Hezbollah: dalla liberazione alla deterrenza

a cura della Redazione

24-10-2025

Libano – Una volta ottenuta la liberazione nel 2000, la battaglia si è spostata dall’arena militare a quella politica, dove è iniziata una fase sistematica di guerra morbida contro Hezbollah. Questa includeva tentativi di disarmo, isolarlo dal suo ambiente e rimuoverlo dall’equazione nazionale. Questa tendenza si è cristallizzata attraverso le continue pressioni occidentali e americane sullo Stato libanese, attraverso condizioni di aiuti, interferenze nelle istituzioni e sponsorizzazioni di progetti di “integrazione” o “neutralizzazione”. Ciò ha costretto la Resistenza a vivere per oltre due decenni in un costante conflitto politico, destinato a sostituire il conflitto sul campo, che si è dimostrato di impatto limitato. Vari strumenti sono stati impiegati in questo conflitto: dai media locali e internazionali alle sanzioni finanziarie, all’attivazione del Tribunale Internazionale per la Liberazione della Palestina, alle minacce di isolare il Libano a livello internazionale.

Parallelamente, decine di think tank occidentali e arabi hanno assunto la direzione di un fronte di analisi mediatica impegnato a sminuire i risultati della Resistenza, distorcendone la narrazione, aizzando l’ambiente circostante contro di essa e presentandola come un ostacolo allo “stato normale”, alla “libera economia” e all’”equilibrio regionale”. Questi sforzi hanno integrato le pressioni sul campo.

In questo contesto, lo studio presenta una narrazione analitica che documenta la traiettoria storica delle conquiste della Resistenza Islamica in Libano, dalla prima liberazione nel 2000 alla demarcazione dei confini marittimi nel 2022. Dimostra come la Resistenza si sia trasformata da una forza militare circostanziale in un attore nazionale e regionale con un progetto integrato di difesa, sovranità e sviluppo.

Hezbollah impone la prima sconfitta a Israele

Il processo storico iniziò con il ritiro dell’esercito israeliano dal Libano meridionale nel maggio 2000, risultato di una prolungata guerra di logoramento in cui Hezbollah impiegò tattiche di guerriglia e prese di mira con precisione le posizioni israeliane, portando al collasso dell’esercito dei collaborazionisti e al ritiro incondizionato dell’occupazione. Questa liberazione segnò la prima sconfitta diretta di Israele per mano di una Resistenza araba e restituì prestigio all’opzione della Resistenza come alternativa a un accordo.

Poi arrivò la vittoria del luglio 2006, a conferma della nuova equazione di deterrenza. Dopo aver catturato due soldati israeliani nell’Operazione True Promise, Israele lanciò una devastante guerra di 33 giorni che non riuscì a raggiungere i suoi obiettivi. Anzi, ne uscì militarmente e moralmente sconfitto. Durante quella guerra, Hezbollah dimostrò la sua resilienza e manovrabilità, imponendo nuove regole di ingaggio che da allora hanno protetto il Libano da qualsiasi aggressione su larga scala. Nel frattempo, alti dirigenti americani e britannici riconobbero il fallimento di Israele nell’indebolire il partito.

Difesa delle risorse e della sovranità economica

Nel 2017, l’esperienza di liberazione nella catena montuosa orientale si è rinnovata quando Hezbollah ha lanciato la battaglia “Se torni, torneremo” contro il Fronte al-Nusra, seguita da un’operazione simultanea con l’esercito libanese contro l’Isis a “Fajr al-Juroud”, che ha completamente ripulito il confine orientale dalla presenza terroristica. Quest’operazione ha dimostrato che la Resistenza era diventata una forza nazionale a protezione dell’interno e dei confini, e che la sua integrazione con l’esercito ha consolidato di fatto l’equazione “esercito, popolo e Resistenza”.

Nel 2022, Hezbollah ha imposto una nuova equazione di deterrenza in mare, legando il permesso di Israele a estrarre gas dal giacimento di Karish all’ottenimento da parte del Libano dei pieni diritti sul giacimento di Qana. La Resistenza ha lanciato droni di avvertimento, costringendo Washington e Tel Aviv ad accettare le condizioni del Libano e a firmare l’accordo di demarcazione. Così, la Resistenza è passata dalla protezione del territorio alla protezione delle risorse nazionali, dimostrando che la deterrenza non si limita alle armi, ma include anche la difesa delle risorse e della sovranità economica.

Il percorso della Resistenza, iniziato nel 1982, ha dato vita a una struttura coesa che unisce potenza militare, saggezza politica e impegno sociale. È riuscita a costruire un modello libanese unico nel suo genere, che coniuga legittimità popolare e potere deterrente, incarnando un progetto nazionale completo per la difesa dell’entità, dello Stato e della società. La Resistenza non è più una mera reazione circostanziale; è diventata un pilastro dell’equazione della sicurezza nazionale del Libano, una garanzia della sua sovranità e indipendenza di fronte ad aggressioni, assedi e guerre.

Tratto da: Il Faro sul Mondo

Hezbollah: dalla liberazione alla deterrenza
Hezbollah: dalla liberazione alla deterrenza

UN ALTRO PASSO DELLA FUNANBOLA DELL’ESISTENZA

di Rainaldo Graziani

Se si tenta di rispondere sinteticamente alla domanda su cosa sia il postmoderno, a mio avviso, il postmoderno è uno stato della società e della cultura in cui tutti non sono al loro posto. Forse in nessun altro stato della società il tema della ricerca del proprio posto, cioè contemporaneamente della propria origine e del proprio destino, suona così dolorosamente attuale. Ma il problema è che queste ricerche non portano da nessuna parte.

Aristotele diceva che ogni cosa ha un luogo naturale verso cui tende per natura, e perciò si muove. Il sistema dei luoghi naturali forma il cosmo, che è anche un sistema universale di navigazione, un destino collettivo. Ma per poter fare affidamento su un sistema universale di navigazione è necessario un Intelletto stabile, la cui presenza nell’uomo è sistematicamente messa in dubbio a partire dal Giardino dell’Eden dell’età moderna. Poi un lungo periodo di critica istituzionale, scissione analitica, e come risultato – inevitabile disorientamento universale. Nel mondo moderno il movimento non avviene grazie alla comprensione del proprio luogo naturale, ma contro di essa. Più profonda è la disidentificazione, più movimento e agitazione ci sono. «Tutte le macchine vanno nella direzione sbagliata!» – come ha spiritosamente osservato Aleksandr Dugin.

Ma non solo le macchine, – tutti vanno nella direzione sbagliata, non sono dove dovrebbero essere, fanno ciò che non dovrebbero fare, desiderano ciò che non dovrebbero desiderare, scambiano il desiderio per la realtà. E questo carnevale collettivo di imitazioni sembra ormai impossibile da fermare. Il paradosso esistenziale e l’orrore del postmoderno – se devi andare da qualche parte, significa che proprio lì non devi andare. Il postmodernismo, sia nell’arte che nella filosofia, con diversi gradi di convinzione riflette su questo paradosso esistenziale. Solo che non è possibile comprenderlo senza tornare all’idea di un Intelletto stabile.

Chi possiede una chiara orientazione interiore, gusto e intuizione? In una serie di opere Evola definisce tale persona come un individuo di tipo speciale, o uomo della Tradizione. Sembrerebbe che tali definizioni non spieghino nulla. C’è un altro termine – uomo differenziato, concetto tratto da un’opera non tradotta.

I filosofi del cosiddetto «circolo di Eugene» hanno tradotto questo concetto come «uomo isolato». Non so esattamente chi lo abbia introdotto per primo, è stato usato anche da A.G. Dugin e G. Dzhemal, forse anche da altri. Questo significato di uomo differenziato è comprensibile e adeguato al contesto della «tiepida oscurità» e alle circostanze socio-culturali in cui è nato. Si spiega che si tratta di un «essere unico e speciale, interiormente appartenente al mondo della Tradizione, ma costretto a vivere esteriormente in un mondo antitradizionale e desacralizzato», verso il quale l’uomo isolato prova profonda avversione. In breve, nell’Unione Sovietica del periodo di stagnazione e perestrojka.

Io invece suppongo che uomo differenziato significhi uomo che distingue. Solo la capacità di distinguere permette di resistere ai «veleni spregevoli della modernità». Ma cosa distingue? In linea di principio, ogni persona distingue almeno qualcosa, tutti distinguiamo questo o quello. Ma l’uomo differenziato è l’uomo che distingue gli archetipi nel mondo interno ed esterno, cioè una persona strutturata e dotata di una chiara orientazione interiore. Questo è proprio la norma psichica.

(Nota … questa riflessione che leggiamo proviene da una delle menti più verticali dell’entourage del Prof. Dugin a Mosca. È una donna. Il suo nome non è importante diffonderlo su Facebook. L’ho conosciuta personalmente e la stimo in modo particolare per le sue “angolazioni di sguardo” . Ella ha in sé, filosoficamente parlando, il fascino della funambola. Questa espressione filosofica del pensiero russo ha la caratteristica di conservare un perfetto equilibrio nell’attraversare due mondi sotto i quali esiste l’abisso. Motivo per il quale l’ho amichevolmente definita la ” Funambola russa dell’esistenza”.)

UN ALTRO PASSO DELLA FUNANBOLA DELL'ESISTENZA
UN ALTRO PASSO DELLA FUNANBOLA DELL’ESISTENZA

Russia non sarà mai alleato ideologico della Resistenza

a cura della Redazione

24-10-2025

Russia – Della catastrofe che ha travolto un anno fa la Siria si parla poco, in tanti cercano di nascondere la montagna di tradimenti e di traditori che hanno gettato il Paese nel caos e nella violenza più brutale. Un’orda di balordi, finanziata dall’Occidente, in poche ore ha presto il controllo del Paese senza incontrare ostacoli. Fin dall’inizio questa narrazione è risultata quantomeno ambigua, o meglio, la quasi totale assenza di resistenza all’invasione dei mercenari di Hts ha destato molti sospetti.

In realtà, si cerca di nascondere la catena di tradimenti e complicità che ha coinvolto mezzo mondo e oltre. Tra gli attori principali abbiamo Russia, Turchia, Israele, Emirati, Usa, Gb ect… ma la lista è realmente lunga. Lo stesso Assad non è esente da responsabilità, dato che nei mesi precedenti alla caduta, aveva manifestato a più riprese un atteggiamento ostruzionistico nei confronti dell’Iran e delle forze dell’Asse della Resistenza presenti in Siria dietro invito di Assad. Proprio queste forze, che avevano difeso la Siria e il suo governo dall’invasione terroristica nel 2011, sono state le uniche che per la loro lealtà hanno pagato il prezzo più alto. Al momento opportuno, forse, emergeranno i tanti episodi sospetti che daranno un quadro più chiaro sui reali responsabili della “caduta” del governo di Assad.

Russia alleato affidabile?

Tornando ai giorni nostri ma restando in tema, fa riflettere l’incontro avvenuto giorni fa a Mosca tra il presidente russo, Vladimir Putin e il nuovo presidente siriano, Ahmad al-Sharaa (al-Julani). Prima della caduta del suo governo nel luglio 2024, Bashar al-Assad si recò a Mosca e incontrò Putin. Un anno e tre mesi dopo l’ultimo viaggio ufficiale di Assad a Mosca, oggi al-Julani, in qualità di capo della Repubblica Araba Siriana, incontra Putin con tutti gli onori di casa.

A conferma del ruolo ambiguo della Russia, vale la pena ricordare che l’ex leader di Al-Qaeda-Isis e attuale presidente siriano Ahmad al-Sharaa, ha rivelato il 12 settembre che lui e i suoi seguaci di Hayat Tahrir al-Sham (HTS), hanno preso il potere a Damasco nell’ambito di un accordo con la Russia.

A ulteriore conferma della cattiva fede di Mosca, un ex ufficiale dell’esercito siriano ha dichiarato all’agenzia The Cradle: “La Russia ha regolarmente impedito alla Siria di utilizzare i suoi sistemi di difesa aerea quando era presa di mira dagli aerei da guerra israeliani negli anni precedenti alla caduta di Assad. I russi ci hanno tradito molto prima dell’8 dicembre”, ha affermato l’ufficiale.

Mosca e Tel Aviv

Sul “particolare” rapporto tra Mosca e Tel Aviv, il professor Chen Kerchner dell’Università di Ariel scrive: “Israele e Russia hanno intrapreso un ‘equilibrio di amicizia’, ​​nonostante si trovino dal 2025 su fronti opposti nel conflitto siriano. Russia e Israele hanno sviluppato norme e pratiche strutturali – tra cui incontri regolari delle élite, dichiarazioni pubbliche e altri meccanismi – per mitigare le controversie. Queste strategie hanno creato e sostenuto un equilibrio di amicizia che ha impedito rivalità e inasprimenti tra i due Paesi”, scrive Kerchner.

Altro particolare non estraneo ai fatti, dopo che Israele ha attaccato lo scorso giugno l’Iran, il presidente Vladimir Putin ha spiegato che la Russia non ha aiutato la Repubblica Islamica perché “in Israele vivono quasi due milioni di persone di lingua russa”. Sulla lealtà di Mosca c’è poco da aggiungere.

Ci auguriamo di aver contribuito a fare un po’ di chiarezza sui tanti tradimenti che hanno portato la Siria ad essere “governata” da una banda di criminali pagati dall’Occidente. Non sappiamo ancora quanto siano profondi e complessi i retroscena, né i numerosi sviluppi in corso. Una cosa è chiara: la Russia non è mai stata e non lo sarà mai un alleato ideologico della Resistenza. Con buona pace dei tanti “tifosi da bar” filo-russi.

Tratto da: Il Faro sul Mondo

Russia non sarà mai alleato ideologico della Resistenza
Russia non sarà mai alleato ideologico della Resistenza

LA STORIA DI TUTTE LE STORIE: MOSE’ E IL KHIDR

di Giuseppe Aiello

Incontrarono uno dei Nostri Servi [abd min ibadina , al-khidr] al quale avevamo concesso ‎misericordia da parte Nostra e al quale avevamo insegnato una scienza da Noi proveniente. Chiese ‎‎[Mosè]: «Posso seguirti per imparare quello che ti è stato insegnato [a proposito] della Retta Via?». ‎Rispose: «Non potrai essere paziente con me. Come potresti aver pazienza dinnanzi a cose che non ‎potrai comprendere?……». ‎

‎(Corano 18, 65-68)

La figura di al-Khiḍr (‎الخِضْر‎) è una delle più affascinanti e misteriose del Corano.‎

Nel Corano, la storia di al-Khiḍr appare nella sura al-Kahf, dal versetto 60 all’82, dove è raccontato ‎l’incontro tra Mūsā (Mosè) e un misterioso “servo di Dio” dotato di una conoscenza speciale e ‎diretta, una sapienza che viene da Dio stesso. ‎

Mosè, desideroso di imparare da lui, si mette in viaggio fino al luogo dove si incontrano i due mari, ‎segno simbolico del punto in cui si incontrano la conoscenza rivelata e quella interiore, quella divina ‎e quella umana. ‎

Lì incontra Khiḍr e gli chiede di poterlo seguire, ma Khiḍr lo avverte che non sarà in grado di essere ‎PAZIENTE, poiché non potrà comprendere la SAGGEZZA NASCOSTA dietro le sue azioni. ‎

Mosè promette di tacere e di seguire senza domandare, ma presto si trova incapace di mantenere ‎la promessa. ‎

Durante il viaggio Khiḍr compie tre azioni apparentemente ingiuste o incomprensibili: ‎

‎-‎ danneggia la nave di alcuni poveri pescatori ‎

‎-‎ uccide un giovane innocente

‎-‎ ricostruisce gratuitamente un muro in una città dove non avevano ricevuto ospitalità. ‎

Ogni volta Mosè reagisce con stupore e protesta, dimenticando la promessa di pazienza. ‎

Alla fine Khiḍr decide di separarsi da lui e gli svela il significato nascosto di ciò che aveva fatto: ‎

‎-‎ la nave era stata danneggiata per salvarla dalla confisca di un re ingiusto, ‎

‎-‎ il ragazzo era stato ucciso perché avrebbe causato dolore e corruzione ai genitori giusti, ‎

‎-‎ e il muro era stato raddrizzato per proteggere un tesoro appartenente a due orfani fino al ‎momento in cui fossero cresciuti. ‎

Solo allora Mosè comprende che le azioni di Khiḍr, pur sembrando ingiuste dal punto di vista ‎umano, ordinario, erano in realtà atti di misericordia e saggezza divina. ‎

La storia insegna che la conoscenza umana ha limiti e che anche i profeti devono riconoscere ‎l’esistenza di una sapienza che solo Dio possiede. ‎

Mostra come ciò che appare male può nascondere un bene più grande, e come la vera fede ‎richieda PAZIENZA (sabr) e FIDUCIA (tawakkul) nel disegno divino, anche quando la ragione non ‎riesce a comprenderlo.

LA STORIA DI TUTTE LE STORIE: MOSE' E IL KHIDR
LA STORIA DI TUTTE LE STORIE: MOSE’ E IL KHIDR

IN CONCETTO DI TRAUMA NELLA PSICOLOGIA ISLAMICA TRADIZIONALE

di Giuseppe Aiello

La visione islamica del trauma psicologico — come elaborata da maestri come al-Ghazālī, Ibn al-‎Qayyim, Ibn ‘Aṭā’ Allāh, e più tardi da studiosi contemporanei di psicologia islamica — è una delle ‎più profonde sintesi tra “spiritualità, filosofia del sé” e “cura del cuore” (tazkiyat an-nafs).‎

Nel linguaggio moderno, il “trauma” è un evento o una serie di esperienze che superano la capacità ‎di elaborazione psicologica dell’individuo.‎

Nella visione islamica, una sofferenza simile è vista come una frattura dell’equilibrio interiore ‎‎(mizān an-nafs) — un disequilibrio tra le tre componenti principali dell’anima:‎

‎“AL-NAFS AL-AMMARAH”= “l’anima istintiva o egoica” – FUNZIONE: Desiderio, impulso, ‎sopravvivenza – IN SQUILIBRIO CAUSA: Ansia, paura, senso di colpa eccessivo

‎“AL-QALB” = il cuore spirituale – FUNZIONE: Sede della coscienza e della fede e dell’intelletto ‎divino- IN SQUILIBRIO CAUSA: Dolore interiore, confusione, perdita di senso ‎

‎“AL-RUH” = lo spirito puro, connesso ad Allah – FUNZIONE: Fonte di pace e intuizione – IN ‎SQUILIBRIO CAUSA: Spersonalizzazione, senso di distacco, vuoto esistenziale

Il trauma, secondo al-Ghazālī, non è solo “psichico”, ma colpisce la percezione della realtà: il cuore si ‎‎“oscura” (ghafla) e perde la consapevolezza della Presenza divina (ḥuḍūr).‎

Questo spiega, secondo al-Ghazali, perché chi soffre di depersonalizzazione spesso dice: “Mi sento ‎come se non fossi io” — è una perdita temporanea di connessione con il rūḥ, la parte più luminosa ‎dell’essere.‎

‎—‎

DAL DOLORE ALLA PRESENZA (ḥuḍūr)‎

Ibn al-Qayyim spiega che ogni sofferenza ha due dimensioni:‎

‎1. Fisica o psichica — il dolore sentito;‎

‎2. Spirituale — il significato attribuito al dolore.‎

L’Islam lavora sul secondo livello, ossia non elimina necessariamente il dolore, ma lo trasforma in ‎luce e consapevolezza.‎

Il cuore, dice al-Ghazālī, “guarisce quando riscopre la sua direzione verso Allah” — cioè quando il ‎dolore diventa una sveglia interiore.‎

‎“Le prove sono messaggi che Allah invia al cuore per richiamarlo alla Sua vicinanza.” — (Ibn ʿAṭā’ ‎Allāh)‎

In pratica, secondo la psicologia islamica tradizionale, il trauma non è la fine della pace, ma “una ‎soglia di trasformazione”, per cui il cammino di guarigione diventa “ibadah”, ossia un “atto di ‎adorazione”.‎

Al-Ghazālī paragona il dolore dell’anima alla malattia del corpo:‎

‎“Come il corpo si ammala per eccesso di cibo o mancanza di equilibrio, così il cuore si ammala per ‎eccesso di attaccamento o mancanza di dhikr.”‎

Perciò, la terapia islamica (tazkiyah) non cerca di “rimuovere” il dolore, ma di “purificare le cause ‎interiori”:‎

‎- attaccamento eccessivo al controllo;‎

‎- paura della perdita;‎

‎- dimenticanza del significato spirituale della vita.‎

La guarigione, allora, è un ritorno alla “coerenza interiore (ṣalāḥ al-qalb)”, quando la mente, il cuore ‎e lo spirito tornano ad agire in armonia e sono di nuovo “allineati”.‎

Nel suo testo Madārij al-Sālikīn, Ibn al-Qayyim descrive tre stadi che ricordano un percorso ‎terapeutico moderno:‎

1️⃣ Tafakkur – Consapevolezza

Osservare il proprio dolore senza giudizio, riconoscendo che proviene da Allah ma anche che è ‎parte di un processo educativo dell’anima (tarbiyat an-nafs).‎

2️⃣ Tawbah – Ritorno

Non nel senso di colpa, ma di “riconnettersi alla propria origine spirituale”. È il momento in cui ‎l’anima smette di “scappare” e “si ferma”, ammettendo il bisogno di guarigione e di luce divina.‎

3️⃣ Tawakkul & Riḍā – Affidamento e serenità

Il cuore accetta ciò che è accaduto come parte del decreto (qadar), ma non passivamente. È una ‎fiducia attiva: “So che questa prova mi è data per avvicinarmi a Lui.” Questo è lo stadio della vera ‎pace interiore (sakīnah).‎

La sensazione di “non essere in se stessi” è vista, nella psicologia islamica, come un effetto di ‎disconnessione temporanea tra cuore e spirito.‎

Non è segno di una patologia psichica, ma di “stanchezza profonda del cuore” (taʿab al-qalb).‎

Il rimedio indicato da Ibn Qayyim e altri:‎

‎- Dhikr consapevole (ripetizione dei Nomi divini con attenzione al respiro e al corpo);‎

‎- Sujūd prolungato, che “ricentra” l’io nel suo stato naturale di prostrazione, in cui la nafs è ‎sottomessa e obbediente al Sè superiore, e quindi a Dio.‎

‎-‎ Silenzio meditativo (tafakkur), osservando i pensieri come nuvole che passano.‎

‎“Quando il cuore si allontana dal suo Signore, perde il senso di sé.” — (Ibn al-Qayyim, Al-Fawā’id)‎

Il trauma non si “guarisce” con la forza di volontà, ma con raḥmah, la compassione verso se stessi.‎

Allah stesso si presenta nel Corano prima di tutto come Ar-Raḥmān, Ar-Raḥīm: la fonte di ogni ‎guarigione è la misericordia.‎

Il processo di guarigione richiede:‎

‎- Tempo — non forzare la rinascita del cuore;‎

‎- Dolcezza — come si tratta una ferita, non come si rompe un muro;‎

‎- Ritualità sacra — piccoli atti di dhikr, du‘ā, salāh con presenza.

IN CONCETTO DI TRAUMA NELLA PSICOLOGIA ISLAMICA TRADIZIONALE
IN CONCETTO DI TRAUMA NELLA PSICOLOGIA ISLAMICA TRADIZIONALE

Il Giappone prende le distanze

di Andrea Marcigliano

26 Ottobre 2025

La notizia passa, quasi, inosservata. Eppure si tratta di una novità estremamente importante. Per certi versi dirompente.

Il premier giapponese Sanae Takaichi, la prima donna mai eletta a questa carica, annuncia la sua intenzione di ristabilire accordi di pace e collaborazione con la Russia. Anche, anzi soprattutto, per favorire le importazioni di gas e petrolio, a bassi costi, essenziali per l’economia nipponica.

Non è una notizia, come dicevo, di secondaria inportanza.

Il Giappone, dalla fine della II Guerra Mondiale, è sempre stato pressocchè totalmente soggetto agli Stati Uniti. Di fatto militarmente occupato, e radicalmente subalterno, indipendentemente da chi lo governnasse

Una condizione di minorità in primo luogo militare. Perché Washington ha a lungo proibito a Tokyo di avere un forza militare che non fosse mera rappresentanza. Solo parvenza. Tanta era la paura americana generata dal lungo, sanguinosi scontro nel Pacifico.

E contro questa condizione, si erse Yukio Mishima. Praticando il seppuku rituale davanti a quella finzione di esercito. Dopo aver arringato i soldati. Un gesto estremo, da parte di quello che era indiscutibilmente il massimo scrittore giapponese contemporaneo. Poco più che quarantenne, già considerato un Nobel in pectore.

Restano i suoi libri. Molti capolavori. Su tutti la tetralogia “Il mare della fertilità”. Che adombra già, nell’ultima parte, la scelta estrema dello scrittore.

Poi, però, in anni molti recenti, Washington ha voluto che il Giappone riarmasse. Per utilizzarlo in funzione anti-cinese. Ed anche di controllo della Russia.

Una scelta obbligata. Perché gli Stati Uniti divengono ogni giorno di più una potenza con decrescente forza militare. Le armi atomiche, da sole, non bastano. Ci vogliono uomini. Soldati addestrati e pronti. E nonostante l’arruolamento dei nuovi arrivati, soprattutto latinos, in cerca di cittadinanza, questi cominciano a scarseggiare.

Così Washington ha permesso al Giappone di riarmare. Anzi, lo ha ordinato.

Come sciogliere un cane dalla catena. Un cane che sembrava docile e ammansito.

Ma, appunto, sembrava…

Perché, riarmando, il Giappone sta tornando a rialzare il capo, tenuto chino per troppi decenni.

E a guardarsi intorno, pensando ai propri, specifici, interessi.

E l’interesse giapponese, oggi, è di intrattenere buoni rapporti con la Russia. Importando, massicciamente, petrolio e gas necessari al suo sistema industriale.

Importandoli ad un prezzo enormemente più basso di quello imposto da Washington.

Ed è toccato a questa gentile signora, il primo premier donna nella storia del Giappone, marcare questo passo fondamentale.

Tokyo è tornata a giocare in proprio.

E tutti, proprio tutti, dovranno cominciare a fare i conti con questa realtà.

Il sogno di Mishima sembra sul punto di avverarsi.

Tratto da: Electo Magazine

Il Giappone prende le distanze
Il Giappone prende le distanze

Contro l’élite formare una contro-élite: una proposta strapolitica

di Alessio Mannino

24 Ottobre 2025

L’articolo di Matteo Masi su La Fionda del 14/10 ha il pregio di aver riproposto il tema dei temi: l’identità di un futuro soggetto politico non genericamente “populista”, ma popolare, sovversivo, differente alla radice, sul piano umano, rispetto all’ideologia neo-liberale della pseudo-élite al potere. I lettori di questo giornale online, che è libero e aperto alla discussione, spero trovino utile il confronto con un punto di vista ulteriore, che segue una prospettiva schiettamente laica (ma non laicista). La questione riguarda il fondamento dell’azione politica, e all’osso può essere riassunta così: è sterile presumere di costruire una forza che voglia essere incisiva senza prima ritrovare il senso stesso della politica, pena il ricadere nell’errore genetico del Movimento 5 Stelle che è stato quello di non aver affrontato, per insipienza o inconsapevolezza o tutt’e e due le cose, il nodo gordiano di un “ripensamento radicale che tocchi la cultura, l’antropologia, la spiritualità”.

Il dato da cui partire è che viviamo in una società spoliticizzata. La parola “politica” è diventata una parolaccia. Con riflesso pavloviano, richiama il giustificato disprezzo per partiti trafficoni, privilegiati con poltrona, parlamenti esautorati, istituzioni nemiche della vita. Per la figura sociale dominante, l’individuo imprenditore di sé, economizzatore della vita e accumulatore seriale di esperienze, impegnarsi in politica significa perdere tempo (a meno, si capisce, di non tradurre lo sbattimento in carriera, puro strumento di status e di lucro). È sufficiente parlare con un ragazzo, magari genuinamente indignato per l’attacco ai “diritti” di minoranze o popoli oppressi, per rendersi conto che nell’orizzonte mentale della maggioranza  è proprio saltato il piano del collettivo organizzato. Il concetto stesso che sia necessario contribuire in prima persona alla cosa pubblica sembra un residuo del passato. La dimensione del noi è stata inghiottita dall’io, il più lurido di tutti i pronomi: di conseguenza, l’investimento può essere emotivo e sentimentale, solitamente si alimenta di sdegno morale, e significativamente tende a circoscriversi al dato giuridico (i “diritti”, appunto). Ma non è in senso stretto politico poiché, come scrive Vincenzo Costa nel suo illuminante ‘Populismo senza popolo’ (Armando Editore, 2025), “il neoliberalismo ha dissolto l’uomo pubblico”,  “ha marginalizzato il significato della vita pubblica”.  Indotto a cercare la zona di comfort in ogni ambito, il disimpegnato medio, o impegnato a metà, oscillante fra depressione stabile e fiammate di protesta, per comodità o per rassegnazione alla fine si adagia su una sostanziale rimozione del Politico, ridotto alla logica della delega, al momento del voto. E difatti, frustrato e arrabbiato nel vedere che tutto cambia per non cambiare, va a votare sempre meno.

Diventa ineludibile, allora, ricreare le pre-condizioni per attivare un interesse che vada oltre lo sfogo da tastiera e l’episodico sciame di piazza. E anche oltre il movimentismo di nicchia caratterizzato, in genere, da un alto tasso di narcisismo autoreferenziale. Il che, tradotto, significa imboccare la lunga marcia in direzione contraria alla mutazione antropologica in atto, che disintegra l’animale politico che è in noi rimuovendo da una parte, i lati problematici e imprevedibili della realtà, conflitti, ostacoli, caos, e dall’altra, la struttura stessa della realtà e del pensiero, che dalla fisica quantistica alla neurologia sappiamo coincidere con la relazione. Per fondare nel concreto comunità al di là delle community virtuali, occorre plasmare e darsi un’etica e uno spirito condivisi. Ma con la soglia d’attenzione in caduta libera, lo studio di storia, geografia e filosofia relegato a optional, e soprattutto con un modo di vivere tecnologicamente deformato dall’imperativo del non fare fatica, un impegno politico autentico, magnanimo, permanente non può che essere appannaggio di pochi. Come difatti è. Ma questi pochi andrebbero quanto meno formati. Umanamente, non solo intellettualmente. Questo sistema di potere è infame e imbecille perché, valorizzando fantasie di onnipotenza, invidie primarie e pulsioni acquisitive, propizia i quarti di infamia e imbecillità presenti in ogni essere umano. Schiacciare l’infame, perciò, vuol dire allevare un più decente e valente tipo umano.

  1. Oggetto delle nostre riflessioni è dunque il piano pre-politico di selezione e addestramento di una contro-élite che, come dice la parola stessa, non potrà che essere ristretta. Del resto, è la democrazia in sé a costituire, nel suo aspetto partecipativo, una prassi inevitabilmente minoritaria. Non a caso è stata la scuola definita “elitista” (italiana, fra l’altro: Mosca, Pareto, Michels) a impartire a riguardo una lezione definitiva, fissando la costante per cui in ogni società o gruppo umano è sempre una minoranza a prendere le decisioni. Tutto il problema sta nel vedere quale minoranza.
  2. Ora, formare non equivale a istruire, alla pura e semplice trasmissione di un sapere nozionistico, consigliando letture, organizzando convegni o imbastendo corsi per una prima infarinatura generale, come lodevolmente sta facendo in questo periodo l’associazione Generazioni Future di Ugo Mattei. Tutto ciò va bene, ma la sfida sta nell’educazione. Educare ha a che vedere, niente meno, che con il destino: vuol dire estrarre il potenziale del singolo e scoprire a cosa è portato o non portato. È in tale passaggio che la pratica metapolitica comprende quella spirituale, se con spirituale intendiamo la coltivazione della totalità, riflessiva e anche pre-riflessiva, di una persona. Lo spirito è una faccenda personale e politica insieme, poiché socialmente determinata e al tempo stesso caratterizzata da un’unicità insostituibile e non replicabile. Si accompagna da un lato alla vita associata, senza cui non potremmo non dico vivere, ma neanche sopravvivere, ma al contempo afferisce alla sfera interiore di ciascuno, con le sue infinite variabili e sfumature. Prefiggersi di rinvenire dalla ganga dell’attuale sottosviluppo un ideal-tipo opposto al narciso dipendente dalle app, è un’impresa tosta, difficile e molto delicata. Il pericolo, già abbondantemente visto all’opera nei totalitarismi del Novecento, è di confondere il potenziamento di sentimenti come la lealtà (al partito, alla patria, all’ideale ecc) con la canina fedeltà, con un conformismo rovesciato, con il settarismo omologante. In secondo luogo, bisogna fare i conti con la scarsità di mezzi a disposizione, che consentono molto relativamente di radicalizzare le idee, vale a dire di radicarle in una costanza di momenti condivisi in presenza, faccia a faccia, ricorrenti, in cui non ci si dà semplicemente del tu, ci si dà del noi. Una comunità sorge solo attraverso una prassi comunitaria. Che deve però materializzarsi. Altrimenti, il benemerito ingaggio rifluisce a hobby, a poco più che un autolavaggio di coscienza.
  3. Venendo al cuore del discorso, di quale risanata fisiologia stiamo parlando? Come dev’essere, questo animale nuovamente politico? Non un homo novus, fantasma immaginato da chiunque abbia avuto una ricetta o profezia per salvarci e renderci felici. Una fantasticheria controproducente, fra l’altro, perché va a escludere a priori tutti coloro che non vi si riconoscono, i quali così divengono in partenza non iniziabili al “verbo”. Non uno snob moralista e giudicante, con le insopportabili certezze tipiche della destra cinica o della sinistra ipocrita. Più semplicemente, sarà di più larghe vedute di quella parodia d’uomo che è l’homo oeconomicus, figlio del lato oscuro del progresso, deresponsabilizzato e regredito all’infanzia, miscela di egoismo, onanismo e risentimento.
  4. Il nostro homo politicus prenderà vita se riattiverà le energie civiche grazie a una salda base di princìpi. I quali dovrebbero essere appunto princìpi, e non generici valori, per quanto forti. “Le cose hanno un valore, le persone una dignità”, scriveva nel 1960 Carl Schmitt nel suo ‘La tirannia dei valori’. I valori, oggi al massimo storico di politeismo, cambiano al cambiare della società, pongono fini storicamente situati che proprio perché fondati su nient’altro, in ultima analisi, che sul “grado di potenza” (Nietzsche), soggiacciono spesso al pericolo di venire assolutizzati. Con quel che segue in termini d’intolleranza, di viltà, di violenza. I valori sono convenzioni più o meno vitali, e possono scadere in paravento per ipocriti o pretesto per fanatici. Un’etica dei princìpi, al contrario, non riguarda i fini, ma i modi. I modi di comportarsi, di essere, di vivere. Nutrono il senso che si ha di sé e dell’esistenza. Sono modelli di condotta che rientrano nel campo dei doveri, non degli obblighi. Corrispondono a motivazioni valide di per se stesse, non a finalità strumentalizzabili. Si identificano nell’habitus, nel carattere, il quale vieta certi atti e impone altri. E, come si sa, ha bisogno di una pedagogia ampia, che abbracci l’interezza della personalità e quindi sappia spaziare nei territori della psicologia, della letteratura, dell’antropologia, dello sport, della meditazione. Scrive Salvatore Natoli: “Quel che dunque a ogni uomo tocca fare in primo luogo è saper conferire valore alla propria vita, qualunque sia l’oggettività dei valori in cui si trova a operare. In questo punto l’etica supera qualsiasi forma di obbligazione per divenire quel che significa nell’originarietà della sua radice éthos: essa è consuetudine, comportamento e, potremmo dire, stile di vita. Ora, solo colui che nella vita sa trovare un suo stile non solo conquista la misura per sé, ma può porsi come punto di riferimento per gli altri” (‘La salvezza senza fede’, Feltrinelli, 2008).
  5. I princìpi di condotta sono da considerarsi sacri poichè pre-politici, pre-ideologici e pre-religiosi. Di più: in quanto a-storici.. Si tratta delle virtù del tipo nobile, immanenti a ogni epoca e ogni temperie poiché fondati sulla psicobiologia dell’uomo, con i suoi neuroni-specchio dell’empatia e con la feconda aggressività del suo fondo ancestrale. Ne propongo cinque:
  • Dispendio generoso di sé per lasciare qualcosa di proprio dopo la morte (virtus);
  • integrità atletica nel perseguire la propria vocazione, in questo caso politica (gravitas);  
  • atteggiamento ospitale e conviviale, riflesso quotidiano di una socialità da far circolare e un orgoglio d’appartenenza da ritrovare (maiestas);
  • cura di ciò che è comune e senso di giustizia a favore del più debole, per liberare la vitalità compressa (pietas);
  • perno di tutto, saper essere di parola con sé stessi e con il prossimo, dimostrando sacrificio quando occorre (fides).  

Regole di vita pratiche, come si vede. Niente di inedito. Anzi, profumo d’antico. Una visione ideale, certo. O meglio: una stilizzazione, allo scopo di infondere una tensione verso l’alto (non solo una “tecnica di sé”, alla Foucault). Purché controbilanciata da una sesta capacità, che forse suonerà strana ma strana non è:

  • il senso delle proporzioni, da cui scaturisce il gusto di ridere sopra i limiti propri e altrui (hilaritas). 

In una società psicotica e superficiale che, basta vedere quei lucidi pazzi dei transumanisti, rincorre l’immortalità e snatura il gioco in divertimento obbligatorio, accettare la nostra finitudine è quanto di più controcorrente ci sia: siamo mortali, tutto perisce, niente e nessuno è onnipotente. Neanche la tecnica o l’economia, che vorrebbero farcelo credere distraendoci da quel quid d’immutabile che resta, e sempre resterà, fintantoché – diceva Mircea Eliade – sussisterà il “ritmo cosmico”, l’alternanza di luci-tenebre, di giorno e notte. Ed è nella notte che gli elementi tragici della vita, la morte, la malattia, il dolore,  aprono un’inquietante e ironica finestra sulla libertà più profonda: sognare. Nello spazio onirico dei sogni si vede benissimo, in un’oscurità paradossalmente chiarissima, che non esistono i “buoni”, gli “eletti”, i “superiori”, ma al contrario che tutti, inclusi i leader il cui carisma risulterà pur indispensabile, siamo limitati, imperfetti, difettati. Questa è la spiritualità che ognuno, appena chiude gli occhi e apre la mente, può vedere, sentire, capire.

Si dirà: un ritratto del genere è l’uovo di Colombo, è fare filosofia. Un’elucubrazione impolitica. Errore. Semmai, èil passaggio preparatorio e funzionale a forgiare, tramite criteri formativi, un’avanguardia politica la cui ossessiva preoccupazione sia la credibilità. Cosa rimprovera il cittadino ai politici in quanto tali? Di non essere degni di fiducia. Di non valere nulla. Di essere per professione disonesti. Di pensare ai propri affari anziché al bene comune. Di fregarsene di chi è in difficoltà. Tutte magagne che si ritrovano equamente distribuite, beninteso, fra gli elettori, che non vedono l’ora di scaricare ciascuno la propria quota di meschinità e ignoranza su esseri possibilmente ancora più meschini e ignoranti di loro. Chi vuol essere creduto, deve dimostrarsi credibile. Ecco perché, prima di formulare l’ennesimo programma politico o lista dei desideri, è necessario prepararsi al compito. In un avvenire in cui l’intelligenza artificiale sarà sempre più in grado di gestire la conoscenza in modo prevedibilmente efficiente, è di intelligenza emotiva e scintille intuitive che avremo maggiormente bisogno. Cioè, per chiudere il cerchio, di spirito. Ma lo spirito, e l’immagine di mondo che può derivarne, non fiorisce senza un’immagine di sè che tempri la fibra e spinga a uno slancio verticale. Così da tenersi alla larga, nei limiti del possibile, dall’esibizionismo, dalla fatuità, dalla ciarlataneria, dal vittimismo, e dalla spaventosa mancanza di senso dello humour e del paradosso che rendono il nostro presente così grigio, e quanto mai prolifico di dissidenti finti e piacioni. Chi davvero vuole lottare con il fermo intento di mantenere la parola data, deve sapere cosa rischia: quando dice bene, il posto di lavoro; altrimenti, la vita di un familiare se non la propria.

Alle somme. La politica rinascerà da una riformattazione etico-spirituale, d’accordo. Ma attenzioni a fondarla su vaghi spiritualismi o, al contrario, su tradizioni bell’e pronte, sia pur rivisitate e diversamente interpretate. Assestiamoci su un comun denominatore di principio, appunto. Per raddrizzarci la spina dorsale, intanto. I cervelli fini non mancano. Manca una scuola d’iniziazione per rifondare una coscienza politica. Iniziatico significa apprendimento continuo, miglioramento con l’esercizio, percorso nobilitante. Accessibile a tutti, ma fattibile per pochi. Se intrapreso – e per riuscirci, al netto delle risorse, occorre anzitutto la volontà –  l’immaginario, i simboli e i valori che cerchiamo potrebbero emergere dall’interfecondarsi di sensibilità e idee. Se pensiamo invece che attualmente, perfino tra fratelli di trincea, cioè fra coloro che condividono le stesse battaglie, si fraternizza molto poco e, nonostante gli stramaledetti social, a malapena ci si scrive per scambiarsi pareri, allora agire a questo livello sarebbe, come si dice, tanta roba. Un salto di qualità. La quantità verrà dopo.

Tratto da: La Fionda

Contro l’élite formare una contro-élite: una proposta strapolitica
Contro l’élite formare una contro-élite: una proposta strapolitica

NON BISOGNA CRISTALLIZZARE IL CRISTO IN GESU’

di Mike Plato

Fosse stato per la Chiesa, Giovanni sarebbe stato escluso dai canonici. Ci sono cose troppo scomode in quel vangelo, scomode perche attengono non ad un Cristo esteriorizzato, individuale e storico ma a quello interiore, collettivo e metastorico.

Tra i tanti esempi, Giovanni parte in quarta col Logos, ovvero con il Cristo interiore oltre la generazione, mentre gli altri descrivono la genealogia biologica di Gesù uomo. Quindi andiamo su un concetto immensamente piu grande

In un’ottica di sforzo secolare per CRISTALLIZZARE CRISTO IN GESU, Giovanni è un serio problema.Anche perche in Giovanni 3 Gesù, a Nicodemo, fa capire che la nascita è un evento arcontico che ogni essere cristico deve disintegrare con la morte in vita e con la conseguente seconda nascita. In tal modo, getta luce sulla narrazione del concepimento virginale che è una metafora dell’anima che rigenera il suo Cristo (Pneuma).

LI FARO’ A PEZZI STI FIGLI DI BELIAR

NON BISOGNA CRISTALLIZZARE IL CRISTO IN GESU'
NON BISOGNA CRISTALLIZZARE IL CRISTO IN GESU’