Nella prospettiva esoterica islamica — in particolare in Ibn ʿArabī, Rūmī, ʿAyn al-Quḍāt, al-Ḥallāj — non esiste una vera competizione tra l’amore umano e l’amore divino, perché ogni amore autentico è, in fondo, un riflesso dell’amore di Dio per Se stesso.
“Amavo essere conosciuto, perciò ho creato il mondo.”
— ḥadīth qudsī
Questo detto, centrale nell’esoterismo islaimico, fa dell’amore l’origine della creazione.
Così, quando un uomo ama una donna (o viceversa), ciò che realmente ama in lei è la bellezza divina manifestata nella forma.
Per Ibn ʿArabī, ogni bellezza percepita è tajallī, una epifania di Dio nel sensibile. Per questo egli scrive nei Futūḥāt al-Makkiyya:
“L’amore di Dio non è altro che l’amore dell’uomo, poiché non vi è altro amato che Dio.”
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La tensione apparente: quando gli amori sembrano competere
A livello etico o spirituale iniziale, gli amori possono entrare in conflitto: l’amore umano può distrarre dal Ricordo (dhikr) e rendere l’anima schiava della forma.
I sufi chiamano questa fase hijāb (velo).
Ma quando l’amante purifica la sua visione, scopre che l’amato umano è un “velo trasparente”: attraverso di lui, si ama Dio.
È la famosa trasformazione dell’ʿishq majāzī (“amore metaforico”) in ʿishq ḥaqīqī (“amore reale”).
“Ogni amore che non conduce a Dio non è amore, ma gioco.”
Abū Ṭālib al-Makkī (m. 996) collega la pazienza nei confronti degli altri alla virtù dell’umiltà, richiamando l’attenzione sui mukhbitīn, coloro che il Corano loda quando dice:
“E dà la lieta novella agli umili (al-mukhbitīn).”
L’eccellenza del loro rango deriva in parte dal fatto che essi non cercano né vendetta né compensazione contro coloro che fanno loro torto, pur avendone il diritto. Essi sono gente di faḍl (grazia), e non di ʿadl (giustizia), sostiene al-Makkī, poiché seguono la via preferita del perdono descritta da Dio quando dice:
“E se punite, punite con la stessa misura con cui siete stati puniti; ma se sopportate con pazienza, ciò è meglio per voi.” (Corano 16:126)
Di coloro che si trovano in questa stazione, il maqām al-mukhbitīn, al-Makkī afferma:
“Si è detto di loro: sono coloro che non fanno torto ad altri, e se subiscono un torto, non cercano vendetta.”
In molte delle meditazioni sufi sulla pazienza e sulla sopportazione di fronte all’aggressività umana, troviamo un equivalente islamico della virtù cristiana del “porgere l’altra guancia”.
RELAZIONE CON CHI CONSUMA BEVANDE ALCOLICHE IN PRESENZA
I musulmani che vivono in società occidentali, a prescindere che siano convertiti o meno, quasi quotidianamente devono gestire situazioni e relazioni in cui è presente il consumo di bevande alcoliche.
A prescindere dal comportamento che ogni credente decide di assumere secondo la propria coscienza, quali sono le direttive formali e ufficiali delle scuole giuridiche islamiche al riguardo, a cui si può fare riferimento?
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PRINCIPIO DI BASE NELL’ISLAM
Nel Corano, il vino e le bevande alcoliche (khamr) sono chiaramente vietate:
“O voi che credete! In verità, il vino, il gioco d’azzardo, le pietre idolatriche e le frecce divinatorie sono un’abominazione, opere di Satana. Evitateli, affinché possiate prosperare.”
(Sura 5, al-Mā’ida, 90)
Da qui deriva non solo il divieto di bere, ma anche di partecipare o approvare ciò che è vietato.
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NELLE SCUOLE SUNNITE
1. Scuola Hanafi
Bevanda: harām (proibita).
Stare con chi beve:
Se l’individuo è presente solo per compagnia o lavoro e non approva né partecipa, è makrūh (fortemente sconsigliato).
Se invece resta volontariamente e partecipa alla convivialità come se approvasse, è harām, perché implica approvazione tacita del peccato (ridhā bi-l-ma‘ṣiya).
Basano questa opinione su un hadith:
“Chiunque crede in Allah e nell’Ultimo Giorno non si sieda a una tavola dove si serve vino.”
(Riportato da al-Tirmidhī, 2801)
2. Scuola Maliki
Considera il sedersi con chi beve come illecito (harām) se si partecipa alla stessa tavola o ambiente di consumo, anche senza bere.
Se si trova nello stesso luogo per necessità (ad esempio, un ristorante per lavoro) e si evita ogni approvazione, può essere permesso ma sconsigliato (makrūh).
3. Scuola Shafi‘i
Essere nella stessa stanza o tavolo dove viene consumato alcol non è lecito, anche se non si beve.
Tuttavia, se si è costretti o non si ha controllo sulla situazione (ad esempio, in un viaggio o contesto lavorativo), si consiglia di allontanarsi appena possibile.
4. Scuola Hanbali
Molto rigida: harām sedersi a una tavola dove si serve o si consuma alcol, anche se si beve solo acqua.
Il principio è quello di non condividere né apparentemente approvare un atto vietato.
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NELLA SCUOLA SCIITA (Ja‘farita / Imamita)
Basandosi su hadith dagli Imam della Famiglia del Profeta (Ahl al-Bayt), la posizione è analoga, se non più restrittiva.
È vietato (harām):
Bere o servire alcol.
Sedersi alla stessa tavola o ambiente dove si consuma alcol, se ciò implica partecipazione o approvazione implicita.
Eccezioni:
Se la persona è costretta, o la presenza è necessaria (per motivi di lavoro, parentela, diplomazia, ecc.), e non c’è intenzione di approvazione né partecipazione → può essere makrūh (sconsigliato), ma non peccato.
a cura di Associazione Internazionale SOL COSMICUS
“Se la mistica cristiana e il suo obiettivo, l’estasi, sono il contatto dell’uomo con Dio attraverso un salto dalla natura umana alla natura divina, la mistica nazionale non è altro che il contatto dell’uomo e delle folle con l’anima della propria razza attraverso il salto che queste forze compiono dal mondo degli interessi personali e materiali al mondo esteriore della razza. Non attraverso la mente, poiché questo può farlo chiunque, ma vivendo con la propria anima.”
Videoconferenza del canale YouTube LA NUOVA OCCIDENTALE, trasmessa online in live streaming il giorno 12 Ottobre 2025.
Queste sono le piazze dell’egemonia della nuova sinistra woke e post-marxista, un’egemonia che sarebbe quantomeno ingenuo provare a cambiare, ma che va solamente combattuta e sostituita da una proposta alternativa. Buona visione!
Ti ci devi trovare dentro fino al collo, in una situazione difficile, per capire se forte lo sei davvero. Fino a quando non ti sentirai che ti manca il terreno sotto ai piedi, che puoi uscirne soltanto da solo e che nessuno può farlo al posto tuo, resterai sempre un debole. Ogni volta che ce l’ avrai fatta senza mollare, sarai più grande. Se non si superano dei limiti, non ci si rafforza con la teoria. È la legge della natura. Ogni limite superato, un grado di potenza acquisito.
Molti sono gli autori del Novecento e della contemporaneità che il vostro scrivano considera maestri, da Ortega y Gasset a Alain de Benoist e Guillaume Faye, sino a Gottfried Benn, Konrad Lorenz, Marcello Veneziani, Giano Accame, Roger Scruton, Franco Cardini, Jorge Luis Borges, Ezra Pound, Thomas S. Eliot, Simone Weil, santa Edith Stein, C.S. Lewis, Julius Evola e René Guénon. Un elenco incompleto di soggetti diversissimi tra loro, uniti dal disagio nei confronti della modernità. L’intellettuale che sento più vicino, il Maestro prediletto, è tuttavia il colombiano Nicolàs Gòmez Dàvila (1913-1994), appartato, coltissimo, impregnato di cultura europea, probabilmente l’ultimo grande reazionario. Non nel senso della sterile nostalgia per un passato idealizzato – in gran parte mai esistito – ma come rivolta, ribellione interiore ai mali, alle follie, alle panzane del tempo in nome di un ideale morale e spirituale più elevato. Figlio dell’alta borghesia creola di Bogotà, cattolico, fu sodale di due grandi connazionali, il romanziere Alvaro Mutis, creatore del personaggio di Maqroll il gabbiere, e di Gabriel Garcìa Màrquez, autore di Cent’anni di solitudine. Questi disse una volta che, se non fosse stato comunista, avrebbe pensato esattamente come Dàvila, Colacho per gli amici.
Circondato da una sterminata biblioteca, fu uno straordinario osservatore dei fatti e degli uomini, ai quali dedicava scritti brevissimi, fulminanti, gli “scolii”, nell’antichità brevi annotazioni di eruditi in margine a testi classici, insieme commenti, esegesi, chiarificazione dello scritto principale. Gli scolii daviliani sono aforismi brillanti, penetranti, virtuosismi di chiarezza e concisione, prove d’arte nel cesello delle parole, raccolti da Mutis in vari volumi dal titolo In margine a un testo implicito. Quel testo è per Dàvila il dipanarsi della modernità e della postmodernità, lo spettacolo sgradito di una decadenza vista con occhi scettici. Disingannato dagli uomini ma fermamente radicato nella fede nel Dio cristiano, resta ciononostante poco amato dal cattolicesimo tradizionale, forse perché affermò di essere un pagano che crede in Cristo.
Implicita ma chiarissima è l’antropologia politica antimoderna del suo orizzonte ideale. Gli scolii daviliani sono redatti in uno spagnolo elegantissimo, un piacere dell’anima per chi conosce la lingua di Cervantes; rappresentano, per la varietà dei temi, la penetrante forza dei giudizi e la prodigiosa concisione, un vero breviario antimoderno di grande fascino. In ogni riga traspare una cultura amplissima, polimorfa e poliglotta. In tarda età Colacho prese a studiare il danese per leggere Kierkegaard in lingua originale, mentre fu sempre affascinato da Dante, di cui era profondo conoscitore, studiato e meditato nella nostra lingua. Gómez Dávila gode ormai di un prestigio e di un’influenza crescenti. Sin dal principio ci sfida alla riflessione e alla scoperta. I suoi scolii sono commenti su innumerevoli temi e molti pensatori, scrittori, artisti e poeti, raramente citati in modo esplicito, piuttosto evocati come inviti al lettore.
Il suo testo implicito non è per tutti, è una proposta – implicita anch’essa – di riflessione rivolta a chi ha un certo tipo di visione del mondo. Per questo il presente elaborato, più che un tributo a Colacho, è un riassunto di ciò che pensa chi lo ha scritto, attraverso l’itinerario esplicito, insistente del suo pensiero, il cui fulcro è il viaggio interiore attorno all’idea di aristocrazia. Non di sangue, ma dello spirito e dell’intelletto. Con riluttanza, persino con pudore lo confessa egli stesso: “nessuna specie politica mi seduce quanto quegli aristocratici liberali, il cui acuto senso di libertà non deriva da oscure aspirazioni democratiche, ma dalla coscienza inalterabile della dignità individuale e dalla lucida nozione dei doveri di una classe dirigente. Tocqueville è il loro più nobile rappresentante. Le distanze tra nazioni, classi sociali, culture, razze sono poca cosa: l’abisso corre tra la mente plebea e la mente patrizia. “Il polemista cattolico Léon Bloy sosteneva che una volta identificata la parola più ripetuta in un’opera letteraria, si ha la chiave per scoprirne la ragion d’essere.
Il campo semantico preferito di Gómez Dávila è aristocrazia. Applica l’aggettivo nobile – senza preoccuparsi di essere ripetitivo – a tutto ciò che ha valore, e plebeo a tutto ciò che va rigettato. Usa il contrasto onore-disonore per emettere granitiche sentenze e per ragionare su Dio: “Ogni fine diverso da Dio ci disonora.” C’è in questo anche una ragione biografica legata al suo status sociale, oltreché un’antica eredita ispanica. “L’abbigliamento formale è il primo passo verso la civiltà”; oppure “nessuno ha bisogno di vantarsi della propria condizione modesta. Di solito è ovvia”. Ma non è superbia di casta o albagia di chi è nato ricco: “per più di un secolo, non è esistita una classe alta. Solo un settore più pretenzioso della classe media”. Non si tratta di un adorno letterario o di un residuo di classismo, ma di un approccio profondo, completo e implicitamente sistematico. Come l’incrollabile amore per il Medioevo, curioso per un colombiano, il cui paese ha saltato il Medioevo ed è entrato nella storia occidentale dopo la conquista spagnola, in pieno Rinascimento.
È la prova che Gómez Dávila difende un Medioevo dello spirito: “paragonato a una chiesa romanica, tutto il resto, senza eccezione, è più o meno plebeo”. Prende posizione netta di fronte alla storia: “Tre tipi di etica sono in competizione nella storia: l’etica democratica dell’utilità sociale, l’etica liberale della buona volontà individuale, l’etica aristocratica della qualità personale”. Lo stesso vale per la letteratura. “A Omero, poeta dell’aristocrazia ionica, e a Dante, poeta dell’ordo medievale, dobbiamo aggiungere Shakespeare, poeta del feudalesimo (secondo Morley). La reazione non sta male, quanto a poeti.” E per la religione: “L’eternità è lo stato cristallino delle nostre nobili emozioni fugaci e brevi.”
Non si tratta di vezzi stilistici o semantici. La nobiltà dello spirito è l’idea che articola tutta la sua visione. “Il vero aristocratico è colui che ha una vita interiore, indipendentemente da origine, rango o fortuna”. Idea che permette di comprendere questo scolio: “L’aristocratico supremo non è il signore feudale nel suo castello, ma il monaco contemplativo nella sua cella”. Al monaco si unisce il lettore consapevole: “La genealogia importante è quella degli antenati intellettuali che adottiamo sforzandoci di essere adottati”. La concezione di aristocrazia daviliana trascende le categorie sociologiche tradizionali per collocarsi nel regno dello spirito e, quindi, dell’esigenza: “Pochi nascono nobili, ma ancora molti di meno muoiono nobili”.
Pensatore perspicace, non si accontenta delle dimensioni più eteree dell’idea. Le sue radici furono quelle del giurista e del filosofo del diritto. Quando si coglie il significato del suo pensiero, si comprende la rivendicazione dell’obbligo intimo del privilegio che diventa dovere. Noblesse oblige, ossia vincola a comportamenti elevati. “Nobile è la persona capace di non fare tutto ciò che potrebbe”. Netto è il rifiuto parallelo del positivismo e dello statalismo: “la legge è l’embrione del terrore”. La conclusione è: “dove si ritiene che il legislatore non sia onnipotente, l’eredità medievale persiste”, avvertendo che “il diritto diventa facilmente semplice arma politica laddove non è consuetudinario”. Gómez Dávila percepisce la modernità come un processo di degenerazione che ha spogliato l’uomo della sua intrinseca nobiltà in cambio di specchi e paccottiglia. “Le dottrine politiche moderne nascondono ideologie compiacenti. L’ultima idea politica fu il Sacro Romano Impero”. Nonostante il suo apparente pessimismo, indica la via della rigenerazione attraverso l’aristocrazia autentica di una vita interiore incorruttibile. La somma dei suoi scolii ci consegna un trattato sulla cavalleria per il XXI secolo. L’intelligenza è per Dàvila spontaneamente aristocratica, perché è la facoltà di distinguere le differenze e stabilire i ranghi.
Nella sua concezione dell’uomo contrappone un palese sarcasmo nei confronti della presunta razionalità come tratto comune della nostra specie alla ferma pretesa, assunta con piena consapevolezza e volontà, di appartenere a una aristocrazia speciale, quella dell’intelligenza. Arrivò ad affermare che quell’ aristocrazia è nientemeno che una patria. Citiamo di seguito, senza commenti – sarebbero scolii scadenti, pessime imitazioni degli originali – alcuni aforismi daviliani, tra quelli che abbiamo sottolineato e annotato in molteplici letture:
Cambiano meno gli uomini le idee che le idee i loro travestimenti. Nel corso dei secoli dialogano le stesse voci.
Il volume di applausi non misura il valore di un’idea. La teoria dominante può essere una pomposa stupidaggine. Ma tale osservazione, invero ordinaria, di solito sfugge allo spettatore intimidito.
Una moltitudine omogenea non reclama libertà. La società gerarchizzata non solo è l’unica in cui l’uomo può essere libero, ma anche l’unica in cui gli preme esserlo.
La lealtà è la musica più nobile della terra.
Non conosco peccato che non sia, per l’anima nobile, la sua stessa punizione.
Chi sconfigge una nobile causa è il vero sconfitto.
Per smascherare uno stolto, non c’è reagente migliore della parola: medievale. Vede subito rosso.
Il progresso si riduce in ultima analisi a derubare l’uomo di ciò che lo nobilita, per vendergli a buon mercato ciò che lo degrada.
Anche se la disuguaglianza non fosse inevitabile, dovremmo preferirla all’uguaglianza per amore della policromia. –
In epoca aristocratica, ciò che ha valore non ha prezzo; in epoca democratica, ciò che non ha prezzo non ha valore.
La lotta contro il disordine è più nobile dell’ordine stesso.
La falsa eleganza è preferibile alla volgarità assoluta. Chi vive in un palazzo immaginario esige di più da sé stesso di chi ozia in una baracca.
La pletora di leggi è un’indicazione che nessuno sa più comandare con intelligenza. O che nessuno sa più obbedire liberamente.
Qualsiasi cosa che sconvolge una tradizione ci costringe a ricominciare da capo. E ogni origine è sanguinosa.
Rifiutarsi di ammirare è il marchio della Bestia.
Nobile non è chi crede di avere inferiori, ma chi sa avere superiori.
La disuguaglianza è l’esperienza dell’anima ben nata.
Citare la bellezza di qualcosa in sua difesa irrita l’anima plebea.
L’ammirazione è il vassallaggio dello spirito. L’invidia è l’ignobile sostituto democratico dell’omaggio.
Il triangolo villaggio, castello, monastero, non è una miniatura medievale. Ma un paradigma eterno.
Pochi notano l’unica distrazione che non stanca: cercare di essere un po’ meno ignoranti, un po’ meno brutali, un po’ meno vili anno dopo anno.
In tutte le Civiltà Tradizionali – da Roma Antica alla’India, all’Islam appunto – fondate su una visione sacra e trascendente dell’essere umano e del mondo, la scelta del coniuge risponde a criteri diversi rispetto alla mera passione, attrazione fisica, amore sentimentale o ricchezza materiale, che caratterizzano le relazioni di oggi.
CRITERI PER SCEGLIERE UNA MOGLIE
Secondo le fonti sunnite
a. Dal Corano
* **Fede e virtù morale:**
> “Non sposate le donne politeiste finché non credano; una schiava credente è migliore di una politeista, anche se vi piace.”
> *(Corano 2:221)*
La **fede (īmān)** è prioritaria rispetto alla bellezza, alla posizione o alla libertà sociale.
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### b. Hadith del Profeta ﷺ
* **Il celebre hadith delle quattro qualità:**
> “La donna è sposata per quattro cose: per la sua ricchezza, per la sua discendenza, per la sua bellezza e per la sua religione.
> Scegli quella religiosa, possa tu prosperare.”
> *(Bukhārī 5090, Muslim 1466)*
**Priorità assoluta alla religione (dīn)**.
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* **Sulla fertilità e affettuosità:**
> “Sposate donne affettuose e fertili, poiché io mi vanterò del loro numero il Giorno del Giudizio.”
> *(Abū Dāwūd 2050)*
Preferenza per una donna che desideri costruire una famiglia.
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* **Sul buon carattere e la modestia:**
> “Il miglior dono che un uomo può ricevere dopo la pietà è una donna virtuosa: se la guarda, lo rallegra; se le ordina, obbedisce nel bene; se è assente, custodisce se stessa e i suoi beni.”
6. Discendenza onorevole (non per prestigio, ma per evitare problemi di carattere e costume)
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Secondo le fonti sciite (Jaʿfarite)
### a. Hadith degli Imam
* **Imam Jaʿfar al-Ṣādiq (ʿa):**
> “Chiunque sposi una donna per la sua ricchezza o la sua bellezza, Allah lo priverà di entrambe; ma chi la sposa per la sua religione, Allah gli darà anche la ricchezza e la bellezza.”
> *(al-Kulaynī, *al-Kāfī*, vol. 5, p. 333)*
➜ **Motivazione religiosa = benedizione divina.**
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* **Imam ʿAlī (ʿa):**
> “Non desiderare una donna solo per la sua bellezza, perché la sua bellezza può condurla all’orgoglio; né solo per la sua ricchezza, perché può renderla arrogante; ma scegli la donna per la sua fede.”
> *(Ghurar al-ḥikam, n. 4355)*
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* **Imam al-Riḍā (ʿa):**
> “La migliore delle vostre donne è quella che, se si adorna, lo fa per il marito, e se si copre, si copre per pudore.”
> *(Wasā’il al-Shīʿa, vol. 20, p. 43)*
➜ Valore della **modestia e pudore**.
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CRITERI PER SCEGLIERE UN MARITO
Secondo le fonti sunnite
### a. Hadith del Profeta ﷺ
> “Quando vi si presenta un uomo la cui religione e il cui carattere vi soddisfano, sposatelo.
> Se non lo fate, vi sarà disordine sulla terra e grande corruzione.”
> *(Tirmidhī 1084, Ibn Mājah 1967)*
**Due criteri principali:**
1. Religione (dīn)
2. Buon carattere (khuluq)
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> “Se qualcuno viene a chiedervi in matrimonio la mano di vostra figlia e voi siete soddisfatti della sua religione e del suo carattere, dategliela in sposa.”
> *(Tirmidhī 1085)
Il **padre o tutore (walī)** deve valutare prima la pietà, non lo status o la ricchezza.
* **I quattro madhhab sunniti** concordano che la **kafā’a (compatibilità)** tra sposi è raccomandata, ma non superiore alla **religiosità e al carattere**.
* Kafā’a riguarda: fede, moralità, libertà, mestiere, lignaggio — ma solo per evitare disarmonia, non per discriminare.
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Secondo le fonti sciite (Jaʿfarite)
### a. Hadith degli Imam
* **Imam al-Riḍā (ʿa):**
> “Se viene da voi un uomo di religione e buon carattere, sposatelo. Se non lo fate, vi sarà corruzione sulla terra e grande male.”
> *(al-Kulaynī, *al-Kāfī*, vol. 5, p. 347)*
Identico insegnamento alle fonti sunnite.
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* **Imam ʿAlī (ʿa):**
> “Non date in sposa le vostre figlie a un uomo dissoluto, perché il suo esempio le corromperà.”
> *(Nahj al-Balāgha, Hikmah 234)*
Il marito deve essere **moralmente integro e praticante.**
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* **Imam al-Ṣādiq (ʿa):**
> “Guarda prima alla religione del tuo futuro marito: se teme Allah, allora onorerà la moglie; se non lo fa, la umilierà.”
«Quando le forze spirituali si rovesciano, esse non cessano d’essere forze: ma ciò che tendeva verso l’alto si rivolge allora verso il basso.» René Guénon— Il Regno della Quantità e i Segni dei Tempi
Con il termine magia nera non si designano superstizioni, sortilegi o residui di credenze popolari.
In senso autentico, essa indica la deviazione delle forze spirituali e psichiche dall’ordine del Principio: l’impiego di poteri simbolici, linguistici o tecnologici per deformare l’armonia dell’essere e separare l’uomo dalla sua sorgente divina.
È, in altri termini, l’inversione del sacro.
E come ogni potenza sottile, cambia forma con le epoche: ciò che un tempo viveva nei riti e negli incantesimi oggi si esprime attraverso i dispositivi, le reti, le immagini e i linguaggi della tecnica.
Nel mondo contemporaneo la magia nera si è fatta struttura invisibile e onnipresente.
Opera attraverso l’informazione, la comunicazione, l’economia e la tecnologia, esercitando un’influenza che persuade invece di imporre, che conquista attraverso il desiderio piuttosto che attraverso il timore.
L’uomo moderno, convinto di aver dissolto il mito, vive immerso in una rete simbolica che ha sostituito la verità con l’efficienza e la conoscenza con il controllo.
È in questo paesaggio interiore e collettivo che la magia nera del nostro tempo si manifesta con nuovi volti e nuovi strumenti.
Manifestazioni della magia nera nel mondo moderno.
Una delle sue espressioni più potenti è la manipolazione tecnologica del desiderio.
Gli algoritmi che regolano i flussi digitali agiscono come operatori invisibili dell’immaginario: prevedono le emozioni, orientano le scelte, modulano le passioni.
La loro forza risiede nella capacità di sedurre, di generare consenso e dipendenza attraverso un linguaggio di apparente libertà.
Un’altra manifestazione risiede nella magia linguistica e mediatica che modella la percezione del reale.
L’informazione continua, la spettacolarizzazione dell’opinione e la moltiplicazione delle immagini creano un mondo in cui il linguaggio non illumina ma avvolge, non distingue ma amalgama.
La mente collettiva, costantemente stimolata, perde la quiete necessaria al discernimento.
Esiste poi una forma comportamentale e architettonica della magia moderna, visibile nelle interfacce persuasive e nei meccanismi digitali che trasformano la libertà in automatismo.
Ogni gesto ripetuto, ogni notifica, ogni impulso visivo o sonoro diventa parte di un grande rito senza coscienza, in cui l’attenzione viene trasformata in merce e la presenza in abitudine.
La cultura dell’immagine e dell’estetica fornisce un altro terreno d’azione.
I simboli sacri vengono svuotati del loro significato e riciclati in forma ornamentale: l’angelo diventa motivo grafico, il demone diventa icona di stile, la trasgressione si veste di eleganza.
Il male assume la forma della bellezza, la profanazione si ammanta di libertà creativa.
In questo capovolgimento l’immaginario collettivo trova la sua nuova religione.
Un’ulteriore manifestazione della magia nera si esprime nella medicalizzazione dell’anima.
La sofferenza interiore viene trattata come anomalia da eliminare, la crisi spirituale come disfunzione da sedare.
In tal modo l’uomo viene privato della possibilità di attraversare la prova e di ascendere mediante la conoscenza di sé.
La coscienza si addormenta, mentre la vita interiore si riduce a semplice funzionamento.
In conclusione, nelle civiltà antiche del mondo della Tradizione , la magia nera rappresentava un atto consapevole di deviazione dal sacro: l’uso distorto di poteri spirituali orientati al dominio.
Nel mondo contemporaneo, essa si manifesta come fenomeno collettivo e impersonale, inscritta nei sistemi e nei comportamenti quotidiani.
È la magia senza maghi, il sortilegio della macchina, la teurgia rovesciata che sostituisce il reale con la sua immagine.
Il suo trionfo consiste nell’appiattimento dell’essere, nella cancellazione del silenzio, nell’oblio del centro interiore.
L’antidoto potrebbe risiedere risiede nel ritorno alla presenza, nella ricomposizione del cuore come sede del principio vivente.
Solo chi ricorda — che riporta al cuore ciò che è stato disperso — può dissolvere l’incantamento del mondo.
In quel silenzio ritrovato la luce si manifesta come forza di riconciliazione, capace di trasfigurare l’ombra e restituire all’esistenza la sua dimensione verticale.