LO ZEN GIAPPONESE

a cura di Giappone il respiro del Sole

Con il termine zen (禅) ci si riferisce a un insieme di scuole buddhiste giapponesi . Talvolta si definisce zen anche la tradizione cinese Chan, da cui storicamente deriva, e quella Sòn coreana. Zen è la pronuncia nipponica della parola cinese Chan. Questo termine, un prestito linguistico dalla lingua classica, fin dalla prima introduzione del buddhismo in Cina fu utilizzato per rendere foneticamente il termine sanscrito Dhyāna che nell’insegnamento del Buddha indicava i graduali stati di coscienza caratterizzati da profonda comprensione che scaturiscono dall’esercizio del Samadhi, ossia la concentrazione meditativa. In seguito, in diverse forme composte come Chanseng, Chanshi (Monaco meditante, Maestro della meditazione), divenne una definizione generica per una categoria di religiosi che si dedicavano specialmente alla meditazione. Sembra che in questo ambito sia nata la tradizione e che adotterà questo termine come vera e propria denominazione specifica del proprio lignaggio (cinese: Chánzōng, giapponese: Zenshū 禅宗, la cosiddetta setta zen). Nonostante non ci siano testimonianze storiche della presenza di una scuola zen in India, questa tradizione del buddhismo Mahayana si fa risalire a Bodhidharma, ventottesimo patriarca buddista del ramo originale indiano (che vede al primo posto Siddharta Shakyamuni, il primo Buddha e primo patriarca del buddhismo in Cina).È infatti l’atto puro, l’azione diretta che lo zen predilige, assieme a tutti quei modi di rapportarsi all’esperienza senza troppi vincoli culturali e dunque all’intuizione. Degna di nota è la particolare concezione del vuoto, che si distacca totalmente dal nichilismo occidentale. Se per l’Occidente infatti esso si presenta per lo più come morte, cessazione, mancanza, privazione e negazione, il “mu”, l’indicibile nulla dello zen, è qualcosa di estremamente dinamico, stato germinale di tutte le cose, condizione di ogni possibilità, contenitore del tutto. Uno dei modi di indicarlo è l’enso, un ideogramma dalla forma circolare che è tra i simboli più significativi dello zen. Collegate a tale dottrina è possibile trovare numerose pratiche appartenenti a campi eterogenei. Origine e fondamento delle arti e della cultura, lo zen ispirò la poesia (haiku), la cerimonia del tè (cha no yu o chadō), l’arte di disporre i fiori (ikebana), l’arte della calligrafia (shodō), la pittura (zen-ga), il teatro (Nō), l’arte culinaria (zen-ryōri, shojin ryōri, fucha ryōri) ed è alla base delle arti marziali (es. aikido, karate, judo), dell’arte della spada (kendo) e del tiro con l’arco (kyudo).Obiettivo dello zen è pervenire al satori, l’illuminazione che porta a un più alto livello di coscienza. Satori e vuoto sono due concetti complementari che si sostengono l’un l’altro, e proprio dalla concezione zen del vuoto è possibile capire la differenza tra il Nirvāna della tradizione buddhista e il satori. Se il primo si presenta infatti fondamentalmente come rinuncia al mondo e distacco da esso, proprio come nell’ascetica noluntas di Arthur Schopenhauer, il satori si propone una partecipazione attiva e consapevole al mondo e non una fuga da esso.Lo zen preferisce l’attività alla speculazione intellettuale e si distingue dalle altre scuole buddhiste per aver reso essenziale e centrale la cosiddetta pratica nel raggiungimento del satori. Tra le pratiche zen si distingue in modo particolare lo zazen, la meditazione stando seduti. Il termine deriva da “za”, seduto e “zen”, meditare e indica proprio la meditazione da seduti, su un cuscino detto “zafu”, accompagnata da determinate posizioni delle mani e determinati ritmi respiratori, con l’obiettivo di portare la mente a un vuoto produttivo. Un’altra pratica è il kin-hin (let. “marciare in linea retta nel verso della trama di un tessuto”), la meditazione camminando. Il Chan fu una scuola buddhista cinese che fiorì sotto la dinastia Tang (618-907). Questa dottrina, grazie all’impulso dei suoi maestri, si diffuse in tutta la Cina e soppiantò rapidamente le altre sette buddhiste. Dopo la grande repressione che colpì il buddhismo nell’845, il Chán s’indebolì sempre più; il suo insegnamento originario, diretto, aspro, spontaneo, finì per ottenere una nuova istituzionalizzazione sotto la dinastia Song (960 – 1279).Nell’VIII secolo in Cina sorsero cinque “scuole” del Chan, delle quali oggi ne sopravvivono due, note con le denominazioni giapponesi di Sōtō e Rinzai. La prima incentra la ricerca del satori unicamente sulla pratica: possiamo dire che l’essenza della scuola Sōtō è il principio dello Shikantaza (let.shikan, dedicarsi unicamente, ta, toccare, za, sedersi), vale a dire “toccare la natura originaria solamente con la giusta postura” e dunque senza prefiggersi alcuno scopo. La pratica Sōtō infatti equivale all’abbandono del modo di concepire le azioni umane secondo scopi da perseguire, e dato che si affida solo alla postura (l’atteggiamento unificato e attivo del corpo, della mente e dello spirito) è anche detta mokushō-zen (let.moku, in silenzio, shō, illuminarsi) “lo zen del risveglio silenzioso”. La pratica della scuola Rinzai, invece, è chiamata kan-na-zen (“lo zen della contemplazione della parola”), perché allo za-zen e al kin-hin aggiunge l’uso dei kōan o kung-an, problemi irrisolvibili razionalmente che il Maestro pone al discepolo per condurlo al satori attraverso un opprimente “senso del dubbio”. Il kōan è una sorta di paradosso logico che trascende la coscienza e il senso comune, creando così uno stato di vuoto mentale adatto alla meditazione. Il Chan fu importato in Giappone nel XII secolo. All’inizio del XX secolo i primi missionari giapponesi propagarono lo zen nell’America del Nord (soprattutto in California); ad esempio uno studioso giapponese e buddista, Suzuki Daisetsu Teitaro, ha scritto dei libri in inglese riguardanti lo zen. Negli anni 1950 il movimento beatnik contribuì a renderlo popolare, tanto da farlo diventare la “filosofia” dei giovani della New Age, in lotta contro la società industriale.In seguito lo zen giunse in Europa, ma rimase appannaggio degli intellettuali e degli studiosi. Nella cultura occidentale lo zen esercita un fascino sempre maggiore, anche grazie a grandi personalità che si sono impegnate ad introdurlo in America ed Europa, quali lo psicoanalista-filosofo Jung e il giapponese Suzuki.Secondo la tradizione, Bodhidharma, ventottesimo patriarca buddhista, alla fine del Quinti o all’inizio del Sesto secolo dopo Cristo si sarebbe recato dall’India in Cina, dando inizio alla serie dei patriarchi cinesi.In Giappone le dottrine zen furono introdotte già nel Settimo secolo ma solo nel Tredicesimo secolo Eisai Zenji e Dogen Zenji, due monaci, fondarono le due scuole fondamentali dello zen, la Rinzai e la Soto. Nel Diciasettesimo secolo il monaco cinese Yin-yuan fondò la scuola Obaku che però mantenne caratteri più marcatamente cinesi.In Giappone le dottrine zen furono introdotte già nel Settimo secolo Sayan Nath/Unsplash

Buddhismo zen cos’è?L’ideogramma “zen” deriva dal cinese ch’an che è a sua volta una trascrizione della parola sanscrita dhyana. Tutti e tre questi termini significano “meditazione” e richiamano i passaggi storici del buddhismo: dalle sue origini in India, alla diffusione in Cina inaugurata dal maestro buddhista indiano Bodhidharma (520 dopo Cristo), al suo approdo in Giappone.Tutto ha origine quel lontano giorno di venticinque secoli fa quando Buddha Shakyamuni, di fronte a cinquemila uditori, senza proferire parola, solleva davanti a sé un fiore. Solo uno tra i molti comprende il significato di quel semplice gesto e sorride. È Mahakashapa, il discepolo a lui più vicino. Inizia così ciò che nello zen si chiama il tramandamento, la trasmissione e l’originalità di questo episodio sta proprio nell’assenza di ciò che ordinariamente noi crediamo sia lo strumento fondamentale per la trasmissione di un insegnamento: la parola. Si dice che il Buddha spesso non proferisse parola, lasciando che si stabilisse tra lui e chi lo ascoltava una profonda e sottile corrente di pensiero, un pensiero originale e originario non concettuale. Solo uno tra i cinquemila uditori comprese quel pensiero, Mahakashapa, che divenne così il primo patriarca dello zen. Nella tradizione zen questo tipo di comunicazione è elemento essenziale per la comprensione dell’insegnamento di un Maestro.

Il buddhismo proveniente dall’India si incontrò in Cina con il taoismo e, innestandosi e fondendosi con questa tradizione, sviluppò delle caratteristiche diverse dal buddhismo originario indiano, in particolare un carattere di antidogmatismo e anti-intellettualismo. Il buddhismo ch’an giunse poi in Giappone attraverso due maestri, Dogen (1200-1253) e Eisai (1141-1215): entrambi avevano soggiornato in Cina e, tornando nel loro paese d’origine, portarono ciò di cui si erano arricchiti e fondarono a loro volta due scuole. La scuola Soto fondata da Dogen nel 1227 ritiene l’illuminazione risultato di un processo graduale basato sulla meditazione profonda. La scuola Rinzai, fondata da Eisai nel 1191 circa, ritiene l’illuminazione un evento improvviso che si può raggiungere sia mediante la meditazione seduta (zazen) sia mediante forme di colloquio paradossale (koan e mondo). Il carattere antidogmatico del buddhismo cinese venne mantenuto nello zen e venne data grande attenzione alla quotidianità e alla spontaneità.

In Giappone lo zen ha influenzato gran parte della produzione letteraria e artistica: dalla poesia alla pittura, dal teatro No all’architettura di templi e giardini, dalla disposizione dei fiori al rapporto con molte arti e discipline anche marziali. Stabilì ad esempio un forte legame con la casta militare dei samurai. Questo può sembrare paradossale visto che lo zen ha delle premesse antimondane e non violente, ma il samurai trovò nell’insegnamento zen una guida al distacco interiore e alla concentrazione, attitudini che lo rendevano forte in battaglia e imperturbabile di fronte alla morte.

LO ZEN GIAPPONESE
LO ZEN GIAPPONESE

IL GRAND TOUR DELL’IMPERATORE

di Giuliano Noci

11 maggio 2024

Dopo cinque anni di assenza, la missione di Xi in Europa è carica di significato. La due giorni francese, la prima di tre tappe nel Vecchio Continente, ne è la plastica rappresentazione. Macron e Von der Leyen hanno chiesto soprattutto reciprocità sul fronte commerciale, dal momento che il deficit con la Cina è infatti praticamente raddoppiato negli ultimi cinque anni. Xi Jinping, dal canto suo, ha evidenziato la miopia insita nelle probabili misure protezionistiche dell’UE in virtù della capacità cinese di approvvigionare il Vecchio Continente con prodotti (necessari) a basso costo. Letti in questa prospettiva, gli incontri di ieri appaiono rappresentativi di un “dialogo tra sordi”. Da un lato, infatti, i vertici dell’Europa sono preoccupati dell’invasione di materie prime e prodotti cinesi a elevato valore aggiunto: litio, batterie, impianti fotovoltaici, auto elettriche conseguente a vari fattori. Il primo è sicuramente l’enorme esubero di capacità produttiva presente nell’ex Impero di Centro. A cui si aggiunge la debole domanda interna e l’eccesso di risparmio (è stato pari al 47% del PIL nel 2022, un valore doppio rispetto alla media). Dall’altro lato, vi è l’imperatore Xi, portatore di una visione ideologica, il cosiddetto “socialismo con caratteristiche cinesi”, focalizzata su una visione tecno-centrica. Il mantra del Partito è che l’innovazione e la tecnologia risolveranno tutti i problemi della Cina, secondo cui investimenti e politiche di stimolo dell’offerta sono prioritari, a discapito dei consumi personali.

IL GRAND TOUR DELL’IMPERATORE
IL GRAND TOUR DELL’IMPERATORE

IL CONFUCIO ATOMICO: OLTRE L’IMMAGINAZIONE

di Maurizio Guaitoli

07 maggio 2024

Come va la Cina? Viaggia sempre più a propulsione nucleare. Soprattutto nel Mar meridionale di Cina e al di fuori delle sue acque territoriali. Per chiarire la vicenda: l’ultima trovata di Pechino, tanto per creare ulteriore inquietudine in Occidente e in Asia, è quella dello sviluppo e l’installazione di una costellazione di piattaforme nucleari flottanti, da disseminare nel prossimo quinquennio nelle acque antistanti alle frontiere marine cinesi, anche (e, forse, soprattutto) a fini militari. E, come al solito, per la realizzazione dei suoi piani, da buon “Confucio atomico” Xi Jinping approfitta del vuoto legislativo esistente in materia, non essendo a tutt’oggi fissati gli standard internazionali per l’utilizzo in sicurezza delle centrali nucleari flottanti. Del resto, da quando ha rialzato la testa, dopo aver per decenni finto un ossequioso appeasement con l’Occidente, Pechino va rivendicando, ai fini della sua sicurezza nazionale, la sua giurisdizione sull’intera estensione del Mar meridionale di Cina. E questo tipo di pretesa è destabilizzante per l’intera regione e giuridicamente infondata dal punto di vista del diritto internazionale. Quest’ultimo, sarà bene ricordarlo, per Confucio e l’Islam rappresenta il frutto e lo strumento di dominio, rispettivamente, del pensiero coloniale del Global West e del Satana occidentale.

Del resto, dobbiamo ringraziare il nostro basso profilo e la postura remissiva che abbiano mantenuto per lungo tempo nei confronti della sempre più marcata aggressività cinese, dato che Pechino non fa mistero – fin dalla fine della Guerra fredda – di volersi riarmare per sfidare la supremazia Usa e occidentale. Da allora, la minaccia cinese si è fatta sempre più concreta e pressante nei confronti di Taiwan, Filippine e Giappone, fino a sfiorare lo scontro navale diretto in più di un’occasione, come lo si è visto con manovre navali in grande stile e sorvolo minaccioso e intimidatorio dei cieli di Taiwan. Finora, solo la Russia ha ufficialmente ammesso di aver realizzato fin dal dicembre 2019 una centrale atomica flottante, l’Akademik Lomonosov, un impianto di co-generazione multilivello (due reattori nucleari ad acqua pressurizzata, sul tipo di quelli impiegati nei rompighiaccio nucleari, abbinati a due impianti per la produzione di vapore), montato su di una chiatta flottante non motorizzata. Dal 2010 anche la Cina ha iniziato a sviluppare lo stesso tipo di impianti sul modello dell’Akademik Lomonosov, e 20 di questi (secondo quanto riportato nel 2016 dal quotidiano governativo in lingua inglese, Global Times) dovrebbero essere installati nel Mar meridionale di Cina a sostegno dello sviluppo commerciale e delle attività civili di esplorazione petrolifera e desalinizzazione dell’acqua marina.

Sennonché, sempre nel corpo del citato articolo, non si fa mistero che isole e barriere coralline, dotate di una corrispondente piattaforma flottante nucleare, rappresentino in pratica altrettante portaerei armate con sistemi missilistici e aerei da combattimento. Il loro vantaggio militare è chiaro, in quanto surclasserebbero per potenza di fuoco e logistica qualunque altra flotta statunitense che dovesse in futuro operare in prossimità delle acque internazionali cinesi, dato che questo tipo di reattori garantisce un impiego più flessibile nelle esercitazioni militari. Sarà bene ricordare in proposito che la Cina ha iniziato almeno un decennio fa a costruire isole artificiali in atolli e barriere coralline remoti nel Mar meridionale di Cina, in cui sono stati realizzati porti, strade, baraccamenti e hangar. Malgrado le promesse fatte da Xi Jinping nel 2015 di non militarizzare le isole, da allora Pechino ha continuato sistematicamente a posizionare batterie missilistiche antiaeree e antinave su tre delle isole maggiori: Subi, Mischier e Fiery Cross Reef. Facendo per di più attraccare nei rispettivi porti le sue navi da guerra, cosa che ha creato allarme sia negli Usa che nei Paesi alleati con l’Occidente. E tutto ciò ignorando la decisione dell’Alta corte dell’Aia, che aveva negato il diritto di sovranità rivendicato da Pechino rispetto all’occupazione delle barriere coralline di pertinenza della zona economica esclusiva delle Filippine, che si estende per 200 miglia marine. Ma l’iniziativa delle piattaforme flottanti nucleari cinesi investe anche, e soprattutto, questioni delicate di sicurezza nella gestione degli impianti stessi.

Infatti, mentre, ad esempio, un sommergibile nucleare Usa disattiva in pratica il proprio reattore una volta attraccato, facendolo funzionare a basso regime una volta in porto, al contrario gli impianti nucleari flottanti funzionano a pieno regime per tutto il tempo di operatività, dovendo assicurare le forniture elettriche alla base. E un incidente nucleare sul tipo di Fukushima potrebbe creare un disastro ambientale per l’intero ecosistema marino oceanico. I reattori del tipo Akademik Lomonosov presentano una vulnerabilità maggiore di quelli terrestri, perché non possono essere dotati di cilindri di contenimento di cemento e acciaio spessi più di un metro e mezzo, con il rischio intollerabile, in caso di fusione, che il carburante nucleare si riversi nell’oceano. Per di più un impianto nucleare flottante sarebbe assai vulnerabile agli attacchi sottomarini o a sabotaggi da parte di commando subacquei, per non parlare di eventi catastrofici come tsunami o tempeste estreme. Molte di queste idee, a proposito di centrali flottanti, si fondano su aspettative tutte da dimostrare, a proposito della sicurezza di simili impianti che, per essere installati, necessitano di particolari navi da trasporto per essere collocati dove servono, a quanto pare senza starsi tanto a preoccupare delle conseguenze sull’ambiente naturale. Classico, come si vede, della mentalità confuciana, che privilegia l’utilità e l’efficienza rispetto a tutto il resto!

Tratto da: L’OPINIONE

IL CONFUCIO ATOMICO: OLTRE L’IMMAGINAZIONE
IL CONFUCIO ATOMICO: OLTRE L’IMMAGINAZIONE

True Promise e dottrina iraniana

a cura della Redazione

08-05-2024

True Promise – Dopo 14 giorni e 6 ore dall’attacco israeliano alla sovranità iraniana e dall’assassinio del comandante della Quds Force in Libano e Siria, il generale Mohammad Reza Zahedi e i suoi fratelli, la Repubblica Islamica dell’Iran ha risposto con un’operazione missilistica integrata contro obiettivi militari strategici sionisti nel cuore della Palestina occupata.

L’operazione di risposta iraniana è stata il culmine dei punti che l’Asse della Resistenza aveva accumulato sei mesi fa per mano della sua avanguardia, la “Resistenza Palestinese”, e per mano dei quattro fronti di sostegno (Libano–Siria–Iraq–Yemen). L’attacco iraniano, che ha tagliato 1.100 chilometri dal territorio iraniano per distruggere le basi israeliane e alcuni dei suoi depositi strategici, ha dato valore aggiunto alle conquiste dell’Asse della Resistenza. L’attacco strategico portato avanti dall’Iran, ha raddoppiato i risultati dell’Asse della Resistenza. Israele e il suo alleato Washington, sembrano incapaci di ripristinare la deterrenza o di imporre risolutezza alle forze dell’Asse della Resistenza.

Valutazione prestazioni sistema di difesa aerea integrato gestito da SANTCOM

In questo attacco, la forza aerospaziale iraniana ha utilizzato la tattica degli sciami, utilizzando diversi percorsi per occupare la difesa israeliana, attivata anche dagli aeroporti degli Emirati, dell’Arabia Saudita, del Kuwait e dell’Egitto, oltre agli aerei intercettori lanciati dalla portaerei Dwight Eisenhower. Dispersione dei sistemi di difesa aerea utilizzati:

– Sistema missilistico intercettore Patriot.

– Il sistema (Shield) è supportato dai missili terrestri e aerei AIM 120 contro droni e missili mobili. Questi missili sono stati utilizzati nel 60% delle operazioni di intercettazione.  

– Due sistemi di difesa aerea THAAD 3 contro missili balistici ad alta traiettoria, uno dei quali è stato lanciato da una struttura americana vicino al Golfo di Aqaba e il secondo è stato lanciato dalla base aerea di Al Dhafra negli Emirati.

– Il sistema Iron Dome, il sistema di difesa aerea più debole in questo scontro missilistico.

– Il sistema HETS 1, 2 e 3 è un sistema di difesa aerea contro missili balistici e bersagli ad alto raggio. È simile al sistema THAAD, ma non è stato adeguatamente testato, poiché la seconda e la terza generazione di questo sistema non sono stati ancora testati sul campo e sono ancora in fase di sviluppo.

Il sistema David’s Sling è un sistema contro i missili da crociera e veicoli aerei a medio raggio. Fa parte del sistema di difesa antimissile israeliano. Questo sistema si distingue per l’uso di due mezzi: un sistema radar attivo e un sistema di imaging da un cercatore a infrarossi. Questo sistema ha subito per la prima volta un esperimento fallito in questa operazione. Il missile si è rivelato avere due principali punti deboli: la sua notevole lentezza e le radiazioni che emette durante la ricerca del suo bersaglio.

True Promise e lo studio di ogni dettaglio

Gli esperti delle forze aerospaziali delle Guardie della Rivoluzione hanno studiato ogni dettaglio della missione, soprattutto la conoscenza del nemico. I comitati di ricerca hanno intrapreso lo studio del “sistema di difesa aerea integrato implementato dal comando SANTCOM nella regione. L’Unità Operazioni e Lezioni Apprese ha intrapreso lo sviluppo di misure adottate per penetrare le lacune del sistema di difesa aerea integrato e integrarle nel piano operativo completo. I percorsi specifici degli obiettivi sono stati studiati e simulati attraverso molteplici scenari. Tutti i dettagli sono stati esaminati e le reazioni valutate in base alle capacità del nemico.

Dottrina iraniana e missile “Kheibar Shekan”

L’operazione True Promise è arrivata per dissuadere l’occupazione dall’attaccare nuovamente obiettivi iraniani nella regione. La Forza Geospaziale ha intrapreso la maggior parte del complesso sforzo in questa operazione. L’operazione iraniana è stata lanciata sulla base della dottrina di combattimento formulata dalla Repubblica Islamica dell’Iran diversi decenni fa e dagli elementi difensivi previsti in questa dottrina di combattimento, dalle lezioni apprese e dal continuo sviluppo di capacità difensive letali.

Vale la pena notare che il successo dell’operazione è legato alle caratteristiche del missile “Kheibar Shekan”, che combina le idee di un missile balistico e di un missile mobile. Il missile si distingue per la sua capacità di manovrare durante la fase di atterraggio penetrare e aggirare la maggior parte degli scudi missilistici e dei sistemi antimissile, ed eluderli per colpire i suoi obiettivi specifici con precisione e con grande capacità distruttiva. Inoltre è dotato di ali piuttosto grandi che aumentano la sua capacità di manovra e di precisione, aumentano la sua velocità, e ridurre il consumo di carburante nella fase finale.

Tratto da: Il Faro sul Mondo

True Promise e dottrina iraniana
True Promise e dottrina iraniana

LA GEOMETRIA ISLAMICA DELLA STELLA OTTONARIA

di Francesco Ferla

Vi introduco alla superba geometria islamica.
E al loro concetto di tensione verso l’infinito.
Operazione intellettuale elevatissima.
Si parte dal cerchio, generatore di ogni forma.
Il cerchio genera un quadrato, che ha 4 vertici.
Il quadrato viene ruotato, e si ottiene una stella a 8 punte.
La stella a 8 punte, il Rub’ al-Hizb, è importantissima, e la troviamo in tutta la decorazione islamica in Sicilia (Cappella Palatina) e in Spagna. Rappresenta la schematizzazione dell’infinito.
E’ un concetto condiviso con il Cristianesimo che lo esalta nell’ottagono.
Con ulteriore processo, si genera una stella a 16 punte, e ad una divisione sempre piu’ fitta, rappresentata dalla struttura a muqarnas, ovvero a stalattiti.
Il reticolo è una progressione sempre piu’ complessa di queste divisioni.
In ambiente di modellazione tridimensionale 3D, corrisponde concettualmente alla poligonalizzazione che creiamo modificando le mesh.
In questa finezza di progressione e divisione fino all’infinito, gli islamici generano, al centro della volta a muqarnas una sorta di “buco nero”, cioè la volumetria comincia a implodere e a contrarsi.
E’ un punto in cui la potenza e’ tale che la geometria si smaterializza e viene assorbita e sublimata.
Nel cristianesimo tendiamo a mettere luce, al centro, nelle cupole; nell’islam tendono a incrementare la complessità geometrica, in quel punto.
La volta quindi otticamente prima si espande leggermente verso il basso, e ad un certo punto si ritrae verso l’alto.
Espansione e contrazione, e poi ciclicamente riespansione e ricontrazione.
Siamo alla matematica pura.
Bellezza assoluta.
Siamo in Spagna, all’Alhambra, e questa è la Sala delle Due Sorelle

LA GEOMETRIA ISLAMICA DELLA STELLA OTTONARIA
LA GEOMETRIA ISLAMICA DELLA STELLA OTTONARIA

NON VI DAREMO MAI LA NOSTRA TERRA!

a cura di Prime Nazioni

La nostra terra vale più del vostro denaro. E durerà per sempre.
Non verrà distrutta neppure dalle fiamme del fuoco.
Finché il sole splenderà e l’acqua scorrerà, darà vita a uomini e animali.
Non si può vendere la vita degli uomini e degli animali;
è stato il Grande Spirito a porre qui la terra
e non possiamo venderla perché non ci appartiene.
Potete contare il vostro denaro, e potete bruciarlo nel tempo in cui un bisonte piega la testa, ma soltanto il Grande Spirito sa contare i granelli di sabbia, e i fili d’erba della nostra terra.
Come dono per voi vi diamo tutto quello che abbiamo
e che potete portare con voi, ma la terra mai!”

Capo Piede di Corvo – Crowfoot Siksika (Confraternita dei Piedi Neri)

NON VI DAREMO MAI LA NOSTRA TERRA!
NON VI DAREMO MAI LA NOSTRA TERRA!

ÆTERNA 2024: l’Italia e l’Europa nel nuovo mondo multipolare

Videoconferenza del canale YouTube MAGNITUDO, trasmessa in streaming online il 21 aprile 2024.

Con l’introduzione di Alessandro Santucci (Magnitudo – Movimento Identitario) e di Nicola Colosimo (Fondatore Magnitudo – Movimento Identitario e segretario Nazionale Indipendenza) e con gli interventi di: Francesco Capasso (Responsabile Magnitudo – Movimento Identitario), Gianni Alemanno (Segretario Nazionale Indipendenza), Marco Rizzo (Coordinazione Nazionale Democrazia Sovrana e Popolare), Francesco Toscano (Presidente Democrazia Sovrana e Popolare) e Valentina Ferranti (Antropologa).

ÆTERNA 2024: l’Italia e l’Europa nel nuovo mondo multipolare
ÆTERNA 2024: l'Italia e l'Europa nel nuovo mondo multipolare
ÆTERNA 2024: l’Italia e l’Europa nel nuovo mondo multipolare