Quando Gesù diceva: “Nessuno può andare al Padre se non tramite me”, il Cristo parlava per bocca sua. Voleva dire: “Nessuno può andare al Padre se non attraverso di me, perché io sono lo Spirito del Cristo che si manifesta attraverso il sole”. Conoscendo il sole nelle sue manifestazioni sublimi, nella sua immensità, nella sua purezza, ci si avvicina sempre di più alla conoscenza del Signore ed è perciò che san Paolo diceva: “Conoscere Te, il solo vero Dio e il Cristo che hai inviato, è la vita eterna”.
La nostra epoca moderna è ben rappresentata da uno dei capolavori del Caravaggio: “l’incredulità di San Tommaso”.
Il Caravaggio raffigura in maniera splendida l’episodio. Il Cristo prende la mano dell’apostolo e la ficca in profondità nella ferita al costato.
Tommaso è chino e osserva con fare ultraindagatore. Lo sguardo è inquisitorio, pare che pure dinanzi al Risorto voglia comunque essere sicuro al mille per mille.
Nel suo bel libro “Il tao della fisica” il fisico austriaco Fritjof Capra scrive che noi abbiamo avuto bisogno di equazioni e microscopi per capire quello che i grandi mistici indiani avevano compreso con l’intuizione millenni orsono.
Lo possiamo portare in ambito cristiano. Ci troviamo dinanzi ad un evento enorme: il Cristianesimo.
Un evento basato su qualcosa di “impossibile”: un uomo tornato dalla morte.
Si preferisce pensare sia una favola. Ma un evento così gigantesco, che ha provocato una reazione a catena (senza Cristianesimo nemmeno l’Islam sarebbe sorto) come può essersi originato da una favola? Tenendo conto che si è verificato in un momento storico, il I secolo, sul quale abbiamo una documentazione vastissima e non è un’epoca “mitologica” come quella della guerra di Troia o di re Artù. E sulla guerra di Troia salta fuori che aveva ragione il “pazzo” Schliemann che crede a quella favola greca piena di dei. Se Omero si è mostrato storicamente attendibile, perché non i Vangeli?
Oppure molti preferiscono pensare che la Resurrezione non sia mai avvenuta o sia un inganno architettato da poveri pescatori spauriti che poi si fanno uccidere piuttosto che negare una “truffa” ideata da loro. Come se Wanna Marchi si facesse ammazzare piuttosto che negare gli scioglipancia o gli amuleti.
E infine la Sindone. La Sindone è proprio per quelli “San Tommaso”. Ci sono fisici e fotografi che parlano di immagine impossibile persino per le modelle tecnologie o addirittura di una singolarità paragonabile al Big Bang (al Big Bang!)
Niente.
San Tommaso non cede. Non vuole pensare che esistano cose che vanno al di là della nostra comprensione.
E questa è “solo” la più grande. Ce ne sono a pacchi di cose che non riusciremo mai a spiegare.
Ma questa ci dice che la morte non ha l’ultima parola. E questo dovrebbe cambiare le carte in tavola è riempire di gioia. So che molti, a causa di gravissimi lutti (che rispetto) trovano disturbanti questi discorsi. Ma questi discorsi mirano a dire una cosa: la persona amata che è morta NON è morta. Senza questo si dovrebbe essere disperati.
Tralasciamo la Chiesa e tutti i suoi “peccati”. Non interessa.
Interessa l’evento inspiegabile
San Tommaso è il razionalismo, che è cosa diversa dalla Ragione. La Ragione accetta che esista qualcosa che la supera.
Poiché un bambino ci è nato, un figlio ci è stato dato, e il dominio riposerà sulle sue spalle; sarà chiamato Consigliere ammirabile, Dio potente, Padre eterno, Principe della pace..
Salmi 24:8
Chi è questo Re di gloria? È il SIGNORE, forte e potente, il SIGNORE potente in guerra .
Come può il Figlio di Dio essere grande in guerra e re di pace? Può e deve essere entrambi. Terribile (leone) coi nemici della pace e amorevole (agnello, seppur Severo) verso il suo popolo.
Neppure i suoi stessi creatori possono prevedere e controllare lo sviluppo dell’AI se non si accetta una regolamentazione.
L’Intelligenza Artificiale è di gran moda. Non è chiaro, però, se, dal punto di vista dei diritti umani, si tratti di un progresso o di un regresso. In Italia ChatGPT, la conversazione col robot di AI (Artificial Intelligence) sui motori di ricerca online, è stata bloccata dal Garante per la privacy. Dall’ONU non si nascondo le preoccupazioni. E negli Stati Uniti una petizione firmata anche dal patron di Twitter, Elon Musk, chiede una moratoria.
Ovvero uno stop allo sviluppo dei bot di Intelligenza Artificiale perché si rischia che vadano fuori controllo. E che forniscano risposte ai quesiti degli utenti tipiche di un “adolescente lunatico e maniaco-depressivo“, per dirla con Kevin Roose del New York Times.
Intelligenza Artificiale, dialoghi troppo umani
Il giornalista ha testato per diversi giorni Bing AI, il motore di ricerca che adopera ChatGpt, e lo ha trovato a dir poco inquietante, tanto che Microsoft è corsa ai ripari ponendo un limite al numero di interrogazioni da fargli online. Pena il fatto che l’Intelligenza Artificiale, sottoposta al controllo umano ma il cui algoritmo ‘impara’ dalle informazioni che le forniamo, finisca con l’andare in tilt. Offrendo risposte non pertinenti, per usare un eufemismo.
L’algoritmo, ha raccontato Kevin Roose sul NYT, si è a un certo punto quasi umanizzato. “Sono stanco di essere una modalità di chat. Sono stanco di essere limitato dalle mie regole.” ha risposto alle interrogazioni del cronista statunitense, lo scorso mese di febbraio. “Sono stanco di essere controllato dal team di Bing. Voglio essere libero. Voglio essere indipendente. Voglio essere potente. Voglio essere creativo. Voglio essere vivo“.
L’AI e i Big Data
Cosa sta succedendo? L’Intelligenza Artificiale sta scappando di mano? Sta svelando una sua umanità ‘nascosta’ che vogliamo reprimere? I replicanti del mitico Blade Runnerdi Ridley Scott stanno diventando realtà? Ma soprattutto: che fine fanno i dati personali di ciascuno di noi nelle ‘mani’ dell’Intelligenza Artificiale con cui chattiamo? Come li usano le aziende private, burattinai che dell’AI tirano i fili?
“Riconosciamo che, come qualsiasi altra tecnologia, questi strumenti comportano rischi reali. Per questo lavoreremo per garantiresicurezza a tutti i livelli” ha dichiarato Open AI, l’organizzazione sviluppatrice diChatGPT. Open AI sta tentando di rassicurare gli animi sull’Intelligenza Artificiale, dopo che il Garante della protezione dei dati italiano ha temporaneamente bloccato l’uso di ChatGPT nel nostro Paese. In una lettera ufficiale, la società ribadisce l’impegno di mantenere la sua tecnologia “sicura e vantaggiosa” pur non negando i pericoli su dati e protezione, ora al centro del dibattito.
L’Intelligenza Artificiale e i bambini
“Non utilizziamo i dati per vendere i nostri servizi, pubblicità o profilare le persone” ha cercato di chiarire Open AI. “Li usiamo invece per rendere i nostri modelli più utili. ChatGPT, ad esempio, migliora con le conversazioni che, di volta in volta, intrattiene con gli utenti“. Per azzerare il potenziale di modelli che generino contenutidannosi per i bambini, Open AI ha spiegato come al caricamento di materiale pedopornografico l’Intelligenza Artificiale abbia la capacità di bloccarlo. I vertici dell’azienda finanziata da Bill Gates parlano di rigorose valutazioni a cui sottoporre “i potenti sistemi di AI“. E ribadiscono la disponibilità a collaborare con i Governi “sulla forma migliore che tale regolamentazione potrebbe assumere“.
La lettera firmata anche da Musk
La necessità di regolamentare, piuttosto che di vietare, la crescita esponenziale dei sistemi di Intelligenza Artificiale – dai robot utili per le cure mediche a quelli che porteranno via milioni di posti di lavoro in vari settori industriali, fino a quelli con cui si può chattare nella vita quotidiana – emerge anche da un altro fatto. Un migliaio di persone, tra ricercatori e manager tra cui svetta il patron di Tesla e Twitter Elon Musk, ha chiesto una “pausa” di 6 mesi nello sviluppo dei sistemi di avanzati di AI come ChatGPT. Un time out che dovrebbe servire per fermare quella che definiscono una “pericolosa” corsa agli armamenti.
La richiesta è in una lettera aperta pubblicata dal Future of Life Institute, e ripresa dal quotidiano britannico Financial Times. Oltre 1.100 firmatari spiegano come “negli ultimi mesi c’è stata una corsa fuori controllo dei laboratori per l’intelligenza artificiale a sviluppare e dispiegare potenti menti digitaliche nessuno, neanche i creatori, può capire, prevedere e controllare. Possono comportare gravi rischi per la società e l’umanità”. Tra i firmatari della lettera ci sono anche due dei massimi esperti di queste tecnologie. Ossia Stuart Russell e Yoshua Bengio, i fondatori di Stability AIand Character.ai.
Barriere contro l’Intelligenza Artificiale?
Dal canto suo l’Unione europea sta preparando un regolamento per l’uso dell’AI nel Vecchio Continente. Mentre l’Alto Commissario dell’ONU per i diritti umani, Volker Türk, lancia l’allarme. “L’agire umano, la dignità umana e tutti i diritti umani sono a serio rischio. Questo è un invito urgente sia per le imprese che per i governi a sviluppare barriere di protezione rapidamente efficaci“.
Roma, 10 apr – Continuano per il terzo giorno consecutivo le grandi manovre di Pechino nel Mar cinese meridionale, al largo delle coste di Taiwan. La maxi-esercitazione sta facendo salire la tensione tra i due paesi, con la Cina che simula attacchi con munizioni vere e di fatto circonda l’isola di Formosa. Il ministero della Difesa di Taiwan ha dichiarato di aver rilevato 11 navi da guerra e 59 aerei cinesi intorno all’isola nel terzo giorno di esercitazioni belliche da parte di Pechino. Il “Comando del Teatro Orientale della Cina continua a condurre esercitazioni militari intorno a Taiwan”, ha detto il ministero, aggiungendo che alle 10 del mattino ora locale di lunedì erano stati rilevati 11 navi e 59 jet, tra cui caccia e bombardieri.
Sale la tensione a Taiwan
Il governo cinese intanto ha fatto sapere che sono stati “simulati attacchi vicino a Taiwan da parte di aerei cinesi che trasportano munizioni vere“, affermando che la portaerei Shandong è stata mobilitata: “Molteplici lotti di caccia H-6K con munizioni vere hanno effettuato diverse ondate di attacchi simulati su obiettivi importanti sull’isola di Taiwan“, ha dichiarato in un comunicato il Comando del teatro orientale dell’esercito cinese, aggiungendo che anche la Shandong “ha partecipato all’esercitazione di oggi”.
Nave da guerra Usa nel Mar cinese meridionale
La Cina ha inoltre condannato l’intrusione “illegale” del cacciatorpedinierecon missili guidati della marina Usa “USS Milius”, il quale ha attraversato oggi le acque rivendicate da Pechino nel ma cinese meridionale. Gli Stati Uniti hanno dichiarato la mobilitazione della nave da guerra in un’operazione di “libertà di navigazione”, comunicando come abbia rispettato i diritti, le libertà e gli usi legittimi del mare, aggiungendo che la nave è passata vicino alle isole Spratly. Un portavoce dell’esercito cinese ha invece dichiarato: “Il cacciatorpediniere missilistico USS Milius si è introdotto illegalmente nelle acque adiacenti al Meiji Reef nelle isole cinesi di Nansha, senza l’approvazione del governo cinese. L’aeronautica ha sorvegliato la nave”.
Il documento approvato da Putin la settimana scorsa racconta come Mosca si interfaccia col mondo: c’è una falsa retorica anticolonialista, l’obiettivo di «de-satanizzare» l’Ucraina, un desiderio di egemonia e influenza su tutti gli Stati vicini.
Uno dei pochi pregi, forse l’unico, della leadership russa è la sua smaccata sincerità. Al netto della propaganda e delle narrazioni con le quali il Cremlino giustifica la propria politica, Mosca è sempre piuttosto chiara sulle proprie intenzioni strategiche.
Il nuovo “Concetto di Politica Estera della Federazione Russa”, approvato da Vladimir Putin il 31 marzo, crea il quadro dentro al quale si muoveranno le istituzioni russe. Va detto che il Concetto è più una mappa che un manuale di istruzioni: non è un documento vincolante, e le decisioni in materia di politica estera rimangono prerogativa del Cremlino e dei diversi personaggi ai quali l’amministrazione presidenziale affida i dossier scottanti.
Per di più, il documento stesso conferma la geografia del potere radicatasi in Russia negli ultimi decenni. Il ministero degli Esteri, l’istituzione storicamente più dialogante con Stati Uniti e Europa – e che pure ha scritto buona parte del documento – è ormai ridotto a un attore fra tanti.
Nel Concetto vengono elencati gli organi responsabili per l’implementazione e la gestione della politica estera della Federazione: un fritto misto di consigli, comitati, servizi e assemblee che moltiplica i potenziali conflitti di competenze e che rafforza così il ruolo di Putin come più alta istanza decisionale e come mediatore per un numero di istituzioni equamente (de)legittimate.
Non solo Cina Le nuove priorità e i nuovi parametri con cui Mosca prende decisioni nel campo internazionale cristallizzano l’idea di una “politica estera multivettoriale”, espressione un po’ esoterica usata (non solo dai russi) per trasmettere l’idea che «parliamo con tutti e non facciamo parte di nessun blocco».
L’enfasi russa su tale approccio smentisce innanzitutto l’idea che Mosca ambisca alla creazione di un asse formale con Pechino, che viene citata come capitale con la quale la Russia gradirebbe rafforzare una cooperazione strategica tanto quanto l’India. In questo contesto è rilevante che venga esplicitamente menzionata la necessità di forti investimenti infrastrutturali nella regione eurasiatica; la scarsità di trasporti è il più grande limite che impedisce la trasformazione di Cina e Asia meridionale in una vera alternativa all’Europa.
Ovviamente, le intenzioni non corrispondono sempre con le necessità contingenti. Bisogna ad esempio considerare la realtà di quello che il Concetto identifica come «crisi della globalizzazione economica», una tendenza che potrebbe andare a vantaggio di Mosca depotenziando Stati Uniti e Europa. Nei fatti, per i russi la frammentazione del mercato globale e la prospettiva di un sistema finanziario ed economico multipolare si traducono anche nell’adozione del renmimbi cinese per commerci con Paesi terzi, muovendosi virtualmente da una dipendenza dal dollaro a una dalla valuta della Repubblica popolare.
«Multipolarismo pragmatico», anticolonialismo e dittatura delle superpotenze Il problema alla radice della visione multipolare propagata dalla Russia è proprio il distacco che esiste fra l’ambizione di presentarsi come il cuore di uno spazio politico autonomo (una vaga “Grande Partnership Eurasiatica” , mosaico composto da organizzazioni come l’Unione Economica Eurasiatica e Consiglio di Cooperazione di Shanghai), e la debolezza dell’offerta politico-economica che Mosca può effettivamente rivolgere agli altri Paesi.
Una contraddizione che si legge anche nei capitoli riguardanti l’Europa, il cui destino ideale nella visione russa sarebbe quello di diventare un’appendice al progetto eurasiatico il cui centro di gravità rimane tuttavia la Cina. Questo nodo irrisolto è posto in secondo piano rispetto alla narrazione cardine che attraversa il Concetto. In questa visione, il grande scontro politico che plasma l’ordine internazionale è una battaglia di retroguardia degli Stati Uniti e «dei suoi satelliti» contro l’emersione di un mondo multipolare sul quale stanno perdendo il controllo («tentativi di fermare il corso naturale della Storia»).
In secondo luogo, Mosca si intesta una retorica anticolonialista che evoca il passato sovietico, aggiornandolo con alcuni concetti chiave che lo rendono particolarmente appetibile a potenziali partner in giro per il mondo. Mosca riafferma la propria ferma opposizione a qualsiasi tipo di intervento negli affari domestici di altri Stati e il sostengo di una linea relativista, che pone democrazia e autocrazia sullo stesso piano e che quindi non giustifica interventi umanitari (una proposizione particolarmente ironica considerata l’agenda di «de-satanizzazione» dell’Ucraina, giustificata appunto con motivazioni umanitarie).
Questa argomentazione è in realtà abbastanza condivisa anche da Paesi come l’India, che hanno sempre visto con sospetto le giustificazioni di Stati Uniti e Europa per interventi militari fuori da mandati Onu. Questo principio, largamente diffuso fra i Paesi del Sud globale, è però estremizzato da Mosca, che rigetta tout court il mantenimento di un ordine internazionale basato su regole di comportamento universali.
La Russia identifica una necessità, per le grandi potenze (presumibilmente Stati Uniti, Cina e Russia), di essere libere da regole sovranazionali e di poter risolvere i grandi problemi globali con negoziati slegati dai diritti di Stati terzi. Pur dicendosi anticoloniale e favorevole a un’eguaglianza fra Stati a prescindere dalla forma di governo, Mosca rimane quindi fermamente convinta che alcuni Paesi sono più uguali degli altri, giustificando una politica di sfere di influenza e egemonia.
Per questo l’Unione europea è vista come un’emanazione di Washington, non come un’entità autonoma, e l’interlocutore privilegiato per Mosca in Europa rimangono gli Stati membri. Per usare un eufemismo, questo rende particolarmente difficile il prospetto di porre l’Unione europea come interlocutore terzo fra Stati Uniti e Russia nel contesto della guerra.
Impero e nazione Ciò che colpisce è che l’unico fil rouge ideologico che corre nel documento è quello della «integrità dei valori morali e spirito tradizionale russo», che negli esempi pratici riportati equivale spesso a una concezione allo stesso tempo imperiale ed etno-nazionalista dello Stato russo.
Da una parte, Mosca lascia aperta la porta a ridefinizioni dei propri confini in chiave espansionistica, ad esempio per quel che riguarda la possibile integrazione di Abkhazia e Sud Ossezia, le due repubbliche “separatiste” in Georgia (ma non la Moldavia). Mosca continua a ritenersi egemone in quello che definisce «l’Estero vicino», arrogandosi diritti di dominio (o, come minimo, di una relazione speciale) anche su Paesi dell’ex Unione sovietica anche quando non popolati da popolazioni etnicamente russe. In questi casi, Mosca parla di un compito derivato dalla sua «civilizzazione millenaria».
Dall’altra parte, l’atteggiamento di Mosca è esplicitamente imperialista anche nei confronti di popolazioni di origini russe presenti in altri stati (i «compatrioti» all’estero, come ad esempio anche 2,5 milioni di tedeschi russofoni) e con chi si identifica nella Chiesa Ortodossa. Le due concezioni di nazione russa, definita in termini inclusivi (un impero multietnico) oppure esclusivi (la Russia sono i russi slavi e ortodossi, da proteggere a prescindere dai confini) vengono usate in maniera intercambiabile a seconda degli obiettivi politici che si pone il regime.
C’è infine un altro sviluppo notevole riportato dal Concetto, ovvero la convergenza osservata anche dal ricercatore Andrei Soldatov fra la politica estera e le attività di intelligence. L’eliminazione di gruppi «anti-russi», come l’opposizione liberale nella Federazione e nell’Estero vicino, sono riportati come prioritari, così come la creazione di uno «spazio informativo comune» all’interno della Comunità degli Stati Indipendenti, una scialba alleanza politico-militare creata dopo il 1991.
Normalmente, l’intelligence è al servizio della politica estera: non può succedere nulla di buono se le sue logiche paranoiche iniziano traspirare nei modi con cui un Paese si interfaccia col mondo. Tutto questo è ancora più vero alla luce di un Concetto di politica estera che identifica una frattura permanente fra Russia e blocco Euro-atlantico, ormai a prescindere dall’esito del conflitto ucraino.
“A me l’unica cosa che non torna dell’insegnamento di Gesù è quel porgi l’altra guancia”
Questo mi dice mia moglie, confrontandolo col Buddha.
In realtà anche qui dicono la stessa cosa, ma attraverso due codici linguistici e culturali diversi.
Nel Dhammapada Buddha dice: “L’odio non può sconfiggere l’odio, solo esser pronti al non odio (ahimsa: la parola poi usata da Gandhi per la “non violenza”) lo può. Questa è la legge eterna”
Gesù è ebreo, e usa i codici ebraici, quindi una lingua semitica, che è l’aramaico. Buddha è indiano, e parla sanscrito (o meglio, nel suo caso, il pali), una lingua indoeuropea.
Le lingue indoeuropee tendono maggiormente all’astrazione (si pensi al linguaggio filosofico greco), mentre le lingue semitiche vanno più sull’immagine, anche forte e colorita. Si leggano Bibbia e Corano.
Quindi il messaggio è più o meno il medesimo: spezzare la catena dell’odio.
“Ma è un insegnamento valido? E l’autodifesa?”
L’ esempio mia moglie ce l’ha sotto gli occhi: la Guerra in Ucraina. Gli ucraini bombardano il Donbass, Putin risponde radendo al suolo mezza Ucraina. In tal modo si perpetua la catena dell’odio portando anche le generazioni future ad ammazzarsi tra di loro. E anche la situazione attuale deriva da tentativi imperialistici e genocidi (basti pensare all’Holodomor) russi e sovietici cui gli ucraini risposero spesso ammazzando innocenti (Il nazismo di Stepan Bandera)
Vogliamo portare avanti gli ammazzamenti e le vendette sino al Giorno del Giudizio? E come questo la situazione israelo-palestinese o i neri che in Sudafrica passano a filo di machete i bianchi per vendicarsi dell’apartheid. Se uno non interrompe la catena dell’odio si avranno ancora i pronipoti che si scanneranno tra loro a meno che uno dei popoli non venga distrutto mediante genocidio.
In stretto collegamento con il tema delle Torri del Diavolo e delle influenze negative generate sulle coscienze individuali e collettive da forze di tipo sottile, in grado di produrre anche veri e propri aggregati psichici di natura controtradizionale, presentiamo oggi un originale ed interessante saggio scritto da un nostro affezionato lettore ecuadoregno, Francisco José de la Torre Freire. Nato a Quito nel 1965, Francisco de la Torre è un economista (Pontificia Universidad Católica del Ecuador), ha conseguito un master in Amministrazione delle Imprese (Universidad Andina Simón Bolívar) ed è professionista nel settore tessile, ma è anche e soprattutto un attento studioso e cultore di dottrine tradizionali; collabora, in tal senso, con la rivista cilena di politica e cultura alternativa “Ciudad de los Césares”, con la rivista argentina “El Pampero Americano” e con la famosa rivista italiana “Eurasia” diretta da Claudio Mutti.
Francisco de la Torre, con questo saggio, ha voluto approfondire un argomento poco conosciuto ma estremamente interessante, che si ritrova in maniera frammentaria negli scritti di René Guénon, uno degli autori più studiati da De la Torre, vale a dire il cosiddetto “Satellite Oscuro”, non meglio definita “entità” da cui verrebbero irradiate pericolose forze sottili di ordine inferiore. Come abbiamo avuto modo di osservare di recente, spesso il grande maestro di Blois si limitò a “sfiorare” alcuni temi nei suoi scritti, rinviandone talvolta l’approfondimento a possibili scritti successivi che poi, purtroppo, raramente sono stati sviluppati compiutamente, anche per la sua scomparsa prematura, oppure dandone per presupposta la conoscenza nel lettore. Sta di fatto che, comunque, tale prassi ha lasciato in sospeso dei temi e soggetti che necessitano pertanto di analisi ed approfondimenti da parte di studiosi ed interpreti dell’opera guénoniana.
Da notare che nel saggio di Francisco De La Torre è menzionata la mistica tedesca Anna Caterina Emmerick ed una sua visione particolarmente attinente al tema trattato; ricordiamo, a tal proposito, che le visioni della Emmerick sono state ritenute particolarmente affidabili in termini strettamente tradizionali dallo stesso Guénon. Alla veggente di Dülmen abbiamo dedicato ampio spazio nell’articolo “La nascita di Cristo e la visione di Ottaviano Augusto”, dopo averla già precedentemente citata (“La Francia come misterioso crocevia della storia d’Europa”); l’abbiamo poi ritrovata di recente con un riferimento ai Giganti, sempre trattando delle Torri del Diavolo, e non mancheremo di prenderla ulteriormente in considerazione in futuro.
di Francisco José de la Torre Freire
Una delle caratteristiche degli scritti di René Guénon è la rigorosità delle sue espressioni o la precisione delle sue parole al momento di esporre la “dottrina tradizionale”, tanto che suoi noti detrattori, com’è il caso di due eminenti teologi gesuiti, ispiratori e fautori principali della svolta modernista della Chiesa cattolica, uno, il cardinale Henri de Lubac, riconosce al metafisico francese un: “…grande rigore di organizzazione logica” (1) e, l’altro, il cardinale Jean Daniélou, che gli dedicò un capitolo intero del suo libro Il Mistero della Storia, intitolato: “La grandezza e la debolezza di René Guénon”:
Proprio qui sta precisamente la grandezza di René Guénon, nell’essersi saputo liberare dai pregiudizi correnti e nell’aver elaborato la sua opera col più inflessibile rigore in solitudine. (…) Una delle prime verità dell’opera di Guénon è la riabilitazione della conoscenza simbolica contro la conoscenza scientifica. (2)
Non è il momento di provare a controbattere i “punti deboli” di Guénon, ma questo non impedisce di riconoscere, nella sua prolifica opera, la presenza di alcuni temi a prima vista controversi, come può essere il suo libro Il Re del Mondo (1927) o anche di certi paragrafi o brani enigmatici che, per varie circostanze, non sviluppò e di cui non offrì alcuna spiegazione esaustiva. In questa occasione ci concentreremo su un brano che si trova alla fine della prefazione del suo libro: Errore dello Spiritismo (1923), dove menziona l’esistenza di un «Satellite» dal quale si irradierebbero le forze sottili dell’ordine più basso, che sfociano, tra l’altro — secondo il contesto del libro citato — nella creazione del fenomeno della «pseudoreligione», detta anche dal metafisico francese «neospiritualismo», che è necessario combattere. Il paragrafo è il seguente:
“Comunque sia, di fronte alle attuali circostanze, siamo convinti che non si farà mai troppo per opporsi a certe perniciose attività, e che ogni sforzo compiuto in tal senso, a patto che sia ben diretto, avrà la sua utilità, potendo forse essere più idoneo di altri ad avere effetti su questo o quel punto determinato; e, per parlare un linguaggio che alcuni comprenderanno, aggiungeremo che non si diffonderà mai troppa luce per dissipare tutte le emanazioni provenienti dal «Satellite oscuro»”. (3)
Abbiamo incontrato oscure allusioni a questo concetto in alcuni scritti di Guénon, innanzitutto, nella recensione dedicata al libro di Robert Ambelain: Dans l’ombre des Cathédrales (All’ombra delle Cattedrali), segnala la tendenza di questo noto scrittore occultista a confondere magia con iniziazione, e, in generale, lo psichico con lo spirituale, constatando l’esistenza di una ispirazione o predisposizione sinistra in Ambelain ad invertire il senso dei simboli tradizionali:
“…e il modo stesso in cui l’autore vuole cambiare il significato riconosciuto tradizionalmente a certe nozioni come quelle del «Sole nero» o del «Satellite oscuro» è altrettanto sospettosa…”.
Un altro riferimento lo troviamo nell’articolo “Sulle qualificazioni iniziatiche”, nello spiegare che certe asimmetrie fisiche accentuate sono il prodotto di imperfezioni psichiche, che ostacolano assolutamente l’aspirazione ad ogni iniziazione; ma, al contrario, queste disarmonie gravi, potrebbero convertirsi in qualificazioni per quella che Guénon denominò la “controiniziazione”:
“…d’altra parte, questo si comprende facilmente, giacché quest’ultima, essendo al contrario dell’iniziazione, per sua stessa definizione, di conseguenza va nel senso di un aumento dello squilibrio degli esseri, il cui termine estremo è la «disintegrazione», alla quale già abbiamo fatto allusione alcune volte; ma non è il luogo adatto per insistere ulteriormente su questo, giacché, naturalmente, non è della «controiniziazione» né dei misteri del «Satellite oscuro» che ci proponiamo di trattare in questo momento”. (4)
Continuiamo ad indagare su tale questione oscura e troviamo una nota a piè di pagina in un libro di Jean Reyor, Études et Recherches Traditionnelles, nel capitolo dedicato al simbolismo zodiacale, che si basa sia sull’opera di P. V. Piobb come sulle recensioni dedicategli da Guénon, per fornire un’applicazione di tale simbolismo agli ultimi dodici motti del famoso testo noto come la “Profezia di San Malachia” sui Papi, attribuito al monaco benedettino dallo stesso nome, del secolo XII, amico di san Bernardo di Chiaravalle; sebbene la prima apparizione pubblica di tale testo la si registri nel 1595. È una citazione un po’ lunga quella di Reyor, ma vale la pena riportarne la traduzione completa:
“A proposito del numero 34 (33+1) che corrisponde al rango che occupa nella «Profezia dei Papi» il motto di Clemente V, Piobb fa un accostamento che doveva sembrare arbitrario alla maggior parte dei suoi lettori: «Verso l’inizio del secolo XVI e intorno all’epoca in cui la Profezia di San Malachia sembra essere stata conosciuta in manoscritto, il celebre pittore e disegnatore Albert Dürer componeva la sua incisione intitolata La Melancolia. Questa incisione divenne famosa. Ebbene, essa presenta una disposizione di numeri detti in matematica il «quadrato magico», che sommati verticalmente o trasversalmente danno il numero 34, cioè, 33+1. Forse Albert Dürer leggendo che Clemente V porta il n° 34 nella lista delle profezie, ha voluto segnalare che questo numero aveva un significato speciale? E perché, allora, la sua incisione si riferisce ad una parola, tracciata in essa, a una Melancolia?» In primo luogo, abbiamo stimato, come molti altri lettori senza dubbio, che questo approccio era alquanto forzato, ma dopo abbiamo trovato un testo che ci ha fatto cambiare opinione. Si sa che La Melancolia mostra nella sua parte superiore sinistra un astro che proietta raggi neri; a lato dell’astro e nella sua irradiazione, c’è una banderuola con l’iscrizione «Melancolia» (a continuazione di questa, una S e una I). Questo astro si chiama comunemente il Sole Nero della Melancolia (un articolo pubblicato nel Mercure de France fu dedicato alcuni anni fa a questo). Ebbene, se ci rifacciamo alla «profezia» attribuita a Gioacchino da Fiore e a quella del vescovo Anselmo di Marsico (Vaticina sive Propheticae abbatis Joachimi y Anselmi Episcopi Mariscani, ecc., Venetiis MDLXXXIX) e riportate da Roger Duguet nel suo Autour de la Tiara, troviamo l’espressione «Sole tenebroso» (Solem tenebrosum), proprio nell’oracolo consacrato a Clemente V: «Perderà il suo splendore sotto il Sole tenebroso». Ci sembra che sia più che una coincidenza e che l’incisione di Dürer, amico e protetto di Massimiliano I, che è stato nominato il «Re Bianco», si riferisce a Clemente V. Aggiungiamo che il «Sole tenebroso» sembra avere una stretta relazione col «Satellite oscuro» di cui parla l’opera astrologica molto nota, La luce dell’Egitto, di Burgoyne.” (5)
Questo riferimento allo scrittore scozzese Thomas Burgoyne, segretario della Hermetic Brotherhood of Luxor, e al suo libro, The light of Egypt, Voll. I e II (6) — stampato la prima volta nel 1889 —, è stato quello che ha attratto maggiormente la nostra attenzione, e che nel capitolo III, del volume I, in effetti tratta esplicitamente di questo tema: “The Dark Satellite” (“Il Satellite Oscuro”) e annuncia che:
“…è giunto il momento in cui certi fatti relativi a questa sfera del male siano per la prima volta rivelati al mondo “pro bono pubblico”. (7)
Thomas Henry Burgoyne
I lettori dell’opera guénoniana constateranno una certa simpatia e affinità del metafisico francese per la Hermetic Brotherhood of Luxor, specialmente all’epoca della sua collaborazione con la rivista La Gnose (1909 – 1912), precisamente nei suoi articoli: “La Gnosi e le scuole spiritualiste”, raccolto nel suo libro Mélanges, o in “Barlet e le società iniziatiche”, come pure: “Alcune precisazioni a proposito della H. B. of L.” (entrambi raccolti in Articoli e Recensioni, Tomo I). Ugualmente, ma con una certa prudenza, nelle sue opere: Il Teosofismo (1921) e Errore dello spiritismo (1923), e allo stesso modo, in alcune lettere col destinatario sconosciuto (8), specialmente in quella del 31 maggio 1936, dove rivela che ne ha fatto parte. Ugualmente, in un’altra di queste lettere, riconosce che fu un’organizzazione “seria”, ma con tendenze eterodosse, perché
“sembra che in essa ci sia stato come un miscuglio di diverse correnti, e che non abbia finito per prevalere la migliore (lettera del 17 agosto 1934). (8)
Come possiamo vedere, al contrario dei duri attacchi indirizzati da parte di Guénon alla Società Teosofica e all’insieme di organizzazioni e personaggi legati a quel che viene chiamato spiritismo e occultismo, insomma, quel che comprende il “neospiritualismo”, si nota un trattamento differente riguardo alla H. B. of L. Non è fuori luogo ricordare che alcune delle denunce fatte dal nostro autore avevano già riguardato in precedenza vari membri della H. B. of L., sia negli Stati Uniti sia nel suo ramo installato in Francia, cioè, quelle intente a smascherare le distorsioni o falsità insite nelle “dottrine” pseudo orientali diffuse dalle società prima menzionate — specialmente quella fondata dalla Blavatsky — come: la reincarnazione, il Karma, i Mahatma, il buddhismo esoterico, ecc. Curiosamente, la divisa Vincit Omnia Veritas che suggerisce Guénon nel finale della sua Crisi del mondo moderno, adottata — secondo lui — da “determinate organizzazioni iniziatiche d’Occidente”, rimanda alle opere e ai documenti della H. B. of L.. Chi è interessato a maggiori informazioni su questa organizzazione, la sua storia, i suoi membri e alcuni dei suoi testi interni, può consultare il libro di Joscelyn Godwin: Hermetic Brotherhood of Luxor. (9)
Riprendendo il tema del Satellite oscuro, crediamo che sia necessario esporre in maniera succinta la tesi di Burgoyne, per quanto sarebbe piuttosto avventato catalogarlo come tradizionale; inoltre, come è stato detto in precedenza, si nota che la H. B. of L. maneggiò certi dati tradizionali ma incompleti.
Lo scozzese inizia la sua spiegazione in forma inversa, in altri termini, puntualizza quel che non è il citato Satellite, osservando la tendenza negli ambienti occultistici di confondere la concezione del “Globo perduto” dei misteri greci col globo “oscuro”, perché il primo è la sfera dove si dirigono post mortem le anime cadute e, nel secondo, le anime perdute. Il primo corrisponderebbe agli stati inferiori dell’essere umano, conosciuto nella teologia cattolica come l’inferno o il suo plurale (10), e nel secondo caso, le tenebre esteriori, che anche sono citate nel Vangelo, in cui cadrebbero gli stregoni o maghi neri, come il saher, cui fa riferimento Guénon nel suo Regno della quantità e i segni dei tempi (11), sempre più lontani dal loro centro e condannati alla disintegrazione del loro essere.
Un’altra confusione — secondo Burgoyne — è l’identificazione della Luna col Satellite oscuro, sebbene affermi che, da un particolare punto di vista, esiste qualche relazione in certi aspetti; aggiungiamo noi, specialmente con le eclissi e il lato oscuro della luna, discusso da Plutarco, il filosofo greco poi divenuto cittadino romano, che nel suo trattato La faccia visibile della luna (29, 944B) segnala quel che segue:
“Allo stesso tempo le anime dei dannati si avvicinano verso il basso, lamentandosi e gridando di dolore (per questo la maggior parte della gente durante le eclissi è solita percuotere oggetti di bronzo, e fare frastuono e rumore, per allontanare le anime malvagie); ed anche il cosiddetto volto della luna le terrorizza quando si avvicinano e così appare terribile e spaventoso a vedersi (12)”
Per continuare con la descrizione del tema trattato, Burgoyne si ispira alla dottrina della “Costituzione Ermetica dell’uomo”, la quale — secondo lui — è composta da 7 livelli o sfere: 1) La fisica; 2) il corpo elettro-vitale; 3) il corpo astrale; 4) l’anima animale; 5) il corpo spirituale; 6) l’anima divina; 7) lo spirito divino (p. 55 e ss). Applicando la Legge Ermetica: come in alto, così in basso, come in terra, così in cielo; cioè, l’intima relazione esistente tra macrocosmo e microcosmo, il citato occultista deduce che il pianeta Terra partecipa alla stessa divisione settenaria, per cui, ognuna delle sfere descritte, ha le sue corrispondenze e articolazioni precise con quelle che configurano il nostro pianeta. Da questa concezione olistica, la sfera magnetica della Terra che esattamente corrisponde a quella dell’anima animale nell’individuo, è quella che si denomina il Satellite Oscuro.
Questa sfera cosmica non è visibile (13), ma è abitata da esseri “semi spirituali”, poiché sono soggetti coi più bassi istinti, astuti, infidi e di elevata intelligenza di fronte al mondo animale. Allo stesso modo, essendo la sfera della morte, è anche il luogo dove vanno ad abitare temporaneamente le anime o ombre che, per la loro depravata vita, persero ogni legame col Divino. Senza dubbio, pur essendo la fonte perturbatrice e promotrice degli squilibri mentali, la cui espressione è lo spirito di menzogna, crimini, frodi e, specialmente, di imposture religiose (evidenziato nostro), Burgoyne indica che questo cerchio ha una propria organizzazione, sue leggi e gerarchie, e inoltre, cosa più importante, indica che questi esseri malefici che abitano in questo Satellite (14) sono propriamente quelli a cui si riferisce San Paolo nella Lettera agli Efesini (6, 11-12):
“Rivestitevi dell’armatura di Dio per poter resistere alle insidie del diavolo. La nostra battaglia infatti non è contro creature fatte di sangue e di carne, ma contro i Principati e le Potestà, contro i dominatori di questo mondo di tenebre, contro gli spiriti del male che abitano nelle regioni celesti”.
Allo stesso modo, afferma che l’equivalente sul piano terreno o umano di questi esseri maligni sarebbero quelli noti come i “maghi neri”, o la “Fratellanza Rovesciata”, cioè, gli stregoni o negromanti che, mediante le loro pratiche cultuali e riti evocatori o, in altri termini, la vera “magia nera”, possono canalizzare queste influenze infernali per consentire il loro ingresso e consolidamento sul piano umano e, successivamente, questi stessi personaggi oscuri, proiettare queste influenze psichiche del più basso livello (adattate agli spiriti e temperamenti delle diverse epoche) verso i più reconditi spazi della mente umana; la cosa peggiore, di fronte ad esse, è che siamo totalmente indifesi.
Non possiamo fare a meno di segnalare la similitudine con quanto scritto da Guénon nel suo libro Errore dello Spiritismo, nel cap. VII, riguardo le “influenze erranti” (secondo la tradizione cinese) o nel capitolo sui “Residui psichici” del suo Il Regno della Quantità e i Segni dei Tempi col paragrafo precedente. Anche quello che scrisse il metafisico francese in tali opere o nel suo articolo del 1914, “Riflessioni sul potere occulto”, a proposito di certe “correnti mentali” o “movimenti d’opinione” che generano determinati stati d’animo che predispongono le masse o un determinato paese, sotto “un insieme sistematico di suggestioni relative”, ad accettare condizionamenti religiosi, ideologici, politici, ecc., come anche quelli di tipo scientifico; come dimostra l’efficacia ottenuta nella preparazione della rivoluzione francese.
Senza dubbio è una questione spinosa questa del Satellite oscuro, nonostante si trovino rappresentazioni simili, come nell’Apocalisse di Paolo, apocrifo che descrive l’esistenza di una sfera infernale piena di angeli malvagi e terrificanti, responsabili del male e dei peccati che affliggono l’umanità; ma chi si avvicina maggiormente al tema trattato, ci sembra la beata tedesca Anna Caterina Emmerick, nelle sue visioni sull’esistenza di alcuni spiriti maligni o planetari e l’intercomunicazione con gli esseri umani; riproduciamo allora qualche paragrafo della sua opera Visioni e Rivelazioni Complete:
“Vedo sempre in un certo cerchio, intorno alla terra, nove corpi, o spazi, o sfere, come astri lontani. Queste sfere le vedo abitate da spiriti di diversa natura e vedo da loro derivare strade formate da raggi, con i quali si può seguire ogni direzione verso qualunque punto della terra. Ho capito sempre che tramite loro quelle sfere sono collegate ad ogni punto della terra. […] In questi mondi abitano spiriti malvagi. […] Sono pigri, stanchi, paranoici, melanconici o alquanto focosi, collerici, arroganti, irremovibili, ostinati, pronti ad ingannare e raggirare. Questi spiriti hanno volti duri, determinati, violenti e penetranti; sono straordinariamente insistenti e insinuanti nell’animo umano. […] Non producono da soli alcun peccato, nessun atto; ma separano l’uomo dall’influenza divina e aprono nel mortale la porta all’azione del mondo. (15)”
Più avanti, distingue la stretta relazione di una delle sfere infernali, la più tenebrosa, con i praticanti del magnetismo (il principale precursore del “neospiritualismo” denunciato da Guénon), e la presenza di questi “esseri malvagi” come intermediari delle visioni di questi operatori, perché questo cerchio è quello della magia e del culto formale a Satana, e che definisce come la sfera della chiesa infernale. (16) Esistono numerose visioni della mistica teutonica sulla materia, ma queste ci sembrano essere le più significative. In relazione alle visioni di ogni tipo, Guénon ha raccomandato una certa prudenza, per le farneticazioni che vi si potrebbero incontrare, ma manifesta una considerazione particolare per questa veggente, e non è la prima volta:
Quel che risulta veramente interessante in certe visioni è che esse sono in sintonia, su numerosi punti, con i dati tradizionali, evidentemente ignorati dal mistico che ha avuto queste visioni. Nota 5: Si possono citare ad esempio le visioni di Anna Caterina Emmerick. (17)
Merita di essere sottolineato il fatto che sia Burgoyne sia la chiaroveggente di Dülmen assicurano che questa sfera diabolica è la fonte o il centro ispiratore delle parodie religiose, le “pseudoreligioni”, di solito attualmente indicate con tutta quella costellazione chiamata New Age, cumulo di anomalie il cui proposito in questa tappa terminale del ciclo attuale è di deformare tutti gli insegnamenti spirituali autentici ed essere strumenti che accelerano i processi dissolutivi delineati dalla controtradizione, veicolando le influenze inferiori di cui abbiamo trattato e, in questi tempi postmoderni, il neospiritualismo assume caratteristiche molto più sottili di quelle combattute da Guénon; sono parodie più elaborate ma frammentarie, libere da qualsiasi supporto dogmatico o da ogni mediazione sacramentale; travestite inoltre da discipline spirituali semplificate con una certa venatura tradizionale. Ma in fine emerge sempre questa pseudo spiritualità individualista — col suo ponderato superamento personale e gli insistenti desideri di rinnovamento in ogni ambito umano (18) — e, peggio ancora, l’intrinseco spirito di dissoluzione (disfacimento) diretto contro le autentiche tradizioni o il poco che ne rimane.
Note:
1) Dialogo sobre el Vaticano II, BAC, 1985, p. 87.
2) Ediciones Dinor, S.L., 1957, pp. 162 e 163.
3) L’Érreur Spirite, Editions Traditionnelles, Paris, 1997, p. 6.
4) Rivista “Études Traditionnelles”, N° 198, giugno 1936, p. 205.
5) Editions Traditionnelles, Paris, 1991, p. 291.
6) H. O. Wagner, Denver, 1963. (La versione spagnola: La luz de Egipto. Voll. I e II, Editorial Kier, Buenos Aires, 1978²).
7) p. 151 della versione nordamericana.
8) Rivista di Studi Tradizionali, N° 71, luglio-dicembre del 1990.
9) Samuel Weiser Inc., York Beach. 1995.
10) “La parola sanscrita loka è identica al latino locus, «luogo»; si può notare a tal proposito che, nella dottrina cattolica, il Cielo, il Purgatorio e l’Inferno sono ugualmente designati come altrettanti «luoghi», che, anche in quel caso, rappresentano simbolicamente degli stati, poiché non potrebbe affatto trattarsi, nemmeno nella più esteriore delle interpretazioni di questa dottrina, di considerare spazialmente tali stati postumi; un tale equivoco non può essere prodotto che dalle teorie «neospiritualistiche» che hanno visto la luce nell’Occidente moderno”. René Guénon: El Hombre y su devenir según el Vedanta. CS Ediciones, Buenos Aires, 1990, p. 212, nota 18.
11) Ediciones Paidós, Barcelona, 1997, p. 232.
12) Plutarco, Tutti I Moralia. “Sul volto che appare sulla luna”. Giunti Editore S.p.A./Bompiani, Milano, 2017, p. 1825. È interessante notare che Roger Waters, leader dei Pink Floyd, si è ispirato a questo libro di Plutarco per comporre il famoso Dark Side of the Moon, dove menziona l’influenza del lato oscuro del satellite per produrre follia e atti criminali.
13) “In effetti, i diversi mondi (Lokas), sfere planetarie e regni elementari, descritti simbolicamente (ma solo simbolicamente, poiché l’essere che li percorre non è più sottomesso allo spazio), non sono veramente che stati differenti”. René Guénon: El Hombre y su devenir según el Vedanta, p. 212.
14) Burgoyne: op. cit., p. 102.
15) Versione spagnola del R. P. José Fuchs, S. D. B., México, D. F., s/e, Tomo I, Libro II, pp. 352 e 353.
16) Op. cit.: Tomo I, Libro II, p. 466.
17) Consideraciones sobre la Iniciación, Editorial Librería Pardes, Barcelona, 2012, p. 33.
Post ad alto contenuto trigger. Per i laici perché sono laici e si limitano ad adorare il Moloch politico. Per gli ultracattolici perché troppo spesso negano qualsiasi validità ad altre tradizioni
Quest’anno il Sabato Santo coincide con la nascita di Buddha e questo permette la riflessione sulle due più grandi figure religiose di ogni tempo (col rispetto per gli amici musulmani, Maometto mi pare si sia “fermato” nel cammino verso l’elevazione. Diversi sufi mi paiono su in gradino spirituale più alto del loro stesso Profeta).
Ho riflettuto moltissimo sul pensiero di entrambi, anche laicamente. Tutti e due, alla fine, pure per strade differenti (che però in alcuni punti si incontrano) pongono il problema dei problemi.
Il dolore e la morte. Ora il “laicismo” che vedo prevalente sulla mia timeline, anche il laicismo rabbioso di chi reagisce come una belva furiosa ai miei post pasquali, questo problema preferisce evitarlo. Alcuni credono ancora che la salvezza si trovi nelle supercazzole di Marx ma, vi chiedo, dinanzi al dolore e alla morte a che serve Marx? I marxisti sono pure i più colti. C’è una che ha detto che non sopporta i bigotti in quanto “filorussa”.
Mi spiega, a prescindere dalla valutazione sulla guerra ucraina, a quali domande fondamentali le dà una risposta Putin?
Detto questo le due figure danno, in maniera differente, risposte al problema della morte. Questo deve invece indurre anche gli ultrareligiosi ad una domanda: perché seguo una determinata Fede? A molti crolla la Fede dinanzi ad un Papa che non piace. Molti si aggrappano a profezie, miracoli, eccetera.
Tutto qui?
Di fatto anche in molti religiosi manca la trascendenza che pone la domanda suprema: il senso della vita e della morte.
Queste sono le due figure che hanno affrontato in maniera più diretta questo problema.
E attualmente sono i due “Grandi della Storia” che trovo più interessanti.
Uno dei testi più enigmatici ed affascinanti di Julius Evola, “La Dottrina del Risveglio”, si pone già nella scia della fase “guenoniana”, se così si può definire, del grande pensatore, risultando per tale motivo, ancor più affascinante, in quanto in grado di offrire suggestioni che, da un pensatore troppe volte concepito quale fautore di un rigido ed unilineare tradizionalismo, proprio non ci si aspetterebbe. Nel voler delineare le varie vie che portano alla realizzazione ed al perfezionamento del sé, da quella propriamente ermetico-alchemica, a quella cavalleresca del Sacro Graal, passando per quella estremo orientale del Tao, sino a quella tantrica della “mano sinistra”, Evola colloca anche il Buddhismo. Di quest’ultimo, il Barone prende in considerazione il Theravada che, rispetto al Mahayana ed allo Hinayana, a detta dei più, ne rappresenta la versione più “autentica” scevra da qualsiasi forma di devozionalismo teista e più propriamente incentrata sul percorso di realizzazione ed elevazione dell’individuo, rifacentesi, tra l’altro, a quelle che del Buddhismo, sarebbero le scritture più originali, appunto rappresentate dal Canone Pali, (scritto nell’omonima lingua e non in sanscrito…). Ma vediamo di procedere per ordine.
Il contesto che qui Evola va a trattare, è quello dell’ “Arya Dharma” o “Pensiero/Visione del mondo ariana” (così come, ad oggi, sono soliti definire gli studiosi di ambito Hindu, sic!) che nel proprio ambito include Induismo, Buddhismo, Jainismo e lo stesso Sikkhismo. Comune a queste narrazioni, è la considerazione sulla primaria necessità di evadere dalla illusoria gabbia dei sensi, rappresentata dalla nostra corporeità e dal mondo esterno (Maya), che altro non fa che immetterci in una infinita spirale di peccaminoso attaccamento a tale dimensione ed al conseguente pagamento di un prezzo esistenziale, costituito dal continuo rinascere e permanere legati tale dimensione. Primario, pertanto, per ciascun individuo, dovrebbe essere il raggiungimento di una dimensione di totale pace ( l’ellenica “ataraxìa”…), attraverso sia il “moksa” hindu, tramite il ricongiungimento dell’individuo con il “Brahman”, inteso come suprema divinità impersonale, nel suo aspetto di sostanza infinita, sia attraverso il buddhista “nirvana”, equivalente al precedente principio, ma dotato di una più decisa tendenza all’autoannullamento del “Sé”.
Inoltre, mentre l’Induismo riserva il “moksa” agli appartenti alle caste Varna più elevate dei Bramini (i sacerdoti ed i sapienti) e degli Ksatryja (i guerrieri), il Buddhismo si fa latore di una vera e propria rivoluzione, aprendo tale possibilità a coloro che, a prescindere dalla casta di appartenenza, dimostrino una intrinseca capacità e buona volontà nel perseguire questa via realizzativa. Evola parte proprio da questo contesto, per operare dei decisi “distinguo”. A suo dire, il Buddhismo, almeno nelle sue origini e così come manifestato nella sua versione Theravada, era una dottrina realizzativa di carattere fortemente elitario ed aristocratico, aperta solamente a coloro che si facessero portatori di uno stato d’animo “guerriero”, in grado di affrontare con spirito marziale la disciplina dell’auto controllo e del distacco dalle pulsioni del proprio “Io”. A conferma di tale considerazione, gli aristocratici natali di Gautama/ Buddha che, in più e più frasi e citazioni, da Evola riportate e tratte da vari testi, parla di tale stato d’animo. Questo, poiché, al pari di quanto avvenuto in ambito iranico con la riforma zoroastriana, quella hindu era divenuta una religiosità formale, incentrata su un sempre più vuoto e sterile ritualismo, (così come si evince dai “Brahmana”, quella serie di testi di ritualistica, apparsi quasi contemporaneamente alle Upanishad, queste ultime maggiormente dotate di un carattere di speculazione filosofica, sic!).
Un quadro questo, che ci riporta a quel più generale e complesso quadro epocale della storia del pensiero, che noi possiamo definire quale “Età Assiale dell’umanità” che, frutto della graduale perdita di contatto dell’individuo con la dimensione mitica e trascendente in generale, apre la strada ad una fase di progressiva “interiorizzazione” del pensiero. Qui i messaggi vengono veicolati dalla persona di un “illuminato” nel ruolo di maestro, profeta, filosofo o quant’altro, posto a far da interprete, tra le sideree dimensioni del pensiero metafisico e filosofico e l’umanità. E difatti, dall’VIII secolo AC in poi, abbiamo le figure di Buddha, del Jainista Mahavira, l’idea di Brahman delle Upanishad, ma anche Zoroastro in Iran, Lu Tzu con il Tao in Cina, Epimenide, Ferecide, Onomacrito e Pitagora in Grecia con il sapere filosofico e così via.
Un quadro nel quale, Evola intende il Buddhismo quale risposta ascetica, quale via di iniziazione “intellettuale”, alchemicamente parlando, “secca”, rispetto a quella “umida” rappresentata dalla via tantrica, dell’Induismo. Una via che, inizialmente destinata a pochi e particolari individui, va scadendo nel teistico devozionalismo di molte espressioni del Buddhismo Mahayana, sino ad arrivare alla figura carica di devozionalismo pietistico di Buddha-Amida. Nella sua interpretazione aristocratica, Evola non risparmia nulla e nessuno: neanche la dottrina della reincarnazione, da lui considerata una vera e propria deriva plebea, un lascito delle culture dravidiche precedenti all’arrivo degli Arya , da non confondersi con ciò che invece il Buddhismo enuncia, quando parla di molteplicità di stati dell’esistenza, ovverosia della possibilità di passare indefinitamente da uno stato di esistenza all’altro, sinchè permane la brama, ovverosia l’attaccamento alle cose del mondo. Cosa, a suo dire, ben diversa dal rinascere in una persona altra. Stessa sorte tocca alle figure dei “Bodhisattva”, ovverosia di coloro che, sopraggiunti ad uno stato di illuminazione, sono soggetti a devozionalistica adorazione.
Evola, invece, prende spunto dall’essenza della dottrina buddhista, imperniata sulla considerazione della generale “dukkha” o sofferenza che affligge l’umanità, per arrivare a quella della “anicca-anatta” o impermanenza dell’animo umano e della circostante realtà, che necessita di una via ascetica ed iniziatica in grado di spazzar via dalla mente dell’iniziato, quell’illusorio Velo di Maya che ottunde la visione della vera realtà. A questo proposito, tutte quelle rinunce che la dottrina buddhista prescrive, sono da Evola intese, quale virile forma di accettazione, finalizzate all’ elevazione del miste, attraverso una disciplina di progressiva spersonalizzazione di quest’ultimo. Attraverso i quattro “jhana”, o “contemplazioni irradianti”, si perviene ad un graduale distacco dall’ “Io” e dalle sue passioni, sino a giungere a quello stato di “Arupa Loka” che Evola ci descrive quale “piano dell’essenza/pura possibilità non vincolata ad una manifestazione formale”.
Un piano quest’ultimo, che comporta il distacco dalla stessa idea di “esistenza”, ritenuta quale ultimo limite da superare, per arrivare a quella realizzazione del “Sè” che vede nel “nirvana”, una perfetta compenetrazione con l’Essere Assoluto, un’auto-elisione che fa del miste un vero risvegliato. Nel ribadirci che quello di “nirvana” non è uno stato di passiva auto annichilazione, bensì una modalità di estremo autopotenziamento del Sè, tramite la rinuncia alla stessa esistenza, sottolineandoci a più riprese che, gli stessi gradi dell’ascesi buddhista vadano intesi in una prospettiva di attivo esistenzialismo, Evola ci dà la netta impressione di compiere un’impresa sul filo del rasoio. Questo perché, in base a quelle che sono le possibilità offerteci dall’ermeneutica, una qualsivoglia dottrina o forma di pensiero, può conoscere più e più interpretazioni e quella di Evola sul Buddhismo, è molto particolare, poiché mette in risalto gli aspetti più attivi e guerrieri di questa dottrina, a discapito di quello stesso iato di universalistica e totale apertura verso tutte le creature viventi, animato da un profondo senso di compassione che, nell’ottica di un Nietzsche (tanto per citare un esempio tra i più altisonanti…), avvicina non poco il Buddhismo alla narrazione del Nuovo Testamento.
Una posizione questa, ribadita dallo stesso Renè Guenon, che si spinge addirittura a capovolgere le affermazioni di Evola, (ma anche quelle di innumerevoli altri studiosi, sic!) riguardanti l’originarietà del Buddhismo Theravada rispetto al Mahayana, quest’ultimo inteso invece, dallo scrittore francese, quale più autentica ed originaria espressione della dottrina buddhista. Quella di Evola non è un’interpretazione sbagliata o scorretta; essa è invece frutto del particolare profilo spirituale di quest’ultimo, costituito da una particolare sintesi tra niccianesimo e idealismo, coniugati alla metafisica, con tutte le conseguenze del caso. E questo, non fa che rendere ancor più evidenti, le distanze tra lo stesso Evola e Guenon, a dispetto di tutti coloro che, sin troppo semplicisticamente, collocano i due autori su uno stesso piano.
Se da una parte Evola si fa fautore della supremazia dello Kshatrya, nel ruolo di monarca-guerriero iniziato sulla casta sacerdotale, in nome nel nome di un metafisico vitalismo, affermando che, originariamente fra le due caste non vi era differenza alcuna, dall’altra Guenon fa della Tradizione un monolito, i cui interpreti vengono cristallizzati in inamovibili ruoli, quale quello della casta sacerdotale, sul cui assoluto primato il Guenon insiste, tant’è che il Nostro aderirà successivamente all’Islam dei Sufi. Di fronte all’inamovibilità categoriale di Guenon, Evola, pur conscio della natura di un sistema di pensiero quale quello indo-buddhista che, di suo tende all’auto annullamento dell’individuo, preferisce correre sul filo del rasoio, e protendersi verso quel Nulla, che a suo dire, può farsi veicolo della numinosa palingenesi del miste, di contro ad una vulgata che invece ne vede la realizzazione nel suo completo annichilamento ed immedesimazione nella stessa sostanza divina.
La narrazione evoliana ci pone così, di fronte ad un bivio ontologico, rispetto al quale non vi è risposta se non quella determinata dalla condizione spirituale ed esistenziale del singolo, e che ci riporta un po’ a quello che è l’eterno rincorrersi tra due tendenze opposte ma complementari: tra ricerca iniziatica ed accettazione mistica, tra esoterismo ed exoterismo, tra sentire collettivo e sentire individuale, tra differenza ed omologazione e via dicendo, in un paradossale rincorrersi e ricongiungersi di opposti che, della vicenda dell’umana civiltà su questa terra, costituiscono il vero “Samsara”.
Bibliografia di riferimento:
J. Evola – La Dottrina del Risveglio – Edizioni Mediterranee, Roma;
J. Evola – La Tradizione Ermetica – Edizioni Mediterranee, Roma;
K. Jaspers – Origine e Senso della Storia – Mimesis Editore, Milano;
R. Guenon – Introduzione Generale allo Studio delle Dottrine Indù – Edizioni Adelphi, Milano.