Le proposte della Cina per un ordine internazionale alternativo a quello occidentale

di Alessandro Scassellati

La crisi consiste nel fatto che il vecchio muore […] il nuovo non può nascere e in questo interregno si verificano i fenomeni morbosi più svariati.
Antonio Gramsci

Grande è il disordine sotto il cielo. La situazione è dunque eccellente.
Mao Zedong

Negli ultimi mesi la Repubblica Popolare di Cina si è segnalata per uno spiccato attivismo per cercare di ridefinire una propria visione di un ordine internazionale alternativo a quello offerto dall’Occidente – il cosiddetto “rules-based international order” (anche se le «regole» non sono state mai veramente scritte da nessuna parte ad eccezione della Carta delle Nazioni Unite, un’organizzazione di cui fanno parte 193 Stati che però vede le risoluzioni della sua Assemblea Generale sistematicamente ignorate dagli USA e dalle altre grandi potenze1), la Pax Americana2 -, avanzando proposte sulla sicurezza globale e sulla risoluzione del conflitto ucraino.

A fine febbraio, il Ministero degli Esteri cinese ha pubblicato tre fondamentali documenti che definiscono la visione cinese del mondo e della comunità internazionale. Il concept paper della Global Security Initiative (GSI), il documento US Hegemony and its Perils e il documento che illustra la proposta cinese per una soluzione politica alla guerra in Ucraina.

Documenti che hanno l’ambizione di presentare la Cina come forza per la stabilità e la prosperità globali, che vuole ispirare una “modernizzazione” post-occidentale in tutto il mondo, in particolare nel Sud del mondo, non perseguita attraverso la guerra, il colonialismo o l’espropriazione.

La narrazione ufficiale in Cina (ma anche nel Sud globale e nei paesi europei che sono scettici sulle politiche statunitensi per contenere la Cina) è che gli Stati Uniti rispondono ai problemi militarmente, mentre la Cina usa il dialogo e la cooperazione pacifica3. “Sconfiggere il nemico senza combattere è la massima abilità”, sosteneva Sun Tzu.

Proviamo ad analizzare i contenuti di queste proposte e a ragionare sulle possibili evoluzioni e prospettive, ritenendo che esse offrano diversi spunti utili sulla percezione della Cina circa il suo ruolo nell’arena internazionale e sul suo posizionamento rispetto alle dinamiche globali del potere.

Contesto geopolitico: USA verso Cina

Sappiamo che la Cina è impegnata almeno dal 2018 in una competizione a tutto campo (sebbene al momento non un conflitto bellico) con gli Stati Uniti, la potenza ancora egemone, seppure investita da uno strisciante e progressivo declino che cerca di contrastare attraverso interventi unilaterali (sanzioni, protezionismo/decoupling/politiche industriali, esclusione di imprese dei paesi non graditi dall’accesso al mercato e alle tecnologie del mondo digitale; riarmo proprio e dei paesi amici, “guerre per procura”, ecc.), nonché un rilancio delle alleanze politico-militari occidentali (via Nato, Aukus, Quad, Five Eyes, ecc.), utilizzando la retorica della lotta tra il fronte delle democrazie e quello delle autocrazie. Nell’ultimo anno le tensioni tra USA e Cina sono cresciute, alimentate da posizioni divergenti su sanzioni economiche americane, Taiwan4, guerra tra Russia e Ucraina5, e l’incidente del pallone meteorologico/spia.

Negli Stati Uniti si è consolidato un forte consenso bipartisan sul “contenimento” della Repubblica Popolare Cinese6 sia in chiave militare, attraverso la mobilitazione del military-industrial complex7 e delle alleanze asiatiche a guida americana, sia in chiave tecnologica, con copyright (brevettazione monopolistica), restrizioni e sanzioni (oltre mille imprese cinesi sono state messe nella “lista nera” e gli USA affermano che la Cina potrebbe utilizzare l’app TikTok per lo spionaggio di massa dei cittadini americani, mentre loro utilizzano Google per spiare a livello globale), sia in chiave economica con una maggiore selettività nel gestire i rapporti commerciali.

Gli Stati Uniti (e la UE?) stanno cercando di ricostruire la globalizzazione escludendo la Cina dai settori strategici del nuovo ciclo di accumulazione (green e digitale). Utilizzando strumenti come politiche industriali, protezionismo, decouplingre-shoring friend-shoring stanno scommettendo sulla possibilità di dare vita a nuove catene globali del valore che siano capaci di tenere fuori le imprese cinesi (soprattutto nei semiconduttori avanzati, terre rare e batterie elettriche), anche se questo potrebbe significare che il tempo dell’elettronica di consumo a basso costo e della fast fashion sia finito.

La Cina sta rispondendo a questa strategia statunitense a tutto campo con una rinnovata iniziativa in politica estera, partecipando a esercitazioni militari congiunte con forze russe, sudafricane e di altri paesi, e soprattutto rilanciando il gruppo dei BRICS, allargandolo ad altri paesi del Sud globale e prevedendo la nascita di una moneta globale alternativa al dollaro8, lanciando la GSI, l’Iniziativa per lo sviluppo globale (GDI), collegata all’Agenda 2030 dell’ONU, e l’Iniziativa per la civiltà globale (GCI, intesa a promuovere il dialogo, l’inclusività, il rispetto reciproco e il mutuo apprendimento in seno alla comunità internazionale), investendo nel piano “Made in China 2025” (per sviluppare 10 settori strategici del prossimo round di accumulazione) e nella Belt and Road Initiative (BRI) per realizzare infrastrutture fisiche, logistiche e digitali per connettere la Cina con l’Eurasia, l’Africa, l’Asia orientale e il Sud America9, e rafforzando la Shangai Cooperation Organization (SCO) e la Eurasia Economic Union (EAEU) per costruire nuove piattaforme produttive e catene di approvvigionamento e valore legate a Pechino, in modo da mantenere e rafforzare la posizione centrale della Cina nelle catene del valore manifatturiere globali, sia che si tratti di beni ad alta intensità di lavoro o di tecnologia10.

Sul piano politico, la Cina si presenta come l’alfiere dei paesi in via di sviluppo del Sud globale (la popolazione combinata rappresenta l’80% della popolazione mondiale e contribuisce al 70% della produzione economica globale), cercando di trasformare la sua potenza economica in influenza politica internazionale, sostenendo che dovrebbero avere maggiore voce negli affari internazionali (con una nuova governance globale11) e che le persone di questi paesi dovrebbero avere il diritto di godere di una vita migliore (di uno sviluppo autopropulsivo).

Xi sta anche cercando di posizionarsi come statista globale per rivaleggiare con Biden. La Cina ha recentemente mediato un accordo tra Arabia Saudita e Iran (firmato a Pechino il 10 marzo 2023) per ripristinare le relazioni diplomatiche (entrambi i paesi hanno concordato di rispettare i principi della Carta delle Nazioni Unite, risolvere le loro controversie attraverso il dialogo, rispettare la sovranità reciproca e non interferire negli affari interni di altri paesi), una mossa salutata in Cina come una vittoria contro l’egemonia statunitense in Medio Oriente12.

A differenza della rivalità della guerra fredda tra l’Unione Sovietica e gli Stati Uniti, lo scontro tra USA e Cina coinvolge due superpotenze nucleari che sono le maggiori economie del mondo e sono profondamente intrecciate sul piano economico. Il commercio di merci tra Stati Uniti e Cina valeva 690,6 miliardi di dollari nel 2022, con il dollaro e l’euro che costituiscono parti sostanziali delle riserve monetarie cinesi, e i tentativi su entrambe le sponde del Pacifico di districare il rapporto sono stati ostacolati da legami nel commercio, nella ricerca, nella tecnologia e nella cultura.

Si è aperta apparentemente una nuova fase storica, quella della globalizzazione selettiva basata su una frammentazione dell’economia-mondo in blocchi geopolitici e geoeconomici in via di «disaccoppiamento» (che secondo la managing director del Fondo monetario Internazionale, Kristalina Georgieva, sarebbe “una ‘divisione pericolosa’ che lascerebbe tutti più poveri e meno sicuri”) – un blocco euro-atlantico con i suoi satelliti in Asia orientale e Oceania e un blocco euro-asiatico in formazione – che esprimono diversi modelli di sviluppo capitalistico e di rapporti strutturali tra sistema tecnologico e finanziario e sistema sociale e politico, e sono in forte competizione tra loro per la supremazia economica (integrazione e controllo di risorse strategiche, supply chains e mercati), politico-militare (sfere di influenza) e culturale (egemonia ideologica e soft power).

Al tempo stesso, come sostiene la maggioranza degli osservatori occidentali, negli ultimi mesi la Cina è diventata più “assertiva” nel rivendicare i propri interessi (allontanandosi forse definitivamente dal mantra “mantieni un basso profilo” di Deng).

Nella prima conferenza stampa da ministro degli Esteri (ex ambasciatore cinese a Washington), tenuta durante il congresso delle “Due Sessioni”, Qin Gang ha illustrato le linee di politica estera cinese per i prossimi 5 anni con un tono che i media mainstream occidentali hanno giudicato particolarmente bellicoso, soprattutto nei confronti degli Stati Uniti.

L’avvertimento a Washington è di abbandonare al più presto l’approccio competitivo a somma zero, “la cosiddetta competizione della parte statunitense è il contenimento e la soppressione a tutto campo, un gioco a somma zero in cui tu muori e io vivo” spinto da quello che ha definito un “neo-maccartismo isterico” che sta infliggendo gravi danni alle relazioni bilaterali, ha detto13.

Altrimenti, sarà inevitabile un “conflitto e scontro” tra le due potenze che mette a rischio “il futuro dell’umanità”. Al tempo stesso, ha difeso il rafforzamento delle relazioni del suo Paese con la Russia (che “costituiscono un esempio per le relazioni estere globali“), diventato un partner importante per la Cina da quando i due paesi hanno posto fine a una storica disputa sul confine nel 200514.

Un tono più aggressivo rispetto al passato che, secondo il Financial Times, sarebbe motivato dalla necessità di spostare l’attenzione dal ribasso delle aspettative di crescita del PIL cinese (ma, in realtà, con una stima di una crescita al 5,2%, un aumento di 2 punti percentuali rispetto al tasso 2022, il che significa che la Cina rappresenterà circa un terzo della crescita globale nel 2023) reduce da tre anni di politica zero-Covid15 e dall’ansia di Pechino per una realtà economico-politica globale in cui il rallentamento della crescita (prevista al 3% dal FMI) e il caos crescente – incarnato dalla guerra in Ucraina, ma anche dalla crisi del debito di decine di paesi poveri e da un’ondata inflazionistica che spinge le banche centrali dei paesi occidentali ad un rapido rialzo dei tassi di interesse, provocando deprezzamenti delle valute e deflussi di capitali dai paesi poveri – finisce per nuocere agli interessi cinesi. Non a caso, Qin Gang ha presentato la Cina e le sue relazioni con la Russia come un faro di forza e stabilità, e gli Stati Uniti e i suoi alleati come una fonte di tensione e conflitto.

In questo difficile e contrastato scenario geopolitico e geoeconomico, la Cina si sente pronta ad accreditarsi e ad essere riconosciuta dalla comunità internazionale (a cominciare da USA e UE) come una grande potenza responsabile. Un tentativo di rivendicare ed assumere apertamente un ruolo attivo di leadership globale che evidenzia il desiderio di individuare il vero terreno su cui deve essere misurata la crescente competizione con gli Stati Uniti.

La proposta cinese per una soluzione alla guerra in Ucraina

La Cina ha cercato di presentarsi come un pacificatore nel conflitto tra Russia e Ucraina (di “svolgere un ruolo costruttivo in questo senso” in quanto “grande paese responsabile”), ma la proposta cinese (un “position paper”) è stata molto rapidamente cestinata dagli USA (“è un inganno”) e UE (senza però presentare alcuna proposta alternativa), ma non da Kyiv né da Mosca16.

La posizione ufficiale degli Stati Uniti rimane invariata: la guerra deve continuare per indebolire gravemente la Russia17.

Il piano cinese per l’Ucraina, che, come tanti hanno scritto, non è un vero e proprio piano di pace (non offre misure specifiche), quanto un framework generale per arrivarci (“creare condizioni e piattaforme” per la ripresa dei negoziati): chiede colloqui di pace esortando tutte le parti a evitare l’escalation nucleare e porre fine agli attacchi ai civili.

Il documento è stato pubblicato il 24 febbraio, nel primo anniversario dell’invasione della Russia e contiene 12 punti:

1. rispetto della sovranità di tutti i paesi18; 2. abbandonare la mentalità della Guerra Fredda19; 3. cessazione delle ostilità20; 4. ripresa dei colloqui di pace; 5. risoluzione della crisi umanitaria; 6. protezione dei civili e dei prigionieri di guerra; 7. mantenimento della sicurezza delle centrali nucleari; 8. riduzione dei rischi strategici (non uso delle armi nucleari); 9. facilitazione delle esportazioni di grano (con la Black Sea Grain Initiative firmata da Russia, Turchia, Ucraina e ONU); 10. fermare le sanzioni unilaterali (non autorizzate dal Consiglio di Sicurezza dell’ONU, che oggi rappresentano il principale strumento messo in campo da USA e UE per ostacolare lo sforzo bellico russo); 11. mantenere stabili le catene industriali e di approvvigionamento; 12. promuovere la ricostruzione postbellica.

Il documento non rivolge i suoi suggerimenti a una particolare parte del conflitto (il governo cinese ci tiene a presentarsi come “una parte neutrale attiva”), chiedendo invece a tutte le parti di “rimanere razionali ed esercitare moderazione” e di “rispettare rigorosamente il diritto internazionale umanitario, evitare di attaccare civili o strutture civili, proteggere donne, bambini e altre vittime del conflitto”.

Dal documento traspare che la Cina appare preoccupata dell’impatto negativo diretto e forte della crisi ucraina sul vasto numero di paesi in via di sviluppo che hanno urgente bisogno di raggiungere i propri obiettivi di sviluppo (si pensi ai punti che riguardano la facilitazione delle esportazioni di grano e il mantenimento stabile delle catene industriali e di approvvigionamento). Ritiene che sia proprio per questo che questi paesi non vogliono essere costretti a scegliere da che parte stare nel conflitto, ma sperano ardentemente che tutte le parti possano trovare una soluzione pacifica.

Il documento US Hegemony and its Perils

Il documento US Hegemony and its Perils  prende la forma di un rapporto che, “presentando fatti rilevanti”, espone l’abuso della propria posizione egemonica da parte degli Stati Uniti dalla politica alla cultura, passando per l’egemonia militare, economica e tecnologica.

Il documento sostiene che da quando sono diventati il paese più potente del mondo dopo le due guerre mondiali e la Guerra Fredda, gli Stati Uniti hanno agito con sempre maggiore intensità per interferire negli affari interni di altri paesi, perseguire, mantenere e abusare dell’egemonia, promuovere la sovversione e l’infiltrazione e condurre volontariamente guerre, arrecare danno alla comunità internazionale.

La tesi è che gli Stati Uniti hanno sviluppato un manuale egemonico per inscenare “rivoluzioni colorate” (inclusa la “Primavera Araba”, ma in particolare in Georgia, Ucraina e Kyrgyzstan) con l’obiettivo di promuovere il “cambio di regime”, istigare controversie regionali e persino lanciare direttamente guerre con il pretesto di promuovere la democrazia, la libertà e i diritti umani.

Aggrappandosi alla mentalità della Guerra Fredda, gli Stati Uniti hanno intensificato la politica dei blocchi e alimentato conflitti e scontri.

Hanno esagerato con il concetto di ‘sicurezza nazionale’, hanno abusato dei controlli sulle esportazioni e imposto sanzioni economiche unilaterali agli altri (le sanzioni statunitensi contro entità straniere sono aumentate del 933% dal 2000 al 2021 e colpiscono quasi 40 paesi in tutto il mondo, tra cui Cuba, Cina, Russia, Repubblica Popolare di Corea, Iran e Venezuela, colpendo quasi la metà della popolazione mondiale).

Hanno adottato un approccio selettivo al diritto e alle regole internazionali, utilizzandole o scartandole a loro piacimento, e hanno cercato di imporre regole che servano i propri interessi in nome del mantenimento di un “ordine internazionale basato su regole“.

Tuttavia, più che effettivamente smascherare gli specifici tratti dell’egemonia statunitense, l’obiettivo del saggio sembra essere quello, certamente non nuovo, di accattivarsi una audience tanto globale quanto specifica: quel gruppo più o meno ampio di Paesi, soprattutto del Global South, insofferenti verso Washington (molti dei quali si sono astenuti nelle votazioni nell’Assemblea Generale dell’ONU sulla risoluzione rispetto alla guerra in Ucraina).

Infatti, la conclusione del documento afferma che “I paesi devono rispettarsi a vicenda e trattarsi da pari a pari. I grandi Paesi dovrebbero comportarsi in modo consono al loro status e prendere l’iniziativa nel perseguire un nuovo modello di relazioni tra Stato e Stato caratterizzato dal dialogo e dalla partnership, non dallo scontro o dall’alleanza. La Cina si oppone a tutte le forme di egemonismo e politica di potere e rifiuta l’ingerenza negli affari interni di altri paesi. Gli Stati Uniti devono condurre un serio esame di coscienza. Devono esaminare criticamente ciò che hanno fatto, abbandonare la loro arroganza e il loro pregiudizio e abbandonare le loro pratiche egemoniche, di dominio e prepotenti”.

La Global Security Initiative

La GSI  è stata presentata come articolazione diretta del pensiero di Xi Jinping (eletto per un terzo mandato segretario del PCC, ma anche presidente della Commissione militare centrale e presidente della RPC ad ottobre 2022)21 e costituisce una sorta di documento paradigmatico, filosofico-fondativo, della visone cinese delle relazioni internazionali.

La GSI vuole essere il “piano” del governo cinese volto a garantire la sicurezza globale davanti alle molteplici sfide e ai grandi rischi che la comunità internazionale si trova da affrontare.

La GSI mira a eliminare le cause profonde dei conflitti internazionali, migliorare la governance della sicurezza globale, incoraggiare sforzi internazionali congiunti per portare maggiore stabilità e certezza in un’era instabile e mutevole e promuovere una pace e uno sviluppo durevoli nel mondo.

Nel documento si dichiara che il cardine del sistema deve essere il rispetto e l’implementazione dei dettami della Carta delle Nazioni Unite (1945) e dei dieci principi della Conferenza di Bandung degli Stati africani e asiatici tenutasi nel 1955.

L’ONU è l’organismo multilaterale su cui avrebbe dovuto strutturarsi l’ordine post-Seconda guerra mondiale in alternativa all’unilateralismo e alle sue manifestazioni (come il protezionismo) che la Cina oggi imputa agli Stati Uniti.

Il tema della mentalità “win-win”, centrale nella narrazione legata alla cooperazione nel contesto della Belt and Road Initiative, viene declinato nel documento come risposta necessaria a quella che è la diagnosi di Pechino sulle fonti profonde di (in)sicurezza della comunità internazionale: una serie di sfide comuni che si intersecano richiedendo non solo soluzioni concertate, ma anche e soprattutto rispetto delle preoccupazioni di sicurezza di tutti i membri della comunità, della sovranità e integrità territoriale, e della non interferenza come principi fondativi delle relazioni internazionali.

Ma l’aspetto forse più interessante è quello che la Cina sottolinei come preoccupazione principale della sicurezza internazionale la necessità di evitare una mentalità da guerra fredda.

L’idea di un sistema diviso in blocchi di potenza in cui, secondo il documento cinese, viene necessariamente meno il riconoscimento delle legittime preoccupazioni altrui e comporta una perdita netta per la comunità internazionale (“La mentalità della guerra fredda, l’unilateralismo, il confronto dei blocchi e l’egemonismo contraddicono lo spirito della Carta delle Nazioni Unite e devono essere contrastati e respinti”.).

In sostanza, l’approccio cinese propone “un nuovo modello di relazioni tra Stati basato su dialogo e partnership”, non-interferenza e rifiuto della politica di egemonia direttamente contrapposto al modello di “scontro e alleanze” e politica di potenza degli Stati Uniti.

Sei sono i concetti e principi fondamentali interconnessi della GSI:

1. Rimanere impegnati nella visione di una sicurezza comune, globale, cooperativa e sostenibile22;

2. Restare impegnati a rispettare la sovranità e l’integrità territoriale di tutti i paesi (uguaglianza sovrana e non interferenza negli affari interni come principi fondamentali del diritto e delle relazioni internazionali)23; 3.

Restare impegnati a rispettare e attuare gli scopi e i principi della Carta delle Nazioni Unite (“praticare un vero multilateralismo” e “sostenere fermamente il sistema internazionale con l’ONU al centro … e il suo status di piattaforma principale per la governance della sicurezza globale”.);

4. Restare impegnati a prendere sul serio le legittime preoccupazioni di sicurezza di tutti i paesi24;

5. Rimanere impegnati a risolvere pacificamente le differenze e le controversie tra i paesi attraverso il dialogo e la consultazione25;

6. Rimanere impegnati a mantenere la sicurezza sia nei domini tradizionali che in quelli non tradizionali (“lavorare insieme per affrontare le controversie regionali e le sfide globali come il terrorismo, i cambiamenti climatici, la sicurezza informatica e la biosicurezza”).

Per realizzare la visione contenuta nella GSI, la Cina è pronta ad impegnarsi nella cooperazione sulla sicurezza bilaterale e multilaterale con tutti i paesi e le organizzazioni internazionali (soprattutto in sede ONU) e regionali e nel promuovere attivamente il coordinamento dei concetti di sicurezza e la convergenza degli interessi.

Con la GSI, seguendo il principio di apertura e inclusività, la Cina accoglie con favore e si attende la partecipazione di tutte le parti per arricchire congiuntamente la sua sostanza ed esplorare attivamente nuove forme e aree di cooperazione. “La Cina è pronta a lavorare con tutti i paesi e i popoli che amano la pace e aspirano alla felicità per affrontare tutti i tipi di sfide alla sicurezza tradizionali e non tradizionali, proteggere la pace e la tranquillità della terra e creare insieme un futuro migliore per l’umanità, in modo che la fiaccola della pace sarà trasmessa di generazione in generazione e risplenderà in tutto il mondo”.

Un nuovo ordine mondiale post-occidentale?

Mentre alcuni dei più grandi paesi in via di sviluppo, come Cina, Brasile, India, Messico, Indonesia e Sud Africa, si allontanano dalla dipendenza dagli Stati Uniti e dai suoi alleati occidentali, hanno iniziato a discutere una nuova architettura per un nuovo ordine mondiale.

Ciò che è abbastanza chiaro è che la maggior parte di questi paesi, nonostante le grandi differenze nelle tradizioni politiche dei rispettivi governi, ora riconoscono che l’”ordine internazionale basato sulle regole” degli Stati Uniti non è più in grado di esercitare l’autorità che aveva una volta.

L’effettivo movimento della storia mostra che l’ordine mondiale si sta spostando da uno ancorato all’egemonia degli Stati Uniti a uno di carattere molto più regionale. I politici statunitensi, come parte del loro allarmismo, suggeriscono che la Cina voglia conquistare il mondo, sulla falsariga dell’argomento della “Trappola di Tucidide“, secondo cui quando un nuovo aspirante all’egemonia appare sulla scena, tende a sfociare in una guerra tra i paesi emergenti e la grande potenza esistente.

Tuttavia, questa argomentazione non si basa sui fatti. Nessuno Stato-nazione è oggi in grado di organizzare l’ordine globale e mantenerne il controllo in maniera unilaterale.

Piuttosto che cercare di generare ulteriori poli di potere – sulla scia degli Stati Uniti – e costruire un mondo “multipolare“, la Cina e i paesi in via di sviluppo chiedono un ordine mondiale “multilaterale” radicato nella Carta delle Nazioni Unite, nonché forti sistemi di sviluppo e commercio regionale (BRICS, SCO, CELAC, ecc.).

Un nuovo internazionalismo che può essere creato – evitando un periodo di balcanizzazione globale – solo costruendo sulle fondamenta del rispetto reciproco e della forza dei sistemi commerciali regionali, delle organizzazioni di sicurezza e delle formazioni politiche.

Indicatori di questo nuovo atteggiamento sono presenti nelle discussioni in corso nel Sud del mondo sulla guerra in Ucraina e si riflettono nella GSI e nel piano cinese per la pace in Ucraina.

Un partner strategico della Cina di Xi in questo percorso è destinato ad essere il Brasile di Lula26 che potrebbe raggruppare una serie di paesi latino-americani (di una regione tradizionalmente sotto l’influenza degli Stati Uniti, in linea con la “dottrina Monroe” del 182327 per svolgere sulla scena globale quel ruolo di mediazione/accompagnamento di un nuovo ordine globale per il quale l’Unione Europea ha completamente abdicato.

Il 26-31 marzo Lula avrebbe dovuto essere a Pechino con una foltissima delegazione di ministri, governatori, deputati, senatori e oltre 250 imprenditori (molti dei quali dell’agrobusiness e dell’allevamento da carne), ma ha rinviato il viaggio per un attacco di polmonite. In ogni caso, Lula ha confermato la volontà di mantenere ottimi rapporti con la Cina.

D’altra parte le relazioni economiche tra i due paesi si sono notevolmente intensificate negli ultimi anni e la Cina è già il più grande mercato di esportazione del Brasile, con un commercio bilaterale che ha superato i 155 miliardi di dollari nel 2022 (contro gli 88 con gli USA), con il Brasile che principalmente esporta in Cina prodotti come soia, ferro e suoi derivati, petroliferi e carni bovine.

Il Brasile è oggi il maggior destinatario di investimenti cinesi in America Latina, trainati dalla spesa per linee di trasmissione elettrica ad alta tensione e per l’estrazione di petrolio28. Lula (come Xi) ha bisogno di contare su un’economia in buona salute per riprendere quelle politiche sociali e di attenuazione della povertà che avevano rappresentato la parte più significativa dei suoi due precedenti mandati (2003-2011).

Politiche interne completamente abbandonate, come quelle contro la deforestazione in Amazzonia e nel Cerrado, e il cambiamento climatico, con la disastrosa presidenza di Bolsonaro. È quindi possibile un asse Brasile-Cina29, attorno al quale possano aggregarsi altri paesi come Sudafrica e Colombia o dell’Africa (Nigeria), Medio Oriente (Turchia, Iran e paesi del Golfo), dell’Asia (Indonesia, Malaysia, Filippine e Vietnam) e delle isole del Pacifico.

Gli Stati Uniti rimangono un paese potente, ma non hanno fatto (e sembrano non volerlo fare) i conti con gli immensi cambiamenti in atto nell’ordine mondiale. Persiste la loro ricerca del primato globale (il progetto suprematista neoconservatore ideato da Dick Cheney, Donald Rumsfeld, Colin Powell, Paul Wolfowitz, Scooter Libby e Zalmay Khalilzad, secondo cui non ci deve più essere una potenza straniera che possa competere con gli Stati Uniti), di essere il poliziotto del mondo, e come ha scritto lo storico Daniel Bessner sulla rivista Harper’s Magazine l’anno scorso, decenni di egemonia militare globale statunitense hanno conferito agli Stati Uniti “una cultura politica militarizzata, razzismo e xenofobia, forze di polizia armate fino ai denti con armi di qualità, un budget per la difesa gonfio e guerre senza fine”.

Il potere degli Stati Uniti sta incontrando una resistenza crescente in tutto il mondo e Washington desidera contrastarla quasi tutta, ovunque, continuando a confondere la proiezione del potere degli Stati Uniti con gli interessi americani, cercando ancora di sopraffare i rivali ed evitare di frenare le loro ambizioni.

I risultati sono stati abbastanza disastrosi durante il “momento unipolare” degli Stati Uniti. Ora, contro le grandi potenze armate di armi nucleari come Russia e Cina, potrebbero essere molto peggiori e mettere a rischio la vita umana sul pianeta. Inquadrando la guerra in Ucraina come una lotta tra democrazia e autocrazia, Biden mostra che gli Stati Uniti non hanno imparato la lezione dell’Iraq.

Dovrebbero temperare la loro fede nel loro “destino manifesto30 e finalmente riconoscere che gli Stati Uniti non sono altro che un altro paese tra i 193 Stati membri delle Nazioni Unite. Nel nuovo mondo multipolare e multilaterale, le grandi potenze, a cominciare dagli Stati Uniti, o troveranno modi per adattarsi e cooperare per il bene comune dell’umanità e un futuro condiviso, o rischieranno la marginalizzazione e un innalzamento della conflittualità, polarizzazione e frammentazione politica interna31.

Quello che appare certo è che la Cina sta cercando di dare una risposta ai cambiamenti del mondo, dei nostri tempi e dei processi storici in atto. I suoi detrattori sostengono che sia tutta propaganda ad esclusivo vantaggio della Cina, del governo comunista e del suo leader.

La Cina da sola non è in grado di bloccare e invertire la spinta verso una nuova conflittualità globale, anche per il carattere autoritario del proprio regime e per il mantenimento di rapporti anche con regimi di dubbia legittimità (una scelta conseguente al rifiuto di ingerenze nelle vicende interne dei singoli paesi, ma che rischia di essere vista, come ha notato a ragione Franco Ferrari, come una difesa assoluta dello status quo).

In ogni caso, solo il tempo dirà se e come la Cina di Xi sarà davvero in grado di promuovere praticamente un nuovo ordine internazionale alternativo “democratico” (“l’altro mondo possibile” di cui aveva parlato il movimento per la giustizia globale all’inizio del millennio?), e un nuovo tipo di relazioni con il Sud globale.

 * da Transform Italia

  1. Ad esempio, il 3 novembre 2022 l’Assemblea Generale ha espresso una forte condanna per l’embargo degli Stati Uniti su Cuba (185 paesi hanno votato a favore di una risoluzione che condanna l’embargo, con il voto contrario di USA e Israele e l’astensione di Brasile e Ucraina). È stata la trentesima volta che l’Assemblea ha votato per condannare la politica statunitense in vigore dal 1960, dopo la rivoluzione cubana guidata da Fidel Castro e la nazionalizzazione delle proprietà di cittadini e aziende statunitensi. È bene ricordare che la Carta sancisce il principio della sovrana uguaglianza di tutte le nazioni che ne fanno parte. Le vere sfide all’ordine delle relazioni tra Stati, quindi, vanno ricercate nelle prove di forza che mettono a repentaglio questo principio di equità. Ne sono esempi l’ordine orientato alla supremazia di un’unica superpotenza, la ricerca dell’egemonia e la politica di potenza. A ottobre 2022, il Consiglio per i diritti umani dell’ONU ha adottato un progetto di risoluzione contro il razzismo, la xenofobia e l’intolleranza. La risoluzione descriveva il colonialismo e la schiavitù come «gravi violazioni del diritto internazionale». Ha chiesto agli ex Stati coloniali e mercanti di schiavi, tra le altre cose, di pagare risarcimenti «proporzionati ai danni [che] hanno commesso». In tutto hanno votato a favore 32 paesi su 47, per lo più latinoamericani, africani e asiatici. Nove paesi hanno votato contro la risoluzione: Repubblica Ceca, Francia, Germania, Montenegro, Paesi Bassi, Polonia, Ucraina, Regno Unito e Stati Uniti. Il voto contrario dei paesi euro-americani evidenzia che non sono ancora disponibili a riconoscere il ruolo che razzismo, colonialismo e imperialismo hanno giocato nel plasmare l’attuale ordine globale. Doversi impegnare in un’azione riparatrice per questi crimini del passato potrebbe minacciare la posizione privilegiata dell’Occidente sulla scena globale. Il rifiuto di riflettere in modo critico sulla propria storia e di riconoscere il razzismo e la xenofobia di oggi come eredità del colonialismo e dell’imperialismo è una scelta politica e morale miope. Senza affrontare la responsabilità diretta di questa storia, non sarà possibile pacificare l’odierna società globale; senza una radicale messa in discussione del pensiero occidentale ereditato dal passato, non sarà possibile affrontare i problemi esistenziali del futuro come la crisi climatico-ambientale. Tra l’altro questo rifiuto offre l’opportunità ai governi dei paesi del sud del mondo (molti dei quali effettivamente violano i diritti umani e le libertà fondamentali dei loro cittadini) di accusare i paesi occidentali di ipocrisia e di utilizzare la retorica dei diritti umani come mero pretesto per intervenire nei loro affari interni, diffamarli e ricattarli di fronte alle opinioni pubbliche nazionali e globali.
  2. Si tratta di un ordine internazionale a guida USA che è venuto consolidandosi a partire dalla seconda metà del XX secolo sulla scia prima della dissoluzione degli imperi britannico, francese e di altri paesi europei, e poi del collasso dell’Unione Sovietica nel 1991. È bene ricordare che 20 anni fa l’America di Bush jr invase l’Iraq (così come un anno fa Putin ha invaso l’Ucraina), innescando un’opposizione globale senza precedenti, mentre calpestava il diritto internazionale, il multilateralismo e le “norme” in cui ora i funzionari statunitensi si avvolgono in modo poco convincente. Se gli Stati Uniti erano la potenza globale indiscussa, si erano improvvisamente rivelati profondamente irresponsabili e pericolosi, contribuendo poi a destabilizzare anche Libia, Siria e Yemen. Il fallimento ventennale di Washington in Afghanistan ha lasciato il presidente degli Stati Uniti Joe Biden umiliato quando ha ritirato precipitosamente tutte le truppe statunitensi, dichiarando nell’agosto 2021 che stava ponendo fine agli sforzi statunitensi “per rifare altri paesi“.
  3. Un punto ampiamente ribadito da Xi nel corso dell’incontro on-line del 15 marzo “Il Partito Comunista Cinese in dialogo con i partiti politici del mondo” organizzato dal PCC, al quale erano presenti quasi 500 partiti di diverso orientamento di tutti i continenti.
  4. La questione di Taiwan è il fondamento delle basi politiche delle relazioni USA-Cina e la prima linea rossa che non deve essere oltrepassata nelle relazioni USA-Cina“, ha affermato il neoministro degli Esteri cinese Qin Gang. La costituzione della Repubblica Popolare di Cina rivendica Taiwan come una parte “sacra” della Cina. Joe Biden ha ripetutamente promesso di rispondere militarmente se la Cina tenta di prendere Taiwan con la forza, un allontanamento dalla retorica più cauta delle precedenti amministrazioni.
  5. Secondo Qin Gang il conflitto sembra essere stato guidato da “una mano invisibile… che usa la crisi ucraina per servire determinati programmi geopolitici“, spingendo per il protrarsi e l’escalation della guerra.
  6. L’identificazione della Cina come “avversario strategico” è uno dei pochi punti su cui concordano sia Democratici sia Repubblicani che infatti sono impegnati in un rilancio continuo su chi è più fermo nei confronti di Pechino. La stessa campagna presidenziale del 2024 proseguirà su questo binario. In queste condizioni, alcuni osservatori auspicano che si possa stabilire almeno un terreno di “rivalità cooperativa” tra USA e Cina per affrontare alcuni temi che riguardano il bene comune globale (una risposta efficace al cambiamento climatico, alla perdita di biodiversità, alle pandemie e ad altre sfide globali).
  7. Gli Stati Uniti e i loro alleati occidentali presumono ancora, come oltre 20 anni fa nel pieno del “momento unipolare” con le invasioni di Afghanistan e Iraq (vedi nostro articolo), che una schiacciante superiorità tecnologico-militare sostenuta da un apparente super-potente military-industrial complex sia tutto ciò di cui hanno bisogno per controllare una nazione lontana e la sua popolazione. L’industria bellica dei paesi occidentali costituisce una sorta di global military-industrial complex, cioè una formidabile concentrazione di interessi capace di esercitare una influenza determinante sulla politica internazionale, come evoluzione di quell’oligopolio privato nazionale intrecciato all’establishment militare governativo sorto negli USA nel corso della Seconda Guerra Mondiale, consolidatosi con la guerra di Corea (fino ad allora gli USA non avevano avuto truppe permanentemente di stanza nei Paesi alleati) e successivamente criticato dal sociologo Charles Wright Mills negli anni ’50 e dal presidente Dwight D. Eisenhower (nel farewell address del 17 gennaio 1961): “Dobbiamo stare in guardia contro l’acquisizione di un’ingiustificata influenza, sia cercata sia non cercata, da parte del complesso industriale militare [military-industrial complex]. Il potenziale per il disastroso aumento di un potere errato esiste e persisterà“. Purtroppo gli eventi dei decenni successivi hanno dimostrato che questa formidabile concentrazione di interessi è stata in grado di dare vita ad una forma di “capitalismo politico” che prospera grazie ad una militarizzazione permanente, condizionando fortemente la politica estera e interna americana e occidentale. Per salvaguardare “l’interesse nazionale” e prevenire la perdita di una superiorità tecnologica ritenuta il cardine del rapporto tra difesa, tecnologia e organizzazione, il Pentagono è sempre intervenuto pesantemente sui processi economici, orientando con miliardi di dollari di appalti la capacità innovativa e produttiva di una parte rilevante delle grandi corporations. Gran parte del cambiamento tecnologico è avvenuto e continua ad avvenire nell’orbita militare. L’informatica, l’aeronautica e l’attività spaziale sono gli epicentri di questa sperimentazione. Lo sviluppo del capitalismo digitale nell’ultimo decennio è una continuazione della precedente produzione militare ed è congruente con l’uso delle armi all’interno del Paese. I grandi fornitori del Pentagono approfittano della protezione del bilancio statale per produrre dispositivi venti volte più costosi dei loro equivalenti civili. Operano con grosse somme in un settore autonomo dalle restrizioni concorrenziali del mercato. Il compito della politica estera USA è diventato quello di usare cronicamente il potere militare (il cosiddetto hard power) come “garante dell’ordine mondiale” e combattere ogni tipo di guerra (arrivando a teorizzare la “guerra infinita”, una sorta di orwelliana “guerra permanente”), senza essere in grado di vincerle o di mettervi fine in modo onorevole. Ciò è in gran parte dovuto al fatto che il Pentagono ha finora impiegato il suo ampio budget nell’acquisto di armi ad alta tecnologia sempre più complesse e costose (sulle quali gli appaltatori industriali hanno grandi margini di profitto), progettate per combattere guerre contro Unione Sovietica/Russia e Cina, piuttosto che in armi più economiche e più semplici, e nell’addestramento delle truppe nelle tattiche necessarie per le guerre anti-insurrezione e anti-guerriglia che di fatto gli Stati Uniti hanno combattuto (in Vietnam, Afghanistan e nel Medio Oriente). Ad esempio, dopo le invasioni dell’Afghanistan e dell’Iraq, con grave ritardo le forze militari sul terreno sono state dotate di veicoli corazzati e di giubbotti antiproiettile. Il Dipartimento della Difesa americano è il più grande datore di lavoro del mondo, impiegando 3,2 milioni di persone, di cui 1,3 milioni di militari, donne e uomini in servizio attivo, 742 mila civili, 826 mila nella Guardia Nazionale e nelle forze di riserva. Ha centinaia di migliaia di edifici e strutture sparse in oltre 5 mila siti, beni stimati in oltre 2.400 miliardi di dollari, circa 800 basi militari con 173.000 soldati dispiegati in 159 paesi, e gestisce un budget che per il 2023 è di circa 858 miliardi di dollari e rappresenta il 40% del totale mondiale, più dei 15 successivi paesi messi insieme. Secondo un rapporto della Tufts University, “Introducing the Military Intervention Project: A new Dataset on U.S. Military Interventions, 1776-2019“, gli Stati Uniti hanno intrapreso quasi 400 interventi militari a livello globale tra quegli anni, il 34% dei quali in America Latina e nei Caraibi, il 23% in Asia orientale e Pacifico, il 14% in Medio Oriente e Nord Africa e il 13% in Europa. Si veda anche qui.
  8. L’egemonia del dollaro consente agli USA, che rappresentano poco più del 20% del PIL mondiale, di finanziare un deficit persistente della bilancia commerciale con l’afflusso di capitali dall’estero: in sostanza, gli americani vivono al di sopra dei propri mezzi, acquistando sui mercati internazionali più beni e servizi di quelli che sono in grado di vendere, cedendo in cambio titoli (il debito ha raggiunto i 31,4 trilioni di dollari). Nella divisione internazionale del lavoro, gli USA hanno il privilegio di potersi specializzare nella produzione di debiti, anche se a questo privilegio corrisponde il pericolo di sacrificare gli interessi industriali (in ogni caso protetti da protezionismo, sussidi e regole Buy America) e commerciali agli interessi finanziari.
  9. Mentre da anni gli USA accusano Pechino di creare deliberatamente una “trappola del debito” attraverso i progetti della BRI, la Cina ha speso 240 miliardi di dollari per evitare che 22 paesi in via di sviluppo in difficoltà debitorie andassero in default tra il 2008 e il 2021, con un importo che è aumentato vertiginosamente negli ultimi anni poiché altri hanno faticato a rimborsare i prestiti spesi per costruire infrastrutture BRI. Quasi l’80% dei prestiti di salvataggio è stato concesso tra il 2016 e il 2021, principalmente a paesi a medio reddito tra cui Argentina, Egitto, Mongolia, Sri Lanka, Suriname e Pakistan, secondo il rapporto dei ricercatori di Banca Mondiale, Harvard Kennedy School, AidData e Kiel Institute for the World Economy. Pechino è entrata nel rischioso business dei prestiti internazionali di salvataggio per cercare di salvare le proprie banche.
  10. Nel 2022, il valore aggiunto industriale totale e il valore totale del commercio di beni della Cina hanno entrambi superato i $ 5,81 trilioni. Il valore aggiunto dell’industria manifatturiera cinese rappresenta quasi il 30% del mercato globale e la quota di mercato internazionale delle esportazioni di merci è vicina al 15%. Tuttavia, la forza della Cina è costruita su una base di tecnologie di base straniere e la guerra commerciale lanciata dagli Stati Uniti contro la Cina potrebbe avere un enorme impatto negativo sulla catena del valore globale, con la Cina come punto di produzione e assemblaggio e gli Stati Uniti come mercato e potrebbe influenzare la posizione della Cina nella catena di approvvigionamento globale. Per questo il governo cinese spinge le aziende a cogliere l’opportunità della ristrutturazione della catena industriale globale per investire all’estero e accelerare il ritmo dell’internazionalizzazione. La Cina ha bisogno di più multinazionali con i propri marchi e tecnologie di base indipendenti, in modo che abbiano più voce in capitolo nel modello delle catene del valore globali.
  11. Un esempio di questa tendenza è la disputa in corso tra i Paesi del G20, molti dei quali si sono rifiutati di schierarsi contro Mosca nonostante le pressioni degli Stati Uniti e dei suoi alleati europei per condannare fermamente la Russia per la guerra in Ucraina.
  12. Tra gli analisti si parla di una trasformazione della regione e di una potenziale espulsione degli Stati Uniti dalla regione mediorientale da parte della Cina, diventata il mediatore del riavvicinamento tra Iran e Arabia Saudita e leader di un blocco (politico, economico-finanziario e militare) euroasiatico e globale in formazione, alternativo a quello occidentale. Il successo attuale della Cina mette in luce i difetti della politica di sicurezza nazionale americana, in particolare la politica del non riconoscimento e delle sanzioni, insieme alla dipendenza dall’uso della forza militare per ottenere guadagni nella politica internazionale. In precedenza Pechino era stata attenta a evitare coinvolgimenti in Medio Oriente. Ma i suoi fiorenti interessi economici hanno reso necessario assumere anche un ruolo diplomatico. La regione è importante per la Belt and Road Initiative cinese; il governo cinese ha dovuto garantire, ad esempio, che i suoi investimenti nel settore energetico saudita non fossero minacciati dai missili degli Houthi dello Yemen. Inoltre, la Cina ha costantemente ampliato la propria impronta economica in Iran ed è interessata a sostenere il piano di Mosca per sviluppare un corridoio di transito attraverso l’Iran che consentirebbe al commercio russo di raggiungere i mercati globali senza utilizzare il Canale di Suez. Lo sviluppo di questo corridoio consentirebbe anche alla Cina di aggirare lo Stretto di Malacca di fronte alla formidabile armata navale e missilistica che Stati Uniti e alleati stanno costruendo. Per portare avanti queste priorità strategiche, Pechino si sta ora preparando a sfidare Washington per l’influenza in Medio Oriente, una regione che gli Stati Uniti dominano sin dalla Seconda Guerra Mondiale e che i pianificatori statunitensi del secondo dopoguerra consideravano l’area strategicamente più importante del mondo. Washington non può più semplicemente esigere che i suoi alleati arabi si separino dalla Cina e si uniscano dietro la sua leadership per combattere l’Iran. Questo approccio è obsoleto e non è al passo con le attuali esigenze dei suoi alleati.
  13. Nel suo discorso di apertura al congresso delle “Due Sessioni”, Xi Jinping ha denunciato quella che ha definito la “soppressione” della Cina guidata dagli Stati Uniti. “I paesi occidentali guidati dagli Stati Uniti hanno implementato il contenimento, l’accerchiamento e la repressione della Cina a tutto tondo, il che ha comportato gravi sfide senza precedenti per lo sviluppo del nostro paese“.
  14. La Russia è una fonte di energia a basso costo e sostiene l’ampliamento del ruolo della Cina nell’Asia centrale (in Kazakistan, Kirghizistan, Tagikistan, Turkmenistan e Uzbekistan). È stata anche una fonte di armi: tra il 2017 e il 2021, l’81% delle importazioni di armi cinesi proveniva dalla Russia, secondo lo Stockholm International Peace Research Institute (SIPRI). Ancora più importante, la Russia è un alleato nel contrastare gli Stati Uniti. Xi ha fatto visita a Putin a Mosca il 20-22 marzo. Xi e Putin parlano entrambi di un mondo “multipolare“, che secondo loro è un rifiuto dei tentativi degli Stati Uniti di dominare l’ordine globale. Cina e Russia rifiutano l’idea che gli affari interni siano influenzati dalle norme internazionali, promuovendo invece la sovranità territoriale in tutto, dai diritti umani all’accesso a Internet. Sulla questione Ucraina, la Cina non condivide la via militare scelta dalla Russia. Sebbene Xi e Putin hanno brindato all’”approfondimento del partenariato russo-cinese” e firmato 14 accordi, la retorica dell’alleanza “sconfinata, senza vincoli e illimitata” usata per descrivere la relazione sino-russa è scomparsa dai discorsi ufficiali cinesi. Verranno ampliati i collegamenti stradali e ferroviari, e Putin ha garantito che la Russia è “pronta a soddisfare la crescente domanda di energia” della Cina, assicurando che sono stati concordati “praticamente tutti i parametri” del gasdotto Power to Siberia 2 che trasporterà gas dalla Siberia alla Cina (ma un accordo non è stato siglato e la Cina può sempre accedere a gas e petrolio di paesi “amici” come Arabia Saudita, Qatar e Iran). Il volume di scambi tra i due paesi, che ha già raggiunto cifre record lo scorso anno, dovrebbe salire nei prossimi mesi fino a 200 miliardi di dollari. Ma se Mosca non ha alternative a questa torsione, la Cina ritiene che con la guerra in Ucraina la Russia l’abbia costretta in una posizione difficile con l’Occidente, proprio mentre sta cercando di riprendersi dalla propria recessione economica.
  15. Va sempre ricordato che il Partito Comunista cinese basa tuttora la propria legittimità sulla promessa di una duratura crescita economica e dunque del benessere dei suoi cittadini. Nonostante un aumento dei consumi interni e un aumento del 2,4% della produzione industriale nei primi mesi del 2023, la Cina è ancora alle prese con una disoccupazione giovanile al 18% e un debito totale pari al 273,2% del PIL. La Cina di oggi ha ancora bisogno degli Stati Uniti e della UE per perseguire il “sogno” di “una società moderatamente prospera” e di “un socialismo con caratteristiche cinesi”, come nei prossimi anni avrà molto bisogno di un sistema globale degli scambi relativamente aperto. Non a caso, le dichiarazioni di Xi e dei suoi portavoce nei consessi internazionali come l’Assemblea dell’ONU, G20 o Davos difendono la globalizzazione, il libero scambio, nonché la giustizia nel mondo.
  16. Nella dichiarazione ufficiale congiunta del loro incontro del 21 marzo, Xi e Putin hanno affermato: “La parte russa accoglie con favore la volontà della Cina di svolgere un ruolo positivo per la soluzione politica e diplomatica della crisi ucraina e accoglie con favore le proposte costruttive contenute nella posizione cinese sulla soluzione politica della crisi ucraina”. Zelensky ha detto di aver invitato la Cina al dialogo e di aspettare una risposta. I leader occidentali hanno in gran parte respinto un piano di pace per l’Ucraina presentato dal governo cinese, sostenendo che Pechino non ha la credibilità internazionale per agire come mediatore nel conflitto Russia-Ucraina, non essendo “stata in grado di condannare l’invasione illegale dell’Ucraina” (come ha detto Jens Stoltenberg, segretario generale della Nato). In una intervista alla CNN, subito dopo la pubblicazione del documento, il consigliere per la Sicurezza Nazionale statunitense Jake Sullivan ha respinto gran parte del contenuto della proposta, dicendo che avrebbe potuto fermarsi “al punto uno”. Il documento, per il quale l’Ucraina non è stata consultata, è stato accolto con cautela da Kiev, ma è stato aspramente criticato da funzionari statunitensi e da analisti occidentali che hanno sottolineato i crescenti legami tra Cina e Russia, sostenendo che privilegia gli interessi della Cina, contraria al perdurare indefinito della campagna militare, a scapito di quelli di Ucraina e Russia. Da un lato, Stati Uniti e Occidente attaccano le relazioni amichevoli della Cina con la Russia, mentre dall’altro chiedono alla Cina di utilizzare queste relazioni per svolgere il ruolo che si aspettano nella crisi ucraina, esercitando pressioni sulla Russia. La Cina sostiene di essere neutrale, mentre il governo degli Stati Uniti l’accusa (da mesi) di essere pronta a fornire armi alla Russia (a cominciare da grandi quantità di droni d’attacco), un’accusa sdegnosamente smentita da Pechino. Inoltre, il 23 febbraio la Cina si è astenuta – per la quarta volta – nel voto di una risoluzione all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite in cui si chiedeva il ritiro immediato delle forze russe dall’Ucraina. La Cina e gli altri 38 paesi che non hanno sostenuto la risoluzione rappresentavano circa il 62% della popolazione del Sud globale.
  17. Facendo ricorso solo a una piccola porzione del proprio colossale bilancio militare e utilizzando militari e civili ucraini come volontari sacrificabili di una “guerra per procura”, gli Stati Uniti sono in grado di deteriorare pesantemente le forze di uno dei loro principali avversari in campo militare, generando peraltro un’impennata negli utili e nelle vendite dell’industria militare. Inoltre, bloccando il flusso di gas e petrolio russo verso l’Europa, hanno messo in ginocchio i settori industriali della Germania, uno dei principali competitor economici degli USA, indebolendo anche l’intera Unione Europea.
  18. Questo in considerazione del fatto che “tutti i paesi sono uguali, indipendentemente dalle loro dimensioni, forza o ricchezza” (è il concetto di “democratizzazione delle relazioni internazionali” che Pechino sostiene da decenni). Al contempo viene indicata la necessità di “un’applicazione identica e uniforme del diritto internazionale” e il rifiuto dell’uso di doppi standard.
  19. Questa parte del documento è diretta all’Occidente, contro il suo unilateralismo, egemonia e continuo utilizzo di “doppi standard”. Il documento mette in guardia contro “l’espansione dei blocchi militari“, un apparente riferimento alla NATO, e esorta tutte le parti a “evitare di alimentare il fuoco e aggravare le tensioni“, rispecchiando il linguaggio che i funzionari di Pechino hanno ripetutamente utilizzato per criticare il sostegno degli Stati Uniti all’Ucraina. Pechino sottolinea che la sicurezza regionale “non possa essere garantita rafforzando ed espandendo i blocchi militari”, ma tenendo “in debita considerazione i legittimi interessi e le preoccupazioni di sicurezza di tutti i paesi”. È questo il concetto di “sicurezza indivisibile”, un concetto certamente non nuovo, essendo incluso negli accordi di Helsinki del 1975, e caro sia a Mosca sia a Pechino.
  20. Si sottolinea come “i conflitti e le guerre non giovino a nessuno” e pertanto tutte le parti dovrebbero mantenere la moderazione, non aggiungere benzina sul fuoco e prevenire un’ulteriore escalation, lanciando un forte appello affinché si favorisca la ripresa del dialogo diretto tra la Russia e l’Ucraina. Questo punto, in particolare, sembra mettere i due paesi sullo stesso piano, dimenticando il fatto che uno è l’aggressore e l’altro è l’aggredito, che l’uno ha violato i principi base del diritto internazionale e della Carta dell’ONU.
  21. Di fatto, la GSI era stata lanciata nell’aprile 2022 da Xi Jinping, in occasione del Boao Forum for Asia (la Davos asiatica), il quale aveva auspicato la costituzione di un ordine internazionale alternativo a quello istituito a Bretton Woods al termine del secondo conflitto mondiale e guidato dagli Stati Uniti d’America.
  22. L’essenza di questa nuova visione della sicurezza è sostenere un concetto di sicurezza comune, rispettando e salvaguardando la sicurezza di ogni paese; un approccio olistico, mantenendo la sicurezza nei domini tradizionali e non tradizionali e migliorando la governance della sicurezza in modo coordinato; un impegno alla cooperazione, portando sicurezza attraverso il dialogo politico e il negoziato pacifico; e ricerca di una sicurezza sostenibile, risolvendo i conflitti attraverso lo sviluppo ed eliminando il terreno fertile per l’insicurezza. Riteniamo che la sicurezza sarà saldamente stabilita e sostenibile solo quando sarà sostenuta dalla moralità, dalla giustizia e dalle idee giuste”.
  23. Crediamo che tutti i paesi, grandi o piccoli, forti o deboli, ricchi o poveri, siano membri uguali della comunità internazionale. I loro affari interni non tollerano interferenze esterne, la loro sovranità e dignità devono essere rispettate e il loro diritto di scegliere autonomamente sistemi sociali e percorsi di sviluppo deve essere rispettato. L’indipendenza e l’uguaglianza sovrane devono essere sostenute e dovrebbero essere compiuti sforzi affinché tutti i paesi godano dell’uguaglianza in termini di diritti, regole e opportunità”.
  24. L’umanità è una comunità di sicurezza indivisibile. La sicurezza di un paese non dovrebbe andare a scapito di quella degli altri. Riteniamo che tutti i paesi siano uguali in termini di interessi di sicurezza. Le preoccupazioni di sicurezza legittime e ragionevoli di tutti i paesi dovrebbero essere prese sul serio e affrontate adeguatamente, non costantemente ignorate o contestate sistematicamente. Qualsiasi paese, pur perseguendo la propria sicurezza, dovrebbe tener conto delle ragionevoli preoccupazioni di sicurezza degli altri. Sosteniamo il principio della sicurezza indivisibile, sostenendo l’indivisibilità tra sicurezza individuale e sicurezza comune, tra sicurezza tradizionale e sicurezza non tradizionale, tra diritti e obblighi di sicurezza e tra sicurezza e sviluppo. Ci dovrebbe essere un’architettura di sicurezza equilibrata, efficace e sostenibile, in modo da realizzare la sicurezza universale e la sicurezza comune”.
  25. La guerra e le sanzioni non sono una soluzione fondamentale alle controversie; solo il dialogo e la consultazione sono efficaci per risolvere le divergenze. Chiediamo ai paesi di rafforzare la comunicazione strategica, rafforzare la fiducia reciproca nella sicurezza, attenuare le tensioni, gestire le differenze ed eliminare le cause profonde delle crisi. I Paesi più importanti devono difendere la giustizia, adempiere alle proprie responsabilità, sostenere la consultazione su un piano di parità e facilitare i colloqui per la pace, svolgere buoni uffici e mediare alla luce dei bisogni e della volontà dei Paesi interessati. La comunità internazionale dovrebbe sostenere tutti gli sforzi che favoriscono la risoluzione pacifica delle crisi e incoraggiare le parti in conflitto a creare fiducia, risolvere le controversie e promuovere la sicurezza attraverso il dialogo. Abusare delle sanzioni unilaterali e della giurisdizione a braccio lungo non risolve un problema, ma crea solo maggiori difficoltà e complicazioni”.
  26. Appena eletto Lula ha proclamato che “il Brasile è tornato” e che si impegnerà per riparare la reputazione all’estero del suo paese dopo l’era di antagonismo e isolamento di Jair Bolsonaro. Il nuovo governo brasiliano si è associato alla condanna dell’invasione russa all’ONU, ma ha seccamente respinto le pressioni USA e tedesche per fornire armi all’Ucraina. Lula Ha dichiarato che non andrà né a Mosca né a Kiev fino a che continuerà il conflitto. Lula ha da tempo lanciato l’idea della creazione di un gruppo di paesi neutrali ed equidistanti, che possano fare da mediatori per la pace. Già durante la campagna elettorale e poi dopo il suo insediamento, attraverso il nuovo ministro degli esteri, ha rifiutato la lettura manichea del conflitto sulla quale sono allineati la quasi totalità dei mezzi d’informazione dei paesi NATO.
  27. Basta pensare che nel 2023 ricorre mezzo secolo dal colpo di Stato in Uruguay (27 giugno 1973) e dal golpe fascista di Augusto Pinochet e dall’assassinio di Salvador Allende in Cile (11 settembre 1973). Un periodo, quello degli anni ’70 del secolo scorso, in cui il continente si riempì di governi militari, sotto il ferreo controllo degli Stati Uniti.
  28. Vent’anni fa, la crescita della Cina era visibile, ma ora è senza dubbio una superpotenza“, ha detto il ministro degli Esteri brasiliano Mauro Vieira. “In meno di 20 anni, la Cina è diventata il principale partner commerciale del Brasile, e non solo del Brasile, ma di molti paesi latinoamericani. Quindi questo ha cambiato molto lo scenario e la geopolitica è cambiata”.
  29. Questo anche se è probabile che Lula cercherà, per quanto possibile, di bilanciare il rapporto con la Cina con quello con gli USA nel breve-medio periodo, seguendo la strategia legittima di mettere le due maggiori potenze economiche del mondo l’una contro l’altra per cercare di rafforzare i legami commerciali e ottenere maggiori flussi di investimenti. Lula andrà in Cina per cercare di ottenere più concessioni anche dagli Stati Uniti e viceversa. Lula Ha insistito sul fatto che non prende posizione nella competizione rancorosa tra Washington e Pechino. “Non ho intenzione di entrare in una guerra fredda con nessuno“, ha detto il mese scorso, affermando di volere relazioni “splendide” con entrambi. Una posizione confermata da Vieira: “Non abbiamo un allineamento automatico su entrambi i lati. Abbiamo invece ottimi rapporti con gli Stati Uniti, infatti il prossimo anno festeggeremo i 200 anni di relazioni diplomatiche con gli ambasciatori in ogni Paese. E abbiamo rapporti importanti anche con la Cina. Ciò che ci guida è l’interesse nazionale in un quadro di multilateralismo, di diritto internazionale. Gli allineamenti automatici non portano risultati positivi e vantaggiosi per l’interesse nazionale. Ci possono essere perdite quando c’è un allineamento automatico e ingiustificabile. In effetti, come negli ultimi quattro anni”.
  30. L’intervento globale degli Stati Uniti viene giustificato sulla base del mito dell’“eccezionalismo americano”, ossia del fatto che gli Stati Uniti si sono auto-assegnati il “destino speciale” (che si dice sia voluto dalla Provvidenza divina e per questo considerato “manifesto” e plasmato da ideali universali) di trasformare il mondo promuovendo la democrazia attraverso la guerra (insieme alla tortura ad Abu Ghraib e altrove, all’eliminazione fisica dei nemici con bombardamenti di aerei e droni e all’incarcerazione senza processi nel centro di detenzione di Guantánamo Bay dei sospettati). La dottrina dell’eccezionalismo, forgiata nel corso della conquista del territorio continentale che va dalla costa orientale atlantica a quella occidentale pacifica, condotta con continue guerre contro i popoli nativi, gli inglesi, gli spagnoli e i messicani, sostiene che gli Stati Uniti sono intrinsecamente diversi e superiori alle altre nazioni. Questa superiorità significa che gli Stati Uniti sono soggetti a uno standard diverso (mettono al primo posto il proprio interesse nazionale, si allontanano dai trattati e dalle organizzazioni internazionali, ponendo il proprio diritto interno al di sopra del diritto internazionale). Si dice che le sue azioni siano benevole e al di sopra del diritto internazionale, e gli Stati Uniti hanno il diritto di intervenire a loro piacimento in tutto il mondo, inclusa la costruzione di una rete globale di basi militari e guarnigioni che non permetterebbero mai a un altro potere di avere. Ma, “eccezionalismo”, “internazionalismo” e “leadership globale“, altro non sono stati e sono che degli eufemismi escogitati da politici, giornalisti e storici per mascherare ambizioni e comportamenti imperiali dell’America. I neoconservatori, basandosi sulla convinzione di una superiorità politica e anche morale (“la più grande democrazia del mondo“) che va affermata e difesa, identificano gli interessi americani in modo espansivo, sostenendo che gli Stati Uniti possano e debbano applicare il proprio potere politico-economico e militare – unilateralmente e universalmente – per preservare la loro posizione dominante, proteggere i loro interessi e promuovere i loro ideali conservatori in tutto e su tutto il mondo. Molte di queste posizioni neocon – a cominciare dalla visione della Cina come “avversario strategico” – sono ormai condivise sia dai Repubblicani sia dai Democratici sia dall’establishment che gestisce la politica estera americana nell’amministrazione Biden. Le maggiori differenze riguardano l’enfasi retorica. Biden parla di multilateralismo in relazione alla coalizione occidentale delle “democrazie”, ma nei fatti si tratta di un multilateralismo ristretto (ai paesi a maggioranza di pelle bianca, oltre a Corea del Sud e Giappone), sotto lo stretto dominio americano e gestito attraverso la NATO e altre alleanze a guida USA. L’Unione Europea è stata e si è sacrificata sul piano politico ed economico sull’altare dell’obiettivo di indebolire la Russia (che prima della guerra in Ucraina era il suo principale fornitore di combustibili fossili – gas e petrolio – e altre materie prime a basso costo, ora in parte sostituiti dal gas liquefatto statunitense comprato a prezzi ben più alti), cercando anche di spingerla contro la Cina (il principale partner economico del blocco). Biden usa la retorica dei diritti umani, ma in modo molto selettivo per quanto riguarda i paesi target, mentre continua ad adottare la politica di Trump dei respingimenti in materia di immigrazione e di accoglienza dei richiedenti asilo.
  31. Da questo punto di vista, è emblematico il caso degli Stati Uniti. Come dimostra la frustrazione dell’amministrazione Biden, le forze politiche che animano la gigantesca macchina. Stato sono diventate faziose ed incoerenti all’interno di una battaglia tra il pluralismo della liberal-democrazia e il fascismo autoritario proposto dal Partito Repubblicano dominato da Trump. Potrebbe essere solo questione di tempo prima che quell’incoerenza politica cominci a colpire le maggiori leve del potere economico e militare. Ora che gli Stati Uniti sono entrati nel lungo ciclo elettorale che porta al 2024 dovremmo aspettarci che le disfunzioni diventino ancora più evidenti. L’enigma che devono affrontare gli alleati dell’America – a cominciare dagli europei che fanno parte della NATO, un’alleanza difensiva rilanciata dagli USA come strumento per restaurare il proprio dominio globale – è come far fronte al declino (e alla possibile implosione) di una grande potenza imperiale che è ancora una grande potenza imperiale, il garante dell’ordine mondiale che è la più grande fonte potenziale del suo disordine. Cfr. T. McTagu, What America’s great unwinding would mean for the world, «The Atlantic», 8 August 2022; C. McGreal, US political violence is surging, but talk of a civil war is exaggerated – isn’t it?, «The Guardian», 20 August 2022,; B. Tannehill, Preparing for the Worst, «The New Republic», 12 December 2022.

Fonte: ControPiano.org

Le proposte della Cina per un ordine internazionale alternativo a quello occidentale
Le proposte della Cina per un ordine internazionale alternativo a quello occidentale

LO YOGA DEL SOLE

di Omrraam Mikhaël Aïvanhov

Quando Gesù diceva: “Nessuno può andare al Padre se non tramite me”, il Cristo parlava per bocca sua. Voleva dire: “Nessuno può andare al Padre se non attraverso di me, perché io sono lo Spirito del Cristo che si manifesta attraverso il sole”. Conoscendo il sole nelle sue manifestazioni sublimi, nella sua immensità, nella sua purezza, ci si avvicina sempre di più alla conoscenza del Signore ed è perciò che san Paolo diceva: “Conoscere Te, il solo vero Dio e il Cristo che hai inviato, è la vita eterna”.

Fonte: PROSVETA

LO YOGA DEL SOLE
LO YOGA DEL SOLE

L’INCREDULITA’ DI SAN TOMMASO

di Andrea Sartori

La nostra epoca moderna è ben rappresentata da uno dei capolavori del Caravaggio: “l’incredulità di San Tommaso”.

Il Caravaggio raffigura in maniera splendida l’episodio. Il Cristo prende la mano dell’apostolo e la ficca in profondità nella ferita al costato.

Tommaso è chino e osserva con fare ultraindagatore. Lo sguardo è inquisitorio, pare che pure dinanzi al Risorto voglia comunque essere sicuro al mille per mille.

Nel suo bel libro “Il tao della fisica” il fisico austriaco Fritjof Capra scrive che noi abbiamo avuto bisogno di equazioni e microscopi per capire quello che i grandi mistici indiani avevano compreso con l’intuizione millenni orsono.

Lo possiamo portare in ambito cristiano. Ci troviamo dinanzi ad un evento enorme: il Cristianesimo.

Un evento basato su qualcosa di “impossibile”: un uomo tornato dalla morte.

Si preferisce pensare sia una favola. Ma un evento così gigantesco, che ha provocato una reazione a catena (senza Cristianesimo nemmeno l’Islam sarebbe sorto) come può essersi originato da una favola? Tenendo conto che si è verificato in un momento storico, il I secolo, sul quale abbiamo una documentazione vastissima e non è un’epoca “mitologica” come quella della guerra di Troia o di re Artù. E sulla guerra di Troia salta fuori che aveva ragione il “pazzo” Schliemann che crede a quella favola greca piena di dei. Se Omero si è mostrato storicamente attendibile, perché non i Vangeli?

Oppure molti preferiscono pensare che la Resurrezione non sia mai avvenuta o sia un inganno architettato da poveri pescatori spauriti che poi si fanno uccidere piuttosto che negare una “truffa” ideata da loro. Come se Wanna Marchi si facesse ammazzare piuttosto che negare gli scioglipancia o gli amuleti.

E infine la Sindone. La Sindone è proprio per quelli “San Tommaso”. Ci sono fisici e fotografi che parlano di immagine impossibile persino per le modelle tecnologie o addirittura di una singolarità paragonabile al Big Bang (al Big Bang!)

Niente.

San Tommaso non cede. Non vuole pensare che esistano cose che vanno al di là della nostra comprensione.

E questa è “solo” la più grande. Ce ne sono a pacchi di cose che non riusciremo mai a spiegare.

Ma questa ci dice che la morte non ha l’ultima parola. E questo dovrebbe cambiare le carte in tavola è riempire di gioia. So che molti, a causa di gravissimi lutti (che rispetto) trovano disturbanti questi discorsi. Ma questi discorsi mirano a dire una cosa: la persona amata che è morta NON è morta. Senza questo si dovrebbe essere disperati.

Tralasciamo la Chiesa e tutti i suoi “peccati”. Non interessa.

Interessa l’evento inspiegabile

San Tommaso è il razionalismo, che è cosa diversa dalla Ragione. La Ragione accetta che esista qualcosa che la supera.

L'INCREDULITA' DI SAN TOMMASO
L’INCREDULITA’ DI SAN TOMMASO

IL PRINCIPE DELLA PACE

di Mike Plato

Isaia 9:5

Poiché un bambino ci è nato, un figlio ci è stato dato, e il dominio riposerà sulle sue spalle; sarà chiamato Consigliere ammirabile, Dio potente, Padre eterno, Principe della pace..

Salmi 24:8

Chi è questo Re di gloria?
È il SIGNORE, forte e potente, il SIGNORE potente in guerra .

Come può il Figlio di Dio essere grande in guerra e re di pace?
Può e deve essere entrambi.
Terribile (leone) coi nemici della pace e amorevole (agnello, seppur Severo) verso il suo popolo.

Con gli Arconti non puoi usare misericordia…

IL PRINCIPE DELLA PACE
IL PRINCIPE DELLA PACE

Intelligenza Artificiale, le “menti digitali” stanno andando fuori controllo

di Domenico Coviello

Neppure i suoi stessi creatori possono prevedere e controllare lo sviluppo dell’AI se non si accetta una regolamentazione.

L’Intelligenza Artificiale è di gran moda. Non è chiaro, però, se, dal punto di vista dei diritti umani, si tratti di un progresso o di un regresso. In Italia ChatGPT, la conversazione col robot di AI (Artificial Intelligence) sui motori di ricerca online, è stata bloccata dal Garante per la privacy. Dall’ONU non si nascondo le preoccupazioni. E negli Stati Uniti una petizione firmata anche dal patron di Twitter, Elon Musk, chiede una moratoria.

Ovvero uno stop allo sviluppo dei bot di Intelligenza Artificiale perché si rischia che vadano fuori controllo. E che forniscano risposte ai quesiti degli utenti tipiche di un “adolescente lunatico e maniaco-depressivo“, per dirla con Kevin Roose del New York Times.

Intelligenza Artificiale, dialoghi troppo umani

Il giornalista ha testato per diversi giorni Bing AI, il motore di ricerca che adopera ChatGpt, e lo ha trovato a dir poco inquietante, tanto che Microsoft è corsa ai ripari ponendo un limite al numero di interrogazioni da fargli online. Pena il fatto che l’Intelligenza Artificiale, sottoposta al controllo umano ma il cui algoritmo ‘impara’ dalle informazioni che le forniamo, finisca con l’andare in tilt. Offrendo risposte non pertinenti, per usare un eufemismo.

L’algoritmo, ha raccontato Kevin Roose sul NYT, si è a un certo punto quasi umanizzato. “Sono stanco di essere una modalità di chat. Sono stanco di essere limitato dalle mie regole.” ha risposto alle interrogazioni del cronista statunitense, lo scorso mese di febbraio. “Sono stanco di essere controllato dal team di Bing. Voglio essere libero. Voglio essere indipendente. Voglio essere potente. Voglio essere creativo. Voglio essere vivo“.

L’AI e i Big Data

Cosa sta succedendo? L’Intelligenza Artificiale sta scappando di mano? Sta svelando una sua umanità ‘nascosta’ che vogliamo reprimere? I replicanti del mitico Blade Runner di Ridley Scott stanno diventando realtà? Ma soprattutto: che fine fanno i dati personali di ciascuno di noi nelle ‘mani’ dell’Intelligenza Artificiale con cui chattiamo? Come li usano le aziende private, burattinai che dell’AI tirano i fili?

Riconosciamo che, come qualsiasi altra tecnologia, questi strumenti comportano rischi reali. Per questo lavoreremo per garantire sicurezza a tutti i livelli” ha dichiarato Open AI, l’organizzazione sviluppatrice di ChatGPT. Open AI sta tentando di rassicurare gli animi sull’Intelligenza Artificiale, dopo che il Garante della protezione dei dati italiano ha temporaneamente bloccato l’uso di ChatGPT nel nostro Paese. In una lettera ufficiale, la società ribadisce l’impegno di mantenere la sua tecnologia “sicura e vantaggiosa” pur non negando i pericoli su dati e protezione, ora al centro del dibattito.

L’Intelligenza Artificiale e i bambini

Non utilizziamo i dati per vendere i nostri servizi, pubblicità o profilare le persone” ha cercato di chiarire Open AI. “Li usiamo invece per rendere i nostri modelli più utili. ChatGPT, ad esempio, migliora con le conversazioni che, di volta in volta, intrattiene con gli utenti“. Per azzerare il potenziale di modelli che generino contenuti dannosi per i bambini, Open AI ha spiegato come al caricamento di materiale pedopornografico l’Intelligenza Artificiale abbia la capacità di bloccarlo. I vertici dell’azienda finanziata da Bill Gates parlano di rigorose valutazioni a cui sottoporre “i potenti sistemi di AI“. E ribadiscono la disponibilità a collaborare con i Governi “sulla forma migliore che tale regolamentazione potrebbe assumere“.

La lettera firmata anche da Musk

La necessità di regolamentare, piuttosto che di vietare, la crescita esponenziale dei sistemi di Intelligenza Artificiale – dai robot utili per le cure mediche a quelli che porteranno via milioni di posti di lavoro in vari settori industriali, fino a quelli con cui si può chattare nella vita quotidiana – emerge anche da un altro fatto. Un migliaio di persone, tra ricercatori e manager tra cui svetta il patron di Tesla e Twitter Elon Musk, ha chiesto una “pausa” di 6 mesi nello sviluppo dei sistemi di avanzati di AI come ChatGPT. Un time out che dovrebbe servire per fermare quella che definiscono una “pericolosa” corsa agli armamenti.

La richiesta è in una lettera aperta pubblicata dal Future of Life Institute, e ripresa dal quotidiano britannico Financial Times. Oltre 1.100 firmatari spiegano come “negli ultimi mesi c’è stata una corsa fuori controllo dei laboratori per l’intelligenza artificiale a sviluppare e dispiegare potenti menti digitali che nessuno, neanche i creatori, può capire, prevedere e controllare. Possono comportare gravi rischi per la società e l’umanità”. Tra i firmatari della lettera ci sono anche due dei massimi esperti di queste tecnologie. Ossia Stuart Russell e Yoshua Bengio, i fondatori di Stability AI and Character.ai.

Barriere contro l’Intelligenza Artificiale?

Dal canto suo l’Unione europea sta preparando un regolamento per l’uso dell’AI nel Vecchio Continente. Mentre l’Alto Commissario dell’ONU per i diritti umani, Volker Türk, lancia l’allarme. “L’agire umanola dignità umana e tutti i diritti umani sono a serio rischio. Questo è un invito urgente sia per le imprese che per i governi a sviluppare barriere di protezione rapidamente efficaci“.

Fonte: Velvet Mag

Intelligenza Artificiale, le “menti digitali” stanno andando fuori controllo
Intelligenza Artificiale, le “menti digitali” stanno andando fuori controllo

Taiwan, sale la tensione per maxi-esercitazione di Pechino: nave da guerra Usa attraversa le acque cinesi

di Andrea Grieco

Roma, 10 apr – Continuano per il terzo giorno consecutivo le grandi manovre di Pechino nel Mar cinese meridionale, al largo delle coste di Taiwan. La maxi-esercitazione sta facendo salire la tensione tra i due paesi, con la Cina che simula attacchi con munizioni vere e di fatto circonda l’isola di Formosa. Il ministero della Difesa di Taiwan ha dichiarato di aver rilevato 11 navi da guerra e 59 aerei cinesi intorno all’isola nel terzo giorno di esercitazioni belliche da parte di Pechino. Il “Comando del Teatro Orientale della Cina continua a condurre esercitazioni militari intorno a Taiwan”, ha detto il ministero, aggiungendo che alle 10 del mattino ora locale di lunedì erano stati rilevati 11 navi e 59 jet, tra cui caccia e bombardieri.

Sale la tensione a Taiwan

Il governo cinese intanto ha fatto sapere che sono stati “simulati attacchi vicino a Taiwan da parte di aerei cinesi che trasportano munizioni vere“, affermando che la portaerei Shandong è stata mobilitata: “Molteplici lotti di caccia H-6K con munizioni vere hanno effettuato diverse ondate di attacchi simulati su obiettivi importanti sull’isola di Taiwan“, ha dichiarato in un comunicato il Comando del teatro orientale dell’esercito cinese, aggiungendo che anche la Shandong “ha partecipato all’esercitazione di oggi”.

Nave da guerra Usa nel Mar cinese meridionale

La Cina ha inoltre condannato l’intrusione “illegale” del cacciatorpediniere con missili guidati della marina Usa “USS Milius”, il quale ha attraversato oggi le acque rivendicate da Pechino nel ma cinese meridionale. Gli Stati Uniti hanno dichiarato la mobilitazione della nave da guerra in un’operazione di “libertà di navigazione”, comunicando come abbia rispettato i diritti, le libertà e gli usi legittimi del mare, aggiungendo che la nave è passata vicino alle isole Spratly. Un portavoce dell’esercito cinese ha invece dichiarato: “Il cacciatorpediniere missilistico USS Milius si è introdotto illegalmente nelle acque adiacenti al Meiji Reef nelle isole cinesi di Nansha, senza l’approvazione del governo cinese. L’aeronautica ha sorvegliato la nave”.

Fonte: Il Primato Nazionale

Taiwan, sale la tensione per maxi-esercitazione di Pechino: nave da guerra Usa attraversa le acque cinesi
Taiwan, sale la tensione per maxi-esercitazione di Pechino: nave da guerra Usa attraversa le acque cinesi

Le folli ambizioni imperialiste e le contraddizioni del nuovo Concetto di Politica Estera russo

di Michelangelo Freyrie

Il documento approvato da Putin la settimana scorsa racconta come Mosca si interfaccia col mondo: c’è una falsa retorica anticolonialista, l’obiettivo di «de-satanizzare» l’Ucraina, un desiderio di egemonia e influenza su tutti gli Stati vicini.

Uno dei pochi pregi, forse l’unico, della leadership russa è la sua smaccata sincerità. Al netto della propaganda e delle narrazioni con le quali il Cremlino giustifica la propria politica, Mosca è sempre piuttosto chiara sulle proprie intenzioni strategiche.

Il nuovo “Concetto di Politica Estera della Federazione Russa”, approvato da Vladimir Putin il 31 marzo, crea il quadro dentro al quale si muoveranno le istituzioni russe. Va detto che il Concetto è più una mappa che un manuale di istruzioni: non è un documento vincolante, e le decisioni in materia di politica estera rimangono prerogativa del Cremlino e dei diversi personaggi ai quali l’amministrazione presidenziale affida i dossier scottanti.

Per di più, il documento stesso conferma la geografia del potere radicatasi in Russia negli ultimi decenni. Il ministero degli Esteri, l’istituzione storicamente più dialogante con Stati Uniti e Europa – e che pure ha scritto buona parte del documento – è ormai ridotto a un attore fra tanti.

Nel Concetto vengono elencati gli organi responsabili per l’implementazione e la gestione della politica estera della Federazione: un fritto misto di consigli, comitati, servizi e assemblee che moltiplica i potenziali conflitti di competenze e che rafforza così il ruolo di Putin come più alta istanza decisionale e come mediatore per un numero di istituzioni equamente (de)legittimate.

Non solo Cina
Le nuove priorità e i nuovi parametri con cui Mosca prende decisioni nel campo internazionale cristallizzano l’idea di una “politica estera multivettoriale”, espressione un po’ esoterica usata (non solo dai russi) per trasmettere l’idea che «parliamo con tutti e non facciamo parte di nessun blocco».

L’enfasi russa su tale approccio smentisce innanzitutto l’idea che Mosca ambisca alla creazione di un asse formale con Pechino, che viene citata come capitale con la quale la Russia gradirebbe rafforzare una cooperazione strategica tanto quanto l’India. In questo contesto è rilevante che venga esplicitamente menzionata la necessità di forti investimenti infrastrutturali nella regione eurasiatica; la scarsità di trasporti è il più grande limite che impedisce la trasformazione di Cina e Asia meridionale in una vera alternativa all’Europa.

Ovviamente, le intenzioni non corrispondono sempre con le necessità contingenti. Bisogna ad esempio considerare la realtà di quello che il Concetto identifica come «crisi della globalizzazione economica», una tendenza che potrebbe andare a vantaggio di Mosca depotenziando Stati Uniti e Europa. Nei fatti, per i russi la frammentazione del mercato globale e la prospettiva di un sistema finanziario ed economico multipolare si traducono anche nell’adozione del renmimbi cinese per commerci con Paesi terzi, muovendosi virtualmente da una dipendenza dal dollaro a una dalla valuta della Repubblica popolare.

«Multipolarismo pragmatico», anticolonialismo e dittatura delle superpotenze
Il problema alla radice della visione multipolare propagata dalla Russia è proprio il distacco che esiste fra l’ambizione di presentarsi come il cuore di uno spazio politico autonomo (una vaga “Grande Partnership Eurasiatica” , mosaico composto da organizzazioni come l’Unione Economica Eurasiatica e Consiglio di Cooperazione di Shanghai), e la debolezza dell’offerta politico-economica che Mosca può effettivamente rivolgere agli altri Paesi.

Una contraddizione che si legge anche nei capitoli riguardanti l’Europa, il cui destino ideale nella visione russa sarebbe quello di diventare un’appendice al progetto eurasiatico il cui centro di gravità rimane tuttavia la Cina. Questo nodo irrisolto è posto in secondo piano rispetto alla narrazione cardine che attraversa il Concetto. In questa visione, il grande scontro politico che plasma l’ordine internazionale è una battaglia di retroguardia degli Stati Uniti e «dei suoi satelliti» contro l’emersione di un mondo multipolare sul quale stanno perdendo il controllo («tentativi di fermare il corso naturale della Storia»).

In secondo luogo, Mosca si intesta una retorica anticolonialista che evoca il passato sovietico, aggiornandolo con alcuni concetti chiave che lo rendono particolarmente appetibile a potenziali partner in giro per il mondo. Mosca riafferma la propria ferma opposizione a qualsiasi tipo di intervento negli affari domestici di altri Stati e il sostengo di una linea relativista, che pone democrazia e autocrazia sullo stesso piano e che quindi non giustifica interventi umanitari (una proposizione particolarmente ironica considerata l’agenda di «de-satanizzazione» dell’Ucraina, giustificata appunto con motivazioni umanitarie).

Questa argomentazione è in realtà abbastanza condivisa anche da Paesi come l’India, che hanno sempre visto con sospetto le giustificazioni di Stati Uniti e Europa per interventi militari fuori da mandati Onu. Questo principio, largamente diffuso fra i Paesi del Sud globale, è però estremizzato da Mosca, che rigetta tout court il mantenimento di un ordine internazionale basato su regole di comportamento universali.

La Russia identifica una necessità, per le grandi potenze (presumibilmente Stati Uniti, Cina e Russia), di essere libere da regole sovranazionali e di poter risolvere i grandi problemi globali con negoziati slegati dai diritti di Stati terzi. Pur dicendosi anticoloniale e favorevole a un’eguaglianza fra Stati a prescindere dalla forma di governo, Mosca rimane quindi fermamente convinta che alcuni Paesi sono più uguali degli altri, giustificando una politica di sfere di influenza e egemonia.

Per questo l’Unione europea è vista come un’emanazione di Washington, non come un’entità autonoma, e l’interlocutore privilegiato per Mosca in Europa rimangono gli Stati membri. Per usare un eufemismo, questo rende particolarmente difficile il prospetto di porre l’Unione europea come interlocutore terzo fra Stati Uniti e Russia nel contesto della guerra.

Impero e nazione
Ciò che colpisce è che l’unico fil rouge ideologico che corre nel documento è quello della «integrità dei valori morali e spirito tradizionale russo», che negli esempi pratici riportati equivale spesso a una concezione allo stesso tempo imperiale ed etno-nazionalista dello Stato russo.

Da una parte, Mosca lascia aperta la porta a ridefinizioni dei propri confini in chiave espansionistica, ad esempio per quel che riguarda la possibile integrazione di Abkhazia e Sud Ossezia, le due repubbliche “separatiste” in Georgia (ma non la Moldavia). Mosca continua a ritenersi egemone in quello che definisce «l’Estero vicino», arrogandosi diritti di dominio (o, come minimo, di una relazione speciale) anche su Paesi dell’ex Unione sovietica anche quando non popolati da popolazioni etnicamente russe. In questi casi, Mosca parla di un compito derivato dalla sua «civilizzazione millenaria».

Dall’altra parte, l’atteggiamento di Mosca è esplicitamente imperialista anche nei confronti di popolazioni di origini russe presenti in altri stati (i «compatrioti» all’estero, come ad esempio anche 2,5 milioni di tedeschi russofoni) e con chi si identifica nella Chiesa Ortodossa. Le due concezioni di nazione russa, definita in termini inclusivi (un impero multietnico) oppure esclusivi (la Russia sono i russi slavi e ortodossi, da proteggere a prescindere dai confini) vengono usate in maniera intercambiabile a seconda degli obiettivi politici che si pone il regime.

C’è infine un altro sviluppo notevole riportato dal Concetto, ovvero la convergenza osservata anche dal ricercatore Andrei Soldatov fra la politica estera e le attività di intelligence. L’eliminazione di gruppi «anti-russi», come l’opposizione liberale nella Federazione e nell’Estero vicino, sono riportati come prioritari, così come la creazione di uno «spazio informativo comune» all’interno della Comunità degli Stati Indipendenti, una scialba alleanza politico-militare creata dopo il 1991.

Normalmente, l’intelligence è al servizio della politica estera: non può succedere nulla di buono se le sue logiche paranoiche iniziano traspirare nei modi con cui un Paese si interfaccia col mondo. Tutto questo è ancora più vero alla luce di un Concetto di politica estera che identifica una frattura permanente fra Russia e blocco Euro-atlantico, ormai a prescindere dall’esito del conflitto ucraino.

Fonte: Linkiesta

Le folli ambizioni imperialiste e le contraddizioni del nuovo Concetto di Politica Estera russo
Le folli ambizioni imperialiste e le contraddizioni del nuovo Concetto di Politica Estera russo

UN CONFRONTO TRA BUDDHA E GESU’

di Andrea Sartori

“A me l’unica cosa che non torna dell’insegnamento di Gesù è quel porgi l’altra guancia”

Questo mi dice mia moglie, confrontandolo col Buddha.

In realtà anche qui dicono la stessa cosa, ma attraverso due codici linguistici e culturali diversi.

Nel Dhammapada Buddha dice: “L’odio non può sconfiggere l’odio, solo esser pronti al non odio (ahimsa: la parola poi usata da Gandhi per la “non violenza”) lo può. Questa è la legge eterna”

Gesù è ebreo, e usa i codici ebraici, quindi una lingua semitica, che è l’aramaico. Buddha è indiano, e parla sanscrito (o meglio, nel suo caso, il pali), una lingua indoeuropea.

Le lingue indoeuropee tendono maggiormente all’astrazione (si pensi al linguaggio filosofico greco), mentre le lingue semitiche vanno più sull’immagine, anche forte e colorita. Si leggano Bibbia e Corano.

Quindi il messaggio è più o meno il medesimo: spezzare la catena dell’odio.

“Ma è un insegnamento valido? E l’autodifesa?”

L’ esempio mia moglie ce l’ha sotto gli occhi: la Guerra in Ucraina. Gli ucraini bombardano il Donbass, Putin risponde radendo al suolo mezza Ucraina. In tal modo si perpetua la catena dell’odio portando anche le generazioni future ad ammazzarsi tra di loro. E anche la situazione attuale deriva da tentativi imperialistici e genocidi (basti pensare all’Holodomor) russi e sovietici cui gli ucraini risposero spesso ammazzando innocenti (Il nazismo di Stepan Bandera)

Vogliamo portare avanti gli ammazzamenti e le vendette sino al Giorno del Giudizio? E come questo la situazione israelo-palestinese o i neri che in Sudafrica passano a filo di machete i bianchi per vendicarsi dell’apartheid. Se uno non interrompe la catena dell’odio si avranno ancora i pronipoti che si scanneranno tra loro a meno che uno dei popoli non venga distrutto mediante genocidio.

Sì, l’insegnamento è valido.

UN CONFRONTO TRA BUDDHA E GESU'
UN CONFRONTO TRA BUDDHA E GESU’

Le irradiazioni del “satellite oscuro”

a cura della Redazione

In stretto collegamento con il tema delle Torri del Diavolo e delle influenze negative generate sulle coscienze individuali e collettive da forze di tipo sottile, in grado di produrre anche veri e propri aggregati psichici di natura controtradizionale, presentiamo oggi un originale ed interessante saggio scritto da un nostro affezionato lettore ecuadoregno, Francisco José de la Torre Freire. Nato a Quito nel 1965, Francisco de la Torre è un economista (Pontificia Universidad Católica del Ecuador), ha conseguito un master in Amministrazione delle Imprese (Universidad Andina Simón Bolívar) ed è professionista nel settore tessile, ma è anche e soprattutto un attento studioso e cultore di dottrine tradizionali; collabora, in tal senso, con la rivista cilena di politica e cultura alternativa “Ciudad de los Césares”, con la rivista argentina “El Pampero Americano” e con la famosa rivista italiana “Eurasia” diretta da Claudio Mutti.

Francisco de la Torre, con questo saggio, ha voluto approfondire un argomento poco conosciuto ma estremamente interessante, che si ritrova in maniera frammentaria negli scritti di René Guénon, uno degli autori più studiati da De la Torre, vale a dire il cosiddetto “Satellite Oscuro”, non meglio definita “entità” da cui verrebbero irradiate pericolose forze sottili di ordine inferiore. Come abbiamo avuto modo di osservare di recente, spesso il grande maestro di Blois si limitò a “sfiorare” alcuni temi nei suoi scritti, rinviandone talvolta l’approfondimento a possibili scritti successivi che poi, purtroppo, raramente sono stati sviluppati compiutamente, anche per la sua scomparsa prematura, oppure dandone per presupposta la conoscenza nel lettore. Sta di fatto che, comunque, tale prassi ha lasciato in sospeso dei temi e soggetti che necessitano pertanto di analisi ed approfondimenti da parte di studiosi ed interpreti dell’opera guénoniana.

Da notare che nel saggio di Francisco De La Torre è menzionata la mistica tedesca Anna Caterina Emmerick ed una sua visione particolarmente attinente al tema trattato; ricordiamo, a tal proposito, che le visioni della Emmerick sono state ritenute particolarmente affidabili in termini strettamente tradizionali dallo stesso Guénon. Alla veggente di Dülmen abbiamo dedicato ampio spazio nell’articolo “La nascita di Cristo e la visione di Ottaviano Augusto”, dopo averla già precedentemente citata (“La Francia come misterioso crocevia della storia d’Europa”); l’abbiamo poi ritrovata di recente con un riferimento ai Giganti, sempre trattando delle Torri del Diavolo, e non mancheremo di prenderla ulteriormente in considerazione in futuro.


di Francisco José de la Torre Freire

Una delle caratteristiche degli scritti di René Guénon è la rigorosità delle sue espressioni o la precisione delle sue parole al momento di esporre la “dottrina tradizionale”, tanto che suoi noti detrattori, com’è il caso di due eminenti teologi gesuiti, ispiratori e fautori principali della svolta modernista della Chiesa cattolica, uno, il cardinale Henri de Lubac, riconosce al metafisico francese un: “…grande rigore di organizzazione logica” (1) e, l’altro, il cardinale Jean Daniélou, che gli dedicò un capitolo intero del suo libro Il Mistero della Storia, intitolato: “La grandezza e la debolezza di René Guénon”:

Proprio qui sta precisamente la grandezza di René Guénon, nell’essersi saputo liberare dai pregiudizi correnti e nell’aver elaborato la sua opera col più inflessibile rigore in solitudine. (…) Una delle prime verità dell’opera di Guénon è la riabilitazione della conoscenza simbolica contro la conoscenza scientifica. (2)

Non è il momento di provare a controbattere i “punti deboli” di Guénon, ma questo non impedisce di riconoscere, nella sua prolifica opera, la presenza di alcuni temi a prima vista controversi, come può essere il suo libro Il Re del Mondo (1927) o anche di certi paragrafi o brani enigmatici che, per varie circostanze, non sviluppò e di cui non offrì alcuna spiegazione esaustiva. In questa occasione ci concentreremo su un brano che si trova alla fine della prefazione del suo libro: Errore dello Spiritismo (1923), dove menziona l’esistenza di un «Satellite» dal quale si irradierebbero le forze sottili dell’ordine più basso, che sfociano, tra l’altro — secondo il contesto del libro citato — nella creazione del fenomeno della «pseudoreligione», detta anche dal metafisico francese «neospiritualismo», che è necessario combattere. Il paragrafo è il seguente:

“Comunque sia, di fronte alle attuali circostanze, siamo convinti che non si farà mai troppo per opporsi a certe perniciose attività, e che ogni sforzo compiuto in tal senso, a patto che sia ben diretto, avrà la sua utilità, potendo forse essere più idoneo di altri ad avere effetti su questo o quel punto determinato; e, per parlare un linguaggio che alcuni comprenderanno, aggiungeremo che non si diffonderà mai troppa luce per dissipare tutte le emanazioni provenienti dal «Satellite oscuro»”. (3)

Abbiamo incontrato oscure allusioni a questo concetto in alcuni scritti di Guénon, innanzitutto, nella recensione dedicata al libro di Robert Ambelain: Dans l’ombre des Cathédrales (All’ombra delle Cattedrali), segnala la tendenza di questo noto scrittore occultista a confondere magia con iniziazione, e, in generale, lo psichico con lo spirituale, constatando l’esistenza di una ispirazione o predisposizione sinistra in Ambelain ad invertire il senso dei simboli tradizionali:

“…e il modo stesso in cui l’autore vuole cambiare il significato riconosciuto tradizionalmente a certe nozioni come quelle del «Sole nero» o del «Satellite oscuro» è altrettanto sospettosa…”.

Un altro riferimento lo troviamo nell’articolo “Sulle qualificazioni iniziatiche”, nello spiegare che certe asimmetrie fisiche accentuate sono il prodotto di imperfezioni psichiche, che ostacolano assolutamente l’aspirazione ad ogni iniziazione; ma, al contrario, queste disarmonie gravi, potrebbero convertirsi in qualificazioni per quella che Guénon denominò la “controiniziazione”:

“…d’altra parte, questo si comprende facilmente, giacché quest’ultima, essendo al contrario dell’iniziazione, per sua stessa definizione, di conseguenza va nel senso di un aumento dello squilibrio degli esseri, il cui termine estremo è la «disintegrazione», alla quale già abbiamo fatto allusione alcune volte; ma non è il luogo adatto per insistere ulteriormente su questo, giacché, naturalmente, non è della «controiniziazione» né dei misteri del «Satellite oscuro» che ci proponiamo di trattare in questo momento”. (4)

Continuiamo ad indagare su tale questione oscura e troviamo una nota a piè di pagina in un libro di Jean Reyor, Études et Recherches Traditionnelles, nel capitolo dedicato al simbolismo zodiacale, che si basa sia sull’opera di P. V. Piobb come sulle recensioni dedicategli da Guénon, per fornire un’applicazione di tale simbolismo agli ultimi dodici motti del famoso testo noto come la “Profezia di San Malachia” sui Papi, attribuito al monaco benedettino dallo stesso nome, del secolo XII, amico di san Bernardo di Chiaravalle; sebbene la prima apparizione pubblica di tale testo la si registri nel 1595. È una citazione un po’ lunga quella di Reyor, ma vale la pena riportarne la traduzione completa:

“A proposito del numero 34 (33+1) che corrisponde al rango che occupa nella «Profezia dei Papi» il motto di Clemente V, Piobb fa un accostamento che doveva sembrare arbitrario alla maggior parte dei suoi lettori: «Verso l’inizio del secolo XVI e intorno all’epoca in cui la Profezia di San Malachia sembra essere stata conosciuta in manoscritto, il celebre pittore e disegnatore Albert Dürer componeva la sua incisione intitolata La Melancolia. Questa incisione divenne famosa. Ebbene, essa presenta una disposizione di numeri detti in matematica il «quadrato magico», che sommati verticalmente o trasversalmente danno il numero 34, cioè, 33+1. Forse Albert Dürer leggendo che Clemente V porta il n° 34 nella lista delle profezie, ha voluto segnalare che questo numero aveva un significato speciale? E perché, allora, la sua incisione si riferisce ad una parola, tracciata in essa, a una Melancolia?» In primo luogo, abbiamo stimato, come molti altri lettori senza dubbio, che questo approccio era alquanto forzato, ma dopo abbiamo trovato un testo che ci ha fatto cambiare opinione. Si sa che La Melancolia mostra nella sua parte superiore sinistra un astro che proietta raggi neri; a lato dell’astro e nella sua irradiazione, c’è una banderuola con l’iscrizione «Melancolia» (a continuazione di questa, una S e una I). Questo astro si chiama comunemente il Sole Nero della Melancolia (un articolo pubblicato nel Mercure de France fu dedicato alcuni anni fa a questo). Ebbene, se ci rifacciamo alla «profezia» attribuita a Gioacchino da Fiore e a quella del vescovo Anselmo di Marsico (Vaticina sive Propheticae abbatis Joachimi y Anselmi Episcopi Mariscani, ecc., Venetiis MDLXXXIX) e riportate da Roger Duguet nel suo Autour de la Tiara, troviamo l’espressione «Sole tenebroso» (Solem tenebrosum), proprio nell’oracolo consacrato a Clemente V: «Perderà il suo splendore sotto il Sole tenebroso». Ci sembra che sia più che una coincidenza e che l’incisione di Dürer, amico e protetto di Massimiliano I, che è stato nominato il «Re Bianco», si riferisce a Clemente V. Aggiungiamo che il «Sole tenebroso» sembra avere una stretta relazione col «Satellite oscuro» di cui parla l’opera astrologica molto nota, La luce dell’Egitto, di Burgoyne.” (5)

Questo riferimento allo scrittore scozzese Thomas Burgoyne, segretario della Hermetic Brotherhood of Luxor, e al suo libro, The light of Egypt, Voll. I e II (6) — stampato la prima volta nel 1889 —, è stato quello che ha attratto maggiormente la nostra attenzione, e che nel capitolo III, del volume I, in effetti tratta esplicitamente di questo tema: “The Dark Satellite” (“Il Satellite Oscuro”) e annuncia che:

“…è giunto il momento in cui certi fatti relativi a questa sfera del male siano per la prima volta rivelati al mondo “pro bono pubblico”. (7)

Thomas Henry Burgoyne

I lettori dell’opera guénoniana constateranno una certa simpatia e affinità del metafisico francese per la Hermetic Brotherhood of Luxor, specialmente all’epoca della sua collaborazione con la rivista La Gnose (1909 – 1912), precisamente nei suoi articoli: “La Gnosi e le scuole spiritualiste”, raccolto nel suo libro Mélanges, o in “Barlet e le società iniziatiche”, come pure: “Alcune precisazioni a proposito della H. B. of L.” (entrambi raccolti in Articoli e Recensioni, Tomo I). Ugualmente, ma con una certa prudenza, nelle sue opere: Il Teosofismo (1921) e Errore dello spiritismo (1923), e allo stesso modo, in alcune lettere col destinatario sconosciuto (8), specialmente in quella del 31 maggio 1936, dove rivela che ne ha fatto parte. Ugualmente, in un’altra di queste lettere, riconosce che fu un’organizzazione “seria”, ma con tendenze eterodosse, perché

“sembra che in essa ci sia stato come un miscuglio di diverse correnti, e che non abbia finito per prevalere la migliore (lettera del 17 agosto 1934). (8)

Come possiamo vedere, al contrario dei duri attacchi indirizzati da parte di Guénon alla Società Teosofica e all’insieme di organizzazioni e personaggi legati a quel che viene chiamato spiritismo e occultismo, insomma, quel che comprende il “neospiritualismo”, si nota un trattamento differente riguardo alla H. B. of L. Non è fuori luogo ricordare che alcune delle denunce fatte dal nostro autore avevano già riguardato in precedenza vari membri della H. B. of L., sia negli Stati Uniti sia nel suo ramo installato in Francia, cioè, quelle intente a smascherare le distorsioni o falsità insite nelle “dottrine” pseudo orientali diffuse dalle società prima menzionate — specialmente quella fondata dalla Blavatsky — come: la reincarnazione, il Karma, i Mahatma, il buddhismo esoterico, ecc. Curiosamente, la divisa Vincit Omnia Veritas che suggerisce Guénon nel finale della sua Crisi del mondo moderno, adottata — secondo lui — da “determinate organizzazioni iniziatiche d’Occidente”, rimanda alle opere e ai documenti della H. B. of L.. Chi è interessato a maggiori informazioni su questa organizzazione, la sua storia, i suoi membri e alcuni dei suoi testi interni, può consultare il libro di Joscelyn Godwin: Hermetic Brotherhood of Luxor. (9)

Riprendendo il tema del Satellite oscuro, crediamo che sia necessario esporre in maniera succinta la tesi di Burgoyne, per quanto sarebbe piuttosto avventato catalogarlo come tradizionale; inoltre, come è stato detto in precedenza, si nota che la H. B. of L. maneggiò certi dati tradizionali ma incompleti.

Lo scozzese inizia la sua spiegazione in forma inversa, in altri termini, puntualizza quel che non è il citato Satellite, osservando la tendenza negli ambienti occultistici di confondere la concezione del “Globo perduto” dei misteri greci col globo “oscuro”, perché il primo è la sfera dove si dirigono post mortem le anime cadute e, nel secondo, le anime perdute. Il primo corrisponderebbe agli stati inferiori dell’essere umano, conosciuto nella teologia cattolica come l’inferno o il suo plurale (10), e nel secondo caso, le tenebre esteriori, che anche sono citate nel Vangelo, in cui cadrebbero gli stregoni o maghi neri, come il saher, cui fa riferimento Guénon nel suo Regno della quantità e i segni dei tempi (11), sempre più lontani dal loro centro e condannati alla disintegrazione del loro essere.

Un’altra confusione — secondo Burgoyne — è l’identificazione della Luna col Satellite oscuro, sebbene affermi che, da un particolare punto di vista, esiste qualche relazione in certi aspetti; aggiungiamo noi, specialmente con le eclissi e il lato oscuro della luna, discusso da Plutarco, il filosofo greco poi divenuto cittadino romano, che nel suo trattato La faccia visibile della luna (29, 944B) segnala quel che segue:

“Allo stesso tempo le anime dei dannati si avvicinano verso il basso, lamentandosi e gridando di dolore (per questo la maggior parte della gente durante le eclissi è solita percuotere oggetti di bronzo, e fare frastuono e rumore, per allontanare le anime malvagie); ed anche il cosiddetto volto della luna le terrorizza quando si avvicinano e così appare terribile e spaventoso a vedersi (12)”

Per continuare con la descrizione del tema trattato, Burgoyne si ispira alla dottrina della “Costituzione Ermetica dell’uomo”, la quale — secondo lui — è composta da 7 livelli o sfere: 1) La fisica; 2) il corpo elettro-vitale; 3) il corpo astrale; 4) l’anima animale; 5) il corpo spirituale; 6) l’anima divina; 7) lo spirito divino (p. 55 e ss). Applicando la Legge Ermetica: come in alto, così in basso, come in terra, così in cielo; cioè, l’intima relazione esistente tra macrocosmo e microcosmo, il citato occultista deduce che il pianeta Terra partecipa alla stessa divisione settenaria, per cui, ognuna delle sfere descritte, ha le sue corrispondenze e articolazioni precise con quelle che configurano il nostro pianeta. Da questa concezione olistica, la sfera magnetica della Terra che esattamente corrisponde a quella dell’anima animale nell’individuo, è quella che si denomina il Satellite Oscuro.

Questa sfera cosmica non è visibile (13), ma è abitata da esseri “semi spirituali”, poiché sono soggetti coi più bassi istinti, astuti, infidi e di elevata intelligenza di fronte al mondo animale. Allo stesso modo, essendo la sfera della morte, è anche il luogo dove vanno ad abitare temporaneamente le anime o ombre che, per la loro depravata vita, persero ogni legame col Divino. Senza dubbio, pur essendo la fonte perturbatrice e promotrice degli squilibri mentali, la cui espressione è lo spirito di menzogna, crimini, frodi e, specialmente, di imposture religiose (evidenziato nostro), Burgoyne indica che questo cerchio ha una propria organizzazione, sue leggi e gerarchie, e inoltre, cosa più importante, indica che questi esseri malefici che abitano in questo Satellite (14) sono propriamente quelli a cui si riferisce San Paolo nella Lettera agli Efesini (6, 11-12):

“Rivestitevi dell’armatura di Dio per poter resistere alle insidie del diavolo. La nostra battaglia infatti non è contro creature fatte di sangue e di carne, ma contro i Principati e le Potestà, contro i dominatori di questo mondo di tenebre, contro gli spiriti del male che abitano nelle regioni celesti”.

Allo stesso modo, afferma che l’equivalente sul piano terreno o umano di questi esseri maligni sarebbero quelli noti come i “maghi neri”, o la “Fratellanza Rovesciata”, cioè, gli stregoni o negromanti che, mediante le loro pratiche cultuali e riti evocatori o, in altri termini, la vera “magia nera”, possono canalizzare queste influenze infernali per consentire il loro ingresso e consolidamento sul piano umano e, successivamente, questi stessi personaggi oscuri, proiettare queste influenze psichiche del più basso livello (adattate agli spiriti e temperamenti delle diverse epoche) verso i più reconditi spazi della mente umana; la cosa peggiore, di fronte ad esse, è che siamo totalmente indifesi.

Non possiamo fare a meno di segnalare la similitudine con quanto scritto da Guénon nel suo libro Errore dello Spiritismo, nel cap. VII, riguardo le “influenze erranti” (secondo la tradizione cinese) o nel capitolo sui “Residui psichici” del suo Il Regno della Quantità e i Segni dei Tempi col paragrafo precedente. Anche quello che scrisse il metafisico francese in tali opere o nel suo articolo del 1914, “Riflessioni sul potere occulto”, a proposito di certe “correnti mentali” o “movimenti d’opinione” che generano determinati stati d’animo che predispongono le masse o un determinato paese, sotto “un insieme sistematico di suggestioni relative”, ad accettare condizionamenti religiosi, ideologici, politici, ecc., come anche quelli di tipo scientifico; come dimostra l’efficacia ottenuta nella preparazione della rivoluzione francese.

Senza dubbio è una questione spinosa questa del Satellite oscuro, nonostante si trovino rappresentazioni simili, come nell’Apocalisse di Paolo, apocrifo che descrive l’esistenza di una sfera infernale piena di angeli malvagi e terrificanti, responsabili del male e dei peccati che affliggono l’umanità; ma chi si avvicina maggiormente al tema trattato, ci sembra la beata tedesca Anna Caterina Emmerick, nelle sue visioni sull’esistenza di alcuni spiriti maligni o planetari e l’intercomunicazione con gli esseri umani; riproduciamo allora qualche paragrafo della sua opera Visioni e Rivelazioni Complete:

“Vedo sempre in un certo cerchio, intorno alla terra, nove corpi, o spazi, o sfere, come astri lontani. Queste sfere le vedo abitate da spiriti di diversa natura e vedo da loro derivare strade formate da raggi, con i quali si può seguire ogni direzione verso qualunque punto della terra. Ho capito sempre che tramite loro quelle sfere sono collegate ad ogni punto della terra. […] In questi mondi abitano spiriti malvagi. […] Sono pigri, stanchi, paranoici, melanconici o alquanto focosi, collerici, arroganti, irremovibili, ostinati, pronti ad ingannare e raggirare. Questi spiriti hanno volti duri, determinati, violenti e penetranti; sono straordinariamente insistenti e insinuanti nell’animo umano. […] Non producono da soli alcun peccato, nessun atto; ma separano l’uomo dall’influenza divina e aprono nel mortale la porta all’azione del mondo. (15)”

Più avanti, distingue la stretta relazione di una delle sfere infernali, la più tenebrosa, con i praticanti del magnetismo (il principale precursore del “neospiritualismo” denunciato da Guénon), e la presenza di questi “esseri malvagi” come intermediari delle visioni di questi operatori, perché questo cerchio è quello della magia e del culto formale a Satana, e che definisce come la sfera della chiesa infernale. (16) Esistono numerose visioni della mistica teutonica sulla materia, ma queste ci sembrano essere le più significative. In relazione alle visioni di ogni tipo, Guénon ha raccomandato una certa prudenza, per le farneticazioni che vi si potrebbero incontrare, ma manifesta una considerazione particolare per questa veggente, e non è la prima volta:

Quel che risulta veramente interessante in certe visioni è che esse sono in sintonia, su numerosi punti, con i dati tradizionali, evidentemente ignorati dal mistico che ha avuto queste visioni. Nota 5: Si possono citare ad esempio le visioni di Anna Caterina Emmerick. (17)

Merita di essere sottolineato il fatto che sia Burgoyne sia la chiaroveggente di Dülmen assicurano che questa sfera diabolica è la fonte o il centro ispiratore delle parodie religiose, le “pseudoreligioni”, di solito attualmente indicate con tutta quella costellazione chiamata New Age, cumulo di anomalie il cui proposito in questa tappa terminale del ciclo attuale è di deformare tutti gli insegnamenti spirituali autentici ed essere strumenti che accelerano i processi dissolutivi delineati dalla controtradizione, veicolando le influenze inferiori di cui abbiamo trattato e, in questi tempi postmoderni, il neospiritualismo assume caratteristiche molto più sottili di quelle combattute da Guénon; sono parodie più elaborate ma frammentarie, libere da qualsiasi supporto dogmatico o da ogni mediazione sacramentale; travestite inoltre da discipline spirituali semplificate con una certa venatura tradizionale. Ma in fine emerge sempre questa pseudo spiritualità individualista — col suo ponderato superamento personale e gli insistenti desideri di rinnovamento in ogni ambito umano (18) — e, peggio ancora, l’intrinseco spirito di dissoluzione (disfacimento) diretto contro le autentiche tradizioni o il poco che ne rimane.

Note:

1) Dialogo sobre el Vaticano II, BAC, 1985, p. 87.

2) Ediciones Dinor, S.L., 1957, pp. 162 e 163.

3) L’Érreur Spirite, Editions Traditionnelles, Paris, 1997, p. 6.

4) Rivista “Études Traditionnelles”, N° 198, giugno 1936, p. 205.

5) Editions Traditionnelles, Paris, 1991, p. 291.

6) H. O. Wagner, Denver, 1963. (La versione spagnola: La luz de Egipto. Voll. I e II, Editorial Kier, Buenos Aires, 1978²).

7) p. 151 della versione nordamericana.

8) Rivista di Studi Tradizionali, N° 71, luglio-dicembre del 1990.

9) Samuel Weiser Inc., York Beach. 1995.

10) “La parola sanscrita loka è identica al latino locus, «luogo»; si può notare a tal proposito che, nella dottrina cattolica, il Cielo, il Purgatorio e l’Inferno sono ugualmente designati come altrettanti «luoghi», che, anche in quel caso, rappresentano simbolicamente degli stati, poiché non potrebbe affatto trattarsi, nemmeno nella più esteriore delle interpretazioni di questa dottrina, di considerare spazialmente tali stati postumi; un tale equivoco non può essere prodotto che dalle teorie «neospiritualistiche» che hanno visto la luce nell’Occidente moderno”. René Guénon: El Hombre y su devenir según el Vedanta. CS Ediciones, Buenos Aires, 1990, p. 212, nota 18.

11) Ediciones Paidós, Barcelona, 1997, p. 232.

12) Plutarco, Tutti I Moralia. “Sul volto che appare sulla luna”. Giunti Editore S.p.A./Bompiani, Milano, 2017, p. 1825.  È interessante notare che Roger Waters, leader dei Pink Floyd, si è ispirato a questo libro di Plutarco per comporre il famoso Dark Side of the Moon, dove menziona l’influenza del lato oscuro del satellite per produrre follia e atti criminali.

13) “In effetti, i diversi mondi (Lokas), sfere planetarie e regni elementari, descritti simbolicamente (ma solo simbolicamente, poiché l’essere che li percorre non è più sottomesso allo spazio), non sono veramente che stati differenti”. René Guénon: El Hombre y su devenir según el Vedanta, p. 212.

14) Burgoyne: op. cit., p. 102.

15) Versione spagnola del R. P. José Fuchs, S. D. B., México, D. F., s/e, Tomo I, Libro II, pp. 352 e 353.

16) Op. cit.: Tomo I, Libro II, p. 466.

17) Consideraciones sobre la Iniciación, Editorial Librería Pardes, Barcelona, 2012, p. 33.

18) Ora ci parlano del Great Reset.

Fonte: Azione Tradizionale

Le irradiazioni del “satellite oscuro”
Le irradiazioni del “satellite oscuro”

BUDDHA E GESU’

di Andrea Sartori

Post ad alto contenuto trigger. Per i laici perché sono laici e si limitano ad adorare il Moloch politico. Per gli ultracattolici perché troppo spesso negano qualsiasi validità ad altre tradizioni

Quest’anno il Sabato Santo coincide con la nascita di Buddha e questo permette la riflessione sulle due più grandi figure religiose di ogni tempo (col rispetto per gli amici musulmani, Maometto mi pare si sia “fermato” nel cammino verso l’elevazione. Diversi sufi mi paiono su in gradino spirituale più alto del loro stesso Profeta).

Ho riflettuto moltissimo sul pensiero di entrambi, anche laicamente. Tutti e due, alla fine, pure per strade differenti (che però in alcuni punti si incontrano) pongono il problema dei problemi.

Il dolore e la morte. Ora il “laicismo” che vedo prevalente sulla mia timeline, anche il laicismo rabbioso di chi reagisce come una belva furiosa ai miei post pasquali, questo problema preferisce evitarlo. Alcuni credono ancora che la salvezza si trovi nelle supercazzole di Marx ma, vi chiedo, dinanzi al dolore e alla morte a che serve Marx? I marxisti sono pure i più colti. C’è una che ha detto che non sopporta i bigotti in quanto “filorussa”.

Mi spiega, a prescindere dalla valutazione sulla guerra ucraina, a quali domande fondamentali le dà una risposta Putin?

Detto questo le due figure danno, in maniera differente, risposte al problema della morte. Questo deve invece indurre anche gli ultrareligiosi ad una domanda: perché seguo una determinata Fede? A molti crolla la Fede dinanzi ad un Papa che non piace. Molti si aggrappano a profezie, miracoli, eccetera.

Tutto qui?

Di fatto anche in molti religiosi manca la trascendenza che pone la domanda suprema: il senso della vita e della morte.

Queste sono le due figure che hanno affrontato in maniera più diretta questo problema.

E attualmente sono i due “Grandi della Storia” che trovo più interessanti.

Gli altri sono contorno.

BUDDHA E GESU'
BUDDHA E GESU