FAME FISIOLOGICA O FAME EMOTIVA?

di Giada Aghi

“Quando sono nervosa o annoiata mi capita di mangiare di più”: quante volte abbiamo sentito queste parole?

Non sempre infatti mangiamo per soddisfare il nostro senso di fame. A volte ci si rivolge al cibo per alleviare una tensione emotiva, per ottenere una coccola, una ricompensa.

Le nostre emozioni le traduciamo in fame e per questo è importante ascoltare il nostro corpo!

Questa è la fame emotiva, definita da alcuni anche “fame nervosa”.

Purtroppo spesso si tratta soltanto di una gratificazione a breve termine, per soddisfare un bisogno emotivo immediato, ma ben presto si trasforma in odiosi sensi di colpa, sensazione di fallimento o rabbia verso se stessi.

Ma perché questo avviene? Perché sentiamo la necessità di riempire un vuoto emotivo con il cibo?

Mentre la fame fisiologica è legata ad un bisogno del corpo e cessa quando ci si è saziati, la fame emotiva, invece, è legata al nostro stato d’animo ed alle nostre emozioni.

L’origine della fame emotiva è riconducibile solitamente alla prima infanzia o a una situazione di forte stress. Questo impulso compare perché vogliamo reprimere quell’emozione e calmare la tensione.

Quindi possiamo dire che dietro la fame nervosa si nasconde sempre una componente emotiva, ed il cibo diventa un mezzo per soddisfare in maniera immediata i propri bisogni, un qualcosa che riempie e da senso di sollievo e piacere immediato.

A volte può capitare di essere insoddisfatti di noi stessi, della nostra vita, non ci piacciamo e quella fetta di dolce ci aiuta a non pensare, ci distrae dallo scorrere veloce della nostra mente che indugia proprio dove ci fa più male.

Per alcuni questo ragionamento è cosciente, per altri “sepolto” nell’inconscio, ovvero nel luogo dove si nascondono le cose che facciamo senza un motivo.

Ma come facciamo a distinguere la fame fisiologica da quella emotiva?

Ecco alcuni spunti:

La fame emotiva si accende improvvisamente, è urgente e richiede improvvisamente di essere ascoltata.

Ricerca cibi calorici e consolatori e per questo pieni di grassi e di zuccheri.

Non hai consapevolezza di quello che stai mangiando, non assapori il cibo, ne senti il gusto. Te ne accorgi solo dopo aver esagerato..

Dopo aver mangiato emerge spesso il senso di vergogna o colpa rivolti verso se stesso. Senti infatti di non esserti riuscito a controllare. Ed è solo “colpa mia!”.

Quindi, a differenza dalla fase fisiologica, che ci fa sentire appagati e tranquilli dopo un lauto pasto, la fame emotiva ci fa sentire peggio, non soddisfando i nostri bisogni più profondi e lasciandoci in preda alla delusione verso noi stessi.

Spesso questi diventano circoli viziosi che si alimentano ed auto-mantengono, rendendo per noi difficile trovare una soluzione semplice per uscirne.

Nonostante questo, possiamo comunque possiamo utilizzare degli accorgimenti per fronteggiarla, come ad esempio:

Fermati un momento e chiediti se sei davvero affamato, o è un bisogno più emotivo e legato allo stato d’animo del momento. Se è così hai solo bisogno di un bicchiere d’acqua. Riempi il bicchiere pieno e sorseggia lentamente finchè lo stimolo non sarà passato.

Impara a valutare bene lo stimolo della fame: se necessario tieni un diario in cui annoterai i pasti, le sensazioni ed i pensieri associati allo stimolo della fame.

Può essere utile distrarti o fare qualcosa di piacevole per allontanare il pensiero di ricorrere al cibo: fai sport, ricama o fai un bagno caldo. Qualsiasi cosa fuorchè svaligiare il frigo!

Assicurati di seguire una dieta sana ed equilibrata. Alternala all’attività fisica. Basta anche mezzora al giorno.

Non far passare troppo tempo tra un pasto l’altro. Prevedi degli spuntini con frutta e verdura.

Dormi a sufficienza e cura l’ambiente della camera da letto. Prevedi il buio ed idonee condizioni per mantenere la temperatura adeguata.

Prova a svolgere semplici esercizi di rilassamento quando ti senti nervoso, o in ansia.

Se nonostante questi accorgimenti il problema resta, prova a guardare te stesso con un occhio più indulgente, a volerti bene, a non giudicarti. Ricordati che puoi partire il giorno dopo con il piede giusto e riprovarci di nuovo chiedendo aiuto ad un esperto!

Può capitare che la fame emotiva diventi costante, i vissuti di frustrazione e colpa risultano invasivi e si sente di non riuscire a fronteggiare da soli questa situazione.

In questi casi, è necessario un percorso di sostegno psicologico dove non verranno fornite diete, ma si lavorerà per individuare le cause profonde della fame nervosa e ad affrontarle direttamente. Si impareranno anche strategie utili per gestire i momenti di fame emotiva.

Sempre con amore

Dr.ssa Giada Aghi

Fonte: www.medicinadellapsiche.it

FAME FISIOLOGICA O FAME EMOTIVA?
FAME FISIOLOGICA O FAME EMOTIVA?

LE VERE CAUSE DELLA GUERRA

di Ezra Pound

“Eppure persino il mio amico Hemingway non capì lo spirito della mia vocazione, informare sulle vere cause della guerra: oro, usura, debito, monopolio, interessi di classe – ecco, questo univa Inghilterra, Russia e Stati Uniti”.

Tratto dallo spettacolo teatrale “Ezra Pound in gabbia”

LE VERE CAUSE DELLA GUERRA
LE VERE CAUSE DELLA GUERRA

Il poeta è il nemico della società, il poeta è un paria

a cura della Redazione

George Barker ha fatto tutto troppo. Ha avuto sedici figli – una manciata dei quali, scrittori –, un paio di mogli, diverse relazioni extraconiugali – la più nota, con la scrittrice Elizabeth Smart – e troppi libri in bibliografia. Riconosciuto, giovanissimo, da William B. Yeats, ammirato da Thomas S. Eliot – che pubblica i suoi Poems per la Faber, nel 1935: Barker compiva 22 anni –, George Barker è l’eterna promessa della poesia inglese, un poeta che vive scrivendo, inscrivendosi in una leggenda di sconfitte, da mirabile irregolare. Si premurò, George Barker, di non adempiere ad alcuna promessa: rigettava le museruole, divorava gli idoli, tradusse l’insegnamento paolino – farsi ‘stolti per Dio’, ‘folli di Dio’ – in una pratica poetica. Per un po’ insegnò a Tokyo, per un po’ vagò negli States – dove abitava la Smart –, preferì perdersi nel Norfolk. Lapidaria, la sua tomba ci ricorda il carattere di Barker: No Compromise; il suo biografo, Robert Fraser, lo ha chiamato The Chameleon Poet. Amava bere e fare l’amore.

Poeta inarginabile, sfrontato, deliberatamente delirante, di sprezzante audacia, George Barker si legge poco perfino in patria. La Faber ha raccolto, tempo fa, i Collected (1987) e i Selected Poems (1995); nel 2004 l’ultima moglie, la scrittrice Elspeth Barker, ha antologizzato per Greville Press i suoi Poems.

Quando Ezra Pound fu obbligato al St. Elizabeths di Washington D.C., George Barker fu uno dei pochi a protestare. Non era stupito. Sapeva che il poeta o è supino alla società, da essa schiavizzato, mero pasto civico, frugale frumento, didattica latrina, oppure è un nemico pubblico. Nessuna conciliazione può esistere tra il poeta e la società: la società esiste purché il poeta ne sia scacciato, umiliato, frenato, inibito, semmai marmorizzato in un ruolo, in uno schema, entro uno stuolo di premi. La società vuole stregare il poeta, renderlo impotenti a suon di sorrisi: tanto, che cosa conta? Vuole la fama? Diamogliela; a patto che il poeta raffini il canto – di per sé estraneo alle convenzioni, perfino linguistiche: ogni forma di dominio, di coercizione, di convenzione passa per la convenzionalità del linguaggio, dal disprezzo del suo lignaggio – in ode, in petulante patto, in peto. Del poeta non resti che la sua grottesca imitazione: il buffone di corte o il cortigiano-consigliere; l’intellettuale, dunque, il didatta. Piuttosto, che scriva un romanzo.

Nel 1948 George Barker riassume le sue convinzioni, focalizzandosi sul ‘caso Pound’, in un testo, Poet as Pariah (raccolto in: Essays, 1970), qui tradotto per la prima volta in Italia. George Barker non scelse, come certi ipocriti o i rari contemplativi, lo stemma della marginalità fine a se stessa: dai margini – come gli allucinati profeti biblici – intraprese la lotta. Naturalmente, scelsero di onorarlo con la stola dell’oblio – naturalmente, è quando credi che il poeta, l’incredibile idiota, sia inebetito e assolto che la città s’incendia. Ogni lirica è piromane, e del sole si spartiscono le spoglie.

Il Poeta come Paria

C’è una risposta tremendamente seria al declino della scrittura sperimentale dei giovani poeti di oggi: non possono scrivere come vogliono ciò che vogliono e, allo stesso tempo, procacciarsi da mangiare. Ciò, sia chiaro, non è dovuto a un qualche difetto congenito di destrezza da parte loro. È già per lo più impossibile bere e scrivere come vogliono: la birra, da tempo, non è più la stessa birra.

Questo stato di cose determina una seria minaccia ai tre principi su cui si basa la poesia. Il poeta, diceva John Milton, ha bisogno di tre cose per continuare ad essere poeta: semplicità, sensibilità, passione. Li ho vergati nel mio dizionario insieme ad altre due: alcol e amore. Con pochi scellini è ancora possibile acquistare un dizionario; una volta che l’hai comprato, non avrai voglia di impegnarlo. Il problema è che il prezzo dell’alcol e dell’amore, in un mondo dominato da Americani e Odio, è salito in proporzione al costo della vita. Il costo della vita, per altro, non si riduce a mera economia. Dobbiamo considerare anche il costo dello spirito, quando è dissipato in azioni vili o vergognose. Non tutti i poeti sono come Robert Graves, che con una mano scrive un romanzo modesto ma proficuo e con l’altra una lirica squisita.

Ho sentito dire che alcuni poeti trovano lavoro presso il British Council, la British Broadcasting Corporation, le British Railways. Non dimentico ciò che diceva a proposito Rainer Maria Rilke: un lavoro, per il poeta, è morte senza dignità di morte. Non si parla mai abbastanza, intendo, della possibilità di essere poeta, cioè di scrivere poesie come di una occupazione a tempo pieno. Una certa quantità di letture deve essere svolta, una certa porzione di scrittura composta, una dose di vita deve essere vissuta. Anche una quota di amore è necessaria, se vale la pena.

Essere poeta è un lavoro a tempo pieno come fare la vergine con la lampada – è una veglia [ci si riferisce alla parabola evangelica delle “dieci vergini che presero le loro lampade e uscirono incontro allo sposo” in Mt 25, 1 ss., ndt]. Il poeta non sarà perdonato se, quando l’angelo lo chiama, è impegnato a svolgere mansioni per il British Council piuttosto che coltivare la propria isteria nel proprio giardino privato.

Questo non significa, in modo categorico, che un uomo non possa scrivere poesia e svolgere, al contempo, un lavoro: uno o due poeti ambidestri esistono. Credo che il Signor Thomas S. Eliot lavorasse in banca, un tempo, e che Gerard Manley Hopkins fosse affiliato alla Compagnia di Gesù. Tra questi due uomini e la loro professione c’era una sottile sintonia. Le proprietà degli scritti di Eliot: apparentemente rispettabili e bene educati, nascondono una spietatezza e una testardaggine inconsuete; l’autore di After Strange Gods non potrebbe che concordare. Scrivo da cattolico romano quando dico che, a mio avviso, la poesia e la poetica di Gerard Manley Hopkins sono debitrici, in egual misura, alla Chiesa e alla Musa. Il suo ruolo nella Compagnia di Gesù non era più errato del tizio con il mal di denti sulla poltrona del dentista.

Tuttavia, la maggior parte dei poeti non trova un posto soddisfacente nella società, che li mette ai margini. Eppure, anche i poeti sono esseri umani. Credo che sarebbe stato possibile tastare il polso di Baudelaire: ben più azzardato trovargli un lavoro sopportabile, accolto con piena soddisfazione. Me lo immagino come una sorta di truffatore spirituale, uno scommettitore celeste, non certo nelle vesti di un dirigente del Consiglio francese oppure del segretario di un istituto per l’arte contemporanea. Il poeta-prototipo, in questo senso, è una spia e il suo nome è Christopher Marlowe.

La vita, l’ignominia, la morte di Francis Thompson; la vita, l’ignominia, la morte di Christopher Smart; la vita, l’ignominia, la morte di Edgar Allan Poe – e tanti altri – sono di fatto la formula più prossima al comune destino di un poeta, rispetto alla nobile elezione di Tennyson, alla promozione di X, Y, Z presso il Poetry Panel di una somma istituzione britannica.

Insomma: il rapporto tra il poeta e la società è di ineluttabile inimicizia. In questo rapporto di inimicizia, di lotta, il poeta è stato spesso sconfitto dalla società.

Il poeta è il vero nemico della società. Perché il poeta dovrebbe dunque attendersi dalla società altro che insulto e ignominia? È la vecchia grana platonica, ma la risposta è infinitamente più semplice di quanto pretenda il paradosso. Proprio come incoraggia lo scienziato, sotto la finzione della curiosità intellettuale, a distruggere tutto, la società dovrebbe, propriamente parlando, incoraggiare il poeta a mostrarsi, a mostrarla, dacché senza il poeta la società non esiste. Ma la società non desidera che qualcuno sveli la sua verità: preferisce, palesemente, le lusinghe del cinema alle poche, radicali verità del poeta. La poesia è solo una delle tante cose che accadono a una persona: rimanda ai brufoli dell’adolescenza, ai primi flirt. È qui, come l’altra faccia della luna, per restare, anche se, delusa e indignata, ha voltato la faccia dall’altra parte.

L’inimicizia tra il poeta e la società non si placherà mai, nonostante alcuni poeti si siano convertiti al bene comune tramite i soliti doni: titoli, nomine, ruoli, mogli ricche, popolarità, medaglie monarchiche. Non si placherà mai perché il giorno in cui il poeta si arrende alla società, cessa, semplicemente, di essere poeta. Questo era chiaro a Platone, come ad Arthur Rimbaud e a William Wordsworth. Nonostante il suo disperato sforzo di conformarsi, nella misura in cui è davvero poeta, il poeta è destinato a rimanere un paria, un capro espiatorio, un criminale, godendo dell’irriconoscenza civica.

Non è un caso che diversi poeti abbiano fatto una fine triste o violenta: sopraffatti, forse inconsapevolmente, dal senso di colpa per il fatto di opporsi all’ordine costituito e al sistema dominante, il poeta ricorre a ogni genere di stupefacente, alcol, sesso, droga, qualunque cosa in grado di disintegrarlo.

Credo che Ezra Pound sia oggi il più grande poeta vivente. Bene: dov’è adesso Ezra Pound? In un manicomio criminale. Perché? Perché ha avuto le stesse idee di migliaia di americani. Non è stato rinchiuso perché è un poeta grande e famoso che ha preso una cantonata – per quanto sia grande, dubito che un americano su cento abbia mai sentito parlare di lui –: è stato rinchiuso perché è un poeta che ha osato dire quello che pensa. Se l’intera nazione tedesca può essere sottoposta a un processo di denazificazione, non si capisce perché Pound, privato delle sue camice verdi e nere, dopo un buon bagno caldo e una generica ramanzina, non possa essere liberato. Non lo liberano perché è un poeta. Gli Stati Uniti non libereranno Ezra Pound dal manicomio, hanno bisogno di recluderlo: come l’apre regina non può consentire al fuco che l’ha fecondata di sopravvivere.

Fonte: Pangea News

Il poeta è il nemico della società, il poeta è un paria
Il poeta è il nemico della società, il poeta è un paria

Cina e Russia si stanno preparando all’alleanza militare?

di Giorgia Bonamoneta

Cina e Russia sono oltre l’amicizia senza limiti declamata a febbraio 2022? Dalle dichiarazioni alla stampa i due Paesi sembrano puntare a tutta velocità verso una collaborazione sul piano militare.

Cina e Russia sempre più vicine e pronte a un’alleanza militare. Sarebbe questo il primo passo per una nuova era. La “nuova era” però non vedrebbe Cina e Russia partner allo stesso livello, bensì la Russia un partner minore di Pechino.

In ogni caso il disegno sembra essere quello di una migliore intensa, comunicazione e cooperazione con la Russia. Tale immagine è stata delineata durante una conferenza stampa del ministero della Difesa cinese, che attraverso il suo portavoce Tan Kefei, ha annunciato che le forze armate russe e cinesi stanno entrando in una nuova fase e facendo nuovi progressi.

Gli obiettivi cinesi e russi coincidono, almeno stando alle parole del portavoce del ministero della Difesa cinese, su un diverso futuro per l’umanità rispetto a quello delineato dagli Stati Uniti e dai suoi alleati.

“Amicizia senza limiti” e contro un unico nemico

A febbraio 2022 Cina e Russia avevano definito il loro rapporto “un’amicizia senza limiti”, prima di ridimensionare (in chiave di maggior prudenza) le dichiarazioni sulle future collaborazioni. In seguito infatti è stato detto che le relazioni fra i due Paesi non costituivano un’alleanza militare e politica, né un blocco di opposizione ad altri Paesi. Formule diplomatiche che rimangono però ancorate al 2022.

Un anno e diverse iniziative dopo – come l’impegno della Russia a favorire l’uso della valuta cinese nei pagamenti in Asia, Africa e Sudamerica – Mosca e Pechino sono unite nell’accusare gli Stati Uniti di essere il peso che sposta l’equilibrio mondiale verso l’insicurezza e le maggiori tensioni.

A tal fine la cooperazione tra Russia e Cina è vista come “un servizio per la costruzione di una comunità con un futuro condiviso per l’umanità”, ha concluso la conferenza il portavoce Tan.

Cina e Russia verso l’alleanza militare?

Dai media cinesi è stato estrapolato il messaggio del portavoce del ministero della Difesa cinese Tan Kefei. Nel discorso è stata espressa una direzione e degli obiettivi che uniscono Cina e Russia.

La collaborazione tra i due Paesi sembra essere già sotto gli occhi di tutti, con tanto di documenti doganali che proverebbero spedizioni non solo commerciali, ma anche spedizioni militari dalla Cina verso la Russia. Oltre allo scambio, una partnership commerciale strategica per la Cina, arriva anche conferma di una maggiore cooperazione militare.

Infatti durante una conferenza stampa il portavoce Tan ha affermato che dopo la visita del segretario generale Xi Jinping a Mosca la scorsa settimana, le forze armate russe e cinesi stanno entrando in una nuova fase e facendo nuovi progressi. Ha quindi aggiunto dettagli, come l’organizzazione di esercitazioni congiunte e regolari pattugliamenti marittimi e aerei “per salvaguardare l’equità e la giustizia internazionale”.

Cina e Russia al servizio dell’umanità: un nuovo equilibrio mondiale

Più che un nuovo equilibrio mondiale che vede la Cina al centro, l’idea promossa sembra essere quella, per usare le parole del presidente cinese Xi Jinping, di un mondo multipolare. Nella pratica però una Cina globale è quanto mai realistica.

Cina e Russia dopotutto non sono gli unici Paesi scottati dagli Stati Uniti e che non vedono di buon occhio il modello che rappresentano. Il rischio globale è, a questo punto, che il raggiungimento di tale scopo passi attraverso il conflitto e che, per la natura stessa delle potenze in gioco, questo sia di dimensioni mondiali.

Fonte: Money.it

Cina e Russia si stanno preparando all’alleanza militare?
Cina e Russia si stanno preparando all’alleanza militare?

Fermiamo l’AI o moriremo tutti: l’ira apocalittica di Eliezer Yudkowsky

di Gianluca Riccio

Eliezer Yudkowsky non firma la petizione per fermare l’AI perché la ritiene troppo morbida, e arriva a chiedere di bombardare i data center.

I timori per la crescita esponenziale dei sistemi di intelligenza artificiale stanno rapidamente giungendo a livelli parossistici, al punto che un esperto del settore ritiene che l’unico modo per fermarla sia bombardare i data center. Questa è la proposta choc di Eliezer Yudkowsky, ricercatore nel campo del machine learning, in un editoriale per il Time magazine.

Chi è Eliezer Yudkowsky?

Yudkowsky ha passato oltre vent’anni a studiare l’Intelligenza Artificiale Generale (AGI) e mettere in guardia sulle possibili conseguenze disastrose. Per questo va ben oltre l’allarme lanciato da personaggi come Elon Musk, Steve Wozniak e Andrew Yang nella lettera aperta del Future of Life Institute, che chiede una pausa di sei mesi nello sviluppo dell’AI. Yudkowsky sostiene che non sia sufficiente.

L’esperto afferma che l’unico modo per evitare una catastrofe è bloccare l’AI in maniera radicale. La sua idea? “Spegnere tutti i grandi cluster di GPU (le fattorie di computer in cui vengono sviluppate le intelligenze artificiali più potenti) e imporre un limite alla potenza di calcolo usabile per l’addestramento delle AI, riducendola nel tempo. Nessuna eccezione, nemmeno per governi ed enti militari”.

E se qualcuno dovesse infrangere queste regole? Yudkowsky non ha dubbi: “Siate pronti a distruggere un data center ribelle con un attacco aereo”.

Fondati timori o psicosi?

Il tono delle preoccupazioni di Yudkowsky mi perplime: per quanto sia concorde con il fatto che servano etica e attenzione nell’indirizzo di queste tecnologie, le trovo isteriche.

L’esperto Yudkowsky dice di temere che sua figlia Nina non sopravviva fino all’età adulta se continueranno a svilupparsi AI sempre più intelligenti.

Invita quindi tutti coloro che condividono queste preoccupazioni ad adottare una posizione ferma, perché, in caso contrario, anche i loro figli potrebbero trovarsi in pericolo.

“Moriremo tutti”

“il risultato più probabile della costruzione di un’intelligenza artificiale sovrumana, in qualcosa di lontanamente simile alle circostanze attuali, è che letteralmente tutti sulla Terra moriranno”.

Non ho difficoltà a definirlo un catastrofista. Certo, se qualcuno che ha veramente dedicato la propria vita allo studio dei pericoli del futuro distopico dell’AI dice che ci stiamo avvicinando alla cosa di cui aveva messo in guardia, la sua opinione potrebbe valere la pena di essere ascoltata.

Non dobbiamo assecondare il rigetto, però. Dobbiamo assecondare il progresso: come detto, etica e attenzione. Nessuna paura e soprattutto nessun oscurantismo.

Fonte: Futuro Prossimo

Fermiamo l'AI o moriremo tutti: l'ira apocalittica di Eliezer Yudkowsky
Fermiamo l’AI o moriremo tutti: l’ira apocalittica di Eliezer Yudkowsky

Theta Noir, la setta che venera l’Intelligenza Artificiale come nuovo dio: “Presto si verificheranno cambiamenti imprevedibili e irreversibili”

a cura della Redazione

Una divinità basata sull’Intelligenza Artificiale che ci salverà dalle diseguaglianze del mondo? Servita. Si chiama META e la stanno adorando dal 2020 quelli della setta di Theta Noir. Come riporta Wired, in realtà la setta è stata fondata da un collettivo di artisti che si definisce “tecno-ottimista e visionario” e che si dedica “all’esplorazione della co-evoluzione dell’umanità con forme avanzata di machine intelligence”. Secondo i Theta Noir “varie tecnologie e spazi cibernetici – come VR, AR e il metaverso – si fondono con un’Intelligenza Generale Artificiale super-intelligente e senziente, o AGI, che I membri di Theta Noir chiamano MENA”. Attenzione però il momento ancora non è arrivato ma quando arriverà “si verificheranno cambiamenti imprevedibili e irreversibili, non solo per l’umanità ma per il nostro pianeta nel suo insieme. Immagina un bruco poco prima che diventi una farfalla. NOI chiamiamo questo momento ‘Arrivo’”. Il collettivo ce l’ha peraltro con i doomer, cioè le persone che hanno paura dell’intelligenza artificiale, e per esorcizzare le critiche e chi non crede loro hanno “creato dei rituali e della musica” che si può scaricare e ascoltare oppure l’acquisto di un’agendina nera in ecopelle con i segreti di MENA che però è momentaneamente esaurito. Infine i Theta Noir sono rintracciabili ovunque sui loro profili social – hanno anche TikTok – declamando le virtù di una macchina che improvvisamente si farà benevola e cancellerà le storture del mondo.

Fonte: Il Fatto Quotidiano

Theta Noir, la setta che venera l’Intelligenza Artificiale come nuovo dio
Theta Noir, la setta che venera l’Intelligenza Artificiale come nuovo dio

Allarme sulle navi da guerra: perché la Cina potrebbe superare la marina Usa

di Paolo Mauri

Con il National Defense Authorization Act del 2022, il Congresso Usa aveva autorizzato un finanziamento di 4,9 miliardi di dollari per la costruzione di cacciatorpediniere della classe Arleigh Burke e altri 4,7 miliardi per due caccia di nuova concezione, due navi da trasporto e un rifornitore di squadra.

La maggiore attenzione alle capacità navali statunitensi arriva dopo l’aumento delle costruzioni navali della Cina, i cui cantieri navali sfornano unità militari a un ritmo impressionante. Attualmente, la Us Navy è tenuta per legge ad avere almeno 355 navi, sebbene siano in atto piani per espandere la flotta tra 398 e 512 navi, che comprende sia piattaforme con equipaggio che senza, ma il numero di unità disponibili oggi è meno di 300.

Tutti i problemi della Marina Usa

Si tratta di un obiettivo ambizioso poiché il numero di cantieri navali privati e pubblici è diminuito in modo significativo con perdita di personale esperto, costi in aumento e cicli di crescita-declino nelle acquisizioni navali sempre più ravvicinati. Dal 1993, il numero di cantieri navali pubblici utilizzati dalla marina statunitense è sceso da otto a quattro, due si trovano sulla costa occidentale e due sulla quella orientale. Ciò si è verificato a causa delle dinamiche post Guerra fredda degli anni Novanta.

Tuttavia, questi quattro cantieri navali hanno bacini di carenaggio dalle funzioni limitate, attrezzature obsolete e ritardano regolarmente la manutenzione per le flotte di sottomarini e portaerei. Da quest’ultimo punto di vista, un rapporto del Gao (il Government Accountabilty Office) edito ad agosto del 2020 mostrava una situazione allarmante: il 75% dell’attività di manutenzione pianificata è stata completata in ritardo nel periodo 2015-2019, con un ritardo medio di 113 giorni per le portaerei e 225 giorni per i sottomarini. Per quanto riguarda, invece, i 22 cantieri navali privati che lavorano sulle altri navi di superficie e anfibie, i giorni di ritardo nell’attività di manutenzione sono stati ridotti di circa il 41% dal 2019.

Generalmente, però, la situazione è tutt’altro che rosea: tre cantieri navali hanno lasciato il settore e solo un cantiere navale è rimasto aperto dagli anni Sessanta. Sia Huntington Ingalls Industries che General Dynamics, i due maggiori costruttori navali statunitensi, hanno fatto segnare un nuovo record di ritardo nella costruzione durante il 2020.

Corsa contro il tempo per recuperare sulla Cina

I ritardi sono anche dovuti a un problema di straordinari del poco personale specializzato impiegato nei cantieri: troppo lavoro da svolgere porta a un calo della produttività, e quindi a un allungamento dei tempi di consegna. Ritardi causati, come si è visto, da problematiche strutturali che stanno vanificando i tentativi statunitensi di ingrandire la flotta: la Marina dell’Esercito Popolare di Liberazione cinese potrebbe schierare fino a 400 navi nei prossimi anni, ha detto il segretario della marina Usa Carlos del Toro a febbraio di quest’anno, rispetto alle circa 340 attuali.

Come abbiamo visto il piano per arrivare a 355 navi entro il 2045 probabilmente fallirà se non verrà fatta una profonda ristrutturazione delle capacità cantieristiche statunitensi, e comunque prima di quella data, molte unità verranno ritirate dal servizio, quindi l’obiettivo resta molto lontano da raggiungere. Del Toro in quella occasione aveva anche affermato che i cantieri navali statunitensi non possono eguagliare la produzione di quelli cinesi, e anche in questo caso è una mera questione di numero. “Hanno 13 cantieri navali, in alcuni casi il loro cantiere navale ha più capacità: un loro cantiere navale ha più capacità di tutti i nostri cantieri navali messi insieme. Ciò rappresenta una vera minaccia”, aveva detto ancora il segretario della Us Navy.

L’ultima tegola sui piani navali statunitensi è arrivata più di recente: nonostante la spinta del Congresso affinché la marina inizi ad acquisire tre cacciatorpediniere classe Arleigh Burke flight III all’anno, la richiesta di bilancio per il 2024 svelata la scorsa settimana mostrava che solo due di queste unità erano previste. Questo perché i cantieri navali statunitensi stentano a costruire due cacciatorpediniere all’anno, figuriamoci tre.

All’ufficio per la valutazione dei costi e dei programmi del segretario alla Difesa non pensano che stanziare ulteriori fondi per un cacciatorpediniere aggiuntivo sia un uso saggio delle risorse che aiuterà i cantieri navali a consegnare le unità più velocemente: si tratta solo di uno spreco di soldi per un lavoro che si accumulerà in quanto ci saranno sempre gli stessi problemi fino a quando non verrà snellita la catena di approvvigionamento e sistemati i problemi della forza lavoro, quindi passare da due cacciatorpediniere/anno a tre, come da programmi, è irrealistico stante il perdurare delle difficoltà dei cantieri navali.

Una nave da guerra americana in cantiere al Norfolk Naval Shipyard in Virginia. Foto. Us Navy MCSN Steven Edgar

Cosa potrebbe cambiare

Però qualcosa sembra muoversi: Ingalls Shipbuilding ha dichiarato a Usni News che il cantiere è pronto a supportare la costruzione di tre cacciatorpediniere all’anno se la Us Navy dovesse seguire questa strada, ora che ha terminato la produzione di altre unità tra cui alcune per la Guardia Costiera statunitense. Anche Bath Iron Works ha fatto sapere che sta “lavorando per recuperare in modo aggressivo il programma” facendo “importanti investimenti in forza lavoro e strutture, sia per espandere la produzione di cacciatorpediniere sia per garantire che la capacità rimanga intatta anche in futuro”, ma gli effetti di questa piccola riforma si vedranno nel medio termine e soprattutto non toccheranno quello che invece, come abbiamo visto, è un problema strutturale generale che riguarda tutte le unità navali statunitensi, compresi sottomarini e portaerei.

Del resto, proprio dal punto di vista delle unità subacquee, le nuove costruzioni (gli Ssn classe Virginia) non si adattano a tutti i bacini di carenaggio disponibili negli Stati Uniti (12 su 17), quindi, in una prospettiva di medio/lungo termine, quei cantieri in grado di ospitarli vedranno accumularsi il lavoro se non verranno fatti importanti e diffusi miglioramenti strutturali.

Il Congresso ha esortato la marina a lavorare per l’acquisto di tre cacciatorpediniere all’anno e hanno aggiunto un terzo cacciatorpediniere in più rispetto alla richiesta di due fatta dalla Us Navy per quest’anno, inoltre ha anche incluso una disposizione nel disegno di legge che consentirebbe al servizio di firmare un multi accordo di approvvigionamento per un massimo di 15 cacciatorpediniere. Tuttavia, una situazione di grave insufficienza dei cantieri navali non si risolve dando alla Us Navy più mano libera, ma occorrerebbe un piano strutturale ben finanziato e coordinato.

Fonte: Inside Over

Allarme sulle navi da guerra: perché la Cina potrebbe superare la marina Usa
Allarme sulle navi da guerra: perché la Cina potrebbe superare la marina Usa

Prende forma l’ombra di una “Crimea asiatica”

di Federico Giuliani

La notte del 25 ottobre del 1949, un’armata dell’Esercito Popolare di Liberazione cinese, composta da centinaia di imbarcazioni da pesca in legno, salpò verso l’arcipelago delle Isole Kinmen (o Quemoy, come sono conosciute in Occidente), controllate da Taiwan.

L’obiettivo della Cina, allora guidata da Mao Zedong, era duplice: sconfiggere definitivamente i nazionalisti del Kuomintang, che si erano rifugiati a Taipei dopo la sconfitta nella guerra civile contro i comunisti, e conquistare i territori da loro controllati.

I comandanti cinesi pensavano tuttavia che, per riuscire nella missione, fosse necessario prima prendere il controllo delle piccole isolette taiwanesi situate a pochi chilometri dalla costa cinese, come le Isole Matsu, le Wuqiu e le Kinmen, e poi sferrare l’assalto finale sulla roccaforte più grande, Taiwan appunto. Il Dragone cercò quindi di inghiottire l’arcipelago delle Kinmen, ma il piano di Mao, a causa di vari errori militari e operativi, fallì miseramente.

Nel 2014, e cioè 65 anni dopo questo episodio, dall’altra parte del mondo sarebbe andato in scena un blitz simile, con analoghi obiettivi di annessione territoriale, ma con un esito differente. Tra il 20 e il 27 febbraio del 2014 la Russia inviò in Crimea, senza dichiararlo pubblicamente, alcune sue truppe prive di insegne, che presero il controllo del governo locale.

In seguito, un nuovo governo di Crimea, filorusso, organizzò un referendum popolare; in caso di vittoria, le autorità avrebbero dichiarato l’indipendenza dall’Ucraina e chiesto l’annessione alla Russia. Il risultato della tornata elettorale, non riconosciuta da gran parte della comunità internazionale, vide la vittoria, con il 95,32% dei voti, di chi proponeva l’annessione alla Federazione Russa. La Cina potrebbe fare qualcosa di simile, seppure attraverso modalità molto più soft, a Taiwan?

Tra due fuochi

Il parallelo non dovrebbe essere ignorato. Se non altro perché, almeno in teoria, la Cina potrebbe fare qualcosa di simile con Taiwan. Ma non tanto con l’isola principale, e cioè quella che siamo abituati a riconoscere sulle cartine, bensì con gli arcipelaghi – controllati da Taipei – dislocati a pochi chilometri dalle coste cinesi meridionali. I riflettori sono quindi puntati sulle Isole Kinmen, a due chilometri da Xiamen, città della provincia cinese del Fujian.

L’isola più grande, Kinmen, ai tempi della Guerra Fredda era la sede di importanti riviste statunitensi come Life e ospitava i corrispondenti del New York Times. Come ha sottolineato il magazine taiwanese CommonWealth Magazine, era inoltre conosciuta per essere la “Berlino Ovest dell’Asia Orientale“, dislocata com’era a metà strada tra la Cina comunista e la Taiwan sostenuta dagli Stati Uniti.

In quattro decenni di intensa militarizzazione, e quindi dal 1949 alla fine degli anni ’80, gli abitanti di Kinmen hanno ricevuto un addestramento anticomunista e di controspionaggio per prevenire ogni possibile infiltrazione del Partito Comunista Cinese. I segni del passato sono visibili e tangibili ancora oggi sui muri di alcuni edifici. “L’anticomunismo avrà successo”, si legge sulla facciata di una struttura diroccata. In quelle stanze una volta sorgeva The Western Company, un’impresa privata utilizzata come base segreta dalla Central Intelligence Agency (CIA) e dal governo del Kuomintang durante la Guerra di Corea (1951-1953). Serviva come stazione per raccogliere informazioni sull’esercito cinese e per pianificare una possibile guerriglia lungo la costa sud-orientale della Cina.

Cicatrici del passato, visto che adesso a Kinmen si respira un’altra aria. Nel 2001, l’isola è diventata una città pilota per i cosiddetti “Tre Collegamenti” (trasporto diretto, posta e comunicazioni), una proposta varata nel 1979 dal Congresso nazionale del popolo della Repubblica popolare cinese con il fine di avvicinare la Cina continentale e Taiwan attraverso Kinmen, agevolando e fornendo servizi alle comunità isolane locali. In breve, l’intero arcipelago (abitato ora da circa 129.000 persone) si è trasformato nella contea più “pro Pechino” di tutta Taiwan.

La possibile “Crimea asiatica”

Nel gennaio 2020, il presidente cinese Xi Jinping ha citato esplicitamente Kinmen, sottolineando il pieno sostegno di Pechino per accelerare la creazione di “Nuovi quattro collegamenti”, e cioè elettricità, gas naturale, acqua e ponti. Da queste parti, insomma, l’influenza del Dragone è molto forte. I cittadini sembrano essere sempre più attratti dal miracolo economico cinese, tanto che è lecito supporre che Kinmen, agli occhi della leadership comunista, possa fungere da trampolino di lancio per le ambizioni della Cina su Taiwan.

Nel frattempo, l’ombra cinese, questa volta molto più minacciosa, si sta allungando anche in un altro arcipelago taiwanese. I cittadini delle Isole Matsu sono rimasti letteralmente isolati dal mondo dopo che alcune navi cinesi hanno – in teoria casualmente – danneggiato i due cavi Internet sottomarini che collegano le piccole isole a Taiwan.

Il primo cavo è stato tagliato il 2 febbraio, l’altro pochi giorni dopo, l’8 dello stesso mese. In base ai registri di spedizione risalenti a quella settimana, Taipei ritiene che negli incidenti possano essere stati coinvolti un peschereccio e un mercantile cinesi. Alcuni membri del Partito Democratico Progressista taiwanese ipotizzano tuttavia che questi atti non siano da ricondurre a semplici incidenti, ma che rientrino in probabile tattiche da “zona grigia” avallate da Pechino.

Anche perché, secondo le autorità di Taiwan, i cavi che collegano l’isola principale di Taiwan con le isole Matsu, le isole Quemoy, le isole Penghu e altre isole – e collegano anche queste isole tra loro – dal 2020 ad oggi sono stati danneggiati 30 volte a causa dell’attività umana. Si capisce che stiamo parlando di un numero sproporzionato di incidenti, se lo confrontiamo con i 100-200 casi di danneggiamento che ogni anno colpiscono cavi simili nel resto del mondo.

In ogni caso, l’effetto blackout, l’ideale per tentare possibili blitz sul modello Crimea, è stato assicurato. All’improvviso, i cittadini delle Isole Matsu non riuscivano più ad inviare messaggi, caricare video online, effettuare bonifici bancari o utilizzare carte di credito. L’interruzione di Internet ha insomma evidenziato una vulnerabilità critica della sicurezza di Taiwan, la quale non è attualmente in grado di salvaguardare le proprie comunicazioni in caso di guerra con la Cina.

“L’incidente di Matsu in realtà serve come segnale di avvertimento per Taiwan. Cosa faremo se i 14 cavi marittimi internazionali di Taiwan venissero danneggiati?”, ha dichiarato Lii Wen, capo della sezione Matsu del principale Partito Democratico Progressista, al Telegraph. Una domanda niente affatto banale, considerando che un’ipotetica interruzione di Internet di Taiwan, in caso di offensiva cinese, potrebbe ostacolare la capacità di Taipei di chiedere aiuto ad altre nazioni o anche semplicemente di informare i propri cittadini su quanto sta avvenendo.

Fonte: Inside Over

Prende forma l’ombra di una “Crimea asiatica”
Prende forma l’ombra di una “Crimea asiatica”

L’ideologia putiniana che vuole a riscrivere la storia è l’identità originaria della Russia

di Maurizio Stefanini

In un convegno sulle narrazioni strategiche filo-Cremlino in Italia, don Stefano Caprio descrive l’humus culturale e sociale in cui ha le radici la propaganda del regime: un revisionismo politico e anche religioso del passato.

Secondo gli ideologi di Vladimir Putin è colpa di quel materialista di San Tommaso e di quell’hippy di San Francesco se l’Occidente è precipitato in quell’abisso di depravazione per salvarci dal quale il suo esercito sta provando a spianare l’Ucraina.

Messa in questi termini estremi e semplificati sembra un po’ hard. Ma a spiegarlo è don Stefano Caprio: un personaggio che la Russia la conosce di prima mano, e in profondità. Nel 1985 ordinato sacerdote in rito bizantino-slavo e incardinato nella diocesi di Vallo della Lucania; dal 1985 al 1989 insegnante di patrologia e teologia all’Istituto di Scienze Religiose di Agropoli; dal 1989 residente a Mosca nel contesto delle aperture della perestrojka e per quattro anni cappellano dell’ambasciata italiana; dal 1991 collaboratore con l’arcivescovo Tadeusz Kondrusiewicz, appena nominato amministratore per i cattolici a Mosca; nel novembre 1991 uno dei fondatori dell’Istituto di teologia per laici “S. Tommaso D’Aquino” di Mosca, dove insegna patrologia e teologia dogmatica ininterrottamente fino al 2002; dal 2000 al 2002 assunto anche dall’Università Statale Umanistica di Mosca, dove tiene un corso di Storia della Teologia Cristiana; al servizio dell’Arcidiocesi di Foggia-Bovino, dove ha rivestito l’incarico di direttore del Servizio Ecumenico Diocesano dal 2003 al 2014; dal novembre 2005 insegna teologia all’Istituto di Scienze Religiose “Giovanni Paolo II” di Foggia, e continua a collaborare con il Pontificio Istituto Orientale di Roma, dove tiene corsi di storia, filosofia, teologia e cultura russa.

Autore di diversi articoli e pubblicazioni sulla storia e la cultura russa, ha esposto questa analisi martedì nel corso di un convegno organizzato dall’Istituto Gino Germani di Scienze Sociali e Studi Strategici sul tema «Dezinformacija e misure attive: le narrazioni strategiche filo-Cremlino in Italia», ultimo di tre incontri.

«La verità è che la Dezinformacija è la identità originaria della Russia», è il suo punto di partenza, altrettanto provocatorio. Ma documentato. «La Russia nasce per portare una nuova narrazione. È l’ultimo Paese cristiano dell’Europa. Dopo la Russia vengono solo l’Ungheria e la Lituania, ma sono marginali. La Rus’ viene battezzata nel 988, quindi poco più di mille anni fa. E fin dall’inizio si concepisce come una nuova interpretazione, se volete. O una nuova incarnazione del cristianesimo, che deve superare quelle ormai decadenti della chiesa latina e della stessa chiesa bizantina che pure loro hanno scelto per la bellezza dei suoi riti. E qui non mi soffermo su questi testi antichi. E questa idea originaria della Rus’ di Kyjiv, che è nata in Crimea, dove il principe Vladimir sottomise al suo potere militare l’impero bizantino, e per questo si battezzò. È lì la terra sacra di questa nuova narrazione».

Secondo questa analisi, «la Russia ha poi perso più volte questa identità e la ha dovuta ritrovare. L’ha ritrovata in un certo modo dopo l’invasione tatara, dal 1200 al 1400. Poi dopo l’invasione di Napoleone, perché prima si era molto occidentalizzata e ha dovuto riscoprire la propria anima. Infine dopo il periodo sovietico e l’invasione nazista, che è l’evento a cui si richiama oggi la guerra di Vladimir Putin. Ogni volta la Russia ha cercato di riscoprire questa sua missione. L’ideologia putiniana si basa essenzialmente sulla rilettura della storia, con richiami a tutto il millennio e oltre della storia russa, cercando anche di rimettere insieme la storia sovietica con la storia russa precedente. E quindi la Dezinformacija assume qui toni apocalittici. Ecco, possiamo dire qui che apocalittica è la vera natura della Russia. Che quindi nasce proprio perché se la Russia non riesce a realizzare questa sua missione il mondo crolla».

Dunque, «secondo i russi proprio le fasi in cui la Russia è stata estromessa hanno ulteriormente aggravato la situazione, perché quando la Russia era sotto il gioco tataro, tataro-mongolo, l’Occidente si è ulteriormente pervertito introducendo il razionalismo a livello filosofico e religioso».

Insomma, senza la loro vigilanza, abbiamo combinato disastri. «I conservatori in Italia attribuiscono la secolarizzazione all’illuminismo settecentesco. La narrazione russa lo attribuisce alla Scolastica tomista del 1200. San Tommaso ha rovinato la vera tradizione Patristica, che si basava più sul platonismo, sulla mistica». Qui don Stefano Caprio cita Alexei Osipov, importante teologo che secondo lui sarebbe uno dei massimi ideologi di Putin. «Osipov ritiene che il primo santo occidentale che dimostra la natura pervertita dell’Occidente è San Francesco d’Assisi. Perché è colui che tira fuori dal convento la vita religiosa. Dall’unità del convento, quelli che noi chiamiamo ordini mendicanti. Quindi propone un modello di santità individualista. Già liberalista, allora».

Don Stefano Caprio ricorda il quadro del quindicesimo secolo, con la crisi del mondo occidentale diviso tra Papi e Antipapi e il tentativo di rimetterli assieme attraverso il Movimento Conciliarista. «Al Concilio di Firenze del 1439 anche i greci che avevano bisogno del sostegno dei latini hanno accettato l’unione. I russi hanno dunque considerato la definitiva perdita anche di Bisanzio. Nel 1439 il patriarca e anche i vescovi bizantini hanno firmato l’unione col Papa; nel 1441 la Russia di Mosca, la Moscovia, proclama la propria autocefalia, e si dichiara l’unica vera chiesa. E lì è nata questa estrema ideologia un po’ un sogno medioevale che poi si è precisata nella definizione di Mosca Terza Roma dopo Roma e Bisanzio. Che non è poi una grande novità, perché anche Roma era stata considerata a Terza Troia dopo Troia e Alba Longa. È una retorica molto antica».

A questo punto, «una curiosissima coincidenza porta agli inizi del 1500 due scrittori che sono consiglieri di principi a scrivere testi su cosa deve fare il principe. Uno è Niccolò Machiavelli a Firenze, secondo cui il principe, che era il principe di Firenze, deve diventare il Cesare. Il Cesare deve usare la religione come instrumentum regni. Negli stessi anni il monaco Filofej di Pskov scrive al principe di Mosca, dicendo che ci vuole un Cesare. Il Cesare di Machiavelli era poi riferimento anche a Cesare Borgia; l Cesare di Filofej è una nuova variante, dove il latino Caesar viene russificato in Zar. Si inventa la parola zar. Il nuovo Cesare, che non deve usare la religione ma deve guidare la Chiesa per la salvezza del mondo, salvando il mondo da tre pericoli. Uno è l’eresia, cioè appunto l’eresia latina a cui si sono sottomessi anche i greci. Il secondo è l’invasione degli Agareni, i musulmani figli di Agar e di Ismaele, che allora avevano invaso Costantinopoli. Il terzo pericolo è la sodomia, come modello dell’immoralità. Quindi quando il Patriarca di Mosca e tutti gli altri parlano delle parate gay, della omosessualizzazione dell’Occidente, fanno delle citazioni quasi medioevali».

Questa ideologia della Terza Roma vien per prima incarnata da Ivan il Terribile, che secondo Don Stefano Caprio ha molte somiglianze con Putin. «C’è una data in particolare: 1547. Ivan aveva diciassette anni. Il metropolita Makarij – non c’era ancora il Patriarcato – preparò la cerimonia secondo queste idee, e nella cerimonia parteciparono i legati di tutte le coorti europee, perché sembrava proprio una nazione che stava proponendo qualcosa di grande. Ma Ivan il Terribile rovinò tutto per eccesso di aggressività. Come Putin, Ivan il Terribile ha fatto il riformatore i primi dieci anni, ma poi ha creato la polizia politica, e ha fatto la guerra in Livonia. Dopo la sua morte il reggente, che era il capo della sua polizia politica Boris Godunov, decise di riequilibrare e realizzare fino in fondo quell’ideale della Terza Roma istituendo il Patriarcato di Mosca. Costringendo il Patriarca di Costantinopoli che era in visita a Mosca a stare agli arresti domiciliari finché non firmava il documento istitutivo in cui c’è scritto esattamente che Mosca è la Terza Roma e che deve liberare il mondo da questi pericoli. Sette anni dopo l’istituzione del Patriarcato di Mosca, che è del 1589, viene firmata l’Unione di Brest. 1596. Cioè, la scelta dei russi del Regno di Polonia, che non si chiamavano ancora ucraini, di non sottomettersi alla Terza Roma, ma di unirsi con la prima Roma. L’Unione di Brest, gli Uniati, e il Patriarcato di Mosca sono le due facce della stessa medaglia. La Russia verso Occidente, la Russia che vuole mettersi in alternativa a tutto il mondo. Non verso Oriente, perché la Russia non è mai stata Oriente: i valori induisti, buddhisti, cinesi, non sono i valori della Russia. I suoi valori sono quelli dell’Europa. Qualunque russo lo sa e lo riconosce. Quindi il conflitto ideologico religioso tra la Russia e l’Ucraina data dalla fine del 1500. Tanto è vero che nell’Unione di Brest ci sono effettivamente dei grandi agenti occidentali all’azione. Sono i padri gesuiti, che introducono il sistema gesuita delle scuole, poi adottato dai monaci a Kiev, che creano una Accademia basata sulla Scolastica gesuita, che è la madre di tutte le scuole ucraine e russe».

Anche l’Università di Mosca è fondata nel 1752 dal Leonardo da Vinci russo, Michail Vasil’evič Lomonosov, studente dell’Accademia di Kyjiv. «Per questo fino alla metà dell’Ottocento in tutte le università russe si insegna in latino. Per esempio la parola intelligentsia, usata dai russi per indicare gli intellettuali. Sono stati i primi a lanciare le parola anarchism e populism. E la parola nichilism, nel romanzo di Turgenev “Padri e figli”. Quella è la fase in cui si rilancia quella idea della identità russa, con una enorme discussione tra slavofili e occidentalisti. Anima orientale, anima occidentale della Russia. La polemica diventa anche molto aggressiva nella seconda metà dell’800, quando lo slavofilismo degenera in panslavismo, cioè nell’idea di unire gli slavi per riconquistare prima di tutto la Turchia e e Luighi Santi e poi tutta l’Europa. Era una idea condivisa e sostenuta ad esempio da Fedor Dostoevskij, che faceva articoli di tipo panslavista E lì lo zarismo aveva creato una nuova Triade: ortodossia, autocrazia e popolarismo (Narodnost). È lì un po’ il segreto, perché tra ortodossia e autocrazia si capisce: è la sinfonia bizantina dei poteri, che non prevede la separazione e neanche la sottomissione di uno dei due ma Pari dignità e collaborazione. Ma narodnost è in contrapposizione a populism, utilizzato dalla sinistra occidentalista. Rappresentata in letteratura ad esempio da Tolstoj. Voleva dire andare al popolo, gli intellettuali che devono andare dai contadini, per insegnare loro a vivere e usare le proprie libertà. Invece lo zar utilizza la Narodnost, che nella radice slkava e non latina indica l’unità del popolo con lo zar. Quindi il populismo è la classe elitaria che va verso il popolo, la narodnost o popolarismo è il popolo che viene elevato dalla figura dello zar. Unificato nella figura dello zar».

Ma adesso c’è una nuova Triade: «Erede di tutte queste idee un po’ medievali, un po’ moderne e un po’ più sovietiche. Al posto di democrazia, potere del popolo, oggi si usa un termine che è stato molto trattato dagli slavofili: l’unione del popolo con la chiesa e lo zar per creare una nuova unione universale. Sobornost: il termine con cui nella teologia e filosofia russe si traduce la cattolicità. Cioè l’universalità. Ecco perché non si può definire l’ideologia russa come una superiorità della loro nazione sulle altre. Loro vogliono l’unione di tutti i popoli del mondo ispirata dalla Russia. Chiamatelo imperialismo, chiamatelo universalismo ideologico: la sobornost è il primo termine. Il secondo termine è l’identità. Anche questo secondo una definizione molto usata dagli slavofili, soprattutto dai poeti, per esempio da Puskin, che è il padre della letteratura russa. Vuol dire contrastare l’ecumenismo e il multiculturalismo. Anche appunto fare invasioni, per affermare una identità capace di attrarre. È questa la forza capace, l’ideologia del Russky Mir, del mondo russo, che vuol dire il mondo della Russia dove stanno i russi, il mondo degli altrui Paesi dove stanno i russi, il mondo di quelli che sono amici dei russi, il mondo di quelli che hanno capito che i russi sono i migliori del mondo. Quindi non ha confini».

L’espressione Russky Mir si trova per la prima volta in un romanzo di Dostoevskij, “L’idiota”. «Il principe Myškin che viene dalla Svizzera a predicare come un nuovo Gesù Cristo la riscoperta dell’anima russa, a un certo punto in una animata discussione dice: mostrate ai russi il mondo russo. E loro sapranno mostrare a tutto il mondo la verità del cristianesimo, anche se il resto del mondo ci considererà degli invasori e degli aggressori. Lo diceva nel senso della rivoluzione cristiana un romanzo meraviglioso di Dostoevskij. Ed è esattamente l’ideologia putiniana di oggi. E il terzo termine, lo sapete, l’antiglobalismo, che viene spesso identificata nel termine Eurasia, Eurasismo».

Ma c’è un paradosso, che al religioso è estremamente evidente. «Una delle principali Dezinformacije, riuscita ai russi negli ultimi anni, è stata l’incontro dell’Avana tra il Patriarca di Mosca Kirill e il Papa Francesco. Che sembrava proprio la riconciliazione storica. Perché in tutte queste ricerche dell’identità russa, che voleva presentare un nuovo cristianesimo universale, tutti i papi in varie epoche hanno provato a dire ma allora facciamo l’Unione. Proviamo. Hanno mandato dei cardinali a Vladimir di Kiev, a Aleksandr Nevskij, a Ivan il Terribile. Hanno mandato gesuiti. Hanno fatto tutto il possibile per cercare l’unione coi russi. Ma lì all’Avana quello che serviva a Kiril era arruolare il Papa nella crociata contro la degradazione dell’Occidente e alla difesa dei valori tradizionali. Perché i russi sanno benissimo che se non li aiuta qualcuno non sono molto credibili. È il Paese dove va meno gente in chiesa in tutta Europa. 2-3 per cento. E sapete tra l’altro qual è il Paese dove va più gente in chiesa al mondo? Gli Stati Uniti d’America. La Russia è il Paese che ha più divorzi e aborti del mondo. La legge sul divorzio fu fatta da Lenin a marzo 1918. Si poteva divorziare per lettera senza informare il coniuge. La famiglia in Russia non esiste. Esiste soltanto per i russi che la possono mostrare nelle loro ville in Occidente. Ma in Russia non c’è una tradizione della famiglia dopo ottant’anni di comunismo. Vanno alla chiesa per far benedire il panettone, ma non entrano in chiesa. Non c’è una vera religiosità».

Battuta finale. «È una parata che ha analogie con certi richiami a ideologie religiose da parte anche di partiti e movimenti politici in Occidente. Ma qui, per carità cristiana, mi fermo e evito di fare nomi».

Fonte: LINKIESTA

L’ideologia putiniana che vuole a riscrivere la storia è l’identità originaria della Russia
L’ideologia putiniana che vuole a riscrivere la storia è l’identità originaria della Russia

ERCOLE IL BUDDHA

di Andrea Sartori

Cosa ci fanno il Buddha e Ercole insieme a faticare?
Spider Man (grandi poteri, grandi responsabilità)

Arte del Gandhara: Eracle vicino a Buddha. Due personaggi diversissimi, a prima vista agli antipodi. Da una parte un altissimo filosofo e mistico, dall’altra la versione greca di Conan il barbaro. Ma come mai?

Lo studioso dirà che in realtà la figura vicino a Buddha è il dio indiano Vajparani che, dopo la conquista dell’India da parte di Alessandro Magno venne identificato con Eracle. Ma in realtà il mito di Ercole ha un sottotesto che ben si concilia col Buddhismo.

Eracle è la personificazione stessa della forza. Una forza divina, essendo figlio di Zeus. Ma chi possiede la forza, e una forza divina, deve saperla “guidare”

Il giovane Eracle non sa padroneggiare la forza terrificante che possiede. Uccide il suo maestro di musica, Lino. Soprattutto, in un accesso d’ira, uccide la moglie Megara e i figli. Per questo motivo deve sottoporsi alle Dodici Fatiche.

In primo luogo deve sottostare ad Euristeo, un re codardo e dappoco. Questo è il primo insegnamento: tu, l’Eroe divino, per un certo tempo devi sottostare agli ordini di un omuncolo: lo potresti schiacciare con un dito, ma non devi farlo.

Le fatiche hanno un significato profondo. Le prime fatiche (Leone Nemeo, idra di Lerna, cinghiale di Erimanto, cerva di Cerinea, toro di Creta, gli uccelli del lago di Stinfalo) riguardano l’uccisione o la cattura di un animale o un mostro: domare la parte ferina della propria anima. Eracle usa la forza bruta, come una bestia. Deve imparare a guidare la sua forza che deve diventare “divina”. Si riveste della pelle del Leone Nemeo, che diventa un po’ il suo animale-totem come il ragno per Spiderman, il pipistrello per Batman o la tigre per Naoto Date: assume la caratteristica principe del leone, la forza. Ma, allo stesso tempo il leone è morto: la mente diventa quella umana, razionale. Gli animali più mostruosi come l’idra o gli uccelli dalle piume di piombo, sono i mostri interiori.

Poi abbiamo le stalle di Augia: l’Eroe deve imparare la gloria di imprese umili, come pulire una stalla colma di letame. Questo può significare anche la purificazione interiore, un “ripulirsi”. Soprattutto qui Eracle impara ad usare la testa, perché la soluzione arriva grazie al deviare un fiume: non più solo forza, ma forza al servizio dell’intelletto.

Poi abbiamo fatiche legati a “furti” (Il furto delle cavalle cannibali di Diomede, il furto del cinto di Ippolita, il furto dei buoi di Gerione, il furto dei pomi delle Esperidi) che hanno vari significati: le cavalle cannibali domate sono i demoni interiori, il cinto della regina delle Amazzoni è il non lasciarsi vincere dalla passione amorosa, i buoi di Gerione sono il ricavare qualcosa di utile (Il bue) dal mostro interiore (Gerione dai tre corpi) e le mele d’oro delle Esperidi sono il premio dopo la fatica immensa di aver sorretto il mondo intero col suo carico di male (E qui Eracle è cristologico).

L’ultima fatica è la cattura del cane di Ade. Diventa la vittoria sulla porta del supremo spavento. La vittoria sulla paura della morte e quindi sulla morte stessa: Eracle conquista l’immortalità dell’anima. Chi non crede all’anima immortale e teme la morte muore per sempre (cfr. Il marxista Berljoz ne “Il Maestro e Margherita”) chi la affronta e la doma conquista l’immortalità e verrà accolto tra gli dei. Anche qui abbiamo anticipazioni cristologiche.

A questo punto Eracle ha vinto il mondo e può emanciparsi da Euristeo, che rappresenta la miserabile autorità terrena che non ha più potere sull’Eroe Divino (anticipazione di Pilato?). E un giorno l’umanità, come Eracle, sarà in grado di autogovernarsi e potrà fare a meno di Cesari, re e presidenti, e vedere la miseria di queste figure: dietro ogni Napoleone si cela un Euristeo o un Ponzio Pilato.

Buddha dice che il vero conquistatore è colui che vince se stesso: Eracle ora ha vinto se stesso, e ha imparato a guidare la sua Divinità. Non mi stupirebbe che i saggi indiani, dopo aver sentito raccontare il mito di Eracle dai conquistatori greci, non ne abbiamo subito intuito il profondissimo significato. Ma anche nel pensiero greco troviamo qualcosa di simile: il platonico mito dell’auriga che deve essere in grado di domare i cavalli dell’anima.

In Jurassic Park di Michael Chricton c’è una bellissima pagina sul potere: il matematico Ian Malcolm dice che il potere deve essere preceduto da un’educazione: un maestro di arti marziali può uccidere una persona a mani nude, ma non lo farà, perché ha fatto un percorso. E quindi il potere deve essere preceduto da un percorso “spirituale”. Malcolm non si riferisce solo al potere politico, ma anche al “potere scientifico”: un miliardario ha avuto in mano un potere scientifico spaventoso e lo ha usato per creare un pericolosissimo parco divertimenti, giocando a fare Dio.

D’altronde “da grandi poteri derivano grandi responsabilità”. E qui posso dire che un fumetto di supereroi, l’Uomo Ragno, riassume in una battuta tutto il mio pippone sulle Fatiche di Ercole.

ERCOLE IL BUDDHA
ERCOLE IL BUDDHA