ERRARE HUMANUM EST PERFECTIO DIVINA EST

di Vincenzo Di Maio

I Profeti, gli Inviati e i Messi di Dio, quali Maestri del Cielo, non sbagliano mai e mai hanno sbagliato.

Il problema sta semmai in coloro che ne hanno riportato testimonianza, come anche in coloro che hanno tramandato male le significazioni ai posteri per errore, volontario o involontario che sia.

Ma innanzitutto, proprio in virtù della unica realtà vivente dalle molteplici espressioni e manifestazioni, di certo possiamo cogliere un insegnamento implicito universale che è il mistero di quella Verità Assoluta che nessun libro o iniziato mai ti darà se non lo sforzo personale di ognuno in corpo, anima e spirito, tale che ci avvicina a Dio e che ci permette di ritornare a Lui attraverso la rinascita spirituale e prima della morte terrena.

Nonostante tutto ciò, l’attuale momento storico comporta il susseguirsi vorticoso dei tempi ultimi, che porterà sempre più al disvelamento del Salvatore Promesso dall’escatologia profetica delle cinque sacre religioni tradizionali rivelate e autentiche, un evento di portata cosmica che permetterà la completa rinascita spirituale della specie umana attraverso la forgia celeste delle anime mediante il Divino Fuoco di Dio Altissimo Sommo Creatore.

ERRARE HUMANUM EST
PERFECTIO DIVINA EST

LA VERA VIA DELLA TECNÉ SECONDO IL PRIMORDIALISMO VISIONARIO

di Vincenzo Di Maio

La vera Via della Tecné è la Tradizione Primordiale come ritorno alle origini attraverso una tecnologia ultraumanista che si pone servizio dell’uomo, radicalmente diversa dalla tecnologia transumanista poiché non è l’uomo ad essere al servizio della tecnologia, dove essa è strumento dei poteri globalsti dominanti che assoggettano il resto della specie umana attraverso gangli di meccanismi complessi e fumosi che intrecciano tecnica, burocrazia e repressione per legittimare lo status quo. Questa è la visione del PRIMORDIALISMO VISIONARIO – movimento politico internazionale.

LA VERA VIA DELLA TECNÉ SECONDO IL PRIMORDIALISMO VISIONARIO

Xi Jinping su Hong Kong la gira così: «Vera democrazia cominciata con restituzione alla Cina»

di Michele Iozzino

Roma, 1 lug – Il primo luglio non è una data come le altre per i cittadini di Hong Kong. È infatti l’anniversario del ritorno alla sovranità cinese dell’ex colonia britannica, di cui quest’anno si celebrano i venticinque anni. Una ricorrenza che assume un significato particolare anche alla luce delle durissime proteste per l’autonomia della città nel 2019.

La «vera democrazia» secondo Xi Jinping

Ai festeggiamenti pubblici è intervenuto anche Xi Jinping, con quello che rappresenta il primo viaggio del presidente cinese fuori dalla Cina continentale da 893 giorni, ovvero dall’inizio della pandemia per il Covid-19. Nel suo discorso, Xi Jinping ha affermato che la «vera democrazia» di Hong Kong sia cominciata venticinque anni fa, proprio con «il ritorno dei territori alla madrepatria», fatto che ha portato ad «una nuova epoca nella sua storia».

Un processo sicuramente non facile, tanto che perfino Xi Jinping ha ammesso difficoltà e problemi, i quali però adesso sembrano essere superati: «Dopo il vento e la pioggia Hong Kong è rinata dalle sue ceneri, è di nuovo vibrante». Un successo che sarebbe dovuto alla dottrina di «un Paese, due sistemi», che avrebbe permesso «grande vitalità» e assicurato «prosperità e stabilità». Xi Jinping ha poi sottolineato l’importanza del sistema socialista e soprattutto della leadership del Partito comunista, ammonendo che «tutti i residenti devono rispettare coscienziosamente e sostenere il sistema fondamentale del nostro Paese».

Quale futuro per Hong Kong?

All’opposto della narrazione cinese vi è quella britannica, con il premier Boris Johnson che su Twitter ha accusato la Cina di «non avere adempiuto ai propri obblighi», in altre parole di non aver rispettato le libertà e l’assetto democratico di Hong Kong. Secondo alcuni commentatori, nonostante i toni entusiastici di Xi Jinping sul successo dell’idea di «un Paese, due sistemi», proprio questo concetto sarebbe venuto meno, con la Cina che sta portando avanti un processo di normalizzazione per Hong Kong. Non a caso i festeggiamenti per i venticinque anni del ritorno di Hong Kong alla Cina hanno visto anche un cambio di vertice, con John Lee Ka-chiu che succede a Carrie Lam alla guida della regione amministrativa speciale cinese. John Lee è un ex poliziotto che ha svolto un ruolo chiave proprio nella repressione delle proteste del 2019.

Xi Jinping, President of the People’s Republic of China

IL POTERE DINASTICO NEL MONDO MODERNO

di Mike Plato

Nella prima parte di questa serie (” Il trono di spade della globalizzazione “) si esamina il concetto di dinastie aziendali e finanziarie che detengono un potere significativo nel mondo moderno.

Pensate a un qualsiasi periodo della storia umana in cui gli imperi e l’imperialismo erano caratteristiche comuni della società, ad esempio nell’antichità in Egitto, a Roma, in Cina e presso gli Ottomani, o durante l’espansione degli imperi europeo e giapponese. C’è un’istituzione che – con poche eccezioni – è stata prevalente in quasi tutte le società imperiali: la dinastia familiare. In un mondo dominato dalle istituzioni – organizzate gerarchicamente e insite nel sistema con le loro precise funzioni e ideologie – l’unità familiare” è molto spesso la prima istituzione, nonché la più importante, per lo sviluppo degli individui. Per i ricchi e i potenti, l’unità familiare è stata l’istituzione principale attraverso cui il potere si è accumulato, si è preservato e si è propagato, precisamente perché l’interesse è multigenerazionale, e richiede pianificazione e strategia a lungo termine. Negli stati potenti e negli imperi, le famiglie hanno avuto un ruolo essenziale nel processo di sviluppo e di governo delle principali istituzioni all’interno di queste società e nel controllo diretto della stessa struttura imperiale o statale. Indipendentemente che al comando ci fossero imperatori, re, regine o sultani, molto spesso sono state le dinastie familiari a esercitare il controllo politico diretto della società. È stato così in gran parte della storia umana, almeno nei momenti della storia caratterizzati stabilmente dagli imperi e dagli stati. Eppure, nell’era moderna, immaginiamo le nostre società libere dalla regola dinastica: un carattere arcaico di un mondo che non esiste più da tempo, non conforme agli ideali e alle funzioni della democrazia, del capitalismo o della modernità. Potremmo immaginare che sia così, ma ci sbaglieremmo. Il potere dinastico non solo c’è ancora, ma continua a evolversi e adattarsi. Nell’attuale mondo della “globalizzazione” – con la crescita delle nazioni-stato moderne, con lo sviluppo delle società capitaliste statali, le banche e i sistemi finanziari, le politiche monetarie delle banche centrali, l’industrializzazione e le multinazionali – in un mondo ampiamente dominato da un unico stato, gli USA, che agisce da arbitro imperiale internazionale per conto di potenti interessi aziendali e finanziari, il potere dinastico resta un’istituzione cardine del sistema globale. A mano a mano che le sfere politica ed economica iniziavano ad aprirsi, emergevano nuove strutture per centralizzare rapidamente il potere all’interno di quelle sfere. Mentre re e regine cedevano la somma autorità di battere moneta ad altre istituzioni, i commercianti e i finanzieri si intrufolavano aumentando la propria influenza sulle nuove istituzioni di un ordine mondiale in mutamento. Da queste monumentali trasformazioni sociali emergevano nuove dinastie ben annidate all’interno delle oligarchie finanziaria, industriale e aziendale. Il loro potere non risiedeva nel diretto controllo dell’apparato politico ma nella concentrazione del controllo nelle sfere finanziaria, economica e industriale. A un simile potere, inevitabilmente, si accompagnavano il desiderio e la capacità di influenzare la sfera politica e di fare pressioni. Oggi, nell’epoca della globalizzazione, sono le dinastie industriali, finanziarie e aziendali a essere assurte a una posizione di autorità senza uguali. Eppure, anche se alcuni dei loro nomi suonano familiari alle orecchie di molti, spesso sono considerati retaggi di secoli passati più che colossi dei nostri giorni; o al contrario i loro nomi sono del tutto sconosciuti, così come le loro posizioni e la loro influenza in seno alla nostra società. Noi siamo abituati a vedere il potere in coloro che detengono cariche politiche: i primi ministri e presidenti che eleggiamo, coerentemente con la nostra convinzione di vivere in una società democratica. Vediamo fazioni opposte di partiti politici che rivaleggiano per le cariche, e siamo noi – il popolo – gli arbitri ultimi di chi riuscirà a salire al potere. L’influenza delle dinastie della globalizzazione resta invisibile, o quantomeno fraintesa. Un perfetto esempio della situazione ci giunge dalla popolarissima serie televisiva Il Trono di Spade [basato sull’acclamato romanzo omonimo e sulla saga delle Cronache del ghiaccio e del fuoco). Nella serie televisiva, ambientata in un mondo di fantasia tuttavia in larga parte fondato sulle rivalità storiche della guerra delle Due Rose, assistiamo all’evoluzione dei personaggi e degli eventi nel quadro di una lotta fra varie famiglie e dinastie che cospirano, rivaleggiano e si alleano per avere il controllo del mondo conosciuto. Spesso sono spietati, scaltri e disonesti, spesso sono circondati da tirapiedi o da infidi consiglieri che non hanno conquistato la propria posizione per virtù di nascita e nome, ma per le loro capacità di manipolazione e inganno. E’ un mondo perennemente in guerra e travolto dalla povertà, con i pochi privilegiati che mandano i poveri in battaglia al posto loro, a morire e soffrire mentre l’élite dei ricchi prospera e accresce il proprio dominio. In realtà, il mondo del Trono di Spade, tanto popolare nella nostra cultura, non è poi molto distante dalla nostra stessa cultura. Nel mondo della globalizzazione, le famiglie si alleano, si fanno concorrenza e forse addirittura cospirano l’una contro l’altra o al proprio interno. Fanno in modo che le politiche del potere dinastico restino oscure o invisibili alle masse. Noi siamo distratti da sport, intrattenimento, nozze reali,  xenofobia e terrorismo; siamo accecati e manipolati da un sistema di propaganda profondamente radicato. La nostra cultura delle celebrity inneggia alla banalità e all’irrilevanza: ci interessiamo all’ultimo scoop kardashianiano di un essere umano che invade i tabloid mentre ci disinteressiamo delle rivalità e ripercussioni del “trono di spade” della globalizzazione. Anche se le dinastie moderne condividono molte caratteristiche delle antiche famiglie regnanti, presentano importanti differenze, per lo più derivate dal fatto che gran parte di esse non detiene un’autorità politica formale o assoluta. Le dinastie del passato tipicamente avevano autorità assoluta sulle proprie regioni locali, stati o regni. Quel tipo di autorità non esiste oggi a livello statale, continentale o globale, sebbene restino alcune eccezioni come i monarchi che regnano nelle dittature del golfo Persico. Eppure, mentre il meccanismo dell’autorità è meno centralizzato o formalizzato nel mondo moderno, l’ambito e il raggio di azione dell’autorità – o influenza – si sono espansi in modo esponenziale. In breve, mentre nelle epoche passate un’unica famiglia poteva esercitare autorità assoluta su una regione o impero relativamente poco esteso, oggi l’influenza indiretta di una famiglia dinastica può arrivare in tutto il mondo, sebbene sia tutt’altro che assoluta. Le famiglie che hanno fondato le dinastie moderne tipicamente hanno assunto importanza attraverso la concentrazione del potere e della ricchezza nelle sfere finanziaria, industriale e aziendale. Da questo tipo di posizione, il potere politico e l’influenza politica diventavano una necessità, altrimenti sarebbe stata inevitabile la perdita di potere economico. Queste dinastie spesso istituiscono un family office: una società privata che gestisce tutti gli investimenti, gli interessi e le finanze di una dinastia. Creano università allo scopo di produrre conoscenza e intellettuali capaci di gestire i cambiamenti dall’interno e proteggere l’ordine sociale, anziché incanalare l’intelligenza o gli interessi verso ambiti che sfidano l’ordine prevalente. Le famiglie dinastiche istituiscono “fondazioni filantropiche” per assolvere il duplice scopo di giustificare la loro ricchezza e influenza (cosi si ha l’impressione restituiscano”), ma in realtà gestiscono una ricchezza concentrata con finalità di “donazioni strategiche”, intraprendendo progetti di ingegneria sociale il cui fine ultimo è mantenere il controllo della società. Le grandi fondazioni, pur mostrandosi come istituzioni “benefiche”, sono prevalentemente interessate a un processo a lungo termine di ingegneria sociale. Fra queste fondazioni si distinguono, insieme a molte altre, The Rockefeller Foundation, Carnegie Corporation, Ford Foundation, Open Society Foundations e la Bill & Melinda Gates Foundation. Non sono estranei a tutto questo i think-tank, spesso istituiti e finanziati dalle stesse fondazioni, che vengono creati con l’intento di riunire gli interessi elitari di un’ampia gamma di istituzioni: finanziarie, industriali, aziendali, accademiche/intellettuali, mediatiche, culturali, politiche in ambito nazionale ed estero. Nei think-tank, i più alti funzionari di questi settori si incontrano in un’unica istituzione nella quale collaborano per pianificare strategie di politiche economiche ed estere, per stabilire il consenso fra le élite e per formare una base di reclutamento e addestramento da cui emergeranno figure da immettere nell’establishment della politica nazionale ed estera, riuscendo così a mettere in atto proprio le idee sviluppate nei think-tank. Alcuni illustri think-tank immensamente influenti- in particolare negli USA – includono il Consiglio sulle Relazioni Estere (Council on Foreign Relations), The Brookings Institution, il Carnegie Endowment e il Centro di Studi Strategici e Internazionali (Center for Strategic & International Studies). Durante l’era della globalizzazione si sono diffusi think-tank più grandi e internazionali, che uniscono le rispettive élite provenienti dai potenti stati occidentali industrializzati anziché semplicemente le élite di ogni rispettivo stato. Fanno parte di queste istituzioni la Commissione Trilaterale, il Gruppo Bilderberg e il Forum Economico Mondiale. La prevalenza delle dinastie finanziarie, industriali e aziendali in seno a queste istituzioni fa in modo che queste famiglie abbiano una notevole influenza politica e, oltretutto, rivestano ruoli cardine nella costruzione ed evoluzione della nostra società moderna statale-capitalistica. Non a caso, con la conservazione e la propagazione del potere dinastico moderno, è arrivata la conservazione e la propagazione dell’imperialismo moderno, non più stabilito come un sistema di controllo coloniale formale. Invece, è rappresentata come una complessa interdipendenza e interazione di istituzioni e ideologie che si manifesta come un sistema di “imperialismo informale” globalizzato, con gli Stati Uniti al centro. Alcuni dei nomi di queste dinastie sono meglio conosciuti di altri, come Rothschild e Rockefeller, mentre altri sono meglio conosciuti nei loro paesi o conosciuti a malapena, come Agnelli (in Italia), Wallenberg (in Svezia) o Desmarais (in Canada). Ogni dinastia familiare ha la propria storia unica, con potere concentrato in particolari aziende o family office. Molte, se non la maggior parte, di queste famiglie, hanno anche legami significativi tra loro, agendo come comproprietari in varie società, sedendo negli stessi consigli di amministrazione e mescolandosi negli stessi circoli sociali. Cooperano e competono tra loro per l’influenza nel “Game of Thrones” della globalizzazione. Questa serie mira a portare alla luce alcune delle storie, dei giocatori e delle strutture delle dinastie dominanti del mondo. La ricerca inclusa in questa serie è stata intrapresa attraverso The People’s Book Project, un’iniziativa finanziata dalla folla per produrre una serie di libri che esaminano le idee, le istituzioni e gli individui del potere, nonché i metodi e i movimenti di resistenza nel mondo moderno.

Seconda parte – La gestione della ricchezza delle dinastie mondiali: un affare di famiglia

In questa 2° parte, si esaminano le realtà del settore della “gestione patrimoniale” in quanto responsabile della gestione della ricchezza e degli investimenti delle famiglie più ricche del mondo e il ruolo di un’istituzione unica dedicata alla protezione e alla propagazione della ricchezza dinastica: il family office.

Nel 2010, Forbes – un’importante pubblicazione finanziaria che pubblica un elenco annuale delle persone più ricche del mondo – ha osservato che i Top dei 400 americani più ricchi erano membri di importanti dinastie aziendali e finanziarie, con sei dei primi dieci americani più ricchi eredi di prominenti fortune, invece di essere miliardari “fatti da sé” (self made men). Inoltre, dall’inizio della crisi finanziaria nel 2007 e nel 2008, le fortune di queste dinastie – e degli altri super-ricchi entrati nella lista di Forbes – erano solo aumentate di valore. L’America delle aziende spesso può essere considerata l’emblema del ricco “che si è fatto da sè”, rappresentazione di una società capitalista teoricamente democratica in cui le aziende sono gestite da “manager professionisti” che hanno fatto gli studi giusti e sviluppato le capacità per avere successo commerciale. La realtà, però, è che più o meno un terzo delle società Fortune 500 (ovvero molte delle più grandi multinazionali del mondo) in effetti è costituito da “aziende di famiglia”, in genere gestite da membri della famiglia e che spesso superano le aziende “gestite da professionisti con margini incredibilmente ampi”, notava il New York Times. I fondi fiduciari dinastici consentono alle famiglie super-ricche di “trasmettere agli eredi denaro e proprietà per lo più esentasse e immuni alle rivendicazioni dei creditori”, e non solo ai figli ma “alle generazioni in perpetuo, creando un’aristocrazia americana nel vero senso della parola”. Secondo leggi precedenti alla formazione degli Stati Uniti come nazione indipendente, questi fondi di famiglia potevano durare solo per circa 90 anni, trascorsi i quali le proprietà e le ricchezze accumulati nel fondo diventavano di proprietà diretta dei membri della famiglia. Tuttavia, nelle modifiche attuate a metà degli anni Ottanta dal Congresso e negli anni Novanta dai singoli Stati questa regola è stata eliminata, grazie alle pressioni delle lobby bancarie, in modo che i fondi di famiglia potessero esistere “per sempre”: un bel colpo, e in sordina, per la classe aristocratica esistente ed emergente d’America. Pertanto, la moderna dinastia trust è stata ufficialmente sanzionata come entità legale – un tipo di azienda familiare privata – che sarebbe stata responsabile della gestione della ricchezza collettiva – in denaro, proprietà, terra, arte, azioni (azioni), obbligazioni (debito), ecc. – di tutta la famiglia, di generazione in generazione. L’attenzione si concentra sulla pianificazione a lungo termine per mantenere, proteggere e aumentare la ricchezza della dinastia e per tenerla “in fiducia” contro gli inevitabili combattimenti interni che accompagnano la successione dinastica e le differenze generazionali. Ciò impedirebbe – in teoria – a una generazione o al patriarca di gestire male e sperperare l’intera fortuna della famiglia. La struttura legale di un trust familiare differisce notevolmente dalle società pubbliche, in quanto il loro obiettivo non è massimizzare i profitti trimestrali a breve termine per gli azionisti, ma mantenere la ricchezza e il prestigio multigenerazionali. I trust familiari sono sempre più utilizzati per gestire la ricchezza delle dinastie super-ricche del mondo, insieme a istituzioni bancarie private e altre società di consulenza e gestione patrimoniale. C’è un’intera industria dedicata alla gestione del denaro, della ricchezza e degli investimenti per i super ricchi, e si concentra in gran parte – e sempre di più – sulle dinastie familiari.

I Rockefeller e I Rothschild

Uno dei fondi fiduciari familiari -o “family office” – piu famosi del mondo è quello di Rockefeller & Co., oggi nota come Rockefeller Financial. Fu fondato nel 1882 dal barone-industriale del petrolio John D. Rockefeller come “family office” per gestire gli investimenti e la ricchezza della famiglia Rockefeller. Negli anni Ottanta del Novecento, pressappoco un secolo dopo la fondazione, la Rockefeller & Co iniziò a vendere il suo “know-how” ad altre facoltose famiglie, e nel 2008 il fondo fiduciario aveva in gestione per conto di più clienti circa 28 miliardi di dollari. Quando il CEO di Rockefeller & Co., James S. McDonald, si sparò in un vicolo dietro a una concessionaria di auto nel 2009, la famiglia cercò e trovo un successore nell’ex Sottosegretario di Stato per gli affari economici, commerciali e agricoli dell’amministrazione Bush, Rueben Jeffery III, un ex socio di Goldman Sachs. La responsabilità di Jeffery era gestire il patrimonio della famiglia salvandolo dalla crisi finanziaria globale: nel 2012, gli asset gestiti da Rockefeller Financial erano aumentati di 35 miliardi di dollari. Alla fine del 2012, Rockefeller & Co. aveva circa 298 clienti separati, fornendo loro “consulenza finanziaria, fiduciaria e fiscale”. I clienti tipici di Rockefeller & Co. sono famiglie con più di 30 milioni di dollari di investimenti e il gruppo addebita ai nuovi clienti una quota annuale minima di 100.000 dollari. Tuttavia, il family office ha attratto sempre più clienti al di là di altre dinastie familiari, comprese le grandi multinazionali inondate di denaro in un mondo in cui gli stati nazionali sono sommersi dai debiti. David Harris, il chief investment officer di Rockefeller Financial, ha spiegato in un’intervista del 2012 con Barron’s (una rivista per i super ricchi), che mentre le nazioni del mondo erano bloccate in una crisi del debito, conglomerati multinazionali con rating tripla A rappresentavano i “nuovi sovrani” con somme di denaro senza precedenti da investire. E mentre importanti fondi familiari sono diventati sempre più attraenti per altre famiglie e istituzioni ricche per gestire la loro ricchezza, sono anche diventati investimenti attraenti in sé e per sé. Nel giugno 2008, una delle più grandi banche europee, il conglomerato francese Société Générale (SocGen) ha acquistato una quota del 37% di Rockefeller & Co. Tuttavia, con la crisi del debito sovrano europeo, la banca ha dovuto tagliare una grossa fetta dei propri asset, così nel 2012 Rueben Jeffery III ha gestito la vendita della quota del 37% dell’impresa Rockefeller da SocGen a RIT Capital Partners, il ramo investimenti della famiglia Rothschild di Londra, una delle più famose dinastie finanziarie al mondo. Tuttavia, con la crisi del debito europeo, la banca ha dovuto tagliare gran parte delle sue attività, e così nel 2012 Rueben Jeffery III ha gestito la vendita del 37% del capitale dell’impresa Rockefeller da SocGena ROT Capital Partners, il braccio di investimento di la famiglia London Rothschild, una delle dinastie finanziarie più famose al mondo. La rivista Barron ha osservato che l’unione ufficiale di queste due principali dinastie finanziarie “dovrebbe fornire alcune preziose opportunità di marketing” in un panorama economico e finanziario così incerto, dove “nuova ricchezza” da tutto il mondo cercherebbe, “per sfruttare la competenza congiunta di queste famiglie esperte che sono riuscite a mantenere la testa bassa e le loro risorse intatte per diverse generazioni e proprio attraverso gli sconvolgimenti della storia”. All’inizio del 2012, la famiglia Rothschild, con varie banche ed entità di investimento sparse in più nazioni europee e filiali familiari, stava compiendo uno sforzo condiviso per avviare il processo di “fondere gli asset francesi  industriale e aziendale”, “unire le sue risorse francesi e britanniche in un’unica entità”, con l’obiettivo di garantire “il controllo a lungo termine” sull ‘”impero bancario internazionale” della famiglia, ha riferito il Financial Times. L’obiettivo principale della fusione era “consolidare una volta per tutte la presa della famiglia sull’attività, dando alla famiglia una quota del 57% dei diritti di voto, proteggendo così l’entità risultante dalla fusione da acquisizioni ostili. Così, mentre la dinastia bancaria Rothschild stava cercando di consolidare i propri interessi familiari in tutta Europa, stavano contemporaneamente cercando di espandersi negli Stati Uniti attraverso i Rockefeller Così, quando Lord Jacob Rothschild – che gestiva il trust familiare dei Rothschild britannici, RIT Capital Partners – annunciò che RIT avrebbe acquistato una partecipazione del 37% in Rockefeller Financial Services nel maggio 2012 per “somma non rivelata”, è stata annunciata come una ” partnership strategica” che avrebbe consentito ai Rothschild di ottenere “un punto d’appoggio molto ricercato negli Stati Uniti”, rappresentando una “unione transatlantica” che unisce ufficialmente i due patriarchi della famiglia di David Rockefeller e Jacob Rothschild, “il cui rapporto personale abbraccia cinque decenni”. Al momento dell’annuncio, David Rockefeller, che allora aveva 96 anni, ha commentato che, “Lord Rothschild e io ci conosciamo da cinque decenni. Il legame tra le due famiglie è molto forte”, Il CEO di Rockefeller & Co., Rueben Jeffery III, ha dichiarato che “C’è una visione condivisa, a livello concettuale e strategico, che sposare i due nomi con prodotti, servizi, opportunità di mercato geografico particolari, può e avrà una risonanza. Queste sono le cose su cui vorremo agire come questa partnership e relazione generale si evolve”. In un mondo in cui le famiglie detengono immense ricchezze e potere, l’unione istituzionale ufficiale di due dei nomi dinastici più famosi e riconoscibili del mondo rappresenta un investimento interessante per le nuove dinastie che cercano propagazione e conservazione.

Il Family Office

Come ha notato il Financial Times nel 2013, il “family office” per le dinastie ricche del mondo, che era “stato a lungo avvolto in un velo di segretezza mentre le famiglie ricche hanno cercato di mantenere private le loro fortune personali” è diventato più popolare con “l’esplosione di ricchezza negli ultimi decenni e l’insoddisfazione per lo scarso rendimento dei portafogli gestiti dalle banche private globali”. Tuttavia, molti cosiddetti “single family office” continuano a operare in segreto, gestendo il patrimonio di un’unica dinastia, ma l’emergere dei “multi-family office” (MFO) è diventata una tendenza crescente nel mondo della gestione patrimoniale, gestire la ricchezza e gli investimenti di più famiglie. Le più grandi banche private del mondo hanno specifici “bracci di family office” dedicati alla gestione della ricchezza dinastica, e queste banche continuano a dominare il mercato generale. Bloomberg Markets ha pubblicato un elenco dei primi 50 MFO nel 2013, con HSBC Private Wealth Solutions in cima alla lista, consigliando asset per un totale di 137,3 miliardi di dollari, con altre banche che figurano nella lista dei primi dieci come BNY Mellon Wealth Management, Pictet e UBS Global Family Office. Nonostante il fatto che i rami dei family office delle principali banche private del mondo dominino l’elenco, molti dei più antichi family office sono stati inclusi nell’elenco, come Bessemer Trust e Rockefeller & Co. Un alto funzionario della HSBC Private Bank è stato citato dal Financial Times aver dichiarato: “le famiglie molto ricche stanno diventando sempre più globalizzate. Non è solo il fatto che stanno acquisendo beni – come immobili – in diverse giurisdizioni, ma i membri della famiglia sono sparsi in tutto il mondo e devono essere in grado di effettuare transazioni in quei paesi”. In effetti, stiamo assistendo all’era della globalizzazione delle dinastie familiari. Tale punto di vista è condiviso da Carol Pepper, ex consulente finanziario e gestore di portafoglio presso Rockefeller & Co. che ha fondato la sua società di consulenza – Pepper International – nel 2001, specializzata nella consulenza a famiglie con più di 100 milioni di dollari di patrimonio netto. In un’intervista del 2013 con Barron’s, Pepper ha spiegato che con la globalizzazione dell’istruzione superiore – dove i super ricchi di tutto il mondo mandano i loro figli alle stesse importanti istituzioni accademiche – così come con l’emergere di associazioni progettate per riunire famiglie benestanti, “Il XIX secolo sta tornando”, riferendosi all’era degli industriali di Robber Baron e alla cooperazione tra le maggiori fortune industriali e finanziarie dell’epoca. Pepper ha spiegato che nell’attuale ambiente globale, stava assistendo, “molto più scambio di idee tra famiglie benestanti di paesi diversi rispetto al passato”, con tali famiglie che investono sempre di più l’una nell’altra, osservando che le “transazioni inter-familiari” erano aumentate del 60% nei due anni precedenti. La globalizzazione delle dinastie familiari e il “ritorno” al XIX secolo è un fenomeno istituzionale, facilitato da università d’élite, associazioni imprenditoriali e familiari, organizzazioni internazionali, conferenze e altre organizzazioni. Pertanto, indipendentemente dalla posizione geografica, le famiglie più ricche del mondo tendono a mandare i propri figli a una delle poche università d’élite, come Wharton, Harvard o la London School of Economics. In queste e in altre scuole simili, ha osservato Carol Pepper, i futuri eredi delle fortune di famiglia ottengono “sia il know-how che i contatti per attuare collaborazioni all’estero tra imprese familiari”. Le cosiddette associazioni “senza scopo di lucro” come l’International Family Office Association, il Family Business Network e l’ESAFON, tra le altre, sono rappresentazioni istituzionali di “sforzi intenzionali da parte di ricchi clan per confrontarsi l’uno con l’altro”. Invece di una famiglia ricca in una regione che assume un’azienda esterna per introdurli in un nuovo mercato, sono semplicemente in grado di raggiungere direttamente le famiglie benestanti all’interno di quel mercato e, come ha spiegato Pepper, i loro interessi saranno sempre più allineati e “si spera che guadagnerete tutti insieme”. Invece di fare affidamento sulle banche come intermediari tra i mercati, le famiglie ricche con più di 47 milioni di dollari da investire stanno riunendo la loro ricchezza nei multi-family office (MFO). Il Financial Times ha spiegato che queste famiglie benestanti erano “gridando a gran voce per qualcosa che le istituzioni finanziarie non sono riuscite a fornire: uno sportello unico per gestire sia i loro affari che i loro interessi personali”. Inoltre, poiché le banche sono state oggetto di un maggiore controllo dopo la crisi finanziaria “c’è ancora una natura clandestina nel mondo del family office che continuerà ad attrarre clienti”. Spiegando questo, il Financial Times ha opportunamente citato il consiglio del personaggio Don Corleone de Il Padrino, quando dice a suo figlio: “Non dire mai a nessuno al di fuori della famiglia cosa stai pensando”. Come ha notato il Wall Street Journal, i family office “sono aziende private che gestiscono praticamente tutto per le famiglie più ricche: pianificazione fiscale, gestione degli investimenti, pianificazione patrimoniale, filantropia, collezioni d’arte e di vino – anche il complesso delle vacanze in famiglia”. In quanto tale, indipendentemente da dove vengono fatte molte fortune familiari, il family office è arrivato a rappresentare l’istituzione centrale delle dinastie moderne. E la crescita dei multi-family office è stata sbalorditiva, con un numero che è aumentato del 33% tra il 2008 e il 2013, con oltre 4.000 solo negli Stati Uniti, il paese con il maggior numero di famiglie e individui benestanti, comprese 5.000 famiglie che avere più di 100 milioni di dollari in attività. Il Wall Street Journal ha osservato: “Non devi essere un Rockefeller per entrare a far parte di un family office”. Tuttavia, aiuta ad avere centinaia di milioni di dollari. Nel 2012, l’elenco dei più grandi uffici multi-familiari sono stati in gran parte associati con le principali banche, tra cui HSBC, BNY Mellon, UBS, Wells Fargo e Bank of America, ma Rockefeller Financial ha mantenuto una posizione di rilievo come l’11° più grande ufficio multifamiglia” (in base ai beni oggetto di consulenza e al numero di famiglie servite). E oltre al braccio specifico del “multi-family office”, all’elenco dei principali gruppi di gestione patrimoniale nel suo insieme, le filiali di banche private di alcuni dei nomi di banche più riconoscibili al mondo hanno dominato l’elenco: Bank of America Global Wealth & Investment Management; Morgan Stanley Smith Barney; JP Morgan; Wells Fargo & Company; UBS Wealth Management; Fedeltà; Goldman Sachs…tra gli altri. Tuttavia, dopo le prime 19 società di gestione patrimoniale al mondo, tutte braccia di importanti conglomerati bancari e di servizi finanziari globali, sono arrivate al numero venti della lista: Rockfeller Financial. In effetti, le cose non sono mai andate meglio per i super ricchi. Un sondaggio del 2012 condotto su 1.000 ricchi americani dal Merrill Lynch Affluent Insights Survey ha rivelato che il 58% degli intervistati si sentiva più sicuro finanziariamente nel 2012 rispetto all’anno precedente. Nel 2013, US Trust, il ramo del private banking di Bank of America, ha pubblicato un sondaggio su 711 persone con più di $ 3 milioni in attività investibili, di cui l’88% ha riferito di essere finanziariamente più sicuro oggi rispetto a prima della crisi finanziaria in 2007. Inoltre, l’obiettivo principale per i super ricchi nel 2013 è stato riferito di essere “apprezzamento degli asset” in contrapposizione a “estrema cautela”, come riportato dall’indagine per il 2012. Nel 2013, Bloomberg Markets Magazine ha riferito che il numero di persone benestanti nel mondo con più di 1 milione di dollari in attività investibili è aumentato del 9,2% rispetto al 2012, raggiungendo un nuovo record di 12 milioni di individui, e le attività dei ricchi sono aumentate di circa 10%, raggiungendo un totale combinato di circa $ 46,2 trilioni. Con questa crescita della ricchezza estrema, l’attività di gestione patrimoniale sta essa stessa diventando un importante settore in crescita, con aziende indipendenti che competono contro le grandi banche in una corsa per gestire il bottino dei super ricchi del mondo. E le grandi banche del mondo vogliono ottenere di più da questa ricchezza investibile. Ad esempio, Goldman Sachs ha potenziato i suoi servizi di gestione patrimoniale privata. Il numero di partner della banca che lavorano nella gestione patrimoniale nel 2010 ha rappresentato il 4,5% del totale dei partner della banca, un numero che è cresciuto al 12% entro il 2012. Tucker York , responsabile della gestione patrimoniale privata negli Stati Uniti per Goldman Sachs, ha osservato: “Questo è un lavoro di relazione e le relazioni a lungo termine sono importanti … Il nostro obiettivo è avere la giusta qualità e il giusto calibro delle persone che entrano nel business e restano nel business per molto, molto tempo”. L’amministratore delegato e chief investment officer della divisione di gestione patrimoniale privata di Goldman Sachs, Mossavar-Rahmani, ha dichiarato a Barron’s nel 2012: “Questo è il momento per essere un investitore a lungo termine … Ci sono pochissimi partecipanti al mercato nell’ambiente di oggi che possono veramente essere investitori a lungo termine. Chi può davvero permettersi di essere un investitore a lungo termine? Il cliente di fascia altissima è l’unico a cui potremmo pensare, perché generalmente ha più denaro rispetto alle sue esigenze di spesa“. Inoltre, ha osservato, “i loro beni sono multigenerazionali” e, per di più, “non devono rendere conto a nessuno”. In un mondo di immensa disuguaglianza, con i super ricchi che controllano più ricchezza del resto dell’umanità messa insieme, l’industria della gestione patrimoniale – e al suo interno, il “family office” – sono diventate industrie in crescita e istituzioni sempre più importanti. L’intero processo di globalizzazione ha facilitato non solo l’internazionalizzazione dei mercati finanziari, delle multinazionali e delle economie che dominano, ma ha a sua volta facilitato la globalizzazione delle stesse dinastie familiari, la cui ricchezza è in gran parte basata sul controllo delle attività e delle istituzioni aziendali e finanziarie . Nel “Game of Thrones” della globalizzazione, le famiglie super ricche del mondo competono e cooperano per il controllo non solo sulle nazioni, ma su intere regioni e sul mondo nel suo insieme. Mentre le dinastie cercano la perpetuazione, la maggior parte delle persone su questo pianeta si preoccupa della sopravvivenza. Chiunque vinca questo “Game of Thrones”, la gente perde.

Tratto da: MIKE PLATO BLOG

IL POTERE DINASTICO NEL MONDO MODERNO
IL POTERE DINASTICO NEL MONDO MODERNO

Brahman: il Dio Supremo

di Gaurav Medi

Brahman è considerato l’Essere Supremo, il Dio degli dei; di cui Brahma, Vishnu e Shiva sono manifestazioni. È vero che, in alcuni versi dei Veda, gli attributi a lui attribuiti sono attribuiti anche ad altre divinità, e in alcuni Purana si dice che vari dèi siano identici al Brahman supremo; tuttavia Brahman è considerato dagli indù (per i quali vi è un’opinione abbondante nelle loro scritture) come il Dio supremo — l’origine di tutti gli altri, e di cui sono manifestazioni. Così leggiamo nell’“Atharva-Veda”: — “Tutti gli dèi sono nel (Brahman) come mucche in una stalla. All’inizio Brahman era questo [universo]. Ha creato déi. Avendo creato degli déi, li ha collocati in questi mondi, vale a dire. Agni in questo mondo, Vāyu nell’atmosfera e Surya nel cielo. E nei mondi che sono ancora più elevati, ha posto gli dei che sono ancora più alti. Quindi Brahman procedette alla sfera superiore [che il commentatore spiega come il Satyaloka, il più eccellente nonché limite di tutti i mondi]. Gli dei erano originariamente mortali; ma quando furono pervasi dal Brahman, divennero immortali”. Nel “Taittiriya Brāhmana” si dice: —

“Brahman ha generato gli dei, Brahman (ha generato) questo mondo intero. Dentro di lui ci sono tutti questi mondi. Dentro di lui c’è questo intero universo. È Brahman che è il più grande degli esseri. Chi può competere con lui? In Brahman, i trentatré dei; in Brahman, Indra e Prajapati; nel Brahman tutte le cose sono contenute come in una nave”.

Il Prof. Monier Williams afferma: — “Solo alcuni inni dei Veda sembrano contenere la semplice concezione di un sé divino, essere esistente, onnipresente; e anche in questi, l’idea di un dio presente in tutta la natura è alquanto nebulosa e indefinita. Più avanti dice: “Nel Purusha Sūkta del Rig-Veda, l’unico spirito è chiamato Purusha. Il nome più comune nel sistema successivo è Brahman, neutro (nom. Brahma), derivato dalla radice b rih,‘espandersi’ e denota l’essenza universalmente in espansione, o sostanza universalmente diffusa dell’universo. Brahman, nel neutro, essendo ‘semplice, infinito essere’ — l’unica vera essenza eterna — che, quando passa nell’effettiva esistenza manifesta, è chiamata Brahma; quando si sviluppa nel mondo, si chiama Vishnu; e quando si dissolve di nuovo nell’essere semplice, è chiamato Shiva; tutti gli altri innumerevoli déi e semidei sono anche mere manifestazioni del Brahman neutro, che è eterno”.

Nel “Vishnu Purāna” Brahman è tradotto come “spirito supremo astratto”. In seguito viene posta la domanda: “Come si può attribuire l’azione creativa a Brahman, che [come spirito astratto] è privo di qualità, illimitato e privo di imperfezione?” La risposta è che “le proprietà essenziali delle cose esistenti sono oggetti di osservazione, di cui non è possibile ottenere alcuna prescienza; e la creazione e centinaia di proprietà appartengono a Brahma come inseparabili, parti della sua essenza, poiché il calore è inerente al fuoco”. Il Purāna prosegue affermando che la creazione avviene attraverso l’azione di Brahma, la prima manifestazione di Brahman; e poi dichiara che Vishnu è tutt’uno con Brahman.

Di nuovo, lo stesso Purana dice: “Ci sono due stati di questo Brahma: uno con forma e uno senza forma; uno deperibile, uno imperituro; che sono inerenti a tutti gli esseri. L’imperituro è l’essere supremo; il deperibile è tutto il mondo. La vampa di fuoco che brucia in un punto diffonde luce e calore intorno; quindi il mondo non è altro che l’energia manifestata del Brahman supremo; e in quanto la luce e il calore sono più o meno forti o più deboli quanto siamo vicini al fuoco o lontani da esso, così l’energia del supremo è più o meno intensa negli esseri che sono da lui meno o più lontani. Brahma, Vishnu e Shiva sono le energie più potenti di Dio; accanto a loro ci sono le divinità inferiori; poi gli spiriti attendenti; poi uomini; poi animali, uccelli, insetti, vegetali;

Il “Vishnu Purāna” dà la seguente derivazione della parola Brahma: — È “derivato dalla radice v riha ( accrescere), perché è infinito (spirito), e perché è la causa per cui i Veda (e tutti cose) sono sviluppate”. Segue poi questo inno a Brahma: — “Gloria a Brahma, al quale si rivolge quella parola mistica (Om),associato eternamente al triplo universo (terra, cielo e cielo), e che è uno con i quattro Veda. Gloria a Brahman, che ugualmente nella distruzione e nel rinnovamento del mondo è chiamato la grande e misteriosa causa del principio intellettuale; che è senza limiti di tempo e di spazio, ed è esente da diminuzione e decadimento. Egli è l’invisibile, imperituro creatore; variabile nella forma, invariabile nella sostanza; il principio principale, autogenerato; che si dice illumini le caverne del cuore; che è indivisibile, radiosa, indecisa, multiforme. A quel supremo Brahman vi sia per sempre adorazione”.

In perfetta armonia con questo insegnamento del “Vishnu Purāna” vi è la credenza comune degli hindù. Nessuna frase è usata più comunemente da loro quando parlano dell’essere divino di questa: “Dio (Brahman) è uno senza un secondo”. La parola usata da loro per indicare Dio come distinto dalle sue manifestazioni, è Brahman; e quando sono accusati di politeismo e di violare la legge primaria rispetto all’unità di Dio, rispondono che Brahma, Vishnu, Shiva, ecc., sono solo manifestazioni del Brahman supremo.

Nei primi scritti Brahman significava un inno o un mantra, mentre Brahman era il termine usato per indicare un sacerdote o un adoratore. È nelle ultime parti dei Veda che Brahman viene identificato con il supremo e Brahma ndiventa la sua grande manifestazione. Prajāpati, il signore delle creature, era il Creatore secondo il precedente insegnamento dei Veda, e occupava la posizione nel primo Pantheon che Brahma nel secondo. In diversi testi dei Veda i due sono identificati, e quindi si trova autorità per l’idea che Brahman debba essere adorato come il Creatore di tutte le cose. Questo Brahman, sebbene soddisfacente per i sacerdoti, non lo era per la gente comune. Col passare del tempo gli déi locali assorbirono la loro adorazione e le divinità non ariane delle persone che avevano conquistato esercitarono la loro influenza sugli ariani stessi. Piuttosto che perdere la presa sul popolo, i sacerdoti adottarono queste nuove divinità e trovarono per loro una discendenza tra gli antichi dei vedici. Quando furono composte le Epopee, Vishnu e Shiva erano stati così assimilati. I diversi nomi con cui queste divinità sono ora conosciute potrebbero forse essere stati i nomi locali di divinità locali o tribali; conservando questi, i sacerdoti conservavano anche la loro presa sul popolo. Nel “Satapatha Brāhmana” si tenta di identificare Shiva con Agni, come se lo scrittore volesse mostrare che la triade successiva – Brahmā, Vishnu e Shiva – era identica a quella più antica composta da Agni, Indra-Vāyu e Surya.

Brahman: il Dio Supremo degli hindù

LA SAGGEZZA DEL DIGIUNO

di Yoshinori Ohsumi – (Premio Nobel per la fisiologia e la medicina)

Quando il corpo umano ha fame, si mangia da solo, fa un processo di pulizia, rimuovendo tutte le cellule malate, il cancro, le cellule invecchiamento e l’Alzheimer. Il corpo si mantiene giovane e combatte il diabete con la creazione di proteine speciali che si formano solo in determinate circostanze. E quando sono finite, il corpo si raccoglie selettivamente intorno alle cellule cancro morte, le dissolve e ne ripristina lo stato di cui gode il corpo. Questo è l’aspetto del riciclo. Grazie a lunghe e specializzate ricerche, gli scienziati hanno scoperto che il “processo di autofagia” richiede condizioni insolite che costringono il corpo a fare questo processo. Queste circostanze costringono una persona ad astenersi dal mangiare e bere per 16 ore (Ciclo 8/16). L’uomo dovrebbe funzionare normalmente in questo periodo. Questo processo dovrebbe essere ripetuto per un po’ di tempo per raggiungere il corpo per il massimo utilizzo ed evitare che le cellule malate reagiscano. Si raccomanda di ripetere il percorso della fame e della sete da due a tre giorni alla settimana.

LA SAGGEZZA DEL DIGIUNO
LA SAGGEZZA DEL DIGIUNO

LE INCARNAZIONI SECONDO RUDOLF STEINER

“Così come c’era un’incarnazione di Lucifero nella carne e un’incarnazione di Cristo nella carne, così, prima che sia trascorsa solo una parte del terzo millennio dell’era post-cristiana, ci sarà, in Occidente, una vera incarnazione di Ahriman: Ahriman in carne ed ossa. L’umanità sulla terra non può sfuggire a questa incarnazione di Ahriman. Arriverà inevitabilmente. Ma ciò che conta è che gli uomini trovino il giusto punto di vista per affrontarlo.
Ogni volta che si prepara ad incarnazioni di questo carattere, dobbiamo stare attenti ad alcune tendenze indicative dell’evoluzione. Un Essere come Ahriman, che si incarnerà in Occidente nel tempo a venire, si prepara a questa incarnazione in anticipo. In vista della sua incarnazione sulla terra, Ahriman guida alcune forze nell’evoluzione in modo tale che possano essere per lui il maggior vantaggio possibile. E il male ne deriverebbe se gli uomini vivessero in uno stato di sonnolenza inconsapevolezza, incapaci di riconoscere certi fenomeni della vita come preparativi per l’incarnazione di Ahriman nella carne. La giusta posizione può essere presa solo riconoscendo in una o nell’altra serie di eventi la preparazione che Ahriman sta facendo per la sua esistenza terrena. Ed è ora giunto il momento che i singoli uomini sappiano quali tendenze e eventi intorno a loro sono macchinazioni di Ahriman, aiutandolo a prepararsi per la sua incarnazione che si avvicina. “
Rudolf Steiner

LE INCARNAZIONI SECONDO RUDOLF STEINER
LE INCARNAZIONI SECONDO RUDOLF STEINER

“Il politicamente corretto? Distrugge la comicità”

di Alessandro Della Guglia

Roma, 4 lug – “Certi nostri sketch? Oggi “non si potrebbero più fare”. Perché “ultimamente non si può dire più niente”. Così Giovanni Storti, intervistato da Il Giornale, lancia il suo j’accuse nei confronti del politicamente corretto. L’attore, celebre componente del trio comico Aldo, Giovanni e Giacomo, stronca l’attuale clima di censura, riprovazione e condanna inquisitoria nei confronti di chi non si attiene al registro buonista dell’imperante politicamente corretto. Una riflessione, la sua, che merita di essere letta.

“Il politicamente corretto? Non è applicabile alla comicità”: parola di Giovanni Storti

“La comicità è un modo parallelo di vedere la realtà, un modo dissacrante e alle volte un po’ cattivo. La linea tra il garbo e il fastidio è sottile, ma penso che il politicamente corretto non sia applicabile alla comicità, anzi la distrugge”, dice Storti. “Noi abbiamo fatto delle cose che forse non si potrebbero più fare: al Circo di Paolo Rossi picchiavo Giacomo che era senza braccia e senza gambe, abbiamo ‘sparato’ agli animali e adesso ti ammazzerebbero, poi con il dottor Alzheimer abbiamo trattato temi spinosi in modo incredibile. Forse noi siamo riusciti, per fortuna o per garbo, a tenere un livello di comicità non così cattiva, pur trattando dei temi in modo cattivo. Però ultimamente non puoi dire niente, è vero. Ci sono tutti questi gruppi… Penso agli animalisti: io amo la natura più di ogni cosa, poi fingi di dare un calcio a un gatto e ti attaccano come se fossi un delinquente. Forse vogliono farsi vedere, non lo so, ma ci sono dei meccanismi che ti impediscono di dire qualsiasi cosa. E non lo ritengo giusto”.

Poi, sempre nell’intervista rilasciata a Il Giornale, l’attore afferma di andare orgoglioso “del fatto che come Trio abbiamo sempre cercato di essere autonomi, cioè di fare le cose che ci piacevano, anche sbagliando, ma senza essere tirati da una parte o dall’altra”.

Intanto al cinema, in questi giorni, esce Le voci sole, un film – già Gran Premio della Giuria al Seattle International Film Festival e ora a Taormina in concorso – di Andrea Brusa e Marco Scotuzzi, in cui Storti sarà protagonista in un inedito ruolo drammatico. “Amo interpretare dei ruoli così, che non ho mai fatto. È vero che cerco sempre di mettere dentro qualcosa di buffo, ma fortunatamente loro mi frenano”, dice l’attore.

Fonte: Il Primato Nazionale

“Il politicamente corretto? Distrugge la comicità”

IL POTENZIALE RUSSO NEI BRICS

di Ronny Dentice

Con l’adesione di Argentina ed Iran il gruppo dei BRICS (Brasile, Russia, India, Cina, Sudafrica) salirà ad un potenziale di 3 miliardi e 400 milioni di consumatori, pari al 43% degli abitanti del pianeta, 8 volte più della UE. Peró UE e Stati Uniti sono convinti di aver isolato la Russia.
Ficcatevi in testa una cosa: la Russia è un paese enorme, stracolmo di materie prime e minerali, in grado di assicurare ai suoi 150 milioni di cittadini sicurezza energetica e alimentare per secoli. Ha un debito netto pari a zero, enormi riserve auree, surplus commerciale e mercati di sbocco alternativi in forte crescita, popolati da più di un terzo della popolazione mondiale. È un paese con una identità fortissima, arte e cultura, abitato da un popolo forgiato nel ghiaccio che da agricolo e analfabeta in cinquant’anni è arrivato nello spazio. Ed è pure una superpotenza nucleare. Ma voi veramente pensate che un paese così fallisca dall’oggi al domani perché lo dicono i nostri “esperti”, quelli del crollo di Wall Street e della Brexit che porterà le cavallette? Spegnete la tivù e iniziate a preoccuparvi di tutto ciò che non abbiamo noi. Che è un problema dannatamente più serio.

IL POTENZIALE RUSSO NEI BRICS
IL POTENZIALE RUSSO NEI BRICS