“La scala di Giacobbe è il simbolo della gerarchia angelica che costituisce il legame tra l’uomo e Dio e che la tradizione kabalistica ha rappresentato con l’Albero della Vita, l’Albero sefirotico. Pensare, come fanno molti, che l’uomo possa rivolgersi direttamente al Signore è semplicemente la dimostrazione della più grande ignoranza. Sulla terra non è possibile incontrare un personaggio importante senza passare attraverso degli intermediari, e invece, per quanto riguarda il Signore, si entrerebbe direttamente in contatto con Lui senza la minima difficoltà. Sì, perché vedete, il Signore è un brav’uomo gentile e molto accessibile, al quale si può tirare la barba e dare qualche pacca sulla spalla!… In realtà, se non esistessero dei trasformatori, ossia le gerarchie che fanno da collegamento fra l’uomo e Dio, non rimarrebbe la minima traccia di chiunque osasse avvicinarsi al Signore, perché verrebbe fulminato.”
Il dio Cernunnos, Divinità Celtica e Pre-Celtica adorata e seguita dalle popolazioni celtiche e Gallo-Romane, conosciuto altresì col nome di Pan, Fauno e successivamente associato anche al Dis Pater romano ossia Plutone/Ade il dio dell’Oltretomba da cui probabilmente nacque l’associazione assieme alla sua animalità col Diavolo e i regni infernali (in parte giustamente e poi spiegherò perché).
Cernunnos è la Divinità della Virilità, della Fecondità, della natura selvaggia, della caccia e talvolta della guerra, ma anche dell’animalità sublimata, esso esprime il vivere in Armonia colla Natura Terrena e coi Cicli della Naturali-Astrali, pertanto ciò ne fa Gnosticamente parlando una divinità psichico-astrale, ecco perché in talune culture ha assunto una connotazione negativa, perché nelle Dottrine e Tradizioni dualistiche il Mondo Terreno veniva identificato come l’inferno (e in parte è vero)
Ciononostante esso non vuole demonizzato, poiché simboleggia semplicemente il vivere in Armonia colla Natura, e in un’ottica monista Simboleggia il Divino nella Materia, che sperimenta la Materia e una parte diventa Materia (Sanatana Dharma docet)
Analizzandolo possiamo notare che l’attributo che balza di più nell’occhio son senza ombra di dubbio le sue corna da cervo che sono l’equivalente delle antenne, simboleggiano la comunicazione colla quale si connette fallicamente alla Sorgente, penetrando nel Regno Divino ove attinge la Sua Energia, come simboleggiato altresi dalla Lancia di Longino che raffigura esotericamente l’Iniziato che penetra nelle Dimensioni Divine squarciando il Velo (il Corpo di Cristo) per giungere al Sangue/Acqua di Cristo, l’Essenza Divina.
Certamente negli animali le corna servono per difendersi e combattere pella contesa della femmina, e qua Cernunnos esprime il lato più basso dell’animalità, ma certamente sempre una forma di comunicazione è.
Gli animali attorno a Lui quasi attratti, attirati con magnetismo amoroso rappresenta l’attrazione che gli animali hanno pelle divinità, basti ricordare il Magnetismo di San Francesco ove ogni animale s’appropinquava ad egli senza timor alcuno.
Nella mano destra tiene il Torque, un antico bracciale/collare celtico-nordico ma anche usato dai romani, che simboleggia lo Spirito nella Materia, e pertanto la Ciclicità Naturale e l’Armonia naturale di nascita-morte-rinascita come altri simboli dal Triscele al più analogamente famoso Serpente che si morde la coda, l’Ouroboros, il Serpente Antico che imprigiona lo Spirito nella Materia, oppure lo Spirito che diventa Materia autolimitandosi per esperire la sua Natura opposta e dunque dualizzandosi in una testa che morde la coda ma che contemporaneamente la rigenera. La dualità nel Torque è delineata dal suo esser un cerchio interroto da due sfere, le polarità Yin e Yang, Bene e Male, Maschile e Femminile, Morte e Nascita.
Purtuttavia come c’insegna l’Enso del Buddhismo Zen, ch’è un cerchio con uno spazio che lascia entrare dentro di sé il Bianco Luminoso della Vacuità (Sunyata) il Torque ha la medesima apertura per simboleggiare la ricezione colla Dimenzione Divina, e ciò ne faceva ineluttabilmente un Simbolo di Protezione (come tutti i Cerchi del resto) per catalizzare la connessione coll’Energia Mistica della Divinità e degli dei.
Nella mano sinistra tiene un Serpente. E qua arriva il bello nella sua duplice accezione poiché esso può rappresentare un Simbolo di dominio della Materia e dell’Astrale, come l’Ofiuco, la 13esima costellazione che raffigura il dominio del Serpente la Coscienza Cristica o Buddhica (e così via) che spezza la Ciclicità degli astri e conduce alla Trascendenza. Ma attenzione… perché Cernunnos sembra che lo stia altresì ascoltando, pertanto da qui ne scaturisce l’inevitabile armonia cogli astri e di conseguenza colla natura materiale.
E infine è da notare la posizione in cui è seduto, che rammenta inequivocabilmente la posizione Yogica di Siddhasana ( la posizione del Saggio) da qui i collegamenti Esoterici e Ancestrali cogli indoari e all’Universalità di tale posizione non circoscritta e delimitata all’India.
In conclusione Cernunnos non è una Divinità di per sé negativa, Simboleggia il Divino nella Materia, e l’Armonia colla Natura e gli Astri, ma di contro anche il rimanere imprigionati per sempre in questo Mondo Fenomenico. La parola animale non a caso contiene due parole; Anima-le e Ani-male, Anima e Male, la Natura Animale può essere una prigione che sensorialmente ci tiene ipnotizzati e inebriati per stare qua coll’attaccamento e l’identificazione dei sensi, oppure un mezzo per trascenderli, l’Oro ha bisogno del Piombo pell’Opera Alchemica.
Noi non siamo in questa Terra di Mezzo a viverci per sempre, ma siamo qui per esperire la Dualità, codesta dimensione c’imprigiona, ci limita, ma una Scuola è altresì, per apprendere e tornare all’Uno, all’Assoluto, con una Consapevolezza maggiore. Pura è l’Anima che non si è mai staccata dalla Luce Divina, ma quanto più grande è l’Anima Coraggiosa ed Eroica che ha esperito il limite della Materia e l’Oscurita del Diavolo riuscendo a tornare a casa del Padre come c’insegna la parabola del Figliol Prodigo, del resto è anche il percorso di Lucifero, che esotericamente sul Piano Microcosmico altro non è che l’Anima che cade nella Materia, negli Inferi diventando il Lucifero-Satana abbacinanato da una falsa luce, e forme prosaiche per poi tornar ad essere il Cristo-Lucifero come c’insegna il Vangelo.
«La vera guarigione può avvenire solo dall’interno. Nessuna politica, religione o sistema filosofico può trasformare la società dall’esterno. Solo una rivoluzione individuale, una rinascita psicologica, una guarigione dell’Essere, uomo per uomo, cellula per cellula, potrà condurci verso un benessere planetario, verso una civiltà più intelligente, più vera, più felice.»
“Il Soggetto Radicale dona all’uomo postmoderno il senso della morte, ma anche della vita — sennonché, si tratta di una vita talmente frenetica da risultare più terribile della morte stessa, una vita che lacera lo stesso laceramento. Non è la vita normale, che nella Tradizione riunisce ciò che è sparso e nella modernità si trascina per inerzia, ma una vita particolare che esacerba la rottura. Meglio non avvicinarvisi: è terribile. Ha per nome quella forza che lega tutto, simboleggiata dal Fascio Littorio, le cui verghe indicano i dodici segni zodiacali…”.
(Aleksandr Dugin, Il Sole di Mezzanotte, Aurora del Soggetto radicale, pp.27-28, AGA Editrice, 2019)
Incipit
Le riflessioni contenute in questo e in altri nostri scritti già pubblicati sul tema del Soggetto radicale, non hanno una priorità didattica di approfondimento intellettuale né tanto meno una funzione strettamente educativa che, pur risultando presenti, non rappresentano il fine degli stessi scritti. Per questo motivo non ci si sofferma volutamente sull’origine storica o sull’etimologia di alcuni concetti che vengono dati per scontati o richiedono un approfondimento da parte del lettore, come ad esempio quello di guerra santa o quello di ascesi.
Risulta altresì chiaro che il canone di stesura di queste riflessioni è prevalentemente antropologico nonché fenomenologico per quanto riguarda l’evidenza soggettiva dell’esperienza umana vissuta dal Soggetto radicale. Un canone legato alla globalità dell’Antropologia come scienza umanistica che si esprime nelle sue varie forme intellettualmente consolidate: etnica-razziale, filosofica, teologica, culturale, mistica, fenomenologica e che, rispetto ad altre discipline umanistiche, è rimasta più al riparo dalla perversione ideologica darwiniana, marxiana e freudiana.
Proprio per queste sue caratteristiche, l‘Antropologia nella molteplicità delle sue branche, risulta essere un terreno neutrale di comprensione e una sicura base oggettiva di conoscenza circa la Verità dell’essere umano situato nel cosmo, nel tempo e nello spazio. Un terreno neutrale su cui poter fare convergere qualsiasi visione filosofica, spirituale, religiosa o confessionale appartenenti alla specificità di ogni singolo Soggetto radicale, senza considerare tali weltanschauung come sovrastrutture hegeliane della conoscenza naturale di ordine antropologico, bensì come integrazione e completamento metafisico e spirituale nell’ordine dell’Essere e del Divino.
Le presenti riflessioni, si realizzano invece e principalmente come articoli stesi “per il bene della Causa”, come idee meta-riflessive costituite da una doppia finalità evocativa ed esortativa. Evocare gli archetipi simbolici della Tradizione sempre presenti anche nel nostro DNA postmoderno, per viverli in un’esperienza viva di Dasein, di esser-ci nel mondo; esortare e spronare con veemenza metapolitica la lotta per il Grande Risveglio, per la costruzione di un nuovo ordine del mondo fondato sulla Civiltà multipolare.
Parlando di idee meta-riflessive scaturite dalla contemplazione intuitiva dei simboli della Tradizione, parliamo quindi di idee androgine “al di là del bene e del male” ossia al di sopra di una percezione puramente etica, nonché di idee apofatiche, quindi a volte sfuggenti il principio di non contraddizione su cui comunque appoggiano per via induttiva, non essendo idee irrazionali ma idee soprarazionali. Per questo sarà inutile da parte di eventuali censori, cercare in tali idee meta-riflessive eventuali aporie o antinomie sicuramente presenti, perché il mysterium supera verticalmente l’estensione logica orizzontale del pensiero, come ebbe anche a dire San Tommaso d’Aquino al suo segretario Reginaldo che lo esortava a scrivere ancora, dopo aver avuto una visione di Dio che stravolse la sua vita e lo portò alla decisione irrevocabile di posare per sempre penna e calamaio: “Reginaldo non posso, perché tutto ciò che ho scritto è come paglia per me […] è come paglia in confronto a ciò che mi è stato rivelato”. (Guglielmo di Tocco, Storia di San Tommaso, 47)
La Grande Guerra Santa
“Affermo dunque che il Cavaliere di Cristo con sicurezza dà la morte ma con sicurezza ancora maggiore cade. Morendo vince per sé stesso, dando la morte vince per Cristo. Non è infatti senza ragione che porta la spada: è ministro di Dio per la punizione dei malvagi e la lode dei giusti. (Rm, 13,4; I Pt, 2, 14). Quando uccide un malfattore giustamente non viene considerato un omicida, ma, oserei dire, un «malicida» e vendicatore da parte di Cristo nei confronti di coloro che operano il male, difensore del popolo cristiano E quando invece viene ucciso si sa che non perisce ma perviene al suo scopo”. (San Bernardo di Clairvaux, De Laude Novae Militiae, III Dei Cavalieri di Cristo)
San Bernardo di Clairvaux, così scrive ai Cavalieri del Tempio, circa lo spirito che deve animare la loro Crociata, la Piccola Guerra Santa e, in questo modo, va a enucleare un principio di verità universale che, al di là della sua forma prettamente confessionale, rappresenta il modo con cui l’Uomo della Tradizione deve affrontare la sua lotta contro il male esteriore e che può essere assunto a modello da qualsiasi Soggetto radicale, indipendentemente dalla sua specifica weltanschauung.
Se questo è il modo corretto d’intendere la Piccola Guerra Santa, allora la Grande Guerra Santa, nella sua sostanza più profonda non è altro che l’applicazione pratica del concetto di “malicidio” bernardiano alla propria interiorità, necessario per far morire il proprio ego e far nascere il Sé, è la condizione incontrovertibile per uccidere il proprio egoismo ed essere trasferiti nell’alterità del Divino.
Tra le innumerevoli forme di ascesi proprie della spiritualità universale, la forma propria dell’ascesi guerriera è appunto rappresentata dalla Via della Spada che, nel Soggetto radicale assume la drammaticità di un nichilismo interiore dai toni apocalittici e di un nichilismo esteriore nei confronti della fase finale del Kali Yuga postmoderno, atto a superare la definizione stessa di guerriero in quella di angelo distruttore, terrificante e di freddo assassino, almeno per la risolutezza delle sue modalità di azione:
“L’ipostasi dell’assassino che restituisce all’uomo il gusto della vita è una funzione fondamentale del Soggetto Radicale. Egli non è un guerriero – concetto, ai suoi occhi, troppo plebeo – ma un assassino privo di scopi, freddo, spersonalizzato, al soldo di nessuno. È un angelo distruttore, un angelo terrificante”. (Aleksandr Dugin, Ibid. pag. 27)
La Via della Spada nasce dal silenzio e diventa Parola di verità e di accusa nei confronti dell’Antitradizione presente nel mondo e in noi stessi: “Mentre un profondo silenzio avvolgeva tutte le cose, e la notte era a metà del suo rapido corso, la tua parola onnipotente dal cielo, dal tuo trono regale, guerriero implacabile, si lanciò in mezzo a quella terra di sterminio, portando, come spada affilata, il tuo decreto irrevocabile e, fermatasi, riempì tutto di morte; toccava il cielo e aveva i piedi sulla terra”. (Sap. 18, 14-16)
Questa stessa Spada della Parola di verità, entra poi all’interno di noi stessi per compiere l’opus magnum della deificazione del Soggetto radicale. Realizzando attraverso l’alternanza di sofferenza e di totale rivolgimento cosmico interiore ad un rigenerante e assoluto silenzio mistico, la distruzione progressiva dell’egoismo personale cristallizzato nei sette vizi capitali: “Infatti la parola di Dio è viva, efficace e più tagliente di ogni spada a doppio taglio; essa penetra fino al punto di divisione dell’anima e dello spirito, fino alle giunture e alle midolla, e discerne i sentimenti e i pensieri del cuore. Non vi è creatura che possa nascondersi davanti a Dio, ma tutto è nudo e scoperto agli occhi di colui al quale noi dobbiamo rendere conto”. (Eb. 4, 12-13).
La distruzione del proprio ego, la lotta contro i vizi capitali equivalgono alla morte dell’anima in attesa del risveglio, della sua resurrezione, della piena manifestazione del Sé, nonché del Divino nel proprio “Sé radicale”, termine con il quale Aleksandr Dugin preferisce definire correttamente in senso metafisico il Soggetto radicale. Nello HAGAKURE, il libro segreto degli antichi Samurai, i cavalieri del Sol Levante, si afferma:
“Ho scoperto che la Via del samurai è la morte… L’essenza del Bushido è prepararsi alla morte, mattina e sera, in ogni momento della giornata. Quando un samurai è sempre pronto a morire, padroneggia la Via”. (Yamamoto Tsunetomo, HAGAKURE, Mondadori 2001, pag. 24)
Fenomenologia delle qualità ultraguerriere nella Grande Guerra Santa
La dichiarazione metaforica ultraguerriera di Dugin, riguardo l’identità fenomenologica del Soggetto radicale quale angelo distruttore, terrificante e freddo assassino, riporta alla mente dello scrivente il rude insegnamento tramandatogli nel 1985 dal compianto Maestro Zen don Johannes Baptista Ishii, giapponese, nato a Tokyo, sacerdote cattolico ed eremita camaldolese, il quale per fargli comprendere la realtà della neutralità tecnica propria dello Zen, disse in modo molto determinato una cruda verità che ai tempi lo lasciò per molti giorni sbalordito:
“Guardato esclusivamente dal punto di vista della tecnologia, lo Zen è una tecnica di per sé neutra, neutrale, senza agganci morali o religiosi di alcun genere. Non si spaventi se le dico che in Giappone la meditazione zen è usata tra l’altro dai membri della Yakuza, la mafia giapponese, per essere sempre più impassibili, freddi e determinati quando uccidono i loro nemici o le loro vittime”. (René Manusardi, Visiologia. Un contributo socioclinico alla neuroscienza della meditazione, pag. 125, Primiceri Editore, 2018)
D’altra parte, siamo consapevoli che l’alternanza tra il totale rivolgimento cosmico interiore e il rigenerante e assoluto silenzio mistico, provocati dal nichilismo interiore a cui viene sottoposto il Soggetto radicale nella Grande Guerra Santa, determinato in primis dalla chiamata del Divino in concomitanza con l’ascesi contro i vizi capitali e con la pratica della preghiera profonda o di pratiche meditative apofatiche, ossia basate sul silenzio interiore e sul vuoto mentale, possano determinare una serie di qualità interiori e di azioni in grado di giustificare la visione ultraguerriera duginiana.
Con la pratica costante dell’ascesi, della preghiera profonda e/o delle pratiche meditative apofatiche, vengono sviluppate nel Soggetto radicale qualità interiori e d’azione singolari, che per via ordinaria potrebbero essere raggiunte solamente dopo decenni di maturazione personale. Tali qualità chiave (detti anche effetti fenomenologici primari), possono essere racchiuse in due macroaree o quadranti: quello “esistenziale” e quello “dell’azione”.
Nel quadrante esistenziale, vengono sviluppate fino al loro pieno compimento: calma interiore, coraggio, determinazione, imperturbabilità, qualità necessarie per l’acquisizione del benessere interiore, del dominio di sé e solido fondamento psicofisico nonché di relazione sociale. Nel quadrante dell’azione, gli effetti primari sono il radicamento di una nuova personalità dotata di profonda intuizione, intensa empatia, acuta penetrazione, nitida consapevolezza, qualità intrinseche necessarie per le infinite necessità della guerra totale.
I due quadranti non sono assolutamente separati e sviluppano qualità interiori e qualità d’azione in modalità reticolare e interdipendente. Cosicché la crescita di una qualità specifica favorisce anche lo sviluppo delle altre in modo graduale e quasi simultaneo, man mano che l’impegno nei confronti dell’ascesi e delle tecniche meditative diventa abituale e quotidiano. Andiamo ora ad analizzare in sintesi le qualità che si sviluppano in primis nel quadrante esistenziale e poi nel quadrante dell’azione.
Qualità per il benessere psicofisico e il dominio di sé:
Calma interiore
Aspetti antropologici e fenomenologici: la calma interiore o quiete è il primo effetto palpabile della pratica ascetica e meditativa, che si ottiene attraverso un riequilibrio energetico e un progressivo sereno dominio dell’anima/coscienza sulla mente e sul corpo. L’essere umano ritrova il suo centro antropologico gravitazionale e si apre progressivamente alla relazione interpersonale e sociale, amplificando la capacità di mediazione e quella di costruire legami di collaborazione e di dialogo. Effetto neurofisiologico primario: scarica endorfinica e serotoninica.
Coraggio
Aspetti antropologici e fenomenologici: la pratica dell’ascesi e della meditazione genera coraggio. L’osservazione del proprio caos mentale in modo distaccato, porta gradualmente ad una profonda conoscenza di sé stessi e dei meccanismi del governo psicofisico. L’emotività si acquieta, i fantasmi della mente vengono localizzati e quindi progressivamente espulsi. Da questo costante lavoro interiore emerge il coraggio di lottare contro le proprie tendenze sregolate, coraggio il quale poi emana all’esterno della persona e coinvolge i suoi rapporti sociali e le relazioni interpersonali. Il senso di paura nei confronti degli altri e delle incertezze della vita va sempre più scemando. Si afferma un contenuto di relazione sociale basato su sincerità, umile fierezza, senso della dignità personale, rispetto dell’altro e dei suoi diritti. Effetto neurofisiologico primario: scarica adrenalinica con risposta positiva allo stimolo primario lotta/fuga.
Determinazione
Aspetti antropologici e fenomenologici: l’ascesi e le tecniche meditative sviluppano la qualità di una forte determinazione. Il lavoro interiore su sé stessi e il desiderio di migliorare uscendo dai propri traumi e dai propri deficit, innescano in modo elevato volontà, costanza, tenacia, caparbietà, le quali formano il contenuto antropologico e fenomenologico della determinazione intesa come resilienza e capacità di rinnovamento personale, comunitario e sociale. Effetto neurofisiologico primario: perfetto equilibrio dei sottosistemi simpatico e parasimpatico del sistema nervoso autonomo.
Imperturbabilità
Aspetti antropologici e fenomenologici: un approdo interessante ascetico-meditativo, sotto molti punti di vista ‒ a partire dallo stoicismo greco-classico sino alla letteratura orientale più recente sui Samurai ‒, è l’acquisizione della imperturbabilità detta anche impassibilità. La pratica della meditazione, che da un punto di vista fenomenologico crea persone in cerca di pace, dedite alla pace e in grado di edificare la pace, non può essere disgiunta dalla audacia spinta oltre ogni limite, necessaria, come ad esempio nel caso di Gandhi, ad operare una lotta non violenta ed efficace. Infatti, dal punto di vista antropologico, l’acquisizione della imperturbabilità genera sopportazione sovrumana del dolore, indifferenza nei confronti della propria sorte, distacco totale dal proprio ego, apatheia o freddezza rispetto alla componente sensitiva, emotiva e sentimentale che viene ridimensionata dai suoi eccessi percettivi e passionali. Effetto neurofisiologico primario: anestesia neuromuscolare provocata da innalzamento della soglia di resistenza al dolore e diminuzione controllata dello stato di eccitazione psicomotoria.
Qualità per il successo nell’azione:
Intuizione
Aspetti antropologici e fenomenologici: l’intuizione è la qualità principe con cui la coscienza manifesta sé stessa attraverso l’istantanea percezione di realtà non ancora manifeste, per mezzo dell’illuminazione e della visione interiore e questo processo è potenziato con la pratica meditativa. Il rilievo fenomenologico più percettibile dell’intuizione è la capacità di comprensione non giudicante riguardo tutto ciò che è ad extra e la valorizzazione, il rispetto, l’integrazione delle diversità sociali nella visione epistemologica di corpo sociale articolato. Effetto neurosociale primario: acuta percezione di verità, accadimenti e fatti non ancora manifesti.
Empatia
Aspetti antropologici e fenomenologici: intensificata fortemente dalla pratica meditativa, l’empatia è antropologicamente conoscenza degli altri quale conseguenza della conoscenza di sé stessi e, quindi, carica di comprensione, tolleranza, generosità, amore gratuito, compassione. Dal punto di vista fenomenologico l’istanza maggiore dell’empatia è quella di essere considerata una virtù sociale, capace di creare legami profondi e duraturi nella società, nei corpi intermedi e nelle relazioni familiari e interpersonali. Effetto neurosociale primario: conoscenza progressivamente integrale della personalità altrui.
Penetrazione
Aspetti antropologici e fenomenologici: la qualità della penetrazione (paññã nella dizione buddhista theravada della lingua pali), sviluppata con le tecniche meditative, da un punto di vista antropologico può essere definita come l’unificazione completa dell’intuizione e dell’empatia proiettata verso l’analisi ad extra. Fenomenologicamente rappresenta una qualità capace di generare atti di osservazione sostanziali, i quali ci permettono di cogliere per mezzo di un profondo screening situazioni e realtà personali, ambientali e sociali. Effetto neurosociale primario: visione profonda e completa delle cose.
Consapevolezza
Aspetti antropologici e fenomenologici: la qualità della consapevolezza meditativa non è altro che la pratica antropologica del hic et nunc, del qui e ora, in grado di collegare per mezzo di un filo aureo la comune cultura filosofica sperimentale e metastorica, che partendo dalla metafisica greca classica approda nella tradizione arya hindu e buddhista delle origini. I risvolti fenomenologici della consapevolezza vertono sul fatto che l’abituale distacco da sé stessi e l’immersione totale nella realtà presente, rendono le persone proiettate fuori dall’asse del proprio “Io” per vivere pienamente la nuova dimensione del “noi”, dell’“altro”, della “comunità”, andando a perfezionare in modo pieno quella “compassione”, quella scelta di altruismo già edificata dalla qualità dell’empatia. Effetto neurosociale primario: vacuum state ossia stato di vuoto mentale.
Concludiamo queste riflessioni, tenendo conto che le qualità ultraguerriere che va acquisendo il Soggetto radicale durante la purificazione della Grande Guerra Santa, non rappresentano la nascita dell’Uomo Nuovo, così come concepito dalle tre teorie politiche del XX secolo ossia liberalismo, comunismo, fascismo. Ma, come invece ci insegna la quarta teoria politica del multipolarismo, ci raccontano l’eterno ritorno dell’Uomo ancestrale immagine del Divino, dell’Uomo della Tradizione, del Custode dell’Ordine Divino e del fuoco sacro della Tradizione, l’Uomo che non cambia mai, che come Soggetto radicale sa riposizionarsi per superare indenne le epoche storiche, trovando rifugio nelle profondità del Chàos primordiale per infine raggiungere le vette del Kosmos, come ci insegna con questa stupenda riflessione il nostro Aleksandr Dugin:
“Le cose cambiano, tutto cambia, ma non il Soggetto Radicale, che si mantiene uguale a sé stesso, attraversando come un’ombra i tre paradigmi (Tradizione, modernità e postmodernità). Non si perde in questi spazi, né cambia la propria natura. Rimane in tutto e per tutto sempre sé stesso, transitando attraverso le tre fasi. Cambia posizione, si sposta dal centro alla periferia, ma rimane esattamente lo stesso, comportandosi sempre come se si trovasse nello spazio della Tradizione. È un re mendicante, che nasconde la propria origine regale sotto i miserabili stracci di un servo”. (Aleksandr Dugin, Ibid. pag. 26)
Wang Wen: Secondo la tua logica, il mondo è gradualmente diviso in due poli, e inizia una nuova “guerra fredda”. Hai fatto notare nel tuo articolo che il mondo è sull’orlo di una terza guerra mondiale. La Cina non vuole entrare in una nuova guerra fredda; la Cina preferisce svilupparsi in un ambiente globalizzato. Sebbene la Cina sia in competizione con gli Stati Uniti, sta ancora facendo del suo meglio per trovare un nuovo equilibrio tra le feroci contraddizioni. Credo che India, Brasile e altri paesi BRICS possano non voler davvero iniziare una “nuova guerra fredda” con l’Occidente, e sono tutti prudenti e vigili contro una possibile “terza guerra mondiale”.
Dugin: Ora, la situazione non è unilateralmente determinata dalla Russia. Nel SMO abbiamo “attraversato il Rubicone” per confrontarci con l’Occidente. Russia e Occidente possono capirsi, ma i due non possono coesistere, come determinato dalla struttura geopolitica. Dal punto di vista geopolitico, gli altri Paesi hanno solo due opzioni: essere controllati da uno stato di potenza marittima, o combattere per diventare uno stato di potenza terrestre, cioè sostenendo la Russia per spingere il mondo verso la multipolarizzazione e diventare un regione di un certo cuore. L’indipendenza della Cina si basa sull’equilibrio. Da questa prospettiva, se la Russia non riesce a controllare e bilanciare l’egemonia americana, allora la Cina sarà vittima di un conflitto militare offensivo con le potenze del mare, anche se si vuole solo sovranità e prosperità. Ora, l’altrettanto indipendente India, Brasile, Sudafrica e il mondo islamico stanno facendo delle scelte, ma il risultato della loro scelta dipende dalla forza dall’altro capo della scala. Se la strategia vincente della globalizzazione rappresentata dalla Cina deve essere perfettamente realizzata, deve esserci una condizione invisibile, cioè la resistenza dello stato terrestre Russia allo stato marittimo. Se la Russia perde l’operazione militare speciale e perde il suo cuore, allora India e Cina affronteranno la stessa situazione della Russia ora e diventeranno le prossime vittime dirette della guerra fredda e persino del conflitto militare. L’Occidente può usare lo stretto di Taiwan e i militanti musulmani come punti di ingresso per attaccare la Cina. L’Occidente è una forza radicale aggressiva. Gli altri paesi possono evitare il conflitto frontale solo perché la Russia esiste ancora e perché la Russia sta combattendo. Le altre nazioni hanno solo due opzioni: o sopravvivere all’ombra del mondo occidentale o combattere come la Russia. Questa analisi geopolitica è molto importante. Sebbene i risultati delle analisi non siano del tutto coerenti con l’interpretazione ufficiale cinese, credo che gli strateghi del Partito Comunista Cinese, in quanto veri padroni della strategia internazionale, possano comprendere appieno le conclusioni dell’analisi di cui sopra ed evitare che la Cina cada nella situazione della Russia. Riconosco intensamente i grandi traguardi che la Cina ha fatto. Indipendentemente dal fatto che per la Russia, o per l’India, l’Iran e i paesi arabi, la Cina è la speranza principale C’è una disputa di confine tra Cina e India, ma vorrei ricordare all’India che se India e Occidente combattono insieme contro Cina, allora una volta che Cina e Russia perderanno, l’Occidente si rivolgerà per affrontare l’India e distruggere l’India – infatti Soro Mi sto già preparando per Fallo. Insomma, non vogliamo confrontarci con l’Occidente, ma con l'”Occidente” che pretende di governare il mondo ma non ha giocato un buon modello. Ciò per cui dovremmo lottare dovrebbe essere la multipolarità piuttosto che l’unipolarità. L’occidente vuole smembrare la Russia, siamo i numeri uno della loro lista, voi siete i prossimi. Certo, questa è la mia analisi, e non voglio imporla agli altri.
Wang Wen in dialogo con Dugin: se la Russia vuole risolvere problemi dovrebbe prendere la Cina come esempio da studiare
Se pensate che Vladimir Putin sia il pericolo pubblico “numero 1” per la democrazia liberale, forse dovreste seguire anche le gesta di Xi Jinping.
Vladimir pensava che fossimo, noi “occidentali”, ormai già abbastanza rammolliti da non essere più in grado di reagire a nulla. Che fossimo cioè come la rana che lentamente bolle in pentola senza avere il riflesso di saltar fuori, e che la nostra pentola democratica ribollisse ormai di un misto di populismo e consumismo che ci avrebbe lasciato inerti sulle impotenti a contemplare dal divano l’annessione lampo dell’Ucraina, magari giusto un po’ attoniti per l’affronto subìto, ma paralizzati dal rischio di trovarci i termosifoni freddi.
La storia per ora gli sta dando torto. Proprio per questo è bene badare anche al suo alleato, meno sguaiato ma più potente. Xi non cercherà lo scontro frontale, almeno fino a quando non sarà certo di vincerlo, magari proprio contro Taiwan. Nel frattempo ha rinsaldato un potere che coniuga le armi tradizionali dell’autoritarismo agli strumenti più innovativi della tecnologia di frontiera: il bastone di un esercito che cresce di potenza e la carota degli investimenti economici e dell’attrazione culturale e scientifica.
Xi non vuole far saltare per aria le istituzioni internazionali a colpi di crimini di guerra, ma le vuole usare per nutrire un nazionalismo diplomaticamente aggressivo. Fa ampio ricorso alle più gravi e sistematiche violazioni dei diritti umani, ma lasciando meno tracce possibile, come per i milioni di Uiguri internati o per il genocidio, culturale e non, del popolo tibetano, o per la soppressione silenziosa del dissenso interno. Il clamore dello scontro è accettato solo quando inevitabile alla tenuta del regime, come contro le proteste a Hong Kong.
Il Congresso del Partito comunista cinese appena concluso ha suggellato la strategia della linea dura e dell’accentramento, demolendo il limite dei due mandati per il capo supremo, dissolvendo con la forza ogni possibilità di contrasti interni al partito, mostrando i muscoli al mondo, ma con la mano già aperta per continuare a fare affari con chi vorrà.
Il gioco di Xi Jinping potrebbe non funzionare. Proseguendo a testa bassa nella politica del coprifuoco contro il Covid, Xi Jinping ha rischiato di far collassare l’economia, e persino la rabbia popolare era cresciuta fino ai limiti di guardia. Il Premio Nobel Amartya Sen in altri tempi spiegò come, di fronte ad esempio a una carestia, la democrazia contenga in sé la possibilità di produrre anticorpi, di autocorreggersi in base agli errori commessi, mentre i dittatori sono costretti a difendere i propri errori con le unghie e con i denti per paura che ogni più piccola critica possa aprire al baratro della contestazione.
In politica internazionale, cercare di tenere i piedi in troppe scarpe, professando internazionalismo per affermare nazionalismo, rischia di far fare molte pentole senza il coperchio. Ad esempio, l’ambiguità complice con la guerra di aggressione di Putin potrebbe rivelarsi un errore grave ora che l’esercito russo sta perdendo terreno. Persino la scelta di puntare tutto sull’innovazione tecnologica potrebbe dissipare una quantità eccessiva di risorse a causa degli inevitabili errori che ogni dirigismo statalista produce. La vera libertà, che include quella economica e di impresa, fornisce correttivi di mercato più reattivi di quanto non lo siano le previsioni di qualche superburocrate.
Pur tenendo conto delle tante fragilità del regime di Xi Jinping, sarebbe ingenuo aspettarsi un’implosione sul modello dell’Unione sovietica nel 1989. Tra le tante differenze, ve n’è una fondamentale insita proprio nel tipo di tecnologie sulle quali la Cina sta puntando. La rivoluzione digitale si nutre di dati, che sono alla base di tutte le tecnologie ricomprese sotto la definizione un po’ vaga di “intelligenza artificiale”. Per produrre e trattare un’enorme massa di dati, l’accentramento ha dei vantaggi, così come l’assenza di diritti fondamentali come quello alla riservatezza dei dati personali. Un regime tecnocratico può quindi restare molto efficace nel conoscere e comprendere i bisogni della gente pur senza concedere spazi di libertà.
La differenza con l’Unione sovietica di ieri, e anche con la Russia di oggi, si può vedere proprio dal grado di soddisfazione del cinese medio, per il quale lo scambio tra libertà e benessere è generalmente ritenuto soddisfacente (non sono ovviamente soddisfatte le minoranze e le persone direttamente perseguitate, e non sappiamo abbastanza di cosa pensino davvero i cinesi, ma i segnali di una tenuta di fondo della popolarità del regime tra la popolazione sembrano chiari). L’enorme quantità di danaro investita dallo Stato cinese per spingere l’innovazione tecnologica compensa almeno in parte i danni dell’inefficienza dirigista.
Come ci dovremmo comportare “noi occidentali” non è semplice stabilirlo. Impossibile ormai illudersi di isolare politicamente o economicamente la Cina. Demenziale fingere che sia un Paese come un altro, al quale affidare con tranquillità infrastrutture necessarie alla sicurezza nazionale e rispetto al quale chiudere un occhio per la violazione dei diritti umani pur di far fiorire ogni genere di affare.
Il punto sul quale andrebbe concentrata la sfida è proprio quello sul quale il regime di Xi sta vincendo, cioè quello tecnologico. E’ proprio da Taiwan e dalla risposta che l’isola ha dato alla pandemia che possiamo imparare molto: una combinazione di tecnologia e democrazia, iper-digitalizzazione e società aperta che fa sperare sia ancora possibile investire in un modello democratico che non guardi al passato ma al futuro.
Applicare il modello Taiwan in Europa significherebbe investire ingenti risorse nello sviluppo tecnologico al servizio della partecipazione democratica. Nell’Italia del divieto di sottoscrizione delle liste elettorali con firma digitale mi sa che ancora non ci siamo proprio.
Continuiamo dunque a occuparci di Vladimir, di una pace con giustizia, ma senza perdere di vista Xi. Se Taiwan diventasse la prossima Ucraina, non sarebbe la distanza a rendere meno importante il successo della loro resistenza. Per il nostro bene.
La crescita dell’astensionismo rappresenta uno dei fattori principali della politica dei nostri tempi.
Bisogna guardare a questo fenomeno senza pregiudiziali, con una mente aperta, comprendendo che forse alla sua base vi è un’esigenza di rinnovamento sostanziale ed epocale delle nostre società, oltre che della politica.
A cosa serve votare se il mio voto viene costantemente disatteso?
In vari modi e a vari livelli, l’astensionismo tutto (da quello menefreghista e qualunquista a quello che si struttura come fondamento per una proposta politica), rappresenta questa esigenza e questa domanda.
In questo quadro, il passo successivo è iniziarsi a chiedere cosa vogliamo in alternativa alla politica elettorale e parlamentare, e come pensiamo di costruirlo.
Una sfida che investe inevitabilmente il rinnovamento antropologico ed esistenziale dell’essere umano e della sua capacità e possibilità di “fare comunità”.
È il momento di fare un passo in avanti, un salto evolutivo rispetto al novecento e ai suoi modelli.
ASTENSIONISMO: IL FUTURO DELLA POLITICA. OLTRE IL NOVECENTO E I PARTITI
Il mondo ha assistito a una strana scena in conclusione del XX Congresso del Partito comunista cinese. In diretta tv. Nel grande salone dell’Assemblea del popolo erano stati appena fatti entrare giornalisti, fotografi e telecamere. Xi Jinping aveva appena finito di pronunciare il discorso conclusivo. Si sono visti due robusti inservienti chiedere all’uomo seduto alla sinistra di Xi Jinping di alzarsi e abbandonare la sala, indicandogli l’uscita dal palco. Li aveva chiamati Xi in persona. Quell’uomo si chiama Hu Jintao, è l’immediato predecessore di Xi Jinping, per i dieci anni precedenti i due mandati quinquennali dell’attuale leader massimo della Cina era stato lui a cumulare le cariche di presidente del paese, segretario del partito che comanda il paese, presidente della commissione militare del Partito, la carica più importante di tutte in una Cina dove, come diceva il vecchio Mao, “il potere nasce dalla canna del fucile”.
Il presidente della commissione militare del Partito è la carica più importante. In Cina, secondo Mao, “il potere nasce dalla canna del fucile”
L’invito non era cortese. A un certo punto, siccome lui non mostrava alcuna intenzione di alzarsi, c’è mancato poco che afferrassero sotto le ascelle quel vecchio dai capelli bianchi e dell’aria fragile, e lo portassero via di peso. C’è stato un lungo parlottare, diversi secondi, con quello che sembrava dirgli: io di qua non mi alzo, lasciatemi stare. Poi gli hanno messo le mani addosso. Lui ha cercato di prendersi la cartella con la copertina rossa. Nei secondi immediatamente precedenti si era visto uno strano trafficare su quella cartellina, tra il vegliardo, un pochino assente e confuso, e chi gli sedeva accanto. Gliel’hanno prima allontanata in malo modo, poi gliel’hanno presa. Indicando ripetutamente l’uscita gli hanno ingiunto di seguirlo. Il personaggio seduto alla sua sinistra ha provato anche lui ad alzarsi, ha accennato ad aiutare Hu, forse a convincerlo a non fare resistenza. In apparenza un gesto di rispetto, se non di pietà. Il buon samaritano si chiama Li Zhanshu. E’ – in quel momento era, per essere più precisi – il presidente dell’Assemblea del Popolo, la seconda carica dello stato. Poi si è visto quello che sedeva alla sua sinistra passargli furtivamente un braccio dietro la schiena, tirargli la giacca per invitarlo a stare seduto al suo posto. Come per dirgli: ma che fai, sei impazzito? Non fare sciocchezze. Li si è immediatamente rimesso a sedere. Ha tirato fuori di tasca un fazzoletto bianco e si è asciugato il copioso sudore che gli colava dalla fronte. Di tutta la scena quelle gocce di sudore erano la cosa che più mi ha impressionato, l’unico tratto credo assolutamente sincero. Quello che amichevolmente lo aveva richiamato all’ordine tirandogli da dietro la giacca si chiama Wang Huning. In quel momento era il quarto nella gerarchia al vertice della Cina. E’ considerato l’eminenza grigia del partito, si occupa dell’ideologia. Lui è rimasto nel comitato permanente dell’ufficio politico, il massimo organo di direzione, sette persone che hanno il comando assoluto in Cina (sempre che non si oppongano al capo supremo, che è Xi Jinping). Li Zhanshu, che non riusciva a controllare i sudori freddi, invece è fuori. Entrambi avevano fatto carriera sotto Hu Jintao. Erano stati suoi stretti collaboratori. Forse erano legati da qualche debito di riconoscenza, se non di affetto nei confronti del loro antico dirigente. Ma si sa l’affetto non ha posto in politica.
Hu ha cercato di portare via la sua cartella. Nei secondi prima si era visto uno strano trafficare con chi gli sedeva accanto
In tutti questi lunghissimi secondi Xi Jinping è rimasto fermo, di ghiaccio. Non si è mai voltato. Neanche per la curiosità di vedere cosa stava succedendo. Gli inservienti li aveva chiamati lui con un cenno degli occhi. Non si è voltato neppure quando Hu Jintao, che veniva condotto fuori camminando con le proprie gambe, ma sempre con una ferma stretta al braccio da parte dei suoi accompagnatori, si è fermato dietro di lui, per toccargli la spalla, dirgli qualcosa. Non l’ha salutato, non gli ha detto una parola gentile. Freddissimo, gelido, gli ha solo fatto un gesto, come per dirgli: vai, vai, che facciamo i conti dopo… Così non hanno fiatato, non hanno accennato al minimo saluto, non diciamo empatia, tutti gli altri seduti alla presidenza. I più non hanno osato nemmeno muovere gli occhi, hanno fatto finta di non vedere. Era come se il gelo e la paura si potessero tagliare con un coltello. Cos’era successo? La versione ufficiale, fornita molte ore dopo dall’agenzia Xinhua, dice che Hu Jintao si era sentito male, e quindi è stato accompagnato fuori dalla grande sala, in una saletta riservata dove avrebbe potuto “riposarsi”. E’ molto cinese questa faccenda del riposarsi. Tra le non molte cose che avevo imparato nei miei lunghi anni in Cina c’è che lo usavano come formula di cortesia per levarsi di torno l’interlocutore, quando, mettiamo, un colloquio è finito e non vogliono altre domande, quando non vogliono che uno vada a curiosare intorno. Quante volte mi era capitato di sentirlo: “Xiuxi ba!”, siete stanchi, andate a riposare, detto col tono con cui si direbbe “a cuccia!”. La versione di Xinhua non tiene. Hu Jintao appariva fragile sì, e un po’ frastornato, ma pieno di energia nell’opporsi, all’inizio anche con la forza, all’allontanamento. Ha camminato con passo abbastanza sicuro. Xinhua aggiunge che “si è ripreso e sta molto meglio”. Ma da allora non lo si è più visto. E comunque la scena, che era stata trasmessa dalle tv e dai blog di tutto il mondo, non è mai stata data dalle tv cinesi, ed è stata bandita da internet. Eppure mi sono fatto l’idea che non gli sia affatto scappata di mano. Era voluta, doveva essere vista. Altrimenti non si capisce perché non l’abbiano rimosso qualche istante prima, quando la sessione era ancora a porte chiuse.
La versione ufficiale dice che si era sentito male. Tutto molto cinese: “Xiuxi ba!”, siete stanchi, riposatevi, detto col tono di un “a cuccia!”
L’umiliazione era, ne sono convinto, voluta, calcolata. Un modo per dire: ora comando solo io, ecco quel che succede a chi sgarra. Che tra Hu Jintao e Xi Jinping non corresse buon sangue era risaputo. Xi l’accusava di aver governato debolmente nei “dieci anni perduti”, in cui la Cina era sì cresciuta a rotta di collo, ma si era impantanata nella corruzione e nei subitanei arricchimenti che accompagnano la crescita, persisteva in una politica internazionale di buoni rapporti con tutti, America compresa, col rischio di farsi mettere i piedi sulla testa. I predecessori, i “vecchi” in generale, sono ingombranti. Sono gli unici in grado di fare da contrappeso al potere assoluto dell’imperatore. Negli anni 80, i miei anni in Cina, faceva una certa impressione vedere, nelle occasioni più solenni, i vecchissimi Chen Yun, Xi Zhongshun, Nie Rongzhen fatti sedere alla tribuna che ormai non riuscivano nemmeno a reggersi in piedi. Erano i compagni di Mao. I generali che avevano vinto la guerra, conquistato e mantenuto il potere. Benché capo assoluto, in quanto capo della commissione militare, anche Deng Xiaoping doveva tenerne conto. Li chiamavano “gli immortali”. Erano loro a essere consultati prima di qualsiasi decisione importante. Non in riunioni formali ma in incontri a tu per tu. Stavolta Xi non aveva esibito al Congresso i vecchissimi. Song Ping che ha 105 anni, o il predecessore del suo predecessore, Jiang Zemin, malato da tempo, o il 93enne ex primo ministro Zhu Rongji. Alla viglia del Congresso era stata addirittura diffusa la fake news per cui Song Ping avrebbe autorizzato la rimozione e l’arresto di Xi. Si sapeva che non erano d’accordo con la politica draconiana sul Covid, forse sulla drammatizzazione delle tensioni con gli Stati Uniti per Taiwan, forse anche sul ritardo con cui Xi ha detto a Putin di smetterla in Ucraina (Xi era l’unico che poteva fare a Putin una proposta che questi “non poteva rifiutare”, l’avesse fatta subito si sarebbe affermato come l’uomo che ha salvato la pace del mondo). E, ancora, c’erano dissensi evidenti sulla politica economica, sull’esasperazione del culto della personalità, sulla reintroduzione di una presidenza a vita.
Per i due mandati precedenti Xi Jinping aveva dovuto mediare con le altre “anime” del partito. Stavolta ha deciso di fare piazza pulita
Parlavano a mezza voce, per rebus. Ma tutti avevano capito. Il premier Li Keqiang, ora messo in disparte, aveva detto, nell’agosto scorso, durante una visita nel Guangdong e a Shenzhen che “il Fiume Giallo e lo Yangtze continueranno a scorrere sempre verso la foce, non possono tornare indietro, così come non possono tornare indietro le riforme e la politica di apertura della Cina”. Anche l’ultracentenario Song Ping aveva detto che non va abbandonata in alcun modo la politica delle riforme. Tutti hanno capito cosa volevano dire, e con chi ce l’avevano. Il dipartimento di organizzazione del Partito aveva emanato nuove rigide norme in cui si invitavano i dirigenti a “non discutere arbitrariamente la linea politica” e ad astenersi dal fare “osservazioni politicamente negative”. Per i due mandati precedenti Xi Jinping aveva dovuto fare i conti, mediare con le altre “anime” del partito, le altre cordate. Aveva eliminato con grande brutalità quelli che rappresentavano un pericolo immediato, il principino rivale e satrapo del Sichuan Bo Xilai, l’apparentemente potentissimo capo della sicurezza e dei servizi segreti dal volto di mastino, Zhou Yongkang. Erano spariti un certo numero di capi militari. Ma aveva mantenuto un modus vivendi con gli altri. Tra questi Hu Jintao. Stavolta ha deciso di fare piazza pulita. Nel nuovo vertice ci sono solo suoi fedelissimi. Buon per lui. Ma ai mercati – che neanche un imperatore può comandare a bacchetta – non piace per nulla che si sia disfatto di tutti quelli che masticavano di economia. Così come non era piaciuto che avessero deciso di posticipare i dati sulla crescita nel secondo trimestre sino a dopo il Congresso. Non è un buon segno. Se i numeri sono buoni non c’è motivo di non annunciarli. Se Hu piaccia o meno ai cinesi è un altro paio di maniche. In queste cose non hanno voce in capitolo.
La faccenda non gli è affatto scappata di mano. Era voluta, doveva essere vista. Altrimenti perché non l’hanno rimosso a porte chiuse?
Così succede. Così è sempre successo. Da secoli. Da millenni. L’imperatore comanda da solo. Fa fuori chi gli pare. Umilia chi gli pare. Eleva o fa cadere nella polvere chi gli pare. Promuove e dimissiona a suo capriccio. Talvolta lo fa a scopo dimostrativo, giusto per far sapere chi ha il potere. Il licenziamento dei primi ministri e dei segretari è sempre stato particolarmente brutale. Talvolta erano definitivi, perché il rimosso non sopravviveva. Altre volte erano rimozioni solo temporanee, venivano seguite, più o meno tempo dopo, da reincarichi. Mao aveva rimosso due volte Deng Xiaoping, e due volte lo aveva richiamato al governo. Talvolta le resurrezioni avevano del miracoloso. Di solito l’alto personaggio che aveva perso la grazia dell’imperatore veniva rimosso e portato via di peso dalle guardie del corpo dell’imperatore. In epoca Ming si chiamavano “Guardie dalle uniformi ricamate”, un corpo dei servizi segreti. Talvolta il malcapitato veniva consegnato subito al boia. Talaltra tenuto agli arresti domiciliari, o inviato in esilio, o in campagna, a rinfrescarsi la mente. Per combinazione, proprio nei giorni in cui era in corso il Congresso del Partito comunista cinese stavo leggendo un saggio su come un imperatore sostituiva, puniva o promuoveva i suoi Grandi segretari nella Cina del 1500. Si intitola Four Seasons: A Ming Emperor and His Grand Secretaries in Sixteenth-Century China (Rowman & Littlefield 2016). Autore è lo storico e sinologo dell’Università del Kansas John W. Dardess, specialista della dinastia Ming, forse la più splendida e “illuminata” della storia cinese. Il mondo allora aveva 400 milioni di abitanti. 150 milioni vivevano in Cina, che era il paese di gran lunga più prospero e stabile al mondo, mentre le potenze europee si sbranavano tra di loro, erano dilaniate dalle guerre di religione, la Russia arretrata era governata con pugno di ferro da Ivan il Terribile e i Turchi ottomani si stavano impadronendo dell’Europa e del Mediterraneo orientali. E’ una lettura avvincente come un romanzo, credetemi. A ogni pagina sembra si parli di cose della nostra epoca.
E’ il 1550, annus horribilis per la Cina. Siccità, carestie, invasioni: l’imperatore trova un capro espiatorio, il comandante militare supremo
Ero arrivato al capitolo in cui l’imperatore, verso la fine del suo lungo regno, è in difficoltà, rischia addirittura di perdere il trono di fronte ad un malcontento crescente, e pensa bene di prendersela con un capro espiatorio. E’ il 1550, un annus horribilis per la Cina. Quell’inverno non aveva nevicato, né piovuto per quasi sei mesi. Nel nord i raccolti sono devastati da una siccità senza precedenti. La capitale è investita da tempeste di sabbia. C’era stato un terremoto nel Liaodong. Imperversavano le epidemie. Si erano prosciugate le entrate fiscali. Dal nord premevano i barbari Lu, che, privati dei mercati per i loro cavalli, erano arrivati a minacciare addirittura Pechino, la capitale. Dalle coste del sud imperversavano i pirati giapponesi e di Taiwan.
Ordinò che la salma del generalissimo Qiu Luan, già morto, venisse riesumata, gli fosse tagliata la testa ed esposta presso le guarnigioni
Il capro espiatorio fu il sino a quel momento potentissimo comandante militare supremo. Non ci si limitò ad attribuirgli la responsabilità dei disastri militari. Gli si attribuì anche la colpa della corruzione diffusa che aveva svuotato le casse dello stato. Come se non bastasse, si aggiunse l’accusa di altro tradimento. Anziché combattere come dovuto i Lu (un popolo mongolo del nord, poi scomparso) si era mostrato debole, concedendo al loro capo, Altan Khan, i mercati in cui smerciare i loro cavalli. It’s the Economy, Stupid! Gli si attribuì intelligenza coi nemici. Avrebbe inviato messaggi segreti ai pirati giapponesi, si sarebbe arricchito trafficando coi barbari del nord. Peggio ancora: avrebbe tramato un golpe di palazzo per destituire l’imperatore. Due suoi stretti collaboratori furono convinti, con il falso avviso di un arresto imminente, a scappare. Furono catturati appena usciti da Pechino, torturati e costretti a confessare che il Generalissimo Qiu Luan era a capo del complotto. Questi, per sua fortuna, nel frattempo era già morto (sembra di cancro), ché altrimenti gli sarebbe magari venuta la bizza di difendersi. L’imperatore ordinò che la salma venisse riesumata, gli fosse tagliata la testa ed esposta a turno presso le nove guarnigioni di frontiera. I genitori, la consorte, i figli, i suoi due collaboratori furono anche loro decapitati. Le concubine e nipoti furono dati in schiavitù a funzionari che avevano meritato (tra questi molti stretti collaboratori e sottoposti dello squartato postumo, che l’avevano immediatamente abbandonato appena annusato che era in disgrazia). Le proprietà vennero confiscate. Gli altri familiari e clienti furono esiliati.
L’imperatore si chiamava Jiajing. Uno degli ultimi, prima che la dinastia Ming fosse scalzata dai più agguerriti invasori Manciù. Regnò 45 anni, dal 1521 al 1567. C’è chi lo considera un imperatore indolente, anzi assente, sempre chiuso nel palazzo che si era fatto appositamente costruire sulle colline occidentali, fuori della mischia. Il libro di Dardess lo presenta invece, sulla base di una mole imponente di documenti primari, come attivissimo, lettore infaticabile delle migliaia di memoriali, rimostranze, denunce che gli vengono presentati. Segue la formazione dei gruppi dirigenti, dell’immensa burocrazia scelta per merito e per esami. E’ attentissimo anche a quel che succede ai confini, e nelle 159 prefetture in cui è divisa l’immensa e complessissima macchina amministrativa. In apparenza delega al Grande segretario e ai suoi collaboratori nella segreteria. In realtà li segue con estrema attenzione, non perde una battuta delle tensioni fra di loro e degli intrighi di corte, media i conflitti di opinione e di potere. Li sostituisce periodicamente: cambierà almeno quattro Grandi segretari, alternando tecnocrati e pragmatici. Talvolta li richiama in servizio qualche tempo dopo averli allontanati.
Jiajing (il titolo scelto da questo imperatore viene da un classico confuciano, significa: colui che migliora, insomma il Riformatore) diceva che il Grande segretario era un po’ come il primo ministro, carica abolita. Uno dei Grandi segretari osò contraddirlo, sostenendo che il Primo ministro era l’Imperatore stesso. Il ministero più importante era quello dei Riti. Presiedeva a quasi tutto, alle cerimonie, ovviamente, e alla costruzione degli altari, agli elaboratissimi viaggi di ispezione dell’imperatore nelle province, ma anche all’interpretazione dei prodigi, alle previsioni del tempo e ai grandi lavori idraulici, alla politica estera, alla nomina del personale, alle dispute tra le grandi famiglie, i principi e i potentati locali, alla sicurezza e alla polizia, al sistema scolastico e degli esami imperiali, all’assunzione e alla formazione dei cuochi, dei traduttori, degli interpreti, dei medici. Non a caso non c’è mai stato Grande segretario che nel suo curriculum non avesse un lungo periodo di apprendistato al ministero dei Riti. E’ ancora così. Se si va a guardare le carriere dei nuovi massimi dirigenti della Cina, si può scoprire che non ce n’è uno che non abbia fatto carriera facendo per un certo tempo il segretario di qualcuno abbastanza importante da promuoverlo e proteggerlo. La carriera dello stesso Xi Jinping è dovuta al fatto che il padre era un importante generale. Ma più ancora all’essere stato assunto nel 1979 come segretario da Geng Biao, un diplomatico che aveva lavorato con suo padre, e poi a bottega presso il braccio destro del proconsole del Fujian, promosso poi membro dell’ufficio politico. L’importante è essere il segretario del potente giusto al momento giusto.
Peng Dehuai era l’unico a dare del tu a Mao, ma criticò apertamente il Grande balzo in avanti. Fu rimosso da tutti gli incarichi e messo ai domiciliari
Un’espulsione da un consesso imperiale assai più recente, e più direttamente attinente alla dinastia attuale, la dinastia comunista fondata da Mao, è la caduta in disgrazia di Peng Dehuai alla conferenza di Lushan nel 1959. Peng era ministro della Difesa. Godeva di un prestigio enorme, aveva più volte salvato Mao durante la Lunga marcia e le campagne di accerchiamento e distruzione da parte di Chiang Kai-shek. Era stato l’ideatore della “campagna dei Cento reggimenti” contro i giapponesi nel 1940. Poi il comandante supremo del milione di volontari cinesi mandati in Corea contro gli americani. Era l’unico abituato a dare del tu a Mao. Entrambi erano dello Hunan, la terra del peperoncino piccante e del linguaggio colorito. Non aveva mai avuto paura di dirgliene quattro, e anche litigare col capo supremo. Non per niente definivano lui e Mao come “i due muli testardi dello Hunan”. Ma a Lushan aveva fatto un errore: aveva criticato apertamente il Grande balzo in avanti. Nel merito aveva pienamente ragione, era un disastro che sarebbe costato alla Cina decine di milioni di morti per fame, un buco demografico spaventoso. Peng aveva scritto una lunga lettera a Mao. Il memoriale all’imperatore, talvolta brutale in franchezza, è una tradizione millenaria. Ma a Lushan era stato stampato e distribuito a tutti i presenti. Mao reagì malissimo. Al quarto giorno della conferenza gli rispose per le rime, accusandolo di complottare contro di lui, di guidare una cricca antipartito, al soldo dello straniero. Il riferimento, trasparente, era ai sovietici. A Krushev, che in quel momento proponeva la coesistenza pacifica con gli americani e aveva negato ai cinesi la bomba atomica.
Non si sa se Peng sia stato scortato a forza fuori dal convegno. Si sa che fu privato di tutti i suoi incarichi e posto agli arresti domiciliari. Mao inveì con la caratteristica oscenità cinese, il tamadi: “Si lamenta che ho fottuto sua madre per 18 giorni (tanto era durata la conferenza nella pittoresca località montana di Lushan). Lui a Yenan mi ha fottuto la madre per 40 giorni…”. Nessuno dei presenti lo difese, nemmeno Zou Enlai, Liu Shaoqi o Chen Yun, che pure erano anche loro critici del Grande balzo. Deng Xiaoping se l’era cavata dandosi malato: disturbi alle gambe. Peng avrebbe inutilmente cercato una spiegazione con Mao inviandogli un memoriale noto come “La lettera degli ottantamila caratteri”. A tutt’oggi non è mai stata resa nota. Con la Rivoluzione culturale Mao avrebbe fatto i conti con gli altri. Iniziò con un articolo in cui si criticava una pièce teatrale, “Le dimissioni di Hai Rui”, su un alto funzionario ingiustamente rimosso durante il regno dell’imperatore Jiajing. Vi videro un subdolo riferimento al dimissionamento di Peng Dehuai. Le Guardie rosse gli spaccarono la schiena. Mao non ebbe mai un gesto di solidarietà o compassione nei suoi riguardi.
“Dunque vi sono due Aleph: l’Aleph bianco e l’Aleph nero, il nero è l’ombra del bianco e il bianco è la luce del nero. Lo spirito si riflette nella materia e la materia non si mostra che nello spirito. La materia è la lettera dello spirito; lo spirito è il pensiero della materia.
Se non ci fosse l’ombra, la luce non sarebbe visibile, se non ci fosse la luce, l’ombra sarebbe inapprezzabile e informe.
Dio scrive sulla pagina nera della notte con lo splendore delle stelle e sulla pagina bianca del giorno con l’oscurità della notte. La via unica serpeggia tra il giorno e la notte e si mantiene con il loro equilibrio. È ciò che i cinesi esprimono con il pantacolo di Confucio.”