RELIGIONI ABRAMITICHE E MITOLOGIE INDOEUROPEE

di Giuseppe Aiello

Molti sostenitori o seguaci delle tradizioni indoeuropee, per ben distinguerle o contrapporle alle tradizioni semitiche, sottolineano spesso come le prime non si basino sulla “paura”, sulla “umiliazione”, sulla “mortificazione” di sé (che evidentemente secondo loro caratterizzerebbero gli abramitici) ma onorano la divinità invitando a “stare eretti” in mezzo alla fatalità della vita, per l’onore della divinità che è in ogni essere umano…
Ora, non voglio parlare a nome del cristianesimo perché il discorso sarebbe complesso e con numerosi distinguo, ma mi sento di affermare con relativa certezza che quantomeno nell’ebraismo e nell’Islam:
1) non vi è “paura”, ma ciò che in arabo è taqwa, che è quel timore di venir meno all’obbedienza e alla propria responsabilità di fronte alla Divinità, di non essere in grado di eseguire l’ordine divino, insomma ciò che in ambito militare ogni guerriero prova nei confronti del superiore e del comandante in capo.
2) non vi è né “umiliazione” né tantomeno “mortificazione” di Se, ma solo della parte inferiore di sè, l’ego, la nafs inferiore, ciò che è animale o se vogliamo, troppo umano, lungo il percorso della realizzazione spirituale. Studiatevi Evola e capirete la Jih@d.
Questo fraintendimento sull’atteggiamento di fondo rispetto alla Divinità, unitamente alla onnipresente (ed errata) contrapposizione monoteismo vs politeismo (questo, va detto, soprattutto per colpa dei teologi abramitici) è uno dei pregiudizi, diciamo così, più duri a morire, e per incomprensibili (per me) da 30 anni ormai che studio religioni e mitologie

RELIGIONI ABRAMITICHE E MITOLOGIE INDOEUROPEE
RELIGIONI ABRAMITICHE E MITOLOGIE INDOEUROPEE

Cina, Xi Jinping: Non possiamo promettere di rinunciare all’uso della forza

a cura di Adnkronos

Nel suo discorso di apertura al congresso del partito comunista cinese, il presidente è tornato a parlare dei progetti su Taiwan e altri territori che Pechino non considera indipendente, bensì sue province. La replica dall’isola: “Lo scontro militare non sia un’opzione”

Aprendo il congresso del partito comunista cinese, il presidente Xi Jinping ha detto che la Cina va riunificata e, se non lo si può fare in modo pacifico, non vanno escluse altre opzioni. Il messaggio è per Taiwan e tutti gli altri territori che Pechino non considera indipendenti, bensì sue province. “Le ruote della storia stanno girando verso la riunificazione e il ringiovanimento della grande nazione cinese. La riunificazione completa deve essere realizzata e può senza dubbio essere raggiunta”, ha detto Xi domenica, attirando quello che secondo il Guardian è stato l’applauso più forte durante un discorso durato due ore. “Continueremo ad operarci per una riunificazione pacifica con la massima sincerità e il massimo sforzo, ma non prometteremo mai di rinunciare all’uso della forza e ci riserveremo la possibilità di adottare tutte le misure necessarie”, ha detto.

La replica di Taiwan
Dall’isola è arrivata la replica: “C’è consenso nell’opinione pubblica […] sul fatto che non vi possano essere compromessi su sovranità territoriale, democrazia e libertà e che lo scontro militare non deve essere un’opzione per entrambi i lati dello stretto di Formosa”, ha detto un portavoce della presidente Tsai Ing-wen. “La squadra di sicurezza nazionale sta monitorando attentamente la situazione – aggiunge sempre Chang Tun-han dell’Ufficio presidenziale – e continueremo a prestare massima attenzione agli sviluppi”.

I precedenti
Le mire di Pechino su territori come Taiwan erano già note da tempo e il Paese ha già fatto capire in diverse occasioni fino a che punto è disposto a spingersi per raggiungere i suoi obiettivi. Lo scorso agosto, per esempio, ha dato il via ad un imponente esercitazione militare delle sue truppe nel mare che circonda Taiwan: una dimostrazione di forza per rispondere alla “irresponsabile” visita sull’isola di Nancy Pelosi, Speaker della Camera statunitense e terza carica istituzionale dello Stato.

In quel caso, Pechino aveva parlato di ingerenza estera e Xi Jinping è tornato a farlo nel suo discorso, mettendo in guardia chi decidesse di intromettersi nella disputa su Taiwan. Non sono stati fatti nomi, dice il Guardian, ma il messaggio era probabilmente rivolto soprattutto agli Usa. Anche lo scorso mese di settembre, il presidente Joe Biden è tornato a ripetere che Washington difenderà il territorio nel caso fosse attaccato.

La difesa della strategia zero-Covid
Il presidente cinese, che al termine di questo congresso dovrebbe essere incaricato di un peculiare terzo mandato da segretario generale, ha anche difeso le scelte fatte in questi anni per combattere il virus e che sono frutto di un crescente malcontento tra la popolazione. Ad un certo punto del suo lungo discorso, ha detto che “bisogna accettare le critiche delle persone”, ma ha anche fatto capire che non è disposto a ripensare i rigidi lockdown imposti anche a fronte di pochissimi casi, e che questa strategia rimarrà in vigore. “Ha messo le persone e le loro vita sopra ad ogni altro”, ha sottolineato, tornando a parlare di “guerra al virus”.

Fonte: Upday

Cina, Xi Jinping: Non possiamo promettere di rinunciare all'uso della forza
Cina, Xi Jinping: Non possiamo promettere di rinunciare all’uso della forza

LA DESTRA DEVE GUARDARE AL FUTURO MA ANCHE RIMANERE SALDAMENTE IDENTITARIA

di Fabrizio Fratus

In questi ultimi due decenni il mondo della destra politica si è frammentata tra coloro che inseguono una posizione intransigente ferma agli anni ’90 in antitesi a una Destra che cerca una nuova collocazione nella modernità. La realtà è però un’altra, la mancanza di una capacità di elaborazione di idee nuove o aggiornate alla società in cui viviamo. Mentre per la prima volta nella storia della repubblica italiana una donna, pure di destra, si accinge a divenire capo del governo a destra si iniziano distinguo assolutamente pretestuosi. Tra chi sostiene come FdI sia caduta in una trappola per cui ora al governo si dovrebbe occupare di situazioni talmente problematiche che farà una figuraccia sino a chi definisce FdI un nuovo cavallo di troia del sistema liberal-democratico .
Noi pensiamo diversamente, pensiamo che oggi FdI sia un partito in transizione, deve ancora formarsi in molte sue componenti. A fine 2012, circa 10 anni fa, si era costituito rapidamente solo per presentarsi alle politiche del 2013, perchè la prima regola in politica è esistere: al contrario l’azione nella società diviene quasi nulla. Ottenuto il risultato alle politiche del 2013 FdI ha proceduto alla creazione di una struttura basata su una percentuale del 3/4 % dei voti alle elezioni. Dopo le elezioni europee nel 2019 ecco il partito di Giorgia Meloni arrivare a oltre il 6% e quindi divenire un punto di riferimento forte a destra. I sondaggi hanno incominciato a gonfiarsi mentre al governo veniva sostituito Conte con Draghi verso un governo del presidente in cui la Meloni restava l’unica forza parlamentare di opposizione. In questo cammino durato 10 anni il partito di Giorgia Meloni non ha avuto il tempo di sviluppare elaborazioni culturali e ideologiche, ma ha agito nel contingente. A volte restando collegato a idee del passato, altre invece virando su quelle un po’ troppo moderniste.
Ma da chi è costituito il partito? In sostanza da tre anime differenti, alcuni vecchi dirigenti di Alleanza Nazionale, la dirigenza di Azione Giovani (è qui vi è una grande differenza generazionale molto importante) e un mondo precedentemente estraneo come quello arrivato da una parte di Forza Italia. Se si fosse letto il libro “Io sono Giorgia. Le mie radici le mie idee” si comprenderebbero bene le posizioni del Presidente di Fratelli d’Italia e del paese che sogna, idee con le “radici” ben impiantate nella tradizione della destra politica ma che guardano alla realtà del mondo moderno.
Tra le questioni da risolvere quanto prima vi è l’eterna posizione di contrasto a destra tra identitari e liberal-conservatori, i primi a difesa dell’autodeterminazione dei popoli e quindi la non intrusione nelle vicende di scontro per il potere nei paesi vicini e lontani. Dall’altra parte una componente, un po’ più vicina alle idee anglosassoni, per cui vi sia una civiltà superiore alle altre (quella occidentale) da promuovere nel resto del mondo come modello dominante. Proviamo a capire le due posizioni in relazione a quanto sta succedendo in Iran. Da una parte vi sono coloro che pensano vadano sostenute le rivolte di una parte delle donne che manifestano con gli studenti in quanto si ritiene la teocrazia iraniana nemica dell’occidente e della modernità e contro la libertà individuale delle persone. In opposizione a questa visione vi è il mondo identitario che al contrario sostiene come le rivolte siano in parte controllate da piccole Élite sostenute da forze esterne al paese iraniano (come avvenuto nel precedente decennio con le rivoluzioni arabe) e soprattutto pensa che l’Iran, paese con tradizioni millenarie, non si comprensibile agli occidentali modernisti.
Noi del Talebano siamo da sempre identitari e la nostra posizione si è più volte manifestata con posizioni ben definite. Anche per quanto riguarda la situazione in Iran la pensiamo in un modo preciso:
· I paesi con storia millenaria e con usi e costumi hanno tutto il diritto di autodeterminarsi
· La rivolta in Iran è di una parte minima della popolazione che vorrebbe promuovere un modello basato sulla libertà individuale in una società in cui tradizionalmente è la comunità a dominare usanze e costumi
· La rivolta in atto equivale a quella che noi abbiamo chiamato secolarizzazione e che ha prodotto le diverse disfunzioni sociale come l’allontanamento dal Sacro, l’individualismo sfrenato basato sui diritti dell’individuo su quelli sociali, aborto indiscriminato, crisi della famiglia, crisi dell’identità sessuale, aumento di fobie e depressioni.
Con queste considerazioni non sosteniamo che il sistema iraniano sia migliore del nostro, sia più bello da vivere, ma che ogni popolazione ha un percorso differente e che la logica occidentale del progressismo economico, tecnologico, sociale come individuale sia un problema non solo per noi occidentali ma per tutto il mondo!

Fonte: Il Talebano

LA DESTRA DEVE GUARDARE AL FUTURO MA ANCHE RIMANERE SALDAMENTE IDENTITARIA
LA DESTRA DEVE GUARDARE AL FUTURO MA ANCHE RIMANERE SALDAMENTE IDENTITARIA

LA NEGATIVITA’ DELLE PERSONE

di Giuseppe Aiello

Purtroppo si stenta ad accettare il fatto che vi sono persone portatrici di negatività.

Potrebbero anche saperlo, ma a volte non se ne rendono neppure conto. Di fatto poi “scaricano” presenze “cattive” e di disturbo su persone che incontrano, soprattutto su quelle che per sensibilità o debolezza psichica sono recettive. Come spiegarlo?

Se in un secchio d’acqua immergo una sbarra di ferro, non si impregna affatto, se vi immergo un pezzo di legno, si impregna un po’, ma se ci metto una spugna…

I soggetti “spugna “ assorbono queste negatività e stanno male.

Lo avevo scritto e mi permetto di ricordarlo ancora: facciamo attenzione alle persone che ci stanno intorno.

LA NEGATIVITA' DELLE PERSONE
LA NEGATIVITA’ DELLE PERSONE

STABILIRE UN LEGAME CON DIO

a cura dell’associazione internazionale SOL COSMICUS

“Ciò che voglio è trasmettervi dei metodi che vi permetteranno di realizzare quello che costituisce lo scopo di ogni religione: stabilire un legame con Dio“.

Omraam Mikhaèl Aivanhov 

Tratto dal libro: DALL’ UOMO A DIO coll. Izvor, edizioni Prosveta
Dal Gruppo CENTRO STUDI Omraam Mikhaël Aïvanhov

STABILIRE UN LEGAME CON DIO
STABILIRE UN LEGAME CON DIO

Wang Yi all’ONU: la Cina ha scelto pace e sviluppo, non saccheggio e colonialismo

di Fabio Massimo Parenti

L’ultima sessione dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite è giunta nel bel mezzo di una fase estremamente critica della politica internazionale. La guerra in Ucraina, con il rischio, paventato da più parti, di un’irreversibile escalation, sta chiaramente monopolizzando l’attenzione del pianeta. Nell’aspro confronto, sempre meno a distanza, tra Washington e Mosca, l’Ucraina assomiglia ogni giorno di più ad un vasto campo di battaglia dove si sta decidendo una parte importante degli equilibri globali del prossimo futuro.

Gli attori giocano ormai a carte scoperte, avendo dichiarato i propri intenti. Da un lato, la Russia, che, sentitasi minacciata lungo i propri confini, ha deciso di intervenire prima che il Donbass e le altre aree russofone del Paese fossero prese d’assalto dai battaglioni nazionalisti ucraini, ormai decisi a chiudere la questione con una vasta e massiccia operazione militare. Dall’altro, gli Stati Uniti che, dopo otto anni di forti pressioni ed interferenze nella politica strategica e militare di Kiev, cercano di danneggiare quanto più possibile le forze armate russe per costringerle al ritiro e favorire un regime-change al Cremlino.

In questo quadro, la Cina è tutt’altro che semplice parte terza, come più di qualche osservatore ha sostenuto negli ultimi otto mesi. Sin dalle primissime settimane di conflitto, Pechino ha ribadito alcuni dei principi fondamentali della sua dottrina di politica estera. Se da un lato il Ministero degli Esteri cinese ha sempre sottolineato l’importanza di rispettare la sovranità e l’integrità territoriale di ogni singolo Stato, rimarcando il tradizionale approccio cinese alla non-ingerenza e non-aggressione, dall’altro ha richiamato il principio di indivisibilità della sicurezza, secondo cui quest’ultima è un bene comune condiviso che nessuno può aumentare a discapito di altri, invitando in particolare i governi della NATO a tenere nella dovuta considerazione le garanzie richieste in questo senso dalla Russia negli ultimi anni di fronte all’ipotesi di ingresso nell’Alleanza Atlantica non solo dell’Ucraina ma anche della Georgia.

Durante il suo intervento all’ONU del 24 settembre scorso, come era del resto lecito attendersi in una sede del genere, il Ministro degli Esteri Wang Yi ha però voluto allargare lo sguardo all’intero scenario globale, interpretato dal punto di vista della Cina.

Ricordando, da una parte, come il mondo si trovi in una contingenza “irta di sfide” e sia entrato in una “nuova fase di turbolenze e trasformazioni”, durante la quale “cambiamenti inediti nell’ultimo secolo stanno accelerando”, Wang ha voluto anche sottolineare che, dall’altra parte, quest’epoca è anche “piena di speranza”. Pace e sviluppo restano – nelle parole del Ministro cinese – tendenze fondamentali dei nostri tempi, così come l’appello al progresso e alla cooperazione da parte dei popoli del pianeta si stia facendo più forte che mai.

La risposta di Pechino, secondo Wang, è “ferma e chiara” e si articola in alcuni punti essenziali finalizzati ad un unico obiettivo: costruire una comunità dal futuro condiviso per l’intera umanità, come più volte rimarcato negli ultimi anni dal Presidente Xi Jinping, che ha fatto di questo scopo la direttrice profonda della sua dottrina di politica estera.

Stando a quanto indicato dal Ministro, in primo luogo è cruciale che tutti i Paesi sostengano la pace opponendosi alla guerra e alle turbolenze, mantenendosi fedeli all’impegno di “affrontare le divergenze attraverso mezzi pacifici” e “risolvere le dispute tramite il dialogo e la consultazione”.
Questi devono inoltre perseguire lo sviluppo e sradicare la povertà, in modo che ciascun cittadino di ciascun Paese possa fruire dei vantaggi recati dalla crescita economica in modo equanime. Altro compito fondamentale è quello di mantenersi aperti opponendosi ad una logica esclusiva, con riferimento al commercio e agli investimenti. In questo ambito è essenziale – secondo il massimo rappresentante diplomatico di Pechino – sostenere il sistema multilaterale del commercio che vede la WTO al centro per edificare un’economia mondiale aperta.

Su questo versante, la Cina resta pienamente impegnata ad “implementare una nuova filosofia di sviluppo imperniata su una crescita innovativa, coordinata, verde e aperta per tutti”, persegue “uno sviluppo di alta qualità” ed incoraggia “un nuovo paradigma di sviluppo”. Ricordando come in Cina risieda un quinto della popolazione mondiale, Wang ha spiegato che la marcia del suo Paese verso la modernizzazione mantiene una “rilevanza importante e di vasta portata” per il pianeta intero.

“Il percorso che la Cina ha scelto è fatto di pace e sviluppo, non di saccheggio e colonialismo”, ha proseguito il Ministro, che ha aggiunto: “È un percorso di cooperazione reciprocamente vantaggiosa, non a somma-zero, ed è un percorso fondato sull’armonia tra uomo e natura, non sul distruttivo sfruttamento delle risorse”.

Sul fronte più strettamente geopolitico, Wang ha manifestato per l’ennesima volta l’opposizione della Cina a qualsiasi tentativo di ripescare le vecchie logiche della Guerra Fredda, che divisero il potere politico-militare mondiale in due grandi blocchi, relegando alla marginalità il resto del pianeta, che chiedeva, attraverso il Movimento dei Non-Allineati, di essere ascoltato. In un mondo profondamente cambiato, caratterizzato dall’emersione di diversi poli di sviluppo (multipolarità), i Paesi dovrebbero promuovere il dialogo e la cooperazione reciprocamente vantaggiosa, ripudiando lo scontro, la coercizione e il famigerato gioco a somma-zero che caratterizzò il periodo 1945-1989.

Non divisione ma rafforzamento della solidarietà, non barriere ideologiche ma lavoro congiunto per “espandere i punti in comune e la convergenza degli interessi” al fine di “promuovere la pace e lo sviluppo mondiale”. In quest’ottica va letto anche l’appello di Wang a “sostenere l’eguaglianza ed opporsi alla prevaricazione”: i Paesi dovrebbero dunque supportare e praticare un vero multilateralismo, promuovendo l’eguaglianza di tutti gli Stati in termini di diritti, regole ed opportunità, e costruire un nuovo tipo di relazioni internazionali fondato su rispetto reciproco, equità e giustizia nonché cooperazione dal mutuo vantaggio (win-win).

Dopo aver rimarcato l’importanza della Cina quale Paese membro permanente del Consiglio di Sicurezza dell’ONU e prima economia mondiale tra quelle in via di sviluppo, Wang ha illustrato ai presenti l’impegno del gigante asiatico come “costruttore di pace mondiale, contributore allo sviluppo globale, difensore dell’ordine internazionale, fornitore di beni pubblici e mediatore di questioni cruciali”.

Nel 2021, il Presidente Xi Jinping ha lanciato l’Iniziativa Globale di Sviluppo (GDI), un vasto ed esteso appello a “riparametrare l’attenzione della comunità internazionale sullo sviluppo” e a “costruire una comunità globale centrata sullo sviluppo”. Un’iniziativa ribadita dal Ministro nel suo discorso all’ONU, poco prima di introdurre l’unica questione specifica affrontata nell’intero intervento: quella relativa a Taiwan.
Wang ha sottolineato che la provincia governata da Tsai Ing-wen è una “inalienabile parte del territorio cinese sin dai tempi antichi”, rimarcando la centralità del principio di ‘Una sola Cina’, come sancito dal diritto internazionale tramite la Risoluzione 2758, votata a larga maggioranza dalla stessa Assemblea Generale il 25 ottobre 1971, quando il seggio legale all’ONU fu restituito a Pechino espellendo i rappresentanti delle autorità di Taiwan da un posto “che essi avevano fino a quel momento occupato illegalmente”, come recita la risoluzione stessa.

Un avvertimento, per niente velato, agli Stati Uniti e all’Amministrazione Biden, che durante l’estate ha avallato la visita ufficiale della Portavoce della Camera, Nancy Pelosi, cioè della seconda carica nella linea di successione presidenziale del Paese. Chiunque cercherà di frapporsi tra la Cina e il suo obiettivo di portare a compimento il processo di riunificazione nazionale è destinato “a scontrarsi con la solida opposizione di tutti i cinesi”, e qualunque tentativo di bloccare questo processo è destinato “ad infrangersi sulle ruote della storia”.

Fonte: L’ANTIDIPLOMATICO

Wang Yi all’ONU: la Cina ha scelto pace e sviluppo, non saccheggio e colonialismo
Wang Yi all’ONU: la Cina ha scelto pace e sviluppo, non saccheggio e colonialismo

LA FILOSOFIA AL SERVIZIO DI DIO

di Dario Chioli

Ma insomma, se Dio, aldilà dei nomi che gli si danno o delle caratteristiche che gli si attribuiscono, è – e lo è – il centro e la base di ogni fenomeno fisico e spirituale, come può esistere una filosofia vera – ricerca e amore di sapienza – che non sia al tempo stesso teologia? Che valore possono avere speculazioni su altri enti che al paragone sono solo fantasmi, superstizioni pseudoscientifiche, illusioni pseudoumanistiche? Se il filosofo non si occupa di Dio e della morte, cioè della comune speranza e della comune via per raggiungerla (farfalla che esce dal bozzolo della morte con un nuovo corpo), qual è il suo ruolo, oltre a quello di tediare il mondo con costruzioni immaginarie e superflui lagni narcisistici?

Molti sedicenti filosofi attuali sembrano pensare alla filosofia come oggetto d’accademia universitaria o magari di chiacchiere salottiere, come una forma di blanda psicanalisi e sinecura profittevole, rigorosamente priva, beninteso, di connotazioni etiche ed obblighi comportamentali. Ma non è così, una simile visione è del tutto stolta, e conduce chi la professa a condurre la vita illusoria di un pazzo che insegue fantasmi che nessun altro riscontra, salvo che abbia contratta la stessa malattia. L’etica è il fondamento di tutto, e si fonda su una dimensione interiore, senza la quale nulla ha significato.

Signori miei, se Dio è – e lo è – la fonte di tutto, voi non potete infischiarvene ed essere filosofi. Sarete solo dei poveri veneratori di simulacri mentali arcidefunti.

LA FILOSOFIA AL SERVIZIO DI DIO
LA FILOSOFIA AL SERVIZIO DI DIO

FRANCO FREDA SULL’IRAN DI KHOMEINI E LA RUSSIA TRADIZIONALE

a cura di Giuseppe Aiello

Quando la destra radicale non era atlantista: l’intervista di Freda a La Stampa nel 1986:

«La rivoluzione di Khomeini è l’unica vera rivoluzione. Una società sacrale, guidata da un illuminato dalla verità, non da un illuminista. Il suo Iran mi ricorda l’Europa del Medioevo, e lui è un sacerdote della giustizia. Il sangue tolto ai prigionieri? Sono le tragedie di chi ha delle responsabilità. È meglio salvare i nemici del popolo o coloro che muoiono per la comunità? Reagan, invece, è la quintessenza del mercantilismo e dell’egemonia degli Usa, è il peggio di una società antieuropea!» (…) «Le sembrerà strano, ma io spero nella Russia. Se saprà liberarsi dalle sue aspirazioni coloniali, se saprà ripulirsi dal marxismo-leninismo. Allora potrà unificare l’Europa delle etnie. Forse, però, è solo un’utopia. Ma gli Usa no, invece, sono il male peggiore. No, non mi piace neppure Papa Wojtyla, è un capo di Stato, non un capo spirituale.»

Tratto da: Ettore Boffano, «Intervista con il “soldato nero” prosciolto dalla strage di Milano», La Stampa, lunedì 10 marzo 1986, intervista a Franco «Giorgio» Freda.

FRANCO FREDA SULL'IRAN DI KHOMEINI E LA RUSSIA TRADIZIONALE
FRANCO FREDA SULL’IRAN DI KHOMEINI E LA RUSSIA TRADIZIONALE

Cina, Xi Jinping leader supremo verso il terzo mandato

di Gabriele Battaglia

Il XX Congresso stabilirà la composizione della futura leadership cinese. Una modifica del 2018 allo statuto del Partito ha sancito che il segretario generale può rimanere in carica oltre i due mandati di dieci anni complessivi. E Xi Jinping è la scelta dell’avanguardia leninista che non ha nessuna intenzione di rinunciare al potere.

Il 16 ottobre inizia il ventesimo congresso del Partito comunista cinese, che oggi ha circa 97 milioni di iscritti. Duemilatrecento delegati provenienti da tutto il paese “produrranno” (tecnicamente “eleggeranno”) il nuovo comitato centrale composto da circa duecento membri effettivi e centosettanta supplenti, cioè senza diritto di voto. Una volta costituito, il nuovo comitato centrale eleggerà il Politburo (25 membri), il comitato permanente del Politburo (7 membri attualmente, erano 9 nel periodo 2002-2012) e il segretario del Partito, cioè la carica suprema. Tutto il processo dovrebbe durare una settimana-dieci giorni, quindi per fine ottobre conosceremo la composizione della futura leadership cinese.

Di congressi ce n’è uno ogni cinque anni, ma quelli con numero pari sono i più importanti, perché è lì, ogni dieci anni, che di solito avviene il cambio della leadership. Così, Xi Jinping si è insediato nel diciottesimo congresso del 2012 e, secondo le vecchie regole, avrebbe dovuto passare la mano proprio ora a vantaggio di una nuova generazione di leader (la “sesta generazione”), ma una modifica del 2018 allo statuto del Partito ha sancito che il segretario generale può rimanere in carica oltre i due mandati di dieci anni complessivi. La quinta generazione, ma più che altro il leader supremo Xi, non molla l’osso.

Xi Jinping ha 69 anni, di solito il limite anagrafico per gli incarichi di vertice è stabilito a 68, ma per lui questo non vale. L’unica certezza che si ha in questi giorni è infatti che resterà in carica per almeno un altro mandato (quindi, tecnicamente, sarebbe il terzo, per una leadership che attraversa tre congressi e tre comitati centrali, 18-19-20). Questo lo sanno tutti, non si discute: parlando “fuori onda” con fonti cinesi si percepisce come sia un argomento di cui è meglio non parlare neppure; più o meno ironicamente c’è chi dice che tutta la nazione “auspica” che lui resti ancora il numero uno. Più controverso è il destino dell’attuale numero due, Li Keqiang (67 anni), che all’ultimo Lianghui (“due sessioni”, la convocazione annuale dei due parlamenti cinesi, che di solito si tiene a marzo) ha annunciato che quello sarebbe stato il suo ultimo. Ma qui bisogna fare un distinguo: in Cina esistono cariche di Stato e cariche di Partito che tecnicamente non sono la stessa cosa. Xi Jinping è presidente della Repubblica Popolare Cinese e segretario generale del Partito comunista, così come Li Keqiang è premier e numero due nella gerarchia di Partito. Il fatto che non sarà più premier non significa automaticamente che non possa restare ai vertici nella nuova composizione del comitato permanente del Politburo (l’elite delle elite che governa di fatto il paese).

Il potere, in Cina, deriva quindi dall’accumulo di cariche: così, oltre a essere numero uno nel Partito e nello Stato, Xi Jinping è anche presidente della Commissione Militare Centrale, cioè capo dell’esercito. È lui il leader indiscusso, osservare chi occuperò gli altri posti di vertice darà forse qualche indicazione della traiettoria futura della Cina. Ma forse anche no, i criteri di selezione sono spesso sfuggenti, hanno a che fare con equilibri interni, rapporti di fedeltà, capacità.

Ci sono voci di corridoio secondo cui al posto di Li Keqiang, potrebbe diventare numero due Wang Yang (67 anni), attualmente il numero quattro della gerarchia. Artefice del “modello Guangdong” (la provincia più ricca del paese), Wang ha la fama di essere attento allo sviluppo economico e alle esigenze delle imprese private, nonché almeno in parte aperto (o tollerante) verso la società civile. Durante il suo incarico come leader del Guangdong ci fu l’esperimento di Wukan, la cittadina che si ribellò contro la leadership locale e a cui fu concessa un’elezione diretta – che fece il giro del mondo – per scegliersi quella nuova. Nella Cina di oggi, dove la sicurezza ha sostituito lo sviluppo economico come priorità politica, una eventuale collocazione di Wang in alto indicherebbe forse un prossimo cambiamento di rotta che però non è assolutamente nell’aria.

Un altro nome che circola è quello di Hu Chunhua (59 anni), detto “il piccolo Hu” (per distinguerlo dall’ex leader Hu Jintao), che sarebbe quindi un’anteprima della sesta generazione di leader, messo sotto l’ala protettrice di Xi. Stesso discorso per Chen Min’er (62 anni), segretario del Partito a Chongqing, megalopoli chiave della Cina centrale che negli ultimi dieci anni ha attraversato vicissitudini politiche di ogni genere, con defenestrazioni eccellenti – come quella dell’ex presunto rivale di Xi JinpingBo Xilai, e di un suo successore, Sun Zhengcai – ma anche luminose carriere, come nel caso di Zhang Dejiang, già membro del comitato permanente del Politburo durante il primo mandato di Xi.

Chiunque riesca a intrufolarsi nella stanza dei bottoni, sarà comunque soggetto a Xi Jinping, sempre più leader supremo. Sul numero uno e la natura del suo potere sempre più assoluto ci sono due scuole di pensiero.

La prima, vagamente hollywoodiana, propende verso l’interpretazione secondo cui l’individuo Xi, in una continua saga di potere, abbia gradualmente imposto un regime personalistico a tutte le correnti interne al Partito comunista nonché il proprio culto della personalità. A scanso di equivoci, questa visione non appartiene solo a osservatori esterni generalmente anti-cinesi, ma è diffusa anche all’interno della società locale. La seconda scuola di pensiero – a cui aderiamo senz’altro – propende piuttosto nell’identificare in Xi un prodotto del Partito comunista in una particolare fase della sua evoluzione. Dopo il “decennio perduto” di Hu Jintao-Wen Jiabao, anni in cui tra le altre cose la corruzione era al massimo e il consenso al minimo, il Partito comunista cinese ha deciso di puntare sull’uomo forte costruito in casa, un leader il cui carisma non fosse naturale come nel caso di Mao Zedong – intellettuale, vincitore della guerra antigiapponese e anti-Kuomintang – ma prodotto dallo stesso apparato. Ed ecco la campagna anticorruzione iniziata nei mesi precedenti all’insediamento di Xi nel 2012 – e continuata alla grande con lui al potere – nonché la costruzione di un nuovo culto della personalità basato sul “presidente di popolo”. Di fronte alle crescenti “turbolenze esterne” (il conflitto con gli Usa) e interne, Xi Jinping è la scelta dell’avanguardia leninista che non ha nessuna intenzione di rinunciare al potere.

In questo quadro, fin dal diciottesimo congresso che l’ha incoronato, Xi Jinping ha introdotto il concetto dei “due centenari”, cioè i due obiettivi di lungo periodo della Cina sotto la sua guida. Il primo: entro il 2021 (centesimo anniversario della fondazione del Partito comunista), la Cina diventerà “una società moderatamente prospera a tutti gli effetti”. Questo obiettivo è stato raggiunto l’anno scorso, almeno così ha detto lo stesso Partito durante le celebrazioni per i suoi primi cent’anni. Se guardiamo i dati del 2021, la Cina si colloca 79esima nel reddito nominale pro-capite su 216 paesi, con 12.556 dollari. Aggiungendo altri parametri, osserviamo che praticamente tutti i cinesi hanno accesso all’acqua potabile, sanno leggere e scrivere e possiedono un telefono cellulare (anzi magari due). Covid e altri problemi strutturali permettendo, diciamo comunque che la “società moderatamente prospera” è conseguita. Il secondo: entro il 2049 (centesimo anniversario della Repubblica Popolare), la Cina diventerà un “paese socialista forte, democratico, civile, armonioso e moderno”. Qui si entra nell’astrattezza, perché il 2049 è ancora lontano e perché ognuno dei termini sopra citati apre a problemi e disquisizioni infinite. Ma l’astrattezza è proprio un passe-partout per concedersi passi avanti e indietro, sterzate e aggiustamenti.

Nel progetto di lungo periodo, il Covid, la nuova guerra fredda con gli Usa, la guerra-guerreggiata in Ucraina, sono le circostanze interne ed esterne con cui fare i conti ora e subito. Ma per osservare il ventesimo congresso del Partito comunista, bisogna anche tener presente che l’obiettivo finale è il 2049, quando il “sogno cinese” (zhongguo meng) del “grande ringiovanimento della nazione cinese” (zhonghua minzu weida fuxing) – un’altra astrattissima elaborazione dell’era Xi – dovrà realizzarsi, qualsiasi cosa sia. E chissà se nel 2049 il 96enne Xi sarà lì ad assistervi.

Fonte: Il Fatto Quotidiano

Cina, Xi Jinping leader supremo verso il terzo mandato
Cina, Xi Jinping leader supremo verso il terzo mandato

GERMANIA: IL PRIMO PERDENTE UFFICIALE DEL CONFLITTO UCRAINO

di Daniele Perra

Abbiamo finalmente il primo perdente ufficiale del conflitto: la Germania (non sorprendentemente, il Paese europeo che “ospita” il maggior numero di truppe USA: circa 35.000 a fronte di un esercito tedesco che non supera i 90.000 effettivi).

Per anni la cancelliera Angela Merkel ha cercato di attuare una politica del doppio binario lavorando al contempo con Russia e Stati Uniti per trasformare la Germania nel principale centro di distribuzione del gas russo in Europa. A questo scopo, mentre assecondava i desideri di Washington di boicottare il corridoio meridionale (South Stream) che dalla Russia avrebbe dovuto portare il gas in Europa via Mar Nero, Turchia e Bulgaria, dall’altro lato, spingeva per la realizzazione del North Stream 2. A questo proposito bisogna ricordare che entrambi i corridoi (nord e sud) puntavano ad aggirare l’Europa orientale trasformata dai piani USA in antemurale atlantista contro la Russia. Già alla Conferenza di Monaco sulla sicurezza del 2007 Vladimir Putin dichiarava: “E adesso, invece, loro stanno cercando di imporre a noi nuove linee di separazione e muri. Muri che, seppur virtuali, nondimeno tracciano divisioni nette, tagliando trasversalmente il nostro continente. Ci vorranno decenni, e diverse generazioni di diplomatici, per demolire questi muri.” Va da sé che in quel periodo Putin parlava ancora di “grande famiglia europea”. Qualcosa che non si ritrova più nei suoi discorsi. Il 24 febbraio, infatti, si riferì agli europei occidentali in questi termini: “I loro satelliti [degli USA] non solo accettano docilmente ogni decisione e ripetono ‘sì’ come pappagalli, ma ne seguono i comportamenti e si conformano con entusiasmo alle regole che vengono loro imposte. Pertanto si può affermare con buona ragione che l’intero blocco occidentale, che gli Stati Uniti hanno plasmato a loro immagine e somiglianza, è intrinsecamente il medesimo impero delle menzogne”.

Tornando a Germania e Stati Uniti, il loro boicottaggio del South Stream ebbe iniziale successo. A seguito di un imponente attacco speculativo al sistema bancario bulgaro e di un incontro a porte chiuse tra i rappresentati del governo di Sofia ed una delegazione USA guidata dal fu John McCain (già protagonista di Euromaidan a Kiev con Victoria Nuland, addirittura raffiguranta in un affresco nella cattedrale di Ternopil – giusto per dare un’idea della desacralizzazione dello spazio ortodosso orientale portata avanti a tappe forzate dal 1999 in poi), la Bulgaria optò per la sospensione dei lavori. A sua volta, il progetto sostitutivo (il TurkStream) dovette subire non pochi attacchi. In quel periodo (15 novembre 2015) arrivarono l’abbattimento di un caccia russo da parte della Turchia (cosa che portò ad una immediata fuga di capitali da Mosca ed Ankara) ed il tentato golpe contro Erdogan (luglio 2016).

L’obiettivo, naturalmente, era quello di favorire lo sviluppo di corridoi alternativi (TANAP, TAP, BTE) volti a garantire l’afflusso di gas azero in Europa (progetti comunque dal volume piuttosto basso che, al massimo, avrebbero potuto avere un ruolo complementare al South Stream).

Già a partire dal settembre 2016, il riavvicinamento tra Russia e Turchia portò ad un rinnovato interesse per il TurkStream divenuto realtà tra 2017 e 2020. Il controllo russo sulla fascia settentrionale del Mar Nero, in questo senso, è fondamentale per mettere in sicurezza questo corridoio ed evitargli un destino in stile Nord Stream. Il controllo russo sulla Crimea (con la base bavale di Sebastopoli), in particolare, consente alla flotta russa del Mar Nero di avere un prezioso punto di appoggio e rifornimento. Non a caso, l’ex generale USA, ex direttore della CIA ed ora direttore del KKR Global Institute (fondo di investimento al quale appartiene l’Axel Springer SE che possiede i giornali tedeschi Die Welt e Bild) David Petraeus ha suggerito di affondare completamente la flotta russa del Mar Nero in caso di utilizzo russo di armi nucleari tattiche anche a basso potenziale. Cosa che lascia presagire la non remota possibilità di operazioni “falsa bandiera” visto che difficilmente i russi utilizzerebbero armi nucleari in prossimità al loro territorio. Il KKR è anche famoso per aver finanziato l’Operazione Timber Sycamore con la quale la CIA riforniva i “ribelli moderati” in Siria.

La Crimea e Mariupol in mani russe, inoltre, consenteno a Mosca il pieno dominio sul sistema “cinque mari”: una rete idroviaria ideata da Stalin che, attraverso fiumi (Don e Volga) e canali artificiali connette le principali città interne della Russia ai mari del nord (Baltico e Bianco) ed a quelli del sud (Azov, Caspio, Mar Nero).

L’avvento al potere dell’inetto Scholz, il sabotaggio del Nord Stream, ed il protagonismo di Erdogan (che scalzano la Germania dal ruolo che per essa pensò l’ex cancelliera) segnano il definitivo fallimento della strategia di Angela Merkel. Un fallimento di cui è comunque corresponsabile visto che nulla ha fatto realmente per vigilare sul rispetto degli accordi di Minsk negli anni passati. Di fatto, l’unica via che avrebbe potuto frenare il conflitto in corso.

P.S. Da non tralasciare il fatto che da quando il norvegese Jens Stoltenberg (uomo dei Clinton e di Tony Blair) è segretario della NATO (dal 2014, dice nulla?), il suo Paese, nonostante l’usura dei giacimenti e con tanto di nuovo collegamento verso la Polonia, ha enormemente aumentato i propri profitti derivati dalla vendita di gas e petrolio. Per il 2022 si parla di 109 miliardi di dollari di guadagni (un aumento di oltre 80 miliardi rispetto all’anno precedente).

GERMANIA: IL PRIMO PERDENTE UFFICIALE DEL CONFLITTO UCRAINO
GERMANIA: IL PRIMO PERDENTE UFFICIALE DEL CONFLITTO UCRAINO