La storia del “Libro dei Salmi” ci testimonia come queste composizioni non fossero, come purtroppo sono oggi considerate anche in alcuni ambienti pseudo esoterici, solamente delle preghiere atte alla supplica o ad un arido devozionalismo , e neppure un conformarsi, un arrendersi passivamente ad una volontà divina ed estranea dall’uomo. Il “Libro dei Salmi” nasce dalla pulsante tradizione popolare , e ognuno dei suoi versi rappresenta un breve e diretto dialogo fra il Salmista e il Divino, colloquio dove l’uomo espone il proprio stato d’animo o la condizione personale o della collettività, e invoca, in guisa della particolare necessità o contingenza, la manifestazione riparatrice, benedicente o punitrice divina. Il rapporto che si viene a creare, o che si dovrebbe creare, fra l’uomo e la sacra intelligenza tutelare ha quindi natura intimistica e privata, intessuto dalle infinite e cangianti sfumature dell’animo. Gioia, amore, ira, dolore, sofferenza, paura, richiesta di aiuto, di conforto e molteplici altre sono le turbinanti voci, veemente scolpite nei Salmi, dell’anima inquieta e sospesa in questo palcoscenico chiamato vita. I Salmi sono componimenti vergati dall’intelligenza emotiva umana, che vogliono scuotere Dio, direttamente o attraverso i suoi intermediari angelici, dalla sua naturale distrazione innanzi alle vicissitudini umane. Il Salmo è quindi un grido dell’IO rivolto a DIO, una voce che dal basso si protende verso l’Altissimo e che rimanda un continuo ritornello: “IO UOMO SONO QUI, E TU MIO DIO DOVE SEI?”
I SALMI: Storia, Preghiera, Meditazione, Magia e Angeli
a cura dell’Associazione Internazionale SOL COSMICUS
Un classico adagio tradizionale recita che quando l’allievo è pronto il Maestro si manifesta.
Questa bellissima storia di Borges racconta invece dell’incontro tra allievo e Maestro quando il primo non è ancora maturo. Quando le aspettative e le (proprie interpretazioni delle) dottrine impediscono al cuore di aprirsi. Quando per sviluppare la fede che smuove le montagne si ha necessità di assistere a miracolosi effetti speciali.
A livello interiore l’allievo è la mente.
Il Maestro è la particola Divina dell’intimo.
Se la prima non è disposta a lasciarsi andare in maniera definitiva e totale, l’incontro tra i due resta sterile e si rimanda il tutto a un successivo ciclo incarnativo.
“Entrambi sapevano che non si sarebbero rivisti mai più”.
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Nel suo laboratorio, che comprendeva le due stanze dello scantinato, Paracelso chiese al suo Dio, al suo indeterminato Dio, a qualunque Dio, di inviargli un discepolo. Imbruniva. Il magro fuoco del camino proiettava ombre irregolari. Alzarsi per accendere la lanterna di ferro avrebbe richiesto uno sforzo eccessivo. Paracelso, distratto dalla fatica, dimenticò la sua preghiera. La notte aveva cancellato l’athanor e i polverosi alambicchi quando bussarono alla porta. Insonnolito, l’uomo si alzò, salì faticosamente la breve scala a chiocciola e socchiuse un battente. Uno sconosciuto entrò.
Anch’egli era molto stanco. Paracelso gli indicò una panca; l’altro sedette e attese. Per un certo tempo non scambiarono tra loro nemmeno una parola.
Il maestro fu il primo a parlare.
«Ricordo volti d’Occidente e volti d’Oriente», disse, non senza una certa enfasi. «Non ricordo il tuo. Chi sei tu e che vuoi da me?».
«Il mio nome non ha importanza», replicò l’altro.
«Ho camminato tre giorni e tre notti per entrare in casa tua. Voglio diventare tuo discepolo. Ti ho portato tutti i miei beni». Tirò fuori una borsa e la rovesciò sulla tavola. Le monete erano molte e d’oro. Lo fece con la mano destra.
Paracelso, per accendere la lanterna, aveva dovuto voltargli le spalle. Quando tornò, notò nella sua mano sinistra una rosa. La rosa lo inquietò.
Si chinò, giunse le estremità delle dita e disse: «Tu mi credi capace di elaborare la pietra che trasmuta gli elementi in oro e mi offrì oro. Non è l’oro ciò che cerco e se è l’oro che ti interessa, tu non sarai mai mio discepolo».
«L’oro non mi interessa», rispose l’altro. «Queste monete non sono altro che una prova del mio desiderio di apprendere. Voglio che tu mi insegni l’Arte. Voglio percorrere al tuo fianco la via che conduce alla Pietra».
Paracelso disse lentamente: «La via è la Pietra. Il punto di partenza è la Pietra. Se non comprendi queste parole, non hai ancora cominciato a comprendere. Ogni passo che farai è la meta».
L’altro lo guardò con aria diffidente. Disse con voce chiara: «Ma esiste una meta?»
Paracelso si mise a ridere.
«I miei detrattori, che non sono meno numerosi che stupidi, sostengono il contrario e mi accusano di essere un impostore. Non do loro ragione, ma non è impossibile che io sia un illuso. So che esiste una via».
Vi fu una pausa, e l’altro affermò: «Sono pronto a percorrerla con te, anche se dovessimo viaggiare per molti anni. Lasciami attraversare il deserto. Lasciami intravedere almeno da lontano la terra promessa, anche se gli astri me ne vieteranno l’accesso. Ma prima di intraprendere il viaggio, io voglio una prova».
«Quando?» disse Paracelso, con inquietudine.
«Subito», rispose il discepolo con brusca determinazione.
Avevano iniziato la conversazione in latino, ora parlavano in tedesco.
Il giovane levò in alto la rosa.
«Affermano – disse – che tu puoi bruciare una rosa e farla rinascere dalle ceneri, per opera della tua arte. Lascia che io sia testimone di questo prodigio. Ecco ciò che ti chiedo; poi la mia vita sarà tua».
«Sei molto credulo», disse il maestro. «Non so che farmene della credulità; esigo la fede».
L’altro insistette.
«È proprio perché non sono credulo che voglio vedere coi miei occhi l’annientamento e la resurrezione della rosa».
Paracelso l’aveva presa in mano e parlando giocherellava con essa.
«Sei credulo», disse. «Tu dici che io sono capace di distruggerla?»
«Nessuno è incapace di distruggerla», rispose il discepolo.
«Ti sbagli. Credi forse che qualcosa possa esser reso al nulla? Credi che il primo Adamo nel Paradiso abbia potuto distruggere un solo fiore, un solo filo d’erba?».
«Non siamo nel Paradiso – disse ostinato il giovane – qui, sotto la luna, tutto è mortale».
Paracelso si era alzato in piedi.
«E in quale altro luogo siamo? Credi che la divinità possa creare un luogo che non sia il Paradiso? Credi che la caduta sia altro dall’ignorare che siamo nel Paradiso?».
«Una rosa può bruciare», disse il discepolo in tono di sfida.
«V’è ancora del fuoco nel camino», rispose Paracelso. «Se tu gettassi questa rosa fra le braci, crederesti che le fiamme l’abbiano consumata e che sia la cenere a essere reale. Io ti dico che la rosa è eterna e che solo la sua apparenza può cambiare. Mi basterebbe una parola perché tu la potessi vedere di nuovo».
«Una parola?» disse stupefatto il discepolo. «L’athanor è spento, gli alambicchi sono coperti di polvere. Che farai per farla rinascere?».
Paracelso lo guardò con tristezza.
«L’athanor è spento» – ripeté – «e gli alambicchi sono coperti di polvere. In questo tratto della mia lunga giornata uso altri strumenti».
«Non oso domandare quali», disse l’altro con malizia o con umiltà.
«Parlo di quello che usò la divinità per creare il cielo e la terra e l’invisibile Paradiso in cui ci troviamo e che ci è nascosto dal peccato originale. Parlo della Parola che ci insegna la scienza della Cabala».
Il discepolo disse freddamente: «Ti chiedo la grazia di mostrarmi la scomparsa e ricomparsa della rosa. Poco mi importa che tu operi per mezzo del Verbo o degli alambicchi».
Paracelso rifletté. Infine disse: «Se lo facessi, tu diresti che si tratta di un’apparenza imposta ai tuoi occhi dalla magia. Il prodigio non ti donerà la fede che cerchi. Dunque lascia stare la rosa».
Sempre diffidente, il giovane lo guardò. Il maestro alzò la voce e gli disse: «E inoltre, chi sei tu per introdurti nella dimora di un maestro ed esigere da lui un prodigio? Che hai fatto per meritare un simile dono?».
L’altro replicò, tremando: «So bene che non ho fatto nulla. Ti chiedo, in nome dei molti anni in cui studierò alla tua ombra, di lasciarmi vedere la cenere e poi la rosa. Non ti chiederò altro. Crederò alla testimonianza dei miei occhi».
Bruscamente, afferrò la rosa rossa che Paracelso aveva lasciato sul leggio e la gettò tra le fiamme. Il colore si perse e rimase solo un po’ di cenere. Per un istante infinito egli attese le parole e il miracolo.
Paracelso era rimasto impassibile. Disse con strana semplicità: «Tutti i medici e tutti gli speziali di Basilea affermano che io sono un mistificatore. Forse essi sono nel vero. Qui riposa la cenere che fu rosa e che non lo sarà».
Il giovane si sentì pieno di vergogna. Paracelso era un ciarlatano o un semplice visionario e lui, un intruso, aveva varcato la sua porta e ora lo costringeva a confessare che le sue famose arti magiche erano vane.
Si inginocchiò e disse: «Ho agito imperdonabilmente. Mi è mancata la fede che il Signore esigeva dai credenti. Lasciami ancora guardare la cenere. Tornerò quando sarò più forte e sarò tuo discepolo e in fondo al cammino vedrò la rosa».
Parlava con passione autentica, ma quella passione era la pietà che gli ispirava il vecchio maestro, tanto venerato, tanto attaccato, tanto insigne e perciò tanto vuoto. Chi era lui, Johannes Grisebach, per scoprire con mano sacrilega che dietro la maschera non c’era nessuno?
Lasciare le monete d’oro sarebbe stata un’elemosina. Le riprese uscendo.
Paracelso lo accompagnò ai piedi della scala e gli disse che sarebbe sempre stato il benvenuto.
Entrambi sapevano che non si sarebbero rivisti mai più.
Paracelso rimase solo. Prima di spegnere la lanterna e di sedersi nella poltrona consumata, raccolse nell’incavo della mano il piccolo pugno di cenere e disse una parola a bassa voce.
“Sono morto come minerale, e come pianta sorto. Sono morto come pianta e ancora risorto come animale. Sono morto come animale e risorto come uomo. Perché temere allora di divenire meno morendo? Ancora una volta morirò come uomo. Per risorgere come un angelo perfetto dalla testa alla punta dei piedi. Ed ancora quando da angelo soffrirò la dissoluzione Io muterò in ciò che supera l’umano concetto.”
La tematica che riguarda la pratica del silenzio interiore, quale somma forma di ascesi, di purificazione e di perfezionamento spirituale, coi suoi correlati filosofici e teologici, è un argomento trattato dalla antropologia mistica nella globalità dei suoi aspetti teorici, metodologici, e tecnologici. L’importanza del silenzio come theoria e come praxis, tuttavia nella sua sostanza più profonda consiste nel fatto che esso è la porta d’accesso nell’anima umana, nel centro cosciente dell’essere umano.
Le attuali neuroscienze, pur nella loro discrepanza epistemologica che divide i loro fautori in riduzionisti e antiriduzionisti, hanno – si può sicuramente affermare – riscoperto l’anima denominandola col sostantivo coscienza, dopo l’apparente morte a lei decretata in quanto anima dal pensiero moderno. Modernità che, nel migliore dei casi, ha concepito e recluso la natura umana nel ristretto ballatoio corpo-mente, offrendo in cambio le vie utopistiche della psicanalisi freudiana e post-freudiana o quelle puramente materialiste del positivismo scientista, rappresentate dai nuovi sacerdoti in camice bianco dotati di stetoscopio o di penna stilografica e agenda onirica, che ancora oggi condizionano pesantemente il mondo scientifico nonostante la svolta epocale rappresentata dall’Olismo.
L’antropologia mistica (detta anche Visiologia), nata con il movimento olistico nell’ambito della sociologia clinica quale analisi individuale, interpersonale e sociale del fenomeno meditazione, viene invece incontro al settore neuroscientifico per mezzo di una riflessione critica ex post, dell’evento meditativo realizzato in itinere, con lo scopo preminente di ridare all’anima/coscienza uno statuto ontologico. Questo, affinchè l’anima/coscienza stessa non venga inghiottita definitivamente nelle velleità della liquidità postmoderna, quale generica assimilazione ad un monismo cosmico-energetico ed impersonale, che si manifesta oggi come causa finale di destrutturazione metafisica dell’individualità umana.
Parlare del silenzio può sembrare un ossimoro. Tuttavia qualsiasi verità, argomento, accadimento o problema di ordine metarazionale, ultrarazionale o soprarazionale, ossia apparente incomprensibile alla ragione, può essere cristallizzato e reso percepibile attraverso un linguaggio comprensibile e chiarificatore, frutto di una riflessione critica che trasmutando le intuizioni prelogiche, archetipiche e simboliche, è così in grado di renderle fruibili come verità oggettive e oggettivamente analizzabili, per mezzo di un discorso e di un ragionamento compiuti. Così è del silenzio che, nel contenuto teoretico dell’antropologia mistica, si qualifica concettualmente e si quantifica fenomenologicamente come struttura ontologica dell’esser-ci (Dasein), nonché come realtà metafisica di disvelamento dell’anima, assolutamente incontrovertibili. Silenzio, che trova delucidazione e comprensione come ambiente vitale di rivelazione dell’essenza dell’anima, la quale è realtà trascendente e substrato formante le potenze dell’anima (memoria immaginativa, intelletto raziocinante, volontà di potenza).
Al di là, comunque, delle ovvietà dette, trite e ritrite da parte di New age, Next age o di autori poetici e inconcludenti che ne rimangono sempre ai suoi margini, il silenzio con la sua pratica resta la chiave di volta e d’accesso per poter immergersi nella realtà concreta dell’anima. Dunque, il silenzio come prima manifestazione strutturale dell’anima/coscienza ce ne rivela progressivamente la sua essenza, la sua struttura interna, la sua interrelazione reticolare simultanea con mente e corpo, la necessità da parte della stessa anima/coscienza – in quanto centro cosciente ed energetico vitale che “anima” appunto, ossia dà in continuazione vitalità alla mente e al corpo per il loro funzionamento – di riappropriarsi del governo integrale dell’individualità umana nei suoi aspetti personali e di personalità.
Ecco, quindi, il perché del silenzio, ossia perché il silenzio diventa importante, soprattutto per la costituzione kshatriya guerriera del Soggetto Radicale, il quale deve essere particolarmente centrato nelle profondità della propria anima come vettore del Divino, al fine di poter compiere spiritualmente in sé e nella società, la divina impresa di un nuovo inizio della Tradizione, attraverso la lotta per l’esordio e l’affermazione di una nuova Civiltà mondiale, strutturalmente multipolare e metapoliticamente imperiale.
Il Silenzio nella tradizione salutistica dello Zen
Nella tradizione meditativa e salutistica dello Zen, la pratica del silenzio si configura come un distacco progressivo dalla realtà dei sensi, rappresentata da una serie di metodi e di tecniche propriamente meditative. Karlfried graf Dürckheim (1896-1988), filosofo e psicologo tedesco, maestro di Zen, a proposito della sostanza del silenzio all’interno dell’esperienza meditativa Zen, si esprime in termini indubbiamente coincidenti:
“La meditazione è semplicemente l’immersione totale nello stato di silenzio. Dove, per meditazione si intende non il pensare profondo della riflessione, bensì l’esercizio di distacco dalla realtà dei nostri sensi”. (K. von Dürckheim, Lo Zen e noi, Mediterranee 1992, p. 7).
Risulta perciò necessario esplicare cosa si intenda per realtà dei nostri sensi, risultando semplificativo l’intendimento esclusivo ai nostri cinque sensi (vista, udito, olfatto, tatto, gusto), vista la complessità della struttura umana che, partendo dagli stessi cinque sensi, si articola in una serie di relazioni dall’esterno all’interno, di strutture psicosomatiche e mentali che formano il reticolo antropologico relazionale della nostra esperienza umana.
La realtà dei nostri sensi, da cui bisogna distaccarsi durante la pratica del silenzio per poter entrare e vivere nella realtà dell’anima/coscienza, è formata dalle seguenti strutture psicologiche che rappresentano il reticolo vitale corpo/mente, formante la nostra esperienza quotidiana e che ne segna il nostro destino particolare di ogni giorno. Esse sono: percezione, sensazione, desiderio, emozione, affettività, sentimentalità, memoria, fantasia, ragionamento, intelligenza discorsiva, volontà.
Appare subito chiaramente che, tranne in casi rari ed eccezionali, una pratica del silenzio così radicale da inibire le strutture del reticolo corpo/mente, non può essere sostenuta in modo istantaneo e fulmineo dalla natura umana, la quale necessita invece di una graduale capacità di adattamento, nonché di una formazione progressiva di nuovi habitus psicosomatici, che fungano da terreno sicuro dove innalzare un esercizio meditativo del silenzio che risulti profondamente naturale e totalmente privo di rischi, atti a compromettere la salute mentale.
Nella tradizione salutistica dello Zen giapponese, esistono una serie di metodi e di tecniche specifiche di distacco dalla realtà dei nostri sensi attraverso la pratica del silenzio, mutuate dalla realtà profondamente naturale della tradizione energetica taoista, unificate nello Zen medesimo dall’esperienza umana e spirituale dell’Abate Zen Hakuin Ekaku Zenji (1685-1768), riformatore della Scuola Rinzai. Questi metodi e queste tecniche, sono conosciuti nel mondo occidentale dal secondo dopoguerra ad oggi, con alcuni nomi specifici quali Zen therapy, Yasenkanna, Medicina Zen, ed attualmente come Zen Training.
Nello specifico, l’aspetto tecnologico, diviso in tappe significative di crescente maturazione, viene classificato come segue: 1. Tecniche propedeutiche di immersione nella natura; 2. Tecniche somatiche di rilasciamento neuromuscolare; 3. Tecniche mentali di vacuum state; 4. Tecniche respiratorie di abbandono deconcentrativo; 5. Tecniche superiori di visione interiore e cosmica. Tale tecnologia è preceduta e accompagnata da un apparato metodologico ben preciso, calibrato alle esigenze psicologiche costituzionali di ordine temperamentale e caratteriale di ogni singolo praticante, da una rigorosa epistemologia di ordine antropologico, nonché dalla presenza e dalla relazione costanti con un insegnante.
Cenni sulle tappe della Via del Silenzio proprie dello Zen Training
Nello Zen Training, il distacco dalla realtà dei nostri sensi attraverso la pratica del silenzio, comincia con l’esperienza di immersione nella natura, attraverso una serie di tecniche preparatorie in cui il praticante impara ad ascoltare con il proprio udito i silenzi e le voci della natura, immergendovisi completamente: il fruscio del vento, la risacca del mare, le voci animali del bosco e della foresta, lo scorrere del torrente, del fiume, il fragore della cascata, la brezza del lago, il silenzio eterno delle montagne e dei ghiacciai, gli echi dei rapaci e i richiami degli uccelli, gli ululati, i latrati, i muggiti, i miagolii degli animali e così via. Queste esperienze di silenzio, il praticante poi è invitato a cristallizzarle in minuscole frasi evocative che ricordano gli Haiku, la breve poesia nipponica che suscita e attizza l’esperienza spirituale del silenzio profondo e dell’illuminazione spirituale propria del satori. Ve ne porto un esempio personale del lontano anno 1994: “Gracchia nel cielo il corvo. I miei sensi il suo eco han carpito. Vibra all’interno nel mio profondo. Dal fiume inquieto dei pensieri svuotato mi risveglio re del creato”.
Il distacco dalla realtà dei nostri sensi, prosegue poi con l’esercizio delle Tecniche somatiche, mentali e respiratorie. Da un punto di vista strutturale, l’organizzazione interna attorno a cui si ordina il meccanismo metodologico dello Zen Training è così costituita: a. Distensione somatica, indotta attraverso tecniche di rilasciamento neuromuscolare; b. Silenzio mentale, indotto attraverso tecniche di deconcentrazione; c. Immersione nella coscienza, indotta attraverso tecniche di abbandono deconcentrativo respiratorio. Tale impianto strutturale, rappresenta un trinomio progressivo e sempre più interno, il quale nella meditazione Zen avviene quasi in contemporanea – retta postura, retta mente, retta respirazione – che si risolve pragmaticamente nello SHIKANTAZA, lo “stare solamente seduti” in ZAZEN ossia in meditazione.
Diversamente, nelle tecniche ausiliarie di Zen Training, l’impianto strutturale viene così frazionato: inizialmente si veicolano i sensi all’interno del corpo, attraverso una attenzione sensoriale discendente e si apprende il “lavoro interno della discesa energetica”, che provoca il rilasciamento neuromuscolare e genera lo stato di silenzio; successivamente si utilizza il silenzio interiore e si apprende il “lavoro interno di auto-osservazione” dei pensieri sorgivi e degli stati emotivi, che provoca la deconcentrazione mentale, la disidentificazione e genera lo stato di vuoto (vacuum state); infine, si collega il vacuum state alla fase “espiratoria”, e si apprende il “lavoro interno dell’ancoraggio”, che provoca l’immersione nello HARA e genera lo stato di abbandono. Questa serie progressiva di tecniche, realizzano l’apertura, il disvelamento e le funzionalità della coscienza, conosciuta simbolicamente come terzo occhio nella tradizione hindu-vedica, apertura del fior di loto nella tradizione buddhista, luce intellettuale o inabitazione nella tradizione cristiana.
Nel bagaglio tecnologico delle tecniche neuromeditative di Zen training, infine troviamo annoverate anche le Tecniche Superiori o di Visione Interiore, che sono una esclusività propria della nostra lunga ricerca sperimentale attorno ai nuclei costitutivi: della struttura meditativa zen (rilasciamento – distensione – abbandono); della dinamica interna dell’energia vitale (immersione – armonia – espansione – assorbimento). Le Tecniche Superiori, rappresentano una sperimentazione interna di tipo meditativo finalizzata: al risveglio, alla emersione e al dominio dell’anima/coscienza all’interno della struttura antropologica corpo-mente-coscienza; all’innesco dei processi di autoguarigione e di liberazione interiore, in vista di un trattamento specifico mirato alla risoluzione delle anomalie psicosomatiche da stress e dei disturbi neurobiologici ansioso-depressivi e di personalità.
Vengono chiamate Tecniche Superiori, perché presuppongono un periodo di tirocinio avanzato nelle Tecniche guidate e nello ZAZEN. Si dicono anche Tecniche di Visione Interiore perché hanno capacità di visualizzazione passiva, cioè di cogliere nella coscienza sia la visione degli organi interni del corpo umano, sia immagini metamentali, ossia rappresentazioni figurative di manifestazione interiore dell’energia vitale o di manifestazione esteriore dell’energia universale, senza intervento diretto della fantasia o della immaginazione personali, le quali invece sono ordinariamente alimentate dall’attività del tessuto psicoemozionale. Le Tecniche Superiori, sono paragonabili alle visioni intellettuali dichiarate dalla teologia spirituale, ma, in questo caso specifico, esse riguardano in modo quasi esclusivo manifestazioni de creato, ossia immagini legate ai cicli energetici della natura umana e/o dell’energia cosmica.
Nel campo delle anomalie psicofisiche da stress, dei disturbi ansioso-depressivi, delle nevrosi, dei disturbi neurobiologici di personalità bisogna fermamente chiarificare che le Tecniche Superiori sono tecniche neuromeditative e non sono terapie intrapsichiche, queste ultime riservate ex lege agli psicoterapeuti. Attraverso il ripristino del dominio della coscienza sulla mente e sul corpo, le Tecniche Superiori risultano essere trattamenti socioclinici che vanno a lavorare a monte delle stesse patologie, per mezzo di un intervento socioclinico selettivo sui vizi capitali, sugli squilibri energetici e sui deficit di relazione propri di queste disfunzioni.
Il Silenzio è l’epica lotta del Soggetto Radicale
Il Silenzio, è certamente quella spada a doppio taglio che il Soggetto Radicale deve usare per plasmarsi interiormente, isolando la mente scimmia, la mente che mente, provocandone il temporaneo arresto unito a un profondo abbandono della sensualità corporea e dei suoi desideri. La spada del silenzio esige un allenamento costante, e tale costanza nel suo addestramento rappresenta l’epica lotta che il Soggetto Radicale deve sostenere nella Grande Guerra Santa che avviene nella sua interiorità. L’uso raffinato e decisivo della spada del silenzio, può avvenire soltanto se si dimostra di possedere una grande passione per una vita vissuta principalmente nella propria anima e a contatto col Divino e, inoltre, attraverso una intensa disciplina, esaltata dalla felicità del poter combattere senza interruzione. Soltanto col tempo, infatti e con un allenamento caparbio, si possono recidere i pensieri come essi sorgono o si può osservarli in modo disidentificato dal loro sorgere alla loro estinzione, immersi nel clima del silenzio interiore. Il tema dell’osservazione come parte della struttura dell’anima, sarà comunque il contenuto di un nostro futuro articolo, in quanto silenzio e osservazione sono conseguenti e agiscono in tandem.
Il silenzio dischiude l’anima, ossia apre il fior di loto della coscienza, dell’essere cosciente nel hic et nunc: “I cieli narrano la gloria di Dio, l’opera delle sue mani annuncia il firmamento. Il giorno al giorno ne affida il racconto e la notte alla notte ne trasmette notizia. Senza linguaggio, senza parole, senza che si oda la loro voce”. (Salmo 19, 2-4). Quale parte della struttura dell’anima, il silenzio ne attiva un’altra parte, l’osservazione o, meglio, l’osservatore, in quanto l’anima manifesta sé stessa attraverso la visione oculare interiore che genera intuizione, empatia, penetrazione, consapevolezza. Nella stessa misura in cui la mente si manifesta attraverso l’udito che genera il pensiero, il linguaggio, il discorso, il dialogo. E nello stesso modo in cui il corpo si manifesta attraverso il tatto che genera movimento, procreazione, comunità, lavoro. Dal silenzio, quindi l’anima si risveglia e, risorgendo dà inizio al suo Imperium antropologico sulla mente e sul corpo. Dal regno del silenzio dunque, nasce l’osservatore, quale primo passo di acquisizione di questo Imperium. Ce lo insegna magistralmente Aleksandr Dugin nel suo saggio di commento del volume Arte Astratta (1920) di Julius Evola:
“In Arte astratta Evola parla dell’osservatore, della trascendenza interiore che, catturata, diventa una nuova essenza sovrumana, costituendo al tempo stesso un substrato individuale. È un vettore fondamentale fin dall’inizio, un concreto superamento dell’essere umano – concreto, nel senso che non è l’affermazione di una meta lontana, ma il risultato verificabile di un’esperienza diretta e tangibile, una sovrumanità realizzata con mezzi quasi scientifici. L’osservatore descritto da Evola nel suo primo libro ci viene subito presentato come un dato di fatto. È abbastanza chiaro che Evola era diventato Evola ben prima di questo testo, dettato da un’esperienza rigorosamente verificabile – fondamentale, irreversibile e inalienabile. Non c’è dubbio: Evola aveva già vissuto l’incontro con l’osservatore, conseguendo una peculiare altezza strategica da cui parlare ai lettori. Jean Parvulesco, che lo conobbe, parlò chiaramente di un suo sentimento di totale distacco”. (Aleksandr Dugin, Astrazione e differenziazione in Julius Evola, Par. L’osservatore e il superamento concreto dell’umano, Sito ufficiale della Fondazione Julius Evola).
La lotta epica del Soggetto Radicale per la conquista del silenzio, quindi, è solo agli inizi finchè il silenzio stesso diventi per lui il clima interiore della sua vita nel Divino, quella di figlio del Sole, il Sole Eterno che verrà nella gloria… e il suo regno non avrà fine!
“Fioriscono quando vengono trattati con amore, quando gli parli con rispetto e riconosci le loro virtù.
Gli uomini crescono quando la donna ha fede in lui, quando lo spinge a realizzare i suoi sogni, facendogli comprendere che lui è al di sopra della paura stessa.
Quando apprezzi un suo sacrificio, la sua stanchezza, il suo sforzo, quando contempli e ammiri le sue qualità, egli si sente desiderato, sente che finalmente ha occhi per guardare oltre.
Quando dai rispetto al suo spazio, quando non controlli i suoi passi, gli dai la possibilità di aprire le sue ali, senza la paura della perdita.
Quando non gli chiedi altro che se stesso, nella sua autenticità.
Quando non esistono più ricatti morali, l’uomo impara a baciare tutte quelle sue parti di solitudine ed a mostrarti la sua sacra vulnerabilità.
Lascia che il suo cuore si unisca al tuo, ma senza costrizione, a meno che lui non abbia bisogno di essere libero per fare quel tipo di esperienza per evolversi. Se per lui è importante, lascialo andare.
Nessuna persona deve essere legata per amore, gli uomini fioriscono perché finalmente sanno di essere compresi e non intrappolati nelle sommerse solitudini del tempo.”
L’Occultismo è spesso, per non dire sempre, satánico e spiegherò poco sotto il perché. Dall’Occultismo va, invece, distinto l’Esoterismo, che è un concetto più ampio e ha fini più alti. L’Esoterismo ha per fine il “perfezionamento e la divinizzazione dell’Uomo” e, generalmente, si occupa poco degli Dèi Superi e meno ancòra dovrebbe occuparsi degli Dèi Inferi, se non eventualmente per esorcizzarli e difendersi da Essi. Al contrario, l’Occultismo fa spesso commercio con spiriti, dèi, angeli, demoni e diavoli, in maniera indifferenziata e promiscua, e quasi sempre per fini mondani: più potere, più soldi, più donne etc. A partire da Aleister Crowley in avanti, gli stessi Occultisti han preferito chiamare sé stessi Satanisti “tout court”, forse anche per evitare confusioni con altri esoteristi. Questi ultimi, invece, da alcuni anni, nelle Università vengono definiti “perennialisti” – termine coniato sul concetto di “Traditio Perennis” -, col fine di distinguerli dai Tradizionalisti cattolici (güelfi). A mio giudizio, sarebbe bastato chiamarli “Tradizionalisti Ghibellini”, ma non disdegno neppure il termine “perennialisti”. P.S. L’Italia, specie quella del Sud o Magna Graecia, è una delle Patrie d’elezione dell’autentico Esoterismo: da Pitagora fino ad Èvola e Zagami, passando per Campanella, Giordano Bruno, don Raimondo di Sangro e Vico (solo per citarne alcuni). Altre Patrie antiche dell’Esoterismo, oltre all’Italia, sono state le seguenti: – l’Egitto; – l’India; – la Spagna; – l’Estremo Sud della Gallia.
César C. Torella de Sanleucio y Sanmiguel en Valle Úfita. Nell’immagine, il busto del filosofo Platone.
Occultismo, Satanismo, Esoterismo, Perennialismo: alcune distinzioni necessarie
LETTERA E ORIGINE haw SIMBOLO alzare le braccia al cielo CONCETTO vita universale FUNZIONE giubilo ARCHETIPO in cui simbolicamente l’uomo tende felicemente le braccia verso l’infinito che lo circonda: cioè, l’ambiente che lo racchiude.
Il concetto archetipico rende noi uomini tutti recipendari dell’enunciato per cui l’esistenza umana vada finalizzata al di sopra dei confini intellettuali e geografici, secondo quel “via di porre” michelangiolesco che ci permette di arrivare allo stimolo/sviluppo della conoscenza. Ma, conoscenza di cosa?
Prima di tutto, dell’olonoma: la legge universale per cui l’uomo – fatto di materia ed energia che per palingenesi si trasformano – sottostà alle stesse leggi di natura che governano l’universo. Quindi, sia il cielo che la terra, compreso ogni loro componente, sono finalizzati in parallelo alla propria riproduzione.
Partendo dal fisico Lee Smolin per cui “Le creature viventi, come ogni altra cosa dell’universo, sono fatte di atomi che obbediscono alle stesse leggi di ogni altro atomo del mondo”… arriviamo alla teoria di Bulletti del Logos per cui Parto/Umano e Parto/White-Hole combaciano. “Il Black Hole è una vera e propria struttura del parto del cosmo. Analogamente a quanto avviene per la nascita umana, esiste un canale del parto che, nella teoretica fisica, è definito White Hole (…) L’universo nel quale ci troviamo è stato generato da un Black Hole che ha partorito il Big Bang, del quale il nostro universo attuale è il costituente (…) Un Black Hole può dare origine a più di un parto cosmico, esattamente come ogni madre può dare origine/partorire più di un figlio (…) Nel parto umano, il feto viene spinto verso l’esterno attraverso contrazioni, l’equivalente delle onde d’urto che fanno esplodere all’esterno un nuovo universo. Tutti i figli di una madre sono diversi tra loro, ciascuno con una propria storia”.
L’importante è che, sia a livello terreno che a livello cosmico, la riproduzione continui. Per quanto riguarda l’uomo, l’interruzione della catena riproduttiva all’interno della società si presenta come un avvenimento di tipo elitario, nel senso che appartiene solo a determinate categorie che decidono di praticare la castità per distaccarsi dall’umano concepire, con lo scopo – reale o presunto – di cercare di elevarsi a un più alto grado di spiritualità.
Castità che infatti, dal canto suo, nel semplice vivere quotidiano viene vista come un’eresia ai fini dello scopo riproduttivo per cui l’uomo si trova al mondo dal punto di vista biologico = il processo cruciale della rigenerazione tramite la riproduzione: la ridondanza dei misteri antichi, quindi riti orgiastici e inneggianti alla fertilità, presenti in tutte le culture della Terra, dai tempi dei tempi, non fa che confermare. La condizione di celibato/nubilato/castità viene quindi vissuta nella contrapposizione concettuale tra l’amplesso cosmico (cioè metafisico/allegorico) e la funzione umana di dualismo naturale/amplesso materiale, come unica modalità di antitesi che trova la propria espressione manifestandosi nella realizzazione di un unicum tra uomo e spiritualità.
Ed è appunto in tale contesto che, dopo aver espletato i bisogni primari innati di sopravvivenza quali la caccia e la procreazione (alias, cibo e riproduzione), l’uomo si sente di dover applicare alla lettera il principio, ben descritto in seguito dai latini, secondo il quale è necessario primum vivere deinde philosophari. Torna quindi la voglia di conoscenza insita nell’uomo da cui eravamo partiti in questo nostro excursus.
Le prime domande che l’essere umano, ovunque nel pianeta Terra, si è sentito in dovere di porsi, osservando l’ambiente che lo circonda, anche alzando quindi gli occhi al cielo, sono state: “Chi è il creatore di tutto ciò, me compreso?” … “Perché esisto?” … “Quale il senso della vita?” … “L’universo è finito, oppure no?” …
L’uomo però, per conoscere e per sapere, ha sempre bisogno di mettere in relazione il noto con l’ignoto, il finito con l’infinito, quindi anche il Tutto con il Niente. Ma la razionalità umana ha, ovviamente, dei limiti. Quando allora la ragione da sola risulta inadeguata per dare risposte a questi pensieri e, di conseguenza, la via empirica non risulta più sufficiente, ci si affida alla spiritualità.
Nascono perciò le teologie, nel semplice tentativo di dare tali risposte, ognuna però con i propri schemi di riferimento culturali e sociali, sebbene al contempo ognuna contemplante la trascendenza. Cioè la presenza di un dio o di dèi provenienti da un mondo-altro, per ciò stesso indefinibili o intangibili, proprio perché assai lontani dalla sostanza uomo e dal mondo-questo. Ma l’astratto è inaccessibile, anche per definizione, pertanto si tratta di due mondi che non possono toccarsi né interagire, poiché è impossibile il reciproco contatto diretto. Entra allora in gioco l’equivalenza gestione del tempo = gestione del calendario, soprattutto nella parte riguardante le festività, cioè la santificazione di giorni specifici, così da portare l’uomo in una dimensione che lo avvicini, tramite la ritualità solennemente sancita, il più possibile al divino. Qualunque esso sia.
E qui l’etimologia delle parole tempio e tempo la dice lunga… dall’indoeuropeo tem-lo = tagliare, passando per il greco τέμνω temno = io taglio, ai templum e tempus latini. Quindi, da una parte avremo il tempo come separazione dei giorni uno dall’altro, la divisione in anni, la scansione in periodi, epoche e infine stagioni. Dall’altra, il tempio inteso come spazio consacrato (prima immaginario, poi realizzato concretamente) tagliato fuori del quotidiano, date le funzioni precipue e separate dalla realtà di tutti i giorni a cui la costruzione è preposta.
Infatti il rito, in quanto ripetizione e imitazione del Superiore rispetto agli accadimenti umani, non può che avvenire all’interno di un edificio costruito secondo regole “sacre” che ne permettano di esprimere i valori universali. Ecco, allora, ripresentarsi il concetto di dualismo tra uomo e cosmo dove, in quest’ultimo, per dirla alla Gustavo Rol, “Dio non ha giocato a dadi. In tutto l’universo c’è ordine, nulla è abbandonato al caso”.
Ed è esattamente quest’ordine celeste che l’uomo tenta di riprodurre in terra, tramite la gestione meticolosa del tempo che, oltre alla già analizzata calendarizzazione, prevede il disvelarsi, col conseguente concretizzarsi, di: memoria collettiva, festività (soprattutto liturgiche), tradizione e commemorazione degli elementi unificanti di un popolo. Dai miti cosmogonici alle religioni prima, ai monoteismi poi, il passo sarà conseguenziale, ma sempre e costantemente con una unica finalità: raggiungere la felicità. La quale, riassumiamo, è uno stato d’animo di grazia di cui l’uomo collettivo può giovare in pieno solo nel momento in cui vede integrata al massimo la propria identità con l’ambiente – fisico e spirituale – in cui vive. Cioè, il momento che porta alla coincidenza tra vita umana e vita universale.
Esiste oggi ortodossia nell’applicazione dei principi morali dei principali pensatori del passato? Un pò di sano realismo?
No. Oggi, lo dico senza nessuna retorica, semplicemente fotografando la realtà, oggi dicevo, è tutto, nulla escluso, “neo”, ossia un’applicazione moderna, surrogata, annacquata, insipida, razionalizzata, depauperata, perché no, svilita e cambiata di ciò che fu.
Perché questo? Semplicemente perché nella migliore, nonché più remota, delle ipotesi in cui ci sia rapporto diretto con le ipsissima verba di un autore, tutto il contesto che c’è a corredo è artefatto dalle logiche moderne. Per questo parliamo di neobuddhismo, neoinduismo, neocristianesimo, neoyoga, neotantra, neosufismo, etc.
Proviamo solo per un attimo a pensare alla vita degli anacoreti del passato, anche quelli organizzati in gruppi monastici stanziali, erano: mal nutriti, mal vestiti, poca igiene personale, carenza di cure mediche, senza elettricità né tecnologie, in ripari di fortuna, alla mercé delle intemperie e delle fiere, di briganti, potenti, antagonisti facenti parte di gruppi religiosi magari facinorosi, armati e violenti, dotati di poteri magici, etc. In contesti simili: la rinuncia, la fede, la carità, il sacrificio, lo sforzo, l’ascesi, la temperanza, la custodia vicendevole, la fratellanza, la cura, l’attenzione, la questua, il silenzio, assumevano uno spessore pari a quello dei giganti.
Cosa abbiamo oggi? Cosa siamo oggi? Medioborghesi, tendenzialmente cacasotto, un divano, un incenso, una tisana, una lezione online, un tg, una disputa, così tra le righe perché non fa fine farla all’ultimo sangue (vādavivāda), qualche libro quà e là, narcotizzati dalle favole mediatiche, esperti di politica, economia, costumi, cultura e sport, illusi di poter lasciare il segno in un’epoca il cui spartito è stato però, purtroppo per noi, già scritto a tavolino.
Ho, io personalmente, amarezza di questo? No, senza veli né peli sulla lingua, perché nella filosofia non-duale tutto ciò è stato abilmente già previsto. Non c’è contraddizione tra lo spirito dei pensatori passati e le variabili odierne, tutto è manifestazione (ābhāsa) e gioco (līlā) della mente universale, anche il non crucciarsi del gioco stesso è una regola del gioco prevista a monte dall’abilità logica di essi. Tutte le variabili celano lo stesso principio eterno (sarvātmā).
Cosa fare, allora, tra un corso ed un’arringa? Credo serenamente: vivere, ma anche altrettanto serenamente praticare giornalmente la meditazione, perché se si è capito un qualcosa, quel qualcosa, lo si legge nello scintillìo dello sguardo. La società, purtroppo, è fortemente malata, sempre più squilibrata. Di fatto non è mai stata sana, in nessuna epoca, questa è un’altra illusione che ci portiamo dietro, quella di idealizzare il passato confezionato come merce su di un bancone nei libri di storia. Gli odierni palliativi compensatori offerti sono sempre meno remunerativi, l’unico mezzo per evitare gli psicofarmaci nel futuro, che verranno offerti per tenere a bada le nevrosi sempre più dilaganti, sarà prendere rifugio nella meditazione. Oggi più che mai, e cocludo la mia arringa sulla nostra società “neo” qualcosa, meditare è mezzo non tanto per raggiungere mokṣa quanto per rimanere sani mentalmente.
Meditate sul silenzio, non vi fate prendere per il culo, perché quanto siete belli dentro, lo sapete solo voi, agli altri non fotte nulla.
Voltafaccia «storico» del leader cinese: a favore finalmente delle imprese private.
C’è un altro voltafaccia clamoroso di Xi Jinping oltre a quello sulla pandemia: questo è a favore delle imprese private. Se il mondo intero è stato colto di sorpresa dall’improvviso abbandono della politica “zero Covid”, gli imprenditori cinesi sono stati altrettanto sbigottiti dalla velocità con cui il leader comunista li ha “riabilitati”.
In ambedue i casi si possono dare letture diverse: nello “zero Covid” così come nella demonizzazione dei capitalisti Xi aveva commesso gravi errori che pesano sulla crescita economica del paese; d’altra parte l’autocrate ha rivelato di essere più duttile nel correggere i propri sbagli (pur senza mai ammetterli) di quanto comunemente era previsto. Un’ultima notazione riguarda la classe imprenditoriale: il grande esodo verso Singapore forse sta a dimostrare che non si fidano troppo e preferiscono avere un rifugio all’estero, nel caso dovessero cadere nuovamente in disgrazia.
La frenata del Pil, le speranze di ripresa Sullo sfondo, c’è il rallentamento della crescita. Nel 2022 secondo i dati ufficiali il Pil cinese è aumentato del 3%, molto al di sotto dell’obiettivo proclamato da Xi Jinping che era +5,5%. Con l’unica eccezione della frenataccia subita nel 2020 per il crollo delle esportazioni nel primo anno di pandemia, questo è il dato peggiore dal 1976 cioè dalla morte di Mao Zedong. E’ possibile che l’improvvisa abolizione di tutte le restrizioni da Covid (lockdown e quarantene) rilanci la crescita e qualche segnale promettente nell’ultimo mese c’è stato. Però le prospettive economiche sono peggiorate anche perché il capitalismo privato cinese ha subito negli ultimi anni un atteggiamento ostile da parte del governo.
Capitalisti in disgrazia: le accuse Tutto cominciò con la caccia ai miliardari accusati di essere corruttori o semplicemente troppo opulenti; poi proseguì con un giro di vite contro Big Tech; si aggiunsero delle restrizioni generali agli investimenti esteri. In tutte quelle offensive le motivazioni ufficiali erano nobili, e almeno in parte fondate. La corruzione esiste e certi imprenditori si sono fatti strada a suon di tangenti. Big Tech in Cina è stato protagonista di eccessi quanto in America: abusi di posizioni dominanti, comportamenti sfacciatamente monopolistici, sfruttamento dei dipendenti, saccheggio della privacy dei consumatori. Negli investimenti esteri c’è stata scarsa cautela e alcune aziende cinesi hanno fatto operazioni sbagliate. Però dietro le intenzioni apparentemente nobili, Xi ha praticato una caccia alle streghe, ha regolato i conti con avversari politici, ha perseguitato imprenditori che sembravano fargli ombra o non obbedire abbastanza al partito comunista. Ho raccontato la vicenda di Jack Ma, il fondatore di Alibaba costretto a farsi da parte. Xi negli ultimi anni ha finito per creare un’atmosfera troppo ostile all’impresa privata e ha praticato un sistematico favoritismo verso le aziende di Stato. Questo non può che penalizzare il dinamismo e la creatività che hanno alimentato la crescita cinese dell’ultimo trentennio. Se vi si aggiungono i venti contrari che soffiano da Occidente sulla globalizzazione, c’è di che essere pessimisti sulle prospettive dell’economia cinese nel medio-lungo periodo.
Stop alle purghe, viva i privati Ed ecco il “contrordine compagni”. Da settimane soffia un vento revisionista. Pochi giorni fa Xi Jinping è stato molto esplicito. Parlando a una conferenza di imprenditori ha annunciato esplicitamente la svolta: “Il paese incoraggerà e sosterrà il settore privato senza esitazioni”. La caccia alle streghe è finita, le purghe degli imprenditori hanno infierito abbastanza, ora Pechino ha di nuovo bisogno di loro. Come non bastasse, Xi ha dato ordine alle banche di ricominciare a prestare soldi ai costruttori edili, per tentare di salvare il settore immobiliare da una crisi che dura ormai da anni. Anche qui la svolta è spettacolare, perché lo stesso Xi aveva voluto sanare gli eccessi speculativi di quel business; di fronte al crollo del mercato immobiliare ora ci ripensa, meglio la speculazione del crac. La sorpresa positiva, ribadisco, è che Xi si auto-corregge, sia pure in ritardo e senza mai ammettere gli errori. Ma non tutti si lasciano convincere dal suo ravvedimento.