I FRONTI DELLA RUSSIA

di Daniele Perra

Ai primi di settembre è iniziata la tanto pubblicizzata controffensiva propagandistico-militare ucraina in stretta collaborazione con i servizi di intelligence anglo-americani e con la NATO. Di fatto, mentre l’esercito ucraino, tra primavera e primi mesi d’estate, veniva decimato nel Donbass (tra morti, feriti e prigionieri, le forze armate russe avrebbero messo fuori combattimento tra le 150,000 e le 200,000 unità ucraine, numero estremamente alto se si considerano i limiti autoimposti da Mosca all’impegno di uomini e mezzi), un nuovo esercito (costituito di coscritti e mercenari) veniva addestrato ed armato dall’Occidente nelle retrovie. I dati forniti dal Pentagono in questo senso sono abbastanza emblematici. Dall’inizio della cosiddetta “Operazione Militare Speciale” gli Stati Uniti hanno addestrato 1.475 militari ucraini all’utilizzo delle armi nordamericane: 630 sono stati addestrati all’utilizzo degli obici M777; 325 all’utilizzo dei sistemi HIMARS; 330 sugli obici M109; 120 sugli M113 APC; ed altri ancora all’utilizzo dei sistemi aerei con pilota remoto.

L’offensiva congiunta NATO-Ucraina si è concentrata soprattutto nella regione di Cherson (Ucraina meridionale) e nella regione di Kharkov (Ucraina nord-orientale). Non è ancora chiaro se l’attacco su Cherson sia servito da “diversivo” per distrarre l’esercito russo dalla regione nord-orientale (possibile obiettivo reale dell’offensiva vista la scarsa presenza di difese organizzate). Ciò che al momento appare evidente è l’ingente costo in termini di vite umane che l’offensiva ha portato con sé su entrambi i settori (ad ulteriore dimostrazione del fatto che l’Occidente sia assolutamente pronto a combattere fino all’ultimo ucraino).

L’iniziativa di Kiev sicuramente merita un’analisi approfondita in termini di costi/benefici per ciò che concerne tutte e tre le dimensioni della guerra: quella militare; quella politico-economica e quella culturale. In primo luogo, come ha riportato l’ex gen. Fabio Mini in un articolo apparso l’11 settembre su Il Fatto Quotidiano, è bene chiarire che il ripiegamento difensivo (per accorciare le linee di rifornimento ed acquisire tempo utile alla riorganizzazione militare) è una tattica normale e consueta in una guerra convenzionale come quella in atto nel Paese dell’Europa orientale. É stata utilizzata negli otto anni pregressi di conflitto sia dalle forze armate ucraine sia dai ribelli separatisti. Ed è stata utilizzata dagli stessi Russi in diverse occasioni nel corso dell’“Operazione Militare Speciale” per evitare la formazione di sacche e/o calderoni (ciò che, al contrario, è accaduto a Mariupol alle forze armate ed alle milizie ucraine rimaste accerchiate senza possibilità rifornimento; ciò che, tornando indietro nel tempo, accadde alla VI° Armata tedesca a Stalingrado nel corso della Seconda Guerra Mondiale). La storia militare russa presenta diversi casi in questo senso. Ad esempio, con le dovute proporzioni, nonostante l’esito non del tutto negativo della Battaglia di Borodino (7 settembre 1812), il gen. Michail Kutuzov scelse di ripiegare consentendo all’esercito napoleonico di entrare a Mosca. Questo, tuttavia, decimato (Napoleone stesso definì lo scontro come “la più terribile delle mie battaglie”) e privo di una effettiva vittoria sul campo, si dimostrò incapace di mantenere le posizioni acquisite nel corso del tempo.

Il caso ucraino presenta alcune affinità ed evidenti divergenze. Innanzitutto è opportuno valutare l’effettivo valore strategico di una “vittoria” ottenuta quasi esclusivamente a causa del ritiro dell’avversario (ragione per cui parlare di “collasso” delle difese russe rimane piuttosto fuorviante). Di fatto, i suddetti limiti che Mosca ha imposto all’Operazione in Ucraina non le hanno potuto consentire di difendere in egual modo e con la medesima intensità un fronte di oltre 1000 km. Preso atto di ciò, si è preferito concentrare le difese nel sud e nei territori delle repubbliche separatiste rimasti intaccati dall’offensiva ucraina (fatta eccezione per un tentativo di sfondare le linee nei pressi di Lysychansk che, al momento, non sembra aver sortito particolare effetto). Non a caso, durante la stessa offensiva ucraina nella regione Kharkov, i Russi hanno continuato ad avanzare nella regione di Donetsk (il cui territorio è ancora in parte sotto controllo di Kiev) ottenendo alcuni rilevanti successi (si veda la conquista di Kodema).

Liberazione e protezione della popolazione russofona delle regioni Donetsk e Lugansk rimane la pietra angolare sulla quale Mosca ha costruito la giustificazione “umanitaria” all’Operazione Militare Speciale. Ad essa si aggiungono le motivazioni più squisitamente geopolitiche come la protezione della Crimea (la cui base navale di Sebastopoli, al pari di quella di Tartus in Siria per il Mare Mediterraneo, risulta fondamentale per il rifornimento della flotta russa nel Mar Nero) e la volontà di escludere la NATO dalla fascia settentrionale del suddetto mare. Ciò comprometterebbe non poco il progetto atlantista di accerchiare e rendere indifendibile il territorio russo attraverso la cooptazione nell’Alleanza di Ucraina e Georgia; inoltre limiterebbe l’efficacia dell’Iniziativa Tre Mari rivolta al “doppio contenimento” russo-tedesco ed alla degermanizzazione dell’UE per mezzo della decostruzione del tessuto industriale tedesco e delle sue aree satellite (ad esempio, i distretti industriali dell’Italia settentrionale).

Sembra quasi paradossale, ma la Russia sta combattendo in Ucraina anche per l’Europa, sebbene questa, accecata da una classe politico-dirigente che obbedisce agli ordini d’Oltreoceano, sia incapace di riconoscerlo. Il progetto Tre Mari, infatti, è totalmente rivolto ad ancorare l’Europa orientale agli Stati Uniti in modo da trasformarla in una vera e propria portaerei nordamericana, costruita per il contenimento della Russia e per il controllo della parte centro-occidentale del continente. Nelle infrastrutture previste dal progetto, infatti, spiccano i rigassificatori polacchi e croati (fondamentali per il trasferimento di GNL nordamericano) e la ferrovia Danzica-Costanza (utilizzabile anche per il trasporto militare, al pari di altri corridoi paneuropei) che si pone a debita distanza dalle basi militari russe di Kaliningrad e nella Transnistria (dunque, a distanza di sicurezza dalle avanzate strumentazioni di guerra elettronica) e risulta ben protetta dalla basi NATO di Redzikovo e Deveselu[1].

In secondo luogo, è opportuno notare che il volume di territorio riconquistato dalle forze armate ucraine nella regione di Kharkov (nonostante il valore strategico di cuscinetto protettivo dell’area settentrionale della Repubblica separatista di Lugansk) rimane piuttosto ridotto. Si parla di circa 3000 km² (per rendere meglio l’idea, la Sardegna ha una superficie di 24.000 km²). A ciò si aggiunga che l’elevato numero di perdite, come affermato dal gen. Marco Bertolini, impedirà a Kiev di svolgere azioni simili nei prossimi 5 o 6 mesi (tempo necessario al nuovo addestramento di coscritti ed all’immissione di nuovi mercenari di varia natura sul suolo ucraino)[2]. Non solo. Mosca, come azione di ritorsione, ha subito inviato un chiaro messaggio al governo ucraino mettendo fuori uso in poche ore buona parte delle infrastrutture elettriche dell’area sud-orientale del Paese (ovvero, lungo la linea del fronte) ed i sistemi ferroviari indispensabili al trasporto di materiale bellico[3]. In questa regione sono infatti presenti la maggior parte delle infrastrutture energetiche ucraine (tutte risalenti all’epoca sovietica) tra cui (oltre all’ormai celebre centrale nucleare di Zaporižžja sotto controllo russo già dalle prime fasi del conflitto) diverse centrali termoelettriche indispensabili per il sostentamento energetico del Paese. Fino ad oggi, nonostante la propaganda occidentale abbia cercato di dimostrare il contrario, la Russia ha cercato di limitare in ogni modo gli attacchi diretti alle infrastrutture civili. A questo proposito un paragone con l’Operazione Allied Force della NATO contro l’ex Jugoslavia si rende indispensabile. In quell’occasione, nel corso dei 78 giorni di bombardamenti, decollando soprattutto dalla basi italiane, la NATO distrusse 63 ponti, 14 centrali elettriche, 23 linee e stazioni ferroviarie, 100 centri d’affari, raffinerie e fabbriche automobilistiche, causando danni per oltre 100 miliardi di dollari[4] (senza considerare gli inquantificabili danni ambientali generati dall’utilizzo massiccio di proiettili ad uranio impoverito, problema del quale sono affette anche le aree sottoposte a servitù NATO in Italia, come il poligono militare di Quirra nella già citata Sardegna). Ciò che sorprende è che, colpendo soprattutto infrastrutture civili, la NATO lasciò quasi intatta la capacità militare dell’esercito jugoslavo. Ragione per cui (ancora una volta paradossalmente) la Russia di El’cin fu costretta a fare pressioni su Milosevic per costringerlo ad accettare una pace di compromesso (piuttosto umiliante) pur di tirare fuori l’Alleanza Atlantica dal vicolo cieco nel quale si era cacciata (considerando che nessuno Stato membro era disposto allora ad inviare truppe di terra).

Naturalmente, il comportamento della NATO nell’ex Jugoslavia non giustifica un’eventuale simile postura della Russia in Ucraina. Tuttavia, rende bene l’idea di ciò che potrebbe avvenire nel caso in cui le forze armate ucraine oltrepassassero i limiti che Mosca ha cercato di porre e porsi.

Dunque, l’offensiva nella regione di Kharkov rimane un episodio non particolarmente decisivo (come non lo fu il ritiro russo dall’area settentrionale del Paese) all’interno del confronto militare in corso. Chi scrive rimane fermamente convinto che i maggiori successi fin qui ottenuti da Kiev siano maggiormente ascrivibili alle azioni di sabotaggio che i servizi ucraini (coadiuvati da quelli occidentali) sono stati capaci di compiere dietro le linee russe distruggendo diversi depositi di munizioni rivelatisi fondamentali per i successi russi nel Donbass. Come è stato riportato nel gazzettino ufficiale del Corpo dei Marines statunitensi, le azioni diversive russe nell’area settentrionale dell’Ucraina nel corso della prima fase dell’Operazione Militare Speciale erano soprattutto rivolte a distrarre le forze armate ucraine dalle principali aree di interesse russe, fascia meridionale e Donbass, dove si è avuto tempo e modo per accumulare un quantitativo enorme di materiale bellico fondamentale per l’offensiva primaverile. Il fatto che l’azione su Kiev avesse un valore eminentemente diversivo è stato dimostrato dal fatto che i Russi, in quelle aree, a differenza di quanto fatto nel Donbass, non hanno in alcun modo proceduto con forme di assimilazione diretta come l’introduzione di sistemi telefonici e bancari russi o con la sostituzione del personale amministrativo[5].

Resta da valutare l’impatto morale ed emotivo dell’offensiva ucraina. Sicuramente, se Kiev non fosse commissariata dalla NATO, potrebbe sfruttare l’onda lunga di questo successo per riaprire il discorso negoziale con la Russia e porre fine in modo più che onorevole ad una condizione di conflitto che, oscillando tra bassa ed alta intensità, dura ininterrotta da più di otto anni. Diverso è il discorso per ciò che concerne la Russia. Il ritiro dalla regione di Kharkov, nonostante il non decisivo impatto militare, rappresenta un duro colpo in termini di proiezione di influenza, visto che questa regione (in larga parte russofona) poteva rientrare di diritto nei già citati progetti di assimilazione diretta (non a caso, le voci di persecuzioni della popolazione da parte delle forze di sicurezza ucraine si fanno già abbastanza consistenti). Rappresenta un duro colpo perché incrina uno dei pilastri della cosiddetta “dottrina Gerasimov” impostata sull’idea di conflitto “non lineare” in cui il processo bellico rappresenta sì una fase cruciale della guerra, ma non quella più importante, visto che ad esso si collega un complesso sistema di destrutturazione ideologico-economica dell’avversario ispirato da correnti di pensiero militare (antiche e moderne) tipicamente orientali (nello specifico, incrina il principio di demoralizzazione del contendente diretto attraverso gli strumenti propri della guerra ibrida). E rappresenta un duro colpo anche sul piano interno per ciò che concerne il tasso (comunque ancora elevato) di approvazione del quale gode la figura di Vladimir Putin e per ciò che concerne il dibattito sulla gestione “oculata” o meno dell’Operazione Militare Speciale.

A questo proposito, sarà bene ricordare che uno degli obiettivi prefissati dal piano elaborato dal think tank nordamericano Rand Corp nel 2019 per indebolire la Russia era proprio quello di adottare ogni misura necessaria per aumentare nella popolazione russa la percezione che il governo di Vladimir Putin non persegua affatto l’interesse nazionale. In questo contesto, la poderosa campagna propagandistica (contornata da disinformazione) che ha accompagnato l’offensiva ucraina in Occidente ha sicuramente svolto un ruolo di primo piano. Tuttavia, è altresì opportuno ricordare che una (comunque assai remota) defenestrazione dall’alto di Putin, ad oggi, non porterebbe nessun particolare vantaggio all’Occidente, viste le reiterate provocazioni nei confronti della Russia ed il ruolo “frenante” che proprio il Presidente russo ha svolto in questi anni di fronte al rischio sempre più concreto di veder scivolare il mondo verso la catastrofe di un conflitto globale su vasta scala. Ciò che la propaganda occidentale (per ignoranza o per malafede) evita scientemente di sottolineare è il fatto che non è per niente sicuro che Putin possa venire rimpiazzato da una personalità più “moderata”.

Così come evita di sottolineare che, tramite la complessa struttura decisionale (verticistica e stratificata) del Partito Russia Unita, Putin negli ultimi due decenni è riuscito ad assumere il ruolo di arbitro tra una galassia di interessi estremamente eterogenei (dalle istanze liberali a quelle più apertamente nazionalistiche e belliciste) ed in costante conflitto tra loro. In qualità di “decisore ultimo” (incarnazione di quello schmittiano concetto di sovranità che in Cina è fatto proprio dal Partito Comunista), Putin ha infatti svolto una incessante azione di bilanciamento che gli ha consentito di ottenere risultati più che ragguardevoli, soprattutto in termini di ridimensionamento della rete oligarchico-cleptocratica costruita nell’era El’cin e di ricostruzione e riorientamento del tessuto economico-industriale russo (basti pensare che nel 2016 la Russia ha superato gli Stati Uniti come principale esportatore di grano al mondo). Ed è abbastanza naturale che per questi semplici motivi l’Occidente non lo abbia particolarmente in simpatia.

In questo processo di (tentata) delegittimazione dei vertici politici russi rientra anche il recente attacco azero nei confronti dell’Armenia (le forze armate azere avrebbero attaccato direttamente il territorio armeno a Goris, Kapan, Vardenis e Jernuk) che punta non solo ad aprire (potenzialmente) un nuovo fronte di destabilizzazione nella regione caucasica, ma anche a rendere nulli gli sforzi russi di mediazione tra i contendenti e (eventualmente) a coinvolgere l’Iran, la cui condivisione di confini con l’Armenia rimane fondamentale per la cooperazione strategica con l’Unione Economica Eurasiatica.

La dinamica in cui si sono svolti i fatti va sicuramente valutata con estrema attenzione, data l’estrema ambiguità che ha storicamente contraddistinto il Primo Ministro armeno Nikol Pashynian (salito al potere con modalità da “rivoluzione colorata” ma che deve la sua riconferma e salvezza proprio a Mosca, nonostante la rovinosa disfatta nella guerra del 2020). Tuttavia, è importante sottolineare anche il pernicioso ruolo svolto da Baku nei processi di destabilizzazione della regione caucasica a partire dalla fine degli anni ’90 del secolo scorso, quando l’Azerbaigian (attraverso la compagnia Mega Oil, società ombra della CIA fondata dai veterani Richard Secord, Edward Deadborn ed Heine Aderholt) divenne centro di addestramento e smistamento per i miliziani gihadisti diretti in Cecenia.

Oltre a quello dell’Asia centrale, dove il sedicente “Stato Islamico” continua ad operare in sostanziale comunità di intenti con la CIA (si veda l’attentato contro l’ambasciata russa a Kabul dopo un accordo di cooperazione tra Russia e Afghanistan), rimangono caldi anche il fronte africano, mediorientale e balcanico. Soprattutto in Africa, la Russia ha operato in modo estremamente efficace, cercando di “accerchiare” da sud la NATO attraverso la cooperazione sempre più stretta con i Paesi dell’Africa settentrionale (Algeria in primo luogo, seguita dall’Egitto) e con quelli della fascia sahariana e subsahariana (il caso maliano e della Repubblica Centrafricana, in questo senso, sono emblematici) dove, in cooperazione con la Cina, è riuscita anche a limitare la plurisecolare influenza franco-britannica. Un ruolo di primo piano in questo contesto l’ha avuto sicuramente il celeberrimo Gruppo Wagner, l’esercito privato dell’oligarca Evgeni Prigozin, che, lavorando a stretto contatto con i servizi di sicurezza russi, agisce come procacciatore di clienti per l’industria militare di Mosca e come strumento di proiezione di influenza occupandosi, nei Paesi in cui è presente, anche di logistica medica ed alimentare[6].

Diverso è il discorso per ciò che concerne i fronti mediorientale e balcanico. In Siria, a differenza di quanto avvenuto in Libia dopo che Gheddafi promise la creazione di una base russa a Bengasi, Mosca è riuscita a sostenere il legittimo governo di Bashar al-Assad ed a salvare le preziose basi di Tartus e Latakia sviluppando con la Turchia una sia pur fragile cooperazione che nel Paese levantino ha visto sgretolarsi i sogni subimperialisti nutriti dall’amministrazione Obama.

Non meno rilevante è (ed è stato) il ruolo turco nel teatro balcanico (anche di fronte alle nuove tensioni ai confini tra la Serbia e l’entità kosovara). Qui gli interventi della NATO negli anni ’90 (Operazione Maritime Monitor, Operazione Deny Flight e la già citata Operazione Allied Force), contornati dall’immissione e dall’addestramento di milizie gihadiste nella regione (tra cui spicca il kosovaro UCK addestrato dalla CIA in Albania), rinvigorendo la storica linea di penetrazione turco-ottomana nei Balcani (la cosiddetta “dorsale verde”), avevano il preciso scopo di accerchiare la componente cristiano-ortodossa della regione cercando di rompere la continuità culturale-religiosa che arriva fino ai confini russi.

A partire dai primi anni 2000, la progettualità geopolitica neoottomana ha incontrato la dottrina sulla “profondità strategica” di Ahmet Davutoğlu (incentrata sulla proiezione di influenza turca in tutto il mondo turanico resa esplicita dall’appoggio diretto all’Azerbaigian) ed il concetto di “Patria blu” dell’ammiraglio Cem Gürdeniz, rivolto a garantire alla Turchia il necessario dominio sul tratto di mare adiacente alle sue coste.

Agendo sempre in difesa del proprio interesse nazionale, la Turchia è riuscita a creare una sorta di bilanciamento tra la sua partecipazione all’Alleanza Atlantica e la sua posizione geografica che la rende un ponte naturale tra Asia ed Europa ed un interlocutore fondamentale per la Russia. Di fatto, nonostante certe frizioni geopolitiche, la Turchia di Erdoğan è riuscita ad accreditarsi sia come socio dell’industria energetica russa (in contrasto con i progetti di cooperazione nel settore gassifero tra Israele, Cipro e Grecia) sia come fornitore militare dei Paesi NATO nell’Europa orientale (Polonia in primo luogo) e della stessa Ucraina, che sull’accordo di produzione in loco dei droni di progettazione turca Bayraktar Tb-2 ha costruito buona parte della sua dottrina militare recente.


NOTE

[1]G. Gabellini, 1991-2022 Ucraina: il mondo al bivio. Origini, responsabilità e prospettive, Arianna Editrice, Bologna 2022, p. 166.

[2]“La controffensiva di Kharkiv non può essere replicata”, spiega il generale Bertolini,12 settembre 2022, www.agi.it. Sul limitato capitale umano spendibili nel conflitto da parte di Kiev si veda Guerra demografica e guerra economica, 10 giungo 2022, www.eurasia-rivista.com.

[3]Si veda Breaking: blackout in Ukraine, 11 settembre 2022, www.southfront.org.

[4]A. Burgio – M. Dinucci – V. Giacché, Escalation. Anatomia della guerra infinita, Derive/Approdi, Roma 2005, p. 30.

[5]Si veda The Russian invasion of Ukraine, Maneuverist Paper No. 22: Part II, The mental and moral realms, United States Marine Corps Gazette, Agosto 2022.

[6]I gruppi mercenari agiscono ovunque nel medesimo modo. A prova di ciò si può portare all’attenzione il tristemente noto gruppo nordamericano Blackwater. Xe service dal 2009 e Academi dal 2011, la compagnia Blackwater è stata fondata da Erik Prince. Balzato alle cronache per aver cercato di scalzare alcune compagnie russe nel sostegno a Khalifa Haftar in Libia, Prince, tra il 1997 ed il 2010, ha ottenuto 2 miliardi di dollari in contratti governativi da parte di Washington per sostenere lo sforzo bellico in Iraq e Afghanistan, più altri 600 milioni di dollari ottenuti dalla CIA per contratti classificati come segreti. I suoi uomini sono stati banditi dall’Iraq a seguito della strage di Piazza Nisour a Baghdad (settembre 2007) nel corso della quale morirono 17 civili iracheni ed altri 20 rimasero gravemente feriti. E lui stesso è entrato a vario titolo in vicende inerenti traffico di armi, petrolio e minerali preziosi. Cosa che la dice ben lunga sul ruolo che i gruppi privati esercitano sui territori nel quale operano. Il suo legame con l’Ucraina è altrettanto problematico. Già nel febbraio 2020, Prince avrebbe manifestato al consigliere di Volodymyr Zelensky Igor Novikov il suo interesse a creare una compagnia militare privata formata da ex veterani della guerra nel Donbass. Inoltre, avrebbe sostenuto l’idea di costruire una società per produrre munizioni e mettere sotto un unico marchio le principali compagnie aeronautiche del Paese. L’obiettivo, infatti, sarebbe stato quello di creare un “consorzio di difesa aerea verticalmente integrato” capace di competere con giganti come Boeing ed Airbus attraverso l’acquisizione della Antonov e della compagnia Motor Sich (principale società ucraina produttrice di motori per aerei). L’operazione avrebbe dovuto essere sostenuta dalle pressioni nordamericane per fare in modo che la stessa Motor Sich non venisse acquistata da compagnie cinesi (pratica largamente utilizzata anche in Italia). All’inizio dell’estate 2020, l’Ucraina avrebbe mosso i primi passi per trasformare in realtà il progetto dell’“imprenditore” nordamericano. Nel giugno del medesimo anno, Prince è entrato in contatto diretto con l’ufficio presidenziale ucraino tramite l’ex produttore televisivo ed amico personale di Zelensky Andriy Yermak (noto anche per il ruolo di interlocutore diretto di Kurt Volker e Rudy Giuliani nella realizzazione di dossier anti-Biden in cambio dello sblocco degli aiuti militari USA all’Ucraina durante l’amministrazione Trump). Il piano d’affari prevedeva, tra le altre cose, lo sviluppo di una serrata cooperazione con l’intelligence ucraina per la pianificazione strategica, per quella logistica e per l’addestramento delle forze di sicurezza ucraine.
Questi fatti non stonano più di tanto con le dichiarazioni del portavoce della milizia popolare della Repubblica di Donetsk Eduard Basurin, che aveva denunciato la presenza di addestratori militari americani nella regione di Sumy riconducibili ad Academi già nei primi mesi del 2022. Questi, nello specifico, avrebbero preparato le milizie del Battaglione Azov ad un eventuale attacco su vasta scala nel Donbass.

Fonte: Eurasia Rivista

I FRONTI DELLA RUSSIA
I FRONTI DELLA RUSSIA

L’Europa è sotto scacco!

a cura di Michele Perrotta

E’ tutt’altro che un semplice ‘Complotto’, si tratta di un programma, ben delineato, funzionale all’Agenda dei soliti ‘noti’ in atto da secoli:

‘La nostra politica è quella di fomentare le guerre, ma dirigendo conferenze di pace, in modo che nessuna delle parti in conflitto possa avere guadagni territoriali.

Le guerre devono essere dirette in modo tale che le nazioni, coinvolte in entrambi gli schieramenti, sprofondino sempre di più nel loro debito e, quindi, sempre di più sotto il nostro potere’.

(Mayer Amschel Rothschild – [1744-1812])

Fonte: lamisticadell’anima

L'Europa è sotto scacco!
L’Europa è sotto scacco!

Nella testa del Dragone tra Deng, Confucio e microchip

di Angelo Campodonico

I saggi di Giada Masetti, esperta della Cina, aiutano a comprendere il mondo del Dragone, tra tradizioni antichissime, confucianesimo e vorticoso sviluppo.

Quando una persona viene a conoscenza della biografia di un illustre concittadino che secoli fa è stato missionario in Cina, contribuendo a far conoscere in Occidente quel Paese lontano, può anche accadere che si appassioni alla cultura di quella nazione. Il francescano Basilio Brollo, nato a Gemona nel 1648, fu missionario e vescovo in Cina dove compilò il primo e per molto tempo unico dizionario cinese-latino.

Anche Giada Mesetti, pure lei friulana di Gemona, si è appassionata alla lingua e alla cultura cinese e anche alla Cina odierna, soggiornando per anni in Cina e pubblicando prima La Cina è già qui. Perché è urgente capire come pensa il Dragone? (Mondadori 2020) e, più recentemente, Nella testa del Dragone. Identità e ambizioni della nuova Cina (Mondadori 2022). Il primo volume ci aiuta a capire, ricorrendo ad esempi azzeccati, la cultura cinese e le differenze fra il loro e il nostro modo di vivere.

Per fare ciò può essere certamente utile leggere i bei volumi del noto sinologo francese François Jullien che l’autrice cita spesso, sottolineando in particolare come la differenza culturale, anziché un ostacolo, sia uno scarto che apre risorse e fecondità, o quelli dello psicologo sociale Richard Nisbett sull’approccio cinese globale (olistico) alla vita a differenza di quello occidentale più analitico. Ma il volume di Giada Mesetti, ricco di esempi tratti dalla vita quotidiana, permette a tutti di capire più agevolmente quali siano le differenze fra il nostro modo di vedere la vita e quello cinese. In questo, il ruolo della lingua, dei peculiarissimicaratteri cinesi, è fondamentale. Il sistema di scrittura è profondamente radicato nella cultura e il suo ruolo è costitutivo dell’identità cinese. Esso ha posto pure molte difficili sfide, poi felicemente superate, come documenta il volume, al tentativo della Cina contemporanea di mettersi al passo con l’Occidente e la sua tecnologia.

Per quanto riguarda il tema dell’identità culturale, l’autrice sottolinea che il grande Paese asiatico non ha mai smesso nel suo complesso di essere confuciano, adottando un atteggiamento inclusivo, capace nei secoli di assimilare gradualmente il nuovo senza grossi traumi. Significativamente la concezione “confuciana” della meritocrazia nella selezione dei funzionari statali attraverso concorsi pubblici è stata importata dalla Cina in Occidente in epoca illuministica (p. 77). Il senso della collettività confuciano è stato ricuperato dalla nuova dirigenza cinese e ha giocato un ruolo centrale nell’approccio alla pandemia. In questa prospettiva oggi il governo di Xi Jinping cerca di affrontare con l’appoggio della popolazione il tema, assai sentito dopo il veloce sviluppo economico degli ultimi anni, delle crescenti disuguaglianze sociali. Interessante è il fatto che l’autrice sottolinei che, nonostante ciò, in Cina una opposizione possa esistere, pur manifestandosi in forme diverse rispetto all’Occidente, ed il governo faccia di tutto per monitorare le insofferenze presenti nella popolazione al fine di mantenere la coesione sociale.

Sul piano tecnologico sotto molti profili la Cina ha già superato gli Usa: il computer più progredito al mondo, tempi più veloci nella costruzione di infrastrutture, tecniche sviluppatissime per il riconoscimento facciale (che ovviamente possono essere usate con esiti eticamente ambivalenti). Per moltissimo tempo gli Usa hanno sottovalutato la Cina che, silenziosamente, ha dimostrato di seguire lo slogan denghiano: “Nascondi le tue capacità e attendi il tuo tempo”. Oggi devono fare i conti con il suo presentarsi sul palcoscenico mondiale come un competitore a pari livello. Come si osserva sinteticamente in conclusione: “La Cina è l’esperimento meglio riuscito nel laboratorio della globalizzazione. In un quarantennio il Paese asiatico ha sollevato dalla povertà settecento milioni di persone”. Giada Mesetti ci invita, quindi, a rifiutare schemi precostituiti nel nostro approccio alla Cina e a guardare la realtà con attenzione e umiltà.

Fonte: ilsussidiario.net

Nella testa del Dragone tra Deng, Confucio e microchip
Nella testa del Dragone tra Deng, Confucio e microchip

DAL PROFONDO DELL’ANIMA

di Carl Gustav Jung

“Ho spesso visto persone diventare nevrotiche per essersi accontentate di risposte inadeguate o sbagliate ai problemi della vita; cercano la posizione, il matrimonio, la reputazione, il successo esteriore o il denaro, e rimangono infelici e nevrotiche anche quando hanno ottenuto tutto ciò che cercavano. Persone del genere di solito sono confinate in un orizzonte spirituale troppo angusto, la loro vita non ha sufficienti contenuti, non ha significato, se riescono ad acquistare una personalità più ampia generalmente la loro nevrosi scompare. Tra i cosiddetti nevrotici del nostro tempo ve ne sono molti che in altre epoche non lo sarebbero stati, non sarebbero stati cioè in disaccordo con se stessi: se fossero vissuti in un’epoca, in un ambiente nel quale l’uomo attraverso i miti era ancora in rapporto con il mondo ancestrale e quindi con la natura sperimentata realmente e non vista solo dall’esterno avrebbero potuto evitare questo disaccordo con se stessi.

Oggi si vuol sentire parlare di grandi programmi politici ed economici ossia proprio di quelle cose che hanno condotto i popoli ad impantanarsi nella situazione attuale, ed ecco che uno viene a parlare di sogni e di mondo interiore… tutto ciò è ridicolo, che cosa crede di ottenere di fronte ad un gigantesco programma economico, di fronte ai cosiddetti problemi della realtà? Ma io non parlo alle nazioni, io mi rivolgo solo a pochi uomini. Se le cose grandi vanno male, è solo perché i singoli individui vanno male, perché io stesso vado male, perciò, per essere ragionevole, l’uomo dovrà cominciare con l’esaminare se stesso, e poiché l’autorità non riesce a dirmi più nulla, io ho bisogno di una conoscenza delle intime radici del mio essere soggettivo. È fin troppo chiaro che se il singolo non è realmente rinnovato nello spirito neppure la società può rinnovarsi poiché essa consiste nella somma degli individui.”

C.G.Jung, estratto dal noto video “Dal profondo dell’anima”

DAL PROFONDO DELL'ANIMA
DAL PROFONDO DELL’ANIMA

Chi resiste alla Notte vedrà l’Alba

di Giuseppe Aiello

Mai come di questi tempi il filo che separa Tradizione da antitradizione è sottilissimo…

Tutto può essere parodiato, capovolto.

“Chi resiste alla Notte, vedrà l’Alba”,

dice il fedele alla Tradizione che vive nel kali yuga (la Notte) in attesa dell’Alba (il nuovo ciclo).

“Chi resiste alla Notte, vedrà l’Alba”,

dice il demone o il controiniziato, esiliato dal Cielo e dal mondo spirituale (la sua Notte), in attesa del regno di Satana (l’Alba).

Chi resiste alla Notte vedrà l’Alba
Chi resiste alla Notte vedrà l’Alba

SPIRITO CLASSICO E MONDO CRISTIANO

a cura di Carlo Weiblingen

“Tutto il mondo parla di quanto l’umanità ha guadagnato per effetto del Cristianesimo. Ma cosa abbia perduto non si sa. L’interesse alla civiltà antica si giustifica oggi solo con il desiderio di conoscenze storiche, poiché^ sentiamo il bisogno di conoscere le basi storiche della nostra formazione spirituale. Di valori assoluti della cultura classica non osano più parlare nemmeno coloro che amano quella cultura. E non c’è da meravigliarsene, poiché vediamo gli ideali antichi solo attraverso le lenti del Cristianesimo, e non possiamo più intendere per sentimento religioso altro che quello che il Cristianesimo da essi ha operato. Perciò anche la lode dei principii anteriori al Cristianesimo, con tutte le migliori intenzioni, viene ad essere di solito solo un riconoscimento del fatto che in molti punti essi sono già vicini agli alti ideali del Cristianesimo e dei tempi nuovi.

L’opera che ci sta innanzi segue la via opposta. Riconosce, nella concezione del mondo e della vita degli antichi, valori che lo spirito cristiano ha rifiutato solo perché erano troppo grandi per lui. Misura il nuovo con l’antico e cerca di spiegare come si è potuti arrivare alla decadenza. Dal pensiero precristiano e non cristiano osa infine gettare lo sguardo in un mondo ideale al di là della fede.

E ne era tempo. Perché proprio quando il Cristianesimo si spoglia della fede nell’al di là per fissare in modo ancora più risoluto i valori di questo mondo, appar chiaro quanto esso sia pericoloso e fatale”.

(Walter F. Otto)

SPIRITO CLASSICO E MONDO CRISTIANO
SPIRITO CLASSICO E MONDO CRISTIANO

LA FALSA ECOLOGIA IN ITALIA

di Oreste Caroppo

VI PREGO DITEMI CHE ROMA NON È ANCORA CADUTA SOTTO I COLPI DELLA FALSA ECOLOGIA!

“Hanno approfittato di una certa deculturazione dell’agricoltura, dovuta a decenni di insana politica industriale e del posto fisso, comodo e al caldo.” Mi scrive Donato Petracca giustamente, in merito alla costruzione e affermazione fella frode Xylella in Puglia.

Aggiungiamo oggi una certa virtualizzazione della vita tramite tecnologia che favorisce processi indotti di snaturalizzazione delle masse.

Così come si servono dell’infiacchiamento metropolitano per inoculare i loro paradigmi di Falsa ecologia.

Processi che avvenivano più facilmente nelle metropoli, oggi grazie a questa alienizzazione dalla natura permessa dal virtuale possono avvenire anche con rapidità in aree di provincia. Restano comunque privilegiate le metropoli per la rapidità di diffusione di indotte mode snaturanti anche oggi, prendiamo ad esempio l’ideologia vegan gender e per la folle autodepauperante sterilizzazione falso animalista degli animali.

Così il Cristianesimo, certamente dottrina meno legata alla pragmaticità della natura rispetto alle precedenti religioni pagane, attecchì prima nelle grosse metropoli e poi nei centri minori di campagna, nel “pagus” villaggio in latino.

Da cui l’origine stessa del termine “pagano” per indicare la precedente religione che maggiormente resisteva proprio nelle aree rurali nei secoli di diffusione iniziale del Cristianesimo.

Parlavo giorni fa con dei romani, sembravano appassionati di natura, si ferma il mio sguardo sull’Ailanto, un cespo arboreo svettante magnifico sulla costa salentina del Canale d’Otranto dove stavamo e cominciano a inveire contro quella pianta con i mille epiteti messi su dai professionisti del biocidio.

Spiego che dobbiamo essere inclusivi nei confronti di tutte le specie presenti sul territorio senza razzismi verdi.

Spiego che il segreto è superare queste demonizzazioni anche ad esempio contro gli scarafaggi e contro i ratti, con le quali demonizzazioni procedono al lancio di veleni nel nostro ambiente.

Ma ché, rincarano la dose.

Quando proponiamo con i miei amici di introdurre gatti fertili contro i ratti per un equilibrio senza che nulla si estingua, emerge che non solo odiano i ratti ma cominciano a dire, e sembrava che avessi acceso su una puntata delle peggiori di Geo & Geo con legalambientisti in studio, che persino i gatti sono pericolosissimi perché ammazzano uccellini e lucertoline.

Ma esistono gatti prima selvatici sin dal Pleistocene (e poi aggiunti a questi i loro derivati domestici) in Salento ma per avere estinzioni è stato necessario che arrivasse l’uomo con la sua opera diretta di sterminio!

Mi cadono quasi le braccia di fronte a tanta deficienza.

Di fronte a tanta ben attecchita Falsa ecologia!

LA FALSA ECOLOGIA IN ITALIA
LA FALSA ECOLOGIA IN ITALIA

L’ASTENSIONISTA DÀ DEL GATEKEEPER AL PARTITO

di Roberto Siconolfi

Il partito dice che l’astensionista è filo-sistema. Il presidente del partito A dice che il presidente del partito B è venduto, il presidente del partito B dice che il presidente del partito A è massone.
Il presidente del partito C fa l’appello all’unità e a “non farci la guerra tra di noi”, tempo 5 minuti e il candidato del partito C dice che il presidente del partito A è uno del sistema e non si sa da dove ha avuto i soldi per fare il partito, ecc.
“O con me o contro di me!”, “o la pensi come me o sei corrotto, mafioso, massone, la quinta colonna del sistema globalista, ecc.”
Che politica e che tipo coscienza nazionale può mai venire fuori da tutto ciò un giorno me lo spiegherete.
L’astensionismo se fatto con consapevolezza è una posizione legittima, così come è legittimo votare Italexit o ISP, O VITA, ecc.
Quello che io ho intuito, è che altro che rinascita della politica e della comunità, questa è invece la fase terminale della politica e della comunità.
Quella della guerra di tutti contro tutti; delle poche idee ma confuse; della lotta per la spartizione di 3 mele; dei partiti che da 1 diventano 2, poi 3 , poi 4; dei partiti e delle organizzazioni che nascono a Natale e finiscono a Santo Stefano.
E quello che di buono sta nascendo da certi soggetti politici, in termini di aggregazione, di entusiasmo e di elaborazione culturale, non è detto che vada nella direzione indicata dalle loro classi dirigenti.
Un suggerimento a tutti coloro che gravitano negli ambienti di un certo sovranismo “di sinistra”, leggete meno Marx e Lenin e più Toni Negri.
E a destra, leggete meno gli autori del primato dello Stato e leggete più Maffesoli.
Questa è l’epoca delle dissoluzioni della sovranità, dello Stato, delle Istituzioni in generale e dunque pure del partito!
“Si ma cosa sarà dopo, come, quando…”
Boh..io non ho la sfera di cristallo!
Altro errore tipico di una certa filosofia/ideologia, stare li a calcolare al millimetro quello che è stato e quello che è, e che dovrà essere, salvo poi non aver capito nulla, perché arriva l’imprevisto, l’inaspettato, il capovolgimento, o perché magari abbiamo sbagliato, perché la mente logico-razionale non “prende” quegli aspetti della realtà che appartengono al campo intuitivo, emotivo, o sensibile.
“Agire nel qui ed ora, in maniera disinteressata, dall’altro lato edificare un nuovo tipo umano, che abbia visione del mondo e cammini in posizione verticale!”
Il resto appartiene ad altre leggi, non della terra!

L’ASTENSIONISTA DÀ DEL GATEKEEPER AL PARTITO
L’ASTENSIONISTA DÀ DEL GATEKEEPER AL PARTITO

SULLA COMPLETA ABOLIZIONE DELLE TASSE

a cura di Francesco Alarico della Scala

Legge approvata alla 3ª sessione della 5ª legislatura dell’Assemblea popolare suprema della Repubblica popolare democratica di Corea
21 marzo 1974
Liberare per sempre il popolo da ogni tipo di sfruttamento e di oppressione ed assicurargli una vita felice sia dal punto di vista materiale che culturale è uno dei nobili compiti rivoluzionari che incombono ai comunisti, un principio fondamentale cui il partito e lo Stato della classe operaia devono costantemente attenersi nel corso della rivoluzione e dell’edificazione.
La lotta rivoluzionaria e il lavoro di edificazione costituiscono una battaglia destinata a liberare gli esseri umani da ogni forma di asservimento e a garantire loro un’esistenza sovrana e creativa, degna dei padroni della natura e della società.
Dopo la Liberazione il nostro partito, guidato unicamente dalle grandi idee del Juché, ha portato la rivoluzione democratica antimperialista ed antifeudale e poi la rivoluzione socialista alla vittoria, e ha così emancipato per sempre il nostro popolo da tutte le forme di sfruttamento e di oppressione.
Grazie alla giusta politica e alla direzione lungimirante del nostro partito e del governo della nostra repubblica, il nostro paese assiste oggi allo sviluppo e all’approfondimento delle Tre rivoluzioni, ideologica, tecnica e culturale, volte ad affrancare definitivamente i lavoratori da tutti gli ostacoli della natura e della società, e al coronamento del compito storico di eliminare le sopravvivenze e le vestigia della vecchia società.
L’abolizione completa delle tasse è una rivoluzione che consente ai lavoratori di sbarazzarsi di una di queste vestigia, una grande trasformazione tesa a realizzare un’aspirazione secolare del popolo.
Nate con l’avvento dello Stato, le tasse hanno coesistito per millenni con la società divisa in classi e sono servite a mantenere l’apparato di dominio delle classi dei governanti e a derubare il popolo lavoratore.
In passato sono servite a succhiare il sangue e il sudore del nostro popolo. In particolare le tasse imposte dagli imperialisti giapponesi nel nostro paese colonizzato si sono rivelate più crudeli e assassine di tutte le precedenti, e sono state oggetto dei lamenti e delle maledizioni del nostro popolo.
Esso è insorto contro la crudeltà dell’estorsione fiscale per tutto il corso della storia della società fondata sullo sfruttamento dell’uomo sull’uomo; in particolare non ha cessato di lottare per liberarsi da tasse spoliatrici sotto il dominio coloniale degli imperialisti giapponesi. E tuttavia questa lotta non ha avuto successo, perché non era legata alla lotta politica per la presa del potere.
Da quando la nostra rivoluzione ha cominciato ad essere diretta dalle idee del Juché questa lotta è divenuta parte integrante della lotta rivoluzionaria contro l’imperialismo e il regime di sfruttamento e si è posta l’obiettivo di risolvere definitivamente il problema delle imposte.
All’epoca della gloriosa Lotta rivoluzionaria antigiapponese i comunisti coreani hanno lottato per porre in essere un programma fiscale rivoluzionario e popolare, com’era precisato nel Programma in dieci punti dell’Associazione per la rinascita della patria, e ne hanno dato un magistrale esempio nella base guerrigliera antigiapponese, nelle zone liberate.
Applicando questo programma fiscale jucheano elaborato durante la Lotta rivoluzionaria antigiapponese e concretizzato dopo la Liberazione nel Programma politico in venti punti, il nostro partito e il nostro potere popolare hanno abolito le tasse spoliatrici dell’imperialismo giapponese ed istituito un sistema fiscale nuovo, popolare e democratico.
Il nuovo sistema tributario ha svolto un ruolo importante nella ricostruzione e nello sviluppo dell’economia devastata, nel gettare le basi di un’economia nazionale indipendente, nell’accelerare la trasformazione socialista dei rapporti di produzione nelle città come nelle campagne, nonché nel miglioramento del benessere del popolo.
Il governo della nostra repubblica ha da una parte utilizzato con cura il gettito fiscale come fonte di finanziamento supplementare per l’edificazione economica e culturale del paese e dall’altra ha gradualmente alleggerito gli oneri fiscali della popolazione via via che si gettavano le basi di un’economia nazionale indipendente.
In seguito al compimento della trasformazione socialista dei rapporti di produzione e al consolidamento delle basi per l’industrializzazione socialista nel nostro paese, la completa eliminazione delle tasse è giunta all’ordine del giorno.
Via via che maturavano le condizioni e le possibilità di eliminarle, il governo della nostra repubblica ha preso anzitutto le misure per abolire completamente, tra il 1964 e il 1966, l’imposta agricola in natura che era stata fino ad allora riscossa ai contadini.
L’abolizione di quell’imposta fu una misura storica, perché mirava ad affrancare completamente i nostri contadini dagli oneri fiscali, secondo l’esigenza delle Tesi sulla questione rurale socialista nel nostro paese; fu anche una misura epocale, perché consentiva di rafforzare l’alleanza degli operai e dei contadini, di consolidare le basi economiche delle fattorie cooperative e di accrescere rapidamente il reddito reale dei contadini.
Abolita l’imposta agricola in natura, nel nostro paese non restava che l’imposta sul reddito e l’imposta locale, che rappresentavano solo una parte insignificante delle entrate nel bilancio dello Stato.
Ora che il nostro regime socialista si è consolidato ed ulteriormente sviluppato e la potenza della nostra economia nazionale indipendente è considerevolmente cresciuta, l’abrogazione totale delle tasse è una necessità giunta a piena maturazione.
L’8ª sessione plenaria del 5º Comitato centrale del Partito del lavoro di Corea, riflettendo queste pressanti esigenze dello sviluppo sociale ed economico, ha discusso e deciso di abolire completamente le tasse, vestigia della vecchia società.
Così il sogno del nostro popolo di vivere in un mondo esente da imposte è divenuto realtà, e il nostro è diventato il primo Stato al mondo a non riscuotere imposte.
Nella società socialista è legittimo abolire completamente le tasse, retaggio della vecchia società.
Nel regime socialista l’economia statale e l’economia cooperativa costituiscono la base economica dello Stato, mentre l’unità e la cooperazione del popolo lavoratore costituiscono il tessuto dei rapporti sociali. I rapporti sociali ed economici della società socialista sono la base che permette di alleggerire sistematicamente il carico fiscale della popolazione e poi di eliminarlo definitivamente.
Per un certo tempo nel socialismo le tasse sono utilizzate solo come fonte di finanziamento supplementare per sopperire ai bisogni dello Stato e della società, come mezzo supplementare per correggere le differenze nel tenore di vita del popolo.
L’abolizione delle imposte nel nostro paese si basa sulla superiorità del nostro regime socialista e risponde perfettamente alle esigenze legittime dello sviluppo di quest’ultimo.
Un importante vantaggio del nostro regime socialista che riflette in pieno le grandi idee del Juché è che lo Stato è interamente responsabile delle condizioni di vita materiali e culturali del popolo lavoratore, degli operai e dei contadini in primis.
In questo regime tutti i lavoratori vengono retribuiti secondo la quantità e la qualità del lavoro fornito e in più godono degli immensi benefici dello Stato, che garantisce loro perfette condizioni d’esistenza essenziali come l’alimentazione, il vestiario, l’alloggio, l’istruzione dei figli, le cure mediche, le condizioni di lavoro e le strutture di riposo.
I benefici che lo Stato accorda ai lavoratori sono l’embrione della ripartizione comunista che si estende e non cessa di svilupparsi nel nostro paese; costituiscono il pegno di un armonioso miglioramento della loro vita e della loro esistenza felice senza assilli ed ansie.
Nel nostro regime socialista lo Stato è in grado di sopperire ai bisogni della rivoluzione e dell’edificazione coi proventi del suo sistema economico socialista; è inoltre in grado di destinare immensi fondi al benessere della popolazione di cui si assume la responsabilità. È dunque divenuto superfluo riscuotere dalla popolazione le imposte che sono un mezzo supplementare per soddisfare i bisogni finanziari dello Stato e della società.
Nel nostro regime socialista ogni classe di sfruttatori ha cessato di esistere già da molto tempo, non si registrano molti scarti quanto al tenore di vita dei lavoratori e tutti conducono una vita ugualmente felice; è dunque inutile mantenere le tasse, usate soltanto come mezzo per distribuire più equamente il reddito fra gli abitanti.
I nostri lavoratori socialisti, armati delle grandi idee del Juché e divenuti padroni della rivoluzione e dell’edificazione nel nostro regime socialista, considerano l’insieme delle attività dello Stato come materia d’interesse personale e vi partecipano in modo responsabile e di propria volontà.
Consapevoli di essere i padroni dello Stato e della società e animati da una ferma determinazione rivoluzionaria, essi sprigionano grande entusiasmo volontario ed assolvono a meraviglia il proprio sacro dovere in nome della patria socialista; è dunque diventato inutile continuare a esigere il pagamento delle imposte, vestigia della vecchia società, come dovere civico verso lo Stato.
La potente economia nazionale socialista e indipendente da noi creata costituisce una solida garanzia materiale della completa eliminazione delle tasse.
Sotto la saggia direzione del partito, applicando alla lettera la linea per l’edificazione di un’economia nazionale indipendente e levando in alto la bandiera rivoluzionaria della fiducia in sé, il nostro popolo è riuscito a edificare una simile economia in un periodo storicamente breve.
La nostra industria jucheana è diventata un’industria moderna indipendente, sviluppata in modo diversificato, attrezzata con la tecnologia d’avanguardia e dotata di solide basi d’approvvigionamento di materie prime, mentre la nostra economia rurale ha completato l’opera di irrigazione ed elettrificazione e procede ai lavori agricoli con la forza delle macchine e l’ausilio della chimica, diventando un’agricoltura socialista evoluta.
La nostra economia nazionale indipendente non cessa di svilupparsi a ritmo elevato, volando con le proprie ali, per nulla interessata dalle fluttuazioni e dalle crisi economiche che imperversano nel mondo, e le finanze del nostro Stato socialista, basate su questa economia, si confermano sempre più solide.
Questa potente economia e queste solide basi finanziarie ci consentono di prendere importanti misure per il miglioramento del benessere del popolo come il sensibile abbassamento dei prezzi degli articoli industriali e perfino la completa abolizione delle imposte, mentre portiamo avanti una lotta gigantesca per la grandiosa edificazione del socialismo, continuando a destinare grandi sforzi alle misure sociali e culturali e a fortificare il sistema difensivo del paese come un muro d’acciaio.
La completa abolizione delle tasse nel nostro paese costituisce una brillante vittoria delle grandi idee del Juché e dimostra la superiorità incontestabile del nostro regime socialista che risiede nelle materializzazione di queste idee; essa attesta anche la potenza della nostra economia nazionale socialista e indipendente.
Grazie alle immortali idee del Juché e alla loro brillante vittoria, il nostro popolo gode di un’esistenza più confortevole, sovrana e creativa che mai, in un paradiso terrestre socialista senza sfruttamento né oppressione e perfino senza imposte.
L’epocale misura popolare presa dal nostro partito e dal governo della nostra repubblica per la completa abolizione delle tasse inciterà con più forza la nostra classe operaia e tutti gli altri lavoratori alla grandiosa battaglia per la gigantesca costruzione socialista, alla lotta per realizzare prima del termine l’immenso programma del piano sessennale e a raggiungere un gradino più elevato nell’edificazione del socialismo, e le incoraggerà a compiere imprese eroiche in questa battaglia.
Questa misura darà più grande speranza e fiducia alla popolazione sudcoreana che lotta ostinatamente, senza mai cedere ad una crudele repressione fascista senza precedenti, per ottenere le libertà democratiche, il diritto all’esistenza e alla riunificazione indipendente e pacifica della patria.
L’Assemblea popolare suprema, ai sensi dell’articolo 33 della Costituzione socialista della Repubblica popolare democratica di Corea, delibera quanto segue:

  1. Le tasse, vestigia della vecchia società, saranno totalmente abolite.
  2. Il Consiglio d’amministrazione della Repubblica popolare democratica di Corea prenderà le misure per applicare questa legge.
  3. La legge entrerà in vigore il 1º aprile 1974.
    ― Kim Il Sung, Opere, vol. XXIX, Edizioni in lingue estere, Pyongyang 1987, pp. 147-153.
SULLA COMPLETA ABOLIZIONE DELLE TASSE
SULLA COMPLETA ABOLIZIONE DELLE TASSE

Antikeimenos

di Aleksandr Dugin

Antikeimenos e la teologia politica

Ora è opportuno ricordare l’importante ruolo svolto da Catechon nella politica cristiana, dove nel Medioevo – e in parte durante il più lungo periodo di conservazione del paradigma bizantino nell’Europa orientale (fino alla teoria di “Mosca è la terza Roma”) – era la presenza o l’assenza di un Impero a fungere da punto di riferimento per il tempo escatologico. La società cristiana ha naturalmente tenuto questo conto dalla parte del Catechon, essendo solidale con esso e con l’ordine in esso incarnato – l’ordine romano. Ma la localizzazione di un tale punto di osservazione doveva necessariamente coinvolgere Anticaemenos, che in qualsiasi momento poteva emergere da un varco nel recinto catechistico della polis cristiana. In altre parole, l’Antichæmenos, che non era stato sufficientemente concettualizzato, era costantemente e invariabilmente presente nel cuore del pensiero politico cristiano.

Nel XX secolo l’importanza di Catechon per l’intera struttura della politica europea è stata ricordata dal filosofo tedesco Carl Schmitt,[65] dopo di che il termine stesso è stato utilizzato abitualmente in un contesto di scienza politica allargata, intendendo lo Stato come figura secolare di “teologia politica”. Di conseguenza, anche l’antitesi Catechon – Antiquemenos ha ricevuto un contenuto concettuale. Tanto più che la Nuova Era è stata proprio il periodo della frantumazione del vecchio ordine e delle istituzioni socio-politiche ad esso associate. Questa gestalt, dunque, significa l’origine di quel potere storico e politico che mira alla frantumazione delle strutture della società tradizionale – religiose, di classe, gerarchiche. In questo caso, la modernità stessa risulta essere un’espressione dell’anti-Cheimenos, poiché il suo scopo apertamente proclamato è quello di rovesciare e abbattere i sistemi e le istituzioni tradizionali. La gestalt dell’Antikeimenos coincide quindi semanticamente con i concetti di progresso, liberalismo, modernizzazione, ecc. Antichaeomenos significa rivoluzione.

Un oggetto ribelle

Va notato, tuttavia, che il termine filosofico ὑποκείμενον, tradotto in latino come sub-jectum, sub-stratum o sub-stantia, si forma in modo del tutto simile in greco. Sia nel significato che nella struttura, ἀντικείμενον può significare e significa oggetto. Non esisteva una coppia soggetto/oggetto strettamente delineata nella filosofia greca, ma se facciamo una traduzione inversa in greco antico otterremmo esattamente ὑποκείμενον/ἀντικείμενον. Così ἀντικείμενον è anche un oggetto con la sua intera portata di significato. E, ancora più precisamente, è soprattutto l’”oggetto”, l’”oggetto”, ciò che sta “davanti” all’osservatore, oltre il limite esterno.

In questo senso filosofico, anti-Keimenos (forse qui andrebbe scritto con una lettera minuscola) significa quella cosa esterna che è al di là della presenza osservante.

Questa ambiguità di Antikeimenos come “Anticristo” e Antikeimenos come oggetto è estremamente espressiva. La nuova era della scienza, della cultura, della politica, dell’ideologia rappresenta proprio uno spostamento del centro dal soggetto all’oggetto – verso la materia, la “realtà”, la densità, nell’area delle parti senza il tutto, cioè delle parti dell’ignoto di cosa – delle parti della gestalt assente. E, di conseguenza, è del tutto possibile parlare di funzione cateconica del soggetto, che rimane (laddove esiste ancora) custode di un ordine sacrale, per quanto indebolito e fiaccato. Se il soggetto è sinonimo di “Anticristo politico”, allora il soggetto assume il significato e la missione del catechon.

Se ora proiettiamo queste consonanze sulla sempre più diffusa ontologia orientata agli oggetti (OO), la simmetria che abbiamo costruito sulla base del termine ὁ ἀντικείμενος si rivelerà ancora più pienamente. Gli stessi filosofi dell’OOO distinguono sempre più chiaramente all’esterno delle cose (degli oggetti) i tratti sinistri di una divinità oscura, portatrice di un orrore assoluto [66]. L’obiettivo dei realisti speculativi (C. Meijasu[67], H. Harman[68], ecc.) è proprio quello di abolire definitivamente il soggetto liberando da esso le ontologie oggettuali autonome precedentemente soppresse dalle proiezioni razionaliste. Il rovesciamento delle strutture dell’ordine è anche l’obiettivo primario di questo potere timorato di Dio, che agisce come diretto avversario di Catechon nello scenario escatologico.

Antikeimenos e il soggetto radicale

Il termine “Antikeimenos” è l’equivalente del termine “Anticristo radicale”. Non aggiunge nuove proprietà o caratteristiche all’”Anticristo radicale”, ma permette di operare liberamente con esso – non solo in un contesto teologico o di teologia politica, ma di ricorrervi in casi analoghi ma più astratti dalla religione e dall’escatologia religiosa, conservando tutto il contenuto profondo della corrispondente esperienza metafisica primordiale.

Antikeimenos può essere applicato alla filosofia come equivalente oggettuale, ma che contiene già un riferimento alla realtà loughcraftiana degli dei dell’orrore o all’irruzione delle orde infracorporee di Gogs e Magogs da sotto l’”Uovo della Pace” (nello spirito del simbolismo di R. Guénon [69]).

D’altra parte, ci permette di staccarci dalla concretezza dell’insegnamento cristiano sui tempi della fine e di operare liberamente nel dialogo con i rappresentanti di altre tradizioni religiose, che troveranno molto più facile accettare un termine neutro, inserendovi i propri contenuti. Al posto di queste formule sincretiche – Dadjal/Anticristo – e di altre ancora più ingombranti, si potrebbe fare riferimento all’Antikeimenos.

Un’altra caratteristica notevole di questo concetto è la possibilità di un suo utilizzo operativo in contesti di scienza politica, sociologia e studi culturali – per analogia e in diretta simmetria con il concetto di Catechon, che si è diffuso in seguito alla felice interpretazione di Carl Schmitt [70].

Infine, Antikeimenos si adatta al meglio al significato primordiale di quell’ontologia radicale che riconosciamo (se accettiamo) come tradizionalismo. E, in quanto tale, il termine diventa un cruciale contro-polo simmetrico al Soggetto radicale, un’altra figura dell’ontologia radicale [71]. Da questa simmetria si può imparare molto e fare luce su entrambe le gestualità. Ma questo è l’argomento della prossima serie di studi.

[66] Tucker J. L’orrore della filosofia: in 3 volumi. Т. 3: Tentacoli più lunghi della notte. Perm: Gile Press, 2019; Harman G. Weird Realism. Lovecraft e la filosofia. Perm: HylePress, 2020.

[67] Meiyasu K. After finitude: Essays on the necessity of contingency. – Ekaterinburg; M.: Cabinet Scholar, 2016.

[68] Harman G. The Fourfold Object: The Metaphysics of Things after Heidegger / translated from English by A. Morozov and O. Myshkin. Perm: Gile Press, 2015.

[69] Guénon R. Il regno della quantità e i segni del tempo.

[70] Si veda ad esempio Cacciari M. The Withholding Power. Saggio di teologia politica. Bloomsbury Academic, 2018 oppure Agamben J. The Withholding of Time: A Commentary on the Epistle to the Romans. Mosca: Nuova rivista letteraria, 2018, He. Homo sacer. Il potere sovrano e la vita nuda. Mosca: Europa, 2011, ecc.

[71] Dugin A. G. Soggetto radicale e la sua doppietta. Mosca: Movimento eurasiatico. 2009.

Traduzione a cura di Lorenzo Maria Pacini

Fonte: Idee&Azione

12 settembre 2022

Antikeimenos
Antikeimenos