Cina: perché Xi Jinping si rifà alla saggezza di Confucio

di Roberto Rosano

Nella filosofia di Confucio si ritrovano molti principi che consentono al potere di Xi Jinping in Cina di presentarsi come saggio.

La parola 孔夫子, Kǒng Fūzǐ, Confucio, ricorre molto spesso nei discorsi di Xi Jinping. In Ritorno a Confucio. La Cina di oggi tra tradizione e mercato (il Mulino, Bologna, 2015, in particolare cap. V), Maurizio Scarpari, che è stato docente di Lingua cinese classica all’Università Ca’ Foscari di Venezia, ha annoverato l’attuale Presidente della Repubblica Popolare «tra i più fervidi sostenitori della rivalutazione della plurimillenaria cultura cinese».

Xi esibisce abitualmente una posa da junzi, una persona d’altri tempi, esemplare per virtù e nobiltà d’animo, capace di «nobilitare i propri sentimenti per farli emergere negli altri», garantendo alla Nazione e poi «a tutto il mondo sotto il cielo», prosperità, armonia e stabilità. Per questo i suoi discorsi sono spesso un saggio di tradizione e di letteratura classica, costruiti  in maniera quasi perfetta per farlo apparire quale colto conoscitore dell’autentica cultura cinese. Con qualche non piccola défaillance: ogni tanto si impiglia  nelle citazioni messe insieme dai suoi ghost-writers, suscitando commenti e precisazioni da parte degli esperti.

Naturalmente tra i nomi più citati della tradizione, ci sono Confucio e i suoi due maggiori seguaci ed esegeti, Mencio e Xunzi. Ma cerchiamo ora di capire perché si è cominciato ad usare la saggezza di questi maestri del pensiero come «strumento di regno». Il confucianesimo è un sistema di pensiero fortemente imperniato sull’educazione e i suoi principi riguardano sia la sfera individuale che politica. Il suo principale obiettivo è quello di realizzare un ideale di armonia basato sull’unità che fonde inseparabilmente l’essere umano alla natura e al mondo spirituale. Nel corso dei secoli, questo pensiero ha sagomato la società della Cina e dei Paesi attigui e, nella sua interpretazione più autoritaria, è stato il fondamento dell’ideologia imperiale. Secondo lo Zhongyong, uno dei quattro libri del Canone, il perfetto confuciano «si realizza scegliendo il bene e perseguendolo con determinazione, perseverando nello studio, indagando accuratamente ciò che viene appreso, riflettendo con attenzione, discernendo con acume e praticando il bene in modo costante».

Confucio aveva inteso bene che una società corretta dipende in maniera decisiva da una buona educazione, il che vuol dire disciplina, coltivazione interiore, ma anche un serio impegno politico e civile. Quella di Confucio è certamente una concezione aristocratica della società, ma di sicuro non castale: l’individuo è invitato a raggiungere livelli progressivi di eccellenza attraverso la formazione spirituale e l’istruzione, ma è invitato al tempo stesso a non dimenticare chi è impedito da condizioni di svantaggio materiale. Questo percorso di perfezionamento morale parte sin dalla tenera età: ogni individuo acquisisce e introietta il rispetto per gli anziani e i superiori, in una logica che, pur favorendo l’educazione e la ricerca dell’armonia sociale, non esclude l’impiego di forze coercitive e repressive.

Questo tipo di educazione ha ispirato il vasto sistema amministrativo-burocratico dell’Impero per oltre due millenni, com’è ben spiegato in Ideology of Power and Power of Ideology in Early China (a cura di R. Goldin e M. Kern): l’educazione confuciana ha dovuto plasmare una classe omogenea di civil servants dotti e inappuntabili, che hanno mandato quasi a memoria un corpus di opere a sfondo moralistico, canonizzate nei primi secoli della dinastia Han. Questo tipo di educazione, perciò, non ha fornito particolari competenze tecniche, ma una sorta di compattezza  valoriale basata sul rispetto del popolo, delle gerarchie e della famiglia.

Un altro aspetto interessante è che Confucio non ha introdotto neologismi, ma ha semplicemente reinterpretato e arricchito un lessico già esistente: «Trasmetto, non creo; credo negli antichi e li apprezzo» (Lunyu, 7.1). Questo tipo di mentalità è ancora oggi fortemente presente nei cinesi, che tendono spesso a trattare riforme e rinnovamenti presenti non tanto come innovazioni, ma come riscoperte di aspetti dimenticati o accantonati della tradizione.

Confucio, inoltre, non ha mai affermato o negato la trascendenza, così come non ha mai fatto ricorso a verità rivelate: questo rende le sue parole incredibilmente duttili e spiega anche il motivo per il quale un gesuita come Matteo Ricci sia riuscito ad adoperarlo con tanta dimestichezza per avvicinare Oriente e Occidente (si dia un’occhiata a M. Ricci, Dell’amicizia, Quodlibet, 2005).

Le parole chiave del lessico confuciano sono, come già si è detto, junzi (persona moralmente esemplare), renyi (la buona pratica di governo ispirata da umanità e giustizia), ren (benevolenza, amore per il prossimo), yi (rettitudine, giustizia, capacità di giudizio), li (riti e norme di buona condotta), xiao (devozione verso i genitori), shu (empatia), ti (rispetto verso i fratelli maggiori, i superiori e gli anziani). Va da sé che tali virtù, se applicate all’amministrazione pubblica, assicurino «il buon governo», «l’ordine degli affari interni», «leggi chiare» e l’assenza «di ogni forma di malversazione» (Huainanzi, 15). Il funzionamento dello Stato confuciano, perciò, somiglia ad una sorta di prova d’orchestra o di balletto, in cui il maestro-sovrano assegna ad ognuno un ruolo preciso e movimenti prefissati, e li dirige con grande solennità e scrupolo affinché l’esecuzione risulti alla fine perfetta e armoniosa.

I discepoli di Confucio, Mencio e Xunzi, a cui vengono attribuiti rispettivamente il Mengzi (14 capitoli) e il Xunzi (32 capitoli), rappresentano le maggiori linee interpretative degli insegnamenti del maestro. Mencio, la cui corrente fa capo a Zisi, nipote di Confucio,  è considerato il rappresentante principale del confucianesimo idealista, basato sul concetto di renyi (umanità e giustizia), mentre Xunzi è considerato il massimo rappresentante dell’ala razionalista, formalistica, pragmatica e autoritaria, legata alla dottrina dei li, che postula l’osservanza dei canoni rituali per dare espressione solenne, appropriata e strutturata alle norme del vivere civile. In un mondo caratterizzato da guerre continue per la supremazia e quindi dal luan, disordine, le tesi di Xunzi hanno avuto la meglio proprio perché più adatte a servire l’ideologia di stato fin dal primo periodo imperiale. Se per Mencio, le virtù principali risiedono nel cuore dell’uomo sottoforma di germogli che vanno riconosciuti e coltivati dall’individuo in un processo di maturazione personale che avrà ricadute positive sul contesto sociale, per Xunzi, invece, la natura umana è essenzialmente malvagia, egoismo e avidità sono innate nell’uomo e vanno represse per favorire la crescita spirituale mediante l’educazione, la cultura, il rispetto dei li. Questi ultimi sono lasciti di una tradizione ritenuta custode della perfezione assoluta, risalenti ad una perduta epoca aurea caratterizzata da una profonda armonia.

Confucio aveva sostenuto che «se si governa con le leggi e si mantiene l’ordine con le punizioni, il popolo cercherà di evitare di essere punito e non proverà vergogna per le proprie mancanze; se invece si governa con magnanima virtù e si mantiene l’ordine con i li, il popolo proverà vergogna per le proprie mancanze e si correggerà» (Lunyu, 2.3). Xunzi, invece, in contrasto col maestro, afferma che da sole le convenzioni sociali e la vergogna non sono sufficienti a mantenere l’ordine poiché ciò non basterebbe a correggere la maggioranza della popolazione rozza e poco istruita. Per questo riconosce il valore della coercizione, delle leggi, delle punizioni e delle guerre come mezzi utili e necessari in caso di fallimento della persuasione pacifica.

Dalla scuola di Xunzi si sono formati i maggiori teorici dell’amministrazione pubblica e dello stato autocratico e statisti di grande levatura, il cui ruolo si è rivelato determinante per il successo di Qin, il regno che è riuscito ad unificare tutti gli Stati combattenti in «una sola famiglia sotto lo stesso cielo» (yi jia tianxia). Tra questi, Hanfeizi, paladino dello stato totalitario e autore dell’omonima opera, e Li Si, primo ministro del Primo Imperatore dei Qin.

Ma già in epoca Han si è cominciato a rivalutare il Mengzi, cui si è dato un grande slancio a partire dall’epoca Song. Anche nella massima  di Deng Xiaping  «mantenere un basso profilo» riecheggia un principio costantemente presente negli scritti di Mencio. I suoi alti ideali sono ormai parte integrante della retorica politica ed hanno ispirato Hu Jintao e Xi Jinping nel formulare le teorie del «mondo armonioso» e della «comunità dal destino/futuro condiviso». Come si mettano in pratica tali nobili intenti, però, è un’altra storia, di cui un po’ si è già detto. È difficile dire se la governance cinese di oggi sia più Mencio o più Xunzi, certamente è una creatura bifronte, che può essere l’una e l’altra cosa, secondo un modello che i cinesi chiamano «yang ru yin fa», «apertamente confuciano, segretamente legista».

Tratto da: MicroMega.net

Cina: perché Xi Jinping si rifà alla saggezza di Confucio
Cina: perché Xi Jinping si rifà alla saggezza di Confucio

LA POETICA DI LI-PO TRA CONFUCIO E LAO-TZU

di Gustavo Micheletti

“Se la nostra vita fosse in ogni momento piena di senso, se il mondo fosse un giardino dove gli uomini, godendosi il sole, conversassero tutti amichevolmente, non ci siederemmo in un angolo a scrivere”.

In fondo, questa semplice considerazione del narratore de Il primo libro di Li Po – il poeta vissuto 1.200 anni fa (701-762 dopo Cristo) che costituisce insieme a Po Chui, Tu Fu e Wang Wei uno dei messimi classici della poesia cinese – potrebbe bastare a dar un’idea del senso della letteratura. Li Po ammirava i paesaggi ed era solito passeggiare tra fertili pianure e montagne boschive: “Su ponti oscillanti di legno, passava fra cime di pietra, vedeva strapiombi da cui balzavano le acque urlanti, mentre i banchi di nebbia s’arrampicavano sui fianchi frastagliati. O da alti valichi scorgeva, nelle pianure, laghi verde-azzurri e risaie allagate con le pozze d’acqua luccicanti al sole. Senza scendere dal mulo, a volte prendeva appunti o buttava giù una poesia. O fermata la bestia, schizzava a inchiostro l’impressione che uno scorcio di paesaggio gli faceva”.

Durante le sue passeggiate gli capitava di ricordare i versi che rappresentavano bene il corso dei suoi pensieri e il suo stato d’animo, versi dei maestri che lo avevano preceduto, come per esempio quelli dell’antico e sfortunato principe imperiale Tsao Chih, che recitano come segue: “Sotto l’olio fumoso delle lampade-sediamo in fila sulle lunghe panche-intorno ai galli da combattimento-che l’ali sbattono nell’aria placida”.

Un giorno, a Ngan-pu, Li Po vide per la prima volta il mare, “che gli parve desolato e solenne come la morte”; forse per questo preferiva girovagare nelle campagne o nelle città. Quando si aggirava per le strade di una città, gli piaceva annusare, quasi fosse un cane, “gli umidi odori delle buie trattorie dove gli artigiani, finita tardi la giornata di lavoro, bevevano birra giocando a carte e gridando fino a diventare sfrontatamente allegri o lacrimosi”. A volte Po desiderava persino “trovarsi in quelle strade, fra la gente che passava, non più come un uomo travolto dai desideri, ma come un uomo morto o una cosa: uno di questi alberi secolari, di questi pietroni lungo il ciglio, di questi putridi ponti sui canali: e lì, inerte e insensibile, nei secoli esser percorso dalle donne e dai vecchi che passavano, illuminato dal salire e dal calare del sole e della luna, dal colore del cielo sopra i tetti: dai rosa chiari delle albe, dai rossi scuri dei tramonti. Così inseguiva versi che paressero non d’un uomo specifico né di un’epoca, ma nati come dall’ottica quasi senza tempo e disincantata d’un cielo, d’un albero o d’una pietra”.

Li Po ebbe molte avventure amorose e qualche storia importante: dagli sfrenati amori adolescenziali con la serva Liu, ereditata dal nonno Li Ta, alla relazione proibita con l’affascinante cugina Peng, fino alla breve e tronca storia con madame Peonia; dal legame complesso con l’amico Tien Ti, a quello non meno complicato con l’ermafrodito Ni Shih, da cui aspettò anche un figlio che sarebbe potuto nascere unicorno o drago; da quello con la grassa e materna Ma Teh, che rischiò di uccidere durante un tenero amplesso, a quello con la bella mandarina dai grandi occhi blu, da cui poi lo divise un desiderio ingombrante e ostile. Ma nei periodi in cui era solito camminare da solo per strade silenziose, fra muri d’orti o di monasteri taoisti o buddhisti, talora pensava che questa solitudine sarebbe potuta finire solo quando “avesse trovato in una donna quell’unica che gli rendesse indifferenti le tante altre amabili al mondo”.

Il suo rapporto con la vita amorosa era comunque inseparabile da quello con la poesia. Una sera, soccorrendo un ubriaco, pensò che una “poesia raffinata si giustificava solo se l’individuo colto riusciva, in quel puro estratto, a dar voce a sentimenti di tutti, alle esperienze comuni: al piacere di quel sentirsi pago nell’ebbrezza e insieme perduto in un canto di strada, come quel sudicio popolano”. Solo in quanto partecipe del senso comune, Po si sentiva libero di fronte a ogni regola stabilita dai dotti suoi simili, e in fondo potremmo considerare questa sua propensione come il cuore della sua estetica, che emerge tra le righe di questo romanzo a più riprese, simbioticamente fusa con quella del suo autore.

Scrittore e filosofo, Vittorio Saltini ha curato dagli anni Sessanta agli anni Ottanta una rubrica di saggistica sull’Espresso, quando questo settimanale era probabilmente il più autorevole e significativo nel panorama editoriale italiano. Fondato nel 1955 da Arrigo Benedetti ed Eugenio Scalfari, fu finanziato da imprenditori del calibro di Enrico Mattei e Adriano Olivetti, per poi passare al Gruppo Caracciolo. Durante i suoi anni d’oro L’Espresso poteva annoverare tra le sue firme alcuni tra i illustri intellettuali italiani: Alberto Moravia curava una rubrica di cinema, Paolo Milano di letteratura, Leo Valiani di storia; ma tenevano rubriche o comunque vi collaboravamo regolarmente anche Antonio Gambino, Sergio Saviane, Camilla Cederna, Enzo Siciliano, insieme a molti altri, mentre della redazione fecero parte, in tempi diversi, anche Mario Agatoni, Cesare Brandi, Manlio Cancogni, Giancarlo Fusco, Fabrizio Dentice, Bruno Zevi, Carlo Gregoretti, Cesare Zappulli, Gianni Corbi e Livio Zanetti, con gli ultimi due che poi ne furono anche direttori.

Oltre che un autorevole collaboratore di questo settimanale, Vittorio Saltini è stato però anche filosofo, docente di estetica all’Università di Sassari, e nell’ultimo periodo della sua vita stava portando a termine un libro di filosofia estetica destinato a consegnarci gli studi e le riflessioni di una vita. Nato a Lucca il 3 ottobre 1934, è morto nella sua città natale il 12 marzo 2024, dopo aver però trascorso molti anni dalla sua vita prima a Roma e poi a Sassari. Altri suoi romanzi, successivi a Il primo di libro di Li Po, sono Nel manto mio regale (Mondadori, 1982), e Quel che si perde (Feltrinelli, 2001).

La sua conoscenza della letteratura mondiale era vasta quanto sorprendente e la sua sensibilità critica di rara finezza. Tra i filosofi e i pensatori in genere i suoi preferiti, o almeno quelli da lui più studiati e citati, sono forse stati Georg Wilhelm Friedrich Hegel, Friedrich Schiller, György Lukács e Max Weber. Alcune delle sue recensioni, sia filosofiche che letterarie, possono in parte essere ancora lette in una raccolta che s’intitola Questioni di estetica e teoria della letteratura (Carucci editore, Borgo aretino, Assisi, 1970), non del tutto irreperibile nelle librerie on line. Ciò che emerge dal complesso di questi articoli, la loro cifra estetica, può essere forse riassunto in maniera efficace dalla dichiarazione di poetica con cui si chiude Il primo libro di Li Po: “Penso che possa trarre il meglio da sé chi sappia seguire per quanto possibile gli esempi migliori. E con amore io sempre ricerco in Cervantes, Puškin, Keller, Tolstoj, la prosa epica che sa riecheggiare il nascosto ritmo della vita”.

Anche alla luce di queste brevi note culturali e biografiche, si può facilmente comprendere che Il primo libro di Li Po non è solo un romanzo, ma anche una sorta di Estetica in nuce, oltre che un manuale chiaro e sintetico di filosofia confuciana e taoista. Tra le due, pur avendo grande rispetto per la prima, Li Po, come del resto l’autore, sembra più incline alla seconda, tanto da produrre l’impressione che il suo maggior desiderio fosse quello di consentire al proprio cuore di trovarsi in perfetta solitudine e simbiosi con il Tao. Per riuscirci, era però necessario un difficile apprendistato, tanto morale quanto estetico, e trovare il coraggio iniziatico di assumersi, tanto nella vita come nell’arte, “la propria responsabilità”, che poi era anche una responsabilità verso il proprio tempo e l’arte del proprio tempo.

Come diceva il grande poeta Po Chu-i, “è rileggendo sempre di nuovo i medesimi libri che s’impara”, e a Li Po piaceva soprattutto rileggere, piuttosto che tenersi aggiornato con le novità letterarie. Era infatti convinto che la letteratura non esistesse per imprimervi i propri fantasmi, sebbene ognuno dovesse nella vita imparare a sue spese a trattare con i propri fantasmi. Per qualsiasi artista, sia che fosse un letterato sia che fosse un pittore, era importante invece avere dei maestri, esercitarsi a imitare il loro stile, anche per anni, o addirittura per tutta la vita.

La teoria estetica di Li Po non concerneva però solo la letteratura, ma anche la pittura, arte da lui praticata con buoni risultati per un certo periodo. La pittura doveva a suo avviso rifuggire dall’essere un’imitazione piatta e decorativa della realtà. Era preferibile “non imitare le cose come apparivano, ma cercare d’esprimere in modo essenziale la loro formazione, il ritmo della natura che, insieme, aveva generato e governava le cose e la mente”. In questo modo si poteva imparare ad assecondare l’unità armoniosa con cui la stessa natura operava. Li Po era infatti convinto che non la natura in sé, ma la natura insieme all’idea di essa “fossero il giusto oggetto e la meta della pittura”. Ma non solo era convinto che la pittura non dovesse essere una mera imitazione della realtà; credeva anche che non dovesse essere nemmeno l’espressione arbitraria e incontrollata di una propria pretesa creatività. Come mille anni prima aveva detto il filosofo Han Fei-Tzu, era troppo facile dipingere fantasmi: nessuno li aveva mai visti e “ogni pittore poteva sbizzarrirsi a capriccio”.

Li Po avrebbe voluto raggiungere anche nella pittura quella naturalezza che aveva raggiunto nei suoi versi. Pensava infatti che si potesse esprimere appieno anche nella pittura di paesaggio, così come nella poesia, quell’unità d’emozione e sapienza in cui si poteva realizzare la vita quando si era in armonia con la natura. Raffigurando un piccolo uomo immerso nel paesaggio si poteva per esempio dare forma ai conflitti più estremi ed “esprimere così la contrastata pace del cosmo, l’accordo d’armonia e disarmonia, la correlazione dei contrari” di cui consta ogni esperienza estetica, di yin e yang, di femminile e maschile, di notte e di giorno così come di ogni altra opposizione che attraversi l’esistenza umana.

Ogni tanto gli capitava però di voler cambiare vita, quasi non avrebbe voluto scrivere più per “lasciarsi vivere” in una campagna lontana. Una sera Meng Kuo, un pittore incontrato all’osteria dell’Oca selvaggia poi divenuto suo amico, riferì una sua disposizione d’animo verso l’amicizia in cui Li Po subito si riconobbe: “Per quanto creature con cui valga la pena di discorrere se ne incontrino sempre meno, io, come mi vedi – gli disse Meng Kuo – resto un uomo di conversazione e d’amicizia. ‘Chi conversando con gli amici ha parola sincera, se anche si sostiene che non ha cultura, io affermo ch’è colto’, diceva Confucio. Come un vero saggio, il meglio di me io lo regalo a chi m’ascolta davanti a un boccale”.

Un giorno Meng Kuo gli presentò il giovane Kung Shen, che era il figlio di un illustre governatore confuciano. Kung Shen era un giovane tozzo, ironico e taciturno, con cui Li Po avvertì subito una naturale affinità. Insieme andavano spesso a cena in una buia trattoria indiana foderata di stoffa rosso-scura, dove erano serviti da una sorta di guru olivastri e gentili; ma un giorno Shen gli propose di andare a cena da suo padre, che voleva conoscerlo. Questi, dopo le presentazioni di rito, avendo percepito le simpatie taoiste di Li Po, lo intrattenne con una lezione chiara ed esauriente sul confucianesimo: “Cortesia e umanità, diceva Confucio. Non serve a nulla proclamare in faccia al mediocre ch’è mediocre, e allo sciocco ch’è sciocco: basterà valorizzare tacitamente l’ingegno a scapito d’entrambi”. Per Confucio “i benpensanti erano i ladri della virtù”: chi governava doveva tener conto della tradizione, senza cercare di accattivarsi con espedienti retorici il consenso del popolo. Come sosteneva il grande poeta Po Chu-i, che era stato anche un illuminato governatore, nella poesia succedeva lo stesso: “Desideri e immaginazioni dell’artista, così come la sua abilità tecnica, si pongono al servizio della perfezione dell’opera: e anche la più nuova è inserita nelle tradizioni dell’arte”.

Rivolgendosi ancora a Li Po, il mandarino e governatore Kung poi aggiunse: “Voi taoisti dimenticate che per Confucio, al di là dell’autocontrollo e del governo, il fine dell’educazione è pur sempre il piacere e la felicità. Il problema è che per il gentiluomo l’armonia culturale e anche sociale divenga un bisogno, un piacere”. Se la sincerità e la cortesia erano le prime virtù confuciane, da esse doveva secondo il governatore nascere poi la terza e suprema, che era l’umanità, e cioè “il bisogno d’essere umani, non solo giusti ma buoni, la ricerca di comunità”. Per questo Confucio aveva ammonito che l’esortazione fondamentale ad amare gli esseri umani e a considerarli tutti come fratelli, di non fare agli altri ciò che non vuoi che gli altri facciano a te, non doveva essere vissuta come un dovere, ma come un piacere fondato sul bisogno d’armonia: “Sulla base dell’egoismo naturale, che Confucio mai rinnega, si può arrivare, con l’educazione alla completezza – disse il governatore – a un tal bisogno d’armonia che un gentiluomo può sacrificare anche la vita per testimoniare l’umanità e la giustizia”.

Per Confucio il governante era inoltre responsabile “di ciò che nel popolo non va”. Mencio, un filosofo cinese vissuto circa due secoli dopo, “ne trasse i corollari che, se il popolo è scontento, vuol dire che il governo è cattivo”. Mentre i taoisti e i buddhisti hanno insistito sulla rivelazione interiore, Confucio suggeriva l’esercizio dell’indagine critica e della propria curiosità, e voleva “che il governante fosse un letterato, avesse cultura storica e umanistica, prima che specializzata e pratica”. Una buona cultura generale, basata sullo studio dei classici, favorisce infatti l’indipendenza del pensiero e rende capaci di vedere i pro e i contro in ogni situazione. Per questo i grandi poeti come Po Chu-i e Wang Wei, o i grandi dotti come Han Yu, sono poi risultati i migliori governatori.

A questo punto, è necessario però chiarire che Po Chui-i, il grande poeta che potrebbe essere considerato come il contraltare psicologico di Li Po, è in realtà vissuto circa un secolo dopo di lui. In questo romanzo, infatti, la vita di Li Po è in buona parte immaginaria e solo quattro delle poesie con cui si conclude il libro sono veramente composte dal poeta, essendo tutte le altre creazioni o rifacimenti dell’autore. È inventato anche il principale maestro taoista incontrato da Li Po nel romanzo, e cioè quel tale Pa-ta-tzu di cui il narratore riporta ampi brani di due famose prediche, sebbene tali prediche almeno in parte esistano e siano riconducibili a Lao-Tzu. La prima e più famosa predica di Pa-ta-tzu è la Predica del sogno e dell’ombra, ed è composta per lo più di asserzioni lapidarie come le seguenti: “mentre sogni non sai di sognare. Solo dopo il risveglio sai d’aver sognato. Gli stolti credono d’essere desti, e di sapere se sono principi o pecorai. Verrà il grande risveglio, dopo il quale però non saprai che questo è il grande sogno. E anche ch’io dica che tu sogni, è un sogno”. Oppure, poco più avanti: “La scarpa giusta è quella che rende inconsapevoli del piede. Il cuore giusto riposa nella giustezza restandone inconsapevole. Perciò sii come non essendo. Stando sdraiato, vagabonda nell’inerzia, nelle lande sconfinate del paese della fertilità, aggirati nell’oro della noncuranza, monta sull’uccello della leggerezza per vagare nella vacuità, percorri le stanze interminabili del palazzo del non essere. Non c’è principio né fine. La morte non estingue la vita. Il saggio vive come se ogni creatura fosse senza fine. Aver paura della morte è fare il fanciullo che la sera non vuole andare a dormire; o come quello che s’è smarrito e non sa tornare a casa”.

La seconda predica famosa, detta la Predica dell’acqua, conteneva tra molti altri i seguenti insegnamenti: “Chi si vuole forte è debole, chi si vuole debole è forte. Chi si vuole grande è piccolo, chi si vuole piccolo è grande. Sii stupido, ignorante. Chi sa d’essere stupido, non è stupido del tutto; chi sa di sbagliare, non sbaglia del tutto. Nella discussione, impara di più chi viene sconfitto. Tieniti in basso. L’alto poggia sul basso. Il grande comincia dal piccolo. Tutti sanno vivere, io solo sono impacciato! Tutti sono aggraziati, io solo sono goffo! Tutti sono vivaci, io solo sono confuso! Tutti vedono bene, io solo sono miope! Tutti sono intelligenti, io solo sono stolto! Tutti sono indaffarati, io solo sono pigro! Emano un chiarore fioco, come luna calante! Sono come una barca che s’abbandona al mare!”. Un maestro taoista così rigoroso e schietto non poteva che avere un rapporto piuttosto critico, seppur rispettoso, anche verso il cristianesimo, riassumibile mediante quest’apologo: “un cristiano, che si riteneva caritatevole, si compiaceva di liberare le tortore dalle gabbie. Pagava bene chi gliene portava. Perciò la gente si faceva in quattro per catturarne. Se tu fossi meno pietoso, disse un taoista, soffrirebbero meno tortore”. Dopo aver ascoltato quest’aneddoto significativo, conversando con Pa-ta-tzu Li Po raccontò a sua volta di un boscaiolo che per sfuggire a una tigre, finito sull’orlo di un burrone, s’aggrappò a una liana, e rimase sospeso nel vuoto. “Guardando in giù, vide un’altra tigre che lo fissava. Guardando in su, s’accorse che un sorcio finiva di rodere la liana cui era appeso. Ma, vicino alla sua testa, notò una fragola selvatica, ben matura. Tenendosi alla liana, con l’altra mano colse la fragola. E la mangiò: era deliziosa”. Anche questa storiella, reperibile in molti testi di filosofia orientale, illustra abbastanza bene lo spirito del Tao, come del resto fanno queste altre secche considerazioni di Pa-ta-tzu: “Il Tao che splende non è il Tao. Il saggio è luminoso ma non abbaglia. La fama è un umiliare. Non conquista gli uomini chi li umilia con la sua bravura. Il saggio è insipido come l’acqua. Anche per Chuang-Tzu nessuna creatura è nobile o vile dal punto di vista del Tao, ma ognuno ritiene nobile sé e vili le altre. Tutti sono buoni, anche i cattivi: se lo sapessero, diventerebbero buoni. Il saggio non bada ai nomi”.

In un romanzo del genere, naturalmente non poteva mancare l’incontro tra Confucio e Lao-Tzu, il fondatore del taoismo. Quest’incontro sembra esserci stato davvero, ma secondo gli storici cinesi Lao-Tzu venne al mondo, cinquantatré anni prima che nascesse Confucio. Il famoso colloquio tra i due, secondo l’opinione generale, sarebbe avvenuto l’anno diciottesimo del re King (502 avanti Cristo): in quel tempo Confucio aveva quarantanove anni, e Lao-Tzu ne avrebbe avuti centodue. Ma siccome quest’ultimo non visse più di ottantaquattro anni, questa data è verosimilmente errata; è invece più probabile che l’incontro abbia avuto luogo nell’anno 521 avanti Cristo, quando Confucio aveva trentuno anni, anche se Karl Jaspers, riportando una tesi del famoso sinologo Alfred Forke, ritiene che l’incontro tra i due sia avvenuto quando Confucio aveva trentatré anni.

In ogni caso, quando nel romanzo Confucio si recò a fare visita a Lao-Tzu si mise a raccontargli tutto il suo sapere e a spiegargli i libri canonici: “Fammi il riassunto – gli chiese allora Lao-Tzu – non più di sei parole per piacere”. Confucio ci pensò un po’ su e poi disse: “Giustizia, carità, amare tutti, senza egoismo”. Il commento di Lao Tzu lo lascio però di stucco: “Uh, quanta roba! – disse infatti. “Amare tutti? Non è troppo vago? Senza egoismo? È un egoismo”. Confucio se ne andò così “a testa china, a passi svelti, la veste frusciante, fregandosi le mani sul petto, le lunghe maniche che dondolavano, le orecchie pendenti, le sopracciglia aggrondate, la bocca aperta senza saperla chiudere, la lingua incollata al palato senza saperla spiccicare. Ci pensò, ci pensò. Passarono anni. Alla fine della sua vita tornò da Lao-Tzu. “Ho capito!”, disse: “Il gallo canta, il cane abbaia, l’uccello vola, il pesce sta nell’acqua. Spingere una barca sulla terra è inutile. Ho capito!”. Lao-Tzu gli sorrise con affetto. “Ci sei arrivato, disse. Infatti. Chi studia, ogni giorno aggiunge; chi segue il Tao, toglie ogni giorno. Non farti cosa per le cose. Correggi te stesso, null’altro”.

(*) Il Primo libro di Li Po di Vittorio Saltini, Arnoldo Mondadori editore 1981, 332 pagine, 9 euro

Tratto da: OPINIONE.IT

LA POETICA DI LI-PO TRA CONFUCIO E LAO-TZU
LA POETICA DI LI-PO TRA CONFUCIO E LAO-TZU

Che cos’è il Tougan: il disagio generazionale nella vita dei giovani cinesi

di Lucrezia Goldin

Il Tougan, la nuova tendenza del web in Cina è un misto tra disagio cringe e voglia di ribellione. E non è solo un fenomeno cinese. “Dialoghi, Confucio e China Files” è la rubrica di China Files in collaborazione con l’Istituto Confucio dell’Università degli Studi di Milano.

Tornare a rubare frammenti di vita vera da una quotidianità ridotta a social e pressioni sociali. È questo il nuovo obiettivo dei giovani in Cina, stanchi di quella monotonia fatta di ostacoli e difficoltà nota a Millennials e GenZ di tutto il mondo, ma particolarmente sentita nella Repubblica popolare dell’economia che arranca e dei laureati disoccupati. Una condizione che ha portato migliaia di persone a riconoscersi nell’ultima tendenza diventata virale sui social in Cina quella del cosiddetto “furto emotivo” o per meglio dire della “modalità in incognito”, in cinese tou gan (偷感). Tou è il verbo cinese per “rubare” e “gan” il nome che indica le sensazioni, le vibes, il sentire. Da qui la descrizione del bisogno dei ragazzi in Cina di rubare piccoli momenti di vita per sé stessi, lontani dagli schermi e lontani dalle pressioni sociali della famiglia.

Pressione social e sociale – Quello del tougan è infatti un trend che calca un doppio binario di appartenenza. Da una parte, indica i piccoli gesti di ribellione con cui adolescenti e giovani adulti provano a rinvigorire il proprio quotidiano fatto di doveri familiari e legati al lavoro. È tougan uscire cinque minuti prima dal lavoro (e non alimentare la cultura tossica dell’overworking). È tougan non raccontare i dettagli della propria vita ai genitori e darsi malato per quel pranzo della domenica. È tougan anche dormire una notte in hotel per non passarle tutte in compagnia del partner e prendersi finalmente un po’ di tempo per sé.
Sulla sensazione di “libertà” si concentrano infatti la maggior parte dei commenti sui social cinesi in questi giorni, così come sono molti i video su Douyin e Bilibili che raccontano la gioia di questi brevi momenti di decompressione sociale.
L’altro filone che rappresenta la sensazione del tougan è legato alla necessità di sottrarsi ai riflettori, dopo anni passati a scrollare incessantemente i feed dei vari social. Perché nella Cina iperconnessa (e in una qualche misura anche nel resto del mondo), anche stare online è diventato uno stress soggetto a pressioni sociali non indifferenti. Ecco così che sentirsi in imbarazzo per un selfie in pubblico diventa tougan, causa di imbarazzo (in barba alla pagina @influencersinthewild). Pubblicare le foto di un viaggio rimane una tentazione ma si desiste per timore dei commenti negativi. Celebrare qualcosa online diventa ridondante e superato e i momenti “rubati” dai social tornano a essere condivisi di persona. Il legame con il virtuale però, rimane, e c’è chi addirittura ha creato un profilo social visibile solo a sé stessi, in cui continuare a condividere immagini del proprio vissuto.

L’ultima resistenza social dopo neijuan e tangping – Non è la prima volta che il web cinese partorisce una tendenza dedicata alla “ribellione sociale”, al sottrarsi ai doveri quotidiani per fuggire una vita troppo stressante. A partire dal 2010 i movimenti online che hanno fatto del disinteresse e dell’apataia la propria bandiera si sono susseguiti riscuotendo più o meno successo, dall’originale neijuan (内卷), l’involuzione per eccellenza, fino al più popolare tangping (躺平) lo sdraiarsi dei giovani disillusi dal mondo del lavoro, passando per l’antesignano del quiet quitting , in cinese diaoyu钓鱼 e il rassegnato Emo了(Emo’le).
Quello che differenzia il tougan dagli altri è il distaccamento al sistema dei social e di Internet, finora in Cina rimasto pervasivo più che in ogni altro Paese del mondo. Solo lo scorso mese la Rpc ha superato il miliardo di utenti Internet, un record globale per un Paese sovrano ma che arriva in un momento di crisi per i social di tutto il mondo.

Sei un Tougan se… – Tra i post più popolari su Weibo esistono delle vere e proprie linee guida su come riconoscere un tougan o un atteggiamento tougan. Eccone alcuni esempi, che dimostrano come in fondo, la modalità in incognito, piaccia anche all’Occidente.
Sei tougan se
– Quando si fa una foto di gruppo voi siete la persona nell’angolo
– Quando i colleghi ti invitano a una cena dopo il lavoro e anche se non avete programmi pensate a mille scuse in un secondo
– Quando ordini un piatto da asporto e scrivi al fattorino “non sono a casa, lascialo alla porta”
– Quando incontri qualcuno in ascensore e fissi il pavimento facendo finta di non averlo visto
– Quando dici che non ti piace parlare, ma poi pubblichi 20 tweet in un giorno
– Quando indossi la mascherina per non venire male in foto

Tratto da: China Files

Che cos’è il Tougan: il disagio generazionale nella vita dei giovani cinesi
Che cos’è il Tougan: il disagio generazionale nella vita dei giovani cinesi

IL REGNO DEI CIELI E’ DENTRO DI VOI

a cura di Miryam di Magdala

DAL VANGELO SECONDO TOMMASO

“Il Regno dei Cieli è dentro di voi.Quando conoscerete voi stessi, sarete riconosciuti e saprete che siete figli del Padre vivente. Ma se non conoscerete voi stessi,allora sarete nella miseria e sarete voi stessi miseria”.

Queste sono le parole segrete che Gesù il Vivente¹ ha detto e Didimo Giuda Tommaso ha trascritto.

1) Cfr. Ap. I 18. Più avanti Tommaso spiegherà la ragione di tale appellativo: Gesù è contrapposto all’uomo terreno, il cui spirito è “sepolto” nella materia.

Nel papiro frammentario di Ossirinco 654, si legge:

«Queste sono le parole pronunciate da Gesù il Vivente… e a Tommaso.

Disse loro: “Chiunque ascolterà queste parole, la morte non gusterà”.

Il termine «segreto» è evidentemente da intendere non riferito alle singole parole o frasi, dato che in esse non c’è nulla di segreto, ma all’interpretazione esoterica che va data loro.

2) L’apostolo che qui si presenta come autore dell’apocrifo è chiamato soltanto “Tommaso” in Mc. III 18; Mt. X 3; Lc. VI 15; Jo. XIV 5; Atti I 13. Ma assolutamente nulla vieta di pensare che il vero nome fosse «Giuda», come è sempre indicato anche da Efrem, da Taziano e dalla Didaché, in quanto «Tommaso» è un soprannome (in aramaico Töma significa: gemello).

Solo Giovanni in tre passi del suo Vangelo (Jo. XI 16; XX 24; XXI 2) dà il terzo nome:«Tommaso detto Didimo»; ma è una tautologia, perché anche Didimo significa “gemello”.

IL REGNO DEI CIELI E' DENTRO DI VOI
IL REGNO DEI CIELI E’ DENTRO DI VOI

UNA REALE PROSSIMITA’ TRA ORIENTE E OCCIDENTE

a cura di Maristella Tonello

“Troppo spesso si discorre di un’essenziale incomunicabilità dell’Oriente e dell’Occidente, di irreparabili divergenze e contrasti; ma chi esamini a fondo la cultura asiatica, a parte le naturali differenze e varietà e diverso modo di considerare l’uomo e la vita è di esprimere nell’arte o nel pensiero le proprie ansie ed aspettazioni, o nella filosofia e nelle religioni i propri problemi e le proprie intuizioni, vi troverà tuttavia la rifrangenza variamente colorata delle stesse cure e angoscie e speranze che hanno agitato, tormentato e illuminato il nostro cammino.”

(Giuseppe Tucci, Le Civiltà dell’Oriente, vol. I)

UNA REALE PROSSIMITA' TRA ORIENTE E OCCIDENTE
UNA REALE PROSSIMITA’ TRA ORIENTE E OCCIDENTE

LO SFORZO PER CAMBIARE

a cura dell’Associazione Internazionale SOL COSMICUS

“Non contare sulla morte per liberarti delle imperfezioni. Dopo la morte, rimani esattamente come prima. Niente cambia, semplicemente abbandoni il corpo. Se sei un ladro, un bugiardo o un imbroglione prima di morire, non diventerai un angelo per il semplice fatto che è morto. Se questo fosse possibile, allora tutti ce ne andremo da qui, ci getteremo in mare ora e ci trasformeremo immediatamente in Angeli! Quello che hai fatto ora è quello che sarà nell’aldilà… E quando tornerai in questa valle di lacrime, arriverai con le stesse caratteristiche, DIAVOLI-EGO e tutti i difetti psicologici. Per cambiare, dovrai fare uno sforzo, e questo mondo è il posto giusto per questo, siamo venuti per questo. “

PARAMAHANSA YOGANANDA

LO SFORZO PER CAMBIARE
LO SFORZO PER CAMBIARE

PER TUTTE LE DONNE CHE “NON TROVANO L’UOMO GIUSTO”

a cura di Il Bosco Femmina

Gli uomini “giusti” esistono.

Partiamo dunque con una buona notizia.

Notizia un po’ più difficile: dobbiamo renderci conto che molte di noi sono state completamente “disabituate” a lasciare entrare energia maschile pura. Perché?

• Perché il maschile naturale guida – e il “guidare” è stato accomunato al comandare, quindi se ne è persa la bellezza.

• Perché il maschile naturale risolve – e il “risolvere” i nostri problemi è stato letto come controllo o ricatto, e quindi rovinato.

• Perché il maschile naturale protegge – e la “protezione” è stata accomunata allo schiavizzare, e quindi dimenticata.

• Perché il maschile naturale pretende condivisione autentica e senza sconti – e la condivisione è stata fatta passare da mamme e nonne come invasione – dato che tante di loro hanno conosciuto solo quella.

• Perché il maschile naturale pretende lealtà – e a volte le donne preferiscono mantenere un cuscinetto di scuse, un margine di manipolazione, un freno segreto.

• Perché il maschile naturale spinge – e tante donne contemporanee hanno paura di perdere l’equilibrio costruitosi da sole.

• Perché il maschile naturale pretende di essere visto davvero – e ci vuole una donna centrata per guardare in faccia all’energia maschile pura, con tutta la sua forza e con tutte le sue potenzialità.

In tutti questi casi, gli “uomini giusti” non sono liberi di esprimersi.

Tantomeno di poter entrare nella tua energia.

Quindi, trovare “l’uomo giusto” non è una chimera, non è come vincere al Superenalotto o come ritrovare Atlantide.

È un’esperienza possibile, a patto che cambi il tuo modo di reagire a tutto ciò che del maschile vivi attraverso un filtro, o da dietro le mura di un castello inespugnabile – se non da te.

Dal libro: “L’ONDA E LA SPADA – Confronto tra i sessi – Comprensione e riflessioni tra femminile e maschile”:

PER TUTTE LE DONNE CHE “NON TROVANO L’UOMO GIUSTO”
PER TUTTE LE DONNE CHE “NON TROVANO L’UOMO GIUSTO”

CHI ERANO LE ESSENE?

a cura di Daniela Pin

Le donne iniziate chiamate l’Ordine dei Magdalene erano in realtà donne essene, somme sacerdoti e druidi che erano state addestrate in un tempio dedicato all’Isis e onorato alla dea.

Queste donne hanno imparato a onorare la dea attraverso i loro corpi.

Stavano imparando a stabilizzare la loro frequenza di energia, ancoraggio è stata la loro prima lezione.

Hanno imparato molti modi per collegare i loro corpi al corpo della Terra per fondersi nella loro materia ed etere, per comunicare con lui.

Grazie a questo potente ancoraggio, hanno saputo ripulire i loro corpi energetici, purificare ciò che poteva disordinare il loro campo, come contraddizioni o emozioni.

Questo lavoro di pulizia della loro energia ha permesso loro di stabilizzare il loro campo vibrazionale di base e un ancoraggio profondo ha permesso loro di esplorare stati superiori di coscienza.

Sono state anche addestrate nei santuari druidici (Avalon).

Hanno onorato i 5 elementi. Gli esercizi hanno insegnato loro a connettersi con questi elementi, a capire il loro posto e come si sono integrati con i loro stessi corpi.

Stavano anche imparando sul potere delle piante.

Hanno trovato il loro spirito, comunicando con loro e lavorando con il loro potere e la loro essenza per creare unguenti che possano curare le persone.

Queste donne sono state iniziate e hanno imparato a ricevere e incanalare la loro forza sessuale e stavano imparando a circolare e a dispiegare il potere femminile.

Kundalini era allora la medicina principale per equilibrare i corpi fisici.

Queste donne sono state l’incarnazione stessa della Divina Femminile, questo impulso che sentiamo oggi, di riconnetterci con il nostro potere interiore.

Gli iniziati scoprirono la loro sessualità in comunione con tutti gli esseri viventi in cambio tra cielo e terra.

Stavano imparando ad accogliere questa energia, a permettere che fluisca attraverso le loro reti energetiche e fisiche, a connettersi ad essa per la loro salute e progresso spirituale.

Questa energia era il pilastro del sacerdozio di Isis.

La sessualità è prima di tutto una relazione con il divino, con la terra e il cielo che si incontrano attraverso di loro per amarsi semplicemente.

Prendiamo l’esempio di Maria Magdalena, cresciuta e iniziata in uno di questi templi.

Si presume che sia stata inviata a questa comunità segreta intorno ai 12 anni.

Avrebbe ricevuto gli insegnamenti segreti dall’Egitto, l’alchimia di Horus e la magia sessuale del culto di Isis.

È stata scelta da Isis per essere una passeggera dell’anima, guaritrice, e possedere il potere di unguenti e profumi.

Anche lei era stata preparata a diventare la moglie di Yeshua “Gesù” affinché entrambi potessero stabilire l’equilibrio.

Essendo fiamme gemelle, ognuno di loro era riuscito a raggiungere questo equilibrio interiore e ora poteva incarnare questa coppia sacra e raggiungere livelli molto alti di coscienza attraverso la fusione della loro energia.

È arrivato il momento…

È ora di ricordare. Per trovare quella conoscenza che è dentro di noi.

È ora di annullare le credenze che abbiamo mantenuto per più di 2000 anni per continuare il cammino che è stato tracciato da queste persone.

Chi sono gli Esseni?

Gli Esseni erano una famiglia di anime che ha mantenuto viva la saggezza della Luce e l’amore sulla terra. Vengono da molti tempi.

La sua missione era ed è ancora quella di piantare amore sulla Terra, aiutare le persone a prendere pieno possesso delle loro abilità, recuperare il loro potere e toccare la loro essenza divina.

Yeshua era essenziale.

Era anche un bambino delle stelle. Marie, Anna e Marie-Madeleine erano esseni.

Anche loro erano figli di stelle, druidi, alte sacerdotesse.

Tutti facevano parte di una comunità esseniana e ognuno possedeva grandi poteri e aveva una missione specifica: mantenere la Luce sulla Terra.

Incarnare Amore e Luce nel loro essere per mostrare la strada e portare una nuova coscienza sulla Terra, quella dell’amore.

Gli Esseni sono infatti i veri fondatori dell’ecologia, dell’amore, del rispetto per la terra e della conservazione di tutte le specie in essa.

Loro sono le custode della bellezza dell’uomo.

Esse incarnano la divinità in una sola carne.

La sua missione: essere semi di luce sulla Terra affinché il Nuovo Mondo veda il giorno.

Gli Esseni si sono ricordati chi erano!

Erano in contatto con la loro essenza sacra e il potere creativo. Ecco perché la sua conoscenza è stata nascosta!

Oggi è difficile ottenere la storia completa e veritiera del suo passaggio terreno.

Il suo potere spaventò l’uomo del tempo che voleva mantenere il potere.

La chiesa ha fatto tutto il possibile per mettere a tacere questo potenziale, specialmente quando si tratta di emancipazione femminile.

La chiesa ha fatto di tutto perché Mary-Madeleine fosse percepita come una prostituta!

La chiesa voleva far credere che la donna è un essere impuro e che la passione sessuale tra uomo e donna è cattiva affinché le persone non possano avere accesso a questa sacra conoscenza e al ĺ potere che risiede dentro di loro.

Quanto a Yeshua “Gesù” si riferisce, è venuto sulla terra per portare illuminazione e conoscenza all’umanità.

La coscienza che aveva del suo Sé Superiore rimase intatta durante la sua incarnazione sulla terra; il velo dell’illusione assente e senza conoscere la ferita originale della separazione.

È grazie alla sua presenza con il suo Sé Superiore che ha potuto vedere la flessibilità delle leggi della materia e “comporre miracoli”.

Il motivo per cui la personalità di Gesù/Yeshua che viene sulla terra è stata creare un’apertura, un portale verso uno stato di coscienza diverso.

Volevo mostrare un esempio delle possibilità disponibili per ogni essere umano.

Quindi è stata una minaccia per l’ordine al governo durante la sua vita.

Grazie alle sue parole e semplicemente a ciò che irradiava, ha fatto sì che le strutture di potere vedessero ciò che erano realmente.

È stato insopportabile e inaccettabile per la gerarchia esistente!

Yeshua era davvero un pioniere ai suoi tempi. Per il suo arrivo sulla terra, è stato piantato un seme. Questo è stato il seme dell’energia di Cristo, amore incondizionato.

Le persone sono state toccate dalle loro parole e azioni e a livello dell’anima hanno riconosciuto questo stato di puro amore.

Nel profondo delle loro anime, un ricordo risvegliato. Qualcosa è stato toccato ed è questo ricordo che vuole vedere il giorno ora.

Il ricordo che siamo tutti esseri d’amore venuti sulla terra per incarnare la nostra Luce.

La donna sta attualmente sentendo l’impulso di trovare il suo potere creativo e incarnare il suo divino femminile e sperimentare la sessualità sacra.

L’uomo sente l’impulso di essere più concentrato sulle sue emozioni, di lasciare andare il controllo e incarnare il suo divino maschile, di essere un pilastro per la donna che poi potrà rivelare con certezza il suo grande potere creativo.

Tutti sentiamo la chiamata dell’Anima per trovare quell’equilibrio dentro di noi, per unirci per creare questo Nuovo Mondo sulla Terra, per mettere da parte la dualità per l’UNITÀ che è semplicemente uno stato di amore e grazia.

È ora di incarnare la nostra grandezza!

È arrivato il momento di ricordarci di noi.

È arrivato il momento di riconoscere e incarnare la nostra Luce!

CHI ERANO LE ESSENE?
CHI ERANO LE ESSENE?

LA NOTTE DI VALPURGA

a cura di Valentina Carnielli

Con il nome di «Walpurgisnacht» è conosciuta, nell’Europa centrale e settentrionale, l’orribile notte tra il 30 aprile e il 1° maggio, in cui si pensa che il mondo si capovolga, le forze maligne si scatenino e gli spiriti dei morti possano rifluire temporaneamente sulla Terra.

Allora il manto di tenebre viene rischiarato dai falò accesi e invocata l’intercessione di santa Valpurga per allontanare le streghe e gli spiriti impuri.

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La «Notte di Valpurga» di Gustav Meyrink è ambientata in una Praga più fantasmatica che irreale, in cui il passato si confonde con il presente, il sogno fluttua sulla superficie della realtà, prima di soverchiarla, e i personaggi non rimangono circoscritti entro i limiti, naturali e temporali apparenti.

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Praga, in quei giorni, viene agitata da eruzioni di ostilità popolari, favorite dalla predicazione di un nichilista russo.

Per Meyrink le convulsioni sociali sono effetti di suggestioni, di possessioni psichiche collettive, suscitate da «infezioni spirituali» trasmesse da elementi occulti.

A questa aggregazione di germi maligni che, insinuandosi nella vuotezza delle anime, ne sviluppano il parassitismo, Meyrink impone il nome di «aweysha».

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• tratto da «La Notte di Valpurga» di Gustav Meyrink – versione italiana di Julius Evola – Edizioni di Ar, 2017.

LA NOTTE DI VALPURGA
LA NOTTE DI VALPURGA