OLTRE LA COSTITUZIONE, OLTRE LA LIBERAL-DEMOCRAZIA

di Roberto Siconolfi

Uno dei migliori assist della fase storica ed epocale che stiamo vivendo è la possibilità di ricominciare tutto da capo.

Se lo stesso sistema, che aveva generato le forme politiche che siamo abituati a conoscere, ha letteralmente messo via – almeno in Italia e in Occidente – tali forme politiche, allora molto meglio crearne delle nuove su altre basi.

E quali sono queste basi? Le basi sono nuove come nuova è l’epoca nella quale ci addentriamo!

Ma se vi è una falla del sistema politico rintracciabile nella storia, essa non può che essere nell’avvento della modernità, la modernità materialista, economicista ed egualitarista.

In questa ottica è quantomeno fuorviante l’accanimento terapeutico con il quale numerosi gruppi, forze politiche e personaggi si rivolgono verso le forme oramai morenti della liberal-democrazia.

Così come quantomeno fuorviante è questa vera e propria ossessione per la costituzione italiana, una carta inattuata perché “inattuabile”, e proprio perché infarcita di concezioni politico-religiose figlie di una certa deviazione moderna e che sono contrarie al principio di realtà (vedere il catto-comunismo).

L’idea fondamentale che va delineandosi sempre più, invece, come figlia del nostro tempo specifico e che riprende le leggi della realtà in maniera molto più concreta e veritiera, è quella di una grande rinascita antropologica, “umana”, e di conseguenza comunitaria.

Di comunità però consapevoli, “vissute”, in quanto formate da uomini consapevoli.

Una consapevolezza a più livelli che necessità innanzitutto di un risveglio culturale, delle capacità logico-razionali e in ultim’analisi di ambito etico-morale.

E per etico-morale non va intesa l’etica di stampo borghese, marxista o giudaico-cristiana, ovvero un mondo di valori e principi non vissuti, “invivibili”, perché collocati fuori dal mondo in una specie di dimensione “da raggiungere” ma che diverge da ciò che si è.

Il principio etico-morale come base sulla quale articolare una pratica spirituale “concreta”, e dunque l’attività maestra che conduce ciò che è terreno verso la dimensione celeste.

Il principio guida che è in grado di tenere in piedi una comunità, oltre che l’uomo stesso, e che è poi è esattamente quello che è mancato dall’avvento della modernità!

E’ questo lo scenario, seppur molto embrionale, della situazione politica alternativa italiana.

E’ questa la strada che va battuta senza sé e senza ma, e che è fondata sulla separazione “dal” modello imperante piuttosto che sulla presa delle leve del potere “del” modello imperante, come si è abituati a pensare.

Ma tutto ciò prevede una scelta!

Una scelta “vera”, non quella formale della scheda elettorale che vale quanto il due di briscola.

La scelta è quella di riorientare completamente la propria vita sulla base di se stessi, e non del condizionamento effettuato dalla società nella quale si vive, e che a quanto pare chiede dazi e sempre maggiori e peggiori.

Solo ponendosi in una situazione di sostanziale “autarchia” che è prima interiore e individuale, e poi comunitaria e politica, che è possibile per davvero staccare la spina.

Una rete di comunità autorganizzate ed auto-responsabili che non si interessano più dello Stato, perché ne creano un altro!

OLTRE LA COSTITUZIONE, OLTRE LA LIBERAL-DEMOCRAZIA
OLTRE LA COSTITUZIONE, OLTRE LA LIBERAL-DEMOCRAZIA

CAVALCARE IL KALI YUGA

Videointervista a MARTINO NICOLETTI e VALENTINA FERRANTI

Nella cultura Orientale è naturale parlare di Kali Yuga ma in occidente molti non sono a conoscenza del fatto che dovremmo essere nel quarto e ultimo “Yuga” o Era. Un momento storico particolarmente oscuro dal quale è fondamentale imparare a difendersi, cavalcandolo con consapevolezza. In questa puntata l’amica Valentina Ferranti ci presenta un nuovo amico scrittore e ricercatore: Martino Nicoletti.

Cavalcare il Kali Yuga

Il supremo Vishnu

di Valentina Ferranti

Le menti umane sono imbevute dalle logiche dei concetti tempo-spazio. Misuriamo e incastriamo. Il piano divino è immanente e tali categorie sono solo terrene. Il pensiero dell’uomo tende invece a voler calcolare tempi e circoscrivere luoghi con cui la sfera del mondo trascendente opera sul piano umano. Approssimazioni. Più corretto dire che vi sono degli snodi temporali o punti di rottura che sanciscono un cambio di passo nella storia umana e tali momenti fondanti sono caratterizzati da intervento divino. Questo è uno dei ruoli del supremo Vishnu. Nei Purana (nel Bhagavata-purana in particolare) la sua figura è centrale, poiché se ne descrivono le ‘discese’ e/o incarnazioni che qualificano il tempo terreno-umano illuminandolo e modificandone il corso. Una sacra rivelazione per gli ignari che l’accolgono. Non inchioderemo le epoche al computo bensì all’intervento divino che ne sancisce l’essenza, poiché Vishnu è interventista e gioca il ruolo del Salvatore e Conservatore. Tale aspetto è già delineato nei Veda. Il dio principio-luce percorre l’Universo con tre passi per investirlo di sacralità. Diviene così la figura benevola assoluta che grazie alle sue discese-avatara preserva e conserva ogni cosa creata nei momenti in cui la vita umana è privata della sua ragion d’essere. Vishnu ‘scende’ in veste di animale o in forma umana per rendere nuovamente accessibile la conoscenza divina ed il giusto cammino alle umane creature. Si manifesta poiché la sua natura è immanente e pervade ogni cosa, senza limiti. Dopo aver creato, entra nella creazione. Preserva l’ordine quando la linea verticale di connessione tra piano umano e divino si spezza. Preserva il Dharma, il modo in cui ‘le cose debbono essere’. La suprema armonia. È il dio ultimo e assoluto, lo stabilizzatore. Dal suo ombelico scaturisce Brahma l’ozioso, e dall’ombelico di Brahma, Shiva. Nella Trinità cosmica Lui rappresenta la tendenza coesiva sattva intesa come forza centripeta di luce e verità, mentre Shiva è colui che disperde, annichilisce. I principi non sono opposti, le categorie dicotomiche non sono funzionali nella tradizione induista bensì necessarie e cooperanti.  Vita e morte sono interdipendenti, l’una non sussiste senza l’altra. Comunque sia se Shiva è principio distruttore, Vishnu è considerato simbolo della vita eterna, fulcro e primordio verso cui gli esseri temporali devono volgere lo sguardo.

Lo vediamo disteso, mentre dorme – medita il vuoto che diverrà potenza creativa – appoggiato al serpente Residuo-Shesa-Anante, il senza fine, sull’oceano delle acque cosmiche. Il suo nome in questo istante senza misura è Vishnu Narayana. Mentre riposa medita il mondo e riassorbe in sé ogni cosa, affinché l’universo possa nuovamente manifestarsi ripartendo dal centro; in questa fase, come già accennato, dal suo ombelico emette un fiore di loto dorato dal quale Brahma sorgerà creando un nuovo universo: un altro giorno del Brahman. Lo vediamo, in altre iconografie, ritto in piedi; blu la sua pelle e quattro le sue braccia. Le mani stringono quattro elementi principali: la conchiglia, il disco, la clava e il loto. Simboli connessi che ne sottolineano la capacità coesiva. La conchiglia è suono OM/AUM dal cui nucleo-verbo promana la vibrazione che dal centro si espande alla creazione. Proviene dall’oceano primordiale; il disco/ruota è l’immanenza del centro-luce. Ha sei raggi e il suo punto centrale, cui sono fissati i raggi che ivi scaturiscono, è la tendenza immobile-immutabile; il loto equivalente simbolico dell’uovo, si eleva dalle profondità delle acque. È quindi la purezza, la coesione da cui scaturiscono le leggi della Conoscenza-jnana e della perfezione; la clava/mazza è la consapevolezza dell’essenza della vita stessa, la forza mentale e fisica nonché potenza del tempo che mai può essere conquistato poiché è Kali.

Altri simboli sono l’arco, le frecce e la faretra etc…  nonché il gioiello che il Conservatore porta sul petto ovvero la Coscienza che si manifesta nella luce, in tutto ciò che brilla. È ciò che non si avvale dell’errore, è la somma consapevolezza insita negli esseri viventi poiché creati. Il centro abbagliante nato dalle acque e quindi denominato Tesoro dell’oceano-Kausthubha.

Lo osserviamo, così adornato, cavalcare Garuda il cui nome deriva da gri ovvero parola, per questo viene chiamato Verbo-alato. Il veicolo di Vishnu conosce i segreti dei Veda e attraverso le ali li trasporta ad una velocità di lampo. Le intuizioni sapienziali promanano da lui. La Shakti di Visnu è Lakshmi. Essa uscì dalle acque con un fiore di loto in mano o siede su un loto. È la bellezza nonché la fortuna. La loro è unione armonica d’anima e corpo, è distante dall’irruenza cupa e violenta che caratterizza il rapporto tra Shiva e Durga-Kali. Vishnu e Lakshmi conservano l’unione, senza mai disperderla. Lei seguirà il suo sposo nelle sue avatara poiché Vishnu dopo aver manifestato il mondo, vi entrò. In ogni momento cruciale della storia, lui si manifesta. Nell’incalcolabile tempo che segnerà la fine della Quarta Epoca del mondo, Kaliyuga, il Signore della creazione tornerà e porrà fine all’era d’ogni dissacrazione. Il Kalki-Compimento-Cavaliere apparirà a cavallo armato di spada fiammeggiante. Il decimo avatara punirà gli iniqui, salverà coloro che hanno conservato la virtù e distruggerà il mondo affinché da quelle rovine-centro nascerà la nuova umanità basata sul Dharma. La legge divina e la giustizia trionferanno. Nel Bhagavata Purana (1, 3, 26) viene dato un tempo che, come all’inizio dichiaravamo, non è calcolabile. «Al crepuscolo dell’epoca presente» rinascerà. Questo ritorno è narrato soprattutto nel Kalki Purana. Lo ritroviamo inoltre nel Mahabharata. Nell’epopea mistica conosciamo e riconosciamo una delle avatara, ottava discesa, che segna la fine della Terza Epoca-Dvapara-yuga. Qui è lo Splendente, l’Amorevole, la divina felicità che cancella ogni dolore: Krishna. Nella Bhagavad-Gita (Bhagavat-glorioso-venerabile) episodio staccato del Mahabharata, vi è forse il maggior insegnamento che Vishnu poteva trasmetterci. Ed è proprio nella trasmissione che risiede la potenza del Canto.  Il dialogo che si crea tra Vishnu-Krishna e lo Ksatriya Arjuna non può essere compreso se non grazie a facoltà sovrarazionali. Le parole che il dio dice al guerriero, nel santo luogo di Kuruksetra, dove i due eserciti – i giusti e i falsi – si fronteggiano, non è parola umana e deve essere compresa grazie alla vista interiore. Nell’immobilità che precede lo scontro, il dialogo sacro diviene quindi guida eterna per tutti gli uomini. Il lettore assorbe, è Arjuna ovvero l’io, Vishnu-Krishna è il Sé. I due viaggiano sullo stesso carro, sono simbolicamente la stessa creatura che attraverso la trasmissione dell’informazione divina attuerà la trasformazione e diverrà integra, centro, luce. In questa via interpretativa non trascuriamo i significati sociali, la spinta all’azione o meglio alla retta azione che caratterizza le parole di Vishnu, così come possiamo ancora viverle nel Ramayana dove diviene l’eroe Rama. I piani narrativi sono differenti. Nella Bhagavat-Gita ci troviamo di fronte alla divinità e a una forma di eroismo trascendente, mentre nel Ramayana, dinnanzi all’eroe maggiormente delineato nel fare e nell’ideale. Siamo nella Seconda Epoca del mondo o Treta Yuga e Vishnu accetterà la richiesta d’aiuto degli dèi che lo supplicano di essere liberati dai demoni e in particolare dal temibile raksasa Ravana, reso invincibile da Brahma. L’epopea è un limpido insegnamento, una iniziazione narrata in versi. Rama, splendore sulla terra, porta a concretezza, con la sua vicenda, il giusto ordine delle cose: il RTA! La legge cosmica che deve guidare l’uomo. Termine-concetto che nei testi successivi al vedismo diverrà Dharma ovvero:  del come le cose dovrebbero essere per volere e ordine divino. Disattendere questa legge sacra significa sottostare al male, alla falsità e rinnegare il principio che governa il mondo ed il suo giusto fluire.

In terra è la realizzazione della propria natura del Sé, rappresentato dal Dharma, tant’è che l’espressione Rama raja ovvero il regno di Rama è sinonimo di un tempo di pace e prosperità, mentre Rama-Vishnu è l’uomo ideale così come Sita-Lakshmi è la donna ideale. Esempio da perseguire.

Vi sono diverse stesure del Ramayana o storie che riguardano l’Incantevole Rama, ma in tutte vi si narra di come Vishnu-Rama abbia ristabilito giustizia e felicità. Le sue azioni sono frutto dell’aggiogamento delle forze disperdenti. Yoga-aggiogare. Aspetto cardine che ritroviamo anche dell’avatara Vishnu-Krishna. Lo yoga, il Karma yoga, cui è dedicato il III capitolo della Bhagavad-Gita, aiuta ad immetterci sulla via della liberazione suprema e questo può avvenire solo se la mente si concentra su Vishnu-Krishna (l’Uno oltre il molteplice), seguendo la via dell’azione. Lo yogi è colui che mette il giogo al proprio respiro. ai propri sensi e ai propri pensieri per guidarli in direzione dell’unione mistica col divino. La nostra era ha falsificando la vera dottrina yogica e la sacra sapienza. Stiamo quindi parlando del tempo in cui viviamo, la Quarta Epoca del mondo. Le principali incarnazione, nell’oscuro Kaliyuga, segnano il passato e il futuro. Nonostante il buddhismo non abbia lasciato che qualche traccia nella tradizione indiana poiché eresia all’interno del sistema religioso induista, Vishnu in lui si incarna ma per dimostrare come l’individuo possa malauguratamente allontanarsi dalla saggezza vedica, dissacrare la tradizione, inaugurando così il declino della Vera conoscenza che si concluderà con l’arrivo del Kalki avatar. Il Buddha incarna illusione e errore ed è giunto per ingannare gli uomini di bassa casta e deprivare la tradizione dei suoi fondamenti. Disperde, non è più centro e sappiamo da questo breve excursus quanto Vishnu sia colui che conserva, regge e governa le leggi e quindi l’armonia dell’universo. Vishnu è l’Immanente. Così ce lo narra il Bhagavata Purana (1,3,26-27): «Allo stesso modo come da un lago inesauribile scorrono, da tutte le parti, i fiumi, così scaturiscono le innumerevoli incarnazioni di colui che cancella il dolore, che è la somma di tutte le realtà. I veggenti, i profeti che rivelano la legge, gli dèi, le razze umane, i progenitori, fanno tutti parte di lui».

Siamo quindi giunti ai tempi ultimi, non calcolabili attraverso metodi di  misurazione umana. Vishnu che ne incarna il ritmo sarà nella prima era, quella dell’oro, bianco; nella seconda rosso; nella terza giallo e nella quarta nero. Il Kaliyuga ha quindi come colore denominante quello dell’oscurità. Ogni cosa sarà disintegrata per riportarla al giusto ordine. Ogni cosa rinascerà. Il Vishnu-Kalki annuncerà, non in termini di tempo stabilito, bensì di sua apparizione, la conclusione del processo temporale in cui le umane creature sono chiamate a vivere nell’incalcolabile tutto, riassorbito nel centro, punto ove ogni cosa tornerà a esistere.  «Ogni volta» dice Vishnu-Krishna nella Bhagavat-Gita «che la Legge vien meno e l’arbitrio sorge, o tu della razza dei Bharata, allora io m’incarno in un nuovo corpo. Per proteggere i giusti, per distruggere i malfattori, per stabilire la legge, io rinasco di età in età».

Bibliografia di riferimento:

Alain Daniélou, Miti e dèi dell’India, Bur Saggi.

Ananda K. Coomaraswamy, Miti dell’India e del buddhismo, Editori Laterza

Glossario Sanscrito, a cura di Gruppo Kevala, Edizioni Asram Vidya 

La Bhagavad-Gita così com’è, Sua Divina Grazia A.C. Bhaktivedanta Swami Prabhupada, Bhaktivedanda Book Trust

Pio Filippani-Ronconi, Magia, religioni e miti dell’India, Newton Compton editori

Renè Guenon, Studi sull’Induismo, Luni Editrice

Valentina Ferranti

Liberamente tratto da: Pagine Filosofali

Il supremo Vishnu
Il supremo Vishnu

Dostoevskij sull’Italia

di Fëdor Michajlovič Dostoevskij

«Per duemila anni l’Italia ha portato in sé un’idea universale capace di riunire il mondo, non una qualunque idea astratta, non la speculazione di una mente di gabinetto, ma un’idea reale, organica, frutto della vita della nazione, frutto della vita del mondo: l’idea dell’unione di tutto il mondo, da principio quella romana antica, poi la papale».

«I popoli cresciuti e scomparsi in questi due millenni e mezzo in Italia comprendevano che erano i portatori di un’idea universale, e quando non lo comprendevano, lo sentivano e lo presentivano».

«La scienza, l’arte, tutto si rivestiva e penetrava di questo significato mondiale. Ammettiamo pure che questa idea mondiale, alla fine, si era logorata, stremata ed esaurita (ma è stato proprio così?) ma che cosa è venuto al suo posto, per che cosa possiamo congratularci con l’Italia, che cosa ha ottenuto di meglio dopo la diplomazia del conte di Cavour? È sorto un piccolo regno dì second’ordine, che ha perduto qualsiasi pretesa di valore mondiale, (…) un regno soddisfatto della sua unità, che non significa letteralmente nulla, un’unità meccanica e non spirituale (cioè non l’unita mondiale di una volta) e per di più pieno di debiti non pagati e soprattutto soddisfatto del suo essere un regno di second’ordine. Ecco quel che ne è derivato, ecco la creazione del conte di Cavour!».

Dostoevskij sull'Italia
Dostoevskij sull’Italia

L’INTERREGNO DEGLI IMPERI

a cura di Vetriolo

La situazione geopolitica globale configura uno scenario molto più articolato e complesso di quanto non si direbbe limitandosi alla propaganda: uno scenario fatto di processi di lungo periodo, relazioni multipolari tra attori globali, forze egemoniche che mirano ad espandersi ed altre impegnate per conservare le posizioni acquisite.

Johan Galtung (uno dei padri della peace research) definisce l’Impero come «un insieme articolato di conquiste militari, dominio politico, sfruttamento economico e penetrazione culturale». Ebbene, gli assetti del dominio geopolitico – degli imperi – attualmente sembrano in una fase di riorganizzazione, che Gramsci chiamerebbe «interregno», nel quale «il vecchio muore e il nuovo non può nascere».

Per tentare di comprendere l’attuale fase di interregno degli imperi, partiremo da lontano e arriveremo fino ad oggi.

Il vecchio mondo era fondamentalmente bipolare, con USA e URSS che si spartivano gran parte del pianeta con le rispettive sfere d’influenza.

A Bretton Woods, nel 1944, si riunirono i delegati dei Paesi alleati degli USA per delineare il sistema monetario del capitalismo nel dopoguerra. Il sistema progettato era basato su rapporti di cambio fissi tra le valute, tutte agganciate al dollaro, il quale a sua volta era agganciato all’oro. In questa occasione fu sancito anche il ruolo del dollaro come valuta predominante negli scambi internazionali di materie prime, come il petrolio. Inizia così la «supremazia del dollaro» sia negli scambi internazionali che come riserva monetaria per la gran parte degli Stati del pianeta.

Negli anni ‘60, la guerra in Vietnam e un oneroso programma di welfare fecero aumentare di molto la spesa pubblica statunitense, mettendo in crisi il sistema monetario uscito da Bretton Woods: di fronte al crescente indebitamento degli USA, gli Stati che avevano i loro risparmi in dollari iniziarono a chiederne la conversione in oro. Ciò spinse il presidente statunitense Richard Nixon, il 15 agosto 1971, ad annunciare, a Camp David, la sospensione della convertibilità del dollaro in oro.

Michael Hudson ripercorre l’evoluzione del sistema finanziario mondiale e vede nella centralità assunta dal dollaro il carattere fondamentale del «Superimperialismo» degli USA. L’economista statunitense afferma che gli americani sono prima riusciti a convincere le altre nazioni a risparmiare in dollari invece che in oro, garantendo che i loro risparmi potevano essere convertiti nel metallo prezioso; ma una volta interrotta la convertibilità, i dollari che stampano, cioè il loro debito, sono andati a sostituire l’oro come valuta di riserva mondiale. «Mai prima d’ora» – scrive Hudson – «una nazione in bancarotta ha osato insistere affinché il proprio fallimento diventasse il ​​fondamento della politica economica mondiale».

La posizione di preminenza nel sistema monetario mondiale ha permesso agli Stati Uniti d’America di finanziare la propria economia e vivere al di sopra delle proprie possibilità a discapito degli altri Paesi.

Roberto Castaldi, in un articolo per Il Sole 24 Ore (“50 anni fa finiva Bretton Woods: la scelta monetaria che ha cambiato il mondo e continua a plasmarlo”), scrive: «Capito il nuovo sistema i Paesi dell’OPEC aumentarono i prezzi e ci fu lo shock petrolifero del 1973. Per gli USA era un aumento nominale, risolto stampando più dollari. Per il resto del mondo un aumento reale, che costrinse a politiche di risparmio energetico, riduzione dei consumi e crisi economica. Iniziò un costante e massiccio trasferimento di reddito dagli altri Paesi avanzati verso gli USA (perché dovevano acquistare più dollari per pagare il petrolio) e verso i Paesi produttori di petrolio. Così gli USA passarono da esportatore a importatore di capitali […]. Il nuovo sistema monetario portava il resto del mondo a finanziare l’egemonia politico-militare americana».

Con la fine di Bretton Woods, anche il Fondo Monetario Internazionale, che era nato in quel contesto, cambiò la sua funzione, assumendo il compito di effettuare prestiti vincolati al rispetto di specifiche condizioni. Il FMI, con sede a Washington, pur essendo un’organizzazione internazionale a carattere universale, ha avuto come Direttori Operativi solo maschi bianchi occidentali (donne dal 2011) ed è di fatto diventato uno strumento per l’espansione del modello liberista nei paesi debitori.

La fine del gold standard e della stabilità monetaria resero inoltre più rischiosi gli investimenti a lungo termine nell’economia reale, favorendo lo sviluppo della finanza speculativa, che ha il suo hub a Wall Street.

Pierluigi Fagan utilizza la categoria di «impero informale» (introdotta da Robinson e Gallagher) per indicare la capacità d’influenza non formalmente coloniale degli Stati Uniti, visti come eredi di «un preciso atteggiamento geopolitico che accomuna i popoli anglosassoni […] in un’ideologia che intravede la possibilità di estendere a tutto il mondo il gioco economico del mercato, per cui, dominando il mercato […] si domina il mondo o una buona parte di esso» (Verso un Mondo Multipolare). Ma non bisogna commettere l’errore di circoscrivere l’imperialismo statunitense alla sola sfera economica, dato che sono la nazione che ha di gran lunga il maggior numero di basi militari disseminate in tutto il mondo e che ha esportato di più di tutti la propria cultura e il proprio stile di vita negli altri Stati.

Nel 1989 cade il Muro di Berlino. Nel 1991 crolla l’Unione Sovietica. L’area d’influenza russa è fortemente ridimensionata. Francis Fukuyama teorizza la «fine della storia», cioè l’avvento di un ordine mondiale unipolare capitalista e liberal-democratico; questa diventa l’ideologia dominante nel polo che aveva vinto la Guerra Fredda, gli Stati Uniti d’America.

Nella sua corsa per il dominio globale, il braccio armato dell’impero d’Occidente (la NATO), quando ha creduto di aver sconfitto il suo competitor orientale, contravvenendo ad un patto (non scritto) con Gorbachev, si è espansa verso Est inglobando gli Stati ex comunisti che chiedevano di aderire all’Alleanza. La hybris ideologica da «fine della storia» ha alimentato l’espansione verso Est e la retorica delle «guerre umanitarie» per «esportare la democrazia» in Medio Oriente.

L’Islam radicale si è però incaricato di dimostrare agli americani che la storia era tutt’altro che finita. Il panislamismo che ha portato le frange più radicali della civiltà islamica ad organizzare attentati contro l’Occidente e ad erigere un Califfato basato sulla legge coranica (sharia), è una «reazione all’espansionismo occidentale e rivendica di essere una difesa antimperialista e anticolonialista» (Wikipedia).

Al Qaida è divenuta tristemente nota con gli attentati dell’11 settembre 2001 ma nasce al tempo dell’invasione sovietica dell’Afghanistan, negli ambienti ribelli finanziati da Stati Uniti e Arabia Saudita. Dopo l’11 settembre, Saddam Hussein fu accusato di sostenere Al Qaeda e di possedere armi di distruzione di massa. Ma «non c’erano armi di distruzione di massa. Non c’era stata alcuna collaborazione tra Saddam Hussein e Al Qaida per quanto riguarda l’11 settembre», scrive Frank Rich sul New York Times il 23 ottobre del 2006. Come ammette lo stesso Alan Greenspan, per 18 anni presidente della Federal Reserve e consigliere economico della Casa Bianca: «la guerra in Iraq è stata soprattutto una guerra per il petrolio» (L’era della turbolenza). Saddam Hussein aveva da poco deciso di ricevere pagamenti in Euro per il suo petrolio anziché in dollari: questo minava il fondamento stesso dell’egemonia dei «petrodollari» statunitensi.

Come conseguenza del rovesciamento di Saddam, dalla cellula irachena di Al Qaeda nasce l’ISIS. Il sociologo del terrorismo Alessandro Orsini (noto per le sue posizioni pacifiste) avverte che «la politica internazionale è il luogo in cui si mettono in atto i comportamenti più spietati», prima di annoverare tra le cause che favorirono l’ascesa dell’ISIS «il cinismo delle grandi potenze»: «Stati Uniti e Russia, a differenza dell’Europa, non avevano un incentivo forte a porre rapidamente fine alla guerra civile in Siria», perchè i profughi provenienti da quella regione stavano creando tensioni tra gli Stati europei ed entrambe le superpotenze si giovano di un’Europa divisa e debole. Dopo l’abbattimento dello Stato Islamico dell’Iraq e della Siria, Orsini, fin dal titolo di un suo libro, avverte che «l’ISIS non è morto: ha solo cambiato pelle».

In occasione del confronto con l’Islam radicale, in Occidente si è ricominciò a parlare di «scontro di civiltà» sulla scorta teorica del politologo statunitense Samuel P. Huntington, che in aperta polemica con le tesi di Fukuyama, nel 1996 ha pubblicato un libro dall’eloquente titolo “Lo scontro delle civiltà e il nuovo ordine mondiale”. Secondo Huntington la fine dell’ordine internazionale bipolare conseguita alla dissoluzione dell’Unione Sovietica ha fatto sì che (ri)emergessero le civiltà: Occidentale, Cristiana orientale (ortodossa), Latino-americana, Islamica, Indù, Cinese, Giapponese, Buddista, Africana.

Il politologo statunitense distingue tra «modernizzazione» e «occidentalizzazione», e afferma che per le civiltà non occidentali importarle entrambe sia fallimentare, perché «l’esperienza dimostra chiaramente la forza, la resistenza e la pervicacia delle culture autoctone e la loro capacità di rinnovarsi e frenare, respingere e assorbire le importazioni occidentali». Per Huntington, nelle civiltà diverse da quella occidentale, si manifesterà sempre più spesso una «modernizzazione senza occidentalizzazione».

La visione del mondo basata sulle civiltà dello statunitense Huntington piace molto al filosofo russo Alexandr Dugin, il quale in “Teoria del Mondo Multipolare” scrive: «le civiltà nella struttura delle relazioni internazionali del XXI secolo sono vaste aree spaziali che, sotto l’influenza della modernizzazione e con il supporto della tecnologia occidentale, consolidano la loro forza e il loro potenziale intellettuale, ma, invece di accettare pienamente il sistema di valori occidentale, mantengono organici e robusti legami con le proprie culture tradizionali, le proprie religioni e strutture sociali. Va notato che tali elementi tradizionali a volte sono in netto contrasto con quelli occidentali. […] Queste civiltà, oggi molto spesso divise dai confini nazionali, nel corso dei processi di globalizzazione e integrazione diventeranno sempre più consapevoli dei propri legami comunitari e agiranno nel sistema delle relazioni internazionali, guidate dai propri valori e da interessi comuni derivanti da questi valori».

«I valori dell’Occidente», importante leva emotiva che alimenta l’orgoglio di questa parte di mondo, diventano il vessillo da difendere dalle altre civiltà. Questi valori universali o da render tali con le buone o con le cattive, in termini geopolitici sono: libertà, democrazia, benessere economico, diritti umani.

Libertà e democrazia formano un tutt’uno perché la libertà è intesa perlopiù come democrazia liberale; ma sappiamo bene come quest’ultima sia soggetta alla «legge ferrea dell’oligarchia» (Robert Michels), laddove i dirigenti di tutti i partiti si allontanano dalla base e vanno a costituire un’élite compatta, dotata di spirito corporativo. All’oligarchia politica si associa quella economica, con le disuguaglianze sociali registrate dall’OXFAM (Oxford Committee for Famine Relief) in costante aumento dagli anni ‘80 in poi, cioè da quando «there is no alternative» al liberismo. I membri delle élite politiche ed economiche controllano anche la maggior parte dei media, condizionando così anche la «libertà d’informazione». I diritti umani, imperniati sui principi etici europei e nordamericani, sono il fiore all’occhiello dell’Occidente ma Julian Assange rischia 175 anni di carcere per aver rivelato che gli USA hanno tradito quei principi in Afghanistan, a Baghdad e a Guantánamo. Anche l’Italia ha la sua esperienza di violazione dei Diritti Umani con i fatti legati al G8 di Genova, cioè quando vi fu una forte ondata di protesta contro lo stato di cose appena descritto.

Dugin muove una critica radicale ai valori occidentali: ‹‹contesto che il soggetto della libertà debba essere l’individuo – e questa è l’essenza, l’asse dell’ideologia dei diritti umani. […] Rifiuto l’universalità dei valori occidentali moderni. Non credo che siano universali. Ritengo che siano occidentali, moderni›› (Platonismo Politico).

Nonostante le critiche che si possono muovere ai valori occidentali, in altre parti del mondo se la passano anche peggio a causa di povertà estrema e regimi dittatoriali nei quali la violazione dei diritti umani è strutturale. Questo, unitamente al sostegno più o meno esplicito dell’Occidente ai movimenti filoccidentali e al fatto che altrove giunge l’immagine dorata hollywoodiana dell’Occidente, ha fatto sì che il modello di vita occidentale divenisse una reale attrattiva per molti popoli del mondo.

Tra il 2010 e il 2011 un’ondata di protesta nota come ‹‹primavera araba›› coinvolge Tunisia, Egitto, Siria, Libia, Iraq ed altri Stati. In alcuni casi i moti per il rinnovamento politico e sociale sono arrivati a rovesciare regimi come quello di Mubarak in Egitto, passato da essere amico a nemico degli USA in quegli anni. I media occidentali hanno salutato le ‹‹primavere arabe›› come un moto di rinnovamento democratico e modernizzatore, mentre hanno molto spesso portato instabilità, guerra e fondamentalismo. Emblematico è il caso della Libia di Gheddafi, deposto a seguito dell’intervento della NATO fortemente voluto dalla Francia di Sarkozy, generando il ‹‹caos libico›› anziché la democrazia.

L’Organizzazione del Trattato dell’Atlantico del Nord, bombardando in Libia senza che nessuno Stato membro fosse stato attaccato, ha dimostrato di fatto di aver superato la sua natura di «organizzazione difensiva» (come ancora molti si ostinano a definirla), cosa tralaltro formalizzata nel “Concetto Strategico” del 2010, documento dal quale si apprende che relativamente alla «gestione delle crisi» la NATO può disporre delle sue «capacità politiche e militari per fronteggiare l’intero spettro delle crisi – prima, durante e dopo i conflitti».

Da e-mail che in quel periodo si scambiarono Hillary Clinton e il suo collaboratore Sidney Blumenthal, si apprende che Gheddafi aveva invitato i paesi africani a utilizzare una nuova moneta, il dinaro d’oro. La politica monetaria panafricana del leader libico avrebbe certamente minato il potere dei «petrodollari» e del Franco CFA. In Italia Alessandro Di Battista (in chiave antimperialista) e Giorgia Meloni (in chiave antimmigrazione) misero in relazione l’intervento militare in Libia con le mail ricevute dalla Clinton.

Quello di Gheddafi non è stato però l’unico tentativo di accordi multilaterali volti a dare maggior peso geopolitico ai Paesi emergenti o in via di sviluppo.

Grazie al suo capitalismo industriale a controllo statale, la Cina cresce moltissimo economicamente sino a competere con gli USA, ed espande le sue relazioni commerciali grazie alla cosiddetta «nuova via della seta», cioè un piano di ingenti investimenti in infrastrutture, impianti per la distribuzione di energia e sistemi di comunicazione. Gli investimenti di Pechino porterebbero all’integrazione logistica dei Paesi dell’Asia e dell’Europa, passando per la Russia e il Mediterraneo. Inoltre la Cina è tra i BRICS con Brasile, Russia, India e Sudafrica: Paesi che hanno dato vita a una propria struttura finanziaria (Nuova Banca di Sviluppo), alternativa al FMI. Tali economie si propongono di costruire un sistema commerciale globale attraverso accordi bilaterali che non siano basati esclusivamente sul petrodollaro.

Le strategie economico-monetarie dei Paesi emergenti sono guardate con grande attenzione dell’impero egemone in tale campo. Mentre l’ascesa dell’impero del Sol Levante preoccupa già molto gli Stati Uniti: le tensioni per Taiwan fungono da barometro per misurare la pressione tra i due imperi.

A differenza delle aree poc’anzi citate l’Europa, spesso divisa da piccoli egoismi nazionali, è in una fase di contrazione sia economica che demografica e culturale. Europa assopita dopo il «tramonto dell’Occidente». Europa dell’impero Romano e del Sacro Romano Impero; di Platone, Dante, Mozart, Le Corbusier, Picasso, Einstein; delle corti, delle cattedrali, dei castelli, dell’aristocrazia, dell’illuminismo e della democrazia; del socialismo europeo, della destra sociale, del welfare pubblico. Europa che distingue tra liberalismo e liberismo. Europa che sa che pace, disarmo e integrazione sono l’unica soluzione alla «banalità del male». Europa che ha rinunciato a sé stessa in ragione dell’«egemonia culturale» dell’individualismo, dell’egoismo, del consumismo. Europa da quasi cent’anni schiacciata da due imperialismi.

L’Europa affaccia sul mediterraneo e risente dell’instabilità di Nord Africa e Medio Oriente, in particolare sotto forma di fenomeni migratori di massa; è militarmente alleata con gli Stati Uniti, che però sono lontanissimi dalle tensioni che investono i confini europei; è energeticamente dipendente dal gas russo, passante per la Germania (tramite il Nord Stream 1) e per l’Ucraina – territorio nel quale dunque si concentrano elevati interessi strategici globali.

Anche alcuni Stati dell’Est Europa (ex sovietici) hanno avuto la loro ondata di proteste filo-occidentali, note col nome di «rivoluzioni colorate». La prima è stata la Georgia: cambio di regime, intervento della Russia di Putin in difesa delle regioni separatiste per conservare almeno una parte della sua area d’influenza, atrocità, accose di genocidio, violazione dei diritti umani, Abcasia e Ossezia del Sud finite sotto il controllo di Putin. Ma è stata la «rivoluzione arancione» in Ucraina (2004 – 2005) ad assumere maggior rilievo, dato che ha aperto la stagione d’instabilità che ha preceduto l’attuale conflitto.

In Ucraina le rivolte dei primi anni duemila hanno portato alla destituzione del filorusso Janukovyč e alla successiva elezione di un Governo filoccidentale. Il cambio di regime è appoggiato dagli Stati Uniti. Seguono anni di instabilità politica. Alle presidenziali del 2010 viene rieletto Janukovyč a Capo di un’Ucraina oligarchica e corrotta; nel 2013 le proteste di Euromaidan lo costringono nuovamente alla fuga. Per la Russia è un colpo di stato orchestrato dagli Stati Uniti e da forze paramilitari neonaziste; per l’Occidente è la rivoluzione di forze nazionaliste ma democratiche. A seguito di nuove elezioni viene eletto Porošenko. In questo contesto, nel 2014 Putin prende il controllo della Crimea, che dichiara l’indipendenza e formalizza l’adesione alla Federazione Russa. Il Partito Comunista viene messo al bando e inizia un’ondata iconoclasta verso i simboli del passato sovietico: vengono abbattute le statue di Lenin e sostituite da quella del collaborazionista nazista Stepan Bandera, che diventa eroe nazionale. Le autonomie concesse dai governi precedenti alle regioni orientali russofone e russofile vengono revocate, l’uso e l’insegnamento della lingua russa vengono fortemente limitati. Iniziano gli episodi di violenza in Donbass, che coinvolgono filorussi e nostalgici dell’URSS sostenuti da Mosca da un lato e neonazisti addestrati e armati da Stati Uniti e Gran Bretagna dall’altro. L’11 maggio 2014 si tiene un referendum (non riconosciuto dall’Ucraina) col quale le Repubbliche Popolari di Donetsk e Lugansk dichiarano l’indipendenza. E’ guerra civile. Intanto vince le elezioni l’ex comico Zelensky sull’onda populista di una serie televisiva in cui impersona il protagonista che diventa Presidente. Il Democracy Index classifica l’Ucraina come «regime ibrido». Putin schiera le sue truppe al confine orientale dell’Ucraina per difendere il suo impero perduto.

L’imperialismo russo ha tratti molto più tradizionali rispetto a quello statunitense: il piano politico-militare non è al servizio del sistema economico ma è esso stesso il fulcro e il motore dell’aspirazione imperiale. E questo genera un atteggiamento apparentemente più muscolare dell’impero russo rispetto alle promesse di democrazia e prosperità economica statunitensi. Anche perché la forma di governo dell’ex militare ed ex funzionario del KGB è un’autocrazia che va avanti a suon di rigida ed esplicita censura, e omicidi di oppositori politici e giornalisti scomodi; mentre l’economia è totalmente sotto il controllo degli oligarchi. In ogni caso sono la storia, la cultura e la religione il campo ideale in cui si muove la retorica imperiale putiniana.

Diversamente dal rapporto tra l’imperialismo a stelle e strisce e il “terzomondista” Papa Francesco, il regime di Putin gode dell’appoggio di Kirill, Patriarca di Mosca e di tutte le Russie. Il Cristianesimo ortodosso di Kirill è tradizionalista, quindi apertamente schierato contro l’Occidente decadente, ateo e condizionato -a suo dire – dalla «lobby gay». Una ricerca del 2017 (Religious Belief and National Belonging in Central and Eastern Europe) condotta dal Pew Research Center dimostra che nei paesi dell’Europa Centrale ed Orientale le nazioni a maggioranza ortodossa ritengono la religione parte importante dell’identità individuale e nazionale. Prima della brutale invasione dell’Ucraina, la maggioranza degli intervistati si diceva favorevole ad una «Russia forte per bilanciare l’influenza dell’Occidente», ritenendo anche che «la Russia dovrebbe proteggere i cristiani ortodossi al di fuori dei suoi confini», così come avrebbe «l’obbligo di proteggere le persone di etnia russa». Questo sentimento coinvolge tra il 56% e il 79% della popolazione di Armenia, Serbia e Bielorussia ma anche nelle europee Bulgaria, Grecia e Romania. Solo in Ucraina il sentimento filo-russo è inferiore (38%), per i ricercatori a causa dell’annessione della Crimea e del conflitto coi separatisti del Donbass, che al tempo della ricerca erano già avvenuti.

L’imperialismo di Putin si nutre inoltre dell’ideologia panslavista diffusa sin dai tempi degli Zar, per la quale Mosca sarebbe la «Terza Roma» erede dell’Urbe e di Bisanzio, la cui missione storica è quella di riunire i popoli slavi sotto l’autorità Russa. A ciò si aggiunge l’orgoglio della «Grande Guerra patriottica» combattuta contro le truppe naziste che avevano invaso la Russia durante la Seconda Guerra Mondiale.

Il panslavismo russo s’infrange sulla storica inimicizia coi polacchi, sulla divisione tra gli “slavi del Sud” (serbi, croati, sloveni etc.) dell’ex Jugoslavia, sul forte sentimento nazionalista degli ucraini. Del resto il panslavismo putiniano significa: tutti sotto il controllo della «Grande Madre Russia». Ma nonostante Patrick J. Geary abbia completamente destrutturato «Il mito delle nazioni» dal punto di vista storiografico, il nazionalismo è ancora fonte di riferimenti identitari e fattore di coesione sociale.

La retorica antinazista russa trova invece la sua contraddizione nel sostegno di Putin ai partiti di estrema destra europei, col fine di indebolire l’UE. Del resto l’ideologo di Putin Aleksandr Dugin teorizza il «nazionalbolscevismo» contro «l’Occidente liberale globalista»

Secondo tutti gli analisti la Russia di Putin non ha la forza economica per sostenere un’impresa imperiale di vasta portata ma le «condizioni materiali» non sono tutto, quindi il fatto che non può non significa necessariamente che l’idea di ricostituire un impero non possa comunque condizionare qualcuna delle scelte del capo assoluto della Russia. A tal proposito possiamo infatti essere d’accordo col sociologo Joseph Schumpeter quando rileva «il fatto incontestabile che nella storia del genere umano recitano una parte notevole tendenze “prive di oggetto” all’espansione violenta, ignara di limiti utilitaristicamente definiti – cioè inclinazioni arazionali e irrazionali, puramente istintive, alla guerra e alla conquista […]. La spiegazione di questo bisogno funzionale aggressivo, di questa volontà di guerra […] lungi dall’essere esaurita dal puro e semplice rinvio a “impulsi” od “istinti”, risiede nelle necessità vitali di situazioni che hanno plasmato popoli e classi, costringendoli, se non volevano estinguersi, a diventar bellicosi» (Sociologia dell’imperialismo).

Il 24 febbraio 2022 le Forze armate della Federazione Russa invadono l’Ucraina. Ritroviamo tutti gli elementi citati a proposito dell’imperialismo russo a giustificazione (dal punto di vista di Mosca) dell’invasione: panslavismo, denazificazione, rivalsa sull’Occidente. La difesa ucraina è sostenuta dalle armi dei Paesi della NATO in quella che molti analisti – tra i quali Lucio Caracciolo – non esitano a definire una «guerra per procura», tenendo conto delle dichiarazioni angloamericane che non nascondono il fine di «indebolire la Russia» e di «rovesciare Putin».

A seguito dell’invasione Russa dell’Ucraina si è attivata d’urgenza l’ONU, vertice politico dell’«Impero» teorizzato da Michael Hardt e Toni Negri, punto d’arrivo del processo di cessione di sovranità verso l’alto da parte degli Stati nazionali. Per i due studiosi «si tratta di un apparato di potere “decentrato e deterritorializzante” che progressivamente incorpora l’intero spazio mondiale all’interno delle sue frontiere aperte e in continua espansione. L’Impero amministra delle identità ibride, delle gerarchie flessibili e degli scambi plurali modulando reti di comando. […] Gli Stati Uniti occupano una posizione indubbiamente privilegiata nell’Impero» ma – continuano Hardt e Negri – «le forze creative della moltitudine che sostengono l’Impero sono in grado di costruire autonomamente un controImpero, un’organizzazione politica alternativa dei flussi e degli scambi globali. Le lotte volte a contestare e sovvertire l’Impero, così come quelle tese a costruire una reale alternativa, si svolgeranno sullo stesso terreno imperiale – in realtà, queste nuove lotte hanno già iniziato a emergere».

Nelle votazioni all’ONU succedute all’invasione russa dell’Ucraina si possono dunque leggere ulteriori elementi per comprendere gli assetti strategici della lotta per l’egemonia nell’Impero globale.

Nel Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, incaricato di mantenere la pace tra i paesi, i cinque membri permanenti (Cina, Francia, Russia, Regno Unito e Stati Uniti) hanno un ruolo dominante perché detengono il potere di veto. Di fronte al veto della Russia che non si è auto-condannata, Zelensky, dopo aver invocato azioni che ci avrebbero portati dritti verso la terza guerra mondiale, è arrivato a mettere in discussione l’unica istituzione che – con tutti i suoi limiti – tenta di raccogliere i rappresentanti dell’intera Umanità.

Il 2 marzo 2022, l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite (composta da tutti gli stati membri) ha approvato la risoluzione di condanna della Russia, coi voti favorevoli di: Nord America, Europa, Giappone e Australia ovviamente; anche la maggior parte del Centro e Sud America ha votato a favore, compresi Brasile e Argentina nonostante qualche titubanza iniziale dovuta ai legami con il Cremlino; alla condanna si sono uniti anche diversi stati dell’Africa. Con la Russia si sono schierati apertamente Bielorussia, Siria, Corea del Nord ed Eritrea. Tra gli astenuti ci sono Cuba, Nicaragua, Bolivia e Armenia che nel 2014 avevano votato a favore dell’annessione della Crimea; Iran, Iraq, Pakistan, Vietnam e Sudafrica si sono astenuti in chiave anti-occidentale; in Africa si sono astenuti paesi come Algeria, Mali e Repubblica Centrafricana, con i quali il Cremlino coltiva una stretta relazione; infine, di grande rilievo è l’astensione dei giganti asiatici Cina e India.

Il 7 aprile l’ONU sospende la Russia dal Consiglio dei Diritti Umani. Questo è stato un voto più importante del precedente dato che aveva un effetto concreto. Su 193 membri, i voti contro la Russia sono passati da 141 a 93, gli astenuti da 35 a 58, gli assenti da 12 a 18, gli stati che hanno votato a favore della Russia da 5 a 24. Il riassestamento a favore di Putin è evidente. E se alla conta dei voti la mozione contro la Russia ha raccolto poco più della metà del favore delle nazioni del pianeta, a livello della popolazione mondiale rappresentata da tali stati la condanna del Cremlino ha raccolto meno di un terzo del consenso. Rilevanti i passaggi dalla condanna all’astensione di Messico, Brasile, Egitto, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Qatar, Kuwait.

A grandi linee. L’impero d’Occidente guidato dagli USA tiene e l’Europa, facendo danno anche a sè stessa, pare disposta a rinunciare progressivamente ai suoi legami commerciali ed energetici con la Russia; del Patto Atlantico fa parte però anche la Turchia, paese a maggioranza musulmana che affaccia sul mediterraneo e intrattiene relazioni politiche con la Russia ed economiche con la Cina. I paesi del Medio Oriente fanno il loro gioco: non si alleano certo con l’Occidente e hanno buoni rapporti con la Russia. L’America Latina è divisa. I paesi africani risentono ancora del colonialismo (o neo-colonialismo) dunque non vedono di buon occhio l’Occidente, contro il quale però non tutti si schierano; e sono tra i maggiori importatori di grano da Ucraina e Russia quindi rischiano una grave crisi alimentare. La Russia sfida apertamente l’ordine unipolare statunitense e vi sono Stati che non le si oppongono in tutti i continenti, tranne che in Europa. L’India ricorda ancora il passato coloniale inglese, è tra i BRICS con Brasile, Russia, Sud Africa e Cina, ed è nel QUAD con Stati Uniti, Australia e Giappone contro la Cina nell’Indo-Pacifico. La Cina estende sempre più la sua penetrazione economica in tutto il mondo, vi sono tensioni con gli USA ed ha buoni rapporti con la Russia.

L’Eurasia è l’attore geopolitico mancante: supercontinente che va da Lisbona a Vladivostok, inviso agli angloamericani da quando esiste la geopolitica, che se divenisse uno dei poli di una rete di relazioni internazionali multipolari potrebbe essere il centro del nuovo ordine mondiale, rappresentando il 70% della popolazione mondiale su un’estensione di 55 milioni di km². Forse è bene precisare che in questa breve incursione finale nel «dover essere» non si auspica un ribaltamento del fronte delle alleanze da parte dell’Europa ma la nascita di un ordine mondiale multipolare in cui quest’ultima possa stare tranquillamente nel Patto Atlantico con gli Stati Uniti, e allo stesso tempo (una volta archiviata l’orrenda vicenda ucraina) avere una maggiore integrazione geostrategica (senza totale dipendenza energetica) con la Russia e buoni rapporti con la Cina. Inoltre, la missione geostorica dell’area latino-mediterranea (della quale fa parte l’Italia) dovrebbe essere quella di stabilizzare il Nord Africa e favorire lo sviluppo indipendente dell’Africa tutta. Così si fa la pace, dividendo il mondo in blocchi contrapposti si fa la guerra.

Ecco cosa pare prefigurarsi alla fine dell’«interregno» degli imperi del vecchio mondo: un nuovo ordine multipolare con macroregioni culturali (civiltà) che modulano una complessa rete di relazioni globali secondo i contingenti equilibri di potenza. Chi oggi detiene una posizione di preminenza si oppone al riassestamento globale ma non potrà farlo per sempre. Si spera solo che non si arrivi ad un’altra guerra mondiale per definire i nuovi assetti perché potrebbe andar male per tutti; se nessuno dovesse riuscire ad evitarlo, «io speriamo che me la cavo».

L’INTERREGNO DEGLI IMPERI

Importanza di vivere di Lin Yutang – Il libro dimenticato

di VALENTINA FERRANTI, 2 GIUGNO 2022

Introvabile, senza replica di ristampa. Prima pubblicazione, nel 1937, edito da Bompiani nel ‘40. Momentaneamente non disponibile.

Un romanzo filosofico godibile in ogni suo rigo. Raffinato e colto. Per chi lo ha incontrato, compagno di vita, compendio di vita. Un manuale con precise linee guida da abbracciare. Caldo nonostante il suo essere carta. Da rileggere quando ci si prende troppo sul serio, nel girone bizzarro della vita terrena, incomprensibile per noi occidentali affetti da varie frenesie dell’animo, ma da comprendere per viverle al meglio.

Lin Yutang è cinese. Prende la mossa dalla sua cultura, un po’ la esalta, ma fa parte del gioco. Va oltre, creando una sorta di formula con lettere e numeri per identificare il pensiero umano. Uno specismo filosofeggiante, in cui analizza il senso di realtà, umorismo, capacità di sognare degli appartenenti alle varie comunità e ai singoli. Un’equazione semplice dove la saggezza del vivere si esplica con la giusta dose di senso della realtà, strettamente collegata al senso dell’umorismo, alla capacità di sognare ed a una buona dose di sensibilità. Giuste parti, miscelate come una pozione magica per camminare sul mondo terreno. Superficie sacra su cui siamo di passaggio, invoca l’autore, per questo non dovremmo affannarci a possedere con avidità. Bizzarria tutta umana quella dell’accumulo materiale, siamo mortali e abbiamo a disposizione solo qualche decennio. Quello che abbiamo oggi sarà di qualcun altro domani.

Ci resta solo quello che ci circonda, nella sua bellezza struggente. Ma per divenire saggi, prima dovremmo avvertire le tragedie della vita, piangere per poi ridere e divenire filosofi sorridenti. Perché lo struggimento non è salutare, bensì lo è il sorriso, la costante accettazione che la vita non si vive con rinuncia o dramma ma godimento e contemplazione. Secondo Yutang i filosofi occidentali, imbronciati e tristi, non hanno ancora lontanamente compreso cosa sia la vita e come tentare di viverla. Perché siamo esseri imperfetti. La nostra mente è nobile ma debole, per questo dovremmo armonizzarla; educare i nostri sensi, accettare l’emotività, accordare gli istinti; essere compassionevoli. Le idee vanno e vengono, i postulati sono più caduchi della carne umane, solo il sentire ragionevolmente può salvarci. E perché no, anche il sogno aiuta a vivere meglio. Però dice l’autore, i sogni devono corrispondere alla realtà; bisogna avvicinarcisi discretamente, esserne aderenti. Così non si cadrà nella follia della fuga dalla realtà.

Nella semplicità sta la virtus, come una discretio sacra, un agire “mezzo e mezzo”; un ordine che consente al cuore pace nel patire, ed in cui la vita ordinata e senza ottusità si disvela. Dall’individuo questa saggezza si espande alla vita familiare, alla cerchia di amici e conoscenti e poi ad un intero popolo.

Ma come vivere felici? Scovando con le papille gustative le varie gradazioni di gusto di una pietanza, sentendo lo stomaco felice. Assaporando ogni cosa. Vivendo con i sensi ma ragionevolmente, perché sì siamo animali umani ma col dono del pensiero. Però attenzione, il pensiero è nobile solo se cerca l’armonia dello sviluppo spirituale. Questo ci allontana dalla bestialità cui i sensi la farebbero da padrone. La felicità è diventata un problema da indagare, questo sembra dire Lin Yutang, in realtà è la più semplice attitudine umana. Ci siamo posti troppe domande, abbiamo lasciato spazio a pensatori che si sono chiesti con troppa veemenza e rassegnazione, quale debba essere lo scopo della vita umana. Yutang sembra sibilare tra le righe “farsi meno domande per avere più risposte”. E la risposta sembra essere di una semplicità disarmante: vivere. Godere della vita stessa, poiché la natura, il creatore, ci ha messo a disposizione molteplicità di piaceri e infinite possibilità di gioia. La vita familiare, i fiori, l’arte, la poesia, una buona lettura, il godimento del cibo, il mare, la Via Lattea, etc.

Non ci perdiamo in astrattezze quando parliamo di felicità, ma restiamo ai fatti.

Scrive, ed elenca i suoi momenti di felicità. Potrebbe averne voglia anche il lettore. Stilare una lista dei piccoli piaceri che sommati formano istanti di gioia.

Con questo lieve interloquire con chi si trova tra le mani il suo libro, Yutang continua discorrendo di vecchiaia, stato umano cui attribuisce la vera frattura tra oriente ed occidente. La spaccatura sta nel modo in cui la si onora. Nel mondo orientale maggiore è il numero di anni che si dichiarano, più alto l’entusiasmo dell’interlocutore. Nessuna corsa all’eternità del corpo, solo una conquistata esperienza di vita cui i giovani devono ed hanno rispetto. L’anziano se tenuto in considerazione dalla società cui appartiene è scrigno di sapienza e vive l’età ultima godendo della contemplazione e dell’ozio. Stato, quello del dolce far niente, salutare per l’animo umano. Yutang tra i godimenti della vita ne elenca alcuni quali lo stare in poltrona, il tempo del tè, l’amore per la casa, i fiori, la contemplazione dello scorrere delle stagioni, l’arte di leggere cui attribuisce massimo godimento, ma solo se si legge per piacere, non per dovere. Invita a bandire il “devo leggere” ed esalta la scelta di un libro come chiave per una buona lettura. Se scegliamo di mangiare ciò che ci piace, dobbiamo leggere ciò che ci piace. Sapore e gusti personali coincidono con la vastità di immagini, emozioni, sconfinamenti che solo un libro desiderato ci regala.

Nonostante l’apparente anacronismo di alcune dissertazioni, le pagine di questo libro dimenticato e scelto sono di una semplicità disarmante. L’autore come aprendo conchiglie, dispone perle preziose di saggezza tra le righe. Va oltre, vive come consiglia di vivere. Si sente leggendo e scorrendo a caso le pagine de Importanza di vivere, senza articolo, per dare maggior enfasi alla solennità della vita.

Importanza di vivere di Lin Yutang - Il libro dimenticato
Importanza di vivere di Lin Yutang – Il libro dimenticato

Johann von Leers – Contro Spengler

Johann von Leers, Contro Spengler, Introduzione di C. Mutti – Edizioni all’insegna del Veltro, Parma 2011, pp. 64, € 8,00   ISBN:  9788890473678

Quando Spengler pubblicò Jahre der Entscheidung, la protesta degl’intellettuali militanti nazionalsocialisti fu corale. Ma fra tutti gli attacchi che vennero rivolti contro le tesi sostenute in questo libro, “uno fra i più violenti, e senz’altro il più abile, fu quello sferrato da Johann von Leers, un giovane esponente della sinistra nazionalsocialista destinato a diventare uno dei più prolifici pubblicisti della Germania hitleriana e atteso da un curriculum vitae originale” (D. Conte).
In Spenglers weltpolitisches System und der Nationalsozialismus (appena uscito sotto il titolo Contro Spengler nei “Quaderni di Geopolitica” diretti da Tiberio Graziani) Von Leers respinge innanzitutto il determinismo storico spengleriano, che, affermando la validità universale delle leggi di sviluppo valide per un popolo, ripropone in fin dei conti il presupposto liberale dell’uguaglianza degli uomini.
Spengler, incalza von Leers, è l’ideologo di una borghesia imperialista legata al mondo del XIX secolo, la quale, pur di rendere competitive sul mercato mondiale le merci prodotte in Germania, vorrebbe ridimensionare i salari degli operai tedeschi e sopprimere la politica sociale di sostegno, anche a costo di esporre la nazione al pericolo di gravi tensioni sociali. Al vecchio progetto liberale dell’esportazione sui mercati mondiali, di cui Spengler si fa portavoce, von Leers contrappone una visione di grandi spazi autarchici.
Ad una critica altrettanto serrata viene sottoposta la veduta concernente l’altro pericolo che secondo Spengler minaccerebbe l’Occidente: la cosiddetta “rivoluzione mondiale degli uomini di colore”. In primo luogo, obietta von Leers, il concetto spengleriano di “popoli di colore” è del tutto improprio, poiché non ha senso far rientrare nell’universo “di colore” gli Andalusi, gl’Italiani meridionali, i Turchi e addirittura i Russi. Per quanto poi riguarda il “pericolo giallo”, a minacciare la Germania non è certamente il Giappone, che, rinnovatosi sulla base di princìpi affini a quelli nazionalsocialisti, indirizza le proprie linee di potenza non solo verso la Manciuria e la Mongolia, ma anche verso le Filippine americane, l’Indonesia olandese, l’Indocina francese. Perciò ogni rafforzamento del Giappone e della Cina stessa equivale ad un indebolimento dei nemici della Germania, i quali non si trovano fra i “popoli di colore”, ma fra i “popoli bianchi”. Preconizzando la “comunità della razza bianca” e pronunciando la parola “Asia” con tono ostile, Spengler non fa altro che riproporre in chiave razzista il vecchio cosmopolitismo liberale; ma ciò non ha nulla a che vedere con gli autentici interessi del popolo tedesco, i quali non possono essere subordinati alle “vane chiacchiere su una ridicola fratellanza di razza”. La Germania, obietta Von Leers, deve innanzitutto promuovere l’unità dello spazio europeo centrale ed orientale; per quanto concerne l’Asia, essa non solo non praticherà una politica imperialistica, ma farà di tutto per realizzare le aspirazioni dei popoli oppressi all’indipendenza.

Johann von Leers - Contro Spengler
Johann von Leers – Contro Spengler

Il Cigno Nero – Metafora Dell’imprevedibile

di Luigi Angelino

L’immagine del cigno nero costituisce un’antica metafora che tende a spiegare il fenomeno, secondo cui un evento raro, imprevedibile ed inaspettato, sia con conseguenze positive che negative, possa avere un importante impatto sugli avvenimenti storici, rappresentando una sorpresa anche per l’osservatore più esperto in previsioni e statistiche. Proprio per la sua imprevedibilità, si dice che un evento denominato “cigno nero” possa essere razionalizzato soltanto “a posteriori”.

Seguendo la teoria del filosofo e matematico libanese, Nassim Nicholas Taleb, nel corso della storia si sono susseguiti numerosi “cigni neri” e ciascuno di essi ha seguito più o meno le medesime dinamiche di sviluppo, nel campo della scienza, come della tecnologia e del moderno mercato finanziario.                                                           Potevamo mai prevedere l’emergenza pandemica da covid-19 e come essa abbia avuto fortissime ripercussioni sull’economia e sui costumi dell’intera popolazione mondiale? Certamente no! Un cigno nero, infatti, è impossibile da prevedere o da classificare, seguendo gli schemi comunemente adoperati, appunto per la sua caratteristica principale che comporta una bassissima probabilità di verificarsi. A volte succede che quando arriva, un cigno nero neanche viene subito percepito nella sua essenza, potendo dispiegare i suoi effetti nell’assoluta indifferenza generale. Pur trattandosi di fatti inaspettati, la natura umana, guidata, comunque, dalla tendenza alla razionalizzazione degli eventi, non rinuncia alla ricerca di qualche spiegazione, cercandone di individuarne le cause e gli aspetti principali. Si può dire, a tal proposito, che l’essere umano, non si ferma nemmeno davanti all’imponderabile, cercando di formulare teorie in grado di dominare perfino l’incertezza.

Dal punto di vista etimologico, l’espressione “cigno nero” trae origine dalla frase del poeta latino Giovenale “rara avis in terris nigroque simillima cygno”. Tale espressione era già presente nelle diatribe filosofiche del XVI secolo, quando ci si voleva riferire ad un fatto impossibile oppure altamente improbabile. In pratica, la massima si basa sulla presunzione (quasi un pregiudizio, per la verità), secondo cui tutti i cigni sarebbero bianchi, un’affermazione non provata in natura, ma che avrebbe avuto un senso fino alla scoperta del cigno nero australiano, il “Cygnus atratus”. Il precitato esempio serve a comprendere come sia il ragionamento induttivo che quello deduttivo siano limitati dalle proprie premesse (nel caso specifico, l’assioma secondo cui tutti i cigni sarebbero bianchi). E, pertanto, i nostri percorsi intellettuali sono influenzati dalla nostra esperienza, potendo cambiare al mutare di essa.

Il già citato intellettuale Taleb, nell’interessante saggio “The black swan”, cerca di delineare alcune metodologie per contenere gli effetti negativi dei “cigni neri”, tentando anche di sfruttarne gli aspetti positivi. Secondo Taleb, in particolare nel mondo finanziario, i sistemi utilizzati per predire determinati eventi non sono adeguati, in quanto troppo dipendenti dal punto di vista dell’osservatore. Il filosofo libanese sottolinea come l’umanità sia cieca davanti alla mera casualità, soprattutto quando gli avvenimenti vivono deviazioni non immaginate, facendo leva su argomentazioni letterarie, filosofiche e matematiche e non rinunciando a delinearne i fondamentali aspetti psicologici. Molto suggestiva è la definizione della storia come “scatola nera”, quando Taleb procede ad evidenziare come sia difficile determinare le cause e gli effetti degli eventi, traendo spunto dalla descrizione del panorama storico-sociale del Medio Oriente. In sintesi, il metodo di Taleb è diverso da quello dei precedenti autori che avevano affrontato la stessa tematica, in quanto cerca di attribuire al fenomeno del “cigno nero” particolari proprietà empiriche e statistiche, da lui stesso denominate “il quarto quadrante”, dove la conoscenza appare incerta e le conseguenze sono davvero considerevoli, a causa di due limitazioni principali: quelle filosofiche, dovute alla frammentarietà delle informazioni e quelle empiriche, derivanti dai pregiudizi umani. Il saggio di Taleb pone seri dubbi anche sull’autorità degli esperti, considerando le loro metodologie fallaci e molto spesso condizionate dai poteri politici e dall’opinione pubblica. Queste considerazioni appaiono come utili spunti di riflessione, soprattutto alla luce della recente pandemia da covid-19, durante la quale abbiamo assistito all’enunciazione di opinioni scientifiche molteplici, diversificate e contrastanti.

I riferimenti al “cigno nero” sono numerosi in ambito cinematografico e letterario. In particolare segnalo il famoso film americano del 2010, uscito in Italia nel 2011 che valse l’Oscar all’attrice protagonista Natalie Portman. Tale pellicola include profondi significati psicologici, in particolare trattando dei pericoli della mancata integrazione della propria personalità con ogni aspetto della propria individualità, a causa di una protratta repressione delle aspirazioni del sè più profonde. Nel film, il bravo regista Darren Aronofsky utilizza le immagini contrastanti del cigno bianco e del cigno nero per evidenziare la personalità debole e sofferta della ballerina Nina, dotata di un talento straordinario nell’arte della danza, ma incapace di condurre la propria esistenza in maniera serena, arrivando a compiere pericolosi atti autolesionistici. La trama ci presenta una madre autoritaria che spinge la figlia artista ad una forma di rigido perfezionismo, nascondendo in realtà una sorta di invidia nei confronti delle capacità della ragazza.

La protagonista, invischiata nella propria sessualità repressa e preoccupata dal confronto con una rivale che potrà sostituirla nella parte, entra in una spirale di schizofrenia, confondendo sogno e realtà, per arrivare alla scena finale   dove l’ectoplasma del maestoso cigno nero preannuncia la sua ultima e mortale caduta. Utilizzando un linguaggio freudiano, si può dire che il cigno nero, sotto il profilo psicologico, rappresenta una parabola discendente, in cui una personalità complessa e frammentata non riesce a comporre un “Io” accettabile, diventando inevitabilmente vittima di un “Super Io” che l’ha imprigionata e di un “Es” che, riemergendo a fatica, non può fare a meno di cancellare e di distruggere.

Come fare allora ad affrontare i “cigni neri” nei quali potremmo imbatterci durante la nostra esistenza? Innanzitutto è necessario liberare la nostra mente dai pregiudizi, modificando radicalmente il nostro modo di pensare. Bisogna considerare che “i cigni neri”, pur essendo delle anomalie, sono destinati a ripetersi nel corso della storia e la loro imprevedibilità deve essere, in qualche modo, messa in conto. Questi tipi di eventi, infatti, sono imponderabili per natura, ma è altamente probabile che qualcosa di simile sia già avvenuto in passato, lasciando evidenti tracce nell’immaginario collettivo. La grave crisi legata al coronavirus, ad esempio, risponde “in toto” alle caratteristiche del “cigno nero”, ma è pur vero che non è la prima volta che l’umanità ha dovuto affrontare una pandemia sanitaria globale, basti pensare all’influenza spagnola di circa un secolo fa.

Analisi più precise, unitamente ad una prevenzione costante ed intelligente, potranno aiutare l’uomo ad affrontare i “cigni neri” del futuro, di certo non eliminandone le conseguenze negative, ma predisponendo utili misure per limitarne gli effetti.

Il Cigno Nero - Metafora Dell’imprevedibile
Il Cigno Nero – Metafora Dell’imprevedibile

L’INTEGRAZIONE FORZATA ALLA CULTURA MONDIALISTA

di Hanieh Tarkian

Il filo conduttore di eventi come la blasfemia dei gaypride e le violenze delle baby gang è che a stranieri e a italiani oggi viene chiesta l’integrazione alla cultura mondialista, la cui conseguenza è l’annichilimento di qualsiasi identità. Un individuo alienato dalla sua identità (culturale, religiosa, nazionale, sessuale) sarà più facilmente manipolabile e nel momento in cui sentirà che gli manca qualcosa sfogherà il suo rancore con la violenza ingiustificata, con la ricerca ossessiva di una nuova identità (estremismo), con l’odio per tutto quello che pensa lo abbia oppresso (tutto tranne il mondialismo stesso).

Il ragazzo che partecipa al gaypride alzando una statua blasfema della Madonna e il ragazzo figlio di immigrati che pensa di essere libero di molestare chi vuole hanno in comune un rancore profondo verso ciò che rappresenta l’identità del paese dove vivono, chi ha innescato in loro questo rancore?

Le élite mondialiste e chi fa propaganda per loro sono i principali odiatori seriali e produttori di odio e rancore.

L'INTEGRAZIONE FORZATA ALLA CULTURA MONDIALISTA
L’INTEGRAZIONE FORZATA ALLA CULTURA MONDIALISTA

L’Imam Khomeini è stato il leader della più grande rivoluzione nella storia delle rivoluzioni

Sabato 4 giugno 2022 si è tenuto un imponente raduno di persone nel mausoleo dell’Imam Khomeini, svoltosi in occasione del 33° anniversario della dipartita dell’Imam Khomeini. In questo incontro, l’Imam Khamenei ha descritto l’Imam Khomeini come una personalità davvero eccezionale e unica che avvicinò le persone al concetto di “resistenza”.

In questo incontro – tenutosi con il Leader presente di persona per la prima volta dopo due anni – il Leader della Rivoluzione islamica ha sottolineato alcuni degli aspetti non ancora riconosciuti della personalità dell’Imam Khomeini. “Nonostante le molte testimonianze e scritti su quella saggia guida, ci sono molte cose non dette sulla sua grandezza, forte carattere e leadership. La giovane generazione del paese, che non conosce ancora correttamente l’Imam, deve imparare le lezioni istruttive della scuola di pensiero dell’Imam per svolgere il suo ruolo nazionale e rivoluzionario, compiere il secondo passo della Rivoluzione e gestire il paese in modo efficiente affinché avanzi verso il brillante futuro del Paese con maggiore sicurezza”.

Descrivendo la Rivoluzione islamica come la più grande rivoluzione nella storia delle rivoluzioni e confrontandola con la grande Rivoluzione francese e la Rivoluzione sovietica, l’Imam Khamenei ha affermato: “In quelle rivoluzioni, la spiritualità fu trascurata, entrambe le rivoluzioni deviarono dal loro corso in breve tempo, le persone che furono il fattore principale della loro vittoria vennero messe da parte, e in realtà ritornarono alla loro situazione precedente. Ma la Rivoluzione islamica ha proceduto anche dopo la sua vittoria grazie ad elezioni che si tengono regolarmente, al costante affidamento sulle persone e all’attenzione prestata contemporaneamente sia agli aspetti materiali che spirituali della vita delle persone. Queste sono alcune delle ragioni alla base della superiorità della Rivoluzione islamica su tutte le altre rivoluzioni della storia. Ciò mostra anche la grandezza della leadership dell’Imam Khomeini”.

Egli ha sottolineato che il popolo fu un fattore determinante per la vittoria della Rivoluzione. Egli ha detto: “Mano potente, personalità d’acciaio, cuore fiducioso e lingua coraggiosa in grado di portare il grande oceano di persone nell’arena, spingerle all’azione, tenerle nell’arena senza disperare e mostrare loro la corretta direzione in cui muoversi è stata la mano del nostro magnanimo, grande Imam Khomeini”.

Egli ha sottolineato che l’Imam Khomeini si distingueva veramente in termini di tratti della sua personalità e ha detto: “Purezza e pietà, spiritualità e sentimenti mistici, coraggio, saggezza e razionalità, acume, speranza nel futuro, sincerità, puntualità e disciplina, affidarsi a Dio e fiducia nelle Sue promesse e avere uno spirito combattivo erano alcune delle caratteristiche distintive del nostro defunto Imam”.

Evidenziando alcune delle eccezionali caratteristiche della scuola di pensiero dell’Imam, il Leader della Rivoluzione Islamica ha affermato: “L’infrastruttura della scuola dell’Imam, sia durante le attività rivoluzionarie che dopo la vittoria della Rivoluzione, era basata sull’insorgere per la causa di Dio. E ciò era fondato sui principi coranici”.

L’Imam Khamenei ha affermato che lo scopo dell’avviare una rivolta per la causa di Dio in tutte le fasi è di stabilire la verità, amministrare la giustizia e promuovere la spiritualità. Egli ha aggiunto: “L’Imam era un vero combattente ed era continuamente presente nel campo del sollevarsi per la causa di Dio. Il movimento dell’Imam durante le attività rivoluzionarie ebbe alcuni punti importanti, tra cui: coraggio, sincerità con la gente, fiducia nelle persone, riconoscenza per i loro sforzi e infondere speranza nei loro cuori”.

Evidenziando i punti salienti riguardanti l’opera dell’Imam nella fondazione della Repubblica islamica, Sua Eminenza ha dichiarato: “In quel periodo, la preoccupazione più importante dell’Imam e il suo piano principale erano di separare la Repubblica islamica dalla cultura e dalle tradizioni occidentali. Di conseguenza, l’Imam sottolineava che la Repubblica islamica non era in debito con le idee occidentali di repubblica e democrazia, e che si era invece formata sui fondamenti dell’Islam”.

Riferendosi agli sforzi dell’Imam Khomeini per portare armonia tra un dualismo apparentemente conflittuale, ha sottolineato: “Nel nuovo modello e sistema politico presentato dall’Imam, sono presenti sia la spiritualità che i diritti delle persone, l’esecuzione delle regole divine e la considerazione per certe esigenze pubbliche, la perseveranza nell’amministrare la giustizia economica e prendersi cura dei poveri, la tenacia nella produzione di ricchezza, il rifiuto dell’oppressione e della sua accettazione, il miglioramento della scienza e dell’economia, il miglioramento del meccanismo difensivo del paese, l’unità nazionale e la solidarietà, apprezzare la varietà e i diversi punti di vista politici, e un’enfasi sulla pietà e purezza dei funzionari e sulle loro competenze e abilità”.

Ponendo una domanda importante, egli ha chiesto: “In che misura la scuola e il modello dell’Imam sono stati realizzati durante la sua epoca e in seguito?”.

Il Leader della Rivoluzione islamica ha risposto a questa domanda, dicendo: “Sulla base della mia conoscenza delle realtà del paese, la mia risposta è che la Repubblica islamica ha compiuto grandi imprese in tutti i settori come la democrazia, le conquiste scientifiche, gli affari diplomatici ed economici e i servizi pubblici. Negare questi risultati costituisce un’ingiustizia. Naturalmente, anche noi abbiamo avuto la nostra parte di fallimenti. In altre parole, abbiamo avuto sia risultati che debolezze e fallimenti”.

L’Imam Khamenei ha sottolineato: “Naturalmente, il ruolo di ampia portata del fronte nemico dal momento della vittoria della Rivoluzione fino ad oggi non deve essere ignorato. Non è stata la Repubblica islamica a dare vita a questa ostilità. Piuttosto, poiché la Repubblica islamica è contraria all’oppressione, all’arroganza, alla decadenza ma favorevole alla spiritualità per natura, gli oppressori, i poteri arroganti, i malvagi e coloro che si oppongono alla spiritualità ovviamente mostrano ostilità nei suoi confronti”.

Il Leader della Rivoluzione islamica ha spiegato che uno dei motivi principali dietro le ostilità verso la Repubblica islamica era la decisa separazione dell’Imam dall’Occidente. Egli ha detto: “Il sostegno alla Palestina, la consegna dell’ambasciata del regime israeliano alla nazione palestinese e anche le critiche all’ipocrisia e ai crimini dei Paesi europei e degli Stati Uniti costituiscono esempi importanti dell’Imam nel separare la civiltà, la filosofia e il sistema islamici dalla civiltà e dal pensiero occidentali”.

Egli ha affermato che l’Imam si è distinto principalmente per il modo in cui ha avvicinato le persone al concetto di “resistenza” e ha infuso uno spirito di resistenza nella nazione iraniana: “Grazie all’Imam, la nazione iraniana è diventata oggi una nazione completamente resistente e forte. Resistenza è diventato un termine eccezionale nella letteratura politica mondiale”.

Il Leader della Rivoluzione islamica ha indicato due dei complotti dei nemici contro la nazione iraniana: “Nel primo complotto, i nemici hanno riposto le loro speranze nelle proteste popolari per danneggiare il Paese. Stanno provando tutti i tipi di inganni per fare rivoltare le persone contro la Repubblica islamica, tra cui: lavoro psicologico sulle persone, attività in rete, spendere denaro e assumere mercenari”.

L’Imam Khamenei ha affermato che il secondo complotto riguarda il proporre un’idea sbagliata sull’imminente declino della Repubblica islamica: “All’inizio della Rivoluzione, delle persone malintenzionate dicevano che la Rivoluzione sarebbe caduta nell’arco di sei mesi. Poi, quando il loro calcolo si rivelò errato, promisero che sarebbe caduta nei sei mesi successivi. Ma oggi sono trascorsi più di ottanta di questi sei mesi nella vita della Rivoluzione, e quell’arboscello si è trasformato in un albero robusto e forte. I loro calcoli attuali sono sbagliati proprio come lo erano in passato”.

Egli ha sottolineato: “Nella Repubblica islamica, le persone sono un fattore molto importante e i nemici non saranno in grado di far rivoltare la nazione contro la Repubblica islamica”.

Analizzando il motivo dietro i continui errori dei nemici nei loro calcoli, ha indicato il ruolo di alcuni infidi consiglieri iraniani nel fare questi calcoli sbagliati. Inoltre, egli ha affermato: “Questi consiglieri traditori non solo tradiscono il proprio paese, ma anche gli americani, perché li portano all’insuccesso con i loro consigli sbagliati”.

Le persone che si allontanano dalla religione, dai chierici e dalla Repubblica islamica sono un altro esempio dei calcoli sbagliati a cui ha fatto riferimento il Leader della Rivoluzione islamica: “Oltre agli americani, che fanno queste affermazioni sotto l’influenza dei loro ignoranti e infidi consiglieri, ci sono alcune persone ingenue nel paese che esprimono punti di vista simili nei media all’interno del paese”.

Sottolineando che oggi le persone sono più orientate verso la religione e la Rivoluzione rispetto all’inizio della Rivoluzione, l’Imam Khamenei ha citato esempi notevoli in cui la gente ha onorato la Resistenza e i chierici. Egli ha detto: “I milioni di persone che hanno partecipato alle esequie del martire Soleimani, il cui corpo era stato fatto a pezzi, per rispettare quell’uomo rivoluzionario che ha combattuto per Dio e ha resistito, e le esequie per la dipartita di eminenti chierici quali l’ayatollah Safi-Golpayegani e l’ayatollah Bahjat non sono paragonabili alle cerimonie commemorative tenutesi per personalità politiche e artistiche. Ciò mostra la fede della gente nei chierici, nella religione, nella lotta per la causa di Dio e nella resistenza”.

L’Imam Khamenei ha affermato che la presenza entusiasta dei giovani nei centri dell’itikaf [periodo di ritiro in moschea], i grandi raduni spirituali e le gloriose manifestazioni per il 22 di Bahman [giorno della vittoria della Rivoluzione], nonché la Giornata di Gerusalemme sono altri segni della lealtà della nazione al cammino del nostro magnanimo Imam. Egli ha aggiunto: “Un altro esempio dello zelo religioso del popolo è l’espressione d’amore della gente – anziani, giovani e bambini di tutto il Paese – per l’Imam del Tempo. Una manifestazione di ciò è la canzone che viene cantata in questi giorni”.

Al termine delle sue dichiarazioni, ha offerto sette importanti consigli agli attivisti impegnati in ambito rivoluzionario, sociale, politico ed economico.

Il suo primo consiglio l’ha rivolto alla gioventù intelligente e saggia del paese: “Non lasciate che il nemico e le forze antirivoluzionarie cancellino l’identità della vostra Rivoluzione e distorcano le verità su di essa”.

Come secondo consiglio, il Leader della Rivoluzione islamica ha affermato che il popolo dovrebbe impedire che la memoria dell’Imam venga dimenticata o distorta nella società. Nel suo terzo consiglio, ha insistito sull’impedire ai reazionari di aumentare la loro influenza. Ha sottolineato: “Un atteggiamento reazionario significa un ritorno alla politica occidentale e allo stile di vita occidentale. Non dovremmo permettere al Paese di regredire verso un atteggiamento reazionario a causa dell’influenza dello stile di vita occidentale che aveva dominato il Paese durante il governo corrotto dei Pahlavi”.

Come quarto consiglio, l’Imam Khamenei ha sottolineato l’importanza di svelare le menzogne del nemico e la sua guerra psicologica, dicendo: “Qualche tempo fa, il governo greco ha rubato parte del petrolio del nostro paese a causa di un ordine degli americani. Ma quando i soldati dotati di spirito di sacrificio e coraggio della Repubblica islamica hanno confiscato la nave nemica che trasportava il petrolio, hanno accusato l’Iran di furto attraverso le loro estese macchine di propaganda. Ma erano loro che avevano rubato il nostro petrolio. Recuperare qualcosa che è stato rubato non è un atto di furto”.

Consigliando a tutti di beneficiare del bene della fede popolare per produrre buone azioni, ha dispensato il suo sesto consiglio dicendo che si deve evitare di infondere la sensazione di essere giunti a un vicolo cieco all’interno del Paese. Egli ha spiegato: “In rete, alcune persone infondono solo la sensazione di essere giunte a un vicolo cieco all’interno del paese. Questo è fatto o per ignoranza o per soldi. Certo, anche ai tempi dell’Imam alcuni scrivevano sui giornali che il Paese era arrivato a un vicolo cieco. Ma l’Imam affermava che erano loro ad aver raggiunto un vicolo cieco, non la Repubblica islamica”.

Nel suo ultimo consiglio, egli ha invitato tutti ad apprezzare il valore dei funzionari rivoluzionari e ha detto: “Oltre a criticare i funzionari dell’esecutivo, in certi casi l’Imam li ringraziava anche esplicitamente. Pertanto, ora che il nemico sta cercando di danneggiare la reputazione dei funzionari rivoluzionari, la grave responsabilità di essere riconoscenti a questi funzionari dovrebbe essere assolta”.

Riferendosi ad esempi di preziosi servigi resi da funzionari nei giorni scorsi, il Leader della Rivoluzione islamica ha affermato: “La presenza del Ministro [dell’interno] ad Abadan per diversi giorni e l’incontro del Presidente e del Vicepresidente con coloro che sono stati colpiti da questa tragedia per consolarli sono preziosi esempi che meritano la nostra riconoscenza. Naturalmente, gli agenti dietro il danno inflitto nel caso di Abadan e altri casi devono essere puniti”.

Alla fine delle sue dichiarazioni, l’Imam Khamenei ha fatto riferimento al rumore durante il discorso dell’hujjatul-islam Sayyid Hassan Khomeini e ha detto: “Ho sentito che durante il discorso di Hajj Sayyid Hassan Khomeini, alcune persone hanno fatto rumore. Tutti devono sapere che sono contrario a queste cose e a tali comportamenti”.

All’inizio di questa cerimonia, l’hujjatul-islam Sayyid Hassan Khomeini ha descritto l’Imam Khomeini come un fondatore dell’indipendenza e della dignità della nazione iraniana. “L’Imam era l’incarnazione della verità, un’anima pura e una manifestazione e simbolo dei brillanti ideali islamici del popolo”.


Fonte: https://english.khamenei.ir/news/9022/Imam-Khomeini-was-the-leader-of-the-greatest-revolution-in-the

L’Imam Khomeini è stato il leader della più grande rivoluzione nella storia delle rivoluzioni