Nel linguaggio di René Guénon, tratto da Il Regno della Quantità, dal regno modernista-materialista della Quantità — la cui fase terminale è il postmodernismo — nasce, in ultima analisi, il Regno della Qualità Invertita, dove l’egualitarismo democratico viene distrutto non in nome dell’aristocrazia ma del caos, a beneficio di quei maghi socio-economici globalisti per i quali il caos culturale è la condizione naturale e rappresenta la via maestra verso il potere.
La diversità, per costoro, comporta l’accettazione dell’esistenza di una classe dirigente globale e multietnica: poiché nessuno che non sappia lavorare con gli inglesotti, i francesini, i beduini, i giapponesini, gli orientali e i neri può essere ritenuto autenticamente cosmopolita secondo il modello odierno.
Come il buon comunista, anche il buon globalista impara che la razza non conta, che la cultura è un ostacolo da superare e che ciò che realmente importa è soltanto la classe.
Eppure, nessuno risulta più utile a legittimare tali costumi “mondiali” dei suprematisti bianchi o neri, e dei fanatici o terroristi separatisti etnici, che ne rappresentano l’immagine speculare e rovesciata.
La fusione culturale mondiale è anche un mezzo mediante il quale l’élite dominante globalizza i mercati, standardizza tanto i consumatori quanto la forza lavoro, e ipnotizza permanentemente le masse — non semplicemente gettando un velo momentaneo di segretezza sulle proprie azioni, ma distruggendo perfino il naturale desiderio umano di sapere che cosa realmente accade, attraverso un’ideologia che proclama che in realtà non accade nulla, se non all’interno delle fantasie soggettive dell’individuo isolato.
E gli orrori del caos sociale, le armi di distruzione di massa e il degrado ambientale rendono una simile ideologia — per quanto folle — assai attraente come via di fuga: per coloro, cioè, che non hanno ancora optato per il suicidio assistito che Jack Kevorkian, perfettamente contemporaneo e altamente rappresentativo satanista postmoderno, sarà lieto di fornire loro con la sempre più esplicita benedizione del mondo così com’è, e come è destinato a diventare.
Tratto da Charles Upton – The System of Antichrist
Il mondo sta attraversando un’inevitabile transizione dal predominio unipolare occidentale a un ordine multipolare plasmato da civiltà in competizione.
La guerra in Ucraina non è la guerra di Putin. È la guerra del popolo russo. E sarà condotta fino alla vittoria finale e totale. Non fatevi illusioni. È in atto una transizione irreversibile dall’unipolarismo (il globalismo, l’egemonia liberale occidentale) al multipolarismo.
Ma la transizione irreversibile dall’unipolarismo (il globalismo, un’egemonia liberale occidentale) verso il multipolarismo non è facile . Passa attraverso conflitti e guerre perché i difensori dell’unipolarismo a qualsiasi costo non vogliono che ciò avvenga pacificamente.
La vera natura geopolitica e profonda della guerra in Ucraina è ben compresa dal popolo russo. Dubito che i popoli occidentali abbiano lo stesso livello di comprensione di come e perché le élite globaliste liberali vogliano usarli nella guerra contro la Russia.
La guerra in Ucraina non dipende da chi si trova effettivamente al Cremlino. Sarà combattuta fino alla fine in ogni caso.
Vedo alcuni segnali che l’Occidente sta iniziando ad abbandonare Zelensky. Forse l’UE lascerebbe che la Russia vincesse in Ucraina per mostrare alle proprie società quanto sia pericolosa, facilitando la preparazione della prossima guerra.
Difficilmente la prossima guerra con l’UE sarà il prolungamento di quella attuale. Sembra che l’UE non sia ancora pronta. Ha bisogno di alcuni anni e di cambiamenti politici, economici e ideologici molto importanti. Quindi potrebbe esserci un intervallo di tempo.
Se il divario temporale non sarà mediato da Trump, la pace non potrà che essere una vittoria russa su vasta scala in Ucraina. Gli Stati Uniti difficilmente inizieranno una guerra nucleare, e nemmeno l’UE è pronta per una guerra totale con noi. Quindi prevedo un periodo di tempo in cui assumeremo un controllo molto più ampio sul suolo ucraino (=russo).
IL CAMBIAMENTO IRREVERSIBILE: DALL’UNIPOLARITA’ ALLA MULTIPOLARITA’
Dagli anni Settanta alle donne non bastarono più le lotte di emancipazione e di rivendicazione dei diritti: l’uomo divenne il nemico da combattere e la donna cessò di essere tale per trasformarsi in una creatura infelice, grondante livore. La giornata dell’8 marzo cambiò, non solo perché la componente consumistica aveva lordato qualsiasi aspirazione al miglioramento, ma perché le teorie postmoderne avevano orientato gli studi accademici e l’attivismo. Non più domina, ma essere frustrato, la donna fu sottoposta ai processi interni al liberismo che implicarono la condanna della maternità come negazione della realizzazione e resa al progetto di procreazione per lei deciso dall’uomo e i processi interni alla cultura decostruzionista che videro nel lesbismo una forma di lotta e affermazione contro il maschio stupratore. Le tendenze imposte dal mondo mutevole e capriccioso della moda hanno chiesto al corpo della donna che questo si adattasse alle esigenze dell’industria rappresentate come forme di libertà: un corpo magro negli anni Sessanta, scolpito dall’esercizio fisico negli anni Ottanta, accessoriato di protesi voluminose negli anni 90, grasso nell’ultimo decennio. Ogni decade ha imposto paradigmi e finte libertà, sacrificando l’essenza femminile. L’empowerment è il costrutto di cui si sono occupate le Nazioni Unite in nome della crescita e dello sviluppo della condizione delle donne e della loro partecipazione pubblica. Come se prima della metà del Novecento, le donne non si fossero mai autodeterminate e valorizzate; come se Ipazia, Giovanna D’Arco, Trotula De Ruggiero, Rosa Luxemburg, Gerda Taro, Frida Kahlo, Emma Goldman o Tamara de Lempicka avessero avuto bisogno di un organismo internazionale per esprimere sé stesse e realizzarsi; come se, Mina, Nina Hagen, Diamanda Galas, Blondie, Siouxsie non avessero saputo realizzare i loro progetti. Come se Virginia Woolf non avesse già ammonito le ragazze all’università di Cambridge nell’ottobre 1928 spiegando loro che non avevano più scuse per non svolgere le attività che per secoli erano state loro precluse, voto incluso.
Quello che invece non ha scuse è la distruzione dell’eterno femminino, della combinazione tra Animus e Anima nell’accezione junghiana, la riduzione dell’Eros a sessualità manipolata e consumabile. Lo sgomento è la donna la cui estetica si ispira al travestito e alla drag queen, è la seduzione svilita nella nudità venduta come liberazione; la trans campionessa di lancio col disco.
La società liberista e la cultura postmoderna hanno condannato i poemi omerici sessisti e violenti, dimentichi del ruolo fondamentale di Andromaca o Penelope. Hanno dimenticato che “Eurinome, Dea di Tutte le Cose, emerse nuda dal Caos e non trovò nulla di solido per posarvi i piedi: divise allora il mare dal cielo e intrecciò sola una danza sulle onde. Sempre danzando si diresse verso sud e il vento che turbinava alle sue spalle le parve qualcosa di nuovo e di distinto; pensò dunque di iniziare con lui l’opera della creazione”
LA DISTRUZIONE DELL’ETERNO FEMMININO NELLA SOCIETA’ CONTEMPORANEA
Anniversario del 14 novembre 1493. Nascita di Philippus Aureolus Theophrastus Bombastus von Hohenheim detto Paracelsus o Paracelso, medico, alchimista e astrologo svizzero del XVI secolo. Lo ricordiamo con questa bella riflessione a lui attribuita:
“Siamo angeli che dormono ancora il greve sonno della carne. L’uomo deve destarsi, aprire gli occhi alla verità, se non vuole correre il rischio di attraversare la vita come un bruto incosciente.”
“Ho sempre avuta la sensazione che alle nostre spalle stia la stirpe intera, coi vivi, col suo corteo di morti per la Patria, con tutto il suo avvenire, che la stirpe lotta e parla per mezzo nostro, che la folla nemica, per quanto grande, di fronte a quest’entità storica, non è che un pugno di briciole umane che disperderemo e vinceremo … l’individuo nel quadro e al servigio della sua stirpe. La stirpe nel quadro e al servigio di Dio e delle leggi della Divinità: chi comprenderà queste cose, vincerà anche se sarà solo. Chi non comprenderà, cadrà vinto.”
Non deve meravigliare che l’Inghilterra sia in prima fila a sostenere i crimini di Netanyahu e di Zelensky, i due governi in mano ai sionisti.
E’ infatti notorio che la City londinese sia il regno della grande finanza sionista proprietaria dei media e dei partiti inglesi, così come la casa reale inglese ha da sempre agito d’intesa con i Rothschild.
Il casato tedesco dei Sassonia-Coburgo-Gotha, mutato in Windsor, è stata una delle nidiate di banditi più brutali, disumane e avide della storia. La regina Vittoria ad esempio, è stata uno dei più zelanti assassini di tutti i tempi, sin dal giorno in cui decise di collaborare con il casato dei Rothschild, per saccheggiare e massacrare l’intera nazione indiana; vennero uccisi 30 (trenta) milioni di indiani. Il potere dei Rothschild sulla Corona inglese portò Benjamin Disraeli a Primo Ministro, era ebreo ma si convertì per poter essere nominato Primo Ministro.
Lo stesso Churchill è stato una pedina sionista, politicamente e finanziariamente in mano sionista.
Winston Churchill era figlio di Lord Randolph Churchill, un caro amico del Barone Nathan Rothschild da cui ricevette ‘ampi prestiti’ e che aveva forti legami con la comunità sionista londinese.
Winston sviluppò questi legami e già nel 1920 su Sunday Herald illustrato, 8 febbraio 1920, scrisse un articolo per indirizzare il sionismo internazionale contro l’URSS e sostenere il piano Balfour per dare la Palestina ai sionisti.
Dai banchieri Winston seppe ricevere molto più del padre, in particolare considerevoli somme per pagare i suoi debiti e i suoi vizi gli furono ‘regalate’ dai banchieri sionisti: Ernest Cassel, Sir Henry Strakosch, Bernard Baruch. Contemporaneo di Churchill e sionista manovrato dai Rothschild fu anche il Ministro della guerra, Hore Belisha.
I governanti inglesi di oggi, Conservatori, Laburisti o Liberali, sono frutti caduti da quegli alberi; c’era un politico in disaccordo con i crimini di Israele, Corbin, ma l’hanno espulso dal partito laburista.
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Nella foto
1) Disraeli, con il Royal Titles Act 1876, conferì alla regina Vittoria il titolo di “Imperatrice d’India” . La regina ricompensò il gesto del suo primo ministro nominandolo Conte di Beaconsfield.
2) Churchill con il miliardario sionista Bernard Baruch.
3) Nathaniel Charles Jacob Rothschild, IV barone Rothschild, con la Regina, e due Primi Ministri inglesi, ma anche con il Suo Primo Ministro… Netanyahu.
4) L’attuale Primo Ministro inglese , Keir Starmer, sionista non ebreo, politicamente creato e sostenuto dalla holding finanziaria sionista, BlackRock.
La Knesset israeliana ha approvato in via preliminare una legge che reintroduce la pena di morte per i terroristi, mentre parallelamente ha dato il via libera a un provvedimento che vieta le trasmissioni di Al Jazeera sul territorio israeliano, accusando l’emittente qatariota di fare propaganda per Hamas.
Sono sempre stato contrario alla pena di morte, per principio e per convinzione profonda, ma quando vedo quello che sta succedendo, mi rendo conto che stiamo assistendo alla reazione primordiale di un organismo che si sente sotto attacco mortale. E francamente, pur continuando a disapprovare la misura dal punto di vista etico, non posso fare a meno di comprendere la logica disperata che la sottende.
Quello che molti non riescono a capire è che lo Stato non è un’entità astratta che galleggia sopra le nostre teste come una divinità benevola, ma è costituito da esseri umani in carne e ossa che hanno paura, che soffrono, che vedono i propri figli saltare in aria sui bus o mentre vanno a scuola. Quando questi esseri umani si trovano di fronte a nemici che non rivendicano semplicemente un pezzo di terra – su cui magari si potrebbe anche trattare, fare concessioni, trovare compromessi – ma che negano il diritto stesso di esistere del loro paese, la reazione diventa quella di una bestia ferita che morde tutto quello che le si avvicina.
Israele si trova in una posizione che definirei tragicamente unica: ha un alleato, gli Stati Uniti, che in Palestina ha sempre fatto il doppio gioco più sfacciato della storia diplomatica moderna, sostenendo pubblicamente il processo di pace mentre sottobanco alimenta tensioni e contraddizioni che rendono qualsiasi soluzione duratura praticamente impossibile. Da una parte Washington finanzia e arma Israele, dall’altra tollera e spesso incoraggia una retorica palestinese che non si accontenta della Cisgiordania o di Gaza, ma vuole cancellare dalla carta geografica l’intero stato ebraico. In questo contesto, la decisione di reintrodurre la pena di morte per i terroristi e di silenziare Al Jazeera diventa l’espressione più cruda di un istinto di sopravvivenza che ha poco a che fare con la giustizia nel senso classico del termine e molto con la volontà di mandare un messaggio inequivocabile: se vuoi distruggere questo paese, se vuoi cancellare dalla faccia della terra la mia famiglia, la mia comunità, la mia storia, io ti farò fuori prima che tu possa riuscirci e impedirò a chiunque di raccontare una versione diversa dei fatti. È una logica brutale, primitiva se volete, ma terribilmente umana.
Io stesso, pur avendo condannato con forza durante la pandemia lockdown, green pass e obblighi vaccinali come misure liberticida e sproporzionate, trovavo perfettamente razionale che lo Stato, di fronte a quella che percepiva come una minaccia concreta alla salute pubblica, reagisse con violenza contro chi si opponeva. Non perché condividessi quelle misure – anzi, le ritenevo sbagliate e dannose – ma perché riconoscevo che il core business di qualsiasi apparato statale è esattamente questo: proteggere la maggioranza che non sa o non può difendersi da sola, anche a costo di usare la forza contro chi viene identificato come una minaccia.
La differenza è che nel caso del Covid si trattava di una percezione della minaccia che molti di noi giudicavano esagerata e strumentale, mentre nel caso di Israele la minaccia è concreta, quotidiana, esistenziale nel senso più letterale del termine. Hamas, Hezbollah, l’Iran e i loro alleati non nascondono di volere la distruzione totale dello stato israeliano, non stanno negoziando per dei confini più favorevoli o per maggiori diritti civili, stanno semplicemente cercando di cancellare dalla mappa un paese intero e tutti i suoi abitanti.
Quando la posta in gioco è la sopravvivenza fisica di milioni di persone, l’aggressività diventa una conseguenza naturale, biologica quasi. È lo stesso meccanismo che scatta quando un animale viene messo alle strette: non ragiona più in termini di proporzione o di giustizia astratta, ma in termini di vita o di morte. E Israele, che da decenni vive in questo stato di assedio permanente, ha ormai interiorizzato questa logica di sopravvivenza fino al punto di essere disposto a violare i propri principi democratici e umanitari pur di mandare un segnale di deterrenza ai suoi nemici.
Da liberale e democratico, condanno questa deriva autoritaria perché so che quando uno stato inizia a giustiziare i suoi nemici in nome della sicurezza nazionale, il passo verso la deriva totalitaria è più breve di quanto si possa immaginare. Ma da essere umano, da persona che sa cosa significa avere paura per la propria vita e per quella dei propri cari, non posso fare a meno di capire la disperazione che sta dietro a questa scelta.
“Il vero potere è quello di essere tranquilli. Rendersi conto che non si ha bisogno di niente per essere felici, che non si deve raggiungere niente, che non è mancato nulla nella vita: la nostra vita è perfetta. Questo potere è straordinario; copre tutti gli altri.
Ma desiderare qualcosa è una forma di sentimentalismo, non contiene alcun potere. Il potere è sapere che si è liberi dal volere. È una volontà essenziale.”
“Noi percorriamo da uomini la vita terrena, giudicando soltanto dal punto di vista terreno quel che ci sta intorno: il Sole, la Luna e le stelle. Gli astronomi calcolano i moti delle stelle, la rotazione dei pianeti, il loro transito davanti alle stelle fisse e altro ancora. Così all’incirca si comporta l’astronomo di fronte al mondo. Non osserva che il mondo è un possente organismo spirituale che ha bisogno di alimento, non ricevendo il quale le stelle da molto tempo sarebbero disperse in tutte le direzioni dello spazio e i pianeti andati ognuno per la sua via.
Questo gigantesco organismo ha bisogno di alimento, di qualcosa che deve sempre assorbire per continuare ad esistere nel modo giusto. Ma da dove proviene quell’alimento? Qui si presentano i grandi problemi del rapporto tra l’uomo e il cosmo.
Nel momento in cui l’uomo, dopo aver varcatola soglia della morte, partecipa alla vita dei fatti spirituali, degli esseri spirituali, reca in quel mondo ciò che ha sperimentato qui sulla Terra nella veglia e nel sonno. Questo è l’alimento del cosmo; è ciò di cui il cosmo ha sempre bisogno per continuare a sussistere. Noi portiamo nel cosmo, qualche tempo dopo la morte, quel che abbiamo sperimentato nel mondo in facile o aspro destino e sentiamo così il nostro essere umano dissolversi quale alimento del cosmo. Sono esperienze di grandezza imponente, di enorme elevatezza, quelle che attraversiamo fra la morte e una nuova nascita.
Ora sorge il nostro vero io dal nostro frantumato essere umano, direi dionisiacamente frantumato.
A poco a poco affiora questa consapevolezza: “Tu sei spirito. Hai soltanto abitato in un corpo fisico, e anche nelle tue esperienze notturne, durante il sonno profondo, hai sperimentato solo ciò che esso ti dava. Tu sei però spirito fra spiriti”. Quel che viviamo sulla Terra viene suddiviso nel cosmo per divenire suo alimento, perché il cosmo possa continuare a sussistere e ricevere nuovi impulsi per il movimento e la configurazione delle stelle. Come dobbiamo dare alla nostra vita alimento terreno per poter vivere quali uomini fisici fra la nascita e la morte, così il cosmo vive accogliendo in sé le esperienze umane quale suo alimento. Arriviamo così a sentirci sempre più uomini cosmici, a sentire, in un certo senso, tutto il nostro essere umano risolversi nel cosmo , nel cosmo spirituale.
Poi giunge il momento della grande “Mezzanotte cosmica”, il momento di cercare il passaggio tra la morte e una nuova nascita, tra il divenire cosmo dell’uomo e il divenire uomo del cosmo.
Siamo saliti sentendoci sempre più esseri cosmici, poi viene il momento in cui sentiamo di dover ridiventare uomini. Ciò che abbiamo portato nel cosmo, in mutata figura il cosmo ci deve restituire, affinché possiamo tornare sulla Terra”.