Un giorno Ja’far al-Sadiq disse ai suoi discepoli: ‘Venite, prendiamo l’impegno che chiunque tra noi otterrà la liberazione nel Giorno della Resurrezione, intercederà per tutti gli altri.’
“Come puoi avere bisogno della nostra intercessione quando tuo nonno [Profeta Muhammad] intercederà per tutta l’umanità?’
Ja’far rispose: ‘Le mie azioni sono tali che mi vergognerò di guardare in faccia mio nonno nell’Ultimo Giorno.’
Vedere i propri difetti è una qualità di perfezione, ed è caratteristica di coloro che sono giunti alla Presenza divina, siano essi profeti, santi o apostoli. Il Profeta disse: ‘Quando Dio vuole il bene di una persona, le fa comprendere i suoi difetti’. Chi china il capo con umiltà [davanti a Dio], come un servo, verrà esaltato da Dio in entrambi i mondi”.
Nell’ambito della filosofia islamica, il kazako Al-Farabi, sulla scia di Platone e della sua Repubblica, nella “Città Perfetta” (Madina al-Fadila), delineava le caratteristiche e l’organizzazione della Comunità islamica fondata sulla shariah. Ma ovviamente i musulmani possono ritrovarsi a vivere in “Città ignoranti” (come le definiva Farabi), come i musulmani che oggi si ritrovano a vivere in Occidente.
Che fare quindi in questo caso?
Risponde un altro grande filosofo musulmano, lo spagnolo Avempace (Ibn Bajja), per il quale i musulmani in una società non islamica sono “stranieri”, dei “solitari”, poiché essi
«anche se si trovano nella loro patria, fra i rispettivi compagni e conterranei, sono stranieri per le idee, per aver viaggiato con la mente verso altri livelli [di realtà] che sono per loro come i [veri] luoghi d’origine…».
Qual è dunque il loro compito? Cosa devono fare?
Essi, dice Avempace/Ibn Bajja, devono essere come “nawabi”, ossia “piante”, perché come la presenza di piante “selvatiche”, ossia miscredenti o ipocrite, corrompe la Città Perfetta, la situazione in questo caso si capovolge, e le piante coltivate e accudite – i musulmani – mettendo radici profonde, migliorano la Città ignorante e la fanno progredire. E ad esse Ibn Bajja consiglia quanto segue:
« Perciò [quando si trova a vivere] in taluni tipi di vita [associata], il solitario deve allontanarsi dalla gente [corrotta e miscredente] per quanto gli è possibile e non accompagnarsi ad essi se non nelle cose necessarie e nella misura in cui non può farne a meno». (Avempace, “Il regime del solitario”).
È vero che i musulmani vengono spesso accusati di “non integrarsi”, ma essi hanno la grande responsabilità di testimoniare dei principi e dei valori, e cercare di essere appunto “piante” che producono “semi” che inshallah fioriranno e potranno rendere migliore questa stessa società che oggi sentiamo molto distante.
ps: “ignoranti” si intende non fondate sulle leggi divine; “miscredenti” sono coloro che “coprono” (ingl. “cover”, arabo “k-f-r)”, la Verità e la combattono, non i credenti cristiani, ebrei ecc.
Il numero zero , sebbene apparentemente semplice, vanta una ricca storia intrecciata con progressi filosofici e matematici. Il suo viaggio dalla rappresentazione del nulla al diventare il fondamento del nostro sistema numerico è un racconto affascinante dell’ingegno umano.
Prime tracce del nulla
La ricerca dello zero è iniziata nella culla della civiltà, la Mesopotamia . Circa 4.000 anni fa, gli scribi sumeri usavano gli spazi vuoti nelle loro tavolette di argilla per denotare l’assenza di un valore nel loro sistema di conteggio. Questo non era un vero zero, ma segnò il primo tentativo di rappresentare il nulla. Allo stesso modo, egiziani e romani non avevano un simbolo per lo zero, il che ostacolava lo sviluppo di concetti matematici complessi.
La nascita di Shunya in India
Il concetto di zero sbocciò davvero nell’antica India. Nel V secolo a.C., i matematici indiani usavano la parola sanscrita “shunya”, che significa vuoto o vacuità, per rappresentare lo zero. Questo concetto filosofico probabilmente derivava dalle idee buddiste di vuoto o “shunyata”. Intorno al IX secolo d.C. emerse l’iscrizione di Gwalior, che mostrava il primo uso documentato di un simbolo zero nel sistema decimale, un piccolo cerchio.
Dall’India al mondo
Lo splendore dello zero ha trasceso i confini. I matematici arabi, come Al-Khwarizmi nell’VIII secolo d.C., abbracciarono il sistema numerico indiano , compreso lo zero. Il lavoro di Al-Khwarizmi sull’algebra, che letteralmente si traduce in “bilanciamento” (riferendosi alle equazioni), si basava fortemente sul concetto di zero. Attraverso le traduzioni arabe, zero viaggiò verso ovest, raggiungendo l’Europa nel XII secolo.
L’impatto di Zero: una rivoluzione matematica
L’arrivo dello zero in Europa ha innescato una rivoluzione matematica. L’ingombrante sistema di numerazione romana faticava a rappresentare i grandi numeri in modo efficiente. Lo zero, insieme al sistema numerico posizionale (dove il valore di una cifra dipende dalla sua posizione), offriva un metodo di calcolo superiore. Ciò ha aperto la strada ai progressi nella scienza, nell’ingegneria e nella navigazione durante il Rinascimento e oltre.
Oltre la matematica: un simbolo filosofico
L’influenza di Zero si estendeva oltre la matematica . In filosofia sfida la nozione di nulla assoluto, rappresentandone invece un potenziale o un punto di partenza. In fisica significava l’assenza di una quantità specifica, consentendo lo sviluppo di concetti come la temperatura assoluta.
Zero: un’eredità di innovazione
Oggi lo zero rappresenta la pietra angolare della matematica e una testimonianza della curiosità e dell’innovazione umane. Il suo viaggio dalla rappresentazione del vuoto alla possibilità di esplorare l’infinito evidenzia il potere dello scambio intellettuale e il potenziale di trasformazione di un concetto semplice.
«[…] Qui, probabilmente, sta il punto più importante del libro *Ottimismo escatologico*. Questo è un libro di pensiero vivente. Ciò che qui è importante non è la dimensione, non è la profondità e nemmeno il volume delle teorie, dei nomi e degli autori citati, ma è importante come un filosofo autentico svela, vive e incarna ciò a cui pensa nel suo essere, pensa filosoficamente, alla luce di *Sophia*. È qui che sta la novità e la freschezza di questo libro. Alla fine, Darya scrive e parla non per muoversi all’esterno – verso linee divergenti d’interpretazione e osservazione dei dettagli, ma invita coloro a cui si rivolge a fare un viaggio verso l’interno, a vivere la filosofia, a fare una “svolta” (ἐπιστροφή), come dicevano i neoplatonici, e Darya non ripete a caso questo termine. Dopo aver vissuto l’esperienza di *Sophia*, Darya vuole aiutare amici, lettori, ascoltatori – tutti noi – a vivere la stessa esperienza: essere folgorati dal Logos. Il suo libro è poliedrico con approcci assolutamente diversi verso la corte chiusa del re: c’è una breccia impercettibile nel muro, c’è un passaggio sotterraneo, c’è un recinto basso. Solo chi è stato dentro sa come entrare, come uscire e come tornare.
Pertanto, il libro di Darya Dugina è “dedicatorio”. Per chi ha il dono, la vocazione, la volontà verso filosofia, questo libro può diventare una rivelazione. Per la gente della phronesis [saggezza n.d.r] è un’utile e concisa enciclopedia del platonismo. Per gli esteti è un modello di ciò che si può pensare con eleganza. Per coloro che cercano il segreto della Russia è una discreta pietra miliare su questo difficile e nobile cammino[…]».
“I pensieri non sono vuoti nulla, ma sono formati dalla sostanza che forma l’elemento dell’anima, così come un pezzo di ghiaccio è formato dalla sostanza dell’acqua. La Volontà è il potere che può concentrare l’immagine formata nella mente così come il potere del freddo può far sì che un corpo d’acqua si congeli in solido ghiaccio.”
“Dio non è nei libri, ho imparato questa lezione in prigione, e Dio benedica i comunisti perché mettono in prigione i sacerdoti. I sacerdoti hanno bisogno di una piccola prigione perché è una bellissima esperienza lì…
Sono stato in isolamento per quasi tre anni. Quindi, ero solo da solo nella cella circondata da quattro mura, non avevo niente da guardare.
Per undici anni non ho visto una matita o un pezzo di carta perché la reclusione comunista non è come la prigione americana… con la televisione… e la biblioteca… e lo champagne a Capodanno!
In una prigione comunista volevano che noi – soprattutto la classe intellettuale – fossimo distrutti, diventassimo bestie, come animali e così non ci hanno dato niente da leggere. Ma questo è il mistero: invece di diventare come animali, siamo diventati noi stessi.
Quando sei libero, sei lo schiavo dei libri. Così tanti libri che devi leggerli tutti! Non hai tempo per essere te stesso perché sei fatto di citazioni!
Ma lì… non c’è libro… non c’è niente… nient’altro… e devi andare da qualche parte. Non avevi niente da guardare, le finestre erano molto alte, non potevi nemmeno toccarle… ma devi andare da qualche parte… e così entri dentro… dentro di te.”
Marco 7,5… quei farisei e scribi lo interrogarono: «Perché i tuoi discepoli non si comportano secondo la tradizione degli antichi, ma prendono cibo con mani immonde?». 6 Ed egli rispose loro: «Bene ha profetato Isaia di voi, ipocriti, come sta scritto: Questo popolo mi onora con le labbra, ma il suo cuore è lontano da me. 7 Invano essi mi rendono culto, insegnando dottrine che sono precetti di uomini.8 Trascurando il comandamento di Dio, voi osservate la tradizione degli uomini». 9 E aggiungeva: «Siete veramente abili nell’eludere il comandamento di Dio, per osservare la vostra tradizione
Matteo 16,23
Ma egli, voltandosi, disse a Pietro: «Lungi da me, satana! Tu mi sei di scandalo, perché non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini!».
Quindi prima dice;
1) Trascurando il comandamento di Dio, voi osservate la tradizione degli uomini
Poi dice
2) vattene satana perché pensi non secondo Dio ma secondo gli uomini.
Poi in altro passo dice
LUCA 16,15 ciò che è esaltato fra gli uomini è cosa detestabile davanti a Dio.
E ancora
Giovanni 12,43
amavano infatti la gloria degli uomini più della gloria di Dio.
Negli insegnamenti misterici di Cristo, è evidente che non è Israele carnale ad essere il popolo eletto. A prescindere dal perenne conflitto che aveva con la leadership ebraica, egli, parlando loro, li identifica come facenti parte dell’umanità. E dell’umanità egli parla costantemente in termini di contrapposizione con Dio…
Rivelazione di Dio e tradizione degli uomini…
Sapienza di Dio e sapienza degli uomini…
Pensare come Dio e pensare in modo umano…
Ricevere gloria da Dio e ricevere gloria dagli uomini…
Avere un valore per Dio e averlo per gli uomini….
Non c’è nulla in comune tra Dio e gli Uomini. Cristo dice non di amare gli uomini ma di amare il prossimo, che implica un concetto di fratellanza con chi ama Dio in modo esclusivo. In sostanza, finché gli uomini non amano Dio, non lo cercano in sé e non si arrendono alla Sua volontà, essi sono visti in opposizione allo spirito. Prossimo è colui che abbandona quello stato di umanità per intraprendere un serio viaggio verso il Cristo in lui. Solo questo è il prossimo, come si evince dallo Shemà in Deuteronomio 6, ove solo chi ama Dio in modo esclusivo ed intenso (rinunciando ad amare in proprio io fittizio e satanico) può essere considerato Prossimo, ovvero FRATELLO.
Ed infine, se dice agli ebrei VOI TRASCURATE IL DISPOSTO DI DIO PER SEGUIRE LA VOSTRA TRADIZIONE, e poi definisce Pietro un Satana perché PENSA SECONDO GLI UOMINI E NON COME DIO, beh arrivateci voi.
Cristo, di quel Popolo, esaltava solo i tre capostipiti e Mosè, affermando che il Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe non è il Dio dei morti ma dei vivi, facendo intendere che solo quei tre erano VIVENTI, laddove il resto dell’umanità, compresa quella ebraica, è MORTO.
Sono certo che Cristo, in qualunque tradizione si fosse manifestato, avrebbe ricevuto ostilità, perché la sua è una rivelazione ANTI UMANA, intendendo per umanità quella ilica e non quella pneumatica.
IL VERO POPOLO DI ISRAELE E’ L’UMANITA’ PNEUMATICA
Nel Cristianesimo delle origini, e successivamente nella chiesa orientale, con il termine ‘preghiera’ si intendeva, prima ancora che una richiesta di aiuto, un modo di comunicare con Dio, concepito non come un’entità astratta ma come una realtà accessibile a chi la cerca veramente; il racconto di questo libro inizia con l’ascolto da parte del pellegrino dell’Epistola ai Tessalonicesi (1Ts. 5,17) nel passo che recita: ‘Pregate incessantemente’. Ne rimase colpito profondamente, e si chiedeva come fosse possibile pregare senza posa quando ogni uomo deve occuparsi di tante cose durante la propria vita.
Di seguito possiamo trovare una risposta a questo quesito, espressa con linguaggi diversi, prima da un maestro indù e poi da un monaco cristiano d’oriente.
‘La recitazione di un mantra, o di una preghiera espressa con una formula breve, si chiama japa in sanscrito. C’è poi una pratica detta a-japa, cioè non-recitazione, quando il mantra, dopo una lunga pratica di japa, diventa un mormorio continuo che si alimenta da solo, e non nasce dalla volontà del praticante: si tratta di un mormorio che lo accompagna così per tutta la giornata, e non solo durante la meditazione.’ (Tratta dal libro ‘Il dottor Rukmani’ pag.180)
‘Quando lo Spirito pone la sua dimora in un uomo, costui non cessa di pregare perché lo Spirito prega costantemente in lui. Allora la preghiera non si separerà dalla sua anima né quando dorme né quando è sveglio.’ (Isacco il Siro – VII° secolo d.C.)
Chissà se Asimov ha mai letto il libro del padre della robotica Ismail Al-Jazari.
Ismail Al-Jazari era un uomo di vasta cultura: studioso, inventore, ingegnere meccanico, artigiano, artista e matematico della dinastia Artuqid di Jazira, in Mesopotamia. “Il Libro della conoscenza dei dispositivi meccanici ingegnosi” (The Book of Knowledge of Ingenious Mechanical Devices) è un libro arabo medievale scritto da Ismail al-Jazari nel XII secolo. Descrive oltre cinquanta dispositivi meccanici e automi, tra cui orologi, macchine per sollevare l’acqua, automi musicali e robot umanoidi. Al-Jazari fornisce istruzioni dettagliate per la costruzione di ogni dispositivo e include aneddoti e riferimenti storici. Il libro ha avuto un’influenza significativa sullo sviluppo dell’orologeria e degli automi europei e offre una visione della vita quotidiana e delle innovazioni tecnologiche nel mondo islamico durante il periodo medievale. È il suo libro che ha influenzato i concetti chiave della robotica moderna.