L’antropologa Valentina Ferranti, nel libro “Prima Roma”, scritto assieme a Giacomo Maria Prati, racconta la Roma più arcaica, silvestre, sacra e fondativa del mondo come lo conosciamo. Fauni e ninfe, divinità ed eroi; ponti sacri e antichi e misteriosi sacrifici: il ponte Sublicio e gli Argei. Il ruolo sacro del femminino e la sua relazione armonica con la virilità sacra. Un racconto affascinante sulle nostre origini più nascoste.
La Fiammante: quando solo la bolletta del gas passa da 120mila a quasi un milione di euro
di Luciano Pignataro
“Mentre i nostri politici litigano per una poltrona calda, gli imprenditori sono lasciati soli in mezzo alla giungla energetica. Per lavorare 15 giorni di Luglio, mi tocca pagare una bolletta di gas di 978.000,00 a fronte di circa 120.000 dello scorso anno (per 20 giorni di lavoro) Non era meglio andare al Mare?????? #votantonio!”
Una foto e poche amare parole: così l’imprenditore Francesco Franzese, amministratore delegato della Fiammante, fabbrica di conserve storica di terza generazione ormai ha sfogato la sua amarezza quando è arrivata la bolletta che quasi decuplica la spesa e accorcia la scadenza di pagamento. Tutto questo mentre l’Eni passa dai 3,37 miliardi di euro di utili del 2021 agli 11,03 miliardi del primo semestre 2022. Ovviamente non è il solo aumento: +80% scatole, +30% pomodoro, +25% imballi in plastica etichetta, cartoni, poi ci sono i trasporti.
C’è una battuta napoletana, che diciamo in italiano, che rende bene l’idea: i politici italiani per obbedire agli ordini americani hanno giocato con il sedere degli imprenditori e di tutti i cittadini.
Mi domando: era davvero interesse dell’Italia mettersi in prima fila, fare i soldatini di Biden quando la nostra dipendenza energetica era quasi tutta proveniente dalla Russia? Forse a Draghi gli americani hanno prospettato scenari che noi non possiamo neanche immaginare talmente è evidente che siamo andati contro i nostri interessi pur di dimostrarci fedeli alleati.
Di fatto a pagare il conto siamo noi, chi più e chi meno, in ogni famiglia ogni mattino bussa (per modo di dire, in realtà lasciano direttamente l’avviso che obbliga a recarsi alle Poste per far elunghe ora di fila) il postino per le bollette, le multe, i ricalcoli dell’Agenzia delle Entrate, soldi che vanno pagati perchè il ceto politico, per pagare lo stipendio a circa un milione di persone che in Italia vivono di politica, ha creato un meccanismo incredibile: prima paghi, poi si discute. Tutti d’accordo.
Fonte: lucianopignataro.it

Il cigno. In memoria di Darya Dugina
di Valentina Ferranti
Nel nostro mondo in rovina vi sono giorni più oscuri di altri. Pesano più di altri poiché ci ricordano della notte buia in cui viviamo. Una libera pensatrice è stata assassinata.
Non stupisce l’assoluto silenzio da parte di quelle pseudo intellettuali asservite al pensiero unico dominante. Indigna però, poiché non tutti gli eventi hanno pari peso per ciò che è stato costruito ad arte, ovvero il sentire comune.
Giorgio Gaber cantava circa una figura sempre esistita ma oggi razza dominante: il Conformista. L’italiano, l’europeo atlantista, è ora questo e lo è l’opinionista social-televisivo così come, in un gioco di specchi, lo è divenuto il fruitore passivo dei contenuti divulgati. L’uomo medio ascolta, leggicchia, e passivo non si costruisce una propria opinione ma accetta quella di altri che da un altoparlante simile a quelli delle scene dei film o dei romanzi distopici, proclama certezze che giovano ai loro padroni.
Ebbene, nella canzone, il cantautore descrive la pochezza intellettuale dichiarando questo uomo conformista come un individuo che … di solito è sempre dalla parte giusta. Il Conformista ha tutte le risposte belle chiare dentro la sua testa. È un po’ centrato d’opinioni… e quando ha voglia di pensare pensa per sentito dire.
L’idea che la massa-blogster abbia sonnecchiato assuefatta ascoltando questa notizia, o peggio giudicato puntando il dito verso i presunti cattivi che per primi hanno mosso guerra, non è solo imbarazzante ma spiazzante, oltre ad essere dolorosa poiché si ha la netta sensazione che esseri umani, simili per struttura fisica, siano diventati privi di qualsivoglia forma di ragionamento autonomo. Indigna ancor più la mancanza di com-passione. Una giovane donna, una libera pensatrice vilmente uccisa. Un martirio. Possono uccidere le idee? I molti conformisti penseranno che tante sono le vittime delle guerre ma qui non si tratta solo di questo, ma di un atto che sancisce una rottura irreparabile tra una parte di mondo e un’altra che non condanna come feroce l’uccisione di una filosofa.
La storia siamo noi. La costruiamo giorno dopo giorno, eppure essendo immersi negli eventi, ce ne scordiamo poiché ne siamo dentro. Tuttavia la storia la fanno gli uomini – microstoria e grande storia – e ad oggi le pagine che si stanno componendo hanno l’autorità di un punto di snodo epocale.
Restano le ceneri del mondo occidentale, quelle sì prive di rizoma, prive di qualsiasi rinascita e senza luce alcuna. Le libere pensatrici meritano invece memoria perenne e sono luce, poiché in ogni loro gesto c’è qualcosa di eterno e dalla carne diventano stelle eterne. Il coraggio le contraddistingue e mai la paura. Scrisse Platone ne Il canto del cigno (Fedone), rivolgendosi al tebano Simmia per bocca di Socrate: «Purtroppo, Simmia, mi sarà difficile persuadere gli altri del fatto che io non reputo una sventura la mia sorte presente, dal momento che non riesco a convincere nemmeno voi che ve ne state lì tutti preoccupati, credendo che io sia d’un umore più tetro che per il passato. Si vede che in fatto di virtù profetiche voi mi giudicate assai meno dei cigni che, pur avendo sempre cantato, quando sentono vicina la morte, levano più alto e più bello il loro canto, lieti perché sanno di recarsi presso il dio di cui sono i ministri. Gli uomini, invece, con tutta la loro paura della morte, interpretano erroneamente questo canto e dicono che essi si lamentano così perché stanno per morire e, quindi, cantano per il dolore, senza sapere che nessun uccello canta se ha fame o ha freddo o sta male, nemmeno l’usignolo, la rondine o l’upupa, anche se si dice che il loro canto sia un pianto di dolore; nessun uccello, credo, canta per il dolore e tanto meno i cigni che son sacri ad Apollo e che, perciò, dotati come sono di senso profetico, prevedono le delizie dell’Ade e cantano felici, in quell’occasione, più di quanto non abbiano mai fatto in tutta la loro vita».
Fonte: Idee&Azione
24 agosto 2022

Socializzazione dell’economia
a cura di Filosofia Pagano
Con il termine socializzazione dell’economia si intende una teoria, attuata in ambito fascista repubblicano, di trasformazione sociale dell’economia nella quale la proprietà dei mezzi di produzione non è esclusiva del capitalista, ma è partecipata con i lavoratori impiegati nell’azienda.
La socializzazione nel fascismo
Il termine venne coniato nel 1943 per indicare una dottrina economica concepita dal fascismo all’interno del sistema economico corporativista della Repubblica Sociale Italiana, ma i prodromi vanno individuati nella Carta del Carnaro promulgata a Fiume nel 1920 e nella Carta del Lavoro del 1927. La socializzazione fascista avrebbe dovuto costituire, nelle intenzioni dei suoi proponenti, la “terza via” nei confronti dei due maggiori sistemi economici del Novecento: il capitalismo ed il comunismo, sia per quanto riguarda l’economia che per i suoi riflessi sul piano sociale. Prese parte al suo sviluppo anche l’ex comunista Nicola Bombacci (caro amico di Benito Mussolini) che contribuì a quest’opera riprendendo, tra l’altro, le teorie dell’anarchico ucraino Nestor Ivanovyč Machno, dal fabianesimo e dal distributismo geselliano. Amico di vecchia data di Benito Mussolini, nonché condivisore degli ideali socialisti del Fascismo, Nicola Bombacci collaborò a questa politica economica della Repubblica Sociale Italiana senza tuttavia rinnegare i propri ideali comunisti, ma sforzandosi di farli collimare con la forte politica sociale fascista.
La socializzazione dell’economia attuata durante la RSI, deriva dalla corporazione proprietaria ideata da Ugo Spirito, ovvero la corporazione che diventa proprietaria dell’azienda, ricercando l’equilibrio tra le due componenti della produzione: lavoro e capitale.[1]
La socializzazione si trovò affiancata agli altri due “capisaldi” dell’ideologia economica del fascismo: il “corporativismo” e la “fiscalità monetaria“, come base del sistema politico della democrazia organica.
« I nostri programmi sono decisamente rivoluzionari le nostre idee appartengono a quelle che in regime democratico si chiamerebbero “di sinistra”; le nostre istituzioni sono conseguenza diretta dei nostri programmi; il nostro ideale è lo Stato del Lavoro. Su ciò non può esserci dubbio: noi siamo i proletari in lotta, per la vita e per la morte, contro il capitalismo. Siamo i rivoluzionari alla ricerca di un ordine nuovo. Se questo è vero, rivolgersi alla borghesia agitando il pericolo rosso è un assurdo. Lo spauracchio vero, il pericolo autentico, la minaccia contro cui lottiamo senza sosta, viene da destra. A noi non interessa quindi nulla di avere alleata, contro la minaccia del pericolo rosso, la borghesia capitalista: anche nella migliore delle ipotesi non sarebbe che un’alleata infida, che tenterebbe di farci servire i suoi scopi, come ha già fatto più di una volta con un certo successo. Sprecare parole per essa è perfettamente superfluo. Anzi, è dannoso, in quanto ci fa confondere, dagli autentici rivoluzionari di qualsiasi tinta, con gli uomini della reazione di cui usiamo talvolta il linguaggio »
(Benito Mussolini, Milano, 22 aprile 1945)
Storia e definizione
Tale teoria economica venne elaborata e prevista nel Manifesto di Verona, documento che conteneva il programma politico del Partito Fascista Repubblicano, allora alla guida della neo costituita Repubblica Sociale Italiana. Il manifesto fu presentato durante il Congresso del PFR tenutosi a Verona il 14 novembre 1943. Fino ad allora, secondo i fascisti intervenuti a Verona, ogni realistico tentativo di apporre più ardite modifiche al sistema economico italiano era naufragato di fronte all’ostracismo dei poteri economici definiti come plutocrazia.
Nel Manifesto di Verona si affermava che la base della Repubblica Sociale Italiana e della dottrina economica del Partito Fascista Repubblicano è il lavoro (articolo 9); che la proprietà privata, frutto di lavoro e risparmio sarebbe stata garantita, ma non si sarebbe dovuta per ciò trasformare in entità disgregatrice della personalità altrui sfruttandone il lavoro (articolo 10). Tutto ciò che era di interesse collettivo, da un punto di vista economico si sarebbe dovuto nazionalizzare (articolo 11). Nelle aziende sarebbe stata avviata e regolata la collaborazione tra maestranze e operai per la ripartizione degli utili e per la fissazione dei salari (articolo 12). In agricoltura le terre incolte o mal gestite sarebbero state espropriate e riassegnate a favore di braccianti e cooperative agricole (articolo 13). L’Ente Nazionale per la casa del popolo avrebbe avuto l’obbiettivo di fornire una casa in proprietà a tutti (articolo 15). Si sarebbe costituito un sindacato dei lavoratori, obbligatorio, e avrebbe riunito tutte le categorie (articolo 16).
« Troppo capitalismo non significa troppi capitalisti, ma troppo pochi capitalisti »
(G. K. Chesterton, “The Uses of Diversity”, 1921)
Socializzazione delle imprese
Fu Mussolini già il 23 settembre 1943 nel formare il governo a volere l’istituzione del ministero dell’Economia corporativa, nominando ministro prima Silvio Gai e dal 1 gennaio 1944 Angelo Tarchi. Fu quest’ultimo ad accelerare la stesura del decreto legge sulla socializzazione.
La socializzazione delle imprese – vista con sospetto e boicottata dalla Germania nazionalsocialista, operante riforme socialiste su un diverso binario[2] – venne disposta inizialmente con il Decreto Legislativo del 12 febbraio 1944 N.375, alla firma di Benito Mussolini unita a quelle di Domenico Pellegrini Giampietro e Piero Pisenti. Per diretta conseguenza il compito venne assegnato al ministro dell’Economia corporativa l’ingegner Angelo Tarchi, che si insediò nella sede del ministero, a Bergamo.
La base della socializzazione è la totale assenza di lavoro dipendente, ovvero: ogni entità produttiva appartiene in egual misura a tutti i suoi lavoratori, senza più padroni né dipendenti. Ciò a differenza del capitalismo, dove un’entità produttiva è di proprietà di una persona o di una società di persone, anche estranee alla produzione, mentre la produzione è affidata a lavoratori dipendenti. E, a differenza della dottrina comunista, dove si ritiene che la proprietà privata dei mezzi di produzione debba essere abolita e collettivizzata in un sistema che l’assegna allo Stato stesso.
La socializzazione redistribuisce la proprietà, eliminando i rapporti umani di sudditanza e dipendenza salariati, confidando sulla naturale maggior responsabilizzazione dei lavoratori di fronte all’autogestione del loro lavoro e del loro capitale. Similmente al capitalismo, la teoria socializzatrice prevede il diritto alla proprietà privata, la libertà d’ iniziativa economica, il rispetto della legge della “domanda-offerta” e della libera concorrenza. La socializzazione, a differenza della collettivizzazione comunista, non prevede l’attuazione dei propri contenuti dottrinali mediante una rivoluzione espropriativa, ma mediante la proibizione legislativa del lavoro salariato e la contemporanea concessione di un credito sociale. La gerarchia e la distribuzione degli utilidelle grandi aziende verrebbe decisa attraverso il consenso di tutti i lavoratori dell’azienda, nello stile del corporativismo e in un’ottica di meritocrazia.
Gli industriali italiani erano naturalmente ostili ad una riforma così vasta e drastica, che avrebbe perlomeno sensibilmente ridotto il loro enorme potere e, sebbene ufficialmente avessero appoggiato la proposta, tentarono in ogni modo di affossare la legge.
Il 20 giugno 1944, ossia appena quattro mesi dopo il decreto legislativo, il dirigente della federazione fascista degli impiegati del commercio, Anselmo Vaccari, in un rapporto diretto a Mussolini riportò le difficoltà di far comprendere ai lavoratori il provvedimento socializzativo a causa della perdita di ascendente del fascismo tra la popolazione a causa delle sorti belliche.[3]
L’attuazione integrale della socializzazione era prevista, ironia della sorte, per il 25 aprile 1945.[4]
Difatti il 25 aprile 1945 tra i primi atti politico-amministrativi del CLNAI (il CLNAI era formato da: comunisti (PCI), cattolici (DC), azionisti (PdA), liberali (PLI), socialisti (PSIUP) e democratici-progressisti) dopo la sconfitta del fascismo nel nord Italia, vi fu proprio l’abrogazione del Decreto Legge sulla Socializzazione[5].
Critica
Per i critici di parte comunista, “socializzazione” non avrebbe il significato di parificazione totale delle ricchezze, in quanto, anche se la proprietà di una azienda è percentualmente uguale per tutti, la suddivisione dei profitti non sarebbe stata ugualmente la stessa, ma decisa dall’assemblea aziendale a seconda dei ruoli o delle capacità. Di conseguenza, i dirigenti nominati avrebbero potuto ricevere una percentuale superiore alle maestranze, e questi dirigenti avrebbero potuto anche essere gli ex-proprietari. Inoltre un’azienda meno produttiva di un’altra avrebbe inevitabilmente assicurato redditi netti suddivisi inferiori rispetto ad una più produttiva[6].
I sostenitori della socializzazione rispondono che il sistema non sarebbe più codificato dal diritto dello Stato o da contratti sindacali, ma lasciato liberamente all’autogestione dell’assemblea dei lavoratori di ogni azienda. L’operaio o l’impiegato, co-proprietari dell’azienda in cui lavorano, avrebbero perciò tutto l’interesse al successo ed all’espansione dell’azienda stessa. Si otterrebbe perciò una maggior responsabilizzazione al lavoro ed un maggior reddito per gli ex-dipendenti rispetto al salario.[7].
Note
^ Il comunista in camicia nera, Nicola Bombacci tra Lenin e Mussolini, Arrigo Petacco, Mondadori, 1997
^ R. Dubail “L’ordinamento economico nazionalsocialista”, Edizioni all’Insegna del Veltro
^ “I lavoratori considerano la socializzazione come uno specchio per le allodole, e si tengono lontano da noi e dallo specchio. Le masse ripudiano di ricevere alcunché da noi. È questo un preconcetto ed un preconcetto malevolo, perché i lavoratori italiani furono portati da Voi su un piano di dignità prima sconosciuto. La massa ragiona, anzi “sragiona”, in un modo assai strano. Addossa al fascismo e a noi il tracollo sul campo di battaglia, l’alleanza con la Germania che reputa funesta, l’invasione del territorio nazionale, la perdita dei possedimenti coloniali (dimenticando che l’Impero era stato creato da Voi); la distruzione delle città, i lutti sparsi dovunque copiosamente. Insomma, la massa dice che tutto il male che abbiamo fatto al popolo italiano dal 1940 a oggi supera il grande bene elargitole nei precedenti venti anni e attende dal compagno Togliatti, che oggi pontifica da Roma in nome di Stalin, la creazione di un nuovo Paese di Bengodi, nel quale, accanto a un comunismo annacquato, cioè mediterraneo, direi quasi solare, dovrebbe sopravvivere una democrazia di marca anglo-sassone, pronta ad agire e frenare il prevalere delle ideologie che vengono da Oriente (…). È certo che oggi i lavoratori affermano che la socializzazione non si farà, o, se si farà, essa contribuirà a rafforzare i ceti capitalistici e a mantenere in istato di soggezione il lavoro. Su questo terreno l’influenza germanica è da essi considerata negativa e, comunque, tale da far rimandare la soluzione del problema al dopoguerra. Il che fa dileguare ogni speranza e allontana sempre più da noi lavoratori, che ci considerano, a torto s’intende, gli sgherri del capitale; fa gravare su di noi il disprezzo, perché affermano che non siamo in buona fede, e fa ritenere l’annuncio della socializzazione come l’ennesimo espediente per attirare nella nostra orbita i pochi ingenui che ci accorderebbero ancora credito.” – Rapporto Vaccari al Duce, in: Santo Peli, Storia della Resistenza in Italia, Einaudi, Torino, 2006, ISBN 88-06-18092-7, p. 69; Edoardo e Duilio Susmel Opera Omnia di Benito Mussolini, La Fenice, Firenze; F. Deakin, Storia della Repubblica di Salò, Einaudi, Torino, 1963; Gianni Oliva, La Repubblica di Salò, Giunti, 1997.
^ Antonio Fede, Appunti critici di storia recente, Ed. Coop. Quilt, Messina 1988, pag. 41
^ DECRETO DEL C.L.N. SUI CONSIGLI DI GESTIONE
25 aprile 1945
Il Comitato di liberazione nazionale per l’Alta Italia, considerati gli obiettivi antinazionali del decreto legislativo fascista del 12 febbraio 1944 n. 375 sulla pretesa “socializzazione” delle imprese, con la quale il sedicente Governo fascista repubblicano ha tentato di aggiogare le masse lavoratrici dell’Italia occupata al servizio ed alla collaborazione con l’invasore, considerata l’alta sensibilità politica e nazionale delle maestranze dell’Italia occupata che, astenendosi in massa da ogni partecipazione alle elezioni dei rappresentanti nei consigli di gestione, hanno manifestato la loro chiara comprensione del carattere antinazionale e demagogico della pretesa “socializzazione” fascista,
considerata la situazione di fatto creata dal decreto legislativo del 12 febbraio 1944 e dai successivi decreti di socializzazione di singole aziende, al fine di assicurare, all’atto della liberazione dei territori ancora occupati dal nemico, la continuità ed il potenziamento dell’attività produttiva, nello spirito di una effettiva solidarietà nazionale, decreta:
Art. 1 – Il decreto legislativo del 12 febbraio 1944, n. 375, e quello del 12 ottobre 1944, n. 861, promulgati dal cosiddetto Governo fascista repubblicano, sono abrogati.
Art. 2 – Fino a nuovo e generale regolamento della materia con atti legislativi del Governo nazionale, l’amministrazione delle aziende contemplate nei decreti sopracitati resta affidata ai consigli di gestione nazionale, coi poteri previsti dai decreti medesimi per i consigli di gestione delle aziende “socializzate”.
Art. 3 – I sedicenti rappresentanti delle maestranze nei consigli di gestione fascisti si dichiarano decaduti da ogni loro mandato nell’amministrazione dell’azienda. Tale mandato sarà considerato ad ogni effetto nullo, salvo quanto riguarda le eventuali sanzioni penali in cui i sedicenti rappresentanti delle maestranze siano incorsi per il reato di collaborazione col nemico o altro.
Art. 4 – La rappresentanza delle maestranze nei consigli di gestione prevista dai decreti sopra citati, viene affidata, nei consigli di gestione nazionale, coi diritti e coi doveri e le prerogative ad essi inerenti, a rappresentanti appositamente e liberamente eletti dalle maestranze, secondo norme che saranno ulteriormente fissate. La designazione elettiva di tali rappresentanze dovrà aver luogo non oltre tre mesi dopo la data della liberazione.
Sino al momento in cui la nuova rappresentanza liberamente eletta dalle maestranze potrà entrare in funzione, la rappresentanza delle maestranze stesse nei consigli di gestione nazionale resta affidata, con tutti i diritti, i doveri e le prerogative, ad essa inerenti, ai comitati di liberazione nazionale aziendali, costituiti nella fase della lotta clandestina.
Art. 5 – I diritti, i doveri e le prerogative previste dagli abrogati decreti per il cosiddetto “capo dell’azienda” vengono attribuiti al responsabile tecnico della produzione.
Là dove l’azienda sia sottoposta, in base a decreto d’epurazione, a gestione commissariale, le funzioni del capo d’azienda -ferme restando le prerogative del consiglio di gestione nazionale- sono attribuite al commissario.
Art. 6 – Le disposizioni dei decreti sopra citati per quanto concerne la fissazione del limite massimo dei profitti da distribuire al capitale e la partecipazione agli utili restano immutate, in quanto esse non entrino in contrasto con le disposizioni del presente decreto.
Art. 7 – Gli utili attribuiti ai lavoratori in ogni singola azienda verranno versati ad uno speciale fondo unico di solidarietà nazionale, da impiegarsi inopere di assistenza e di previdenza sociale nell’interesse delle masse lavoratrici, con particolare riguardo alle necessità immediate che nascono dalla situazione (mense popolari, assistenza infanzia, orfani di guerra, eccetera).
C.L.N., Bollettino ufficiale degli atti del C.L.N.-Giunta regionale di governo per il Piemonte, 25 aprile 1945, tratto da:
Perticone, G. La repubblica di Salò, Ed. Leonardo, Roma 1947
^ L. Gruppi, Togliatti e la via italiana al socialismo, Ed Riuniti, 1976, pag. 153
^ Antonio Fede, Appunti critici di storia recente, Ed. Coop. Quilt, Messina 1988, pag. 47
Bibliografia [modifica]
Giano Accame, Il Fascismo immenso e rosso, Settimo Sigillo, Roma, 1990.
E. Amicucci, I 600 giorni di Mussolini, Faro, Roma 1948.
G. Barnes, Giustizia sociale attraverso la riforma monetaria, Prima edizione 1944, Venezia 1944.
Giorgio Bocca, Mussolini socialfascista, Milano, Garzanti, 1983.
Paolo Buchignani, Fascisti rossi, Mondadori, 1998.
Filippo Carli, L’idea partecipativa, Settimo Sigillo, Roma, 2003.
F. Giannini, Il sangue e l’oro, Settimo Sigillo, Roma, 2002.
F. Giannini, Dal 25 Luglio a piazzale Loreto, Settimo Sigillo, Roma 2004.
Enrico Landolfi, Ciao, rossa Salò. Il crepuscolo libertario e socializzatore di Mussolini ultimo, Edizioni dell’Oleandro, 1996.
Arrigo Petacco, Il comunista in camicia nera, Nicola Bombacci tra Lenin e Mussolini, Mondadori, 1997.
Luca Leonello Rimbotti, Il fascismo di sinistra. Da Piazza San Sepolcro al Congresso di Verona, Settimo Sigillo, Roma, 1989.
Claudio Schwarzenberg, Il sindacalismo fascista, Mursia, 1972.
Rutilio Sermonti, Lo Stato Organico, Settimo Sigillo, 2003.
Rutilio Sermonti, Una vita di pensiero e militanza, Diana edizioni, 2007.

I Testi Perduti della Pistis Sophia
a cura di Mike Plato
Da un brano di J.J.Hurtak e Desiree Hurtak
La Pistis Sophia (Fede, in greco “Pistis” e Saggezza, “Sophia”) è un’opera letteraria esoterica composta da diversi volumi, ritrovati nel cuore dell’Egitto dove la Cristianità del Nordafrica mise radice durante i primi tre secoli dopo Cristo. Questi testi ci danno molte informazioni sugli insegnamenti di Gesù dopo la sua Risurrezione e ci offrono anche una comprensione più profonda del ruolo sconosciuto di Maria Maddalena in quanto discepola femminile del Cristo e di quella che potrebbe essere definita una “teologa donna” all’origine del Cristianesimo. Sebbene la Pistis Sophia sia un insegnamento gnostico del primo Cristianesimo che fa luce su importanti aspetti di una Gnosi superiore, esso non può però essere considerato come appartenente allo Gnosticismo classico o ellenistico. Si tratta piuttosto di un esempio di Gnosi Cristiana che contiene gli insegnamenti della Trinità, i Salmi di Davide e una spiegazione di molte parabole di Gesù che si trovano nel Nuovo Testamento. La Pistis Sophia ci rivela il nostro Potenziale Divino e descrive la realtà dei molti influssi celesti e dei poteri spirituali che influenzano l’anima umana in questo mondo. Nel pensiero gnostico vi è la convinzione che noi possiamo sconfiggere le limitazioni della nostra anima, come pure il suo intrappolamento da parte delle forze inferiori, a condizione che ci risvegliamo e sblocchiamo le risorse nascoste nella nostra mente attraverso la Saggezza. La Mente Superiore, collegata alla mente umana, è quindi la chiave per aprirci a questi livelli superiori di coscienza che permeano l’Universo.
Il primo Cristianesimo
La Pistis Sophia fa parte della più vasta tradizione filosofica della “Saggezza” (Sophia) che mette in evidenza la natura compassionevole, materna della Conoscenza Cosmica in quanto parte del dono celeste della Fede (Pistis). Attraverso questi insegnamenti dati ai suoi discepoli dopo la sua Risurrezione, Gesù spiega in questo libro la natura del Cristo Cosmico. Egli ci descrive anche la natura dello Spirito come l’elemento femminile essenziale e l’aspetto cruciale della Vita e della Creazione. Questo elemento femminile è stato chiamato dai Cristiani lo Spirito Santo e da altri la Shekinah. Alcuni paragrafi degli antichi manoscritti della Pistis Sophia furono scritti in lingua copta tra la fine del primo secolo e la prima parte del secondo secolo d.C. Per questa ragione la Pistis Sophia è un testo di grande importanza per lo studio dello sviluppo del Cristianesimo egiziano. Questa antica data è stata confermata dal British Museum che oggi custodisce questi testi. A causa della politica del Concilio di Nicea (325 d.C.), i fedeli nascosero questi manoscritti in Egitto dove furono poi ritrovati nel 1773 e fanno parte di ciò che in seguito venne chiamato Codice Askew Copto. La loro narrativa e la sublime conoscenza ivi contenuta era così complessa che fino ad oggi non è mai stato scritto alcun commentario serio su di essi, e ciò è dovuto al fatto che questi testi parlano del Cristo Risorto, dei suoi discepoli uomini e donne in quanto teologi, dei simboli del suo viaggio attraverso tutti i regni sperimentali della creazione inferiore e del viaggio di ciascuna anima umana dopo la morte, dove incontra le molte regioni di coscienza controllate dagli dèi sperimentali (arconti) fino a quando non raggiungerà i mondi superiori. La storia si rivela come una narrazione sull’anima che viene descritta come una forma femminile (Pistis Sophia) che lotta nei cieli inferiori. La sua ricerca per generare nuova vita sperimentale l’ha però intrappolata nelle energie degli scaltri arconti caduti, i dominatori dei nostri regni locali che le rubano la Luce e il potere della sua essenza spirituale, mettendola in una miscela impura di energia dualistica. Ma una volta purificata e redenta, come dice Gesù nel testo,
“…quell’anima salirà verso l’alto e attraverserà tutte le regioni degli arconti e tutte le regioni delle emanazioni della Luce” (Pistis Sophia, II:97)
Il Ruolo del Femminile
Gesù descrive l’anima che ha ricevuto la Saggezza superiore, come Sophia, liberandosi così dalle limitazioni. In tutto il testo, Sophia (Chokmah in ebraico) appare come il veicolo femminile della vita. Ella, come Maria Maddalena, cerca di acquisire l’Amore e la Saggezza superiore per diventare come lo Spirito Vergine. La natura della creatività è femminile. Lo Spirito trasformatore è femminile. La natura maschile della coscienza deve riconoscere il suo potere affinché la trasformazione possa avvenire. Il femminile, o potremmo dire “lo Spirito Santo”, è il collegamento mancante per la trasformazione finale. Gesù ha iniziato Maria Maddalena come la più grande delle sue discepole, la discepola della Saggezza, dimostrandole sempre il suo grande Amore. Nella Pistis Sophia diventa chiaro che ella è stata una delle poche che ha completamente capito Gesù e i suoi insegnamenti. E nella Pistis Sophia risulta altrettanto chiaro che Gesù non ha mai sminuito il valore delle sue discepole, specialmente nel loro ruolo di insegnanti o di guide, a differenza dell’Apostolo Pietro anch’esso presente nella cerchia di Gesù Risorto. Dappertutto nei Vangeli troviamo come Gesù abbia effettivamente sempre dialogato con molte donne e questo fatto è assolutamente unico se consideriamo la condizione della donna nell’antica Palestina. Duemila anni fa la donna ebrea non aveva alcun riconoscimento giuridico e ciò significa che non poteva parlare a sua difesa, non poteva comparire in tribunale come teste e non poteva possedere alcuna proprietà. Eppure Gesù istruisce una Samaritana, guarisce una donna considerata impura dopo dodici anni di malattia e risveglia una ragazzina con le parole “Talitha Cumi” (Marco 5:41) che significano «Fanciulla, ti dico: “Alzati”».Evidentemente egli era radicalmente diverso dagli uomini del suo tempo e sapeva bene che la donna aveva un posto importante nel Regno di Dio. Grazie al suo ministero egli rivelò l’importanza della “Natura Femminile” e la sua capacità di co-creare e di regnare con la “Natura Maschile”. Tutto ciò viene esposto in maniera straordinaria nella narrazione della Pistis Sophia fatta da Gesù ai suoi discepoli, sia uomini che donne, radunati sul Monte degli Ulivi. Egli manifesta sempre una profonda comunione fraterna, cosa che ai suoi tempi, duemila anni fa nell’antico Vicino Oriente, era davvero rivoluzionaria. Gesù era forse segretamente sposato con Maria Maddalena, come recentemente asserito da alcuni popolari autori? Se studiamo attentamente il testo, vediamo che tra i discepoli menzionati nella Pistis Sophia c’erano Filippo, Matteo, Tommaso e Bartolomeo che, insieme a Maria, interrogano Gesù sui molti misteri della Vita, misteri che in seguito verranno loro rivelati. Dal racconto emerge anche chiaramente che alcuni dei discepoli uomini si sentivano minacciati da Maria Maddalena, opponendo resistenza alla sua saggezza e reagendo all’attenzione riservatale dal Cristo. Eppure il testo descrive Maria semplicemente come una discepola di Gesù, con profonde intuizioni riguardo a tutto ciò che egli condivideva con loro, compresi i misteri del Regno. Con siffatta onestà e sincerità contenuta nel testo, non ci sarebbe stato alcun bisogno di tenere segreto un matrimonio, matrimonio che peraltro non viene mai citato negli antichi testi. È possibile che i seguaci di Gesù abbiano cercato di tenerlo nascosto per il fatto che ella era una prostituta? La Bibbia non chiarisce mai se “la prostituta” e Maria Maddalena fossero la stessa persona. In effetti, fu solo a partire dal quinto secolo che i leader cattolici cominciarono ad indicare Maria Maddalena come una prostituta. Forse altro non era che il modo più semplice per evitare di dare alla donna un posto all’interno della Chiesa.
Una Cosmologia dalle molte dimensioni
Oltre all’importanza del ruolo del femminile, i manoscritti della Pistis Sophia possono anche essere paragonati ai testi orientali dell’Induismo e del Buddismo per la loro rivelazione dei molteplici regni celesti. Viene infatti descritta una vasta gerarchia di esseri Divini e di esseri “caduti” chiamati ‘arconti’, ciascuno con la propria sfera o Eone, come anche numerosi servitori ed esseri subordinati. Vi è poi una dettagliata descrizione (Pistis Sophia, Libro IV) degli Inferi della cosmologia egizia, il Duat, che fa di questo testo una specie di straordinario “Libro dei Morti” cristiano. La Pistis Sophia descrive Sobek, il dio-coccodrillo egizio, Bast o Bastet, la dea-gatto, ed Apep, il dio-serpente, oltre al dio dalla testa di sciacallo, come Anubis, che può portare l’anima su sentieri sia positivi che negativi in cui dovrà fare, specialmente al momento della morte, delle scelte ben precise tra le tenebre e la Luce. Uno degli aspetti principali delle avventure di Pistis Sophia è la sua lotta con gli angeli caduti e gli arconti che sono l’equivalente degli dèi inferiori, quelli che oggi chiameremmo le “forze extraterrestri” che intrappolano l’anima e usano i loro poteri per impedire l’ascensione dell’anima umana. Tutto ciò viene sottolineato nei vari viaggi che Pistis Sophia fa attraverso il cosmo, testimoniando l’esistenza degli angeli caduti (Pistis Sophia, Libro I). In verità, questo tema potrebbe essere stato sviluppato sulla base di un’interpretazione di alcuni aspetti del Libro della Genesi e dell’Apocalisse che fanno riferimento all’opera dell’Arcangelo Michele (Pistis Sophia, Libro II). Di conseguenza la Pistis Sophia offre una vasta raccolta di opere sulla psicologia, sulla filosofia, sulla teologia e sulla cosmologia, dato che parla delle esperienze di questo mondo. Il nostro mondo è infatti catturato nella dialettica tra il potere di vita dell’Arrogante in questo corpo materiale, l’esercizio del potere e la tirannia religiosa attraverso la manipolazione e la paura, e la Volontà Divina o il potere di vita collegato ai mondi superiori basati sull’Amore altruistico e sul Servizio impersonale. È la “Volontà Egoistica” che ci controlla e ci mantiene nei cieli inferiori che sono solo un substrato dell’universo più grande. Questo substrato viene descritto come essere sotto il controllo del potere del leone e la nostra capacità di trascendere questo regno locale si rivela nell’andare oltre la forza del leone attraverso l’immagine della Sfinge in Egitto, che non ha la faccia di leone, ma la faccia celeste di un’Umanità che ha assoggettato il corpo del leone grazie ad una coscienza superiore. Se il leone è un simbolo del nostro sistema solare, allora anche noi, come Pistis Sophia, dobbiamo vincere la figura dalla “faccia di leone” – le gerarchie stellari locali – , lavorando con una Mente superiore e una Faccia di intelligenza superiore (vedi Il Libro della Conoscenza: Le Chiavi di Enoch®, Chiave 108).
L’Ascensione e la Vita Superiore
Sono molte le domande teologiche sulla vita e sull’importanza dell’ascensione verso i mondi superiori che vengono discusse da Gesù e da Maria Maddalena nella Pistis Sophia. E benché molti preferirebbero credere ad alcuni commentari più moderni che asseriscono che Gesù non sia morto sulla croce ma che si trasferì in India, anche di ciò non c’è traccia nella Pistis Sophia che fu scritta solo 100-200 anni dopo la vita del Cristo. Il testo parla chiaramente di Gesù in un Corpo di Luce trasfigurato. Se questa realtà di trasfigurazione fu possibile a Enoch e a Elia, i quali poterono assaporare i misteri superiori, perché non avrebbe dovuto essere possibile anche a Gesù? Negare la trasfigurazione dopo la Crocifissione significa negare il nostro proprio potenziale d’ascensione. In effetti, negare la trasfigurazione tiene l’umanità confinata in una realtà fisica – ed è proprio questo che gli arconti caduti, come ci viene detto nella Pistis Sophia, vogliono mantenere. Anche la scienza contemporanea ha ormai riconosciuto che la materia non si limita ad una realtà tridimensionale (o quadridimensionale), ma che molto più verosimilmente essa opera simultaneamente in molte dimensioni, forse fino alla decima o all’undicesima dimensione. Nella sua lotta per riacquisire la Luce, Sophia si fa rubare temporaneamente la sua forza di Luce dalle gerarchie inferiori, gli arconti, proprio come noi che abbiamo perso il nostro potenziale di luce. Ma gli arconti non conoscono il potere della Fede. I dominatori inferiori non capiscono la vera Fede e cercano solo la saggezza. Per questa ragione Gesù dice ai suoi discepoli ‘per questa grazia, in verità, siete stati salvati mediante la Fede’ (Efesini 2:8). Se la conoscenza di una malattia è già metà della sua cura, dare dunque piena espressione al nostro intenso desiderio esistenziale di ritornare e diventare uno con la sorgente ultima della vita – il Creatore dell’Universo – questa è l’altra metà della cura. La Pistis Sophia loda l’uso della Saggezza e della Luce come il dono di guarigione che ci fa riconoscere le forze che controllano le varie dimensioni. Ciò ci porterà finalmente alla liberazione dall’Angelo della Morte, esemplificato nella gerarchia angelica caduta che cerca di impedire alle anime di progredire nei mondi superiori. Vi è un capitolo molto profondo e quasi “futuristico” in questo antico testo che tratta il tema della cosmologia, in cui Maria Maddalena chiede a Gesù: “Mio Signore, a quanti anni degli anni del mondo corrisponde un anno Luce?” (Pistis Sophia, II:99). Riflettete su questa domanda fatta circa duemila anni fa e su quanto era avanzata la cosmologia dei discepoli che in Egitto avevano poi sintetizzato questo testo, tanto da comprendere l’esistenza di un “anno Luce”. Pur non essendo basato sul concetto Einsteiniano della velocità della luce, era comunque un metodo per calcolare le distanze in termini di vastità dei molti universi o eoni! È evidente che l’intento principale della Pistis Sophia sia quello di asserire e descrivere l’esistenza non solo di un universo molto vasto, ma di un universo che contiene anche una miriade di esseri e di forme di vita – da quelli che oggi chiamiamo “extraterrestri” agli “Ultraterrestri” e a quelle forme spirituali di intelligenza pensante che vivono in corpi di luce invisibili e super-celesti.
Il Messaggio Superiore di Sophia
Sophia è quindi una rivelazione personale che riflette la nostra posizione in una cosmologia immensa, aperta e illimitata, rivelata dal Cristo Risorto in risposta alle domande postegli dai suoi discepoli sulla natura della nostra vita spirituale futura e sul significato della Risurrezione. Il Cristo Risorto ha voluto diffondere il suo messaggio attraverso i suoi dodici discepoli uomini e le sue sette discepole donne in un mondo di povertà e di lotta, nella speranza che il vero significato di questa vita venisse chiarito e compreso. Egli ci ha dato la conoscenza per prepararci alla Vita Eterna con le vere Schiere Angeliche che, con il suono e la bellezza, aiutano ad innalzare l’Umanità Adamica verso la Luce e la Sorgente Divina dalla quale siamo venuti. C’è forse stata una congiura segreta tra i teologi tendente a nascondere il vero ruolo di Maria Maddalena per quasi duemila anni? Per trovare la risposta dovete leggere il testo, concentrandovi sul profondo dialogo tra Gesù e Maria. È un dialogo incentrato sul modo in cui gli ordini naturali e quelli soprannaturali convergono per formare un Santo Graal di grande unificazione. Ed è questo il vero Graal della scienza che ha una coscienza superiore e non il graal della sessualità predicata da noti scrittori che non conoscono i testi storici che circolavano tra gli studiosi della Chiesa primitiva in Nordafrica, in Egitto e nel più vasto Vicino Oriente. Nella Pistis Sophia sono molto importanti i seguenti temi: il Salvatore (Cristo) che è venuto da una regione super-celeste (II:93-94, 107-118). Sophia, che in realtà non rappresenta una persona singola ma la Saggezza che è incompleta o corrotta, che è responsabile della caduta dai Regni Divini nel mondo visibile, ma che alla fine realizza la Redenzione. Il testo tratta inoltre il tema dell’esistenza di forze extraterrestri e persino di forze angeliche cadute che manovrano e manipolano direttamente questo mondo a detrimento di coloro che provengono dal Regno Divino (III:107). Maria Maddalena, come Sophia, ha dimostrato di aver trasmutato se stessa oltre le passioni inferiori (grazie alla guarigione dei sette demoni). Facendo da contraltare a Gesù, nei testi della Pistis Sophia ella ha trasmutato le passioni del suo corpo umano di carne in una figura di Bodhisattva femminile e in quella di uno dei principali discepoli di Gesù. È stato il Cristo Salvatore a rompere i vincoli imposti dalle potenze, insegnando anche ad altri a fare lo stesso (III:107-118). Gesù non aveva bisogno di essere sposato con Maria Maddalena dato che era già sposato con la natura divina del femminile attraverso Sophia, che rappresenta tutta l’umanità che possiede la saggezza di Maria e può quindi fare l’esperienza del Cristo Cosmico. La restaurazione della Sophia, la nostra natura spirituale femminile, per mezzo del Salvatore ci dà la perfetta consapevolezza che la natura fisica della realtà non sarà più afflitta dalla morte e dalla storia lineare. In conclusione, le confessioni di Sophia si presentano come un messaggio con le istruzioni di Cristo Gesù, il Rivelatore e il Maestro, per ricordare a tutti coloro che lo ascoltano, sia uomini che donne, che dobbiamo imparare a vivere come un sublime Corpo di Luce, con gli insegnamenti della Sophia Christou, la Saggezza del Cristo che attraverso la veste dello Spirito si manifesta come Sposa del Divino.

IL DENARO COME SANGUE DEI POPOLI SECONDO IL PRIMORDIALISMO VISIONARIO
di Vincenzo Di Maio
Il denaro è come il sangue dei popoli, in condizioni di stabilità permette il nutrimento di ogni cellula ad ognuna in base ai propri bisogni.
I coaguli e i trombi sono manifestazioni di un cancro nel sangue di cellule impazzite che vogliono cancrizzare il resto del corpo sociale, e questo cancro va combattuto con ogni mezzo possibile.
E questo cancro è la ruota talmudica che va sostituita al più presto.
Questa è la vera sfida del terzo millennio.
PRIMORDIALISMO VISIONARIO – movimento politico internazionale

L’Islam e il pluralismo religioso
di Sayyid Muhammad Rizvi
L’Islām è l’unica Retta Via? As-Ŝirātul Mustaqīm (il giusto sentiero) è una singola realtà o esistono più percorsi che conducono alla stessa destinazione? Cosa accade ai non musulmani che conducono una vita dignitosa e non violano i diritti delle altre persone? Guadagnano la salvezza e vanno in paradiso o no? Queste sono alcune delle scottanti domande dell’era moderna.
Il concetto di pluralismo religioso non è nuovo; è stato discusso in una forma o nell’altra da filosofi e teologi del passato appartenenti a scuole differenti. Tuttavia, con la maggiore interazione tra seguaci di diverse religioni e l’incremento delle iniziative di dialogo interreligioso, nel pensiero corrente il pluralismo religioso ha assunto nuova vita.
Quando il grande filosofo Āyatullāh Murtadhā Mutahharī scrisse la sua opera fondamentale ‘Adl-e Ilāhī (La giustizia divina), più di quaranta anni fa, il dibattito sul pluralismo religioso non era ancora diventato così popolare in Iran. Quella che avete tra le mani è la traduzione dell’ultimo capitolo di ‘Adl-e Ilāhī sulle “Buone azioni dei non musulmani”. (1)
L’ambito più appropriato per discutere del pluralismo religioso e delle questioni correlate sarebbe quello della “nubuwwah” (profezia), laddove viene trattato l’obiettivo della profezia del Profeta Muhammad (S). Tuttavia la domanda “Cosa accade alle buone azioni dei non musulmani?” riguarda anche il tema della giustizia divina, e così l’Āyatullāh Mutahharī vi ha risposto alla fine del suo Adl-e Ilāhī.
Tuttavia, prima di discutere tale questione in dettaglio, l’Āyatullāh Mutahharī ha anche esposto brevemente le sue opinioni sullo stesso pluralismo religioso. Come leggerete voi stessi, esprime la posizione prevalente dei teologi e filosofi musulmani secondo cui l’Islām è l’unica retta via.
Tuttavia, e soprattutto, avverte i lettori di non giungere alla conclusione che poiché l’Islām è l’unica retta via tutti i non musulmani andranno allora all’inferno. La visione esclusivista dell’Islām come retta via non porta automaticamente e necessariamente alla convinzione che tutti i non musulmani andranno all’inferno.
Nell’ultimo decennio e mezzo la questione del pluralismo religioso è stata dibattuta appassionatamente tra i musulmani in Occidente come in Oriente. Alcuni intellettuali musulmani hanno persino tentato di imporre il concetto di pluralismo religioso allo stesso Corano!
Vorrei cogliere l’occasione per presentare brevemente questa discussione come preambolo all’opera del grande studioso Āyatullāh Murtadhā Muťahharī.
Mentre si discute il concetto di pluralismo nel contesto islamico, è importante definire chiaramente il termine. Il pluralismo può essere usato in due diversi significati: dal punto di vista sociologico “pluralismo sociale” significa una società che composta da un mosaico multi-confessionale o multiculturale, mentre il “pluralismo religioso” da una prospettiva teologica attiene un concetto in cui tutte le religioni sono considerate ugualmente vere e valide.
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Pluralismo sociale
Per quanto riguarda il pluralismo sociale, l’Islām invita alla coesistenza e tolleranza reciproca tra le persone di diverse religioni e culture. Tra le tre religioni abramitiche è solo l’Islām ad aver accordato un riconoscimento al giudaismo e al cristianesimo. Il giudaismo non riconosce Gesù come il Messia atteso o Profeta, e il cristianesimo non riconosce Muhammad (S) come un vero Profeta e Messaggero di Dio.
Nella visione islamica del mondo Dio ha inviato molti Profeti e Messaggeri per guidare l’umanità; il numero indicato negli Ĥadīth è di 124.000 Profeti. Il primo Profeta è stato Adamo e l’ultimo Muhammad, il Profeta dell’Islām (S). Tuttavia non tutti i 124.000 Profeti erano dello stesso rango e livello. (2)
Cinque di questi Profeti possiedono il rango più alto nella gerarchia spirituale, e sono: Nūh (Noè), Ibrāhīm (Abramo), Mūsā (Mosè), `Isā (Gesù) e Muhammad (as). Dio Onnipotente dice nel Corano:
وَإِذْ أَخَذْنَا مِنَ النَّبِيِّينَ مِيثَاقَهُمْ وَمِنْكَ وَمِنْ نُوحٍ وَإِبْرَاهِيمَ وَمُوسَى وَعِيسَى ابْنِ مَرْيَم.
“E quando abbiamo fatto un patto con i profeti: con te, con Nūh, Ibrāhīm, Mūsā e ‘Isā, figlio di Mariam…” (Sacro Corano, III: 84)
Un musulmano è tenuto a credere in tutti i Profeti, altrimenti non può essere considerato tale. (3) Se una persona, ad esempio, afferma di credere in Muhammad, Gesù, Abramo e Noè ma non in Mosè come uno dei Profeti di Dio, allora non può essere accettato come musulmano; allo stesso modo, se una persona crede in tutti i Profeti ma rifiuta di accettare Gesù come uno dei Profeti e Messaggeri di Dio, allora non è un musulmano.
Questo è il motivo per cui l’Islām considera le comunità cristiane ed ebraiche come “Gente del Libro” o “Gente della Scrittura” (Ahlul Kitāb). L’Islām ha persino permesso a un uomo musulmano di sposare una donna cristiana o ebrea, ma non quelle di altre fedi.
Ciò che è degno di nota è che l’Islām ha accordato questo riconoscimento all’Ahlul Kitāb quattordici secoli fa, quando non si parlava assolutamente di tolleranza tra persone di fedi diverse o di un movimento ecumenico tra le religioni. (4)
A livello socio-politico, un governo musulmano firmerebbe prontamente un accordo con le sue minoranze cristiane ed ebraiche. L’Imām `Alī Zaīnul` Ābidīn, il pronipote del Profeta, scrive:
“Il diritto delle minoranze religiose poste sotto la protezione dell’Islām è che tu accetti da loro ciò che Dio ha accettato da loro…L’impegno del Profeta (S) è una barriera [che le protegge] poiché è riportato che egli abbia detto: “Sono nemico di chiunque opprima colui con il quale ha stretto un patto”.” (5)
Sebbene l’Islām non conceda ai seguaci di altre religioni lo stesso riconoscimento che ha accordato ad ebrei e cristiani, crede nella pacifica convivenza anche con loro. Uno dei primi messaggi di pacifica coesistenza indirizzati dal Profeta Muhammad (S) agli idolatri della Mecca è riflesso nel capitolo 109 del Corano:
قُلْ يَا أَيُّهَا الْكَافِرُونَ. لاَ أَعْبُدُ مَا تَعْبُدُونَ. وَلاَ أَنْـتُمْ عَابِدُونَ مَا أَعْبُدُ. وَلاَ أَنَا عَابِدٌ مَا عَبَدتُّمْ. وَلاَ أَنْـتُمْ عَابِدُونَ مَا أَعْبُدُ. لَكُمْ دِينُكُمْ وَلِيَ دِينِ
“Di’: «O miscredenti! Io non adoro quel che voi adorate e voi non siete adoratori di quel che io adoro. Io non sono adoratore di quel che voi avete adorato e voi non siete adoratori di quel che io adoro: a voi la vostra religione, a me la mia».”
Dal punto di vista storico, il trattamento che le società musulmane hanno riservato alle minoranze sotto il loro governo, in particolare ai cristiani e agli ebrei, è relativamente migliore del modo in cui le minoranze venivano trattate nell’Europa cristiana. (6)
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Pluralismo religioso
Il più famoso fautore del pluralismo religioso moderno è John Hick, che ha abbandonato la sua visione esclusivista cattolica e negli anni settanta ha formulato una sua teoria. L’ipotesi pluralistica di Hick afferma che ogni religione a suo modo rappresenta una genuina rivelazione del mondo divino e un mezzo di salvezza pienamente autentico.
Egli crede che tutte le religioni siano risposte culturalmente condizionate della stessa Realtà ultima, e quindi ugualmente valide, e la salvezza è possibile tramite ognuna di esse.
Hick usa la famosa storia dei mistici indù per illustrare il suo punto:
“Un elefante venne portato a un gruppo di uomini ciechi che non avevano mai incontrato un animale simile prima. Uno toccò una gamba e descrisse l’elefante come un grande pilastro vivente. Un altro toccò il tronco e lo descrisse come un grande serpente. Un altro ha sentito una zanna e ne ha parlato come di un vomere affilato, e così via. E poi litigarono tutti insieme, sostenendo ciascuno che il proprio racconto fosse quello vero e quindi tutti gli altri falsi. In effetti, naturalmente, erano tutte veri, ma ciascuno si riferiva solo a un aspetto della realtà totale e tutti espressi in analogie molto imperfette”. (7)
Ci sono molti difetti nell’ipotesi di Hick. Il problema più serio è riconciliare le affermazioni di verità contrastanti tra le varie religioni: per esempio, il monoteismo dell’Islām contrapposto al politeismo dell’induismo; il concetto di morte e resurrezione dell’Islām e del cristianesimo in opposizione alle reincarnazioni e al raggiungimento dello stato di nirvana del buddismo; la salvezza attraverso la Trinità in contrapposizione al Tawhid (monoteismo), ecc.
Per risolvere il problema delle affermazioni di verità contrastanti, Hick sostiene che le tradizioni religiose differiscono su tre questioni:
(1) su fatti storici;
(2) su fatti metastorici;
(3) sulle concezioni del Reale.
Quindi propone la soluzione per queste differenze.
Per i disaccordi sui fatti storici, Hick suggerisce che si tratta di questioni minori e che potrebbero essere risolte applicando il metodo storico.
Per quanto riguarda le differenze sui fatti metastorici (questioni cioè che non possono essere stabilite da prove storiche o empiriche, come “l’universo è temporale o eterno” o “morte e poi risurrezione contro reincarnazione”), afferma che la risoluzione di tali differenze non sono necessarie per la salvezza e che le religioni hanno bisogno di dialogare maggiormente onde modificare le proprie convinzioni.
Rispetto alle differenti concezioni del Reale, Hick presume che tutte le tradizioni religiose ne rappresentino genuine manifestazioni e che la divinità di ciascuna tradizione sia un volto autentico del Reale. (8)
Infine, Hick crede che qualsiasi credenza religiosa letteralmente vera che sia in conflitto con un’altra, la falsifica, e deve essere trattata come mitologica.
Il risultato finale di questa teoria è che per renderla praticabile, Hick dovrebbe ridefinire molte credenze religiose con delle modalità rispetto alle quali i fondatori e i seguaci di quelle religioni protesterebbero fortemente! Prendiamo l’esempio dello status storico di Gesù dal punto di vista islamico, cristiano ed ebraico:
| Concetto | Cristianesimo | Islām | Giudaismo |
| 1. Nascita miracolosa | Sì | Sì | No |
| 2. Miracoli | Sì | Sì | No |
| 3. Posizione | Messia e Figlio di Dio | Profeta e Messaggero | No |
| 4. Rivelazione | Vangeli scritti da diversi autori | Injīl rivelato da Dio a Gesù | No |
| 5. Morte e post-mortem | Crocifisso per la redenzione dei peccati e risorto dopo tre giorni | Mai crocifisso; condotto in cielo | Crocifisso e morto |
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A parte le prime due voci (e solo confrontando Islām e Cristianesimo), tutte e tre le religioni abramitiche possiedono opinioni contrastanti su Gesù. Secondo la teoria di John Hick, le prime due credenze comuni sarebbero considerate come “fatti” (almeno nel Cristianesimo e nell’Islām) mentre gli altri punti di disaccordo devono essere trattati in due modi possibili: o queste visioni contrastanti dovrebbero essere risolte da storici/ricerca empirica o dovrebbero essere inserite nella categoria della “mitologia”!
La prima soluzione costringerà gli ebrei, i cristiani e i musulmani a respingere molti versetti delle rispettive Scritture, mentre la seconda soluzione collocherà molte affermazioni della Bibbia e del Corano nella categoria della “mitologia”. Nessuna delle due soluzioni sarebbe accettabile per una qualsiasi delle tre fedi.
Penso che questo esempio (che peraltro pone a confronto l’Islām con il cristianesimo e il giudaismo, che sono entrambi più vicini all’Islām rispetto all’induismo e al buddismo) sia sufficiente per dimostrare che la teoria del pluralismo religioso di Hick non è realizzabile.
Sulla base della soluzione di Hick per i fatti metastorici (questioni relative alla morte e al post-mortem), i musulmani saranno costretti a considerare più di cinquecento versetti del Corano sulla morte, la resurrezione e l’aldilà come parte della “mitologia”!
Venendo al terzo tipo di differenze sulle concezioni del Reale, il dottor John Hick vuole farci credere che la Trinità dei cristiani, i molteplici idoli degli indù e il Tawhid (monoteismo) dei musulmani siano ugualmente validi e veri! Questa ipotesi indebolisce la fede nella propria religione e spinge verso l’agnosticismo se non l’ateismo.
Usando la visione di Immanuel Kant delle categorie dualistiche, Hick afferma che c’è una differenza “tra un’entità in quanto ‘sé stessa’ e come ‘appare nella percezione’.” (9)
Qualcosa potrebbe essere completamente vera “in sé stessa”, ma quando viene percepita dagli altri è relativamente vera. Sulla base di questa idea, Hick vuole che ogni religione accetti tutte le diverse concezioni di Dio come ugualmente autentiche perché nessuna di esse è assolutamente vera, tutte essendolo soltanto relativamente.
Il modo in cui Hick ha usato la storia dei ciechi e dell’elefante ha dato per scontato che tutte le persone religiose siano cieche e non abbiano la capacità di conoscere la verità completa. Sfortunatamente, ha perso la morale della stessa storia fornita da Mawlānā Rūmī:
Alcuni indù avevano portato un elefante:
lo esibirono, ma in una casa al buio.
Parecchie persone entrarono, a una a una,
nel buio per vederlo.
Non potendo vederlo con gli occhi,
lo tastarono con la mano.
Uno che gli pose la mano sulla proboscide disse:
«Questa creatura è come un tubo per l’acqua».
Un altro gli toccò l’orecchio:
gli parve simile a un ventaglio.
Avendogli preso la zampa, un altro dichiarò:
«L’elefante ha la forma di un pilastro».
Dopo avergli posato la mano sulla schiena, un altro affermò:
«In verità, questo elefante è tal quale un trono».
E così, ogni volta che qualcuno sentiva una descrizione,
si faceva un’idea dell’elefante in base alla parte toccata.
Le loro affermazioni variavano secondo quanto avevano percepito:
l’uno lo chiamava dâl, l’altro alif.
Se ognuno di loro fosse stato munito di una candela,
le loro parole non avrebbero differito. (10)
Questi uomini stavano brancolando nell’oscurità e quindi giunsero a una descrizione sbagliata dell’elefante; se avessero usato una “candela”, avrebbero visto la luce! Nell’Islām, Dio non permette a chi cerca la verità di brancolare nell’oscurità:
للٌّهُ وَلِيُّ الَّذِينَ آمَنُوا يُخْرِجُهُمْ مِنَ الظُّلُمَاتِ إِلَى النُّورِ
“Allāh è il Protettore dei credenti, li trae dalle tenebre verso la luce.” (Sacro Corano, II: 257)
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Il Corano e il pluralismo religioso
Alcuni intellettuali musulmani hanno tentato di reperire la teoria del pluralismo religioso nello stesso Corano. L’argomento più famoso usato da costoro è che il termine “Islām”, nel Corano, non dovrebbe essere preso come un sostantivo ma semplicemente come un verbo.
A volte distinguono tra “islām” (l’atto di sottomissione) e “Islām” (la religione), e affermano che il messaggio principale di Dio e la base della salvezza è la sottomissione a Dio, e che non importa se la sottomissione avviene tramite Abramo, Mosé, Gesù o Muhammad (as).
Non si tratta di una novità; persino l’Āyatullāh Muťahharī, nel presente lavoro, scrive: “Se qualcuno dovesse dire che il significato di ‘Islām’ in questo versetto non è la nostra religione in particolare e che, piuttosto, l’intento è il significato letterale della parola, ossia la “sottomissione a Dio”, la risposta sarebbe che senza dubbio ‘Islām’ significa sottomissione e che la religione dell’Islām è la religione della sottomissione, ma che la realtà della sottomissione ha una forma particolare in ogni era. E in questa era, la sua forma è la stessa amata religione che è stata portata dal Sigillo dei Profeti (Muhammad). Ne consegue che la parola ‘Islām’ (sottomissione) necessariamente si applica a essa soltanto.
In altre parole, la necessaria conseguenza della sottomissione a Dio è accettare i Suoi comandamenti, ed è chiaro che uno deve sempre agire in linea con gli ultimi comandamenti divini. E l’ultimo comandamento di Dio è quello portato dal Suo Messaggero finale (Muhammad).” (11)
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“Islām” nel Corano [3: 19-20]
Quando il Corano dice, per esempio:
إِنَّ الدِّينَ عِنْدَ اللٌّهِ الإِسْلاَمُ
“Invero, la religione presso Allah è l’Islàm” (III: 19)
alcuni intellettuali musulmani dicono che con “islām” non si intende la religione iniziata nel settimo secolo dal Profeta Muhammad (S). Dicono che significhi “islām”: sottomissione a Dio attraverso una qualsiasi delle religioni abramitiche.
Nel loro tentativo di trarre un’idea politicamente corretta nel Corano, ignorano persino il contesto del versetto. Leggiamo insieme l’intero brano:
إن الدين عند الله الإسلام وما اختلف الذين أوتوا الكتاب إلا من بعد ما جاءهم العلم بغيا بينهم ومن يكفر بآيات الله فإن الله سريع الحساب
“Invero, la religione presso Allah è l’IsIàm. Quelli che ricevettero la Scrittura caddero nella discordia, nemici gli uni degli altri, solo dopo aver avuto la scienza. Ma chi rifiuta i segni di Allah, [sappia che] Allah è rapido al conto.”.
فَإِنْ حَاجُّوكَ فَقُلْ أَسْلَمْتُ وَجْهِي لِلٌّهِ وَمَنْ اتَّـبَعَنِي
“Se polemizzano contro di te, di’: «Sottometto ad Allah il mio volto, io e coloro che mi hanno seguito».”.
وقل للذين أوتوا الكتاب والأميين أأسلمتم فإن أسلموا فقد اهتدوا وإن تولوا فإنما عليك البلاغ والله بصير بالعباد
“E di’ a coloro che hanno ricevuto il Libro e agli illetterati: «Vi siete sottomessi?». Se si sottomettono, saranno ben guidati; se ti volgono le spalle, il tuo compito è solo il trasmettere. Allah osserva i Suoi schiavi.” (III: 19-20)
Questo passaggio afferma chiaramente quanto segue:
– “Al-Islām” menzionato in questo versetto è il messaggio di sottomissione portato dal Profeta Muhammad (S).
– La Gente della Scrittura (cioè, cristiani ed ebrei) si oppone a questa forma di sottomissione a Dio.
– Il Profeta Muhammad (S) e i suoi seguaci sono seguaci dell’Islām da lui portato.
– Alla Gente della Scrittura viene chiesto di sottomettersi a Dio tramite il Profeta Muhammad (S) anche se sono già seguaci dei Profeti Mosé (as) e Gesù (as).
– Lo stesso messaggio viene dato agli idolatri della Mecca.
– Se la Gente della Scrittura non si sottomette (come si sono sottomessi il Profeta Muhammad (S) e i suoi seguaci), allora non sono “ben guidati”.
Quindi il termine al-Islām, in questo versetto, si riferisce alla “sottomissione a Dio” attraverso il Suo messaggio finale portato dal Profeta Muhammad (S) e non attraverso i Profeti precedenti.
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“Islām” nel Corano [3: 83-85]
Anche un altro passaggio dello stesso capitolo è rilevante per comprendere il significato di “Islām”:
أَفَغَيْرَ دِينِ اللٌّهِ يَبْغُونَ وَلَهُ أَسْلَمَ مَنْ فِي السَّمَاوَاتِ وَالأَرْضِ طَوْعاً وَكَرْهاً وَإِلعونَـهِ
“Desiderano altro che la religione di Allah, quando, per amore o per forza tutto ciò che è nei cieli e sulla terra si sottomette a Lui e verso di Lui [tutti gli esseri] saranno ricondotti?”
قل آمنا بالله وما أنزل علينا وما أنزل على إبراهيم وإسماعيل وإسحاق ويعقوب والأسباط وما أوتي موسى وعيسى والنبيون من ربهم لا نفرق بين أحد منهم ونحن له مسلمون
“Di’: «Crediamo in Allah e in quello che ha fatto scendere su di noi e in quello che ha fatto scendere su Abramo, Ismaele, Isacco, Giacobbe e le Tribù, e in ciò che, da parte del Signore, è stato dato a Mosè, a Gesù e ai Profeti: non facciamo alcuna differenza tra loro e a Lui siamo sottomessi»”.
وَمَنْ يَبْتَغِ غَيْرَ الإِسْلاَمِ دِيناً فَلَنْ يُقْبَلَ مِنْهُ وَهُوَ فِي الآخِرَةِ مِنَ الْخَاسِرِينَ
“Chi vuole una religione diversa dall’Islàm, il suo culto non sarà accettato, e nell’altra vita sarà tra i perdenti.”
Questo passaggio spiega chiaramente la credenza basilare della religione di Allāh:
Tra queste credenze basilari c’è il requisito di credere in “ciò che ci è stato rivelato” (cioè, il Corano che è stato rivelato ai musulmani).
“Islām – sottomissione” si segue solo quando si accettano tutti i Profeti e non si pongono differenze sulla veridicità di nessuno di loro, incluso il Profeta Muhammad (S).
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“Islām” e “Imān” nel Corano [2: 135-137]
Il brano che segue, presente nel secondo capitolo del Corano, chiarisce ulteriormente il significato di “Islām” (sottomissione), così come quello di “iman” (fede):
وَقَالُوا كُونُوا هُوداً أَوْ نَصَارَى تَهْتَدُوا
“Dicono: «Siate giudei o nazareni, sarete sulla retta via».”
قُلْ بَلْ مِلَّةَ إِبْرَاهِيمَ حَنِيفاً وَمَا كَانَ مِنَ الْمُشْرِكِينَ
“Di’: «[Seguiamo] piuttosto la religione di Abramo, che era puro credente e non associatore»”
قولوا آمنا بالله وما أنزل إلينا وما أنزل إلى إبراهيم وإسماعيل وإسحاق ويعقوب والأسباط وما أوتي موسى وعيسى وما أوتي النبيون من ربهم لا نفرق بين أحد منهم ونحن له مسلمون
“Dite: «Crediamo in Allah e in quello che è stato fatto scendere su di noi e in quello che è stato fatto scendere su Abramo, Ismaele, Isacco, Giacobbe e sulle Tribù, e in quello che è stato dato a Mosè e a Gesù e in tutto quello che è stato dato ai Profeti da parte del loro Signore, non facciamo differenza alcuna tra di loro e a Lui siamo sottomessi».”.
فَإِنْ آمَنُوا بِمِثْلِ مَا آمَنتُمْ بِهِ فَقَدْ اهْـتَدَوا وَإِنْ تَوَلَّوْا فَإِنَّمَا هُمْ فِهَ فَقَد اهْـتَدَوا وَإِنْ تَوَلَّوْا فَإِنَّمَا هُمْ فِي شِقَاقعهيم اسكم اسفكم الفكم الفكم اسفكم اسفكم اسفكم اسفكم الفل
“Se crederanno (ebrei e cristiani) nelle stesse cose in cui voi avete creduto, saranno sulla retta via; se invece volgeranno le spalle, saranno nell’eresia. Ma Allah ti basterà contro di loro. Egli è Colui che tutto ascolta e conosce.”
Questi due versetti definiscono chiaramente l’“imān” (la fede e il credo) dei musulmani in opposizione a quella degli ebrei e dei cristiani. Al centro dell’imān dei musulmani vi è la fede nella rivelazione di tutti i Profeti, inclusa la rivelazione al Profeta Muhammad (S). Dicono chiaramente che se gli ebrei e i cristiani “crederanno nelle stesse cose in cui voi avete creduto”, solo allora saranno giustamente guidati.
Anche la Sūratul Baqarah (II), nel versetto 285, conferma questo significato di “imān”:
آمن الرسول بما أنزل إليه من ربه والمؤمنون كل آمن بالله وملائكته وكتبه ورسله لا نفرق بين أحد من رسله
“Il Messaggero crede in quello che è stato fatto scendere su di lui da parte del suo Signore, come del resto i credenti: tutti credono in Allah, nei Suoi Angeli, nei Suoi Libri e nei Suoi Messaggeri. «Non facciamo differenza alcuna tra i Suoi Messaggeri.»
Una nota su “non facciamo differenza alcuna tra i Suoi Messaggeri” o “non facciamo differenza alcuna tra di loro”: non significa che tutti i Profeti e Messaggeri di Allāh (S) possiedano lo stesso rango e stazione.
Abbiamo già accennato al fatto che ci sono cinque Profeti che si collocano più in alto nella gerarchia spirituale. Significa piuttosto che non facciamo alcuna distinzione nella verità portata da nessuno dei Profeti; tutti sono ugualmente veridici nelle loro affermazioni.
Ciò è diverso dagli ebrei che accettano tutti i Profeti ma rifiutano Gesù (as) e Muhammad (S) o dai cristiani che accettano tutti i Profeti ma rifiutano Muhammad (S).
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Il Profeta Muhammad (S) e il pluralismo religioso
Quegli intellettuali musulmani che predicano sul pluralismo religioso nell’Islām sembrano essere ignari di alcuni fatti storici della storia islamica e della vita del Profeta.
Se giudaismo e cristianesimo sono simultaneamente vie valide di sottomissione a Dio, allora perché il Profeta Muhammad (S) ha operato così duramente per trasmettere il suo Messaggio anche agli ebrei e ai cristiani? Se erano già sulla Retta Via (Ŝirat Mustaqīm), allora perché il Profeta (S) ha ritenuto importante invitarli all’Islām?
Dopo il trattato di pace di Hudaybiyya nell’anno 6 dell’Egira, il Profeta dell’Islām (S) ha inviato emissari a vari governanti e tribù intorno e oltre la Penisola Arabica con il preciso scopo di invitarli all’Islām. Secondo gli storici, il Profeta (S) inviò circa venticinque lettere a vari governanti e tribù. (12)
Tra coloro che vennero inviati ai governanti e alle tribù cristiane, troviamo i seguenti nomi: Dihyah al-Kalbī inviato a Eraclio, l’imperatore bizantino; `Amr bin Umayyah Zamrī al Negus, il re d’Abissinia; Hāťib bin Abī Baltā’a inviato ai Muqawqi, il re d’Egitto; e le tribù di Ghassan e Ĥanīfah (nell’Arabia settentrionale). Tre lettere sono importanti e rilevanti per la nostra discussione.
Nella sua lettera a Eraclio, l’imperatore bizantino, il Profeta Muhammad (S) ha scritto:
“… La pace sia su colui che segue la Guida.
Ti invito ad accettare l’Islām. Accetta l’Islām e prospererai e Allāh ti darà doppia ricompensa. Ma se rifiuti, anche il peccato del tuo popolo ricadrà sulle tue spalle.
“Di’: «O gente della Scrittura, addivenite ad una dichiarazione comune tra noi e voi: [e cioè] che non adoreremo altri che Allah, senza nulla associarGli, e che non prenderemo alcuni di noi come signori all’infuori di Allah». Se poi volgono le spalle allora dite: «Testimoniate che noi siamo musulmani»”.”
Nella lettera al Negus, il re d’Abissinia, il Profeta Muhammad (S) ha scritto:
“… La pace sia su colui che segue la Guida.
Lode ad Allāh oltre al quale non c’è nessun altro dio, il Sovrano, il Santo, il Preservatore della Pace, il Custode dei Fedeli, il Guardiano.
Testimonio che Gesù, figlio di Maria, è davvero uno spirito di Dio e la Sua parola che ha trasmesso alla casta Maria. Ha creato Gesù attraverso la Sua parola allo stesso modo in cui ha creato Adamo con le Sue mani.
E ora ti invito ad Allah, che è Uno e non ha soci, e all’amicizia nella Sua obbedienza. Seguimi e credi in ciò che mi è stato rivelato, poiché io sono il Messaggero di Allāh. Invito te e il tuo popolo ad Allāh, il Potente, il Glorioso.
Ho trasmesso il messaggio e sta a te accettarlo.
Ancora una volta, la pace sia su colui che segue il sentiero della Guida“.
Nella lettera inviata ai Muqawqis, il re d’Egitto e cristiano copto, il Profeta Muhammad (S) ha scritto:
“…La pace sia su colui che segue la Guida.
Vi invito ad accettare il messaggio dell’Islām. Accettalo e prospererai. Ma se ti volti, allora su di te cadrà anche il peccato dei copti.
Di’: «O gente della Scrittura, addivenite ad una dichiarazione comune tra noi e voi: [e cioè] che non adoreremo altri che Allah, senza nulla associarGli, e che non prenderemo alcuni di noi come signori all’infuori di Allah». Se poi volgono le spalle allora dite: «Testimoniate che noi siamo musulmani».” (13)
Anche l’arrivo della delegazione dei cristiani di Najran e il modo in cui il Profeta (S) li ha invitati all’Islām e, infine, la mubāhala (ordalia) con loro, rientrano nello stesso spirito di invitare l’Ahlul Kitāb all’Islām. (14)
Tutte queste lettere e l’incontro con i cristiani di Najran dimostrano al di là di ogni dubbio che se l’Ahlul Kitāb (la Gente della Scrittura) fosse sul Ŝirāt mustaqīm – sulla Retta Via che conduce alla salvezza – allora il Profeta (S) non li avrebbe invitati all’Islām.
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Un punto importante
A conclusione di questa introduzione, vorrei ribadire l’avvertenza che credere nell’Islām come unica via valida di sottomissione a Dio non porta automaticamente e necessariamente alla convinzione che tutti i non musulmani andranno all’inferno.
Né questa visione esclusivista dell’Islām quale unico sirāt mustaqīm ci impedisce di promuovere la tolleranza e la convivenza pacifica tra i seguaci di varie religioni, in particolare gli ebrei e i cristiani.
Parlando di genitori politeisti, l’Onnipotente Allāh dice:
وَإِنْ جَاهَدَاكَ عَلى أَنْ تُشْرِكَ بِي مَا لَيْسَ لَكَ بِهِ عِلْمٌ فَلاَ تُطِعْهُمَا وَصَاحِوْهَمَاَ وصَاحِوهُيمَاُ
“E se entrambi ti obbligassero ad associarMi ciò di cui non hai conoscenza alcuna, non obbedire loro, ma sii comunque cortese con loro in questa vita e segui la via di chi si rivolge a Me.” (Sacro Corano, XXXI, 15)
Un musulmano deve quindi resistere all’influenza non islamica dei non musulmani, ma essere comunque gentile con loro. In altre parole, sebbene i vostri percorsi nell’aldilà saranno separati, ciò non ci impedisce di essere gentili, misericordiosi e giusti con i non musulmani in questo mondo.
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Sayyid Muhammad Rizvi
Toronto, Ontario
13 maggio 2004 – 23 di Rabīul Awwal 1425 AH
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NOTE
1) La presente costituisce l’introduzione all’edizione inglese dell’opera dell’Ayatullah Motahhari “Islām and Religious pluralism”, della quale esiste una traduzione in lingua italiana con il titolo “L’Islam e il pluralismo religioso” (Irfan Edizioni, 2007) ma priva dell’introduzione inglese qui riprodotta. Per approfondimenti sull’opera e la figura dell’Ayatullah Motahhari, cfr. “Biografia dell’Ayatullah Martire Motahhari”: https://islamshia.org/biografia-dellayatullah-martire-motahhari/
2) Sacro Corano, II: 253; XVII: 55.
3) Sacro Corano, XXXIII: 7; cfr. anche XXXXII, 13:
شرع لكم من الدين ما وصى به نوحا والذي أوحينا إليك وما وصينا به إبراهيم وموسى وعيسى ..
“[Egli] ha stabilito per voi, nella religione, la stessa via che aveva raccomandato a Noè, quella che riveliamo a te, [o Muhammad,] e che imponemmo ad Abramo, a Mosè e a Gesù…”
4) La Chiesa cattolica ha impiegato quasi duemila anni per riconoscere i non cristiani, compresi i musulmani. Il Concilio Vaticano II dichiarò nel 1964 che “quelli che senza colpa ignorano il Vangelo di Cristo e la sua Chiesa ma che tuttavia cercano sinceramente Dio e coll’aiuto della grazia si sforzano di compiere con le opere la volontà di lui, conosciuta attraverso il dettame della coscienza, possono conseguire la salvezza eterna”. Concilio Vaticano II: Costituzione Dogmatica sulla Chiesa. Lumen Gentium, secondo capitolo “Il Popolo di Dio”.
5) Imām `Alī Zaīnul` Ābidīn, “Trattato dei diritti (Risālat al-Huqūq)”, tr. Damiano Abbas Di Palma, Irfan Edizioni, 2010.
6) Scrive Ira Lapidus: “Gli Ottomani, come i precedenti regimi musulmani, consideravano i soggetti non musulmani popoli autonomi ma dipendenti la cui vita sociale, religiosa e comunitaria interna era regolata dalle proprie organizzazioni religiose, i cui capi erano nominati dallo Stato musulmano”, “A History of Islāmic Societies” (NY: Cambridge University Press, 1990) p. 323. Vedi anche Marshall Hodgson, “The Venture of Islām”, vol. 1 (Chicago: University of Chicago Press, 1974) p. 306.
7) J. Hick, “God and the Universe of Faith” (London: Macmillan, 1977) p. 140.
8) J. Hick, “An Interpretation of Religion” (New Haven: Yale University Press, 1989) p. 364-365.
9) J. Hick, “An Interpretation of Religion”, p. 241. In altre parole, non possiamo veramente conoscere Dio; quello che conosciamo è la nostra percezione di Lui. I filosofi musulmani non accettano la teoria di Kant. Per ulteriori informazioni sulla teoria della conoscenza dal punto di vista islamico in inglese, cfr. Sayyid Muhammad Husayn Tabā’tabā’ī, “The Elements of Islāmic Metaphysic”, tr. SAQ Qarā’i (Londra: ICAS Press, 2003) p. 115-132; e anche la prima parte di S.M. Bāqir as-Sadr, “Our Philosophy”, tr. Shams C. Inati (Londra: Muĥammadi Trust, 1987).
10) “The Essential Rumi”, tradotto in inglese da C. Barks (New Jersey: Castle Books, 1997) p. 525. In italiano, cfr. “Mathnawi. Il poema del misticismo universale” (Bompiani, 2010), pag. 115.
11) Vedi la discussione in questo libro. Il commento di Āyatullāh Motahharī secondo cui “la realtà della sottomissione ha una forma particolare in ogni epoca” è anche la chiave per la corretta comprensione del versetto 62 della Sūratul Baqarah (II). Cfr. M. Motahhari “L’Islam e il pluralismo religioso”, Irfan Edizioni, 2007, pag. 50.
12) Muhammad Ibrāhīm Āyatī, “Tārīkh-e Payghambar-e Islām” (Tehran: Tehran University Press, nd) p. 480-482.
13) Ibid, p. 483-494.
14) Sull’evento dell’ordalia del Profeta Muhammad (S) con i cristiani, cfr. “Il giorno della Mubahila (ordalia)”: https://islamshia.org/il-giorno-della-mubahila-ordalia/
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Traduzione a cura di Islamshia.org © È autorizzata la riproduzione citando la fonte
Liberamente tratto da: ISLAMSHIA.ORG

DUE ECOLOGISMI
di Francesco Neri
Ci sono due ecologismi molto differenti tra loro.
Concordano su una cosa: stiamo inquinando e consumando troppo.
Bene. Fin qui tutti d’accordo.
Differiscono completamente però sull’analisi delle cause e quindi sulle soluzioni.
Il primo dice che noi sulla terra siamo troppi e e consumiamo troppo: la soluzione è ridurre il nostro numero e le nostre pretese.
Siamo noi masse a riprodurci troppo e quindi a diventar troppo numerosi, a curarci troppo e quindi a diventar vecchi e costosi per i sistemi sanitari, addirittura così spocchiosi da pretendere cure gratis e pensioni. Siamo noi a causare l’inquinamento del pianeta pretendendo automobile, frigorifero, addirittura condizionatore a volte, spesso una bistecca: la nostra perversione raggiunge il climax quando pretendiamo addirittura di andare in vacanza…
La seconda visione dice che a distruggere il pianeta è invece un sistema capitalistico che con la globalizzazione si è abituato a uno spostamento immane e quotidiano di merci da una parte all’altra del pianeta per produrre dove costa meno e vendere a chi può pagare di più, una megamacchina che si sta accanendo nella distruzione delle ultime riserve di biodiversità per trasformarle in enormi distese di agroproduzioni intensive volte per lo più all’allevamento di miliardi di animali di allevamento o allo sfamare miliardi di macchine tramite biocombustibili. Un capitalismo predatorio che in gran parte trasforma ricchezze naturali di tutti in stratosferiche ricchezze innaturali di pochi.
Le soluzioni che derivano da visioni così diverse sono , ovviamente diversissime…
La prima visione auspica un impoverimento ulteriore delle masse così che abbiano meno da spendere e quindi meno possibilità di inquinare, meno da curarsi e quindi campino meno, facciano figli solo a patto che questi accettino senza fiatare di lavorare come schiavi nella megamacchina creata dal sistema senza pretendere come quegli sconsiderati dei loro genitori di farsi casa, famiglia e vacanze al mare….se non addirittura di studiare e decidere poi cosa fare nella vita….
La seconda visione invece pretende che l’intelligenza umana abbandoni l’idiozia manifestamente contenuta in un sistema che fa le guerre per fare buchi in paesi lontani per succhiare l’energia solare di 60 milioni di anni fa, mentre il Sole ci da OGGI , ogni 88 minuti tutta l’energia che ci basta per un anno… che usi l’intelligenza per far evolvere un sistema che ancora produce 20 milioni di auto al mese mosse da prodotti del petrolio che esplodono muovendo delle manovelle…. un sistema che spende centinaia di miliardi per produrre sostanze cancerogene, centinaia di miliardi per cercare la cura contro il cancro, e seppellisce milioni di persone morte di cancro – un sistema che si riunisce in una grande organizzazione delle nazioni a fini di pace e ci mette a capo i cinque più grossi esportatori di armi, un sistema infine che ha messo l’uomo in grado di compiere miracoli tecnologici inauditi che hanno sempre promesso la liberazione dell’uomo da fame, malattia, miseria e eccessivo lavoro, e finisce sempre per aumentare fame, malattia, miseria e schiavitù da lavoro.
In questo senso, riassumendo, quando vedete un partito GREEN e liberista, sappiate che sta dando la colpa dell’inquinamento a voi – non sono le 60mila navi portacontainer che inquinano come 300 miliardi di auto a rovinare l’atmosfera ma le vostre cene a base di fagioli o la vostra auto euro 3 che non potete cambiare…. non sono i duecentomila per lo più inutili voli aerei al giorno e le 70 guerre che quotidianamente devastano il pianeta, a metterne in forse la sopravvivenza, ma la lampadina della vostra abat jour che vi ostinate a non spegnere…
I partiti GREEN liberisti stanno solo li a fare il conto dell’inquinamento non per darlo a chi sta sventrando il pianeta per farci miliardi e miliardi, ma per consegnarlo a voi, affinché paghiate
Quando vedete insomma Lagarde, Junker, Macron, Soros, Greta, Attalì, Obama, stringersi la mano calorosamente nei FriDay for future o gli Earth day, sappiate che parlano del futuro loro e dei loro rampolli.
Un futuro che vi prevede solo come schiavi che consumino e inquinino poco o che non vi prevede affatto…

Assad considera l’Iran “parte della soluzione”, critica l’Occidente per creare tensioni in Siria
Il 2 luglio 2022 il ministro degli Esteri iraniano Hossein Amir-Abdollahian (a sinistra) incontra il presidente siriano Bashar al-Assad a Damasco, in Siria.
Il presidente siriano Bashar al-Assad considera l’Iran “parte della soluzione” ai problemi regionali, mentre ha criticato le potenze occidentali per creare tensioni nel suo Paese.
Egli ha fatto le osservazioni sabato pomeriggio durante un incontro con Hossein Amir-Abdollahian, il ministro degli Esteri iraniano in visita a Damasco.
Amir-Abdollahian è arrivato nella capitale siriana all’inizio della giornata a capo di una delegazione di alto livello ed è stato ufficialmente accolto dal suo omologo siriano, Faisal Mekdad, all’Aeroporto Internazionale di Damasco.
“Siamo felici che in tali condizioni la Repubblica islamica dell’Iran sia parte della soluzione politica nella regione”, ha affermato il presidente siriano, secondo una dichiarazione ufficiale dell’incontro pubblicata dal Ministero degli Esteri iraniano.
Egli ha affermato che sono necessari sforzi regionali collettivi per risolvere certi problemi, sottolineando che Damasco accoglie con favore qualsiasi soluzione che tenga la Siria lontana dalla guerra.
Sottolineando l’importanza della visita di Amir-Abdollahian in Siria, Assad ha affermato che sta emergendo una nuova situazione che “inclinerà a nostro favore l’equilibrio di potere nella regione”.
Egli ha poi condannato i paesi occidentali per fomentare tensioni in Siria con l’obiettivo di vendicarsi del governo siriano e ottenere concessioni.
Altrove nelle sue osservazioni, Assad ha definito la relazione Teheran-Damasco una “alleanza strategica” che è andata costantemente migliorando negli ultimi quarant’anni.
Egli ha anche affermato che la Palestina è una questione di preoccupazione comune per l’Iran e la Siria, aggiungendo che nella regione è stata formata una “alleanza di volontà” per affrontare le potenze egemoniche.
Da parte sua, Amir-Abdollahian ha convenuto che i nemici della Siria stanno complottando per fomentare l’instabilità nel Paese arabo.
Egli ha condannato la violazione dell’integrità territoriale della Siria da parte del regime israeliano e ha affermato che il silenzio delle capitali occidentali, che affermano di difendere i diritti umani, espone i loro doppi standard.
“L’incapacità di affrontare seriamente le azioni distruttive e aggressive del regime sionista dimostra che l’affermazione dei paesi occidentali di cercare di stabilizzare la sicurezza in Siria non è veritiera, e questa [inazione] incoraggia il regime sionista razzista a cercare di sovvertire la situazione in Siria”, ha aggiunto.
Egli ha anche trasmesso i saluti della guida della Rivoluzione Islamica, l’ayatollah Seyyed Ali Khamenei, e del presidente iraniano Ebrahim Raisi al presidente Assad, affermando che la recente visita del presidente siriano a Teheran è stata un punto di svolta nelle relazioni bilaterali.
Assad ha visitato Teheran a maggio e ha tenuto colloqui con l’ayatollah Khamenei e Raisi.
“Durante quel viaggio, siamo entrati in una nuova fase di cooperazione globale tra i due paesi, anche in vari campi economici e commerciali”, ha detto Amir-Abdollahian ai giornalisti sabato, all’arrivo a Damasco.
“La giornata odierna rappresenta un’ottima opportunità per discutere con il mio collega, il signor Faisal Mekdad, dell’ultimo stato delle relazioni tra i due paesi”, ha aggiunto il massimo diplomatico iraniano.
Altrove nelle sue osservazioni, Amir-Abdollahian ha affermato che l’Iran condanna con forza la violazione dell’integrità territoriale della Siria da parte del regime israeliano.
“Insieme alle sanzioni imposte contro il resistente popolo siriano, i sionisti cercano di destabilizzare [la Siria] e aumentare i problemi del popolo siriano”, ha affermato.
Il principale diplomatico iraniano ha menzionato gli atti di aggressione di Israele contro la Siria, compresi i recenti attacchi missilistici alla città portuale di Tartus, nella parte occidentale della Siria.
“L’Iran condanna l’aggressione sionista che questa mattina ha preso di mira la parte meridionale di Tartus”, ha affermato Amir-Abdollahian, aggiungendo che Israele cerca di ritrarre Damasco come una città insicura per ostacolare il ritorno degli sfollati.
Sabato, almeno due civili sono rimasti feriti in seguito agli attacchi missilistici di Israele su Tartus.
Secondo l’agenzia di stampa ufficiale siriana SANA, una fonte militare ha affermato che le difese aeree siriane sono state in grado di abbattere la maggior parte dei missili lanciati dagli aerei da guerra israeliani provenienti dalla direzione della città di Tripoli, nel nord del Libano.
Altrove nelle sue osservazioni, Amir-Abdollahian ha fatto riferimento alle minacce di Ankara di usare la forza all’interno della Siria e ha affermato che l’Iran comprende le preoccupazioni sulla sicurezza della Turchia, ma si oppone a qualsivoglia forma di azione militare.
“Stiamo compiendo degli sforzi per risolvere i malintesi esistenti tra Siria e Turchia attraverso la diplomazia e i colloqui politici”, ha aggiunto.
Mekdad: La Siria sostiene l’Iran nei colloqui PACG
Da parte sua, Mekdad ha sottolineato l’importanza della visita, affermando che i due paesi tengono continue e strette consultazioni su tutti gli sviluppi.
Egli ha espresso il sostegno della Siria all’Iran nei colloqui volti a ripristinare il Piano d’azione congiunto globale (PACG), comunemente noto come l’accordo con l’Iran, che è stato abbandonato dagli Stati Uniti nel 2018.
L’ex presidente Donald Trump ha rinnegato l’accordo nel 2018 e ripristinato dure sanzioni statunitensi contro l’Iran. L’amministrazione di Joe Biden ha espresso la volontà di rientrare nell’accordo, ma non è riuscita a rimuovere le sanzioni, come previsto dal PACG, e ha invece aggiunto delle misure punitive in violazione del PACG.
Iran e Usa hanno concluso due giorni di colloqui indiretti, mediati dall’Unione Europea, nella capitale del Qatar, Doha, in un tentativo di rompere lo stallo nel rilanciare il PACG, con Teheran e l’UE che al termine dei colloqui hanno affermato che si terranno in contatto “sulla continuazione del percorso e sulla fase successiva dei colloqui”.
Altrove nelle sue osservazioni, il Ministro degli Esteri siriano ha anche affermato che la situazione in Siria richiede maggiori consultazioni tra i due paesi amici, in particolare in merito ai ripetuti atti di aggressione di Israele al territorio siriano, oltre alle minacce lanciate da Tel Aviv contro l’Iran, che mirano a indebolire il fronte della resistenza.
Fonte: frontedellaresistenza.ir

IL SIGILLO IMPERIALE
di Vincenzo Di Maio
Il matrimonio del Dragone e della Fenice.
La danza nuziale del Supremo Buddha Sunyata e della Suprema Prajna Tara.
I Genomi Celesti giapponesi: Izanagi e Izanami.
La Danza Cosmica del Dao Assoluto.
L’amore cosmico di Shiva e Shakti.
L’avvenimento di Aghenon e Oghenan.
La formazione della Sacra Perla del Divino Risveglio.
La fecondazione dell’Uovo Cosmico di Partenope e Partenone.
La cerimonia nuziale di Ahura e di Mazda in onore di Asa Cithra.
Il ritorno di Adamo e di Eva.

