GRANDI RISVEGLI E FIGLI DELLA LUCE

di Daniele Perra

Non vi è nessun reale collegamento tra Mazzini ed il “pensiero” (se così si può definire – e so che mi prenderò insulti) di Charlie Kirk, per il semplice fatto che i riferimenti ideologici di Kirk hanno sempre disprezzato il primo.

Riporto a questo proposito parte di un mio articolo pubblicato su “Eurasia. Rivista di studi geopolitici”, dal titolo “Grandi risvegli e figli della luce”.

“A cavallo tra XVIII e XX secolo si possono contare almeno tre o quattro (a seconda delle interpretazioni) differenti Great Awakenig (sarebbero addirittura cinque con l’attuale). Tutti, per quanto ispirati da pratiche religiose nate in Europa, hanno avuto origine negli Stati Uniti. E tutti hanno avuto riflessi sia nell’ambito religioso che in quello politico […] Ritornando ai diversi grandi risvegli, è utile riportare che le radici di questo fenomeno possono essere facilmente individuate nel pietismo: corrente protestante sviluppatasi in Europa centrale nei secoli XVII e XVIII come reazione al classico dogmatismo luterano. Questo contrapponeva al razionalismo della teologia luterana la valorizzazione della devozione interiore attraverso la quale gli adepti si sollevavano al grado di risvegliati o rigenerati. Sulla base di quest’idea di risveglio o rinascita in Cristo si sono sviluppati i Great Awakening nordamericani a partire dal XVIII secolo. Il primo si riconduce al metodismo, che offrì nuova sostanza e forza all’azione dei predicatori evangelici, in genere di matrice calvinista e contraddistinti da forte rigore morale. Negli Stati Uniti si segnala l’azione del predicatore scozzese Thomas Chalmers (1780-1847) […] oppure abbiamo l’opera di predicazione carismatica dei pastori George Whitefield (1714-1770) e Jonathan Edwards (1703-1758) […] La predicazione di quest’ultimo fu accompagnata da un’ondata di fanatismo millenarista che dilagò dal Connecticut al New England. La sua predicazione, richiamando alla ‘Nuova Israele’ americana e al patto stipulato con Jahvè, suscitò folle estatiche che ascoltavano i sermoni di pastori itineranti […] Seguì il Second Great Awakening (1800-1858), particolarmente forte nel nord-est e nel Midwest, che coinvolse i ceti medio-bassi ed ebbe come centro della predicazione revivalista il cosiddetto Burned over district nella parte occidentale di New York, così chiamato per il tema costante delle prediche: la dannazione eterna nel fuoco dell’inferno. Al Third Great Awakening (1859-1900) viene generalmente associato l’impulso all’azione missionaria e la nascita dei Testimoni di Geova. Mentre con il Fourth Great Awakening (iniziato a cavallo degli anni ’60 del secolo scorso) si entra in una dimensione più propriamente politica e geopolitica. Esso si contraddistingue per il successo di alcune sigle più conservatrici all’interno del panorama religioso nordamericano che si impegnarono, ad esempio, in battaglie etiche, dettate da una lettura letteralista del testo biblico, contro l’evoluzionismo ed in favore del creazionismo.

Qui si rende necessario aprire una prima breve parentesi visto che tanto l’evoluzionismo, quanto il creazionismo, hanno entrambe origine moderna. Entrambe afferma il già citato Lord Northbourne cercano di spiegare ogni cosa in termini di immediato e tangibile vantaggio e svantaggio. Dunque, entrambe, pur ponendosi in antitesi l’una con l’altra (visto che il creazionismo parte da un presupposto religioso), sono governante da una tendenza intrinsecamente materialista.

Al Fourth Great Awakening è legata la figura del noto pastore evangelico Bill Graham (1918-2018). Questo, di fama internazionale, ha esercitato la sua influenza su molti inquilini della Casa Bianca, e più in generale sui vertici politici USA, per tutta la metà del XX secolo e l’inizio del XXI, da Eisenhower a Jimmy Carter e Bill Clinton fino al vice presidente di Donald J. Trump Mike Pence.

Con quello che potremmo definire come il Fifth Great Awakening (la cui data di inizio potrebbe coincidere con l’elezione di Donald J. Trump nel 2016) la dimensione geopolitica assume un valore ancora maggiore. Tuttavia, il tradizionale destino manifesto (la missione degli Stati Uniti volta alla costruzione di un ordine mondiale a propria immagine e somiglianza) viene mascherato da una lotta ideologico-escatologica tra bene (l’umanità in generale) e male (le élite liberali transnazionali che vengono presentate come alleate della minaccia numero uno all’egemonia globale USA, la Cina).

Questa nuova teologia politico-apocalittica è stata capace di superare lo stesso trumpismo (la sconfitta elettorale dell’uomo che Dio ha inviato per liberare il mondo dal male secondo gli adepeti di QAnon) ed i confini del centro imperiale per diffondersi nella periferia europea (anche grazie a zelanti agitatori politici, tra cui il pensatore russo Alexandr Dugin, autore di un manifesto del Grande Risveglio contro il Grande Ripristino in cui vengono tessute le lodi del trumpismo e dell’America come luogo del crepuscolo del liberalismo).”

In realtà, più che crepuscolo del liberalismo, si potrebbe parlare di un rinnovato liberalpopulismo sulla scia di Andrew Jackson, almeno a parole.

Prosegue l’articolo su “Eurasia”: “Ora, la suddetta teologia politico-apocalittica, profondamente ispirata dai temi classici dell’evangelismo e del sionismo cristiano, ha un suo riferimento teorico in un altrettanto breve opuscolo del 1944 scritto dal teologo riformato Reinhold Niebuhr dal titolo The children of the light and the children of darkness. L’opera merita l’apertura di una nuova parentesi visto che in essa si esprime l’idea di un vero e proprio scontro esistenziale tra gli Stati Uniti e l’Europa. L’idea, ad onor del vero, non sarebbe neanche particolarmente originale. Già per tutto il corso del XIX secolo negli Stati Uniti vennero propugnate tesi dal sentore cospirazionista secondo le quali gli Imperi europei, in combutta con il Papa ed i gesuiti, stessero cercando di distruggere il governo democratico di Washington.

Di fatto, la civiltà democratica moderna è al centro dell’opuscolo di Niebuhr. Essa, con il credo liberale è espressione dei figli della luce il cui unico peccato è quello di un ingenuo approccio sentimentale alle relazioni internazionali. Va da sé che Niebuhr (anche a ragione, sebbene per motivi differenti da quelli reali) non riconosce nella Grecia antica l’origine della democrazia moderna. Questo, al contrario, è un fenomeno intrinsecamente collegato allo sviluppo della società borghese. Alla civiltà democratica si oppone quella proposta dai figli delle tenebre votati al cinismo morale (caratteristica che, secondo Niebuhr, accomuna tanto Mussolini, collegato da una linea diretta con Mazzini, quanto Hitler) il cui antidemocratismo sarebbe influenzato sul piano politico da Hobbes e su quello religioso da Lutero. Essi, malvagi ma assai intelligenti, non conoscono altra legge o diritto oltre la mera forza. Il nemico dei figli della luce, dunque, non può che essere la furia demonica del nazismo e del fascismo che pongono gli strumenti della tecnica moderna al servizio di un’ideologia anti-moderna che antepone la comunità all’individuo.

Ora, le affermazioni di Niebuhr possono essere facilmente confutate su più livelli. Il teologo riformato, in primo luogo, sembra essere uno scarso conoscitore di Hobbes la cui unica colpa, al massimo, sarebbe quella di non mascherare mai il potere, il suo peso e la sua posizione centrale in ogni comportamento umano, e mai di esaltarlo. In secondo luogo, sembra ignorare i molteplici crimini del colonialismo liberale e lo stesso fatto che la cosiddetta Dottrina Monroe, lungi dall’essere il prodotto di una geopolitica isolazionista, fosse semplicemente la prima espressione dell’imperialismo nordamericano.”

Inoltre – aggiungo oggi – sarebbe opportuno ricordare che gli Stati Uniti hanno assai poco di democratico e tanto della dittatura oligarchica mascherata. Dopo tutto, il sogno dei padri fondatori era quello di instaurare una repubblica aristocratica.

Detto ciò, trovo invece assai interessante il fatto che si sta iniziando a spingere per una “kirkificazione” della destra europea. Un processo utile a garantire una base di massa al disegno egemonico statunitense sul continente. Interessante in questo senso anche lo sdoganamento da destra della critica ad Israele. E penso a personaggi come Nick Fuentes e Tucker Carlson. Il primo, ad esempio, sostiene che gli USA dovrebbero curarsi meno dello “Stato ebraico” e dedicarsi attivamente a Messico, Cuba e Venezuela.

In ogni caso, dunque, non si rinuncia affatto ad una visione imperialistica (e neanche alle garanzie per Israele), semplicemente si cerca di dare nuove priorità alle strategie di potere statunitensi.

Siamo ancora ad una fase prematura/iniziale di tale processo. Tuttavia, sarà altresì interessante vedere come gli influencer della destra europea dovranno (per l’ennesima volta) ricalibrare le loro argomentazioni dietro dettato d’oltreoceano.

GRANDI RISVEGLI E FIGLI DELLA LUCE
GRANDI RISVEGLI E FIGLI DELLA LUCE

GESU’ E’ AL-MASIH: IL MESSIA

di Giuseppe Aiello

Il Corano dà a Gesù un titolo davvero unico.

Lo chiama al-Masih, ‘il Messia’ (Sura 4:172), al-Masih ibn Maryam, ‘il Messia, figlio di Maria’ (Sura 9:30), e al-Masihu ‘Isa, ‘il Messia Gesù’ (Sura 4:171).

Il titolo appare non meno di undici volte nel Corano e, in ogni occasione, viene applicato a Gesù. Non è dato a nessun altro profeta dell’Islam. Inoltre, è l’unico titolo preceduto dal nome di un profeta nel Corano. A nessun altro profeta viene attribuito un titolo speciale insieme al suo nome. Solo Gesù ha un titolo speciale, al-Masih.

I primi studiosi musulmani si chiedevano spesso perché gli dovesse essere dato un titolo speciale e cosa potesse significare il titolo al-Masih. I primi studiosi, tra cui Baidawi e Zamakhshari, ammisero apertamente che si trattava di una versione arabizzata di una parola straniera. Alcuni studiosi musulmani hanno cercato di collegarlo alle normali parole arabe e di interpretarlo di conseguenza, ma senza molto successo e praticamente senza l’approvazione di altri noti studiosi coranici.

Il Corano, infatti, un po’ sorprendentemente, non fa alcun tentativo di spiegare il titolo. Semmai, pur non dandogli alcuna interpretazione o significato, lo mette in relazione a Dio in più di un’occasione. Dice: “Il Messia non disdegna di essere un servo di Allah, né lo disdegnano gli angeli più vicini (ad Allah)” (Surah 4:172). L’implicazione è che Gesù era solo un servo di Allah come gli angeli e gli altri profeti prima di lui.

Il titolo unico, che qui lo definisce in modo speciale, è lasciato inspiegato, anche se suggerisce che Gesù ha ricoperto un ufficio distintivo che nessun altro “servo” di Allah ha mai detenuto. Un altro testo mette in evidenza lo stesso punto: ‘Il Messia, figlio di Maria, non era che un messaggero; anche altri messaggeri di quelli che lo avevano preceduto erano passati’ (Sura 5:78). Allora perché sarebbe stato chiamato al-Masihu ‘Isa, perché gli è stato applicato il titolo speciale al-Masih, se non ha un significato unico?

Gli studiosi musulmani hanno anche spesso speso più tempo a cercare di evitare di identificare qualsiasi unicità nel titolo piuttosto che a spiegarlo effettivamente. ‘Ali at-Tabari, un famoso studioso dei tempi dell’impero abbaside, disse che l’unica ragione per cui Allah aveva unto Gesù era perché era ‘un essere umano benedetto e scelto e perché Allah era il suo Signore’ (ar-Radd ‘ala al-Nasara, p.137). Lo stesso, però, si può dire di tutti i profeti che lo hanno preceduto.

Nella letteratura islamica Gesù è sempre stato considerato come non diverso da tutti gli altri messaggeri di Allah. Invariabilmente l’unicità implicita nello straordinario titolo al-Masih resta di fatto inspiegata. Si dice solo che Gesù sia stato davvero il Messia storico, ma solo nel contesto di guidare il suo popolo sui sentieri retti di Allah, come aveva fatto ogni altro profeta.

Alcuni studiosi musulmani hanno tentato di esporre e proporre un “concetto” coranico del titolo al-Masih, e di definirlo in vari modi, ma ancora una volta sempre con l’intenzione di evitare di attribuirgli un significato speciale. Francamente non c’è modo che uno studioso possa concettualizzare il titolo nel Corano, perché il libro stesso non gli dà alcun significato o spiegazione e non cerca mai di collocarlo in alcun tipo di contesto interpretativo. È solo un titolo dato a Gesù senza ulteriori indugi. Non c’è modo di offrire un “concetto” coranico del titolo, perché il libro stesso non lo elabora mai in alcun modo.

Eppure si erge come un titolo sorprendentemente distinto nel Corano, applicato a Gesù non meno di undici volte, e che non è attribuito a nessun altro profeta di Dio. Ancora una volta, è necessario ribadire che nessun altro titolo simile è applicato a nessun’altra personalità nel libro – Gesù è l’unico profeta con un titolo specifico e indipendente prima del suo nome.

È, tuttavia, un’ammissione nel Corano che c’era qualcosa di molto distintivo in Gesù, che era in qualche modo esaltato al di sopra di tutti gli altri profeti di Allah. Questa è chiaramente la sua implicazione, perché altrimenti il titolo sarebbe stato applicato a lui? Una domanda più impegnativa, forse, è perché il Corano usa così liberamente una parola straniera senza un significato arabo specifico che la qualifichi o la spieghi? Sembra che il Corano presuma che i suoi lettori abbiano familiarità con il titolo e il suo uso frequente per definire Gesù.

La stragrande maggioranza degli studiosi musulmani nel corso della storia islamica ha ammesso che la parola Masih è ovviamente una forma arabizzata della parola ebraica Mashiah, che significa “unto” di Dio, forse derivata più direttamente dalla traduzione siriaca della parola m’shiha. Quando Gesù nacque, gli Ebrei stavano già anticipando la venuta di un mashiah, una figura appositamente promessa che sarebbe stata di gran lunga superiore a qualsiasi profeta che lo avesse preceduto. La sua venuta era stata anticipata come la conclusione culminante delle promesse di Dio alla nazione di Israele. La nazione attendeva con ansia la sua apparizione come re d’Israele che avrebbe regnato sulla nazione per sempre e che avrebbe assoggettato ad essa tutti i suoi nemici (Salmo 2:6-9).

Il titolo era già di uso comune tra i cristiani che si riferivano al fondatore della loro fede come Gesù Cristo, o semplicemente come Cristo Gesù, come facevano le loro prime scritture (Galati 3:22, 4:14), essendo ‘Cristo’ la traduzione greca della parola ebraica ‘Mashiah’. Il Corano al-Masihu ‘Isa significa letteralmente “il Cristo, Gesù” o più specificamente “il Messia Gesù”. Questo spiega perché il Corano non fa alcun tentativo di spiegare il titolo: il suo uso accanto al nome Gesù era estremamente comune tra i cristiani ed era semplicemente accettato e ammesso.

Ma perché, in un contesto islamico, il Corano lo chiamerebbe al-Masih, cioè “il Messia”, usando l’articolo determinativo per distinguere Gesù da tutti gli altri profeti dell’Islam?

Nell’uso di questa struttura grammaticale, il Corano indica che Gesù è l’unico Messia, l’unico, IL Messia.

Nulla si può ricavare, tuttavia, da qualsiasi tentativo di cercare una risposta da qualche parte nel Corano stesso, perché mentre il Corano attribuisce liberamente il titolo a Gesù, non fa alcun tentativo di definirlo.

Forse bisogna rivolgersi alle sue origini ebraiche per trovare la risposta.

GESU' E' AL-MASIH: IL MESSIA
GESU’ E’ AL-MASIH: IL MESSIA

SOCIOLOGIA METAFISICA

Videoconferenza del canale YouTube LA NUOVA OCCIDENTALE, trasmessa in diretta live streaming online il giorno 11 novembre 2025.

Presentazione del saggio di Roberto Siconolfi “Sociologia metafisica. Sul collegamento dell’agire sociale al mondo spirituale” (la Bussola, 2025). Con la presenza del Centro Ricerche Noetiche, del dott. prof. Ferdinando Brancaleone, della dott.ssa Valentina Tettamanti, dott.ssa Francesca Guercio, dott.ssa Valeria Salsi.

Per l’acquisto del libro scrivere a brianoblivion2020@gmail.com

SOCIOLOGIA METAFISICA

Caitlin Johnstone: perché Israele viola il cessate il fuoco

di Caitlin Johnstone*

È interessante notare quanto le continue violazioni del cessate il fuoco da parte delle IDF a Gaza e in Libano siano in linea con il modo in cui, secondo chi ha familiarità con la cultura israeliana, gli israeliani amano mettere alla prova i limiti di tutti per scoprire esattamente fino a che punto possono permetterselo.

Ci sono due termini, “shitat matzliach” e “freier”, che ricorrono spesso quando si parla della diffusione di questo comportamento odioso nella società israeliana. “Shitat matzliach” si traduce in “metodo efficace” e fondamentalmente significa cercare di sfruttare le persone nella speranza che siano ingenue o disattente, per poi tirarsi indietro se vengono criticate. “Frier” si traduce approssimativamente in “fesso”, ovvero il tipo di persona su cui shitat matzliach funziona.

C’è un tizio di nome Daniel Rosehill che ha scritto in modo critico su queste dinamiche sociali, essendo ebreo, nato in Irlanda ma trasferitosi in Israele nel 2015. Va notato che Rosehill è un sionista al vetriolo, il cui ultimo articolo per il Times of Israel è un pezzo di fuoco che attacca il connazionale irlandese Tadhg Hickey per la sua difesa dei diritti dei palestinesi. Ma ha comunque qualche critica alla cultura israeliana.

Un paio di altri articoli di Rosehill sul Times of Israel lamentano il modo in cui gli israeliani individuano gli immigrati, compresi gli immigrati ebrei come lui, per sfruttarli.

In un articolo del 2020 intitolato “Come lavorare con gli israeliani e godersi l’esperienza“, Rosehill scrive quanto segue:

Nel mio post Irlanda vs. Israele ho parlato di un aspetto della cultura israeliana che non mi piace molto. Si chiama shitat matzliach e consiste essenzialmente nel cercare di costringere la parte più debole a un cattivo accordo perché, beh, si spera che sia un ” reier” (pronunciato “fr-eye-er”; traduzione: “sucker”) o perché non sa fare di meglio. È come il fratello meno noto ma più maligno del freyerismo.

In Irlanda, questo verrebbe chiamato ‘tentare la fortuna’.

“Vivendo e lavorando in Israele, è molto probabile imbattersi in aziende o individui che sono convinti sostenitori di questa metodologia, in particolare quando hanno a che fare con olim (immigrati ebrei di recente immigrazione) che potrebbero non conoscere il loro valore di mercato o i loro diritti.”

In un altro articolo del 2020 intitolato “10 cose che vorrei cambiare della vita in Israele“, Rosehill elenca “Meno Shitat Matzliach (Sfruttare i vantaggi)” al terzo posto, scrivendo:

“In alcuni ambienti israeliani prevale una cultura lavorativa in cui è considerato intelligente e diplomatico tentare di negoziare con i più vulnerabili, spesso nuovi immigrati, per convincerli ad accettare cattivi accordi o stipendi non commisurati alle loro competenze.

“Troppi immigrati finiscono per essere ripetutamente danneggiati da datori di lavoro senza scrupoli. Ripeto, lo sfruttamento degli immigrati non è un fenomeno esclusivamente israeliano. Ma, essendo l’unico Paese ebraico al mondo, e basato sullo sradicamento delle proprie vite da parte degli ebrei per condividere una forma collettiva di autodeterminazione nazionale, ritengo che possiamo e dobbiamo fare di meglio che approfittarci a vicenda in ogni occasione.”

A gennaio la Rosen School of Hebrew ha pubblicato un video sui suoi social media in cui si discuteva di shitat matzliach come se comportarsi come uno psicopatico fosse solo una simpatica, piccola eccentricità della cultura israeliana.

Ecco la trascrizione del video:

“Così ho capito che da un po’ di tempo seguo questo comportamento super israeliano. Scopriamo di cosa si tratta! Ho una cagnolina di nome Lily e mi piace portarla a fare commissioni con me. Quando siamo andati al mio Shufersal (supermercato) locale, mi hanno detto che se volevo entrare con lei, dovevo tenerla in braccio. La volta successiva che sono stato allo Shufersal, ho cercato la persona che mi aveva detto questo e, non vedendola, ho fatto quello che volevo e l’ho tenuta a terra. Quindi, cosa sto facendo di così israeliano? Si chiama ‘shitat matzliach’, che si traduce in ‘metodo del successo’, ovvero ‘cercare di fare quello che vuoi finché qualcuno non ti dice il contrario’.”

L’oratore prosegue descrivendo una barzelletta israeliana su un cameriere che tenta di far pagare di nascosto un extra a un cliente per qualcosa che non ha ordinato. Questa barzelletta è ripresa in un articolo di Haaretz del 2012 intitolato “Parola del giorno, Shitat Matzliach“:

In Israele c’è una barzelletta che dice più o meno così: un cliente al ristorante scopre un addebito di 20 NIS sul conto per qualcosa chiamato ‘funziona’. Non ricorda di aver ordinato niente del genere e chiama il cameriere. ‘A cosa serve?’, chiede. Il cameriere alza le spalle. ‘Niente. A volte funziona e a volte no’.

Qualunque cosa pensiate di questa battuta, si dice che abbia dato origine alla popolare espressione gergale ebraica “shitat matzliach“, letteralmente “metodo riuscito”, o come dicono gli inglesi, “provarci”.

Generalmente usato in senso dispregiativo, shitat matzliach descrive un tentativo deliberato di sfruttare la disattenzione di un’altra persona, dando per scontato che ci saranno poche, se non nessuna, punizione per chi viene scoperto.

Nel maggio di quest’anno un rabbino di nome Jay Michaelson ha scritto un articolo per il quotidiano ebraico Forward intitolato “Ho sostenuto le azioni di Israele a Gaza nell’ottobre 2023,“, affermando che “Il regime di Netanyahu ha fatto apparire me e i sionisti liberali come me come la cosa peggiore che un israeliano possa chiamare un altro: un libero. Un credulone. Un idiota”.

Essere un freier è considerato estremamente negativo nella società israeliana, così come essere in grado di fregare qualcuno è considerato una virtù.

In un articolo del 1997 del Los Angeles Times intitolato “È un peccato essere degli idioti in Israele“, Marjorie Miller scrive quanto segue:

“Se gli israeliani potessero concordare su qualcosa – una prospettiva altamente improbabile, ma se ci riuscissero – potrebbe essere proprio questo: il peccato capitale è essere più liberi.

“È una caratteristica nazionale”, ha affermato l’autore Zeev Chafets, che ha incluso un capitolo sull’argomento nel suo libro sugli israeliani, “Eroi e truffatori, caschi e santi”. L’argomento “è qualcosa di cui parliamo continuamente”.

“Un freier, agli occhi degli israeliani, è un acquirente che aspetta in coda per pagare. È un automobilista che cerca un parcheggio legale invece di accostare sul marciapiede con le altre auto. E se lo fa per fretta di presentare la dichiarazione dei redditi, è un freier perfetto.

In breve, un freier è chiunque ceda terreno, rispetti scrupolosamente le regole o permetta a qualcuno di avere la meglio su di lui. L’israeliano ideale è intelligente e duro, e un freier è l’opposto. Un debole, come spesso gli israeliani percepiscono gli americani.

“Certo, a nessuno piace essere un credulone. Il debole che si prende a calci la sabbia in faccia è universalmente disprezzato. Uomini e donne in tutto il mondo sollevano pesi per evitare questo destino. Ma persino gli israeliani muscolosi temono quotidianamente una faccia piena di sabbia, e la paura di essere liberi si riflette in ogni aspetto della vita, dai compiti più banali al processo di pace con il presidente dell’Autorità Nazionale Palestinese Yasser Arafat.”

In effetti, questa dinamica si può osservare nei negoziati con i palestinesi lungo tutta la storia dello Stato israeliano. Cercando sempre di fare un passo indietro. Cercando sempre di ottenere qualcosa in più. E spingendo sempre i limiti di ogni accordo il più lontano possibile.

Secondo quanto riferito, Israele ha ucciso 241 palestinesi a Gaza da quando il cosiddetto “cessate il fuoco” con Hamas è entrato in vigore il mese scorso. Se Hamas avesse ucciso 241 israeliani nello stesso periodo, sappiamo tutti che Israele starebbe trasformando Gaza in un lago di fuoco in questo momento.

In un recente articolo per il Financial Times, Kim Ghattas scrive: “Questo non fa notizia a livello internazionale, ma dal cessate il fuoco in Libano di un anno fa, Israele ha colpito il Libano meridionale e la valle della Bekaa più di 500 volte, uccidendo oltre 300 persone che Israele ritiene fossero agenti di Hezbollah. L’ONU ha confermato che almeno 103 delle vittime erano civili”.

Di nuovo, se Hezbollah avesse attaccato Israele 500 volte e ucciso centinaia di israeliani nello stesso periodo, nessuno affermerebbe che è in vigore un “cessate il fuoco”. Israele farebbe terra bruciata in Libano, con il pieno appoggio dell’impero occidentale.

Qualsiasi accordo venga raggiunto è sempre estremamente svantaggioso per la controparte e consente a Israele di continuare a uccidere e abusare impunemente. Da ciò che sappiamo della società israeliana, è lecito supporre che ciò continuerà ad accadere finché Israele non verrà fermato con la forza.

(Traduzione de l’AntiDiplomatico)

*Giornalista e saggista australiana. Pubblica tutti i suoi articoli nella newsletter personale: https://www.caitlinjohnst.one/

Tratto da: L’Antidiplomatico

Caitlin Johnstone: perché Israele viola il cessate il fuoco
Caitlin Johnstone: perché Israele viola il cessate il fuoco

𝗟’𝗔𝗡𝗧𝗜𝗙𝗔𝗦𝗖𝗜𝗦𝗠𝗢 𝗖𝗛𝗘 𝗥𝗔𝗙𝗙𝗢𝗥𝗭𝗔 𝗩𝗔𝗡𝗡𝗔𝗖𝗖𝗜

di Franco Marino

Premetto subito che Roberto Vannacci non è esattamente il mio tipo di personaggio. Anzi, trovo che sia l’incarnazione perfetta di quel fenomeno tutto italiano del generale in pensione che si improvvisa intellettuale pubblico, dispensando verità rivelate su qualsiasi argomento con la sicumera di chi è abituato a dare ordini senza replica. Il suo modo di porsi, quella spocchia da primo della classe che sa tutto lui, quella tendenza a trasformare ogni questione complessa in uno stomacante scontro da bar dello sport. Il problema è che, al di là del personaggio Vannacci che francamente lascia il tempo che trova, quando si vuol contestare ciò che scrive, bisogna farlo con esattezza, senza lasciarsi andare alle litanie antifasciste che non servono assolutamente a nulla. Ma veniamo al punto: Vannacci ha ragione o torto?

Il punto non è se questi fatti ci piacciano o meno, ma se corrispondano alla realtà di quello che accadde.

Quando Vannacci dice che Mussolini fu eletto deputato nel 1921, che la Marcia su Roma non fu propriamente un colpo di stato militare, che il governo ottenne la fiducia parlamentare e che le leggi razziali furono approvate dal Parlamento e promulgate dal Re, sta semplicemente elencando fatti storici documentati.

In merito al fatto che il fascismo – e ancor più il nazismo – salì al potere in maniera totalmente democratica, Vannacci ha detto semplicemente la verità. E vi salì per effetto della legge Acerbo che non faceva altro che proporre un premio di maggioranza alle liste che arrivavano prime, sulla base di un principio che oggi viene considerato – a torto, secondo me – sacrosanto, ossia che se un partito ha la maggioranza, deve avere una sorta di bonus aggiuntivo per poter governare.

Il motivo per cui i premi di maggioranza sono una follia risiede nel fatto che un governo non deve avere soltanto una maggioranza parlamentare ma anche un’effettiva rappresentanza popolare. In sintesi, se io ottengo una maggioranza relativa del 25% e per effetto di questa io ottengo i due terzi del Parlamento, mi sembra ovvio che questa rappresentatività se ne vada a farsi benedire. Il punto è che la legge Acerbo fu approvata da un Parlamento in cui il fascismo non era certo il partito di maggioranza.

In Germania, il nazismo salì al potere senza trucchetti elettorali di alcun tipo. E vi salì nonostante una costituzione che era, in tutto e per tutto, uguale all’attuale Costituzione italiana – con l’unica differenza che il presidente della Repubblica tedesca era eletto dal popolo – il che dovrebbe spiegare molto a coloro che credono che una carta costituzionale protegga da svolte eversive.

L’altra grande questione è relativa alle leggi razziali del 1938, che per quanto disgustose e vergognose possano essere state (e lo sono state eccome), non rappresentarono un’invenzione originale del fascismo italiano, ma semplicemente l’allineamento dell’Italia a pratiche legislative che erano già ampiamente diffuse in tutta Europa. E non stiamo parlando solo di discriminazioni contro gli ebrei, che pure rappresentarono la parte più drammatica e tragica di quelle legislazioni, ma di un intero sistema di classificazione razziale che coinvolgeva molteplici categorie di persone.

La Francia aveva introdotto il numerus clausus per gli studenti ebrei nelle università già nel 1935, ma aveva anche leggi discriminatorie contro i rom e i sinti che risalivano alla fine dell’Ottocento. L’Ungheria aveva varato le sue prime leggi antisemite nel 1920, diciotto anni prima di noi, accompagnate da normative che discriminavano anche le popolazioni slave e rom. La Polonia aveva istituito i “giorni senza ebrei” nelle università già negli anni Trenta, ma contemporaneamente applicava politiche discriminatorie sistematiche contro ucraini, bielorussi e lituani nei territori orientali. Gli Stati Uniti, patria della democrazia, non avevano solo le leggi razziali negli stati del Sud contro gli afroamericani, ma un intero sistema di quote razziali che limitava l’immigrazione di italiani, polacchi, ungheresi e di chiunque non fosse considerato appartenente alla “razza nordica”. Persino paesi come la Svezia e la Danimarca avevano programmi di sterilizzazione forzata per “migliorare la razza” che colpivano disabili, rom e popolazioni indigene sami.

I fatti sono questi e chi li nega non fa altro che delegittimare la causa antifascista. Questo non significa affatto giustificare o minimizzare l’orrore di quelle leggi, che rappresentarono senza dubbio la pagina più buia del ventennio fascista. Significa però riconoscere che il razzismo legislativo era una piaga europea e mondiale, non un’esclusiva italiana, e che colpiva molte più categorie di persone di quelle di cui solitamente si parla.

E qui casca l’asino delle opposizioni politiche che si stracciano le vesti per l’antifascismo: non riescono ad accettare che mettere il bavaglio alla storia, impedire ogni discussione seria sui fatti, trasformare ogni tentativo di analisi storica in un processo alle intenzioni, non fa altro che spalancare le porte proprio a quelle derive neofasciste che dicono di voler combattere. Ma evidentemente oggi questo approccio è diventato tabù, perché disturba la narrazione ufficiale secondo cui tutto il male del mondo nacque a Roma il 28 ottobre 1922.

Il paradosso è che questa ostinata volontà di monopolizzare l’antifascismo, di trasformarlo in una proprietà privata della sinistra italiana, finisce per essere controproducente proprio rispetto all’obiettivo dichiarato. Quando si impedisce ogni discussione seria sulla storia, quando si trasforma ogni tentativo di analisi in un’eresia da scomunicare, si finisce per alimentare quella curiosità morbosa verso il “proibito” che è il vero carburante delle nostre neodestre. È lo stesso meccanismo che funziona con i libri messi all’indice: più li vieti, più la gente li vuole leggere.

E così, mentre le opposizioni si lanciano in filippiche contro Vannacci accusandolo di voler riscrivere la storia, finiscono per fare esattamente quello che lui vuole: trasformarlo nel paladino della “verità censurata”, nell’uomo coraggioso che osa dire quello che gli altri non vogliono sentire. Il risultato è che un personaggio che dovrebbe rimanere ai margini del dibattito pubblico si ritrova al centro dell’attenzione mediatica, forte del sostegno di tutti quelli che sono stufi dell’ipocrisia politically correct.

La realtà è che il fascismo storico, quello vero, non ha bisogno di essere difeso dalle ricostruzioni di Vannacci. Si condanna da solo per quello che ha fatto: è inutile attribuire a Mussolini la paternità dell’omicidio Matteotti quando lo stesso figlio di quel deputato socialista si è sbracciato per decenni dicendo che i veri mandanti furono i Savoia e che Mussolini non c’entrava nulla, ed è inutile anche attribuire l’esclusiva delle leggi razziali al fascismo, quando ci sono migliaia di ragioni per essere antifascisti. Prima tra tutte che i nazionalsocialismi furono apertamente finanziati e appoggiati dalle potenze atlantiche in chiave antisovietica, ossia da quelle élite finanziarie oggi sotto attacco da parte della controinformazioni, per poi arrivare alla conclusione che, per colpa della guerra sciaguratamente perduta, ci siamo fatti riempire di basi NATO, finendo sotto lo scarpone degli americani – circostanza per la quale stiamo pagando, oggi, un salatissimo conto – e realizzando non la liberazione che festeggiamo ipocritamente da ottant’anni, bensì un semplice passaggio di proprietà.

Di motivi per essere contrari al fascismo ce ne sono migliaia ma devono basarsi sui fatti, non sulle liturgie ideologiche. E i fatti, quando li si conosce davvero, sono molto più efficaci di qualsiasi slogan per spiegare perché quel regime fu una sciagura per l’Italia.

𝗟'𝗔𝗡𝗧𝗜𝗙𝗔𝗦𝗖𝗜𝗦𝗠𝗢 𝗖𝗛𝗘 𝗥𝗔𝗙𝗙𝗢𝗥𝗭𝗔 𝗩𝗔𝗡𝗡𝗔𝗖𝗖𝗜
𝗟’𝗔𝗡𝗧𝗜𝗙𝗔𝗦𝗖𝗜𝗦𝗠𝗢 𝗖𝗛𝗘 𝗥𝗔𝗙𝗙𝗢𝗥𝗭𝗔 𝗩𝗔𝗡𝗡𝗔𝗖𝗖𝗜

FANON E VIRNO: ANTIDOTO ALLA PSEUDO-MOLTITUDINE

di Pasquale Liguori

Il 7 novembre è morto Paolo Virno. Ho iniziato a leggerlo da studente, con i suoi editoriali sul Manifesto. Negli anni ho inseguito, con fatica, le pagine più ostiche dei suoi libri. È un percorso da lettore, non da addetto ai lavori. Non so se agli amici e ai custodi della sua opera piacerà che un lettore qualunque lo evochi, magari risultando irriverente. Ma a me interessa riportare una sua intuizione dentro il presente, farle provocare attrito con ciò che accade. Credo che questa vitalità discreta, più che la devozione, gli sarebbe piaciuta.

Maggio 1990. Al salone del libro di Torino si tiene una conferenza sull’«identità culturale europea». Intellettuali (Vattimo, Derrida) discutono la crisi di quell’identità. Notano che è un «cumulo di paradossi», un territorio di «non più», un concetto «estenuato fino al collasso». È l’élite culturale europea che mette in scena un dibattito su sé stessa, ma lo fa solo per certificare la propria impotenza, la propria “dissoluzione”.

Paolo Virno scrive a riguardo un editoriale sul Manifesto, lo si può trovare nella bella raccolta “Negli anni del nostro scontento” edita da DeriveApprodi. La sua diagnosi è spietata: quel dibattito accademico è vacuo. E lo è perché ignora la lezione che, trent’anni prima, Frantz Fanon aveva imposto al mondo: “abbandoniamo questa Europa”.

Per Virno, l’intuizione di Fanon non era una semplice rivendicazione anticolonialista. Era una rottura metodologica. Fanon non intendeva rampognare l’Europa per aver tradito i propri “ideali universalistici” (il Diritto, l’Uomo, la Cultura); aveva attaccato quegli stessi ideali, smascherandoli come linguaggio del dominio.

La vera sorpresa, notava Virno, era che questa “via d’abbandono” era stata seguita non solo nel Terzo Mondo, ma dentro le metropoli: dagli operai della Volkswagen “estranei all’idea di cittadinanza”, dai punk, dai movimenti femministi. Questa era la moltitudine reale: un insieme di singolarità che, nel loro conflitto, rifiutavano l’identità universale e astratta imposta dall’alto.


Sono passati più di trent’anni. La diagnosi di Virno si è brutalmente attualizzata. La conferenza di Torino non è più un evento isolato; è diventato il palcoscenico permanente dei nostri feed. Il “linguaggio universale” in crisi non è più solo l'”identità europea”, ma è la sua evoluzione: il lessico del “diritto internazionale”, della “solidarietà” performativa.

E la “pseudo-moltitudine” contemporanea — di questo si tratta, anche se i suoi fautori la battezzano “moltitudine” — ha tragicamente scelto da che parte stare. Non ha la stessa genealogia di rottura di Fanon e degli operai della Volkswagen. Pratica un virtuosismo senza opera: un’attività che si esaurisce nella sua stessa visibilità, senza istituire nulla.

Si tratta del virtuosismo della flottiglia umanitaria che si consuma nella propria rappresentazione mediatica; dei sudari appesi: un’estetica del dolore che produce emozione e non organizzazione, compassione e non conflitto; delle piazze acefale, convocate da risibili “campi larghi”, dove la molteplicità non è potenza ma solo sommatoria di impotenze, neutralizzate in un consenso effimero; del sindaco-miracolo rosso a Wall Street, la cui elezione diventa un rito di assoluzione collettiva; dell’appello alla “figura giusta” nell’istituzione giusta. E così a madrina della massa viene elevata la relatrice speciale la cui funzione rimane una petizione fatta dall’interno della macchina imperiale.

Sono tutti riflessi di “opposizioni” inscritte nel sistema. Non sono la rottura dal sistema, ma la critica del sistema fatta con il linguaggio del sistema.

Questa pseudo-moltitudine ha dimenticato, meglio, non conosce la lezione di Fanon. Invece di “abbandonare” l’universale ipocrita, vi si aggrappa disperatamente. Invoca i tribunali internazionali, usando il “linguaggio dei vinti” sperando che il vincitore riconosca l’ingiustizia. È la perfetta trappola dell’impotenza.

È qui che occorre ritornare all’editoriale di Virno, sottraendolo a semplificazioni e ricordando la lezione radicale che aveva colto nel 1990.

La pseudo-moltitudine agisce il General Intellect alla stregua di un terreno neutro, uno strumento pacificato. Ma Virno, tramite Fanon, ci aveva avvertito: non lo è. Laddove Virno (in Grammatica della moltitudine) vede il linguaggio come comune e come potenza di cooperazione, Fanon (in Pelle nera, maschere bianche) lo rivela come ferita e come territorio colonizzato. Se il linguaggio è la “lingua del padrone” (il Diritto Internazionale, il lessico dell’innocua “solidarietà”), allora il General Intellect non è una prateria condivisa, ma il primo campo di battaglia.

Ne consegue la tesi politica centrale: il comune non è un’origine da cui partire, ma una destinazione da conquistare. Non è un dato da gestire, ma un riscatto da ottenere.

La “violenza” di Fanon non è (solo) la lotta armata. È l’atto istituente che spezza la logica del dominio. È il momento in cui la parola torna corpo e smette di essere petizione per farsi atto.

Il comune non precede la rottura; ne è il risultato. È ciò che si fonda dopo la violenza necessaria di aver “abbandonato l’Europa” (ieri), di aver abbandonato il “diritto internazionale” e la sua sintassi spettacolare (oggi) o, più esplicitamente, di incarnare una resistenza come quella palestinese.

La vera moltitudine non è quella vista all’opera che appende sudari e attende sentenze. È quella che sostituisce la lingua della petizione con la materia dell’organizzazione.

Tratto da: L’Antidiplomatico

FANON E VIRNO: ANTIDOTO ALLA PSEUDO-MOLTITUDINE
FANON E VIRNO: ANTIDOTO ALLA PSEUDO-MOLTITUDINE

LA GERMANIA VUOLE TORNARE AD AVERE L’ESERCITO PIU’ FORTE D’EUROPA

a cura di Resistenza Popolare

La Germania torna a riarmarsi e vuole tornare ad avere, l’esercito più forte di tutta Europa.

L’ultima volta fu ai tempi del Terzo Reich hitleriano, facendo tornare alla mente di tutti noi, lo spettro di quanto successe nel secolo appena trascorso, il Novecento

E c’è in più l’aggravante che l’UE sta sostenendo a spada tratta queste iniziative con la menzogna del “doverci difendere dalla Russia”.

A decretare il nuovo riarmo tedesco è lo stesso Cancelliere Merz che ha dichiarato: “Vogliamo rendere la Bundeswehr l’esercito convenzionale più forte dell’Unione Europea, come si addice a un Paese della nostra dimensione e responsabilità”.

Nei “Piano Operativo Germania”, la Bundeswehr punta a crescere fino a 460.000 unità entro il 2029, con 80.000 soldati attivi e circa 120.000 riservisti, per garantire una forza mobilitabile in tempi rapidi.

A questo si aggiunge un massiccio programma di investimenti in armamenti, logistica e tecnologia, pensato per riportare l’esercito tedesco al vertice europeo per capacità operative.

“Non è un piano di guerra, ma piuttosto un piano di prevenzione della guerra”, ha spiegato il Tenente Generale Alexander Sollfrank, capo del Comando Operativo delle forze armate.

La storia si ripete sempre due volte, la prima come tragedia e la seconda come farsa, MA QUESTA RISCHIA DI TRASFORMARSI IN UNA TRAGICA FARSA..

Nel Giugno del 1941 l’invasione dell’URSS fu la rovina della Germania nazista e questa fu la salvezza ed un futuro per tutti noi.:

Oggi, un riarmo giustificato da una minaccia costruita a tavolino e non supportata da nessuna verità effettiva, se portata avanti davvero, spingerà tutto il Vecchio Continente in fondo al baratro senza vere speranze di salvezza futura.

FERMIAMOLI!

LA GERMANIA VUOLE TORNARE AD AVERE L'ESERCITO PIU' FORTE D'EUROPA
LA GERMANIA VUOLE TORNARE AD AVERE L’ESERCITO PIU’ FORTE D’EUROPA

LA VERITA’ SULLE DONAZIONI DI SANGUE

a cura di Simona Mattes Melilli

Per decenni si è detto alla gente che donare il sangue è un atto nobile che salva vite. La verità è che il sangue finisce direttamente negli ospedali, nelle braccia di pazienti che ne hanno disperatamente bisogno. Sebbene alcune di queste cose accadano, la verità è molto più oscura.

Il sangue non è solo una risorsa medica, ma anche energetica e genetica. Una grande quantità di sangue donato non raggiunge mai i pazienti. Viene invece dirottato verso laboratori di ricerca, aziende farmaceutiche, progetti militari e programmi segreti. Il sangue può essere conservato, catalogato e studiato per il suo DNA. Può anche essere utilizzato in esperimenti di clonazione, manipolazione genetica e persino rituali.

Ecco perché la spinta per le donazioni di sangue non si ferma mai. Pubblicità, notizie e post sui social media implorano donazioni, avvertendo sempre della carenza. In realtà, raramente c’è carenza di sangue per gli ospedali. Ciò che c’è è una richiesta incessante di sangue fresco in programmi nascosti di cui il pubblico non viene informato.

E qui la situazione si fa ancora più inquietante. Non tutto il sangue viene trattato allo stesso modo. Il sangue di coloro che non hanno mai fatto le iniezioni è considerato molto più prezioso di quello di coloro che le hanno fatte. Il sangue non vaccinato è chiamato sangue puro dietro le quinte. Porta con sé il codice genetico originale dell’umanità ed è privo di materiali estranei e di frequenze alterate. Questo sangue puro è apprezzato per la clonazione, la mappatura del DNA e per coloro che comprendono il potere energetico che il sangue trasporta.

Il sangue vaccinato viene ancora raccolto e utilizzato, ma non è tenuto nella stessa considerazione. Chi conosce la verità lo vede compromesso, alterato e meno efficace per i progetti più oscuri che dipendono dal sangue umano. Dietro le quinte, è già nato un mercato sotterraneo in cui il sangue puro viene scambiato come l’oro.

Ciò significa che, mentre al pubblico viene detto che ogni pinta salva una vita, la realtà nascosta è che il sangue è una delle risorse più ricercate sulla Terra. Il sistema delle donazioni non è mai stato solo finalizzato a salvare vite umane. Si è trattato di raccogliere e controllare l’essenza più sacra dell’umanità.

Quando la verità verrà a galla, il mondo capirà perché c’è stata una spinta così aggressiva per le donazioni di sangue e perché il sangue puro viene protetto e ricercato in modi che il pubblico non avrebbe mai potuto immaginare.

LA VERITA' SULLE DONAZIONI DI SANGUE
LA VERITA’ SULLE DONAZIONI DI SANGUE

FORTUNA O SFORTUNA?

a cura di Energia del Corpo

Un vecchio contadino aveva un cavallo bianco che un giorno fuggì nella steppa. I vicini andarono a consolarlo per la sfortuna, ma lui rispose: “Come fate a sapere che sia una sfortuna?”.

Pochi giorni dopo, il cavallo ritornò, accompagnato da una magnifica mandria di cavalli selvatici.

I vicini lo felicitarono per la sua fortuna. Il contadino replicò: “Come fate a sapere che sia una fortuna?”.

Il figlio del contadino, nel tentativo di domare uno di quei cavalli, cadde e si ruppe una gamba. I vicini tornarono con le condoglianze.

L’uomo disse di nuovo: “Come fate a sapere che sia una sventura?”.

Poco dopo, l’esercito imperiale passò per il villaggio per arruolare tutti i giovani uomini. Il figlio, grazie alla gamba rotta, fu risparmiato.

Zhuangzi, Capitolo 18 (Godendo sulla montagna) –

ll concetto di Wu Wei e di relatività spiegati in una parabola: “fortuna” o “sfortuna”, ciò che sembra negativo può avere conseguenze positive, e viceversa.

FORTUNA O SFORTUNA?
FORTUNA O SFORTUNA?

Libano verso una nuova escalation?

a cura della Redazione

11-11-2025

Da oltre una settimana, la Siria meridionale e il Libano subiscono un intenso disturbo delle comunicazioni e dei segnali radar, in concomitanza con il continuo sorvolo del drone israeliano Nahshon Shavit 684 nello spazio aereo della regione.

Queste operazioni di intelligence si svolgono nel contesto di una chiara escalation israeliana, supportata da Stati Uniti e Gran Bretagna, e di continue incursioni israeliane nella Siria meridionale e attacchi aerei in Libano.

Inoltre, droni statunitensi sono stati avvistati al largo del Mar Mediterraneo, del Golfo Persico e del Mar Rosso, insieme ad aerei britannici in rifornimento sopra il Golfo e il Mediterraneo, per monitorare l’escalation, gli sviluppi e la raccolta di informazioni elettroniche.

Dal cessate il fuoco del novembre 2024, il regime sionista ha lanciato quasi mille proiettili e oltre 100 attacchi aerei in Libano, secondo la forza di pace delle Nazioni Unite Unifil. Oltre 300 libanesi sono stati uccisi, la maggior parte civili, mentre Hezbollah ha rivendicato un solo attacco nello stesso periodo. Nessun colono israeliano è morto a causa del fuoco transfrontaliero dalla tregua. Il Libano accusa Israele di usare la vaga clausola di “autodifesa” del cessate il fuoco per giustificare attacchi quotidiani, spesso contro infrastrutture civili.

Hezbollah, l’unica forza in grado di resistere al predominio militare israeliano nella regione, considera gli attacchi come parte di una più ampia campagna per indebolire il gruppo con il pretesto di violazioni del cessate il fuoco.

Tratto da: Il Faro sul Mondo

Libano verso una nuova escalation?
Libano verso una nuova escalation?