Il “Sermone d’addio” del profeta Maometto non è solo un discorso che delinea i valori islamici. È una dichiarazione di diritti umani. Ha sottolineato: 1. Uguaglianza razziale, 2. Diritti della donna, 3. Sacralità della vita, 4. Giustizia per tutti, 5. La regola d’oro della reciprocità. Valori importanti per il nostro tempo e per l’eternità.
Razze di servi, di fuori-casta e di barbari si impadroniranno del mondo. Essi sorgeranno e precipiteranno rapidamente. La casta prevalente sarà quella dei servi. La legge morale diminuirà di giorno in giorno, finché il mondo sarà interamente pervertito. Solo i beni conferiranno il rango. Solo movente della devozione sarà la salute fisica. Solo legame tra i sessi sarà il piacere. Sola via di successo la falsità. La Terra sarà apprezzata solo per i suoi tesori minerali. Le vesti sacerdotali faranno le veci della qualità del sacerdote. Una semplice abluzione significherà purificazione. La razza umana sarà ormai incapace di produrre nascite divine. Deviati da empi, gli uomini metteranno in dubbio l’autorità dei testi tradizionali. Verrà meno il rispetto dell’autorità, dell’ordine e delle istituzioni. I matrimoni cesseranno di essere un rito sacro e le norme che legano un discepolo ad un maestro spirituale non avranno più forza. Si diffonderà la credenza che chiunque, per qualunque via, possa raggiungere lo stato di illuminato. Gli atti di devozione che potranno ancora essere eseguiti, non avranno alcun risultato. Il tipo di vita sarà uguale promiscuamente per tutti. Chi avrà più denaro dominerà gli uomini ed una nobile discendenza cesserà di essere titolo di preminenza. Gli uomini concentreranno ogni loro interesse sull’acquisizione, anche se disonesta, della ricchezza. Ogni specie di uomo si immaginerà di essere pari ad un Brahmana. La gente avrà quanto mai terrore della morte e, solo per questo, conserverà un’apparenza di religiosità. Le donne saranno egoiste, abiette, dissolute e mentitrici. Esse diventeranno semplici oggetti di desiderio sessuale. L’empietà prevarrà fra gli uomini deviati dalle false dottrine. Quando il termine dell’Età Oscura sarà vicino, il Principio Divino scenderà sulla Terra e ristabilirà la Giustizia e l’Ordine Tradizionale. Le menti di coloro che vivranno allora saranno ridestate e nascerà una nuova stirpe umana che seguirà le leggi tradizionali dell’Età Primordiale: sarà ristabilito il Satya Yuga, l’Età dell’Oro. (Vishnu Purana)
“I pensatori materialisti hanno attribuito al cieco meccanismo dell’evoluzione più miracoli, improbabili coincidenze e prodigi di quanti ne abbiano mai potuto attribuire a Dio tutti i teologi del mondo”.
Nella attuale realtà delle relazioni internazionali è sotto gli occhi di tutti la correlazione geopolitica di due tendenze che si contrastano in concreto, due forze entrambe centrifughe che lottano per la supremazia della totalizzazione del pianeta per la presunta finalità di stabilire la strutturazione del mondo per il prossimo millennio, anche sl costo di scatenare una terza guerra mondiale. Queste due tendenze sono l’assetto geopolitico angloamericano del Nuovo Ordine Mondiale teorizzato da Francis Fukuyama e l’assetto geopolitico delle economie emergenti del Nuovo Ordine Multipolare teorizzato da Alexander Dugin. Queste due tendenze internazionali sono entrambe l’una lo specchio rovesciato dell’altra, in quanto si basano tutte e due sul principio di influenza e di supremazia dell’economia capitalista sull’intero globo mondiale con la differenza che la prima, ossia il Nuovo Ordine Mondiale, vuole centralizzare la globalizzazione del pianeta sugli interessi insiti nelle lobbies angloamericane trasformando il mondo in un villaggio globale centralizzato su una fantomatica unificazione atlantica degli stati nazione del Nord America con gli stati nazione dell’Europa, per appropriarsi e concentrare l’accumulazione incessante di capitale, tempo e risorse dalle periferie verso il centro atlantico. La seconda invece, ossia il Nuovo Ordine Multipolare, vuole relativizzare questo principio localizzando produzione e consumo per unificare il pianeta, attraverso una fantomatica e non ben chiara definizione delle aree geografiche di influenza capitalista dei maggiori stati nazione sotto l’egida di una inutile e farraginosa Organizzazione delle Nazioni Unite, una spartizione fumosa in campi di influenza che non mette in discussione il sistema economico in sè ma riporta il mondo al periodo anteriore alla prima guerra mondiale dove i paesi più grandi cercavano di spartirsi i paesi più piccoli e deboli, con la differenza che oggi attraverso il potere morbido del soft power, si cerca di trovare un non ben precisato criterio storico, geografico e antropologico che definisca le aree di influenza di questo ordine multipolare. In realtà entrambe le visioni si pongono in una impostazione di instabilità generale che è sotto gli occhi di tutti, sia a livello globale che a livello internazionale, come anche a livello nazionale nei paesi in cui non si difende in primis il proprio popolo ma soltanto gli interessi lobbistici delle grandi famiglie dinastiche dell’alta finanza, presenti in tutti i paesi ma diversamente distinte dalla disciplina di etica, morale e spiritualità rispetto ai canoni di azione, in cui gli atlantici globalisti satanici si identificano soprattutto con il maggiore gotha dell’alta finanza angloamericana. Questo caos così generalizzato sul nostro pianeta, innescato da questa lotta tra due visioni del mondo che cercano la supremazia in un gioco a somma zero, non è che una fase di transizione, un momento storico complesso in realtà già multipolare ma che non può essere risolto lasciando le cose così cone stanno, in quanto il troppo realismo diventa autodistruttivo e potrebbe portare o ad una vera e propria Terza Guerra Mondiale, una guerra totale a tutti i livelli di analisi, oppure ad un generale Collasso Mondiale in cui tutto si ferma per il disinnesco della cintola di connessione tra domanda e offerta, una crisi ben peggiore del 1929 nella Germania di Weimar, un caos generale che in questa biforcazione può realizzarsi in qualsiasi forma possibile. Ciò che ci preme sottolineare è che sia l’atlantismo unipolarista e sia il multipolarismo russocinese, non risolvono nè il problema di una possibile nuova guerra mondiale nè il problema di un collasso planetario ma che soltanto la possibile visione futuribile del Mondo Apolare, ripreso dalla rielaborazione delle nozioni di base dell’Antico Ordine Planetario riportato dal visionario James Churchward, può permettere di superare in modo intelligente questa fase endemica di una crisi priva di ogni spiraglio di luce, poiché la teoria dell’Antico Ordine Planetario è una teoria politica strutturata sugli antichi criteri della geomanzia del Feng Shui, che distingue ogni continente in cinque aree cardinali definite da uno spirito dominante distinto da un animale totem. Questa teoria politica del Momento Apolare si struttura sulla classificazione di Cinque Continenti sul globo terracqueo al cui centro si inserisce il continente di Antartide, il quale viene offerto direttamente e in modo anche cerimoniale a tutte le divinità celesti di Dio Altissimo, questo misterioso continente centrale che definisce il centro non più al nord, come riporta il simbolo dell’ONU, ma bensì al sud del pianeta. Questi cinque continenti sono rispettivamente, secondo un certo ordine di posizionamento, l’Eurasia come continente dal colore bianco dell’elemento metallo, l’Africa come continente dal colore nero dell’elemento legno, l’America come continente dal colore rosso dell’elemento fuoco, l’Oceania come continente dal colore azzurro dell’elemento acqua, e infine l’Antartide come continente dal colore giallo dell’elemento terra. Dividendo questi cinque continenti per cinque aree regionali otteniamo un totale di 25 aree regionali definite da un criterio storico, geografico e antropologico che li delimita per lo stesso principio geomantico del Feng Shui, proprio come è stato ampiamente trattato in “Impero” e in “La terza visione planetaria”. Questa nostra applicazione politica, della antica geomanzia cinese, ci permette di strutturare a tutti gli effetti un ingegneria di 3 piani direzionali dei continenti che convergono parallelamente verso Antartide attraverso il sostegno di ben altri 5 livelli amministrativi, un totale di 8 livelli di analisi che permettono di vedere in modo corretto il mondo attraverso il monopolio dell’Imperium Planetarius nell’uso della forza in tutte le nazioni.
VERSO IL MONDO APOLARE DEL PRIMORDIALISMO VISIONARIO
L’ antropologia, prima della scienza antropologica, nasce probabilmente intorno al 1799 quando Louis-François Jauffret fonda la Société des Observateurs de l’homme. Il professore di scienze naturali dichiarò di voler illuminare i punti oscuri e della storia primitiva, sdoganando il giudizio poco edificante che al tempo si aveva riguardo a differenti gruppi umani. Tale spinta augurale fu forse il primo tentativo di configurare un progetto scientifico e quindi uno studio comparato delle diverse società umane, supportato dal confronto e basato sullo studio delle diversità sociali, linguistiche e fisiche dei così detti popoli selvaggi. Termine che per lungo tempo fu abbinato, sostituito e sinonimo di “primitivi”. Già vi era ampia letteratura a riguardo. Missionari, viaggiatori, commercianti, cartografi e avventurieri d’ogni sorta avevano descritto le strane popolazioni incontrate, ma lo sguardo era solo quello dell’osservatore e l’osservato restava su uno sfondo muto. La “differenza” non proferiva parola ed il diverso restava confinato al giudizio etnocentrico. Tale macchia fu colonna portante di buona parte degli studi antropologici/etnologici che però ebbero, visti alla luce dell’oggi, il merito, seppur con storture interpretative, di produrre infinito materiale etnografico leggibile successivamente con chiave interpretativa differente e che solo superando l’ideologia trionfalista della società ottocentesca, capitalistico industriale, diede vita alla scienza antropologica priva di pregiudizio. Ma quel passaggio fu necessario, anzi, rispolverato per adagiarlo su uno studio dell’uomo contemporaneo, sorprende per la sua potenzialità. Intendo dire che grazie a quelle analisi possiamo rimodulare l’immagine dell’uomo e del suo pensiero attuale. Come? Dovremmo nuovamente abusare di superiorità, spostare l’analisi antropologica ottocentesca, da un piccolo gruppo umano, degno di vivere secondo i parametri della propria cultura, e traghettare il concetto di primitivismo, questo sì con accento negativo, alla nuova umanità globalizzata. Cambio di paradigma. Prendiamo in prestito alle antiche teorie l’analisi interpretativa. Ciò necessita di un chiarimento disciplinare: la contrapposizione tra culture così dette complesse e culture semplici riguardava il pensiero articolato e quello primitivo, quest’ultimo incapace di raziocinio poiché modulato sul pensiero magico (almeno per quei primi osservatori che ne ignoravano la razionalità del fare). L’accusa velata e non era proprio questa: irrazionalità cognitiva. Per non parlare delle superatissime teorie evoluzionistiche. Ebbene, il nuovo schema che qui si avvia, prevede di applicare quelle teorie all’attuale umanità affetta da primitivismo. Concetto spogliato d’ogni dignità e quindi d’ogni riferimento a culture differenti da quella egemonica. Parleremo quindi di primitivismo inteso come infantilismo cognitivo di cui soffre l’umanità contemporanea. Lo faremo non occupando una posizione privilegiata e dominante, bensì da un luogo simbolico simile alle riserve che costrinsero gli autoctoni indiani ad un orizzonte di confino. Siamo quindi una minoranza reietta, che però non è inciampata nell’irrazionalismo ritualistico dei molti. Un esempio: il togliere e mettere un presunto dispositivo sanitario se si è seduti o se si sosta in piedi di fronte ad un bancone. Tale atto, irrazionale, merita di essere incasellato così come facevano i primi antropologi, nel più ridicolo comportamento magico e prelogico. Ma mentre nei contesti di differenti culture considerate “semplici” e/o subalterne, prelogico non è “non logico”, bensì funzionale ad uno specifico fare che si basa su logiche differenti da quelle di altri gruppi umani, nel contesto dell’uomo contemporaneo non ha logica alcuna. Perché? Non ha base strutturale fondante ovvero non riguarda comportamenti identificativi di una data cultura ed è inquadrabile su logiche provvisorie di comportamento. Logiche irrazionali, non mediate dal pensiero cosciente. Ed è proprio osservando queste pratiche che applaudiamo a quanto concettualizzato da Émile Durkheim che riassunse determinati atteggiamenti nella frase effervescenza collettiva. Per effervescenza collettiva, il sociologo intese la partecipazione emotiva come sentimento di appartenenza degli individui alla vita morale e sociale di un dato gruppo. Il problema consiste, mutuando quanto osservato dallo studioso, rispetto all’uomo contemporaneo, in forme comportamentali e di pensiero, assoggettate non più a sentimento religioso-mistico bensì a sentimento più simile al bi-pensiero orwelliano. C’è di più. e idee dell’uomo contemporaneo hanno carattere aprioristico di verità assolute. I fatti inattesi che abbiamo vissuto negli ultimi tempi, hanno generato caos. La sicurezza del vivere consiste nella regolarità degli avvenimenti usuali; ogni eccezione è un atto arbitrario. Come si vive quell’atto inatteso è specchio impietoso del livello di coscienza di una società e degli individui che la compongono. Ebbene temiamo che il risultato sia un atteggiamento globale emotivo di foggia infantile. Un infantilismo cognitivo che ha rivelato una umanità non più differenziata, affetta da pensiero prelogico. Ancora una volta scomodiamo gli studi antropologici, stavolta facendo il nome dell’etnologo, sociologo e filosofo francese Lévy Bruhl. Lo studioso elaborò il concetto di legge della partecipazione mistica per spiegare come, nei così detti e sempre peccando di etnocentrismo: popoli primitivi, la suggestione prevaleva sull’osservazione.
Suggestione quindi, convincimento che si impone alla coscienza spesse volte in virtù di una forza esterna, cui non si riesce a opporre argomentazione logica. Di fronte alle contraddizioni, evidenti, di una narrativa vacillante come quella cui assistiamo per l’attuale situazione Russo-Ucraina o per quella della situazione pandemica, l’umanità globalizzata, affetta da pensiero primitivo, cade nell’irrazionalismo obbediente.
Realizza di peggio, non ha più un pensiero distinto dalla massa trainata dal grande Leviatano: il sistema massmediatico. L’apparato informativo diviene in tal senso, l’unico dio da seguire. Questo decadimento culturale globale, preparato ad arte, in decenni (atto finale) di manipolazione, ha portato non solo ad una desacralizzazione del pensiero religioso ma ha avuto la capacità di scardinare la radice stessa dell’occidente cristiano. In balia e senza più radici, l’uomo “nuovo” ha scelto altre suggestioni cui affiliarsi. In tal luce, le masse rimbecillite si sono e si affidano alla nuova adunanza di politologhi da strapazzo, virologi presenzialisti, rozze figure di giornalisti che per loro assoluta colpa, avrebbero potuto fare la differenza ed invece hanno preferito asservirsi all’impero globale. Non solo. Dovremmo nuovamente disturbare pensatori acuti del secolo scorso come Jean Piaget. Il pedagogista, biologo e filosofo svizzero, analizzò il pensiero infantile asserendo che l’onnipotenza di quel pensiero è dovuta al fatto che il bambino non distingue il suo fare/pensare da quello degli altri poiché non ha coscienza del proprio io ed ogni suo gesto comanda il mondo. Non distingue o distingue male sé stesso dal mondo esterno/madre-padre.
Grazie alle differenti fasi della crescita, inizia a differenziare, a pensare come singolo e non come soggetto assoluto del tutto. L’umanità attuale è regredita alla fase infantile. È divenuta una enorme massa che rispetta regole irragionevoli, e non si pensa separa dal pensiero della massa/mondo. Le regole imposte nonché le politiche attuali sono, sempre per restare nel campo della pedagogia di Piaget, dettate da un gruppo di individui, che l’uomo primitivo attuale vede come madre e padre. Se verranno rispettate le regole, saranno buoni e giusti e mamma e papà li premieranno. Un po’ di libertà oggi, un viaggio domani, un ristorante aperto per cena, uno straordinario show televisivo da gustare. Premi che si scartano come regali se ci si comporta secondo regola.
Ci spingiamo oltre asserendo che nello sviluppo psichico dell’individuo c’è una sorta di regressione che non permetterebbe di oltrepassare mai completamente la fase successiva relativa all’attaccamento ai genitori. A causa di ciò, i padroni del pensiero unico, possono modulare ogni aspetto della realtà certi del totale asservimento che ne consegue. Inoltre, trovandosi dinnanzi dei bambini giocano sull’ aspetto emotivo per muovere corde sensibili del sentire comune. La pace senza sé e senza ma; la tutela della salute di tutti poiché si è altruisti etc. Questa incontrollata emotività giostrata molto bene nelle immagini dei vari telegiornali, nonché nei discorsi dei vari premier (solo per fare un esempio), è vincente poiché l’uomo primitivo-infantile, non avendo fatto un percorso di crescita interiore, possiede una emotività non mediata da virilità. Forza necessaria al mondo.
Nella triste fase storica che stiamo attraversando, l’umanità/massa è appunto regredita. Vi è inoltre un altro aspetto interessante. Parlavamo di radice divelta, ebbene la distruzione della vera fede ha aperto le porte a nuovi credo come quello ecologista e della nuova scienza sanitaria (solo per citarne alcuni); la nuova religione è affetta da ritualismo simile agli atti magici dei così detti primitivi. Le azioni abituali devono essere reiterate sennò si inciampa in imprudenze. Il rispetto rituale delle regole, fa sì che il negligente/dissidente diventi il possibile pericolo. La paura rende irriflessivi mentre l’automatismo tiene al sicuro. La fede nel papà/dio/governo è il nuovo credo. Spengiamo le luci poiché così vuole il bene; inoculiamoci farmaci per salvaguardare i deboli; manifestiamo per la pace applaudendo a chi richiede la NO FLY ZONE.
Questa forma di irrazionalità cognitiva che muove la massa come organismo unico, non prevede forme di contestazione. Chiamerei questo aspetto degenerativo: affezione da sindrome globale del pensiero prelogico. Giungiamo quindi all’ultimo tassello che spiega l’antefatto che abbiamo narrato. L’uomo contemporaneo è apolide: non possiede più nulla ed è felice di non possedere più nulla. Non possiede nemmeno più un pensiero personale e logico. Non ha radice culturale; ha dimenticato la vera fede e rincorre la nuova, quella colorata della giustizia radical-social indifferenziata; è perso nelle città che sono le nuove jungle ipertecnologiche; ha aggiunto al corpo dispositivi elettronici insostituibili…per questo viene maneggiato così abilmente, non è più umano oltre ad essere affetto da infantilismo cognitivo. Dato questo breve e non completo elenco, la vita delle società a tradizione semplice, non può che sembrarci più umana, poiché più vicina alle leggi della natura e quindi a Dio. Il progresso è pertanto divenuto regresso spirituale e cognitivo. L’umanità ha forse definitivamente perso la speranza di essere migliore. Ci ritroviamo così a vivere l’ora più buia della storia; è pur vero però che quando tutto sembrerà perduto, un nuovo trionfo del bene ci stupirà. Ma questo pensiero è riservato ai pochi che ancora, ogni giorno, si misurano con i veli dell’ignoranza e della menzogna imponendosi una disciplina esistenziale volta al bene.
Per il filosofo francese la guerra nell’Est Europa “è prima di tutto un conflitto tra Occidente e Oriente, tra il mondo liberale e quello degli “spazi di civiltà”, tra Terra e Mare. L’Occidente costruirà una nuova cortina di ferra con la Russia”
Breizh-info.com: Innanzitutto, Alain de Benoist, cosa ti fa pensare la visita di Gérald Darmanin in Corsica e l’evocazione di una possibile autonomia per la Corsica?
Alain de Benoist: “Si potrebbe parlare di “sorpresa divina” se non ci fossero alcuni motivi per dubitare. Prima di tutto, è un modo divertente di procedere, vale a dire che sei pronto a “andare fino all’autonomia” prima ancora che inizino le trattative. In generale, l’esito della discussione non viene messo sul tavolo fino a quando la discussione non è iniziata. Suona come un’ammissione di debolezza, a meno che non sia vista come un gesto demagogico o una semplice manovra elettorale. Il problema si pone a maggior ragione in quanto la posizione di Darmanin rappresenta un completo capovolgimento da parte di un governo che da cinque anni rifiuta di dare il minimo seguito a tutte le richieste politiche avanzate dalla Corsica. Ricordiamo che nel febbraio 2018, quando si recò lui stesso in Corsica, Emmanuel Macron si oppose al solo riconoscimento della “natura politica della questione corsa”. Questo semplice promemoria giustifica lo scetticismo.
Allora dobbiamo sapere cosa intende Darmanin per “autonomia”. La parola può coprire cose molto diverse. Quindi aspettiamo e vediamo cosa mettono gli amici di Emmanuel Macron sotto quel termine. Quale autonomia? In quali aree? Con quali mezzi? La domanda chiave è questa: il governo è pronto a riconoscere l’esistenza di un “popolo corso”, una richiesta fondamentale per tutti gli autonomisti? È noto che la Costituzione si oppone, poiché vuole conoscere una sola nazione “una e indivisibile” nella pura tradizione giacobina. E se si riconosceva straordinariamente l’esistenza di un popolo corso, come poteva opporsi al riconoscimento, ad esempio, del popolo bretone? Come negare ancora che esistano sia un popolo francese che un popolo francese che, se lo desiderano, dovrebbero anche, almeno secondo me, poter accedere anche all’«autonomia». Ma non vedo il governo impegnarsi in questo pendio scivoloso. Sarebbe troppo bello!”.
Breizh-info.com: Dai progetti suburbani all’autonomia della Corsica fino all’abbandono di Notre-Dame des Landes (aeroporto), le autorità non dimostrano che, alla fine, solo la violenza può stabilire un equilibrio di potere e rendere progressi con queste stesse autorità?
Alain de Benoist: “Domanda ingenua. C’è solo la borghesia liberale a immaginare che tutti i problemi politici possano essere risolti ironicamente senza che una volta o l’altra insorga la violenza. La politica è prima di tutto un equilibrio di potere. Quando le circostanze lo consentono, c’è un aumento degli estremi che non possono essere risolti dalle virtù della “discussione”, della “negoziazione” o del “compromesso”. Inoltre, potrebbe esserci anche un momento in cui le autorità al potere perdono la loro legittimità. La dissociazione di legalità e legittimità ha l’effetto che è la contestazione violenta che può poi diventare legittima.
I Gilet Gialli, come i camionisti più recentemente, hanno iniziato a farsi sentire solo quando sono scesi in strada per protestare in modo un po’ muscoloso. Lo stesso vale per gli autonomisti corsi. La decolonizzazione è stata acquisita attraverso la violenza. Senza l’uso del terrorismo da parte dell’FLN, l’Algeria avrebbe potuto non essere indipendente (o solo molto tempo dopo). C’è chi si pente, ma è così. Georges Sorel ha opposto la violenza sociale, legittima ai suoi occhi, alla mera legalità delle forze dell’ordine. Non aveva torto. Evitiamo la violenza quando può essere evitata, ma smettiamo di credere che possa essere rimossa definitivamente dalla vita politica. Anche le guerre sono cose molto spiacevoli, ma ce ne saranno sempre alcune!”.
Breizh-info.com: Cosa ne pensi della campagna presidenziale, che alla fine non ha precedenti, dal momento che gli elettori sono privati dei dibattiti tra candidati che guidano ciascuno una campagna principalmente nelle rispettive sfere? Ancora una volta, è questo un segno di una democrazia malata?
Alain de Benoist: “Secondo me, ci sono segnali molto più forti della crisi diffusa delle democrazie liberali di questa mancanza di dibattito tra i candidati alla presidenza! A proposito, stai un po’ esagerando: c’erano ancora alcuni dibattiti, ma è chiaro che non interessavano a molte persone. Generalmente si riducono a uno scambio di invettive e processi intenzionali che non fanno andare avanti le cose.
La grande caratteristica delle prossime elezioni presidenziali è che, se dobbiamo credere ai sondaggi, i giochi sono già fissati: Emmanuel Macron sarà rieletto. Questo è ciò che pensa la maggioranza dei francesi, anche se anche la maggioranza sembra desiderare che non sia così. Interessante paradosso. Il risultato è un disinteresse che suggerisce, salvo eventi dell’ultimo minuto, un’astensione molto forte che penalizzerà alcuni candidati più di altri.
Lo scorso ottobre, in una precedente intervista, vi avevo detto che “sarebbe sbagliato seppellire Marine Le Pen”. Era un momento in cui tutti scommettevano sul suo crollo a favore di Eric Zemmour. Ho anche sottolineato che ciò che essenzialmente separava Marine Le Pen ed Eric Zemmour non erano tanto la loro personalità o le loro idee quanto i loro elettorati (classi lavoratrici o media borghesia radicalizzata) e le loro strategie (“blocco popolare” o “unione dei diritti”). Questo è stato confermato. Zemmour ha finora fallito nella sua ambizione. Il suo elettorato è instabile, e rimane all’incirca al livello di Pécresse, che è in calo, e di Mélenchon, che è in salita. Chi ha scommesso sul suo successo credeva che Marine Le Pen avrebbe fallito perché il suo partito se la passa male (il che è corretto) senza vedere che i suoi elettori sono molto poco interessati al partito in questione: votano Marine, non il Rassemblement Nazional! Quanto ai comizi di Zemmour, a cominciare da quello tenuto con Marion Maréchal, non hanno, come mi aspettavo, cambiato assolutamente nulla nelle intenzioni di voto. Rimane il fatto fondamentale: l’elettorato di Zemmour è un elettorato anti-immigrazione, quello di Marine Le Pen è un elettorato anti-Sistema. Questo dovrà essere ricordato quando arriverà il momento della ricomposizione”.
Breizh-info.com: La situazione internazionale, dopo due anni della cosiddetta crisi del Covid 19, inizia già ad avere gravi ripercussioni economiche. Per il momento, lo Stato sta tirando fuori il libretto degli assegni per cercare di tappare i buchi della crisi. Pensi che questo sia sostenibile a lungo termine? Chi pagherà?
Alain de Benoist: “Secondo te? Io e te, ovviamente, non gli ucraini! Le ripercussioni economiche sono già qui e le cose possono solo peggiorare. Le squallide sanzioni, di portata senza precedenti, che sono state decretate contro la Russia per soddisfare le richieste americane, peggioreranno le cose. Pagheremo il prezzo tanto quanto i russi, se non di più. L’inflazione (materie prime, combustibili, gas, elettricità) aggraverà il calo del potere d’acquisto, che è ormai la prima preoccupazione dei francesi. Uno squilibrio più generale è da temere nel contesto di una crisi finanziaria mondiale strisciante (e di una possibile revisione del sistema monetario). Nel frattempo, il debito pubblico continua a crescere fino a raggiungere le vette himalayane. È sostenibile a lungo termine? Senza dubbio no. Ma quando inizia il lungo periodo?”.
Breizh-info.com: Il sogno di un’Europa unita da Brest a Vladivostock è morto con la guerra tra Ucraina e Russia?
Alain de Benoist: “È tanto più morto perché non ha mai conosciuto il minimo inizio di realizzazione. Lo stesso vale per l’asse Parigi-Berlino-Mosca, che anche alcuni di noi hanno sognato. La prima conseguenza della guerra che si sta svolgendo in questo momento è la ricostruzione della cortina di ferro, con la differenza che si tratta di una cortina di ferro eretta ai confini della Russia dall’Occidente, nella speranza di mettere la museruola a un concorrente considerato pericoloso, e non una cortina di ferro eretta dai sovietici per impedire alle persone di andare altrove. Il diluvio di propaganda russofoba a cui stiamo assistendo in questo momento è significativo da questo punto di vista. Il grande continente eurasiatico è di nuovo tagliato in due – che ha solo il merito di chiarire le cose.
Quello che dobbiamo vedere, in attesa di poter fare un’analisi più completa, è che la guerra tra Ucraina e Russia non è solo, o anche principalmente, una guerra tra due paesi. Né è uno scontro tra il nazionalismo ucraino e il nazionalismo russo, come molti vorrebbero far credere. È prima di tutto una guerra tra la logica dell’Impero e quella dello Stato-nazione. È quindi, più globalmente, una guerra tra Occidente e Oriente, tra il mondo liberale e quello degli “spazi di civiltà”, tra Terra e Mare”.
Stiamo perdendo la terra sotto i piedi. Stiamo perdendo la realtà. Al posto della vita i flussi informativi, al posto delle cose concrete i dati numerici, al posto dell’universo i Big Data, al posto della terra Google hearth, al posto del cielo il Cloud. Senza accorgercene sta avvenendo una radicale Sostituzione; non dei popoli europei con i flussi migratori, come sostiene Renaud Camus. Ma la sostituzione ben più profonda del mondo reale, il mondo delle cose e la vita pensante, i cuori e le menti, col mondo artificiale, come l’intelligenza e tutti i medium che si frappongono tra noi e il mondo. Fino alla Sostituzione dell’umano. La cosa più terribile è che non ci badiamo, non ce ne diamo pensiero. Avviene, non possiamo sottrarci. Tutto è così ineluttabile, automatico. La perdita della libertà è assoluta quando si vive la vita da automi.
Ho tra le mani un ennesimo libro di Byung-Chul Han, Le non cose, pubblicato da Einaudi che descrive “come abbiamo smesso di vivere il reale”. Il filosofo tedesco-coreano denuncia una trasformazione come mai c’è stata e lancia un atto d’accusa al mondo contemporaneo, che lo situa a pieno titolo tra i conservatori apocalittici. Cosa è successo? La rivoluzione digitale ci ha reso tutti “infomani”. Non vediamo più le cose ma gli infomi. Siamo guidati dagli algoritmi, non abbiamo più autonomia di pensiero e visione della realtà. Siamo collegati ma abbiamo smesso di avere legami.
Peggior quadro della situazione non sarebbe possibile: siamo allo stadio finale dell’alienazione. Dopodiché c’è solo la scomparsa dell’umano. La mano che era il simbolo fattivo dell’umanità si fa inerte e cede al dito, come si addice a una società digitale. Dobbiamo premere tasti e non più maneggiare il mondo. Il dito apre gli accessi, avvia i percorsi prestabiliti, ci conduce in una dimensione fittizia, artificiale, irreale.
L’homo sapiens è stato sostituito dal phono sapiens. Sola valvola di sfogo il gioco, divertirsi. La storia è sostituita dallo storytelling, scompaiono i confini tra cultura e commercio, si perde ogni relazione tra cultura e comunità.
Lo scettro che ci rende all’apparenza sovrani e nella realtà schiavi di questo nuovo mondo ci è ormai familiare più di ogni altra cosa: è lo smartphone. Esso trasforma il mondo in informazione, e la realtà -potremmo aggiungere- in rappresentazione veicolata. Lo smartphone ci sorveglia, e ancor più ci sorveglierà via via che si perfezionano le tecnologie. L’infosocietà non opprime, non sopprime la libertà, anche se pone sempre più divieti e censure: ma la sfrutta, la svuota per poi riempirla dei propri input. Insomma la dirige, la plasma; così la libertà nega se stessa. Scompaiono le cose, ma scompare anche l’altro, nella relazione narcisistica e autistica con lo smartphone. L’intelligenza artificiale è priva di mondo, non ha cuore, non ha pathos, non ha concetto; è sorda e cieca.
Sul piano delle icone, il passaggio decisivo secondo Han è dalla fotografia analogica a quella digitale. La foto stampata, in carta, è una cosa, patisce il degrado e la morte, come se fosse vivente. E’ un’emanazione della persona reale, ricorda, racconta una storia, un destino. La foto digitale, invece, elimina il referente, è autoreferenziale, istantanea, avulsa dal cammino del mondo. Il selfie non è una cosa, ma una non cosa, un’info, non va conservata per ricordare. Il ritratto analogico è silente ma parla, come una natura morta: il ritratto digitale è rumoroso ma inespressivo, annuncia la fine dell’umano e non conosce morte né caducità.
Dopo la lettura di Byung Chul Han resta uno sciame di dubbi: è davvero così radicale il salto tra l’analogico e il digitale, o c’è una gradualità nel passaggio? Perché la tecnica che accompagna l’uomo da sempre solo ora scatena tutto il suo potenziale inumano? A parte gli indubbi vantaggi del digitale, quale risposta possiamo dare, oltre a constatare la perdita del mondo, della realtà e dell’umano? Abbiamo margini di reazione o di alternativa, è possibile (e auspicabile) tornare indietro, cancellare, rimuovere l’infosfera digitale? Siamo poi sicuri che sia la tecnica a cambiarci e non l’uomo stesso a servirsi della tecnica per mutarsi al punto di sopprimersi e predisporsi a un’altra dimensione postumana? E se fossimo noi incapaci di sopportare i limiti, i dolori, la caducità del nostro essere, che vogliamo sottrarci al reale, alla mortalità, al nostro essere e ai suoi limiti?
Quel che Han rileva della società digitale, Heidegger già lo notava nel suo tempo col semplice uso della macchina da scrivere, scorgendo il predominio del dito che pigia sulla mano che afferra e modifica; eppure non eravamo ancora in un’era digitale e il prodotto era una cosa reale, un foglio scritto. Il computer perfezionerà quel passaggio, ma Heidegger notava il tratto alienante della macchina da scrivere. Andando a ritroso nei millenni, Platone, narrando nel Fedro il mito di Theut, vide già nella scrittura il declino dell’umana facoltà di tenere a mente, trasmettere tramite la parola viva. La scrittura non serve a ricordare, dice Platone tramite il re egizio Thamus, ma a dimenticare, lasciando traccia solo negli scritti. Da ciò verrà fuori una falsa sapienza, conosceremo “l’apparenza, non la verità”.
Insomma, la Sostituzione viene da lontano, s’intreccia alla storia dell’uomo e della tecnica, e il digitale è solo l’ultimo stadio finora conosciuto. Come i polpi hanno un cervello nei tentacoli, anche negli umani il cervello si rifugerà nel dito? Come in una Creazione di Michelangelo a rovescio, dell’uomo alla fine resterà solo il dito?
È stata una settimana straordinaria per il flirt del governo Modi con il Quad. Chiamatelo un momento critico, un punto di svolta o anche un punto di inflessione – ci sono elementi di tutti e tre.
La settimana scorsa ha visto una visita di due giorni a Delhi del primo ministro giapponese Fumio Kishida, un summit virtuale tra il primo ministro Narendra Modi e il premier australiano Morison, e consultazioni a livello di Foreign Officecon visite del sottosegretario americano per gli affari politici Victoria Nuland. Il leitmotiv era la situazione intorno all’Ucraina.
Da allora, Biden si è preso la libertà di dire che la posizione dell’India sull’Ucraina è “un po’ traballante”. Chi avrebbe immaginato che la geopolitica dell’Ucraina avrebbe scosso il Quad? Certamente, l’India ha avuto una premonizione. L’establishment della politica estera indiana non aveva torto su ciò che ha iniziato a svolgersi in Ucraina nell’ultima settimana di febbraio. Aveva avvistato fin da novembre-dicembre, almeno, come Elia nella Bibbia, una piccola nuvola come il palmo di una mano che veniva dal mare.
A differenza dei media indiani, del mondo accademico e dei think tank in generale, la leadership indiana poteva percepire che in Ucraina stava scoppiando una storica lotta globale per il dominio degli Stati Uniti e dei loro alleati occidentali contro la Russia e la Cina. Modi ha percepito che ci potrebbero essere danni collaterali per l’India, a meno che non si sia messo in sella per scendere dalla montagna, mentre il cielo ha cominciato a scurirsi con nuvole portate dal vento, prima che scoppiasse l’enorme tempesta.
C’è uno sfondo a questa situazione. Qualsiasi osservatore attento avrà notato che Modi è stato in uno stato d’animo riflessivo sugli affari esteri negli ultimi mesi. La sua partecipazione al vertice sulla democrazia del dicembre scorso aveva chiaramente un’aria da fin-de-siècle – la fine di un’era e l’inizio di un’altra. Alcuni potrebbero attribuire questo all’effetto sobrio della pandemia. Su questo punto, l’India ha combattuto la pandemia da sola. Non importa quanto clamore ci fosse al riguardo, l’India si è resa conto che non c’era una vera partnership con gli Stati Uniti o l’UE, che era una mera relazione transazionale – e che, alla fine, l’India viveva nella propria regione.
In verità, l’India ha gestito la pandemia molto meglio della maggior parte dei paesi. Gli esperti internazionali ora lo riconoscono, e anche quelli che lanciavano pietre allora lo ammettono a malincuore. Ma con l’economia devastata al di là del riconoscimento, il governo sta raccogliendo i suoi pezzi e inciampando in avanti. C’è ancora tanta incertezza nell’aria su una nuova “ondata” di pandemia che si intrufola per annegare tutte le cerimonie di riparazione e la ricostruzione della vita.
Per dirla brevemente, la grande lotta di potere nella lontana Europa, precipitata dall’amministrazione Biden per ragioni geopolitiche al fine di isolare e indebolire la Russia, è scoppiata in un momento molto critico in cui l’India è sempre più scettica nei confronti delle politiche e della diplomazia statunitense. Anche l’immagine che gli Stati Uniti presentano di se stessi è tutt’altro che convincente: un campo di battaglia di tribalismo e guerre culturali, una superpotenza in declino con un’influenza globale in declino.
Per il rendez-vous dell’economia indiana con il destino, gli Stati Uniti non sono d’aiuto. D’altra parte, l’indebolimento del multilateralismo e i nuovi vincoli alla crescita imposti dalla crescente propensione degli Stati Uniti a usare il dollaro come arma minacciano di spezzare le piantine della crescita post-pandemica dell’economia indiana.
Lunedì, Biden ospitava una tavola rotonda d’affari con gli amministratori delegati delle più grandi aziende dell’economia statunitense. Si è vantato: “6,7 milioni di posti di lavoro l’anno scorso – il massimo mai creato in un anno, oltre 7 milioni ora. 678.000 posti di lavoro creati solo il mese scorso, in un mese. La disoccupazione è scesa al 3,8%. La nostra economia è cresciuta del 5,7% l’anno scorso ed è la più forte in quasi 40 anni… Abbiamo ridotto il deficit di 360 miliardi di dollari l’anno scorso. E abbiamo intenzione di ridurlo di oltre 1 trilione di dollari quest’anno”.
Biden è naturalmente felice oltre ogni dire. Tuttavia, mentre ha deliberatamente orchestrato un confronto con la Russia in questo frangente, non si è reso conto dell’impatto paralizzante e delle conseguenze indesiderate che le sue draconiane “sanzioni infernali” contro una grande economia del G20 potrebbero avere sulle economie in via di sviluppo.
Un rapporto della Conferenza delle Nazioni Unite sul Commercio e lo Sviluppo (UNCTAD) del 16 marzo, intitolato [The Trade and Development Impact of the War in Ukraine – https://unctad.org/limpact-de-la-guerre-en-ukraine-sur-le-commerce-et-le-developpement] conclude: “I risultati confermano una prospettiva di rapido deterioramento dell’economia globale, sostenuta dall’aumento dei prezzi di cibo, petrolio e fertilizzanti, da una maggiore volatilità finanziaria, dal disinvestimento nello sviluppo sostenibile, da complesse riconfigurazioni delle catene di fornitura globali e dall’aumento dei costi commerciali.
“Questa situazione in rapida evoluzione è allarmante per i paesi in via di sviluppo, e in particolare per i paesi africani e meno sviluppati, alcuni dei quali sono particolarmente esposti alla guerra in Ucraina e agli effetti dei suoi costi commerciali, dei prezzi delle materie prime e dei mercati finanziari. Non si può escludere il rischio di disordini civili, penurie alimentari e recessioni inflazionistiche…”
Biden sa almeno che almeno 25 paesi africani dipendono dalla Russia per più di un terzo delle loro importazioni di grano? O che il Benin dipende al 100% dalla Russia per le sue importazioni di grano? E che la Russia fornisce grano a prezzo ridotto a questi paesi poveri?
Ora, come potranno questi sottomessi e miserabili paesi del mondo importare merci dalla Russia quando Biden e il capo dell’Unione Europea Ursula Gertrud von der Leyen stanno unendo le forze per bloccare i canali di commercio con la Russia? Il Delaware può trovare una soluzione?
La crudeltà e la cinica compiacenza con cui l’amministrazione Biden e l’UE conducono le loro politiche estere è assolutamente stupefacente. E tutto questo viene fatto, si badi bene, in nome dei “valori democratici” e del “diritto internazionale”!
L’India non può essere d’accordo con le violazioni irresponsabili degli Stati Uniti e dell’UE che usano i legami economici globali come un’arma. Il fatto è che potrebbero anche non vincere questa guerra in Ucraina. La Russia ha completato il 90% delle sue operazioni speciali. A meno che Biden non permetta a Kiev di accettare un accordo di pace, la divisione dell’Ucraina lungo il fiume Dnieper è già in programma.
Gli Stati Uniti stanno destabilizzando l’ordine di sicurezza europeo, mentre le sanzioni occidentali stanno destabilizzando l’ordine economico globale. Gli Stati Uniti e l’UE devono assumersi la responsabilità di questo danno collaterale. L’Occidente è nel panico perché il mondo sta già vivendo nel secolo asiatico.
“Uno dei motivi di ottimismo nel cuore dell’Asia sono le immense risorse naturali della regione (asiatica)”, scrive il rinomato storico di Oxford Peter Frankopan nel suo recente libro [The New Silk Roads: The Present and Future of the World – https://www.theguardian.com/2019/05/11/new-silk-roads-peter-frankopan-review]. Per il Medio Oriente, la Russia e l’Asia centrale rappresentano quasi il 70% delle riserve mondiali di petrolio conosciute e quasi il 65% delle riserve di gas conosciute.
Il professor Frankopan scrive: “C’è la ricchezza agricola della regione che si estende tra il Mediterraneo e il Pacifico… che rappresenta più della metà della produzione mondiale di grano… (e) quasi l’85% della produzione mondiale di riso”.
“Poi ci sono elementi come il silicio, che gioca un ruolo importante nella microelettronica e nella produzione di semiconduttori, dove la Russia e la Cina da sole forniscono tre quarti della produzione mondiale, ci sono le terre rare, come l’ittrio, il disprosio e il terbio che sono essenziali per tutto, dai super magneti alle batterie, dai jack ai computer portatili – per i quali la Cina da sola produce più dell’80% della produzione mondiale… Le risorse hanno sempre giocato un ruolo centrale nel plasmare il mondo… Il che rende il controllo delle Vie della Seta più importante che mai.”
L’Occidente sembra sempre voler “tornare alla normalità”, scrive Frankopan, e “aspetta che i nuovi arrivati riprendano le loro vecchie posizioni nell’ordine mondiale”. Chiaramente, l’India, ex colonia britannica, capisce la vera agenda dietro la lotta geopolitica di Washington e Bruxelles con la Russia. L’India sta soprattutto cercando in tutte le direzioni – anche in Russia e in Cina – dei partenariati.
Se il sito di notizie cinese Guancha ha ragione, cosa che accade più spesso, “le relazioni diplomatiche Cina-India miglioreranno significativamente ed entreranno in un periodo di restauro. Cina e India si scambieranno visite diplomatiche ufficiali in un periodo relativamente breve. I funzionari cinesi andranno prima in India e il ministro degli esteri indiano andrà in Cina.
Questa è una buona notizia. La statura unica di Modi nella politica indiana gli permette di prendere decisioni difficili. Il rinnovato mandato che si è assicurato nel cuore del paese lo mette in una posizione che gli permette di aprire nuovi orizzonti in politica estera.