Sai chi è la donna guerriera? Dimentica i racconti fantastici, le serie tv. La donna guerriera è una donna apparentemente normale. Non la riconoscerai da un corpo possente, anzi potrebbe essere esile, minuta o magari paffuttella. Nemmeno dall’atteggiamento prepotente o arrogante. No, lei è la donna dall’Animo nobile. Dolce e premurosa, sempre pronta a tendere una mano. Piena di ideali, di valori, che rispetta se stessa. È cresciuta presto ma non ha smesso di sognare. Piange spesso, in silenzio e sola, poi si asciuga le lacrime e riparte, pronta a donare ancora un sorriso. Non si arrende, continua a camminare, anche se la terra trema, anche se il cielo esplode. Non ha certezze, crede solo nella sua volontà. Non aspetta d’essere salvata, lei sa salvarsi sola. Non attende che i miracoli piovano dal cielo, lei è il suo miracolo. Ha il cuore cosparso di cicatrici a ricordarle che si, tutto guarisce ma lascia segni indelebili, che fortificano, che cambiano, che trasformano. Nonostante le battaglie combattute e vinte non perderà mai la sua umiltà, non la vedrai elevarsi sopra agli altri e soprattutto non la vedrai sfidare la sorte. Rispetta la vita e non teme la morte. È una ribelle, una donna che segue il suo cuore. Non ha padrone. Crede nell’ugualianza e nell’amore. Dentro di sé vivono la guerriera, la pirata, la zingara, la strega, la Regina, ma fuori non te ne accorgerai, finché non scorgerai il bagliore del fuoco, la potenza della tempesta, la forza dei mari e degli oceani, l’immensità della Terra e l’infinito dei cieli nei suoi occhi. Lei è la Donna Guerriera. Potrebbe essere chiunque e in qualunque luogo. Ma non te lo dirà. Lo sentirai dalla forza del suo Animo mentre cammina piano, evitando gli sguardi, restando lontana dai riflettori.
Shatan, ovvero Satana, l’Avversario, è il “Princeps huius mundi” (il Principe di questo mondo materiale) in quanto, nella sua funzione di contrastatore, determina ogni tipo di differenziazione smembrando di fatto l’Unità alla base di ogni espressione logoica.
Questo suo ruolo disgregatore crea l’alterità e, con essa, il diverso laddove la sintesi che è presupposto divino, diventa analisi che è gioco diabolico. Con l’Avversario l’uomo decaduto proietta all’esterno il suo Interno e lo rende altro da Sé, con il risultato che il Divino viene strappato al posto che Gli spetta per Sua intrinseca Natura e si trasforma in qualcosa di estraneo e inopportuno. La Figliolanza viene scissa: il Padre da una parte e i Suoi Figli dall’altra in balìa dei cosmici eventi. Questo è il compito di Shatan.
Ma come si sa, la funzione dell’Avversario è proprio quello di creare un gioco di specchi affinchè la proiezione crei l’immagine di una realtà che non esiste e così, una volta forgiata la seconda possibilità, si assiste alla comparsa contemporanea di una tesi e di una antitesi: le Tenebre usano gli stessi simboli della Luce. E’ una precisa strategia con l’intento di occultare, di confondere: ecco perché bisogna fare molta attenzione e non fare di tutta un’erba un fascio.
Perché, ecco svelato l’inganno, di Avversari ne esistono due: Shatan Avversario di Dio e Shatan avversario di…. Shatan. Il secondo Shatan è quello che viene indicato come il Diavolo Ermetico, il Baphomet di templare memoria che va identificato con l’Opera Alchemica che è il processo per purificare il piombo della materia prima. ATTENZIONE: il Baphomet non può essere il piombo tout-court.
Il Baphomet è il simbolo di un processo (quello alchemico) per ottenere un risultato finale. Non è il risultato finale… Il risultato finale ovviamente lo trascende. Bisogna essere il Shatan del proprio Shatan!
Si è fatto riferimento ai Templari, e con ragione dato che il processo all’Ordine evidenziò come prova sovrana della loro degenerazione diabolica, l’adorazione di un idolo chiamato appunto Baphomet. Si trattava di una testa barbuta a cui si dice che i Cavalieri del Tempio riservassero una particolare venerazione che gli inquisitori non tardarono a definire tout-court idolatria.
Va specificato che i Templari (almeno quelli di alto grado) erano a contatto con l’élite spirituale del loro tempo senza alcun pregiudizio legato a differenti correnti di pensiero e spirituali, avendo compreso che il Logos parla una gran quantità di lingue (interiori) e che eventuali differenze, se mai ce ne sono, sono legate unicamente alla varietà espressiva, non certo alla Sostanza. E questo non poteva essere chiaro e nemmeno accettato al ramo più intransigente e dogmatico della Chiesa legato necessariamente all’interpretazione letterale e non sicuramente a quella segreta, patrimonio di ogni Tradizione spirituale degna di questo nome.
Se il Baphomet era una testa non poteva che essere la naturale espressione in chiave templare, del simbolo della testa di Osiride venerata ad Abydos nonché della cabalistica Kether, Corona splendente dell’Etz-Chaim, rappresentazione dell’Adam Qadmon. Kether che regalmente incorona il Macroprosopo, il Grande Volto della prima Triade da sempre immersa nello splendore della Luce Infinita di Ain-Soph-Aur.
Perché la testa racchiude le facoltà divine: quell’Intelletto o Grande Mente di Dio che, per Legge Ermetica del “così in Alto così in basso” è contenuta anche nella testa microcosmica di ogni essere umano.
In questa accezione, la testa assume anche la valenza di Conoscenza (da un punto di vista di aspirazione, di possibilità di trascendere ad un livello superiore) e, più oltre, di Sapienza (una volta sviluppato per intero ogni gradino della Scala di Giacobbe).
La testa, in verità, sotto forma di svariati simbologie espresse da ogni ramo tradizionale (a significare l’importanza che questa allegoria ha in seno a tutte le tradizioni figlie di quella Unica), finisce per essere il perno intorno al quale ruota tutta la storia di un Figlio di Dio: dato che dalla testa onnisciente del Padre è nato e alla testa del suo Padre interiore celato all’apice del suo corpo dovrà ritornare dopo aver scalato tutti i gradini posti lungo il suo asse cerebro-spinale.
Solo così un percorso che a prima vista parrebbe lineare (da Yesod/sede del Luz fino a Kether), si trasforma nella perfezione del cerchio ouroborico che, senza interruzione di continuità, unisce Yesod a Kether portandosi dietro questa volta anche Malkuth troncatasi dal resto dell’Albero della Vita in seguito alla Caduta.
Ecco che pure noi siamo ritornati al Principio dopo aver ricevuto il Battesimo del Fuoco Ermetico: il nostro personale V.I.T.R.I.O.L.(Visita Interiora Terrae Rectificando Invenies Occultum Lapidem) ha compiuto il miracolo della Cosa Una. Tutto questo era il Baphomet dei Templari a cui loro giustamente rendevano sacro onore.
“Chi è ugualmente tranquillo davanti ad amici e nemici, adorazione e insulti, e durante le esperienze di caldo e freddo e di piacere e sofferenza; chi ha rinunciato all’attaccamento, considerando allo stesso modo lode e biasimo; chi è tranquillo e contento con qualunque cosa, non attaccato alla vita di casa, ed ha una natura calma e piena di devozione questi Mi è caro.“
L’uomo ha una tendenza innata ad evitare sforzi e sta facendo tutto il possibile per liberarsene dei suoi doveri verso gli altri: umani, animali o macchine. Ed è così che si indebolisce e perde le sue facoltà. Chi vuole diventare resistente, intelligente e in grado di affrontare qualsiasi situazione, “Devo adattarmi a fare sforzi. Questi sono gli sforzi che lo tengono vivo e vivo oggigiorno, possiamo acquisire quantità di cose senza sforzo, ma quale sarà il risultato? Saremo soddisfatti esternamente e basta; internamente, non avremo niente, Saremo vuoti.
L’istituto fa sapere che prenderà 50 miliardi in prestito dalla Banca Centrale Svizzera. L’anello debole della finanza globale, troppo grande per fallire ma anche per essere salvata. Cosa sta succedendo…
Nella notte Credit Suisse ha comunicato al mercato l’intenzione di esercitare la sua opzione per prendere in prestito fino a 50 miliardi di franchi dalla Banca Centrale Svizzera. In una nota l’istituto di credito ha fatto sapere che questo servirà a rafforzare la sua liquidità. E che «sosterrà le attività core e i clienti di Credit Suisse mentre la banca prende le misure necessarie per creare una struttura più semplice e concentrata sulle necessità dei suoi clienti». La banca si offre anche di riacquistare debito per circa tre miliardi di franchi. Il Ceo Ulrich Koerner ha spiegato che il prestito arriva nell’ambito di una «Covered Loan Facility e di una liquidity facility a breve termine. Interamente garantite da attività di elevata qualità». La mossa è pensata per arginare il panico nelle Borse e dovrebbe contribuire a diminuire la pressione sul settore creditizio. Ma cosa ha trasformato Credit Suisse in Debit Suisse, come la definiva un hashtag di ieri su Twitter oggi finito sui giornali?
L’anello debole
L’istituto fondato nel 1856 da Alfred Escher ha perso ieri il 24% in Borsa. Alla base del crollo l’annuncio da parte della Saudi National Bank, partecipata per il 37% dal fondo sovrano saudita, che ha escluso un nuovo sostegno finanziario alla banca. SNB è il maggior azionista del Credit Suisse: per questo la notizia ha scatenato la bufera su Zurigo. Alla fine dello scorso anno gli arabi avevano acquistato una partecipazione del 9,88% dell’istituto in concomitanza con l’aumento di capitale da 4 miliardi di franchi. Al suo fianco ci sono Qatar Holding con il 5,03% e Olayan Group al 4,93%. Insieme formano un blocco che sfiora il 20% del capitale. Segue BlackRock appena sopra al 4%. Secondo l’amministratore delegato del fondo americano Larry Fink si paga oggi il prezzo di «decenni di denaro facile». Robert Kiyosaki, l’investitore che aveva previsto il tracollo di Lehman Brothers nel 2008, ritiene che Credit Suisse sarà la prossima vittima. Nouriel Roubini afferma invece che la banca sia «troppo grande per fallire ma anche per essere salvata».
Too big to fail?
La Finma, l’autorità di supervisione dei mercati finanziari svizzera, è tornata ad assicurare che Credit Suisse soddisfa i più alti requisiti di capitale e liquidità applicabili alle banche importanti a livello di sistema. Il che è tecnicamente vero. Ma è altrettanto vero che un titolo che quindici anni fa valeva 80 euro e cinque anni fa 15 ora è sceso a un decimo. È vero che CS ha gestito 1.500 miliardi di franchi svizzeri. Ma il risultato netto 2022 segna -7,3 miliardi di franchi. La crisi è ufficialmente cominciata due anni fa, con il crollo di Archegos Capital Management. Bill Hwang, finanziere americano di origini coreane, finisce agli arresti. E tra i suoi maggiori finanziatori spunta proprio la banca svizzera. Che ci perde 5 miliardi e mezzo di franchi. Poi crolla Greensill, proprio mentre Credit Suisse consigliava l’acquisto di suoi prodotti finanziari. Un altro miliardo va a pesare sui conti e la banca da quel momento finisce in un vortice di scandali finanziari.
Il lato oscuro della globalizzazione
In Mozambico la banca presta un miliardo di dollari a due società statali che elargiscono mazzette. Altri 475 milioni di dollari di multe da pagare. In Svizzera arriva una condanna penale per aver aiutato nel riciclaggio un’organizzazione bulgara che trafficava droga. “Suisse secrets” rivela i dati di 18 mila clienti. Eppure attualmente CS rimane la seconda banca svizzera dopo Ubs, con una capitalizzazione di 6,83 miliardi di franchi svizzeri e 50 mila dipendenti. Si tratta di episodi ciclici radicati nel tempo. Nel 1986 ha protetto con nomi falsi i depositi del dittatore Marcos e di sua moglie Imelda. Da 5 a 10 miliardi di dollari. Dieci anni dopo il Tribunale di Zurigo ha ordinato alla banca di restituire 500 milioni al governo di Manila. Nel 2000 le sanzioni per i rapporti con il dittatore nigeriano Sani Abacha. Nel 2004, il Credit ha riciclato 5 miliardi di yen per la Yakuza la mafia giapponese. Risale al 2009 una multa da 536 milioni di dollari per aver aiutato varie società ad aggirare le sanzioni contro Sudan e Iran. Nel 2011 un’altra multa per aver aiutato ad evadere oltre un miliardo di euro decine di contribuenti tedeschi.
L’esposizione delle banche italiane
Ora uno dei temi è cosa possono rischiare le banche italiane. La Repubblica fa sapere che Palazzo Chigi segue il dossier in contatto con Consob e Banca d’Italia. Le controparti italiane non paiono esposte in modo significativo sugli 11,9 miliardi di euro iscritti a bilancio come debiti bancari. Quindi, secondo la premier, dal punto di vista dei numeri non c’è molto da preoccuparsi. Da quello del panico sì. Il quotidiano ricorda anche che le banche italiane sono molto esposte con i titoli governativi. Bankitalia censiva 384 miliardi di euro in titoli del Tesoro. E 200 miliardi di altri bond. Ogni volta che il tasso della Banca Centrale Europea sale i titoli rendono di più, ma si deprezzano in bilancio. Attualmente i grandi istituti coprono con derivati le perdite dei Btp. E il 55% dei bond governativi è fermo in bilancio fino alla scadenza, quando arriva il rimborso alla pari.
I pericoli
Le perdite però si concretizzerebbero se le banche vendessero i bond per finanziarsi. Ma questo potrebbe accadere soltanto se il panico prendesse piede oltre ogni limite. Per esempio con un assalto agli sportelli che oggi è impensabile. Si tratta, spiega il quotidiano, di uno scenario che Kepler martedì definiva «altamente improbabile, a fronte della liquidità in eccesso di cui dispongono», misurata dall’indice Lcr che in Europa è mediamente al 167%, e per i grandi gruppi Intesa Sanpaolo, Banco Bpm, Bper anche superiore (mentre Unicredit è poco sotto la media). Ora la Bce sta chiedendo alle banche di tutta Europa di comunicare la loro esposizione sull’istituto di Zurigo. La presidente del consiglio Giorgia Meloni, senza fare nomi, ha annunciato la «massima attenzione del governo sui mercati finanziari. Mentre il primo ministro francese Elisabeth Borne ha chiesto alle autorità svizzere di intervenire direttamente, annunciando un incontro tra il ministro dell’economia Bruno Le Maire ed il suo omologo a Berna.
L’Immanenza è la primaforma di presenza diretta del Divino, che si manifesta inizialmente – e ciò può sembrare assurdo – nei connotati pragmatici esperienziali dell’Assenzadel Divino stesso, con una vernice, una crosta, una sovrastruttura percettiva sottile ma altrettanto reale e intensa di a-teismo spirituale. L’Immanenza, dando luogo alla Consapevolezza come risultato finale, ossia al permanere spontaneo nel Hic et Nunc, nel Qui e Ora, dopo una serrata e costante pratica meditativa vien detta prima forma di “presenza diretta” del Divino, per diversificarla dai necessari preamboli dettati dalle forme di “presenza indiretta” del Divino che abbiamo trattato in articoli precedenti, quali appunto lo stato di silenzio, la discesa nel profondo, lo stato di immersione, lo stato di vuoto mentale.
L’anima cosciente del Soggetto Radicale, nell’itinerario progressivo di percezione del Divino proprio della Via della Mano Vuota, dopo i suoi esordi in tale percezione avvertiti – a seconda della cultura spirituale di appartenenza – in modo impersonale o personale, ovvero in modalità monistica, panteistica o teistica correlata dallo stupore e da un momentaneo regime di consolazione spirituale, viene gettata dallo stesso Divino come oro da purificare nel crogiuolo, nella crudità, nell’arsura, nella prova a-teistica dell’Immanenza, prima che la stessa Immanenza infine diventi apertura al Divino stesso. Di questa prova ne troviamo numerose testimonianze nella Sacra Scrittura, anche per bocca dell’Apostolo Pietro: «Perciò siete ricolmi di gioia, anche se oradovete essere, per un po’ di tempo, afflitti da varie prove, affinché la vostra fede, messa alla prova, molto più preziosa dell’oro – destinato a perire e tuttavia purificato con fuoco – torni a vostra lode, gloria e onore quando Gesù Cristo si manifesterà». (Prima Lettera di Pietro 1, 6-7).
L’anima cosciente, in questo stato a-teistico privo di luce interiore, percepisce l’aspetto negativo della vacuità. Il vuoto che sente dentro sé è come un’orribile caverna senza fondo, viene percepito come la stessa sostanza della sua anima, un soffio materiale destinato all’estinzione, un senso della morte che non porta con sè nell’aldilà ma che fa crogiolare nell’agonia di un materialismo opaco fine a sè stesso. È un reale senso di finitezza che fa identificare l’anima cosciente con la materialità grezza del cemento, delle pietre frantumate, o con il divenire della talpa immersa nei tunnel scavati nel profondo della terra, oppure come un insetto che vive e s’alimenta nell’umidore scuro e nella penombra di una grotta. Immagini forti, queste, a cui se ne possono aggiungere molte altre, ma che rivelano lo stato di prostrazione dell’anima cosciente durante questa prova sperimentale di reale a-teismo.
Il Grund eckhartiano e l’Urgrund heideggeriano, manifestano l’imago Dei dell’anima cosciente che, seppur creata, è così vasta che, al dir di Santa Teresa d’Avila, sembra infinita. Ma di questa infinità, l’anima cosciente stessa in questo stato di a-teismo spirituale ne sperimenta solo l’horror vacui, un terribile senso di vuoto umano ed esistenziale che la circonda da ogni parte, fine a sé stesso e senza sbocchi verso l’Alto, come se la stessa vita debba da lei essere vissuta nello scorrere della elementarità scollata degli elementi che la compongono con la conoscenza intima e arida della loro finità spaziale-temporale, e non invece nelle concatenazioni e nei collegamenti che ne danno senso come esistenza individuale aperta all’infinità e all’eternità.
Questa prova di materialismo spirituale, trova origine e compimento nella purificazione (katharsis) e nello svuotamento di sé (kenosis), necessari per abbattere l’io avviluppato dai sette vizi capitali e dominato dal suo narcisismo egoistico. Il Divino stesso, attraverso questa prova di a-teismo educa l’anima cosciente a comprendere il senso di finitezza che l’attaccamento alla materialità porta con sé, nonché il terribile vuoto cosmico interiore di disperazione esistenziale che l’Assenza del Divino riesce a far emergere, come se l’anima cosciente fosse una monade persa e fluttuante in questo suo spazio siderale interiore tendente all’infinito.
“Io sono Vuoto”, quindi, “Io sono Nulla”, come sensazione permanente e onnipresente interna al Soggetto Radicale che s’impegna nell’opus interiore, porta alla minimalizzazione del tessuto egoistico che lo avvolge, perché il senso di nichilismo a-teistico estremo che lo fa soffrire terribilmente agisce con la continuità di una serie di strappi violenti progressivi, che favoriscono lo sradicamento dell’io e la fuoriuscita del Sé, l’emersione dell’anima cosciente dal conflitto emotivo-razionale, che vede protagonisti mente e cuore i quali de facto rendono ordinariamente prigioniera la stessa anima cosciente. Questa componente negativa della vacuità, horror vacui,a-teismo spirituale, capace di smorzare nel silenzio assoluto e tormentato ogni attività mentale ed ogni impulso emozionale, in realtà rappresenta la fase purificatoria della futura percezione del Qui e Ora, della consapevolezza dell’Esser-ci (Dasein), la quale per essere diretta ed immediata deve prima venire liberata da tutte le scorie emotive-razionali del “cuore che domina” e della “mente che mente”.
Il Distacco
Nella fenomenologia dell’Immanenza, il secondo passaggio, la conseguenza di questo orribile vivere nell’a-teismo dell’horror vacui, è la viva sensazione di sterilità, transitorietà e finitezza di qualsiasi rapporto umano, amicizia, relazione col mondo e con le cose di appartenenza o con gli strumenti di uso comune. L’anima cosciente sente profondamente questa finitezza in relazione al problema e alla realtà della morte. La morte infatti appare come il limes, il confine oltre il quale l’accumulo di affetti umani e di beni materiali, ossia “il tutto” che fino ad ora ha sostanziato e ha identificato in modo unico ed esclusivo l’individualità dell’anima cosciente e la sua presenza nella società, il suo particolare Esser-ci nel mondo, andrà lasciato per sempre.
Davanti a questa verità metafisica di distacco, l’anima cosciente, dopo una dura lotta con sé stessa, è come risvegliata da un sogno, percepisce la vanità ossia l’inutilità di porre il suo cuore nel desiderio eccessivo di possesso delle creature e dei beni materiali e opera un salto – potremmo affermare – ontologico verso l’apàtheiadella condizione angelica, la quale la fa atterrare nel regno dell’indifferenza e del distacco totale da ogni affezione terrena, conducendola ad amare cose e persone con giusto mezzo senza bramosia e attaccamento:
«Allora presi in odio la vita, perché mi era insopportabile quello che si fa sotto il sole. Tutto infatti è vanità e un correre dietro al vento. Ho preso in odio ogni lavoro che con fatica ho compiuto sotto il sole, perché dovrò lasciarlo al mio successore. E chi sa se questi sarà saggio o stolto? Eppure potrà disporre di tutto il mio lavoro, in cui ho speso fatiche e intelligenza sotto il sole. Anche questo è vanità! Sono giunto al punto di disperare in cuor mio per tutta la fatica che avevo sostenuto sotto il sole, perché chi ha lavorato con sapienza, con scienza e con successo dovrà poi lasciare la sua parte a un altro che non vi ha per nulla faticato. Anche questo è vanità e un grande male. Infatti, quale profitto viene all’uomo da tutta la sua fatica e dalle preoccupazioni del suo cuore, con cui si affanna sotto il sole? Tutti i suoi giorni non sono che dolori e fastidi penosi; neppure di notte il suo cuore riposa. Anche questo è vanità!». (Dal Libro di Qoèlet 2,17-23).
Per il perfezionamento spirituale del Soggetto Radicale nella Via della Mano Vuota, tale passaggio di distacco affettivo risulta essenziale e decisivo per intraprendere una lotta metapolitica vincente sul piano dell’azione, in quanto la sua indifferenza, la sua apàtheia angelologica, creano insensibilità verso il dolore individuale, tenacia nella prosecuzione della lotta senza mai cedere, mancanza di coinvolgimento emotivo ed autocontrollo durante le asprezze nello scontro contro gli avversari politici o contro i nemici in guerra. A questo dobbiamo aggiungere un distacco incondizionato nei confronti del senso di proprietà personale a favore della sua dilatazione comunitaria, nonché una totale assenza di dramma esistenziale nei confronti della perdita degli affetti più cari, sia quelli familiari sia quelli di amicizia. A causa della sua nuova condizione di apàtheia angelologica, per ogni perdita che lo riguarda, il suo motto resterà sempre invariato: “C’est la guerre!”.
La nascita della Consapevolezza
Da questo crogiuolo esistenziale fatto di Assenza del Divino, a-teismo spirituale e apàtheia angelologica, si ha una profonda purificazione del tessuto emotivo-razionale e uno svuotamento dall’egocentrismo e dal radicamento proprio dei vizi capitali, che durerà tutta la vita e si alternerà nell’anima cosciente agli stati spirituali consolatori (gaudium) e tranquillizzanti (quies) propri dell’Immanenza, della Trascendenza e della Presenza del Divino. In particolare, nella tematica dell’Immanenza come prima forma di presenza diretta del Divino trattata nel presente articolo, la Consapevolezza nasce e si sviluppa dall’Assenza del Divino come non-altro-da-sé. Nella materialità, nella fisicità e nella corporeità dell’ambiente circostante, l’anima cosciente in modo diretto e immediato intuisce spiritualmente e percepiscesensorialmente come esperienza dell’Essere, uno stato di non separazione, di unità e di identità con ciò che lo circonda, un’energia invisibile che tutto lega ed unisce. Questa esperienza primordiale dell’Essere, rappresenta la radice sperimentale che ha dato origine alla Metafisica e alla sua successiva elaborazione, così come è stata strutturata ed esposta da filosofi classici come Platone, Aristotele e, successivamente, Plotino e Dionigi l’Areopagita.
La Consapevolezza è, quindi, un’esperienza dell’Essere in radice e la forma positiva della realizzazione dell’Immanenza nel suo graduale passaggio dalla negativa Assenza del Divino alla Presenza del Divino non differenziata. La fenomenologia del non-altro-da-sé coincide con la presenza dell’Essere in tutte le cose come loro fondamento, ma che essendo appunto immanente ad esse non può essere ancora percepito come altro-da-sé. Infatti, il senso fenomenologico dato dall’esperienza di Consapevolezza è la simbiosi profonda con tutto ciò con cui l’anima cosciente viene a contatto tramite il silenzio e l’osservazione, considerando nel non-altro-da sé i caratteri intuitivi e percettivi della sua esperienza che è sostanzialmente uno stato di identità non differenziata.
Nella pratica della Consapevolezza, il silenzio funge da “ambiente” sostanziale e dinamico per il suo compimento, mentre l’osservazione rappresenta il “movente” sostanziale e dinamico della sua realizzazione immanentistica. Il silenzio permette il raccoglimento dell’anima cosciente, mentre l’osservazione ne favorisce l’identità simbiotica. Non è difficile intuire oltremodo la necessità improcrastinabile d’immersione nell’immanenza della natura, per acquisire un corretto stato consapevole e per realizzare una corretta pratica della Consapevolezza. Infatti, la Consapevolezza si nutre e viene nutrita dall’immersione nella natura. Lo stato consapevole è la manifestazione dell’esperienza dell’Uno con gli elementi della natura che si esprimono nell’affermazione dello Io sono. Sentirsi ed essere: io sono aquila, lupo, orso, foresta, roccia, oceano, lago, fiume, vento, tempesta, uragano, tsunami. Rivivere nel proprio microcosmo tutti gli elementi minerali, vegetali, animali e spirituali di cui l’essere umano è composto. Vivere nell’Immanenza di una pura simbiosi tutti gli istanti della creazione, dal fiore che si schiude alla vita, all’ape che ronza impollinando nel chiostro, al volo selvaggio del falco in picchiata, al fruscio della foresta agitata dal maestrale, tutto questo è vivere nella Consapevolezza, tutto questo è vivere con Consapevolezza:
«O Signore, Signore nostro, quanto è mirabile il tuo nome su tutta la terra! Voglio innalzare sopra i cieli la tua magnificenza, con la bocca di bambini e di lattanti: hai posto una difesa contro i tuoi avversari, per ridurre al silenzio nemici e ribelli. Quando vedo i tuoi cieli, opera delle tue dita, la luna e le stelle che tu hai fissato, che cosa è mai l’uomo perché di lui ti ricordi, il figlio dell’uomo, perché te ne curi? Davvero l’hai fatto poco meno di un dio, di gloria e di onore lo hai coronato. Gli hai dato potere sulle opere delle tue mani, tutto hai posto sotto i suoi piedi: tutte le greggi e gli armenti e anche le bestie della campagna, gli uccelli del cielo e i pesci del mare, ogni essere che percorre le vie dei mari. O Signore, Signore nostro, quanto è mirabile il tuo nome su tutta la terra!». (Dal Libro dei Salmi 8, 2-10).
L’esercizio costante della Consapevolezza, può creare infine una abitudine permanente, uno stato costante di Immanenza che non è comunque una condizione incessante di identità simbiotica con il reale circostante, ma alterna momenti di quieta beatitudine a momenti di totale Assenza con questa identità, per cui l’anima cosciente è presente solo a sé stessa nella aridità più assoluta. La pratica e lo stato di Consapevolezza infatti sono costituiti da questa alternanza esistenziale di consolazione spirituale e aridità spirituale. Ma saranno proprio questa aridità dalle tinte solipsistiche e la stessa condizione limitativa di esperienza dell’Essere non differenziata, che creeranno un corto circuito che spingerà l’anima cosciente ad una nuova ultima fase della Consapevolezza immanente.
Nell’angosciato tentativo antropologico di superare i limiti della propria condizione spirituale, l’arido e asciutto limite dell’Immanenza, del non-altro-da-sé, si trasformerà nella sete e nella ricerca della completezza con un Altro-da-Sé. Così l’anima cosciente del Soggetto Radicale realizzerà l’apertura della sua Immanenza alla Trascendenza, si aprirà alla seconda forma di presenza diretta del Divino, al Totalmente Altro, infatti:
«il Soggetto Radicale è sempre centro, anche laddove non è possibile averne uno. È una forma di trascendenza immanente». (Aleksandr Dugin, Evola, il populismo e la Quarta Teoria Politica, in Attuali e inattuali, blog di Andrea Scarabelli su «Il Giornale.it», 25 giugno 2018).
Questo sarà il tema del nostro prossimo articolo. Sursum corda!
L’alchimia è l’arte della trasformazione. L’alchimista opera producendo mutamenti successivi della materia, la trasforma dallo stato grezzo, non raffinato, alla forma perfetta e purificata. La trasformazione di metalli vili in oro costituisce l’espressione più semplice di tale finalità, e a livello fisico comporta operazioni chimiche eseguite con apparecchiature di laboratorio. Questa è però solo una delle dimensioni dell’alchimia, poiché la «materia grezza» su cui si opera e «l’oro» prodotto si possono anche intendere come l’uomo stesso che ricerca la perfezione della propria natura.
L’ alchimia tradizionale è una disciplina che implica un lavoro fisico, psicologico e spirituale; se si sottrae al contesto uno di questi elementi e lo si considera atto a rappresentare la tradizione alchemica, si perdono l’unitarietà e la vera qualità dell’ alchimia.
La Cina che emerge dalle due sessioni più importanti del quinquennio è un Paese in cui Partito e Stato sono sempre più sovrapponibili, con un leader sempre più forte (grazie anche alle nuove nomine nei centri di comando) e una macchina organizzativa che vuole essere più stabile, sicura e proattiva in politica estera.
Stabilità e sicurezza. Le due sessioni più importanti del quinquennio cinese si concludono con queste due parole sopra tutte. «La sicurezza è il fondamento dello sviluppo, mentre la stabilità è un prerequisito per la prosperità», ha detto Xi Jinping nel suo atteso primo discorso dopo il conferimento dello storico terzo mandato presidenziale.
Due concetti ampi, che abbracciano anche una postura in politica estera, che dopo decenni di cautela diventa più «proattiva» per volere dello stesso leader. Tra le priorità che emergono dall’appuntamento politico ne spiccano altre due: autosufficienza tecnologica e Taiwan. Mentre c’è una parola nascosta che andrebbe affiancata a «stabilità» e «sicurezza», per rilevanza: velocità, perché l’ampia riforma dell’organizzazione dell’apparato statale e governativo approvata dall’Assemblea nazionale del popolo, il ramo legislativo del “parlamento” cinese, consegna a Xi una macchina più svelta. Nuove commissioni centrali per supervisionare e presiedere le politiche finanziarie e tecnologiche, oltre che l’immensa mole di dati del Paese. Nonché una corsia preferenziale per l’approvazione in tempi più rapidi delle leggi in tempi d’emergenza. Tutto risponde alla necessità del Partito e della leadership di razionalizzare la gestione delle risorse e assumere decisioni in maniera più rapida. Tanto da far ulteriormente sbiadire i già labili confini tra Partito e Stato.
Sul fronte internazionale, l’appuntamento ha segnato il culmine (almeno per ora) della visione fatalista che la Cina ha sui rapporti bilaterali con gli Stati Uniti. Allo stesso tempo, il presidente ha riformulato il tradizionale assunto di Deng Xiaoping sulla politica estera. Ma, sullo sfondo, resta la convinzione della Cina che il «ventennio di opportunità strategiche» profetizzato nel 2002 dall’ex leader Jiang Zemin è tramontato e ha lasciato posto a «sfide senza precedenti» e «acque tempestose». La naturale conseguenza è che Xi debba assomigliare sempre più a un timoniere (nome col quale ci si riferiva a suo tempo a Mao Zedong) per condurre in porto la nave. O semmai farla uscire dal porto, verso lidi strategici.
Le nomine Il rituale più atteso di queste due sessioni era senz’altro la terza nomina presidenziale per Xi Jinping. Lo storico momento, ampiamente preannunciato, si è consumato venerdì 10 marzo quando i 2952 delegati dell’Assemblea nazionale del popolo hanno votato all’unanimità per il «candidato» (così è stato definito dallo speaker della Grande sala del popolo come da tradizione). Ma a essere significativo è anche e soprattutto il mondo in cui Xi ha ottenuto l’obiettivo.
Lo zar dell’anticorruzione, Zhao Leji, ex capo della Commissione centrale per l’ispezione disciplinare, è diventato il presidente dell’Assemblea nazionale del popolo. Tra i vicepremier i fedelissimi Ding Xuexiang e He Lifeng. Mentre a svolgere il ruolo di premier sarà Li Qiang, suo ex capo di gabinetto ai tempi in cui era governatore della provincia dello Zhejiang. Li ha sempre avuto un approccio aperto al business: da capo del Partito di Shanghai, ha favorito l’accordo con Elon Musk per l’apertura dello stabilimento di Tesla, il primo all’estero del colosso dell’automotive statunitense. Nella sua conferenza stampa di esordio nel ruolo di primo ministro, a conclusione delle due sessioni, ha provato a rassicurare il settore privato dopo la campagna di rettificazione degli ultimi anni. E ha teso la mano verso gli Stati Uniti, sostenendo che nel rapporto bilaterale «serve cooperazione e non repressione», dicendo no al disaccoppiamento economico.
Resta da capire quale sarà lo spazio di manovra a disposizione di Li. Diversi analisti ritengono che sarà un mero attuatore delle politiche volute da Xi, visto il suo lungo rapporto di subordinazione al leader. Altri invece hanno una visione più ottimista e pensano che proprio questa vicinanza possa garantirgli maggiore autonomia rispetto al predecessore. Di certo, la sua promozione è un ulteriore segnale della fine della leadership collegiale, visto che tradizionalmente il ruolo di premier era pensato anche per arginare in qualche modo una presa eccessiva del segretario generale e presidente.
Nella squadra di governo tante conferme, compresa quella inattesa di Yi Gang a capo della Banca centrale. Il nome nuovo è allora quello di Li Shangfu, scelto come ministro della Difesa. Li è un generale dell’esercito, non a caso è in tenuta militare durante il giuramento. Ma, soprattutto, è sotto sanzioni degli Stati Uniti dal 2018: all’epoca era direttore di un’agenzia che sviluppava e procurava armi per l’Esercito cinese, ed è stato sanzionato per l’acquisizione di aerei da combattimento e di sistemi missilistici dalla Russia. Visti i suoi rapporti con la Russia, la nomina potrebbe essere un segnale di sostegno a Mosca. Ma scegliendo Li, Pechino comunica una volta di più a Washington che non accetta le sue sanzioni, costantemente criticate anche in relazione alla guerra in Ucraina. Nel concreto, la nomina rischia di porre un ulteriore ostacolo alla ripresa del dialogo in materia di difesa.
Tra i cinque consiglieri di Stato spazio anche a Shen Yiqin, segretaria del Partito nella provincia del Guizhou e donna con la carica più alta della politica cinese.
La riforma dell’apparato governativo La riforma più attesa e rilevante era quella che provvede a una riorganizzazione dell’apparato governativo e statale. Tra le tante novità, c’è la ristrutturazione del ministero della Scienza e della Tecnologia: rafforzate le sue competenze di pianificazione strategica, allocazione delle risorse, supervisione e ispezione. Ma verrà istituita anche una Commissione centrale per la scienza e la tecnologia «per rafforzare la leadership centralizzata e unificata del Comitato Centrale del Partito». Il nuovo organo sarà responsabile del coordinamento delle politiche atte a perseguire l’autosufficienza tecnologica.
Supervisione accentrata anche sul settore digitale: in arrivo una nuova agenzia governativa per la gestione dei dati. Si tratta(va) di una delle poste in palio della campagna di rettificazione dei grandi colossi privati, col governo che negli ultimi anni ha spesso spacchettato il controllo dei dati per assumerne ora una gestione più diretta.
La nuova creazione dotata del più ampio spettro di competenze sarà però l’Amministrazione nazionale di regolamentazione finanziaria che sarà responsabile di tutti i tipi di politiche e attività finanziarie con esclusione del settore dei titoli. Incorporerà alcune mansioni della banca centrale, con possibile impatto sulle quotazioni delle aziende private. La volontà annunciata è quella di fissare regole più precise in linea con gli obiettivi di una crescita più stabile e con meno rischi come quelli corsi di recente sul settore immobiliare. Il risultato sarà comunque quello di accentrare ulteriormente il processo decisionale, rendendolo più rapido.
Target economici e autosufficienza tecnologica Stabilità è stata la parola più utilizzata anche dal premier uscente Li Keqiang durante il suo ultimo discorso di presentazione del rapporto di governo. C’era attesa sull’obiettivo di crescita del prodotto interno lordo per il 2023, fissato per il cinque per cento. Dopo aver mancato il target del 5,5 per cento nel 2022, si è scelto un dato più cauto rispetto a quanto ci si attendeva alla vigilia. Si punta poi a creare dodici milioni di nuovi posti di lavoro nelle città e al mantenimento di una disoccupazione urbana sotto al 5,5 per cento. Previsto aumenti per il rapporto deficit/pil al tre per cento (dal 2,8 per cento) e per la liquidità dei governi locali, in difficoltà su pensioni e assistenza sanitaria.
Il balzo più deciso è in proporzione quello sui finanziamenti speciali a sostegno dello sviluppo dei semiconduttori e di altre industrie strategiche: una crescita quasi del cinquanta per cento. Secondo Reuters, è previsto un ulteriore maxi pacchetto da centoquarantatré miliardi di dollari per microchip e altre tecnologie. Una mossa in risposta alle restrizioni degli Stati Uniti, sempre più in pressing sui paesi chiave per la produzione dei semiconduttori per introdurre nuove restrizioni mirate a impedire l’esportazione di tecnologia avanzata verso la Cina. La necessità di perseguire una complicata (e forse utopistica) autosufficienza tecnologica ha permeato tutti i discorsi più recenti di Xi, che alla vigilia delle due sessioni aveva anche presieduto una sessione di studio del Politburo del Partito sullo stesso argomento.
La politica estera «proattiva» e l’esercito «grande muraglia d’acciaio» L’altro fronte su cui la Cina si sente accerchiata è quello dell’Asia-Pacifico. Il Giappone sempre più allineato a Stati Uniti e Nato, così come la Corea del Sud; persino le Filippine sono tornate a pendere decisamente dalla parte di Washington dopo il flirt cinese dell’ex presidente Rodrigo Duterte. E poi c’è ovviamente Taiwan. Tema sul quale non sono arrivate novità normative specifiche, ma che è collegato in qualche modo alla corsia preferenziale per le leggi in tempi di emergenza.
I discorsi di Xi e Li durante i dieci giorni di lavori non hanno portato novità concettuali, ma segnalano comunque che il dossier sarà tra le priorità del terzo mandato di Xi. Questo anche o soprattutto a causa di una visione sempre più negativa sui rapporti con gli Stati Uniti. Non a caso, il neo ministro degli Esteri Qin Gang, ex ambasciatore a Washington, ha evocato il rischio di un conflitto.
La guerra non è ancora considerata inevitabile, ma di certo la Cina non vuole farsi trovare impreparata nell’eventualità che il confronto si tramuti in conflitto.
L’aumento del budget militare per il 2023 è del 7,2 per cento, in linea con il trend di crescita degli ultimi anni: +6,6 per cento nel 2020, +6,8 per cento nel 2021 e +7,1 per cento nel 2022. Anche qui i numeri ufficiali sono al di sotto delle attese: la guerra in Ucraina e le tensioni con Taiwan sembravano preludere a un salto più deciso.
Ma allargando lo sguardo all’ultimo decennio, la spesa totale è pressoché raddoppiata arrivando a sfiorare i duecentoventicinque miliardi di dollari. E va considerata la profonda interconnessione tra civile e militare che spesso rende impossibile fotografare la totalità del fenomeno della spesa di difesa cinese. L’Esercito popolare di liberazione dovrà diventare per Xi una «grande muraglia d’acciaio» a difesa della sicurezza nazionale. Formula che era stata già utilizzata il 1° luglio 2021 in occasione del centenario del Partito.
Ma la novità più sostanziale è il nuovo approccio in politica estera. La storica dottrina di Deng Xiaoping recitava: «Osserviamo con calma, manteniamo le posizioni, affrontiamo le cose con calma, nascondiamo i punti di forza e aspettiamo il nostro tempo, nascondiamo le nostre debolezze e non rivendichiamo mai il comando».
Alcuni analisti come Moritz Rudolf di Yale sostengono che Xi abbia proposto una nuova formula durante il suo discorso alla Conferenza politica consultiva dei giorni scorsi, a cui i media cinesi hanno dato grande rilevanza: «Manteniamo la calma e la determinazione, progrediamo nella stabilità, raggiungiamo proattivamente gli obiettivi, stiamo uniti e osiamo combattere». Il fulcro sarebbe quello di una postura più attiva sulla scena internazionale, in linea anche con i documenti pubblicati di recente, dal position paper sulla guerra in Ucraina a (soprattutto) il concept paper sulla Global Security Initiative con cui Pechino mira a presentarsi come potenza responsabile e garante di stabilità. In particolare presso il sud globale, che nella narrativa cinese viene «trascurato» dall’occidente. Primo segnale in tal senso, l’inedito ruolo di mediazione svolto per l’accordo tra Arabia Saudita e Iran, firmato a Pechino e proprio nel giorno del terzo mandato presidenziale di Xi. Oltre la sostanza, la Cina tiene tanto anche alla forma.
Per prima volta tecnologia militare a Paese senza armi nucleari
(ANSA) – PECHINO, 15 MAR – L’impegno di Usa, Gb e Australia “sulla non proliferazione nucleare è un puro inganno: la cooperazione trilaterale sui sottomarini a propulsione nucleare rappresenta la prima volta nella storia che un Paese dotato di armi nucleari traferisce reattori a propulsione atomica per sottomarini e una grande quantità di uranio altamente arricchito per uso militare a un Paese privo di armi nucleari”.
E’ il commento del portavoce del ministero degli Esteri cinese Wang Wenbin sul piano annunciato lunedì dall’Aukus, aggiungendo che l’accordo “pone gravi rischi che violano lo scopo del Trattato di non proliferazione delle armi nucleari”.
Julius Evola suggeriva che, in tempi di Kali Yuga, l’unica cosa da fare è imparare a «cavalcare la tigre»: ossia, anziché opporsi frontalmente ad una situazione negativa generalizzata, sfruttare la corrente, per procedere in maniera da non ricevere troppi danni e, addirittura, per riuscire a volgere a proprio favore le stesse caratteristiche di quella situazione, allo scopo di preservare il bene della propria interiorità.
Sia come sia, che impari a cavalcare la tigre, oppure che si abitui ad assecondare la corrente, il risvegliato ha la piena consapevolezza di non essere un superuomo e di non poter modificare, egli solo, una determinata situazione, diffusa nella società in cui egli si trova a vivere; e, inoltre, che non sarebbe saggio cercar di forzare l’evoluzione spirituale degli altri esseri umani, per le ragioni che abbiamo detto più sopra.
Che cosa dovrà fare, allora?
È molto semplice.
Primo, dovrà proseguire incessantemente a lavorare su se stesso: perché la propria evoluzione spirituale è un compito che non finisce mai, e che si rivela più impegnativo, mano a mano che una persona vi si addentra.
Secondo, offrire – nella misura delle sue possibilità – una diversa prospettiva a coloro che gli stanno intorno e che gli sembrano aperti ad un cambiamento, ma senza illudersi di vederli cambiare dall’oggi al domani e senza attendersi gratitudine, né amicizia; ma, al contrario, mettendo in conto un certo grado di incomprensione, se non addirittura di aperta ostilità.
In ogni caso, egli sa che le cose accadono quando è giunto il tempo in cui devono accadere: non un minuto prima, né un minuto dopo.
In ciò consiste l’armonia del tutto: che ogni cosa è come deve essere; e che quelle cose, le quali ci appaiono negative, in realtà sono tali solo nella misura in cui noi non siamo in grado di farne una occasione di crescita e di perfezionamento.
In altre parole, la disarmonia è in noi, non nel creato; è nostra la responsabilità di non essere abbastanza evoluti da gestire in maniera responsabile e proficua le occasioni che la vita ci offre, per quanto esse possano presentarsi, talvolta, nella rude veste di eventi dolorosi.
Il risvegliato, pertanto, è colui che, ad un certo punto, decide di cogliere le occasioni che la vita gli offre per riprendere possesso di sé, per tornare ad essere il vero protagonista del proprio volere e del proprio agire. È colui che decide di non dare più ad altri la delega in bianco di ciò che lo riguarda in prima persona; di ascoltare i segni e di imparare a riconoscere gli avvertimenti.
Il mondo è pieno di segni e qui non c’è più tempo da perdere.