GLI UOMINI E LE ROVINE

a cura di Primi passi sulla Via Iniziatica

Nell’epoca dove vige il principio “siamo tutti ugualì”, il Kali Yuga, una delle caratteristiche è la messa in discussione del principio di Autorità. In una comunità esoterico-tradizionale ciò sarebbe inammissibile in quanto basata sul riconoscimento dell’esistenza di una “Aristocrazia dello Spirito” alla quale chiunque può accedere per gradi, a condizione di riconoscere l’autorità spirituale di chi è più avanti sul Sentiero. La frase che riportiamo è tratta da “Gli uomini e le rovine” di Julius Evola (1898-1974), filosofo, pittore, poeta, scrittore ed esoterista italiano.

GLI UOMINI E LE ROVINE
GLI UOMINI E LE ROVINE

LAVORARE SU SE’ STESSI PER NON CADERE IN ILLUSIONI

a cura di Onestà Intellettuale

“Dovete capire che le persone che conoscete vivono nei loro sogni e non hanno nessun nesso con la realtà. Chiunque abbia un contatto qualsiasi con la realtà viene definito “un idiota”. La parola idiota ha due significati: il significato vero che le fu attribuito dagli antichi saggi era “essere se stessi”. Un uomo che è se stesso sembra e si comporta come un matto per coloro che vivono nel mondo delle illusioni: sicchè quando chiamano idiota un uomo, intendono dire che egli non condivide le loro illusioni. Chiunque decida di lavorare su se stesso è un idiota in entrambi i sensi. I saggi sanno che egli è in cerca della realtà. I pazzi ritengono che abbia perduto il ben dell’intelletto. Si suppone che noi che siamo qui siamo in cerca della realtà e, così, saremmo tutti idioti: ma nessuno ti può far diventare idiota. Devi decidere da te.”

G.I. Gurdjieff

LAVORARE SU SE' STESSI PER NON CADERE IN ILLUSIONI
LAVORARE SU SE’ STESSI PER NON CADERE IN ILLUSIONI

LA SIMBOLOGIA DELL’UOVO COSMICO

di Monaco Guerriero

L’Uovo Cosmico è uno dei simboli più importanti della mitologia comparata, esistente in numerosi miti della creazione attraverso diverse tradizioni culturali. Sebbene non sia menzionato nella Teogonia di Esiodo, l’uovo è una caratteristica distinta nella cosmogonia della tradizione orfica dell’antica Grecia. Si credeva che l’Uovo Orfico, dal nome di Orfeo, il mitico poeta e fondatore dei Misteri Orfici, fosse la prima scintilla da cui fu creato l’universo.

“L’uovo è un germe di vita dall’alto significato simbolico. Non è solo un simbolo cosmogonico, è anche “filosofico”. Come il primo è l’Uovo Orfico, l’inizio del mondo; come quest’ultimo, l’uovo filosofico dei filosofi naturali medievali, il vaso da cui, alla fine dell’opus alchymicum, emerge l’homunculus… l’uomo spirituale, interiore e completo”.

– C. G. Jung, Archetipi dell’inconscio collettivo

Secondo l’Orfismo, all’inizio c’era solo l’oscurità, e non esisteva nulla tranne due serpenti alati, Chronos (la personificazione del tempo) e Ananke (la personificazione dell’inevitabilità e della necessità), che insieme produssero l’Uovo Cosmico. Uno dei serpenti si avvolse quindi attorno all’uovo sinché non si schiuse la divinità ermafrodita Phanes, dalle ali dorate e illuminata, chiamata anche Protogonus che si traduce in “primogenito”. Phanes creò il cielo dalla metà superiore del guscio e la terra dalla metà inferiore, assegnando al mondo la posizione del sole, della luna e delle stelle, e producendo da sé tutti gli altri Dei. È rappresentativo del Sole, “[portando] luce nell’oscurità e ordine fuori dal caos”. (Joscelyn, I misteri orfici, p.25)

“L’antico simbolo dei Misteri Orfici era l’uovo avvolto dal serpente, che significava il Cosmo circondato dall’ardente Spirito Creativo. L’uovo rappresenta anche l’anima del filosofo; il serpente, i Misteri. Al momento dell’iniziazione, il guscio si rompe e l’uomo emerge dallo stato embrionale dell’esistenza fisica in cui era rimasto durante il periodo fetale della rigenerazione filosofica”.

– Manly P. Hall

Jung, che studiò e scrisse sull’orfismo nella sua opera Trasformazione e simboli della libido, sarebbe poi arrivato a incorporare questo apprendimento nel suo sforzo rituale per far rivivere il dio orfico Phanes, portando nella coscienza secolare un’immagine rinnovata di Dio. Attraverso la sua esplorazione del confronto dell’ego umano con la modernità scientifica, come dettagliato nel Libro Rosso, Jung arriva a vedere Phanes come la luce di una nuova coscienza e una splendente fonte di energia spirituale.

LA SIMBOLOGIA DELL'UOVO COSMICO
LA SIMBOLOGIA DELL’UOVO COSMICO

KARMA COME OPERA DI DIO: EQUIVALENZE RINNEGATE

di Mike Plato

Gli umani mi fanno impazzire!

Se si tratta di considerare il KARMA come una forza impersonale, che amministra azioni buone e cattive, che prevede premi e punizioni, è OK…

Ma se è YHWH a dichiarare che il sistema si basa sul principio OCCHIOxOCCHIO , tutti sono contro a YHWH.

EQUIVALENZE RINNEGATE
KARMA COME OPERA DI DIO: EQUIVALENZE RINNEGATE

LA SAPIENZA INNALZA AL REGNO DI DIO

a cura di Ottava di Bingen

“La sapienza è splendida e non sfiorisce, facilmente si lascia vedere da coloro che la amano e si lascia trovare da quelli che la cercano. Nel farsi conoscere previene coloro che la desiderano. Chi si alza di buon mattino per cercarla non si affaticherà, la troverà seduta alla sua porta. Riflettere su di lei, infatti, è intelligenza perfetta, chi veglia a causa sua sarà presto senza affanni; poiché lei stessa va in cerca di quelli che sono degni di lei, appare loro benevola per le strade e in ogni progetto va loro incontro. Suo principio più autentico è il desiderio di istruzione, l’anelito per l’istruzione è amore, l’amore per lei è osservanza delle sue leggi, il rispetto delle leggi è garanzia di incorruttibilità e l’incorruttibilità rende vicini a Dio. Dunque il desiderio della sapienza innalza al regno.”

LA SAPIENZA INNALZA AL REGNO DI DIO
LA SAPIENZA INNALZA AL REGNO DI DIO

GIANO E LORD GANEŚA

a cura di Otrumis Xi

Sebbene i molti scritti e trattati sulla Religio Romana non ne facciano riferimento (anzi, se ne conoscete vi siamo ben grati se ce li segnalasse), è ben nota la somiglianza tra Giano e Lord Gaṇeśa.

Entrambe le Divinità condividono peculiarità e funzione che a breve analizzeremo. Ma prima di tutto diciamo che ogni credenza, ogni religione e ogni forma devozionale ha al proprio origine gli archetipi, cioè quell’aspetto o forma di un concetto divino, universale.

Partiamo dall’idea che la Tradizione Romano-Italica e la Tradizione Induista condividono il ceppo indoeuropeo (sul tema vi rimandiamo agli studi di Georges Dumèzil), cioè si può anche constare dall’etimologia di alcuni nomi di Divinità e delle relative funzioni. Ora, qual’è l’Archetipo?

Per la Tradizione Sanātanadharma (nome tradizionale dell’Induismo) all’origine di tutto c’è Brahman, la fonte Divina primigenia, origine del tutto, della creazione dell’universo materiale.

Ora, sebbene nella descrizione dell’Unione Induista Italiana, loro definiscano la Religione Induista di tipo monoteista, sappiamo benissimo che nelle loro credenze vi troviamo molteplici forme Divine, se non altro manifestazioni dell’Uno Brahman. La Filosofia Platonica e neo platonica hanno portato il concetto di monismo all’interno della Tradizione Greco-Romana, laddove l’Uno è la fonte immanente e che trascende i molteplici aspetti del Divino attraverso la manifestazione degli Dèi. Ecco, l’Archetipo. L’Uno fonte del tutto, dell’universo materiale.

“Mi chiamavano Caos gli antichi, ch’io sono antica divinità, vedi quali remoti eventi io stia celebrando. Quanto vedi ovunque, il cielo, il mare, le nubi, le terre, tutto si chiude e s’apre per mia mano. Presso di me è la custodia del vasto universo, il diritto di volgerne i cardini è tutto in mio potere”, in questo modo Ovidio descrive Giano, il Dio degli Dèi, il Primo tra tutti.

Allora Giano visto con gli occhi di un neo platonico è l’Uno, oppure visto con gli occhi di un Induista è il Brahaman? Da come ce lo descrive Ovidio possiamo immaginare che Giano origina la forma e con essa il tempo, quello che è stato e quello che verrà.

“Un giorno Parvati stava facendo il bagno; non volendo essere disturbata, miscelò una goccia del suo sudore con dell’argilla e modellò la forma di un bambino, al quale infuse la vita. Gli ingiunse di stare di guardia alla porta e di non permettere a nessuno di entrare. Sfortunatamente, presto sopraggiunse Shiva. Il bambino gli proibì di varcare la soglia e quello, impaziente e impulsivo come sempre, non poté sopportare un tale insulto, perciò tagliò di netto la testa del giovane ragazzo. Parvati pianse disperatamente per la perdita subita, e si rifiutò di riappacificarsi con Shiva finché lui non ordinò ai suoi attendenti di porre sul corpo del bambino la prima testa che avessero trovato”.

(una parte del mito sulla nascita di Lord Ganeśa, Unione Induista Italiana).

Ganeśa nelle credenze induiste è il primo fra tutti, posto da Parvati a guardia di una porta, come il nostro Giano è posto a protezione degli ingressi.

Sir William Jones filologo britannico del 18° secolo ha posto stretti confronti tra Giano Bifronte e una forma ben precisa di Lord Ganeśa, conosciuta come Dwimukhi-Ganeśa, il filologo lo chiamava

“Giano dell’India”, è percepiva questa forte relazione tra le due Divinità, un archetipo in comune. Edward Moor nel suo “Pantheon Indù” pubblicato nel 1810 ha rilevato che Giano, proprio come Lord Ganeśa, veniva invocato all’inizio di ogni inizio: infatti in India ad ogni apertura di una nuova attività, trasferimento in una nuova abitazione viene invocato Lord Ganeśa, colui che “rimuove gli ostacoli e semina difficoltà sulla strada dei nemici”.

C’è da prendere in considerazione anche l’antropomorfismo (il doppio volto di Giano, le sembianze di Elefante di Ganeśa) che “presso popoli dalle diverse sedi e dai diversi tipi o stili di civiltà l’antropomorfismo è sempre stato segno di primordialità” (Dèi e miti italici – Renato Del Ponte). A. Morretta evidenzia inoltre che “nella terminologia brahmani­ca, la parola gaia (elefante) viene interpretata come ‘conoscenza delle origini”; “Il terzo volto, quello nascosto di Giano, simbolicamente corri­sponde al terzo occhio, frontale ed invisibile, di Ganeśa” (Mario Enzo Migliori, “Ganesha, il signore della conoscenza”).

Per ultimo, ma non meno importante, è l’aspetto legato ai dolci: durante la Puja (festa di Ganeśa) si preparano e offrono al Dio le Modakha, palline di farina di riso, come a Giano offriamo dolci e lo scambio di dolci e Strenne il primo giorno dell’anno, per un dolce inizio che sia di buon auspicio.

Con questo lungo articolo non vogliamo arrogarci nessun diritto su “verità e realtà”, ci siamo basati su ricerche, studi e scritti (ove lo abbiamo indicato). Anzi, se avete ulteriori informazioni sull’argomento non esitate a darcene!

La Tradizione Induista non ha conosciuto interruzioni, è rimasta attiva e florida per tutti questi secoli, la comunanza delle origini Indoeuropee con le nostre Tradizioni, ormai è innegabile, fior fior di studiosi autorevoli ne hanno parlato. A noi questa dicotomia tra Giano e Lord Ganeśa ha incuriosito moltissimo, speriamo sia lo stesso per voi… in fondo qualcuno ha detto “Gli Dèi Romani si sono rifugiati in India”, anche se per noi sono rimasti qui in Hesperia, anche nei momenti più difficili, dove sembravano averci abbandonato.

Tratto da “Communitas populi romani”

GIANO E LORD GANEŚA
GIANO E LORD GANEŚA

UNA SCIENZA COME ASSURDO PARTO DI FANTASMI

di Franco Giovi

Una scienza priva d’esperienze è un nulla, un assurdo parto di fantasmi: come gran parte della filosofia contemporanea, che avendo rifiutato la realtà del concetto e dell’idea (e persino l’obiettività percettiva) si riformula in carinerie demenziali come (una per tutte) la proposta di Jean Baudrillard di una “Teoria del simulacro visto come significante senza reale significato”.

Alla medesima visione non sfugge la stravaganza di una “scienza teologica” che ha costruito castelli, o meglio cattedrali, intorno ad un oggetto presupposto e pensato fuori di qualsiasi esperienza. Abbastanza incoerente nel proprio nocciolo da far arricciare l’anima di Ananda Coomaraswami, raffinato cultore dell’intellettualità occidentale ma anche (ancora) abbastanza orientale per sapere che il Divino può essere positivamente sperimentabile oppure è niente.

E, last but not least, alcuni corsi universitari contemporanei, edificati su quattro ombre di rappresentazioni rubate a discipline più serie, senza alcuna relazione logica con il reale, privi di un sano pensiero dialettico (!), rivestiti da centinaia di parole inventate alla bisogna ed equivalenti a suoni vuoti (e a vuoti mentali). Corsi impiegati all’incasso di sostanziose prebende per i docenti, ma anche a disgrazia e danno degli acculturandi d’ultima generazione.

Osservando una prassi sperimentata, è sottoscrivibile il fatto che un gagliardo approfondimento delle forze di pensiero-sentimento-volontà, se volte serenamente e spregiudicatamente alla Scienza dello Spirito, può condurre ad esperienze sufficienti a persuadere l’anima del ricercatore sulla realtà di fatti e mondi supersensibili. Le esperienze in tal senso, inizialmente ancora fortemente soggettive, sono pressoché infinite.

Eppure contengono una comune caratteristica “sovversiva”, in quanto sono tutte, nel carattere, forma e sostanza, diverse ed opposte a quanto viene espresso e divulgato come “spirituale” nei circoli spiritualistici. Se uno ci pensa bene, appare anche del tutto logico l’affiorare di una contrapposizione nella quale persino la terminologia comune diventa ottusa o sbagliata.

UNA SCIENZA COME ASSURDO PARTO DI FANTASMI
UNA SCIENZA COME ASSURDO PARTO DI FANTASMI

L’UNICO VERO MALE

di Domenico Rosaci

Di occasioni che la vita ci dona per insegnarci a vivere meglio, ce ne sono tante quanti sono gli attimi che viviamo.

Occasioni che sono persone che incontriamo e che hanno da offrirci le loro esperienze di vita.

Occasioni che sono saggezza di migliaia di anni offerta attraverso libri e opere d’arte.

Occasioni che sono spettacoli continui proposti da una Natura che non si stanca mai di sollecitare i nostri sensi e la nostra mente.

Ma soprattutto, occasioni che sono pensieri che vengono portati a noi dal vento; sentimenti ed emozioni che ogni istante si offrono a noi, e che solo noi possiamo decidere di prendere in considerazione e fare fruttare, oppure di chiuderci nell’indifferenza.

Questa ultima opzione è l’Ego.

L’Ego è indifferenza per la vita. Indifferenza persino verso la nostra stessa anima, alla quale l’Ego, che è solo un’illusione, pretende di sostituirsi.

Indifferenza che ci porta, semplicemente, a sprecare un’intera esistenza, che è un’occasione unica e irripetibile.

Non ce ne sarà una seconda.

L’Ego per ignorare questa verità, si è creato l’illusione di potere esistere oltre la morte del corpo, o di potersi reincarnare in altri corpi. Illusioni senza alcun valore.

L’Ego è infatti solo l’illusione di coincidere col corpo fisico, illusione a cui l’anima (il nostro vero Sé) crede per via dell’evoluzione che ha subito l’essere umano nella direzione materialistica.

Si tratta di una illusione relativamente moderna, propria ad esempio delle religioni più recenti, come il Cristianesimo e l’Islam. Nessuna cultura pre-cristiana credeva nell’esistenza di vite dopo la morte o reincarnazioni dell’ego.

Nell’induismo antico e nel Buddhismo, a reincarnarsi continuamente non è l’individuo egoico ma è l’Essere Unico, la Natura, cosa evidentissima senza fare nessuna ipotesi soprannaturale.

Ognuno di noi è evidentemente una nuova reincarnazione della Natura, come lo sono gli altri animali, le piante e ogni altro elemento naturale. Ma non si tratta di riproposizioni di individui egoici vissuti nel passato con un altro corpo. E’ sempre il Dio-Tutto che si ripropone. Io domani morirò, ma in quello stesso momento e in tanti altri momenti successivi altri esseri umani nasceranno, altri animali, altre piante. Tutte letteralmente “reincarnazioni” della stessa Natura che si era incarnata in me.

Nell’Ebraismo, nella religione dei Sumeri e dei Babilonesi, nell’Antico Egitto, nella religione Greca, non c’era alcuna sopravvivenza dell’ego alla morte.

Per gli antichi Egizi ad esempio, ciò che resta dell’individuo dopo la morte è il Ba, che non è una forma “personale”, non è l’individuo, che può paragonarsi a una goccia staccata dall’Oceano, ma è ciò che Jung chiama il Sé, la goccia che torna all’Oceano.

Cioè il Sé è ciò che siamo veramente, le nostre esperienze individuali che si fondono con quelle dell’intera Anima del Mondo, continuando a esistere come Oceano, non come goccia isolata.

Mentre viviamo nel nostro corpo fisico come goccia temporaneamente incarnata, noi abbiamo l’irripetibile occasione di sperimentare l’esistenza spazio-temporale. Questa sarà occasione di crescita e arricchimento per l’intero Oceano a cui la goccia un giorno tornerà. Sarà un esperimento di Dio.

Questo esperimento, per essere realmente significativo, per potere produrre esperienza realmente “nuova” e non pre-fabbricata, è dotato di libera scelta.

Ciò permette alla singola goccia, durante la propria esistenza, di scoprire sentimenti e emozioni che l’Oceano non aveva mai provato prima.

Ma come effetto collaterale di tale libera scelta, c’è anche la possibilità che la goccia si innamori della sua forma materiale, si identifichi in essa, dando così vita all’Ego. Questo è ciò che hanno sviluppato, unici fra tutte le specie animali, gli esseri umani.

L’Ego fa sviluppare all’anima-goccia gli attaccamenti, e questi consumano tutta l’attenzione dell’anima, che non osserva più e non sperimenta più.

La goccia egoica spreca la sua esistenza, e quando torna all’Oceano, non reca ad esso alcuna nuova reale esperienza.

Quella goccia sarà solo un esperimento fallito di Dio, che comunque non smetterà mai di provare e riprovare ad esistere.

Perché questo è Dio. Oceano che ha continuamente volontà di farsi goccia, Fiume che inonda la Terra per renderla fertile e poi ritirarsi, e poi tornare a inondarla.

Dio è infinita acqua di vita.

L’unico “male” che in esso può vedersi è lo stare-male (mal-essere) di quelle gocce che in virtù del loro libero arbitrio scelgono di sprecare la propria esistenza nella separazione egoica, che ignora le occasioni offerte dall’esistenza.

L’unico vero male è l’indifferenza.

E non è un caso che gli esseri umani riescano a sentirsi più felici da bambini, quando ancora l’ego non è completamente sviluppato, che da adulti.

Nessun bambino è indifferente, e perciò il Cristo comanda ai discepoli che non comprendono: “Lasciate che i bambini vengano a me, non glielo impedite: a chi è come loro infatti appartiene il regno di Dio. In verità io vi dico: – chi non accoglie il regno di Dio come lo accoglie un bambino, non entrerà in esso. – E, prendendoli tra le braccia, li benediceva, imponendo le mani su di loro.”

Quando il bambino, diventando adulto svilupperà pienamente l’ego, svilupperà l’indifferenza, non guarderà più alla vita come un’occasione per ascoltare, osservare, sperimentare.

Questo è l’unico vero male.

Solo chi riuscirà a rimanere, almeno in parte, fanciullo, riuscirà ad evitarlo, e continuerà a tendere mani invece che opporre schiene.

L'UNICO VERO MALE
L’UNICO VERO MALE