ordine circolare, lunare, yin.

La donna vi è il cuore non perché “conquista potere”, ma perché è la fonte: del sangue, della continuità, della memoria profonda. Il suo dominio non è autoritario, è gravitazionale: tutto proviene da lei e a lei ritorna.

Quando è sano, il matriarcato crea comunità compatte.

Quando degenera, produce possesso emotivo, tribalismo, fusione indifferenziata, la tirannia del nido e delle appartenenze ristrette.

Fin qui saremmo nella semplice antropologia tradizionale. Ma con René Guénon si sale di livello: perché per il grande metafisico francese patriarcato e matriarcato non sono due modelli sociali, bensì due riflessi inferiori di principi cosmologici – il solare e il lunare, l’Autorità e il Potere – che solo il riferimento al Principio trascendente può armonizzare e rendere legittimi.

Secondo la prospettiva guénoniana, le due polarità — solare e lunare — sono soltanto i riflessi inferiori dei due principi superiori: Autorità spirituale e Potere temporale.

All’interno di una civiltà integrale, i due poli cooperano; quando si separano dal Principio, deviano.

Guénon, ne La Grande Triade, chiarisce con esattezza la natura inscindibile di questi poli:

«Nella tradizione estremo-orientale, il Cielo corrisponde al principio attivo (yang) e la Terra al principio passivo (yin); questi due principi sono complementari e nulla può prodursi dalla loro separazione, poiché l’uno non può agire senza l’altro.»

(La Grande Triade, cap. II

– L’eccesso patriarcale non è troppa forza: è perdita della verticalità, ridotta a coercizione materiale.

– L’eccesso matriarcale non è troppo cuore: è scomparsa del centro, regressione all’indistinto emotivo.

E qui sta la chiave: quando il mondo moderno parla di patriarcato e matriarcato, non parla più dei principi, ma delle loro ombre. Le due forme non sono più polarità cosmiche: sono caricature sociologiche nate dalla dissoluzione del simbolismo.

La nostra epoca non è “troppo patriarcale” o “troppo matriarcale”: è acefala, orizzontale, sradicata. Un mondo in cui il padre non ha autorità e la madre non ha centralità, in cui il principio solare e quello lunare non si riflettono più l’uno nell’altro. Resta solo un potere tecnologico, burocratico, anonimo: ciò che Guénon chiamerebbe il Regno della Quantità, privo di luce e privo di calore.

Nel simbolo dello Yin-Yang, questa verità appare in forma perfetta: i due poli sono complementari, si inseguono, si contengono, si equilibrano attraverso un Centro che non è né maschile né femminile, ma trascendente. Infatti una civiltà esiste solo quando possiede una colonna che eleva (il padre) e un centro che radica (la madre). Ma soprattutto quando riconosce ciò che li trascende entrambi.

Patriarcato e matriarcato non sono quindi due alternative da votare, e su cui azzuffarsi ma due metà di un’unica totalità cosmologica.

La loro decadenza non nasce dal prevalere dell’uno sull’altro, ma dalla perdita del Centro da cui entrambi traggono significato.

Senza il Principio, il solare diventa tirannico e il lunare diventa caotico. Senza il Centro, i poli non generano ordine: generano massa, indifferenziazione, conflitto sterile e puerili rivendicazioni nell’angusto ambito socio-politico.

E così, nella modernità come pure nel post moderno la disputa su “chi opprime chi” è solo il teatro di un mondo senza simboli, privo di trascendenza, orizzontale, piatto.

Forse quindi la verità più semplice e più terribile: Ogni ordine umano richiede una forza che innalza e una forza che radica: il padre che dà direzione, la madre che dà appartenenza. Perché soltanto il Principio, che ordina e trascende i due poli, può fondare una civiltà.

~ MP~

IL PATRIARCATO E IL MATRIARCATO
IL PATRIARCATO E IL MATRIARCATO

MARIA LEGENS

a cura di Tania Perfetti

L’immagine di Maria che legge è una delle più complesse dell’arte cristiana: stratifica memoria giudaica, esegesi cristiana, riflessione sull’Incarnazione e, soprattutto dal tardo Medioevo, un’interiorizzazione crescente della vita devozionale. Nei testi canonici Maria non viene mai mostrata nell’atto della lettura, e tuttavia la tradizione, a partire dagli apocrifi, in particolare dal Protovangelo di Giacomo, la descrive come giovane educata al Tempio, immersa nello studio e nella preghiera. Da qui discende un’iconografia che non è invenzione estetica, ma esito di una meditazione teologica: Maria viene collocata nel cuore della Scrittura ebraica che preannuncia il Messia.

IL LIBRO COME ECO DELLA TORAH E LUOGO DELL’INCARNAZIONE

Nell’Occidente medievale la scena privilegiata per rappresentare Maria in lettura è l’Annunciazione. Il libro aperto davanti a lei, spesso il profeta Isaia, non è un semplice attributo, ma il tramite figurativo attraverso cui l’Antico Testamento si compie nel Nuovo. Panofsky definì questa immagine una “verbalizzazione figurativa dell’Incarnazione”: ciò che Maria legge si fa carne nel momento in cui l’angelo pronuncia il suo annuncio. Non è raro che, nelle opere fiamminghe (da Campin a Van Eyck), il libro sia doppio, legato da un segnalibro che allude alla continuità tra le due economie della salvezza.

Fino al XIII secolo Maria legge soprattutto un rotolo, eco evidente della Torah; soltanto più tardi il codice sostituisce la pergamena. Come ha osservato Miri Rubin, il passaggio non è tecnico, ma teologico: la trasformazione materiale del testo sacro accompagna il processo di cristianizzazione della parola. Nonostante ciò, l’ascendenza ebraica non scompare: alcune miniature del Duecento mostrano pergamene con lettere quadrate stilizzate, memoria visiva della scrittura ebraica e affermazione silenziosa dell’identità di Maria come “figlia d’Israele”.

DAL TRECENTO: LA LETTURA COME INTERIORITA’ E IMITAZIONE SPIRITUALE

Con il Trecento e Quattrocento, e con la diffusione della spiritualità domestica, la Virgo Legens diventa non solo figura teologica, ma modello di contemplazione personale. Maria legge con gli occhi e concepisce con il corpo: come sottolinea Caroline Bynum, il tardo Medioevo unisce testo e carne, meditazione e incarnazione. Non sorprende che i libri d’ore moltiplichino questa iconografia, trasformando la lettura della Vergine in un gesto disponibile al fedele che medita.

È in questo clima che emerge una variante iconografica più rara ma estremamente significativa: Maria che legge alla presenza di Giuseppe.

GIUSEPPE ACCANTO ALLA LETTURA: LA SANTITA’ DELLA VITA DOMESTICA

A partire dal tardo Medioevo e soprattutto tra Quattrocento e Cinquecento, gli artisti iniziano a raffigurare Giuseppe vicino a Maria mentre lei legge. Non è un episodio narrativo, ma una meditazione visiva sulla Sacra Famiglia. Giuseppe non interrompe la lettura: la custodisce. La sua presenza, lontanissima dalle rappresentazioni medievali che lo relegavano ai margini, diventa una forma di contemplazione. Maria medita la Scrittura; Giuseppe medita Maria.

Nella pittura nord-europea egli appare spesso defilato, impegnato in un gesto umile, lavorare il legno, ravvivare il fuoco, mentre la Vergine è assorta sul libro profetico. L’atto di leggere continua ad essere presentato come eco della Torah, soprattutto quando il testo conserva forme arcaicizzanti o pergamene aperte. In alcune opere fiamminghe del primo Cinquecento, il libro è esplicitamente aperto su passi di Isaia, mentre Giuseppe partecipa interiormente all’evento rivelato attraverso la parola. Rubin ha osservato che la sua presenza non diminuisce il carattere mariano della rivelazione, ma lo amplifica, rendendo visibile la santificazione della vita familiare.

Nell’Italia del Quattrocento, soprattutto tra i toscani e gli umbri, Giuseppe appare più vicino, più affettuoso, partecipe della stessa luce concettuale che avvolge Maria. Senza parlare, testimonia la sacralità della quotidianità domestica: la Parola entra nella casa attraverso il libro della Vergine, e Giuseppe la riconosce con la delicatezza del custode.

UN MICROCOSMO DELLA CHIESA

Queste immagini raramente includono il Bambino. La scena non racconta un evento, ma mostra la teologia incarnata in un istante familiare idealizzato. Maria legge la Scrittura che preannuncia il Messia; Giuseppe contempla colei che la incarna. La continuità tra la Torah e il compimento cristiano, tra la lettura e la maternità divina, tra silenzio e rivelazione, trasforma la Sacra Famiglia in un microcosmo della Chiesa: Maria come luogo della Parola, Giuseppe come custode della sua realizzazione, la casa come spazio teologico.

FONTI BIBLIOGRAFICHE

• Maria nell’arte. Iconografia e iconologia mariana in venti secoli di cristianesimo — di Renato Pisani. Un ottimo saggio panoramico sull’evoluzione dell’immagine di Maria dal primo cristianesimo fino all’età moderna.

• Iconografia Mariana nei Masi dell’Alto Adige, di Natalia Giatti. Si occupa di un contesto regionale specifico (Alto Adige), utile per studiare varianti locali e immagini “vernacolari” di devozione popolare.

• Iconografia mariana nei primi secoli del cristianesimo, (autore indicato dalla scheda libraria). Interessante se vuoi risalire alle origini delle rappresentazioni mariane nella prima epoca cristiana.

• Le vie dell’iconografia cristiana. Antichità e Medioevo, un testo su come si sviluppò l’iconografia cristiana in generale: utile per comprendere il contesto da cui emergono le raffigurazioni di Maria.

• La vita della Madonna nell’arte, un volume illustrato (a cura di più autori) che percorre le varie fasi della raffigurazione di Maria nell’arte. Utile per avere un panorama visivo ampio.

• Tessere la speranza. Le vesti preziose della Madonna di Loreto, un libro che analizza la devozione mariana legata a un santuario preciso: interessante se vuoi studiare l’interazione fra culto, iconografia e antropologia religiosa.

• Madonna, un libro generico sull’immagine mariana, che può servire come introduzione o complemento per comprendere vari “tipi”: utile se cerchi qualcosa di accessibile e non troppo specialistico.

• Maria: Icona del Cristiano, un testo di taglio più devozionale iconografico, che riflette sul significato spirituale delle immagini mariane.

ALCUNI TESTI ACCADEMICI / IN INGLESE UTILI

• The Virginity of the Virgin: A Study in Marian Iconography, di Lasse Hodne: analizza temi iconografici legati alla verginità di Maria e a rappresentazioni medievali che riguardano anche scene indirette (Annunciazione, Natività).

• Representations of Saint Anne and the Virgin Mary from the Middle Ages to the Early Modern Period, curato da Andrea Bianka Znorovszky (2025): studia come la rappresentazione mariana (e di S. Anna) cambi tra medioevo e prima età moderna, utile per comprendere la flessibilità iconografica.

• Anche la rivista/volume Marian Iconography East and West (ed. University of Rijeka, 2017) offre saggi accademici che mettono a confronto iconografia mariana in tradizioni culturali diverse.

IMMAGINI

PRIMA COMPOSIZIONE

A sinistra, l’Annunciata di Palermo, dipinto a olio su tavola di Antonello da Messina, realizzato intorno al 1475 e conservato a palazzo Abatellis a Palermo.

A destra, Annunciazione” (parte centrale Trittico di Mérode) di Robert Campin (Belgio 1378 – 1444). Olio su tavola, 64 x 63 cm (Annunciazione), 1428 circa. The Metropolitan Museum of Art, New York.

SECONDA COMPOSIZIONE

A sinistra, Harley 4381, Guiart des Moulins, Bible historiale (vol. 1), Parigi, tra 1403 e il 1404, British Library, Londra. Inghilterra.

In alto a destra, Miniatura in tempera e oro da un Libro d’Ore composto a Besançon, in Francia, nel 1450 circa, Fitzwilliam MS 69 folio 48r,The Nativity, Fitzwilliam Museum, Cambridge, Inghilterra.

A destra in basso, La Vergine Maria che legge da un libro delle Ore, c.1445 (dettaglio).

MARIA LEGENS
MARIA LEGENS

IL GATTO DI SCHRÖDINGER

di Mike Plato

Ho la netta sensazione che un’erronea e voluta male interpretazione della meccanica quantistica e in particolare del Principio di Indeterminazione di Heisenberg abbia dato la sensazione ad ego predisposti di credere e far credere (vedi Malanga) che noi OSSERVIAMO e CREIAMO, che il nostro osservare i fenomeni li crei. Di qui l’arroganza estrema di affermare NOI SIAMO DEI CREATORI.

Questi soggetti che credono o fanno credere non hanno chiaro un concetto base, anzi 2:

1) NOI NON ABBIAMO SUFFICIENTE POTERE PER PLASMARE LA MATERIA, IL NOSTRO POTERE è RIDICOLO. Peraltro la materia è lenta, lentissima, ovvero lenta è la vibrazione che la mostra in quanto materia. col potere che abbiamo i cambiamernti possono verificarsi dopo eoni. lasciamo perdere

2) NON SIAMO NOI IL VERO OSSERVATORE, NON L’UOMO ESTERIORE, MA QUELLO INTERIORE. LUI, IN QUANTO LOGOS, HA LA CAPACITA DI PLASMARE LA MATERIA o LUCE ASTRALE (che è lo stesso) E OTTENERE MUTAZIONI NEL TESSUTO DELLA REALTA. SUO è L’OCCHIO, NON NOSTRO !

Ma quando qualcuno dice VOI SIETE DEI E CREATORI si sta arrogando un potere che non ha e mai avrà.

Infatti come dimostra il paradosso del gatto di Schrödinger l’osservatore è parte integrante di qualsiasi esperimento. Esso fu un esperimento mentale ideato nel 1935 dal fisico Erwin Schrödinger per illustrare un’apparente assurdità della meccanica quantistica. 

Ecco i punti chiave per comprenderlo:

  • Il concetto: Un gatto viene chiuso in una scatola d’acciaio con un contatore Geiger, una fiala di veleno e una singola particella radioattiva. Se la particella decade, il contatore attiva un meccanismo che rompe la fiala, uccidendo il gatto.
  • La sovrapposizione: Secondo la meccanica quantistica, finché la scatola non viene aperta (ovvero finché non avviene un’osservazione), la particella si trova in una sovrapposizione di stati: è contemporaneamente decaduta e non decaduta.
  • Il paradosso: Di conseguenza, anche il gatto si trova in una sovrapposizione di stati: è contemporaneamente vivo e morto. Solo l’atto dell’osservazione (aprire la scatola) costringe il sistema a “collassare” in uno dei due stati definiti.

Questo paradosso mette in evidenza le difficoltà di applicare la meccanica quantistica a oggetti macroscopici e ha portato a discussioni significative sulla natura della realtà e dell’osservazione.

IL GATTO DI SCHRÖDINGER
IL GATTO DI SCHRÖDINGER

INTRODUZIONE A «L’ESOTERISMO ISLAMICO»

di Francesco Centineo

La metafisica non è argomento né per eruditi né per accademici. La comprensione della metafisica è invece alla portata di tutti quegli uomini extra-ordinari che sono in grado di cogliere la Verità, l’Assoluto, l’infinito, ovvero, la Realtà Suprema… questa Eterna Verità si cela dietro ad ogni apparenza, ad ogni figura e ad ogni forma. 

Tutto ciò che appare, tutto ciò che compare, tutto ciò che si manifesta nel creato, nell’atto perpetuo della creazione, esiste (dal latino «ex-stare»: stare fuori, essere in atto, apparire, esistere), ovvero, «trae la propria realtà» da un qualcosa che è al dì fuori e, sopratutto, al dì sopra dell’Universo, ovvero, della creazione, poiché la trascende: se vi è una creazione deve per forza esserci un Creatore, e quel qualcosa, il Creatore, è appunto Dio, l’Unico, quel Principio imperituro ed immutabile, che Aberto Ventura bene ha enunciato ed esposto nel suo studio sull’Esoterismo Islamico

«L’origine e la fine del tutto, secondo l’esoterismo islamico, è un Principio infinito, incondizionato, immutabile, che per definizione stessa (se mai possiamo parlare di definizione in questo caso) non può essere in alcun modo racchiuso entro i ristretti confini della ragione umana. Nessun elemento della manifestazione, formale o informare che sia, può essere a lui paragonato, perché […] tutti gli stati dell’essere, anche quelli relativamente più elevati, sono esattamente insignificanti in rapporto a Lui. «Non c’è nulla che gli somigli» […] sentenzia il Corano, chiarendo così immediatamente che tutti i simboli o le similitudini[…] che si possono utilizzare nella descrizione di verità metafisiche hanno necessariamente, per la loro stessa natura di rappresentazioni sensibili, un carattere difettoso e imperfetto. Questa essenza divina (al-dat al-ilahiyya) espressione con la quale viene più delle volte designato il Principio, è dunque qualcosa che sovrasta tutte le qualifiche, gli attributi, i nomi e i pensieri, al punto tale che per essa è lecito utilizzare a stretto rigore , soltanto una terminologia di tipo negativo.»

Dio, il Principio è «In-finito». Ciò che è Infinito non può mai essere definito, delimitato, circoscritto, misurato, perciò, non può mai essere sottomesso e subordinato a nessuna affermazione poiché ogni affermazione esclude e nega ciò che tale affermazione non comprende. Se descrivessimo Dio come Pura Luce escluderemmo, per esempio, dalla Sua Essenza, le Tenebre ed entreremmo, perciò, in un conflitto insolubile, in una contraddizione ontologica, e dovremmo, allora, ammettere, che oltre a Dio vi è qualcos’altro, ed a questo punto negheremmo la Sua Infinità

Per tal ragione tutto ciò che si può dire del Principio è che del Principio non si può dire nulla poiché ogni qualvolta noi Lo definiamo, o meglio, tentiamo di definir-Lo, nel senso che gli attribuiamo un nome, una peculiarità, una qualità, noi, Lo delimitiamo e Lo circoscriviamo. 

Ma l’Essere Supremo, Colui che è In-finito (non finito) non può essere soggetto (subiectum) a nessuna definizione poiché non può essere mai e poi mai né delimitato né tantomeno misurato; questa Verità che viene espressa così chiaramente nella dottrina dell’al-dat al-ilahiyya, non è peculiarità e specificità dell’Islam, al contrario, è una Verità «universale»:

«Si tratta della stessa idea che viene enunciata, nella più antica dottrina cristiana, dalla cosiddetta «teologia negativa» o «apofatica» di Dionigi Aeropagita, per il quale «Egli non può essere espresso in parole, non può essere concepito con pensiero»; un’idea che ancor prima era stata sottolineata con estrema chiarezza anche in india e in Cina, e che nel cristianesimo ritroviamo ancora alla fine del Medioevo: «Questo è l’Atman, definibile soltanto in senso negativo»; «il Tao che può esser detto non è l’eterno Tao, il nome che può esser nominato non è l’eterno nome»; Dio è uno, è una negazione della negazione». Tutto ciò che può essere espresso in modo affermativo costituisce infatti una limitazione, e per questo «la negazione di un limite è propriamente la negazione di una negazione, vale a dire, in termini logici ma anche matematici, un’affermazione, sicché la negazione di ogni limite equivale in realtà all’affermazione totale e assoluta.»

Il Principio è In-finito, In-distinto, In-determinato, In-condizionato, In-osservabile, In-attingibile, In-tangibile, In-visibile. Il Principio è oscuro agli occhi, alle orecchie ed alla mente, non può essere né udito né visto né, tantomeno, immaginato, può solamente essere intuito : «nell’Essenza chi parla tace, chi s’agita si quieta e chi osserva si stupisce.» Si può quindi affermare che il Principio, nella sua realtà essenziale, «non ha alcuno dei segni con i quali possa venire riconosciuto: non può essere abbracciato dalla comprensione e nemmeno dalla vista sensibile. Tutte le quantità e le qualità sono originate da Lui, e Lui, è al di là di quantità e qualità. Tutto viene percepito grazie a Lui, e il Sé Egli è al è al di fuori della portata delle percezioni.»

La creatura, l’Universo, è conoscibile sia attraverso i sensi che attraverso la mente. Esiste tanto un Universo psichico, quanto un Universo fisico, e queste sono le due facce dell’Universo, la faccia interna e la faccia esterna di questa grande illusione (Maya) che è la creazione. 

Ma colui che proietta da Sè tale imago mundi (l’Universo o creatura), rimane al di là della sua creazione, non viene mai modificato ed intaccato dall’atto della creazione; per Lui nulla mai cambia, nulla in Lui diviene, nulla di Lui nasce e nulla di Lui muore, Lui è Eterno

«Nell’immutabilità del Principio in se stesso, non vi è assolutamente né nascita né morte, né inizio né fine, ma è lui stesso origine prima e fine ultima di tutte le cose, senza d’altronde che fra questo inizio e questa fine vi sia nella realtà assoluta una distinzione qualsiasi.»

Il rapporto che intercorre tra l’Essere Supremo (il Principio) e l’Universo (la manifestazione del Principio) è evidentemente asimmetrico: la creatura dipende ed è sottomessa al suo Creatore, il Quale, invece, è indipendente dalla propria creazione.

Per la creatura, per l’essere umano, così come per tutti gli esseri viventi (stelle e piante, pesante ed animali), vi è nascita e vi è morte, vi è un passato ed un futuro, una successione di eventi, ma, al contrario, per il Principio non vi può essere nulla che non sia, se così mi è consentito esprimermi, all’«interno» di quell’«Eterno Presente», simultaneo ad esso, e che è tanto al di là del passato e del futuro, quanto della nascita e della morte. 

Il Maestro Ventura, citando Ibn ‘Arabi spiega: «Fra Lui e ciò che da Lui trae esistenza non vi è un tempo precedente o successivo che ci permetta di concepire un prima o un dopo.»

Il tempo, che è la prima misura di ogni cosa, giacché ogni cosa che vi è al mondo deve avere un’inizio, anche lo spazio lo deve «avere», esiste solamente dal punto di vista degli esseri contingenti, sicché per Colui che è al di là del tempo non vi può essere alcun tempo, né inizio né fine né passato né presente né futuro.

Per l’Essere vi è solo un Tempo, che non è un tempo ma il «Tempo dell’Eterno Presente», un Tempo che è ben al di sopra di ogni tempo relativo. Citando ancora il Ventura:

«Una celebre tradizione afferma: «Dio era e nulla era con Lui» (kana Allah wa la say’ ma ‘ahu), al che si può aggiungere, come fanno di frequente i maestri dell’esoterismo, ed egli é ora come è sempre stato» (wa hula al-an ‘ala ma ‘allaghi kana). Analogamente, ciò che in questo modo diciamo del tempo può essere applicato anche alla condizione spaziale: «Dio era e non vi era spazio (kana Allah wa la makan); poi ha creato il tempo e lo spazio, ed Egli, è ora così com’era senza tempo e senza spazio. Quando si tratta del Principio, è dunque necessario trascendere le cognizioni del tempo, dello spazio e di ogni altra condizione limitativa della manifestazione perché – ricorrendo ancora una volta alle parole di Ibn ‘Arabi – «Egli è assolutamente indipendente da ciò che al contrario rende noi dipendenti nei Suoi confronti.»

Ci fermiamo qui, con la nostra breve introduzione. Per chi volesse conoscere tutti i segreti dell’esoterismo islamico, consigliamo di acquistare questo bellissimo saggio del compianto Maestro Alberto Ventura che nel 2022 ha abbandonato, una volta per tutte, il ciclo universale, perpetuo ed indefinito della morte e della vita, per ricongiungersi, finalmente, al Principio…

L’ORIGINE ALCHEMICA DELL’UOMO

di Katrey Israel

Nella tradizione zoroastriana, Ahura Mazda rappresenta il Principio Ordinale, Creatore di tutti e la fonte della manifestazione. Nell’atto della creazione, Egli elabora il primo essere: Gayomart, creatura di natura luminosa, costituita non di materia corruttibile, ma di metallo primigenio, elemento integro e non ancora soggetta alle leggi della degenerazione.

Ed ecco ricomparire il malefico… l’oppositore cosmico, Ahriman, che interviene per sabotare questa configurazione originaria. La sua azione non è mera distruzione, bensì introduzione del disordine all’interno di un’armonia perfetta. Attraverso l’inganno e la pressione entropica, Ahriman induce Gayomart a conoscere la dissoluzione, e così interviene la morte.

La fine di Gayomart comporta una frammentazione delle parti. Il corpo primigenio si scompone così in sette metalli fondamentali, che la tradizione associa alle principali manifestazioni presenti nel mondo sublunare. Tali metalli rappresentano parti del metallo originario e, in senso alchemico, costituiscono le “componenti diffuse” della materia prima cosmica.

In questo contesto interviene Spenta Armaiti, l’ipostasi della Terra sacralizzata e della ricettività ordinatrice. La sua funzione è analoga a quella di una principessa restauratrice, una forza cosmica che raccoglie i residui dell’Unità primordiale e li reintegra nell’essere. Il parallelismo con la figura di Iside, che ricompone il corpo di Osiride, non è accidentale: entrambe rappresentano la competenza ricostruttiva del principio femminile sacro, capace di trarre continuità dalla frammentazione.

Dal punto di vista ermetico, questo mito illustra un meccanismo ben noto: la frattura dell’Unità in elementi multipli e la loro dispersione. Solo l’intervento della forza mediatrice consente la riaggregazione. La caduta di Gayomart, dunque, non rappresenta una sconfitta senza rimedio, ma la fase di separazione, indispensabile affinché la realtà possa essere successivamente purificata, ordinata e ripresa. Il mito, letto in chiave alchemica, non narra soltanto l’origine dell’Uomo, ma anche la logica cosmogonica per cui ciò che è stato disintegrato può e deve essere ricomposto attraverso una Sapienza, che opera affinché vengano realizzate le nozze alchemiche del Rebis.

L'ORIGINE ALCHEMICA DELL'UOMO
L’ORIGINE ALCHEMICA DELL’UOMO

I SEGRETI DEL NUMERO OTTO

di Alessio Caramaschi

Nell’articolo di oggi, ci addentriamo nel mondo misterioso e potente del numero 8, una cifra che trasuda forza, equilibrio e infinito. Questo numero, più di un semplice segno matematico, è un simbolo di armonia cosmica e prosperità spirituale.

Sei pronto a esplorare la numerologia e il significato profondo dell’8? Andiamo alla scoperta dei segreti del numero otto! Let’s go…

Caratteristiche del Numero 8

L’8 è venerato in diverse culture e tradizioni come il numero dell’abbondanza, della potenza e dell’equilibrio.

Questo numero rappresenta un ciclo infinito di rinascite e trasformazioni, un perpetuo moto che riflette il dinamismo della vita stessa.

Come tutti i numeri, l’8 porta in sé le qualità dei numeri che lo precedono e, in particolare, è considerato il doppio del 4 (materia e concretezza) e l’espansione del 2 (dualità e relazione).

Più precisamente otto è 2 × 2 × 2 e come tale è il primo numero cubico dopo l’uno. Come il numero dei vertici di un cubo e quello delle facce del suo poliedro duale, l’ottaedro, l’otto è completo. A livello molecolare ciò si riscontra negli atomi che anelano a possedere l’ottetto, ovvero otto elettroni nel loro guscio più esterno.

L’8 è il numero dell’equilibrio tra il materiale e lo spirituale, simboleggiando sia la prosperità materiale che la crescita spirituale.

L’8 si manifesta in numerosi aspetti del mondo naturale e umano, come nelle fasi della Luna, che si rinnovano approssimativamente ogni 28 giorni (2+8=10; 1+0=1, simbolo di nuovi inizi), e nella struttura del DNA, che si avvolge in una forma che ricorda l’otto orizzontale.

Significato Metafisico del Numero 8

Metafisicamente, l’8 rappresenta l’armonia perfetta tra il cielo e la terra, tra il sopra e il sotto. È il numero che simboleggia il successo materiale ottenuto attraverso l’equilibrio spirituale e la giustizia, infatti, è l’unico che può essere diviso in due quadrati uguali (4 + 4).

OTTO è il numero spirituale più attivo, posto all’estremità attiva del piano dell’anima. È il numero della saggezza espressa in modo intuitivo attraverso gli atti d’amore. Ha come obiettivo l’indipendenza.

L’otto inoltre non è più un ente del mondo del divenire, non fa più parte dell’ambito di manifestazioni che chiamiamo creazione, che si dispiega nel continuum spazio-temporale che noi siamo in grado di percepire e conoscere con i sensi e la ragione. Quindi, nella nostra forma corrente di esseri umani viventi nel mondo materiale, noi siamo impossibilitati al contatto diretto con il numero otto, nel senso del suo archetipo, che resterà per noi un mistero, impenetrabile con la ragione ma che può essere intravisto attraverso l’esercizio dell’intuizione immaginativa.

Significato Simbolico del Numero 8

Simbolicamente, l’8 è associato alla capacità di superare le sfide e raggiungere l’equilibrio attraverso la resilienza e la trasformazione. È un numero che richiama la forza interiore, il coraggio e la determinazione necessari per navigare attraverso le difficoltà della vita.

In molte storie e mitologie, l’8 appare come simbolo di rinascita e rigenerazione. Ad esempio, nella mitologia egizia, il dio Ra viaggia attraverso l’underworld durante la notte in un ciclo eterno di morte e rinascita, rappresentato dall’8.

Geometria Sacra del Numero 8

La geometria sacra dell’8 rivela la sua connessione con l’infinito e l’eterno. La forma dell’8, che ricorda il simbolo dell’infinito, simboleggia l’equilibrio perfetto e la continuità dell’energia cosmica, un continuo fluire.

significato-numero-8 infinito

All’opposto invece, nell’architettura sacra, l’8 si ritrova nelle strutture rigide che moltiplicano la solidità del quadrato in forme ottagonali, che sono considerate il ponte tra il mondo terreno e quello celestiale, offrendo uno spazio per la meditazione e il contatto spirituale. Le strutture ottagonali sono molto comuni nei fonti battesimali che hanno otto lati e sono pieni di acqua benedetta.

Numero 8 in Rapporto al Testo Bibblico

Anche nella Bibbia, l’8 ha un ruolo significativo, simboleggiando un nuovo inizio e la rinascita spirituale. Dopo il Diluvio, Dio salvò otto persone per dar vita a un nuovo mondo (Noè, sua moglie, i suoi tre figli – Sem, Cam e Jafet – e le loro mogli). Questo evento biblico sottolinea il tema della rigenerazione e del rinnovamento associato all’8.

Inoltre ecco alcuni aspetti chiave del significato del numero 8 in relazione ai testi biblici:

  1. Nuovo Inizio e Circoncisione: Secondo la Legge mosaica, la circoncisione, simbolo dell’alleanza tra Dio e il popolo ebraico, veniva eseguita l’ottavo giorno dopo la nascita di un maschio (Levitico 12:3). Questo atto non solo segnava fisicamente l’ingresso del bambino nella comunità di fede ma simboleggiava anche un nuovo inizio spirituale, purificazione e dedicazione a Dio.
  2. Resurrezione e Vita Eterna: Gesù risorse il giorno dopo il sabato, che può essere considerato l’ottavo giorno, simbolizzando così un nuovo inizio e la vittoria sulla morte. Questo legame tra l’8 e la resurrezione/nuova vita è visto come una promessa di rigenerazione spirituale e salvezza eterna per i credenti.
  3. Giudizio Universale e Rigenerazione: Nella visione apocalittica della nuova creazione descritta nel libro dell’Apocalisse, l’idea di un nuovo inizio e di una rigenerazione completa dell’esistenza può essere implicitamente collegata al concetto dell’8 come simbolo di inizio di una nuova “era” o realtà.
  4. Simbolismo Numerologico: Nel contesto più ampio della cultura ebraica e dell’interpretazione biblica, i numeri avevano spesso significati simbolici. L’8, essendo il numero che segue il 7 (che rappresenta la completezza o la perfezione, come nei 7 giorni della creazione), simboleggia l’inizio di un nuovo ciclo o di una nuova era dopo il completamento di un ciclo precedente.

Significato Esoterico del Numero 8

Nell’esoterismo, l’8 è spesso associato alla legge del karma e alla reincarnazione, simboleggiando il ciclo eterno di morte e rinascita, di causa ed effetto. È il numero che richiama la necessità di armonizzare le azioni passate con le aspirazioni spirituali future, invitando l’individuo a riflettere sulle proprie azioni e sul loro impatto sull’evoluzione personale e universale.

In molte tradizioni, l’8 è visto come il numero che facilita la transizione dal piano fisico a quello spirituale, fungendo da catalizzatore per la trasformazione interiore. Questo numero è un promemoria della nostra capacità di superare le limitazioni materiali per accedere a una comprensione più elevata dell’esistenza.

Infatti per i pitagorici l’8 è rappresentato come simbolo del doppio quaternario: al quadrilatero del quaternario primario, della materia nei suoi quattro elementi costitutivi (aria, fuoco, acqua, terra) si va ora a sovrapporre il quaternario che racconta le vicende dello spirito: incarnato nel cinque, iniziato nel sei, perfetto nel sette, che raggiunge il livello divino con l’otto.

Da notare che in entrambi questi quadrati è inscrivibile un cerchio, cerchio che ora si riflette nell’ottagono centrale risultante, come assegnare che questo è, rispetto al quadrato, un importante tappa di avvicinamento.se il cerchio infatti è il simbolo del divino al centro della sua creazione, l’ottagono è per l’appunto sull’ottava superiore rispetto al quadrato in avvicinamento al cerchio e lo potremo comprendere solamente quando si compirà il ritorno dall’esilio.

Arcano Numero 8 dei Tarocchi

Nei Tarocchi, l’Arcano Maggiore numero 8 è spesso rappresentato dalla carta dalla Giustizia. Questa carta simboleggia la maestria dell’individuo sui propri istinti e la capacità di affrontare le sfide con determinazione e equilibrio.

La giustizia con la sua bilancia riequilibra la nostra vita ma equilibrio e perfezione non sono sinonimi di simmetria così come l’arte sacra dei costruttori di cattedrali rifiutava la simmetria, ritenendola diabolica, la carta della giustizia viene strutturata in modo asimmetrico se si osserva la bilancia si vede che la giustizia condizione movimento mediante il gomito di destra e il ginocchio di sinistra; si può pensare che con questo gesto la giustizia ci inviti a non cedere al perfezionismo.

La pretesa di perfezione è disumana perché quello che è perfetto è immobile insuperabile quindi morto allora ci inviterebbe a sostituire tale concetto di perfezione con l’astuzia sacra con il concetto di eccellenza che ci permette di essere dinamici e perfettibili.

Conclusioni

Il numero 8, quindi, non è solamente una cifra fra tante, ma un vero e proprio simbolo di infinito equilibrio, ricchezza spirituale e trasformazione. La sua presenza ubiqua nella natura, nelle culture umane, nelle tradizioni spirituali e religiose, ci rivela che il viaggio alla scoperta dei suoi misteri è infinito, proprio come il simbolo che rappresenta.

L’8 è nodo d’Amore, vincolo, canale, collante che tiene insieme tutti gli enti. Solo l’Amore dunque è il linguaggio perfetto che riesce a compiere il miracolo di porre di fronte l’uno all’altro: i due volti, quello del Macrocosmo e quello del microcosmo, quello Divino e quello umano, riconnettendo l’iniziato alla sorgente del tutto.

Mentre concludo questo articolo sulla numerologia dell’8, diventa evidente che il percorso di comprensione e integrazione dei suoi insegnamenti nella nostra vita è un viaggio senza fine.

Ti lascio con l’invito a meditare sul significato dell’8 nella tua vita, a riconoscere le sue manifestazioni e a lasciarti guidare dalla sua saggezza verso un’esistenza più ricca e armoniosa. Il segreto dell’infinito è nascosto in questo numero, pronto a essere scoperto da coloro che sono pronti a intraprendere il viaggio.

Tratto da: Alessio Caramaschi BLOG

I SEGRETI DEL NUMERO OTTO
I SEGRETI DEL NUMERO OTTO

LO STUPORE NELLA MEDITAZIONE

di Luca Rudra Vincenzini

“Vismayo yogabhūmikāḥ”,”gli stadi dell’unione meditativa sono stupore”, Śivasūtra (Rudra).

L’entrata nello stato della mente naturale (svabhāva o śāntarasa), che è una dimensione unica ed indivisa, prevede, passo dopo passo attraverso gli strati della coscienza ordinaria,

due poli di accesso. Per lo Śivaismo del Kāśmīr sono la coscienza (citi), priva di pensieri, e la beatitudine (ānanda), svincolata da una circostanza specifica; anche detti da Utpaladeva luce della coscienza (prākaśa) e azione come riflesso della prima (vimarśa), di cui il primo è maschile/passivo ed il secondo femminile/attivo.

Per il Vajrayāna, i poli di maschile e femminile si invertono, sono i mezzi pratici (upāya) ricchi di compassione (karuṇā), il maschile attivo, e la saggezza (prajñā) che coglie il vuoto (śūnya), il femminile passivo.

Entrambe le tradizioni tantriche, anche se con approcci differenti, riconoscono l’importanza della collaborazione tra la coscienza (cetana) e l’azione (kriyā) che convergono in meditazione nella fruizione calma di silenzio (mauna) e stupore (vismaya).

Ebbene, aldilà di ogni disciplina e dottrina, questi sono i due capisaldi dell’esperienza di assorbimento meditativo finale: il silenzio e la beatitudine.

Coltivali entrambi, parimenti…

In foto Cakrasaṃvara e Vajravarāhī.

LO STUPORE NELLA MEDITAZIONE
LO STUPORE NELLA MEDITAZIONE

LA LUCE DELLA VERITA’ SPIRITUALE

a cura di Fuoco Sacro

I morti percepiscono la luce della verità spirituale. La cosa più bella, la cosa più importante che possiamo donare ai nostri morti è di leggere per loro qualcosa che abbia un vero contenuto spirituale.

Come la pioggia scende benedicente dalle nubi sulla Terra, così il pensiero luminoso si solleva verso i morti, su, fino alle regioni dello Spirito.

Rudolf Steiner

LA LUCE DELLA VERITA' SPIRITUALE
LA LUCE DELLA VERITA’ SPIRITUALE