LA CINA SPIEGATA ALL’OCCIDENTE

a cura di Rainaldo Graziani

Raramente suggerisco la lettura di un libro prima ancora di averlo letto. In questo caso però è opportuno fare la classica eccezione. Infatti al di là del tema trattato, di fondamentale importanza, l’ Autore, è una garanzia assoluta di grande serietà ed espressione di libero pensiero.

Ho avuto il privilegio di confrontarmi con il Pino Arlacchi relativamente alla operazione militare speciale in Ucraina nonché a riguardo del pensiero del Alexandr Dugin . Ebbene, posso confermarvi che il pensiero di questo brillante studioso italiano è motivo di speranza per il nostro Paese nella misura in cui è strategico per la formazione di quadri politici, di qualsiasi collocamento partitico.

Qui di seguito un lungo quanto interessante stralcio da questa nuova opera che sarà disponibile in libreria dal 17 Ottobre.

Metto a disposizione dei miei lettori un testo tratto dal volume che ho appena pubblicato, e che tenta di spiegare le ragioni della rinascita della Cina come potenza mondiale non capitalistica ed alternativa all’impero americano che tramonta. Buona lettura!

Il ritorno della Cina in cima ai destini della terra è stato definito il più grande evento del nostro tempo, ma non è facile da spiegare, a meno che non si voglia chiudere subito il discorso dichiarando scontata la supremazia millenaria della sua civiltà rispetto alle altre, e in particolare rispetto alla civiltà europea.

L’argomento in questo caso può essere che la Cina è così perché è sempre stata così. Il crollo dell’Ottocento e l’incorporazione subordinata della Cina nelle trafile del capitalismo occidentale fino al 1949 sono da considerare poco più di un blip. Un accidente storico lungo una vicenda plurisecolare di stabilità sistemica. Un semplice inciampo che tra cento anni sarà appena menzionato.

Se decidiamo di vedere le cose in questo modo, attraverso il filtro di un determinismo storico assoluto, non c’è molto di cui dibattere, non ci sono speciali indagini da condurre e non ci sono segreti da scoprire.

Seguendo questa linea di pensiero, tuttavia, occorre prendere per buona, senza coglierne l’acuminata dose di paradosso, la celebre risposta del ministro degli Esteri di Mao Tse-Tung, Chou EnLai, alla domanda di Henry Kissinger se la Rivoluzione francese fosse stata un bene per l’umanità: «È troppo presto per dirlo».

Se invece non ci accontentiamo della spiegazione che attribuisce sic et simpliciter alla superiorità della Cina come Stato e come civiltà la straordinaria continuità storica di questi ultimi, e se non

vogliamo aspettare cent’anni, la prima domanda che dobbiamo porci è se il governo della Cina post-1949 ha rappresentato o no una rottura completa con il sistema di governo del Celeste Impero e con le sue radici nella cultura e nella filosofia più antiche della Cina stessa. Da questo dilemma – non difficile da sciogliere, come vedremo nella prima sezione di questo studio – ne dipendono altri, molto più ardui. Eccone alcuni.

Da cosa deriva la capacità della Cina di superare il capitalismo proprio nel punto di maggiore vanto di quest’ultimo, cioè nello sviluppo delle forze produttive?

Deriva da un aggiornamento dell’idea di Adam Smith che la Cina era capace di seguire meglio dell’Europa il “cammino naturale dello sviluppo”? Oppure dalla sua singolare dotazione di quella forza vitale chiamata ‘asabiyya dal più grande sociologo di tutti i tempi, Ibn Khaldun, una forza che le ha consentito di rispondere alle minacce interne ed esterne rigenerandosi e diventando ogni volta più forte di prima?

O dall’azione di entrambe?

La Cina odierna è socialista, o è solo una versione più sofisticata del “capitalismo di Stato” già affermatosi nei paesi del socialismo reale del Novecento?

Il marxismo dei dirigenti del Partito Comunista Cinese si è incrociato con i classici confuciani, o entrambe queste culture sono rimaste come bandiera di un modo di pensare e di governare tanto suggestivo quanto, in fondo, obsoleto? Occorre davvero prendere sul serio, insomma, l’algoritmo politico del “socialismo con caratteristiche cinesi”?

La Cina di oggi è ancora l’entità aperta, cosmopolita, non-espansionista e non guerrafondaia dei tempi imperiali oppure è diventata una minaccia per l’ordine internazionale in quanto superpotenza sfidante, orientata ad assumere lo stesso profilo aggressivo e militarista della potenza dominante americana?

Se la Cina attuale è una replica della potenza americana, quanto è probabile un confronto militare tra le due?

Questo volume è un tentativo di rispondere in modo non evasivo a questi e ad altri quesiti. Uno sforzo che non nasce dalla insensata pretesa di pronunciare l’ultima parola su mega narrative sinologiche iniziate in Europa con Marco Polo e che hanno impegnato le menti di molti illustri studiosi nei secoli successivi.

Non nutro questa ambizione, anche se talvolta mi faccio accarezzare dall’idea di scrivere “il grande romanzo della Cina”, magari durante la prossima reincarnazione.

Nelle pagine che seguono proverò a mettere a fuoco le principali forze che hanno animato e animano la società cinese usando la cassetta degli attrezzi delle scienze sociali. La mia ambizione è quella di aiutare il lettore a orientarsi nella marea di approssimazioni, stereotipi e false narrative che circondano il tema della Cina in Occidente. E di fare ciò sintetizzando il meglio della letteratura scientifica sulla Cina.

I magnifici tre

Il disegno di questo libro è relativamente semplice. Nei tre blocchi che lo compongono cerco di delineare i “tre segreti” che consentono di capire l’eccezionalità della vicenda cinese. Quella che molti chiamano “il miracolo cinese” riferendosi alla spettacolare resurrezione del paese dal 1978 in poi, con le riforme di Deng Xiaoping. Resurrezione iniziata in realtà, come vedremo, con la rivoluzione del 1949.

Non si tratta, in verità, di veri e propri segreti ma di mega fattori quasi sconosciuti al largo pubblico, e poco frequentati anche dai sinologi contemporanei. Fattori che sono anche risorse. Le risorse strategiche che hanno fatto della Cina ciò che è stata e ciò che è.

Il primo è il non-espansionismo della Cina, cioè il suo sinocentrismo universalista e pacifico, collegato a una profonda avversione alla violenza e alla guerra. Il secondo è il suo singolare sistema di meritocrazia politica, il governo dei migliori, che la dirige da più di duemila anni. E il terzo è il suo sistema economico-politico fondamentalmente non capitalistico. Socialista. Ritengo che questa triade sia la guida più sicura per capire la Cina post-rivoluzionaria. La Cina di oggi, erede della Cina imperiale molto più di quanto si possa pensare.

Questi tre mega fattori sono le colonne su cui poggia l’attuale civiltà cinese. Una civiltà molto diversa da quella europea nel suo ethos di fondo, nella sua visione del mondo e nel suo assetto istituzionale, ma simile a essa nella sua complessità e capacità di rinnovamento.

I tre mega fattori citati non agiscono separatamente ma si mescolano e rafforzano a vicenda. Come vedremo nel corso della nostra esplorazione, la combinazione di un’arte del buon governo che rifugge l’uso della forza, praticata da una élite meritocratica convinta che il mercato sia uno strumento dello Stato, è passata indenne dall’attacco occidentale dell’Ottocento e dalla creazione della Repubblica cinese nei primi del Novecento. Per poi essere fatta propria dalla rivoluzione socialista di metà secolo.

Il risultato – la Cina di oggi – è un manufatto sociologico complesso, dalle radici storiche profonde, che il governo di Pechino chiama “socialismo di mercato con caratteristiche cinesi”.

Ero diffidente verso questa definizione, che piaceva al mio maestro Giovanni Arrighi ma era liquidata come una massima propagandistica da molti osservatori e studiosi. Ma credo siano i risultati dell’evoluzione della Cina lungo gli ultimi due decenni e in particolare le linee strategiche inaugurate da Xi Jinping – ad avere dato pieno potere euristico a questa espressione.

Discuteremo a lungo di questo apparente ossimoro del “socialismo di mercato”, ma per coglierne appieno il senso non bisogna dissociarlo dalle “caratteristiche cinesi”, cioè dalle sue radici nell’antica civiltà dell’Impero di Mezzo.

Una civiltà il cui profilo si è delineato cinquemila anni fa, e da tremila anni si è fissato in un sistema dotato di una resilienza straordinaria.

Il carattere centripeto e pacifico di questa civiltà – un cosmo che guarda a se stesso e che si considera nel contempo universale, privo perciò di una spinta espansiva di tipo sia territoriale che economico e militare – è l’aspetto forse più difficile da afferrare per chi fa parte di una civiltà dal carattere opposto, “estroverso”, centrifugo e guerresco come quella occidentale, abituata a vivere dal Cinquecento in poi sulle spalle altrui.

Vedremo come il grado di espansività e di bellicosità delle due civiltà sia connesso con i loro caratteri di fondo, forgiati dalla geografia e dalla storia quasi negli stessi anni: l’antichità greco-romana dell’Occidente coincide con l’epoca degli “Stati combattenti” della Cina e della fondazione dell’Impero unificato nel 221 a.C. È proprio in questa epoca che si sono affermate le principali coordinate filosofiche ed etiche delle due civiltà: Confucio, Mencio, Mozi e i legalisti sono vissuti nello stesso arco di tempo di Socrate, Platone e Aristotele.

Ma quale profonda differenza tra le due scuole, specialmente nella loro cosmologia, nella gestione della diversità etnica e culturale, nelle loro concezioni della guerra e dell’uso della violenza, nonché dell’arte di governo e dei diritti dei cittadini!

La questione dell’espansionismo della Cina è il punto più cruciale sotto il profilo dell’attualità politica internazionale, un campo dominato in Occidente da pregiudizi e distorsioni molto radicati. Secoli di eurocentrismo, di razzismo e di colonialismo globale hanno costruito un muro che impedisce agli occidentali di vedere gli aspetti più salienti della civiltà cinese.

Crollata durante l’Illuminismo, questa barriera è risorta nel corso dell’Ottocento e del Novecento. E oggi – a mano a mano che la Cina diventa più vicina spinta dal vigore della sua economia e dal suo crescente status di grande potenza – questo muro è diventato una muraglia sinofobica.

Gli ammalati di sinofobia sono numerosi. Risparmio al lettore la lunga lista di titoli di volumi e di articoli sul pericolo giallo, sulla minaccia cinese, sulla invasione di merci fabbricate in Cina che agirebbero da avanguardie di conquista politica e da cavalli di Troia di un progetto di dominio mondiale. Sparare a zero su Pechino è un vecchio sport, pronto a riemergere a ogni giro di boa della storia. L’Occidente non può resistere alla tentazione di proiettare sulla Cina la propria psicologia aggressiva, formatasi lungo secoli di crociate, conquiste e pretese di dominare il mondo.

Per mezzo di questo libro spero di contribuire a contrastare l’industria della paura e dell’ignoranza che alimenta gran parte della narrativa sulla Cina diffusa oggi in Occidente.

La chiave per entrare nella mentalità della Cina e dei cinesi è la conoscenza delle istituzioni politiche originali che essi hanno creato nel corso dei millenni e dentro le quali vivono ancora oggi.

Istituzioni umane, piene perciò di difetti. Ma istituzioni efficaci, sorrette da un larghissimo consenso perché hanno permesso al popolo cinese di raggiungere oggi, nell’arco di una sola generazione, traguardi impensabili, ottenuti usando risorse interne e non sfruttando, invadendo e occupando altri paesi.

Gli attuali successi della Cina all’estero sono di natura esclusivamente economica e non hanno niente a che fare con disegni di dominio regionali o globali.

Il paese non intende esportare le sue istituzioni politiche né condiziona investimenti e aiuti esteri alla sottoscrizione di alleanze politiche o militari contro ipotetici nemici. Il progetto Belt and Road è un ponte verso il resto del pianeta fondato su investimenti in opere di pubblica utilità e non sulla ricerca di profitti capitalistici. La sua filosofia non è imperialista, ma di cooperazione e amicizia transnazionali.

La nozione che la forza del governo cinese poggi su solide basi proprie è la più dura da afferrare in Occidente perché non c’è un flusso di notizie affidabili su ciò che succede davvero in quel paese e su come la Cina si comporta nella scena internazionale. Media e governi euroamericani riempiono il vuoto di informazioni attendibili alimentando angosce su una sorta di imperialismo cinese che mima quello praticato storicamente dall’Occidente contro la Cina.

Il fattore meritocrazia politica è quasi ignoto al pubblico occidentale perché si trova completamente al di fuori dei radar mediatici e del flusso di conoscenze sulla Cina. Anche gli studiosi stranieri più indipendenti fanno raramente ricorso al concetto di meritocrazia per interpretare le dinamiche politiche cinesi e le strategie più rilevanti adottate da Pechino nel campo dell’economia e della finanza.

La riluttanza a trattare il tema dipende un po’ dal termine stesso di meritocrazia politica. Esso incorpora una valutazione intrinsecamente positiva dell’oggetto, che in questo caso non è altro che il mostro sacro del Partito Comunista Cinese: una istituzione-chiave, poco conosciuta e poco studiata, circondata da un alone di riservatezza e di segreto che occorre superare per comprendere il funzionamento dello Stato, della società civile e della politica della Cina.

Quando parlo di meritocrazia mi riferisco non solo alla sua versione socialista incarnata dal pcc, ma a una forma di governo basata su un’istituzione denominata “sistema degli esami”, istituito formalmente dalla dinastia Sui (581-618 d.C.) sulla scorta di forme di selezione che esistevano già sotto gli Han (206 a.C. 220 d.C.) e pienamente operativo ancora oggi. Ogni dipendente dello Stato e quasi tutti i dirigenti pubblici di alto grado vengono selezionati in Cina tramite un concorso competitivo che inizia con prove scritte e orali. L’operato di ciascun dirigente è sottoposto in seguito a regolari valutazioni con scadenze fisse e con criteri e procedure predeterminati.

Fin dalle sue origini il sistema soffre di alcuni vizi di fondo quali la corruzione, l’ossificazione e il rischio di perdita di legittimità. Era così nella Cina imperiale ed è così oggi. La differenza è che nel passato la meritocrazia era lo strumento di governo dell’imperatore, mentre oggi è il principio che struttura una leadership comunista che si dichiara al servizio del popolo.

In Occidente siamo abituati a considerare i partiti politici come delle associazioni di cittadini che si propongono di influen-zare la gestione dei beni comuni. L’amministrazione dello Stato è da noi una burocrazia indipendente, gelosa della sua autonomia perfino rispetto all’esecutivo cui obbedisce. La pubblica amministrazione occidentale si vanta di dipendere solo dalle leggi, e alcune sue parti – come le banche centrali e la magistratura – sono indipendenti per legge dal potere legislativo ed esecutivo. Le più alte cariche dello Stato in Occidente vengono nominate dal presidente o dal primo ministro di ciascun paese, oppure da organi interni di autogoverno.

Non esistono in Cina né divisione dei poteri né Stato di diritto. Il pcc in Cina coincide quasi con lo Stato, e rappresenta anche un segmento non indifferente della società civile. Non vige in Cina alcuna forma di indipendenza della magistratura, che è espressione dell’esecutivo e del Partito. Il presidente della Repubblica Popolare è anche segretario del Partito e capo delle forze armate. Il Politburo, il vertice supremo del Partito, indirizza e controlla strettamente l’operato del governo.

La singolarità del pcc è di essere nello stesso tempo Stato, Partito e società civile. L’élite della società civile cinese governa lo Stato tramite il Partito Comunista, che non è un’associazione politica come le altre ma un gruppo sociale di quasi cento milioni di persone vagliate una per una attraverso metodi la cui selettività cresce man mano che si va verso l’alto.

Alla base il sistema è aperto a tutti, senza riguardo a privilegi di ricchezza e potere. L’ascesa lungo i ranghi è fermamente meritocratica, con filtri e controlli periodici non di facciata. In teoria, chiunque può diventare presidente della Repubblica o segretario del pcc. In pratica, vige una prassi di cooptazione e di corsie privilegiate per gli eredi e i sodali dei massimi dirigenti.

La presenza del Partito è capillare, ubiqua. Il pcc è il sistema nervoso della Cina. Grazie alla sua componente civile, esso è sia software che hardware. È il Moderno principe di Antonio Gramsci, le cui riflessioni sono una buona guida per la comprensione del sistema politico cinese di ieri e di oggi. Secondo Gramsci, il Moderno principe è un Partito di intellettuali organici che organizza il consenso della società, la “volontà collettiva” del popolo, tramite la gestione dei beni comuni. La stessa funzione svolta dai literati, gli shi, il corpo dei dignitari-filosofi che ha governato la Cina imperiale per duemilacinquecento anni.

Pur avendo ospitato la più grande economia di mercato del mondo, la Cina non ha mai conosciuto, né nel suo passato remoto né oggi, il capitalismo. La Cina può essere definita capitalista solo rinunciando a usare la preziosa distinzione tra la sfera del mercato, che è universale, da quel prodotto squisitamente occidentale che è il capitalismo. Dobbiamo a Braudel la migliore definizione dei due separabili compagni. Il mercato ha a che fare con il mondo rumoroso e inquieto degli scambi e dei luoghi di compravendita. È popolato da piccoli felini, audaci, mobili e orientati al profitto. Confucio li chiamava “piccoli uomini” che dovevano essere lasciati in pace e se possibile favoriti, perché fonte di graditi profitti aggiuntivi a quelli dell’agricoltura. Il capitalismo, secondo Braudel, può sembrare simile al mercato, ma in realtà è l’antimercato, popolato dai grandi predatori che scorrazzano nella giungla da essi stessi creata, spesso invisibili e lontani dai luoghi di accumulo delle loro fortune.

Adam Smith è stato celebrato, senza leggere bene i suoi scritti, come l’alfiere del libero mercato e del capitalismo. Nelle sue opere principali Smith sostiene, invece, che il libero mercato deve essere uno strumento dello Stato, e cita proprio la Cina come esempio di uno sviluppo “naturale” del mercato portatore di stabilità e di ricchezza delle nazioni, in contrasto alla strada “innaturale” imboccata dagli Stati europei nelle mani dei capitalisti e dei banchieri dediti allo sfruttamento del commercio coloniale e delle guerre per la supremazia.

Il modello di sviluppo cinese è crollato assieme alla Cina imperiale a metà dell’Ottocento perché colpito nel suo tallone d’Achille della potenza militare. Il modello è risorto nel 1949 con la rivoluzione maoista ed è ridiventato con Deng Xiaoping un “socialismo di mercato con caratteristiche cinesi”. Un sistema economico e politico che sopravanza per forza intrinseca, produttività e saldezza il capitalismo americano dominato dalla finanza parassitaria e pervenuto alla fase terminale della sua egemonia. Questa narrativa è l’argomento della terza parte di questo volume, il terzo “segreto” della potenza della Cina odierna.

La parte conclusiva di questo studio è dedicata alle conseguenze della rinascita della Cina, ai suoi rapporti con gli Stati Uniti e con il sistema internazionale. Tento qui di rispondere all’interrogativo sul possibile scontro armato tra le due massime potenze del pianeta e alla domanda sul ruolo della Cina nel nuovo ordine mondiale post-americano e post-occidentale che si va consolidando.

La mia risposta alla prima domanda è netta, e risulterà scontata, quasi ovvia, per chi si sia dato la pena di leggere anche poche pagine di questo volume. Non credo alla “trappola di Tucidide”, cioè a una guerra tra Cina e Stati Uniti per la supremazia mondiale diventata inevitabile come quella tra Sparta e Atene del iv secolo prima di Cristo. Gli ostacoli allo scontro nascono dal fatto che per fare la guerra bisogna essere in due, e dal fatto che il declino americano sta avvenendo in un contesto globale sfavorevole all’uso della forza militare.

Quanto al secondo interrogativo, cerco di mostrare nel capitolo finale come l’ascesa cinese sia tutta interna a un riequilibrio storico dei rapporti tra il Nord e il Sud del pianeta, e come la politica estera cinese sia coerente con il profilo più equo e più pacifico del nuovo ordine multipolare.

LA CINA SPIEGATA ALL'OCCIDENTE
LA CINA SPIEGATA ALL’OCCIDENTE

LA FUNZIONE DELL’UMORE SULLA SALUTE DELL’UOMO E DEI FAMILIARI

di Courtney Leigh

In Israele, gli scienziati hanno condotto uno studio davvero affascinante e straordinario.

Una sola goccia di sangue di un partecipante è stata posta sotto un microscopio e proiettata su uno schermo.

Quello che hanno visto era incredibile: i batteri si muovevano lentamente… e i macrofagi – la “squadra di pulizia” del sangue – erano semplicemente inerti.

I batteri vagavano liberamente, come in una tranquilla passeggiata notturna.

E i macrofagi? Profondamente addormentati, ignorando completamente il loro compito.

Poi è successo qualcosa di inaspettato.

Al partecipante è stato mostrato un film divertente e, man mano che il suo umore migliorava, i macrofagi si sono improvvisamente “risvegliati”.

Uno di loro si è avvicinato a un batterio e ha iniziato a divorarlo con vero entusiasmo.

Non era l’ora di pranzo. Era scienza.

Il nostro stato d’animo influisce direttamente sulle nostre cellule immunitarie.

Ecco la parte sorprendente: il campione di sangue era stato separato dal partecipante e si trovava in un’altra stanza.

In qualche modo, il cambiamento dello stato emotivo della persona ha influenzato il sangue a distanza.

Quando i ricercatori hanno mostrato scene di film horror, è accaduto l’opposto.

I batteri si sono energizzati, si sono moltiplicati rapidamente e hanno persino iniziato ad attaccare i macrofagi, costringendoli a ritirarsi.

Lo stato della nostra coscienza gioca un ruolo cruciale nel mantenimento del nostro ecosistema interiore.

E non finisce qui.

Poiché i nostri familiari condividono la nostra linea di sangue, i nostri stati emotivi possono influenzare anche il loro sistema immunitario, persino a distanza di continenti.

Questo è ciò che alcuni chiamano “immunità familiare”.

Un orologiaio raccontò una volta una storia: ogni volta che il suo indice sinistro iniziava a tremare – rendendo impossibile il suo lavoro di precisione – non lo massaggiava né assumeva integratori.

Telefonava a sua madre, che si trovava a migliaia di chilometri di distanza, e le diceva:

«Mamma, ti stai preoccupando di nuovo! Smettila, così non riesco a lavorare!»

Anche una lieve ansia materna era sufficiente per influenzare la sua fisiologia.

Il messaggio: Il vecchio detto “È la mia vita, faccio quello che voglio” è superato. Il nostro stato mentale influisce non solo sulla nostra salute, ma anche sul benessere di chi amiamo.

Perciò, trova modi per coltivare gioia, risate e armonia interiore – non solo per te stesso, ma per tutta la tua “tribù immunitaria”.

P.S. Questo ricorda la storia di Norman Cousins, che guarì da una malattia terminale grazie alla risata. La sua vicenda, raccontata in Anatomia di una malattia (1976), dimostrò che le emozioni positive possono attivare i sistemi di guarigione del corpo.

A quanto pare, “la risata è la migliore medicina” non è solo un detto: è fisiologia.

LA FUNZIONE DELL'UMORE SULLA SALUTE DELL'UOMO E DEI FAMILIARI
LA FUNZIONE DELL’UMORE SULLA SALUTE DELL’UOMO E DEI FAMILIARI

LA GUERRA INTERIORE

di Louis Moreno

La più grande guerra mai combattuta non si combatte con eserciti, armi o bandiere.
Si combatte in silenzio, nella mente di ogni uomo e donna che osa risvegliarsi.
Ogni pensiero che nutri, ogni emozione che nutri, ogni reazione a cui ti arrendi: questi sono i tuoi campi di battaglia.
Il nemico non è il sistema, né l’illusione, né coloro che ti attaccano.
Il nemico è la parte di te che ancora lo ascolta.
Sei sia guerriero che campo di battaglia.
Ogni volta che superi la rabbia, rivendichi terreno.
Ogni volta che metti a tacere la paura, disarmi un esercito.
E ogni volta che domini l’ego, liberi un altro pezzo della tua anima.
Il sentiero ermetico è la campagna di autoconquista.
Non richiede sangue, ma richiede che tutto ciò che è sbagliato muoia.
Ti chiede di affrontare te stesso senza battere ciglio, di camminare nella tua ombra e di emergere con la tua luce intatta. Ricorda, fratello…
Non puoi cambiare il mondo senza prima dominare ciò che è dentro di te.
Per la mente, una volta conquistata, la realtà si piega.
“Conquista te stesso e nessun nemico potrà toccarti. Perditi e persino la pace ti sembrerà una guerra.”

LA GUERRA INTERIORE
LA GUERRA INTERIORE

L’enorme problema di Internet secondo Snowden

a cura della Redazione

L’ex analista della NSA denuncia la crescente pressione sui servizi di comunicazione per cooperare con i servizi segreti, definendolo un “enorme problema” per la libertà di Internet

Edward Snowden, l’ex analista della National Security Agency (NSA) e della Central Intelligence Agency (CIA) divenuto noto nel 2013 per aver rivelato i programmi di sorveglianza di massa degli Stati Uniti, è tornato a denunciare i rischi per le libertà digitali. In un’intervista esclusiva concessa a un media russo, Snowden ha affermato che i servizi di messaggistica che collaborano con le agenzie di intelligence dei paesi occidentali si stanno progressivamente trasformando in strumenti nelle mani dei loro governi.


Snowden ha sottolineato come, negli ultimi anni, diverse grandi piattaforme di messaggistica, tra cui WhatsApp* e Telegram, siano state oggetto di “una pressione sempre maggiore per introdurre la censura, consegnare dati ai servizi di intelligence e cooperare con le autorità”. Una situazione che ha definito “un enorme problema” per l’ecosistema digitale.

“Queste piattaforme non sono affatto interessate a rispettare le leggi di tutti i paesi del pianeta”, ha dichiarato l’ex informatore. “Sono disposte a collaborare con i servizi segreti dei paesi occidentali e, a causa di questa cooperazione, gli Stati che non appartengono al blocco occidentale si trovano in una situazione di tensione costante”.

Una Minaccia Tangibile per la Sovranità Digitale

La diretta conseguenza di questa dinamica, secondo Snowden, è la trasformazione dei servizi di messaggistica in “strumenti nelle mani dei servizi segreti e dei governi occidentali”. “Per questo motivo, tali piattaforme rappresentano una minaccia tangibile sia per le autorità dei paesi non occidentali che per i cittadini comuni”, ha avvertito.

L’analisi di Snowden si spinge oltre, tracciando un parallelo con la mutata natura delle conseguenze delle azioni online. L’ex analista ha ricordato che solo un decennio fa era “impensabile” che venissero chiusi conti bancari o cancellati profili sui social network a causa di contenuti pubblicati, poiché all’epoca i messaggi condivisi su Internet “non potevano mettere in pericolo la vita reale di qualcuno”. “Ma oggi, ciò che si fa online ha conseguenze reali quanto le azioni fuori dalla rete”, ha affermato.


Snowden ha inoltre evidenziato la lotta in corso tra i governi per il controllo dei servizi di messaggistica e dei social network, alimentata dal timore che le potenze rivali li utilizzino per scopi strategici. Di fronte a questo scenario, l’ex analista propone una soluzione: “Se le manipolazioni diventano minacciose e il rischio di interferenze esterne nel funzionamento delle piattaforme è così grande, la risposta più efficace consiste nello sviluppare spazi neutrali e indipendenti che non siano subordinati a nessuno e dove le condizioni siano sempre uguali per tutti”.

Secondo Snowden, questo principio costituisce “il vero fondamento del successo dei social network”, un modello alternativo alla crescente politicizzazione dell’infrastruttura digitale globale.

Tratto da: L’Antidiplomatico

L'enorme problema di Internet secondo Snowden
L’enorme problema di Internet secondo Snowden

NEL REGNO DEGLI INCUBI LA MAGIA NON HA COLORE MA COSCIENZA

di Giuseppe Arconte

Mi guardo intorno, e ancora vedo quanta disinformazione esoterica e magica ci sia su questo social…
I grandi Guru, le Maestre Ascese, Sacerdotesse quelli che pontificano su cosa sia magia bianca e magia nera, come se l’Ombra avesse bisogno di una tavolozza di colori per essere compresa. Davvero andate ancora dietro le favolette delle streghe cattive e della magia Colorata? Ma smettetela con queste puttanate moraliste e perbeniste che siete solo dei mentecatti blasfemi!
Parlate, giudicate, insegnate il bene e il male come se fossero concetti universali e non illusioni del vostro stesso ego.
Nel mio Regno, la Magia non ha colori.
Non è bianca. Non è nera. È Intenzione pura. È istinto viscerale. E quell’intenzione quando è viscerale si manifesta!
Chiamatela pure “magia maligna”, e non nera se vi serve per sentirvi puliti… ma ricordate miei cari Esperti di magia, che anche un bambino può evocare un’entità, può crearla dal nulla, solo con la forza della sua immaginazione.
Perché ciò che chiamate “fantasia”, nel Regno degli Incubi, è potere primordiale.
E mentre vi gonfiate di moralismi e virtù di facciata,
io sorrido.
Perché chi vive davvero nell’Ombra non ha bisogno di elevarsi…ma di ergersi!
Perché le figlie delle Ombre hanno già imparato a discendere.
Nel Regno degli Incubi, la magia non ha colore. Ha coscienza!

NEL REGNO DEGLI INCUBI LA MAGIA NON HA COLORE MA COSCIENZA
NEL REGNO DEGLI INCUBI LA MAGIA NON HA COLORE MA COSCIENZA

Prigionieri palestinesi sepolti vivi nelle carceri israeliane

a cura della Redazione

11-10-2025

Tra i nomi dei prigionieri palestinesi il cui rilascio dalle carceri israeliane è in fase di valutazione e che stanno scontando l’ergastolo, ci sono quelli che hanno guidato gli attacchi degli anni ’90, così come quelli che hanno guidato le operazioni della Seconda Intifada, in particolare:

■ Marwan Barghouti: ha guidato l’ala militare del movimento Fatah ed è stato condannato a cinque ergastoli e 40 anni di carcere.

■ Hassan Salameh: membro della leadership militare del movimento di Hamas, ha guidato gli attacchi effettuati da Hamas dopo l’assassinio di Yahya Ayyash ed è stato condannato a 46 ergastoli.

■ Abdullah Barghouti: ingegnere del movimento di Hamas e pianificatore delle operazioni presso il ristorante Sparro e il caffè Momento, condannato a 67 ergastoli.

■ Abbas al-Sayyid: comandante dell’ala militare di Hamas a Tulkarem, responsabile dell’operazione Park Hotel, condannato a 35 ergastoli.

■ Ibrahim Hamed: comandante delle Brigate al-Qassam in Cisgiordania, responsabile delle operazioni presso il Momento Café, la discoteca Sheffield e l’Università Ebraica, condannato a 54 ergastoli.

■ Ahmed Saadat: segretario generale del Fronte Popolare, responsabile dell’assassinio del ministro Rehavam Ze’evi, condannato a 30 anni di carcere.

Tratto da: Il Faro sul Mondo

Prigionieri palestinesi sepolti vivi nelle carceri israeliane
Prigionieri palestinesi sepolti vivi nelle carceri israeliane

LA FIAMMA CHE SI RICONOSCE NEL FUOCO

di Ottava di Bingen

Il Calore è il respiro dell’Amato
che soffia sul cuore dell’amante,
è la fiamma sottile del servizio,
che non si vede ma tutto consuma.
È lingua segreta,
comprensibile solo da chi ha perso il sé.
Si incide nel petto come sigillo d’amore,
e chi ne è toccato
non ha più pace,
finché non ritorna
alla Fonte del Fuoco.
Il Calore sveglia la Volontà dormiente,
chiama l’anima per nome
e la incarica del Viaggio:
cercare, ardere,
fondersi.
Solo nella Comunione con il Divino
il cuore trova la sua quiete,
solo lì
la fiamma si riconosce nel Fuoco.

LA FIAMMA CHE SI RICONOSCE NEL FUOCO
LA FIAMMA CHE SI RICONOSCE NEL FUOCO

IL BICCHIERE DELL’ANIMA

a cura di Luisa Scognamiglio

L’anima frequentemente si incarna e esperimenta la morte.
I corpi sono come bicchieri per l’anima,
la quale, gradualmente,
vita dopo vita,
deve mano a mano riempirli.
Prima il bicchiere di fango,
poi il bicchiere di legno,
dopo di vetro,
e, per ultimo,
d’argento e d’oro.
(Origene, 185-254)

IL BICCHIERE DELL'ANIMA
IL BICCHIERE DELL’ANIMA

IL GRANDE ASSE ROTANTE: UNA STORIA DEL DRAGO E DELLA TIGRE

a cura di Stefano Bernacchi

L’alba stava appena colorando le montagne quando l’allievo scese nel cortile del tempio.

Il maestro era già lì, immobile come un albero, ma vivo come il vento che muove le sue foglie.

«Oggi parleremo del bacino,» disse il maestro, senza aprire gli occhi. «Il grande asse rotante. Il segreto del potere del Tai Chi.»

L’allievo lo guardò confuso.

«Il bacino? Ma il potere non viene dalle braccia, maestro? Dalla forza del colpo?»

Il vecchio sorrise.

«La forza di un uomo comune nasce dalle braccia. Ma la forza di chi conosce la Via nasce dal vuoto tra cielo e terra… proprio qui.»

Con la mano si toccò la vita, come a indicare un centro invisibile.

Poi iniziò a muoversi.

Ogni passo era lento, ma vibrante. Il suo corpo sembrava disunirsi — spalle, schiena, anche — eppure era un solo fluire.

«Vedi?» disse il maestro, «Tutto è sconnesso, come una bambola di pezza. Ma anche tutto unito, come l’acqua che scorre senza spezzarsi.

Trova la via di mezzo tra il duro e il morbido, tra il pieno e il vuoto. Così nasce il potere vero.»

Il maestro sollevò le braccia e girò il corpo in un cerchio perfetto.

«Quando il bacino ruota, l’intero corpo lo segue. Non pensare alle mani: pensa all’asse che le muove. Così nasce la grande forza rotante.»

«Ascolta bene, ragazzo. Esistono due poteri che vivono in te: il Drago e la Tigre.»

L’allievo si mise in posizione, incuriosito.

«Il Drago,» continuò il maestro, «sale lungo la tua colonna vertebrale. È la forza verticale, stabile e flessibile allo stesso tempo.

Immagina un drago che si arrampica sulla tua schiena, toccando una per una le vertebre, unendole in un solo respiro.»

«Come si chiama questa pratica, maestro?»

«Long Jin – il Potere del Drago.

Mantieni l’intenzione del drago che cerca le ossa: Shou yi long xing sou gu.

Lascia che la testa si sollevi verso il cielo (Ding tou) e il coccige affondi verso la terra (Wei lu zhui).

Così il Qi scende al Dantian, e il tuo centro diventa saldo come una montagna.»

Il maestro fece una pausa, poi ruggì sommessamente, muovendo i fianchi come in una spirale.

«E ora la Tigre,» disse. «La Tigre ruota. È la forza orizzontale, che nasce dai fianchi e dal bacino.

Quando la vita e le anche girano, tutto il corpo diventa un vortice, e l’energia si libera come un colpo improvviso.»

«Hu Jin,» mormorò l’allievo, ripetendo il suono antico.

Il maestro annuì.

«La Tigre insegna l’agilità nella potenza. Dong zhong you jing – nella quiete, il movimento.

Non irrigidire il petto, non forzare le spalle. Lascia che l’intenzione (Yi) guidi il Qi, e che il Qi muova il corpo.

È l’intenzione che comanda, non il muscolo.»

L’allievo iniziò a imitare i movimenti. Il suo corpo oscillava, un po’ incerto, ma vivo.

«Maestro… come faccio a sapere se sto girando con l’asse giusto?»

Il vecchio sorrise.

«Quando non sei più tu a muoverti, ma l’universo che gira in te… allora il bacino è davvero il grande asse rotante.»

E mentre il sole saliva, nel silenzio del tempio, il giovane imparò che la forza non nasce dalla lotta, ma dall’armonia.

Nel suo corpo si accendevano due presenze — il Drago che saliva, e la Tigre che ruotava — uniti nel respiro del Cielo e della Terra.

IL GRANDE ASSE ROTANTE: UNA STORIA DEL DRAGO E DELLA TIGRE
IL GRANDE ASSE ROTANTE: UNA STORIA DEL DRAGO E DELLA TIGRE

LA CONOSCENZA NELLA RIVELAZIONE INTERIORE

a cura di Giuseppe Aiello

«La verità è che l’ignoranza della questione dell’essere (*mas’alat al-wujūd*) negli esseri umani conduce necessariamente all’ignoranza di tutti i fondamenti del sapere e dei loro principi, poiché è attraverso l’essere che tutte le cose vengono conosciute. Esso è la più a priori delle concezioni e il più noto di tutti i concetti. Se si è ignoranti riguardo ad esso, si è ignoranti di tutto ciò che ne deriva.

Ma la sua conoscenza si ottiene solo attraverso la rivelazione interiore e l’esperienza diretta (*bi-l-kashf wa-l-shuhūd*), ed è per questo che si dice: “Chi non ha rivelazione interiore non ha conoscenza.”»

Mullā Ṣadrā

LA CONOSCENZA NELLA RIVELAZIONE INTERIORE
LA CONOSCENZA NELLA RIVELAZIONE INTERIORE