I MODELLI MODERNI DI FEMMINILITA’

di Political Perennialism

Quando certe femministe decriptano la mascolinità ‘tossica’, l’alternativa presumibilmente salubre che proclamano spesso sembra non essere tanto un maschilismo alternativo quanto una effeminizzata. Proprio così, i modelli moderni di femminilità spesso non sono altro che donne maschilizzate. Questo lo troviamo non solo nelle correnti ‘femministe’, ma apparentemente ipermascoline e pruportatamente antifemministe della cultura moderna. Considera film d’azione anni ’80 come Conan o Rambo, o cultura skinhead. In tutte queste donne sono stimate e ritenute desiderabili, in termini di caratteri, per i loro tratti maschili. La maggior parte degli uomini, attraverso la loro reazione istintiva alla mascolinità “non tossica”, può sicuramente capire quale violazione deve essere per la maggior parte delle donne.

I MODELLI MODERNI DI FEMMINILITA'
I MODELLI MODERNI DI FEMMINILITA’

POSSEDERE UN’ANIMA

a cura di Giuseppe Aiello

“L’uomo possiede un’anima, e avere un’anima significa pregare. Come l’anima stessa, la preghiera ha diversi modi, e ogni modo contiene una virtù; pregare significa attualizzare una virtù e, al tempo stesso, seminarne il germe.

C’è innanzitutto la **rassegnazione alla Volontà di Dio**: l’accettazione del destino nella misura in cui non possiamo né dobbiamo cambiarlo; questo atteggiamento deve diventare la nostra seconda natura, poiché vi è sempre qualcosa a cui non possiamo sfuggire.

Correlativamente a questo atteggiamento o a questa virtù, vi è l’**atteggiamento compensatorio della fiducia**: chi ripone la propria fiducia in Dio conformandosi alle esigenze divine, Dio è sempre disposto ad aiutarlo; ma ciò che attendiamo dal Cielo dobbiamo offrirlo anche agli altri: chi desidera per sé la misericordia deve essere misericordioso.

Un altro atteggiamento compensatorio rispetto alla rassegnazione è la **richiesta di aiuto**: abbiamo essenzialmente il diritto, sulla base della nostra accettazione del destino, di chiedere a Dio un bene o un favore; ma è evidente che non possiamo chiedere nulla al Cielo se non abbiamo **gratitudine**. Essere riconoscenti significa essere consapevoli di tutti i beni che il Cielo ci ha donato; significa stimare il valore anche delle piccole cose e sapersi accontentare di poco. La gratitudine è il **complemento della supplica**, come la generosità è il complemento della fiducia in Dio.”

La grande lezione della preghiera è che **il nostro rapporto con il mondo è essenzialmente funzione del nostro rapporto con il Cielo.**

*Frithjof Schuon, “Avoir un Centre”*

POSSEDERE UN'ANIMA
POSSEDERE UN’ANIMA

CATTIVE COMPAGNIE

a cura di Giuseppe Aiello

“Per cattive compagnie non mi riferisco solo a gente cattiva, viziosa o distruttiva; di quelle si dovrebbe evitare la compagnia perché la loro influenza è velenosa e deprimente. Mi riferisco soprattutto alla compagnia di persone amorfe, di gente la cui anima è morta, sebbene il corpo sia vivo; di gente i cui pensieri e la cui conversazione sono banali; che chiacchiera anziché parlare, e che esprime opinioni a cliché invece di pensare.”

~Erich Fromm

Corano al-A‘rāf (7:179):

“Abbiamo destinato molti tra i jinn e gli uomini all’Inferno: hanno cuori con cui non comprendono, hanno occhi con cui non vedono, hanno orecchi con cui non odono. Sono come bestie, anzi peggio ancora….”

CATTIVE COMPAGNIE
CATTIVE COMPAGNIE

SHAMBALA E MILAREPA

a cura di Antonio Bonifacio

(da una corrispondenza tra Julius Evola con Mircea Eliade)

In attesa dell’uscita (in ritardo) della terza parte dell’articolo dal titolo “Wolfram von Eschenbach, la ‘pietra magnetica’ del Graal e le altre ‘pietre d’Oriente’ procedo a operare una integrazione del testo, come è accaduto per il precedente post, su cui ci si è soffermati su Cristina Campo e la sua opera in difesa del Tibet invaso nel 1959

Nella presente circostanza si farà un’integrazione a questa terza parte, sulla scorta di alcune riflessioni inerenti la relazione intercorrenti tra la pittura di Nikolaj Roerich, centrate sulla tematica di Shambala, e di Julius Evola “alpinista”, portate ben alla luce da un magistrale articolo dello scomparso saggista -e uomo di montagna – Renato del Ponte che si possono consultare nello scritto dal titolo “Ritorno a Shambala, J. Evola e il mistero della decadenza”, pubblicato nel volume terzo della Rivista Octagon del 2017 ,

Si fa notare del tutto schematicamente, visto che si pubblica un post, che l’interesse di Evola per Shambala/Agarthi (un articolo segnalato dal suindicato Del Ponte scritto da Gastone Ventura dal titolo Agarthi e Shambala, comparso nel trimestrale Vie della Tradizione del luglio dicembre 1971, chiarirebbe la controversia intorno a questa doppia denominazione indicante lo stesso ipotetico luogo), è legato alla circostanza che Evola era convinto che in Shambala fosse allocato uno dei residui centri iniziatici dalla “natura polare” ancora accessibili, almeno a certe severissime condizioni, e di ciò era tanto persuaso che scrisse a Mircea Eliade per chiedere consigli e informazioni su questa realtà, avendo maturato l’intenzione di trasferirsi nella regione himalayana sine die.

Ci sono vari passaggi degli scritti evoliani, evidentemente in maggior misura in quelli autobiografici, che mostrano l’interesse del “filosofo eretico” verso l’asceta buddista Milarepa riguardanti proprio l’esercizio della disciplina montana come possibile esperienza di illuminazione. Evola, quale “alpinista spirituale”, non poteva non specchiarsi, almeno in una certa misura, in Milarepa per la postura tantrico buddista del nostro filosofo condividendo peraltro con questi l’esperienza circa l’incontro con il “demone delle vette”.

La severa via ascetica indicata da Milarepa, produttrice di tante ineffabili gioie derivanti dalla liberazione da ogni fardello mondano d’ordine sensistico, fu quindi spontaneamente condivisa dall’Evola e ritenuta mezzo idoneo – e per questo consigliato – per sfuggire alle trappole tese nel Kali yuga, derivanti dalla rottura definitiva e fatale della “grande muraglia” protettiva, secondo la nota indicazione guénoniana circa “certi” accadimenti che manifestano i sintomi dell’approssimarsi della “fine dei tempi”.

Attraverso l’ascesi montana si giungerebbe a operare quella indispensabile riconnessione con l’”albero della vita”, quasi un secondo battesimo in spirito, coerentemente a quanto indicato da Cesare della Riviera nel “Mondo magico degli Heroi”, testo che Evola amava particolarmente.

La via di Shambala sarebbe, secondo il condiviso pensiero di Julius Evola e di Mircea Evola, era quindi ancora aperta nelle remote regioni himalayane, almeno ai tempi in cui i due “studiosi” scrivevano (ovvero prima dell’invasione del Tibet da parte di orde materialiste: la cosiddetta “catastrofe tibetana”), mentre oggi, verosimilmente, è sbarrata da serramenti che la chiudono ai vari livelli di realtà con cui può essa essere percepita.

Nicolaj Roerich, a detta di Evola, sembrava aver perfettamente “indossato”, nella sua congiunta qualità di artista e asceta, l’abito spirituale di Milarepa, traducendo in immagini evocative (come già segnalato nel corpo del nostro articolo apparso a puntate su Simmetria) lo spirito dei “Centomila Canti” dell’asceta e per questo non deve sorprendere l’espressione quasi enfatica con cui Evola commenta del di questi l’opera, utilizzando espressioni quali “dall’arte di Roerich viene un brivido di liberazione, della liberazione più vera”, la sintesi più efficace di quela unità di intenti che unisce l’arte pittorica di Roerich alle espressioni di Milarepa.

Alla morte di Evola, com’è noto, le sue ceneri sono state disperse tra le pendici del Monte Rosa in un luogo specifico alla data del 20 Agosto 1974. Si ricorda questo evento, cui fu dedicato un numero della Rivista Arktos, apparentemente estraneo alla tematica, per evidenziare un legame preciso con quanto finora raccontato. Ai piedi della parete denominata Lyscamm una locale leggenda alpina ricorda essere questo l’ingresso di un abitato meraviglioso conosciuto con il nome di Felix, ospitato in una meravigliosa valle piena di vita, sito ormai celatosi agli occhi dei mortali; è quindi evidente l’accostamento che Evola volle fare nel suo testamento tra questa “Shambala” alpina con l’omologa Shambala himalayana. Molto si potrebbe ancora aggiungere per rafforzare questa similitudine (si rimanda perciò al citato articolo di Renato del Ponte) ma l’essenziale è stato detto.

Nell’immagine (dipinto di Nicolaj Roerich dal titolo “L’esercito di Rigden Jyepo”, proposto da Renato del Ponte nel suo scritto: “Nella terra del Drago, note insolite di viaggio nella terra di Buthan”).

Nicolaj Roerich, che annota Del Ponte, “potrebbe” essere giunto di “persona” a Shambala, dipinge in questo quadro il Signore della Nuova Era di Shambala, il “Re del Mondo”, nel momento in cui questi sta allestendo un formidabile esercito destinato a combattere l’oscurità per reintrodurre il Dharma. Tanto persuasiva era apparsa la sua rappresentazione del “ritorno del re” che il governo mongolo ne intuì il significativo valore preconizzante e per questo costruì appositamente un altare in “omaggio” all’opera

In questo manufatto era contenuto un frammento di una pietra meteoritica che era stata dinasticamente trasmessa nei secoli e quindi passata di regnante in regnante e che, evidentemente, è similare alla chintamani (la pietra della “felicità”) della tradizione induista e buddista.

Non sfugga che il Buthan, governato tuttora da una monarchia, è in qualche modo un regno “fuori del tempo” (e denominato regno della felicità) in quanto, come evidenzia la sinossi del libro di Del Ponte, che l’ha visitato (e che qui si riproduce), conserva ( o conservava) come un insetto nell’ambra i suoi arcaici valori tradizionali.

Si legga quindi la predetta sinossi: “ll Regno del Bhutan o Druk-Yul (Terra del Drago) è forse l’unico paese al mondo in cui si è mantenuto uno stile di vita fedele ai ritmi della natura. Almeno sino ad ora. Così ritiene l’autore di questo libro, che ne ha percorso i sentieri lungo le pendici dell’Himalaya, tratteggiandone la storia e le sue straordinarie caratteristiche fisiche e naturalistiche. E proprio per le sue potenzialità di miracoloso equilibrio ambientale, scrupolosamente amministrate da una monarchia illuminata, l’Autore considera questo Paese una ‘riserva naturale dell’umanità’. Ma anche ‘riserva spirituale’, dal momento che in questo libro vengono suggeriti alcuni itinerari “mistici” legati ai grandi Maestri del Buddhismo Tantrico che col Bhutan hanno avuto un forte rapporto: da Padmasambhava a quel Pema Lingpa da cui deriverebbe la dinastia oggi regnante.”

Con l’occasione si ricorda che il predetto lavoro contiene una preziosa appendice ovvero un raro testo del III Panchen Lama (1775) che introduce all’affascinante mistero di Shambala, ricordando altresì che il testo suindicato è arricchito da una preziosa appendice, ovvero un raro scritto del III Panchen Lama (1775) che introduce all’affascinante mistero dell “Splendente”.

Parimenti è da ricordare che la preziosità del volume è accresciuta dalla presenza in allegato della tavola riproducente il dipinto che qui si presenta, acquarellata e ripiegata fuori testo, stampata su carta pregiata in una tiratura limitata e numerata”.

L’altra immagine l’ultima edizione del fortunate silloge di scritti evoliani dal titolo “Meditazioni sulle vette” dedicati alla montagna con in copertina un quadro di Roerich cui Evola dedicherà alcune ammirate pagine.

Infine la copertina di un altro testo “Montagne esoteriche” di Domenico Rudatis in cui il sottotitolo è migliore del titolo in quanto recita PRATICHE DI LIBERAZIONE NELL’ESPERIENZA ALPINISTICA. Qui si raccontano, in vari episodi inerenti il percorso verso la vetta, le dinamiche spirituali che possono coinvolgere l’arrampicatore quando questi è interiormente orientato.

SHAMBALA E MILAREPA
SHAMBALA E MILAREPA

IL BUDDHISMO ORIGINARIO

di Franco Giovi

Il buddhismo originario (e in ciò Evola non ha torto) fu prevalentemente dottrina di classi guerriere: l’ascesi richiede un animo kshatriya (forse che ora sia del tutto diverso?).

Il Buddha storico fu di stirpe regale e anche il grande Bodhidharma, secondo le leggende, fu di stirpe regale: giunto in Cina, insieme agli insegnamenti del Buddha insegnò pure a combattere a mani nude.

Inoltre è noto che la “retta condotta” non venne considerata come una morale autonoma, ma uno stadio preparatorio che si abbandona “come una zattera” lungo una via che supera le antitesi di “bene” e “male”.

E, ritornando alla specifica ascesi, valeva il detto zen: «Quando esci di casa dimentica moglie e figli, quando impugni la spada dimentica il corpo».

IL BUDDHISMO ORIGINARIO
IL BUDDHISMO ORIGINARIO

Gaza: Hamas controlla l’85% del territorio

a cura della Redazione

Riportiamo un estratto di un articolo pubblicato dal quotidiano israeliano Maariv: attualmente Hamacontrolla l’85% delle aree popolate della Striscia di Gaza. Migliaia di militanti sono dispiegati in tutta la Striscia, giustiziando pubblicamente collaboratori di Israele e utilizzando mezzi di ingegneria pesante. Hamas ha sequestrato decine di pick-up e ingenti quantità di armi e munizioni che Israele aveva fornito ai mercenari che avrebbero dovuto sfidare la Resistenza.

Provate a ricordare come tutti, tra cui l’ex Capo di Stato Maggiore Herzi Halevi, abbiano implorato Netanyahu e il suo governo folle di pianificare il futuro, di cercare di istituire un sistema alternativo ad Hamas e di ideare un meccanismo per sostituirlo.

Dal loro punto di vista, il “giorno dopo”, i “quartieri di polizia” di Ben-Gvir saranno costruiti a Gaza, ci sarà una lussuosa Riviera, gli insediamenti di Gush Katif saranno ricostruiti e gli abitanti di Gaza navigheranno verso l’alba di una nuova catastrofe da qualche parte in Africa, mentre Israele stabilirà un glorioso governo militare a Gaza.

Tratto da: Il Faro sul Mondo

Gaza: Hamas controlla l’85% del territorio
Gaza: Hamas controlla l’85% del territorio

Israele ha distrutto la presenza cristiana in Palestina

di Fabio Piemonte

21-10-2025

È il 29 agosto 2023 quando a Igor Colombo viene diagnosticata una grave forma di cancro partito dal colon e con metastasi a fegato, milza e polmoni. Tale infausta «diagnosi viene confermata dall’esame istologico con cappa al quarto stadio. Dopo tante settimane di degenza ospedaliera, in cui i medici del reparto di Oncologia di Lamezia Terme le tentarono tutte, subentrarono gravi complicazioni e la situazione in quella fine estate precipitò». Racconta così a Pro Vita & Famiglia lo scrittore calabrese la sua vicenda personale, e in particolare la dolorosa fase della malattia e ci tiene a farlo – come egli stesso dichiara – per  testimoniare con forza come la vita sia sempre degna di essere vissuta, anche nelle sofferenze più acute. Una testimonianza che ci tiene a portare all’attenzione dell’opinione pubblicata proprio nel corso del dibattito parlamentare su un’eventuale legge sul suicidio medicalmente assistito, che tra l’altro è anche l’oggetto di una petizione popolare lanciata dalla onlus e che ha già raccolto quasi 30.000 firme

La malattia di Igor

«Il cancro avanzava dentro me e i medici potevano solo cercare di attenuare le mie sofferenze con morfina, ma neppure quella bastava per i forti dolori che accusavo in alcuni momenti della giornata. Ossigeno, trasfusioni di sangue, alimentazione artificiale, mi prospettavano non più di due settimane di vita. In quel periodo ho pensato solo due volte alla morte e ho pregato Dio affinché mi venisse a prendere per evitarmi quelle sofferenze. Ma quelli erano i momenti più intensi, dove la sofferenza ti faceva perdere la lucidità. In realtà pensavo a uscire di lì, guardavo fuori dalla finestra e desideravo passeggiare, incontrare e abbracciare amici, stare con mia mamma a bere un caffè in un bar», confessa con franchezza rispetto ai dolori atroci patiti. «La voglia di vivere sta alla base di tutto ma non possiamo dare lezioni a chicchessia, specie alle persone che soffrono più di quanto abbia sofferto io. Oggi combatto e non nascondo che spesso mi vengano pensieri cattivi per cui mi dico: “Se le terapie che sto facendo venissero bucate dal cancro, altre più forti non potrei più sopportarle”, e conseguentemente penso: “Potrei lasciarmi andare e finalmente finire con la sofferenza e i momenti di ansia e paura”. Però in quel momento mi rendo conto di non essere abbastanza lucido», ci tiene a specificare.

Una legge sul fine vita?

A questo punto, riflettendo sul dibattito sul suicidio medicalmente assistito attualmente in discussione in Parlamento, si chiede: «Se un giorno in mancanza di lucidità, dovessi pensare allo Stato, che consente di uccidermi ‘dolcemente’, reagirei subito allo stesso modo come sto facendo da due anni? Cosa ne sarebbe degli altri pazienti che non hanno la stessa reazione; che magari non trovano forza, stimoli e motivazioni per continuare a vivere e combattere, anche se in fondo al loro cuore lo vorrebbero, ma non trovano la forza? Ecco che allora lo Stato ti consente di farla finita». Nel solco della sua visione politica, filosofica e religiosa, Colombo afferma senza mezzi termini che «uno Stato dovrebbe sempre legiferare per la vita, non per la morte. L’inganno – spiega – è che quando pensi a certe brutte cose non sei mai lucido e guardi alla vita come una morte vivente, esattamente come i vampiri nel romanzo Dracula di Bram Stoker. Ecco perché il governo Meloni non dovrebbe ingannare prima di tutto gli elettori e poi se stesso». 

I dati: dove c’è una legge c’è la morte

Lo stesso Igor cita dati e statistiche che parlano chiaro: lì dove sono state approvate tali leggi, i casi di suicidio sono aumentanti vertiginosamente fino ad arrivare ai 60mila del Canada, compresi molti addirittura per forme depressive che con le terapie di oggi si curano benissimo. «La morte – racconta sempre Colombo – è qualcosa che esiste. Dobbiamo solo comprendere che la vita è un passaggio terreno che prima o poi finirà. Avere paura è lecito. Purtroppo questa società moderna borderline da un lato ti facilità la morte, dall’altro invece l’annulla come se fosse qualcosa che non riguarda mai te ma sempre gli altri. Ecco perché amo l’uomo medievale, il quale sapeva vivere sereno consapevole che la vita è un passaggio e dopo arriva il ‘conto’, l’incontro con Dio e quando qualcuno di noi lascia questo mondo dobbiamo smetterla di dire “Ciao” e dire piuttosto “A Dio” perché è da Dio che ci si rincontrerà».

L’appello

Si auspica, quindi, che una testimonianza così forte ma soprattutto così diretta – che arriva, appunto, direttamente da chi dal cosiddetto “fine vita” viene chiamato in causa – sia un campanello d’allarme e allo stesso tempo un appello a chi oggi governa, decide e amministra. In special modo, ovviamente, a quella maggioranza di centrodestra in Parlamento che ormai da settimane parla di una legge sul suicidio medicalmente assistito quasi presentandola come una sorta di “male minore”. Ma, appunto, come dimostrano le parole e la stessa storia di Igor, non c’è mai un male minore quando uno Stato vuole legiferare sulla morte e non sulla vita.

Tratto da: PRO VITA & FAMIGLIA

Igor Colombo: «Da malato oncologico dico che uno Stato non dovrebbe mai legiferare per la morte»
Igor Colombo: «Da malato oncologico dico che uno Stato non dovrebbe mai legiferare per la morte»

Israele ha distrutto la presenza cristiana in Palestina

a cura della Redazione

21-10-2025

L’Alto Comitato presidenziale per gli affari ecclesiastici in Palestina ha dichiarato che il regime di Israele ha distrutto la presenza cristiana in Palestina.

In seguito all’attacco genocida del regime israeliano a Gaza, il Comitato ha riferito che sono state attaccate numerose chiese e istituzioni cristiane, tra cui la chiesa di San Porfirio, la chiesa della Sacra Famiglia, l’ospedale battista e il centro culturale e sociale ortodosso. Ha confermato che dall’inizio del genocidio sono stati uccisi 44 cristiani, alcuni a causa di attacchi diretti del regime israeliano, altri a causa del peggioramento delle condizioni umanitarie.

Il Comitato ha inoltre evidenziato i ripetuti attacchi dei coloni al villaggio cristiano di Taybeh nella Cisgiordania occupata, il congelamento dei conti bancari appartenenti al Patriarcato ortodosso di Gerusalemme, l’imposizione di pesanti tasse alle chiese e il sequestro delle proprietà della Chiesa armena, tutti in violazione degli accordi di status quo di lunga data.

La dichiarazione sottolinea che i cristiani subiscono quotidianamente molestie, tra cui sputi, aggressioni fisiche e profanazioni di chiese e cimiteri. Inoltre, la libertà di movimento è fortemente limitata dai posti di blocco e dal muro di separazione, che spesso impediscono ai cristiani di praticare la propria fede o di celebrare eventi religiosi come la Pasqua. Ha anche richiamato l’attenzione sull’assedio di Betlemme, il luogo di nascita di Gesù, ora circondato da oltre 150 posti di blocco, insediamenti e tratti del muro di separazione. La superficie della città è stata ridotta da 37 chilometri quadrati a soli 7,3. Il Comitato ha avvertito che il piano di insediamento israeliano, noto come “E1”, isolerebbe ulteriormente Gerusalemme dai suoi dintorni palestinesi e rafforzerebbe l’assedio di Betlemme.

Prima della Nakba del 1948, i cristiani palestinesi costituivano circa il 12,5% della popolazione nella Palestina storica. Oggi rappresentano solo l’1,2% e appena l’1% nei territori occupati nel 1967.

Israele ha sistematicamente smantellato la presenza cristiana in Terra Santa

Si conclude affermando che il regime israeliano, e non nessun altro, ha sistematicamente smantellato la presenza cristiana in Terra Santa. “Le bugie del Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu non possono cancellare la storia o la realtà dei palestinesi che vivono sotto occupazione”, si legge nella dichiarazione.

Il Comitato ha rilasciato una dichiarazione accompagnata da una foto di un carro armato israeliano fuori dalla Chiesa della Natività durante l’invasione della Cisgiordania del 2002, sottolineando che le politiche coloniali del regime israeliano, tra cui la pulizia etnica, l’apartheid e gli atti di genocidio, hanno portato alla distruzione della vita cristiana in Palestina.

Secondo il Comitato, 90mila cristiani palestinesi furono sfollati durante la Nakba e circa 30 chiese furono costrette a chiudere. Le milizie sioniste perpetrarono anche massacri contro civili cristiani, tra cui l’uccisione di 25 persone all’Hotel Semiramis di Gerusalemme e l’esecuzione di altre 12 nel villaggio di Eilabun, vicino a Nazareth, nel 1948.

La dichiarazione ha anche ricordato i villaggi cristiani di Iqrit e Kafr Bir’im nell’Alta Galilea occupata, dove ai residenti è stato impedito di tornare nonostante le sentenze dei tribunali a loro favore. Nel 1953, le forze di occupazione israeliane demolirono i villaggi per impedirne il ritorno. Oggi, solo le chiese e i cimiteri rimangono a testimonianza dello sfollamento forzato.

Il Comitato ha invitato la comunità internazionale a ritenere Israele responsabile secondo il diritto internazionale, ha esortato le chiese di tutto il mondo a parlare in difesa dei loro fratelli cristiani in Terra Santa e ha chiesto alle Nazioni Unite di proteggere la libertà di culto e la presenza cristiana in Palestina.

Tratto da: Il Faro sul Mondo

Israele ha distrutto la presenza cristiana in Palestina
Israele ha distrutto la presenza cristiana in Palestina

PUDICIZIA E PROMISCUITA’

a cura di Giuseppe Aiello

Solo l’Islam è così “permaloso” e restrittivo oppure è un principio di tutte le civiltà tradizionali?

INDUISMO

Nella tradizione vedico-brahmanica l’ordine sociale e morale è basato sul dharma, che regola anche i rapporti sessuali e familiari.

Separazione dei sessi e modestia:

Nel Manusmṛti (II.215, IX.13-14) si raccomanda che le donne non si mostrino liberamente a uomini estranei e non frequentino luoghi dove ci siano uomini soli. La castità femminile è considerata fondamentale per il dharma familiare (strīdharma).

Promiscuità condannata:

Rapporti extraconiugali o prematrimoniali sono considerati adharma (contrari alla legge divina). In particolare, Manusmṛti VIII.356-359 prescrive punizioni severe per l’adulterio.

Ragioni spirituali e sociali:

Il controllo dei desideri sessuali (kāma) è parte del cammino verso la purezza interiore e la liberazione (mokṣa).

La sessualità è accettata nel matrimonio, ma con regole precise e in contesti ritualizzati.

In sintesi, nella tradizione indù classica vi è una netta distinzione tra uomini e donne non sposati, e il contatto libero o la promiscuità sono visti come pericoli morali e spirituali.

Fonti: Dharmashastra, Manusmṛti, Mahabharata, Purana

Manusmṛti (Leggi di Manu)

Protezione e separazione della donna

“La donna deve essere protetta dal padre nella giovinezza, dal marito dopo il matrimonio, e dal figlio nella vecchiaia; non deve mai essere indipendente.”

— Manusmṛti IX.3 (माता रक्षति कौमारे…)

Condanna dell’adulterio e della promiscuità

“L’uomo che si unisce con una donna altrui, sia essa sposata o promessa, deve essere punito secondo la legge.”

— Manusmṛti VIII.356-357

Modestia e controllo del desiderio

“L’uomo saggio deve controllare i propri sensi come un cocchiere controlla i cavalli indocili; poiché il desiderio, se lasciato libero, trascina l’uomo alla rovina.”

— Manusmṛti II.88

Mahābhārata (Shanti Parva)

“La donna casta, che serve il marito e custodisce la propria purezza, conquista il cielo; ma quella che desidera altri uomini cade nell’abisso.”

— Mahābhārata, XII.144.45

La PROMISCUITA’ è vista come adharma, un disordine contro la legge cosmica; la purezza sessuale è virtù spirituale e sociale.

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ANTICA ROMA

La società romana classica (prima della decadenza imperiale) aveva una morale fortemente centrata sulla castitas e sul pudor.

Leggi sulla morale sessuale:

La Lex Julia de adulteriis coercendis (18 a.C., di Augusto) puniva l’adulterio e promuoveva il matrimonio legittimo per motivi morali e demografici.

Le donne rispettabili dovevano evitare ogni contatto sospetto con uomini non parenti.

Ruolo della donna e promiscuità:

La matrona romana viveva sotto l’autorità del pater familias e la sua reputazione era strettamente legata alla modestia e alla riservatezza.

In pubblico, l’eccessiva libertà o la frequentazione di uomini estranei era segno di disonore.

Ideali di pudicitia e modestia:

Questi valori erano celebrati come virtù cardinali femminili; il termine pudicitia è spesso associato a divinità tutelari (es. il tempio della Pudicitia).

Cicerone (De Officiis I, 130) lega la decenza e il rispetto delle convenzioni sessuali all’ordine sociale.

Anche a Roma, dunque, la PROMISCUITA’ era vista come minaccia alla moralità e alla stabilità familiare, e vi erano norme giuridiche e religiose contro la libera mescolanza dei sessi.

Fonti: Leges XII Tabularum, Mos maiorum, autori latini (Cicerone, Livio, Ovidio)

Leges XII Tabularum (V sec. a.C.)

“Se una donna è colta in adulterio, può essere uccisa dal marito con giusta causa.”

— Lex Duodecim Tabularum, Tab. VI (fr. 10 Mommsen)

Livio – Ab Urbe Condita

“Il pudore e la castità delle matrone romane furono la forza della città; mai esse si mostrarono in pubblico se non per il culto degli dèi.”

— Livio, I, 57

Cicerone – De Officiis

“Nessuna cosa è più disonorevole per una donna che la perdita della pudicizia; poiché essa è il fondamento della dignità e dell’ordine domestico.”

— Cicerone, De Officiis I, 130

Lex Julia de adulteriis coercendis (18 a.C.)

Stabiliva la pena per chi intratteneva rapporti adulterini e imponeva ai cittadini di sposarsi entro certe età, come segno di moralità pubblica.

(Testo frammentario in Digesto 48.5)

La morale romana è civica e religiosa insieme — la pudicitia e il pudor sono virtù sociali; la promiscuità è percepita come minaccia all’ordine pubblico.

ANTICA GRECIA

La Grecia antica aveva un sistema diverso ma ugualmente patriarcale e regolato.

Segregazione delle donne rispettabili:

Le donne ateniesi di buona famiglia vivevano in gran parte ritirate nella casa (gynaeceum). Non frequentavano simposi o banchetti maschili, salvo le etère (donne colte, ma considerate al di fuori delle convenzioni morali).

Aristotele (in Politica, I, 1259b) parla della donna come parte dell’oikos (famiglia), sotto la tutela del marito o del padre.

Promiscuità sociale malvista:

Le relazioni extraconiugali erano fonte di vergogna e di reati (l’adulterio era punibile anche con la morte o la confisca dei beni).

Solone e le leggi ateniesi regolavano anche la frequentazione delle donne, distinguendo tra concubine, etère e mogli legittime.

Eccezioni rituali o filosofiche:

In alcuni culti misterici (come quelli dionisiaci) o in certe scuole filosofiche (ad es. i Cinici), si trovano forme di libertà sessuale, ma erano minoritarie o provocatorie.

Quindi anche in Grecia, pur con una cultura diversa, vi era una rigida distinzione pubblica tra uomini e donne rispettabili, e la promiscuità era moralmente censurata.

Fonti: Platone, Aristotele, tragediografi, storici

Platone – Leggi (Libro VI)

“Il contatto tra uomini e donne deve avvenire solo nei limiti della legge matrimoniale; ogni unione fuori di essa deve essere ritenuta ingiusta e empia.”

— Platone, Leggi VI, 775b

Aristotele – Politica

“La donna deve essere governata dall’uomo, come l’anima governa il corpo; la sua virtù è quella dell’obbedienza e della modestia.”

— Aristotele, Politica I, 1259b

Lisia – Contro Eratostene

(testimonianza sulla separazione domestica)

“Le nostre donne vivevano dentro la casa, non erano viste da estranei. Quando uscivano, erano accompagnate da una serva.”

— Lisia, Or. 12, 19

Nella Grecia classica, la donna “rispettabile” era separata dalla vita pubblica; la promiscuità era associata solo alle etère (donne non sposate o di ceto libero), ma non accettata come norma sociale.

PUDICIZIA E PROMISCUITA'
PUDICIZIA E PROMISCUITA’