IL REAME DI SHAMBHALA

a cura di Giuseppe Aiello

«The Realm of Shambhala è una discussione creativa della leggendaria utopia buddhista, che presenta sia la prospettiva tradizionale sia le interpretazioni uniche di Shar Khentrul Jamphel Lodrö. Il concetto di Shambhala come regno puro sulla terra, famoso come fonte degli insegnamenti del Kalachakra, viene qui ampliato per includere Shambhala come stato mentale che i praticanti aspirano a portare nella propria esperienza.»

— Cyrus Stearns**, autore di *The Buddha from Dolpo: A Study of the Life and Thought of the Tibetan Master Dolpopa Sherab Gyaltsen

«Questo libro porta alla luce le prospettive poco conosciute dei Jonangpa su Shambhala e sulla formazione della tradizione di Shambhala in Tibet. Khentrul Rinpoche sostiene qui l’esistenza di diversi piani di Shambhala, tra loro interconnessi, che possono essere sperimentati in differenti fasi della pratica, e mostra come Shambhala possa essere vissuta in questa stessa vita. Pertanto, questo libro sarà di interesse e beneficio non solo per studiosi e studenti del buddhismo tibetano, ma anche per i praticanti del Tantra del Kalachakra.»

— Vesna Wallace, autrice di The Inner Kālacakratantra: A Buddhist Tantric View of the Individual

The Realm of Shambhala presenta l’approccio multilivello del Tantra del Kalachakra a Shambhala così come insegnato dalla tradizione Jonang del buddhismo tibetano. Intesa come un antico regno e un luogo fisico, Shambhala è anche insegnata come uno stato mentale elevato, raggiungibile da tutti attraverso la pratica. Coltivando la pace e estendendola a relazioni armoniose con gli altri, il potere trasformativo di Shambhala può entrare nella vita quotidiana. Il libro illustra la prospettiva della tradizione sulle origini della letteratura del Kalachakra e include ampie narrazioni di lignaggio dei maestri Jonang che hanno mantenuto viva questa tradizione in India e in Tibet.

Khentrul Rinpoche unisce insegnamenti pratici a una visione per l’umanità radicata in un’antica profezia. Il Tantra del Kalachakra prevede un’età dell’oro, in cui la pace individuale raggiunta attraverso la pratica del Kalachakra si diffonde all’intera umanità. *The Realm of Shambhala* espone una visione di come possiamo coltivare una mente imparziale, superare le nostre afflizioni collettive e inaugurare un’era di pace perfetta.

IL REAME DI SHAMBHALA
IL REAME DI SHAMBHALA

DIO NON E’ MAI MORTO

a cura di Antonella Labate

Sarà anche risorto, il dio dei cristiani – con tutto che nel Corano troviamo il riferimento a diversi casi di individui morti e poi fatti resuscitare, e quindi anche in tal senso non ci sarebbe esclusività miracolosa –, ma il solo fatto che possa essere stato percosso, torturato, umiliato, dileggiato, tradito, processato, condannato, crocefisso e sotterrato ingiustamente, integra una visione della Divinità depotenziata, impotente e inerme di fronte alle iniquità crudeli delle Sue presunte ‘creature’.

Questa concezione deforme spalanca le porte alla liquidazione di Dio nel Weltanschauung post-cristiano. Il ‘Dio è morto’ di Nietzsche non è in fondo una novità. Il dogma cristiano ufficiale l’aveva già fatto morire secoli prima. La strada era da sempre aperta ad un universo del tutto antropocentrico.

Ciò combacia in pieno con l’informazione che Allah fornisce sugli ebrei in Sūrah al-Mā’idah: 64, citando le loro deliranti parole: «Gli Ebrei dicono: “La mano di Dio è legata. Che siano legate le loro mani, e che siano maledetti per ciò che hanno detto!».

La follia sionista è solo una delle tante manifestazioni di tale delirio archetipale.

Noi ribattiamo, come Lui ci ha insegnato nel prosieguo dell’āyah:

«Al contrario: Le Sue mani sono apertissime. Elargisce (doni) come Egli vuole».

E il dono dell’Islam è sufficiente.

DIO NON E' MAI MORTO
DIO NON E’ MAI MORTO

SALOMONE IL RE MAGO: SEGRETI CHE LA BIBBIA NON RIVELA MAI

a cura di Andrea Lauri

‎La storia ricorda Re Salomone come l’uomo più saggio mai esistito, un sovrano divinamente favorito che parlò con Dio e fu autore di sacra saggezza. Ma sotto la superficie levigata della venerazione biblica si cela una tradizione molto più antica e pericolosa. Una tradizione che ritrae Salomone non semplicemente come un re, ma come un re-mago, un ingegnere negromante e un maestro degli spiriti. In alcune antiche correnti, Salomone non è il servitore della luce divina, ma il prototipo del controllo sacro attraverso la conoscenza proibita.

‎Nelle antiche tradizioni del Vicino Oriente e del Secondo Tempio, la saggezza non era mai puramente morale. La saggezza era potere. “Conoscere” significava comandare. La leggendaria saggezza di Salomone non consisteva solo nell’intuizione delle vicende umane, ma nella padronanza dell’architettura nascosta della realtà. Ecco perché i testi mistici successivi non celebrano Salomone solo per la preghiera, ma per la sua capacità di legare, interrogare e trasformare in armi intelligenze non umane. ‎

‎La fonte più inquietante è il Testamento di Salomone, un testo escluso dal canone biblico ma conservato in circoli occulti e gnostici. Qui, Salomone riceve un anello inciso con un sigillo divino, non per adorarlo, ma per dominare gli spiriti. I demoni vengono evocati, nominati, interrogati, torturati e costretti al lavoro. Ogni spirito rivela la sua origine planetaria, la sua funzione di portatore di malattie e la forza angelica che la contrasta. Questa non è teologia. Questa è magia operativa.

‎In questa tradizione, Salomone costruisce il Tempio non solo con la preghiera, ma con spiriti schiavizzati. I demoni estraggono la pietra. Gli spiriti trasportano i materiali. Entità di malattia e caos vengono riutilizzate nell’architettura. Il Tempio diventa non solo una casa di Dio, ma un motore di contenimento, una macchina metafisica che stabilizza le forze cosmiche. Questo rispecchia i miti mesopotamici in cui i re governavano bilanciando le correnti divine e demoniache, non cancellandone una parte. ‎
‎La famigerata ossessione di Salomone per le mogli straniere assume un significato più oscuro nelle tradizioni mistiche. Non si trattava di matrimoni puramente politici. Nell’antica tradizione esoterica, le regine straniere erano sacerdotesse di misteri rivali. I culti egiziani, fenici, sabei e babilonesi non si limitavano ad adorare idoli. Trasmettevano sistemi iniziatici. Si dice che attraverso queste donne, Salomone abbia avuto accesso a divinità aliene, intelligenze stellari e riti ctoni. L’amore diventa iniziazione. Il desiderio diventa una porta d’accesso.

‎‎Frammenti cabalistici suggeriscono che Salomone cercasse di unificare tutti i sistemi spirituali sotto la sua autorità. Non attraverso la devozione, ma attraverso la sintesi e il dominio. Questo trova eco nei grimori successivi, dove Salomone è accreditato come l’autore di sistemi di incantesimi che catalogano gli spiriti come burocrati di un impero cosmico. L’Ars Goetia, parte della Piccola Chiave di Salomone, conserva questa memoria. Settantadue spiriti. Gerarchie. Gradi. Funzioni. Sigilli. Questo non è folklore. È amministrazione metafisica.

Eppure i miti diventano ancora più oscuri. Alcune tradizioni sostengono che Salomone alla fine perse il controllo delle stesse forze che dominava. Una leggenda narra che un demone gli rubò l’anello, si impersonò in lui e governò al suo posto mentre Salomone vagava come un mendicante. Simbolicamente, questa non è solo una storia di umiltà. È un monito. Chi governa gli spiriti rischia di essere governato da loro. Il mago diventa il contenitore. L’autorità si trasforma in possessione.

Gli interpreti gnostici si spinsero oltre. Suggerirono che la saggezza di Salomone lo avvicinasse agli architetti cosmici del controllo piuttosto che ai liberatori della coscienza. In questa lettura, il Tempio di Salomone non era semplicemente un santuario sacro, ma una griglia, uno stabilizzatore della realtà materiale. La geometria sacra diventa sorveglianza metafisica. L’ordine diventa contenimento. La saggezza diventa struttura piuttosto che libertà. ‎

‎In tutte le culture, l’ombra di Salomone appare ripetutamente. Nella tradizione islamica, comanda i jinn con terrificante autorità. Nella tradizione etiope, la sua discendenza porta con sé sia ​​benedizione che maledizione. Nei manuali di magia arabi, il suo nome è invocato non come un santo, ma come un maestro operatore. Lo schema è coerente. Salomone si trova al crocevia tra profeta e stregone, re e mago, servitore di Dio e ingegnere di forze occulte.

‎‎Ecco perché Salomone rimane pericoloso. Incarna una verità che la maggior parte delle tradizioni cerca di seppellire. Che la conoscenza sacra non è intrinsecamente pura. Che i nomi divini possono essere usati come armi. Che santità e dominio possono indossare la stessa corona. La storia di Salomone pone una domanda scomoda. Fu l’uomo più saggio mai esistito o il primo a scoprire che la realtà stessa può essere comandata da coloro che ne conoscono i nomi? ‎

‎Forse il motivo per cui le sue leggende più oscure furono sepolte non è perché fossero false, ma perché erano troppo rivelatrici.

SALOMONE IL RE MAGO: SEGRETI CHE LA BIBBIA NON RIVELA MAI
SALOMONE IL RE MAGO: SEGRETI CHE LA BIBBIA NON RIVELA MAI

UNA METAFISICA INDOARIANA DI LOTTA E AZIONE

di Carlo Weiblingen

Legati saldamente insieme da sangue e anima, gli Indogermani si sono così estesi, già alcuni millenni prima dell’inizio della nostra era, dalle rive del Mare del Nord e del Mar Baltico, attraverso le grandi pianure dell’India settentrionale, fino ai mari dell’Oriente e del Sud. E tanto potente è la tensione geobiologica di questo spazio, quanto lo è quella delle forze spirituali e intellettuali dei popoli che per millenni vi hanno vissuto e operato per quasi diecimila anni. Non deve dunque sorprendere il fatto che, nei due punti focali di questa vasta area – quella indoariana e la Germania – , si venga a scoprire anche nelle concezioni religiose e nelle forme di pensiero un’inconfondibile parentela che affonda le proprie radici in profondità.

La Bhagavadgītā sulla quale si basa la trattazione qui esposta della “Metafisica della Lotta e dell’Azione” , rappresenta il significativo tentativo di mettere in relazione, in una tensione creatrice, i due poli vitali dell’essenza indogermanica: da un lato, l’introspezione nelle profondità creatrici dell’anima e del mondo, e, dall’altro, l’orientamento verso una vita di azione e lotta. Ciascuno di questi poli si è affermato autonomamente nei rispettivi centri focali dello spazio indogermanico. Si arriva qui persino a sostenere, ed ampiamente a dimostrare, che vive e agisce rettamente solo colui che riesce a trovare una ritmica unità della vita tra il silenzioso raccoglimento interiore e il volgersi al mondo e all’opera. Questa , se ben compresa, è la questione centrale della Bhagavadgītā. Benchè la Bhagavadgītā insegni anche un cammino di contemplazione, il suo fine ultimo è l’opera, l’azione. All’inizio e alla fine di quel componimento risuona la severa richiesta: “Combatti!”. Tuttavia, secondo l’insegnamento del poema, la giusta lotta è possibile soltanto attraverso la profonda comprensione dell’essenza dell’opera, dell’origine e del senso ultimo dell’azione.

Noi non siamo chiamati a decifrare il senso della vita e degli eventi, bensì a scoprire e a compiere l’azione che ci è richiesta, così da dominare attivamente l’enigma dell’esistenza. Qualunque tentativo di fronteggiare la vita attraverso uno schema morale o concettuale non fa altro che ostacolare la forza dell’azione.

“NESSUNO PUO’ RESTARE NEMMENO PER UN SOLO ISTANTE SENZA AGIRE, POICHE’ CIASCUNO E’ SPINTO ALL’AZIONE DALLE ‘ENERGIE DELLA MATERIA COSMICA’ CHE PROVENGONO DALLA NATURA PRIMORDIALE E CHE DETERMINANO IL SUO AGIRE” (III,5).

[J.W.Hauer, Una Metafisica Indoariana di Lotta e Azione, THULE ITALIA Editri

UNA METAFISICA INDOARIANA DI LOTTA E AZIONE
UNA METAFISICA INDOARIANA DI LOTTA E AZIONE

DOMINARE LA TIGRE DELLE PASSIONI: L’OBIETTIVO DEI GUERRIERI

di Chiara Rovigatti

Nel buddhismo tibetano esiste lo stesso concetto ed obiettivo. Faccio notare infatti che nell’immagine l’uomo ha le parti intime coperte da una pelle di tigre (a simbolo delle pulsioni carnali) che tiene per la coda appunto una tigre ad indicare che ormai tiene sotto controllo tali basse pulsioni.

DOMINARE LA TIGRE DELLE PASSIONI: L'OBIETTIVO DEI GUERRIERI
DOMINARE LA TIGRE DELLE PASSIONI: L’OBIETTIVO DEI GUERRIERI

𝗔𝗙𝗙𝗜𝗗𝗔𝗧𝗘 𝗜𝗟 𝗖𝗔𝗟𝗖𝗜𝗢 𝗜𝗧𝗔𝗟𝗜𝗔𝗡𝗢 𝗔 𝗗𝗘 𝗟𝗔𝗨𝗥𝗘𝗡𝗧𝗜𝗦

di Franco Marino

Io amo il calcio e, da patriota, spero che il calcio italiano torni ad essere il movimento che il mondo intero guardava con rispetto e dove venivano i più grandi campioni di quegli anni, e che i calciatori italiani tornino ad essere le icone che erano un tempo, invece di inseguire fantomatici complotti sul sabotaggio dei giovini, che spesso l’unica qualità che hanno è di essere giovani.

Bisogna essere tuttavia onesti senza scadere nel reazionarismo. Se il calcio italiano è stato così potente, ciò lo dobbiamo ad alcune storture del sistema, tra cui l’indebitamento e le collusioni tra il sistema bancario e quello sportivo.

Quell’intreccio, anche e soprattutto per motivi geopolitici, non è più ripetibile.

Il calcio italiano può tornare quello che era soltanto imparando la cultura dei piccoli passi, delle scelte oculate, della meritocrazia.

E per come la vedo io, c’è solo un uomo che questa cultura ce l’ha, non soltanto in senso calcistico ma anche imprenditoriale: Aurelio De Laurentiis.

Oggi più che mai il calcio italiano deve fargli ponti d’oro, fottersene di eventuali accuse di conflitti di interessi e dargli la gestione totale e completa del calcio Italiano.

Se sarà così, il calcio italiano tornerà quello di una volta e, soprattutto, in maniera pulita.

𝗔𝗙𝗙𝗜𝗗𝗔𝗧𝗘 𝗜𝗟 𝗖𝗔𝗟𝗖𝗜𝗢 𝗜𝗧𝗔𝗟𝗜𝗔𝗡𝗢 𝗔 𝗗𝗘 𝗟𝗔𝗨𝗥𝗘𝗡𝗧𝗜𝗦
𝗔𝗙𝗙𝗜𝗗𝗔𝗧𝗘 𝗜𝗟 𝗖𝗔𝗟𝗖𝗜𝗢 𝗜𝗧𝗔𝗟𝗜𝗔𝗡𝗢 𝗔 𝗗𝗘 𝗟𝗔𝗨𝗥𝗘𝗡𝗧𝗜𝗦

Amore: come gli uomini e le donne dovrebbero parlarsi

a cura di Enrico Galoppini

Una donna non può dare tutto a un uomo, così come un uomo non può dare tutto a una donna. L’uomo deve dire alla donna: «Mia cara, è bene che tu lo sappia, non sono io che potrò renderti felice. Anche se ti dessi tutto ciò che possiedo, il tuo cuore è così immenso che l’universo intero non potrebbe riempirlo, e la tua intelligenza ha bisogno di una luce che io non possiedo. Solo Dio può darti tutto. Perciò, se vorrai servirti di me solo come di un mezzo per andare fino a Dio, sarò l’essere più felice. Rimarrò accanto a te, ma sarà Dio che tu cercherai attraverso di me. È così che gli uomini e le donne dovrebbero parlarsi, invece di tradirsi sempre. Anche se non potete ancora viverle, sappiate che esistono forme superiori dell’amore verso le quali dovete tendere se volete veramente essere felici con il vostro amore. A quel punto l’amore non vi abbandonerà più, rimarrà nel vostro cuore, diventerà in voi uno stato di coscienza che niente potrà turbare. E vivere l’amore come uno stato di coscienza significa sentire in sé un calore costante e una luce che non si spegne mai.*

Omraam Mikhaël Aïvanhov

Amore: come gli uomini e le donne dovrebbero parlarsi
Amore: come gli uomini e le donne dovrebbero parlarsi

LE PORTE INVISIBILI

di Antonio Ruben

Jim Morrison non attraversò l’occulto come si attraversa una dottrina, ma come si varca una soglia. Non cercava un sistema di credenze, bensì un varco nella realtà ordinaria, una fenditura attraverso cui far filtrare l’eccesso, il caos, l’irrappresentabile. L’occulto, per lui, non fu mai un altare né una religione, ma una lingua antica con cui parlare all’inconscio collettivo.

Fin dall’infanzia, Morrison costruisce il proprio mito fondativo: il racconto dell’incidente stradale nel deserto, i corpi degli indiani nativi sull’asfalto, le anime che si staccano e attraversano il bambino. È irrilevante chiedersi se l’episodio sia avvenuto realmente. In termini filosofici, quel racconto è un atto originario: la nascita di una visione del mondo in cui l’identità non è chiusa, ma attraversabile, abitata da presenze, da voci, da morti. Morrison non dice “io sono”, ma “io sono attraversato”.

In questa frattura prende forma il suo rapporto con l’occulto. Non come pratica esoterica codificata, ma come consapevolezza che la coscienza non coincide con il soggetto, che esistono livelli sommersi dell’essere pronti a emergere se la forma viene spezzata. Qui Morrison incontra Nietzsche, Blake, Artaud: pensatori che non spiegano il mondo, ma lo incendiano. La conoscenza non è accumulo, è combustione.

Il palco diventa allora il luogo del rito. Non spettacolo, ma sacrificio simbolico. Morrison non canta: invoca, provoca, chiama. Il concerto è una cerimonia dionisiaca in cui l’ordine sociale viene sospeso e il pubblico non è più spettatore, ma tribù temporanea. In quei momenti, il linguaggio perde la funzione comunicativa e riacquista quella magica: la parola non descrive, agisce. È logos che torna a essere incantesimo.

L’occulto, in questo senso, coincide con ciò che la modernità ha rimosso: la dimensione tragica dell’esistenza. Morrison non vuole guarire, non vuole migliorarsi, non cerca redenzione. Scende. Scende negli inferi dell’io, nei territori della pulsione, della morte, dell’eccesso. Come ogni sciamano, sa che la conoscenza autentica passa attraverso la disintegrazione della forma personale. Per questo il suo corpo diventa campo di battaglia: luogo di eccessi, di abuso, di auto-distruzione. Non per edonismo, ma per coerenza tragica. La droga, in questa prospettiva, non è fuga ma strumento imperfetto, una chiave rozza per forzare le porte della percezione. Ma le porte, una volta aperte, non sempre si richiudono. Morrison lo sa, eppure procede. Non per ingenuità, ma per fedeltà a una visione: vivere come se la vita fosse un’opera rituale, non un bene da conservare.

Attorno a lui si addensano i miti: possessione, patti oscuri, magia nera. Sono proiezioni collettive, tentativi di dare una forma comprensibile a ciò che eccede la norma. In realtà, Morrison non è posseduto: è esposto. Esposto all’abisso, alla vertigine di un’esistenza senza filtri, senza mediazioni rassicuranti. Il vero occulto, in lui, non è il satanismo, ma l’assenza di protezioni.

La sua morte precoce sigilla il mito, ma non lo spiega. Morrison resta una figura liminale: né filosofo, né profeta, né semplice rockstar. È un guardiano della soglia, uno di quelli che mostrano cosa accade quando l’essere umano tenta di vivere oltre la misura consentita. Non indica una via da seguire, ma un confine da contemplare.

In questo senso, Jim Morrison non appartiene all’occulto: è l’occulto che, per un breve periodo, ha trovato in lui una voce. Una voce bruciata, spezzata, ma capace di ricordarci che sotto la superficie ordinata della realtà continua a pulsare un mondo arcaico, selvaggio, indifferente alla nostra necessità di controllo. E che, a volte, qualcuno deve avere il coraggio o la condanna di aprire quella porta.

LE PORTE INVISIBILI
LE PORTE INVISIBILI

LA CANCELLAZIONE DEL DIRITTO INTERNAZIONALE

di Riccardo Paccosi – Termometro Geopolitico

VENEZUELA: NO, NON E’ QUESTIONE DI RITORNO ALLA DOTTRINA MONROE, BENSI’ DI AVVENTO D’UN MONDO POST-WESTFALIANO OVE IL DIRITTO INTERNAZIONALE VIENE CANCELLATO.

UNA NECESSARIA PREMESSA

Partiamo da una necessaria premessa: chi ritiene che una situazione in cui il diritto viene sottomesso ai rapporti di forza materiali equivalga a una situazione in cui il diritto è invece completamente assente, semplicemente non conosce la storia e il funzionamento della politica.

A chi quindi commentasse questo intervento tirando in ballo la presunta non-esistenza del diritto internazionale nella storia, non risponderò perché non è mio compito dare ripetizioni sull’abc della politica.

DAL MENOPEGGIORISMO DI SINISTRA A QUELLO DI DESTRA

Come molti altri, ho salutato con favore alcuni aspetti del documento americano National Security Strategy 2025: per la prima volta, gli Stati Uniti hanno esplicitamente fatto propria la visione d’un mondo multipolare, ridisegnando altresì – con la suggestione di un C5 fra USA, Russia, Cina, India e Giappone che sostituirebbe il G7 – una leadership post-occidentale.

Il problema che si pone sul piano dell’ordine internazionale, però, è il medesimo che si pone all’interno dei singoli paesi occidentali.

Per decenni, mi sono confrontato con una visione menopeggiorista di sinistra e oggi, con una destra che in Occidente raccoglie il consenso delle masse popolari, mi trovo a discutere con una visione menopeggiorista di segno opposto: il punto è che ritengo oggi non condivisibile la seconda proprio come ieri ritenevo inadeguata la prima.

LA SCONFITTA GLOBALISTA SUL FRONTE INTERNO ALLE NAZIONI

La parziale sconfitta dell’asse globalista-progressista (che però è ancora al comando dell’Unione Europea) ha certamente bloccato, nell’immediato, un progetto di ridefinizione della società e della vita stessa in senso totalitario, ma ci sono ragionevoli dubbi sul fatto che abbia parimenti modificato i principi strategici generali.

Difatti, gli esponenti del potere economico sostenitori di Trump come Thiel e Yarvyn accarezzano gli stessi scenari futuri delle loro controparti progressiste, ovvero:

a) il comando diretto delle corporation sulla società;

b) la sostituzione dell’umanità con le macchine.

Semplicemente, la “destra” ritiene di poter raggiungere questi risultati senza bisogno d’imporre ai bambini la cultura del cambio di sesso e senza bisogno di mettere in lockdown il mondo intero.

LA SCONFITTA GLOBALISTA SUL FRONTE INTERNAZIONALE

L’omologa sconfitta dei globalisti sul versante internazionale, ha nell’immediato allontanato la possibilità di una guerra termonucleare globale delimitando tale probabilità alla sola Europa.

Eppure, quello che si sta materializzando sotto i nostri occhi è l’esatto contrario di quel mondo – basato sul rispetto di tutte le sovranità nonché su un rinnovato e rafforzato diritto internazionale – che Cina, Russia e documenti BRICS vanno teorizzando da anni.

Diversi commentatori geopolitici, al contrario, stanno parlando di avvento d’un mondo post-westfaliano, ovvero un contesto internazionale dove viene meno non solo a livello fattuale ma anche dal punto di vista giuridico il principio di sovranità delle nazioni sancito dalla Pace di Westfalia nel 1648.

IL PRECEDENTE ISRAELIANO

Anche se per miracolo da domani giungesse la pace nei territori palestinesi e si interrompesse il conflitto fra Stati Uniti e Venezuela, le due crisi citate hanno generato in ogni caso dei precedenti che ipotecano pesantemente il futuro delle relazioni internazionali in termini di completa cancellazione del diritto.

1) Nel caso del conflitto israelo-palestinese, la tesi dei sostenitori di Trump è che in realtà il presidente americano avrebbe impedito al governo israeliano sia di portare a escalation il conflitto con l’Iran, sia di proseguire le ostilità in Medio Oriente al fine di creare la “Grande Israele”.

Queste considerazioni possono anche essere veritiere ma, dal punto di vista del problema che stiamo affrontando, sono parimenti ininfluenti. Infatti, anche se Netanyahu non è riuscito a ottenere dagli Stati Uniti tutto quello che avrebbe voluto, in ogni caso abbiamo assistito – da parte di Israele e grazie al sostegno americano – a una serie di atti di suprematismo senza precedenti:

a) un massacro deliberato della popolazione civile praticamente svolto nell’impunità (al netto di eventuali sviluppi del procedimento presso la Corte Penale Internazionale);

b) l’enunciazione in sede pubblica e ufficiale d’un principio di superiorità teologica;

c) un’intensificazione del controllo sull’informazione mondiale, finalizzato a rendere illegali le critiche allo stato israeliano.

IL PRECEDENTE DELL’AGGRESSIONE AL VENEZUELA

2) Venendo alle vicende del Venezuela, a eventuali sostenitori della tesi sulla non-esistenza storica del diritto internazionale suggerisco un’analisi comparativa dei casi di Iraq, Libia e appunto Venezuela:

a) la guerra all’Iraq del 2003, fu preceduta da un intenso lavoro diplomatico volto a garantire legittimazione giuridica all’aggressione americana, con una fabbricazione di finte prove che coinvolse le agenzie d’intelligence di almeno tre nazioni;

b) l’aggressione alla Libia nel 2011, invece, non necessitò di alcuna finta prova ma soltanto di notizie false che nessuno, all’epoca, osò pensare di verificare; anche in questo caso, però, tutto si svolse alla fine sotto il cappello giuridico delle Nazioni Unite;

c) l’aggressione statunitense al Venezuela, infine, segna un salto di qualità ulteriore poiché non chiede legittimazione giuridica ad alcuna autorità internazionale e, soprattutto, non esprime alcuna motivazione che non sia la conclamata volontà di predazione neo-coloniale.

NON RITORNO ALLA DOTTRINA MONROE, MA NUOVO MONDO POST-WESTFALIANO

Fra i sostenitori di Trump, si enuncia che alla fine il ritorno degli Stati Uniti alla Dottrina Monroe – ovvero alla presa imperialista sul Sud America – è un prezzo che vale la pena pagare se la contropartita è poi quella d’un mondo multipolare e pacifico.

A parte l’analogo caso di suprematismo militarista israeliano sostenuto dagli Stati Uniti e che coinvolge tutt’altra parte del pianeta, i precedenti giuridici che l’attuale crisi USA-Venezuela hanno generato sono troppo ampi e troppo macroscopici per poter seriamente pensare che possano rimanere confinati al Mar dei Caraibi.

In sostanza, delle navi sono state affondate senza alcuna prova o indizio del fatto che stessero trasportando droga e questo precedente implica il permesso de facto, per gli Stati Uniti, di compiere atti di terrorismo internazionale senza alcun infingimento o copertura.

L’affermazione rilasciata ieri da Trump secondo cui il petrolio venezuelano apparterebbe agli Stati Uniti, infine, segna un punto di non ritorno: si tratta d’una legittimazione della predazione e della legge del più forte che le potenze coloniali europee del XIX secolo mai avevano osato pronunciare in modo altrettanto esplicito.

Quindi no, non si tratta di ritorno alla dottrina Monroe bensì di precedenti volti a demolire giuridicamente il diritto internazionale.

La domanda che si pone a questo punto è la seguente: come potrà questa logica da Far West, questo paradigma neo-barbarico enunciante il primato della forza sulla legge, essere compatibile con la conclamata volontà di convivere con altri in un mondo multipolare?

LA CANCELLAZIONE DEL DIRITTO INTERNAZIONALE
LA CANCELLAZIONE DEL DIRITTO INTERNAZIONALE