Per anni abbiamo creduto che il cervello avesse il controllo assoluto su tutto ciò che sentiamo e decidiamo. Ma la scienza moderna sta raccontando un’altra storia.
Il cuore non è solo una pompa di sangue: possiede un proprio sistema nervoso, con migliaia di neuroni e sensori capaci di rilevare cambiamenti fisici ed emotivi prima che il cervello li elabori in modo consapevole.
Questa rete cardiaca invia segnali costanti al cervello che influenzano direttamente lo stress, le emozioni e il modo in cui reagiamo a situazioni importanti. Per questo, spesso il corpo risponde prima… e la mente comprende dopo.
Sebbene il cuore non pensi come un cervello, partecipa attivamente all’equilibrio emotivo quotidiano. Comprendere questa connessione cuore-cervello non solo aiuta a ridurre l’ansia, ma anche a prendere decisioni più consapevoli.
Ascoltare il cuore non è solo una metafora romantica: è biologia in azione.
Oggi tutti si riempiono la bocca con la parola pace, e forse ogni uomo, preso singolarmente, direbbe “certo, io voglio la pace”.
Poi però dalla famiglia, ai condomini, ai quartieri, alla nazioni, ai continenti….il mondo è pieno di tensioni, guerre e conflitti.
Ognuno vuole la “sua” pace, ossia un sistema, un ordine, una legge che rispecchi i suoi desideri, i suoi ideali ecc., o comunque un accordo che metta insieme le parti (anche la pace interiore non è facile, poichè il nostro essere è complesso e stratificato).
La pace del mio ego è il puro divertimento, la pace del mio Sè è il ricongiumento al Principio….
La “pace” americana è molto diversa dalla “pace “cinese o “russa”.
Pax in latino significa “pace”, ma la sua origine etimologica è legata a “pacisci”, che significa “fare un patto”, un accordo, un legame, una connessione, non solo assenza di guerra, ma un atto di negoziazione e fiducia per ristabilire relazioni, radicandosi nel concetto di “fissare” (pangere).
Quindi, il significato originale di pax è intrinsecamente connesso all’idea di accordo e patto, un filo che lega ciò che era spezzato, come evidenziato da radici comuni in sanscrito (pāśa, nodo) e parole come “pagare” e “patto” in italiano.
La Pax deorum (pace degli dei) è poi un concetto centrale della religione romana antica che indica l’armonia e l’alleanza tra lo Stato romano e il suo pantheon divino, garantita attraverso il culto e i riti corretti (il cultus deorum), fondamentale per la prosperità e la salvezza di Roma.
La Pax esiste dove è il dominio di Roma.
Salam (سلام) è una parola araba che significa pace, sicurezza, benessere e completezza, condividendo la stessa radice semitica di Islam (pace/sottomissione). Dar al-Islam (Dimora dell’Islam) e Dar al-Harb (Dimora della Guerra) sono concetti della giurisprudenza islamica classica che dividono il mondo in territori governati dalla legge islamica (Sharia) e territori non musulmani, dove i musulmani vivono e praticano liberamente la loro fede.
La “Salam” (Pace) esiste ove vige l’Islam”.
La pace non è “volemose bene”, e “tutti felici e contenti” ecc.
No
La Pace è una delle conseguenze di un Patto e di un Equilibrio tra le parti – spesso giunti alla fine di un conflitto, di uno scontro, di uno sforzo – fondati su UNA Visione dell’uomo e delle cose.
Non ha senso dire “fate la pace” senza dire sulla base di quale Patto o Visione.
“Citiḥ svatantrā viśva-siddhi-hetuḥ”,”la Coscienza [in quanto] libera (autonoma, indipendente da cause ed effetti), è la causa della manifestazione [ovvero di ciò che viene portato a compimento, ergo manifestato] dell’universo”, Pratyabhijñāhṛdayam, Kṣemarāja (Rudra).
Kṣemarāja commenta in seguito: “niente può esistere aldifuori della luce della coscienza e tutto ciò che si manifesta lo fa come una forma della coscienza, solo la coscienza è la causa di tutto”. Ora non si tratta qui di soggettivismo, ossia che un qualcosa esiste solo se io lo osservo; si tratta di monismo assoluto, ovvero che tutto è fatto di coscienza, una sola ed infinita coscienza: gli oggetti percepiti, le azioni della percezione e le coscienze percipienti, ossia tutta la materia è coscienza condensata. Quindi anche se non la osservo, la materia manifestata continua ad esistere come forma di “coscienza contratta” nelle 5 funzioni (pañcakṛtya) di creazione, mantenimento, riassorbimento, velamento e svelamento di Śiva.
Qualche giorno fa il Consiglio dell’Unione Europea, organo esecutivo, ha sanzionato il colonnello Jacques Baud ed altri 11 soggetti (individui e persone giuridiche). Le sanzioni implicano il congelamento dei beni, il divieto a tutti i cittadini e alle imprese dell’UE di mettergli a disposizione fondi, di permettergli attività finanziarie o concedergli risorse economiche, oltre ad un divieto di viaggio. In sostanza ciò equivale a dichiarare la morte civile del cittadino colpito, che non può più accedere legalmente ad alcuna forma reddituale, né pregressa, né nuova, e non può spostarsi.
Due cose vanno sottolineate.
In primo luogo, questa punizione draconiana viene comminata per qualcosa che è precisamente e soltanto un “reato d’opinione”, in quanto non ci sono accuse di violazioni di legge, né penale, né civile.
In secondo luogo, la punizione non viene comminata da un organismo giudiziario, ma da un esecutivo, dunque senza passare attraverso una procedura di accertamento delle eventuali responsabilità.
Incidentalmente – per il piacere di chi si diletta di queste cose – questa forma di intervento è in diretta e manifesta violazione degli articoli 11 e 12 della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, che recitano rispettivamente:
Articolo 11.1. “Ogni individuo accusato di un reato è presunto innocente sino a che la sua colpevolezza non sia stata provata legalmente in un pubblico processo nel quale egli abbia avuto tutte le garanzie necessarie per la sua difesa.”
Articolo 12. “Nessun individuo potrà essere sottoposto ad interferenze arbitrarie nella sua vita privata, nella sua famiglia, nella sua casa, nella sua corrispondenza, né a lesione del suo onore e della sua reputazione. Ogni individuo ha diritto ad essere tutelato dalla legge contro tali interferenze o lesioni.”
Ora, chi pensasse che questa esibizione di arbitrio dittatoriale sia un semplice incidente di percorso, sbaglierebbe di grosso.
Il governo dell’Unione Europea è da tempo il regno del più totale arbitrio.
Pensiamo alla questione della sottrazione dei beni russi congelati. Questa palese violazione del diritto internazionale non è avvenuta (per il momento) solo per una congiuntura fortuita, ovvero la presenza negli USA di un presidente che ha altri piani per quei fondi e la presenza in Belgio – il paese finanziariamente più coinvolto – di un primo ministro dotato di un minimale buon senso. Per inciso, per questo atteggiamento prudente il premier Bart De Wever – nonostante goda di un massiccio appoggio popolare – è stato aggredito dalla stampa belga con accuse di filoputinismo. Le conseguenze a catena di una tale violazione macroscopica del diritto economico sarebbero potenzialmente devastanti e lo sono tanto più in quanto l’UE ha come ultimo residuo asset sul piano internazionale il fatto di essere una superpotenza finanziaria con una moneta stabile.
La von der Leyen è quella presidentessa che è stata eletta per un secondo mandato dopo aver bruciato decine di miliardi di fondi europei in un contratto privato e secretato via sms con la Pfizer. Ergo, il suo modo di agire arbitrario è stato benedetto dall’UE in toto.
L’UE è quell’organismo che ha portato al macello l’industria europea per seguire, pro tempore, le lobby green (che ovviamente nulla c’entrano con l’ecologia), salvo poi rendersi conto di quanto decine di esperti avevano detto immediatamente, ovvero che gli obiettivi di elettrificazione a tappeto erano astratti ed irrealistici (oltre che inutili per i fini che ufficialmente si proponevano, in assenza di accordi con il resto del mondo industrializzato).
L’UE è quell’entità multinazionale che sta aprendo un’agenzia d’intelligence sotto il diretto comando di chi presiede pro tempore la commissione (ora von der Leyen), come se fosse un capo di governo nazionale, democraticamente eletto.
L’UE ha partorito il Digital Services Act, meccanismo censorio che può sanzionare in maniera perfettamente arbitraria (cioè senza passaggio attraverso organi giudiziari) qualunque piattaforma che ospiti un contenuto ritenuto “disinformazione”, cioè qualunque contenuto che non sia allineato all’esecutivo europeo e sia significativamente influente.
L’UE sostiene sistematicamente che le elezioni con esiti avversi alla propria agenda sono illegittime e vanno ripetute, che i vincitori di elezioni con agende antieuropeiste vanno arrestati, che i partiti euroscettici vanno messi fuori legge anche se hanno la maggioranza delle preferenze.
Mentre nelle nostre scuole le ore di educazione civica vengono prese in ostaggio da piazzisti porta a porta delle meraviglie dell’Europa Unita, mentre carriere accademiche si decidono attraverso l’erogazione di grants europei, concessi a progetti o rigorosamente innocui o proni all’agenda eurocratica, mentre si procede a tappe forzate verso il portafoglio digitale – con cui le sanzioni oggi erogate a Jacques Baud potranno essere più ampie, rapide e diffuse – mentre tutto questo accade, la popolazione europea continua in gran parte a sonnecchiare.
I liberali libertari vogliono più libertà solo per i detentori di capitale.
I progressisti canticchiano “Bell* ciao” e inseguono fascisti immaginari.
I gruppi del dissenso sono troppo intenti ad essere gelosi o maldicenti gli uni degli altri per occuparsi d’altro.
La destra sovranista continua a vendersi la patria a pezzi in cambio di poltrone e foto opportunity.
Vecchi europeisti rintronati continuano a trastullarsi col “sogno europeo” perché possono fare benzina oltre confine senza mostrare i documenti.
Gli industriali, sempre più dipendenti dalle europrebende, stanno muti di fronte ad un’UE capace per la prima volta nella storia europea di coltivare rapporti catastrofici con tutto il resto del mondo: sul piede di guerra con la Russia, relazioni distrutte con la Cina per la “via della seta”, cacciati a calci dall’Africa, disprezzati dagli USA.
Gli unici a prosperare sono gli yes-men, i conformisti di lusso, gli ingranaggi di alto bordo, gli inservienti dell’accademia, gli ingranaggi della magistratura.
Pochissimi sembrano avere una comprensione della gravità di questa transizione storica, in cui, nelle istituzioni di quella tonnara chiamata Unione Europea, omini e donnine a pagamento, dipendenti da rarefatte oligarchie finanziarie, stanno portando a compimento gli ultimi passi per un assoggettamento integrale e irrevocabile dei cittadini europei: assoggettamento culturale, economico, materiale, comportamentale. Assoggettamento diverso però da quello delle autocrazie, perché brado, opaco, acefalo, privo anche di quel piccolo lusso che consta nel conoscere il volto di chi ti opprime. Al comando non è un uomo solo al balcone, ma un apparato autoperpetuantesi, un apparato messo in piedi da un sistema di lobby finanziarie, un apparato privo di un progetto che non sia quello del potere per il potere, l’estrazione di valore fine a sé stessa, per cui l’Europa e i suoi cittadini sono solo materia prima, forza lavoro, terra di conquista.
Quando leggo che rassegnarsi al Destino sia deresponsabilizzante, comprendo che chi scrive una simile affermazione crede evidentemente che l’uomo – pur mortale nella sua dimensione esteriore – sia padrone assoluto tanto del proprio mondo interiore quanto di quello esteriore. Una tale posizione ignora la caduta ontologica, la caducità dell’esistenza umana, le potenze che dominano il cosmo, e soprattutto Dio e il Suo potere sovrano. Ignora, in definitiva, la predestinazione totale.
L’uomo saggio, al contrario, sa riconoscere quando una situazione o un evento siano ineluttabili. Conosce i limiti della propria volontà di fronte all’inevitabile.
Il Paradosso della Libertà nell’Ontologia Mortale
Come può esistere vera libertà – o libero arbitrio – all’interno di un’ontologia che si conclude con una morte ineluttabile? Puoi forse vincere da solo la morte e proclamarti libero? Se la nascita e la morte sono eventi che nessun uomo, nessuna anima può gestire autonomamente, è ragionevole pensare che tra questi due poli ineluttabili possa esistere una reale libertà?
La logica è stringente: se non controlliamo l’inizio né la fine, come possiamo illuderci di controllare ciò che sta nel mezzo?
I sostenitori della spiritualità New Age affermano che noi, in quanto anime, avremmo scelto a priori nascita, morte e destino. Questa posizione ignora però una verità essenziale: se dipendesse dall’anima, essa fuggirebbe da questo inferno corporale-materiale senza esitare un istante. L’anima, infatti, deve trascinarsi questa carcassa mortale e questo ego opprimente di vita in vita, in un ciclo di sofferenza che non ha scelto.
Inoltre, queste dottrine introducono poi l’Universo come agente causale, la cui azione contraddice apertamente il presunto potere dell’anima di disegnare a priori il proprio destino. Se l’anima è sovrana, perché mai dovrebbe sottostare alle leggi cosmiche? E se è l’Universo a determinare gli eventi, che ne è della libertà dell’anima?
La contraddizione è evidente: non si può sostenere simultaneamente l’autodeterminazione dell’anima e il determinismo cosmico.
La vera saggezza sta nel riconoscere i limiti della condizione umana e nell’accettare l’ordine superiore che governa l’esistenza, nei suoi vari livelli e gradi. Non si tratta di deresponsabilizzazione, ma di umiltà metafisica: comprendere che certe forze trascendono la nostra volontà non ci rende passivi, ma ci colloca nel giusto rapporto con la realtà e con il Divino.
Sul Destino la Responsabilità e l’Illusione della Libertà
La filosofa Natalia Melentyeva pubblica per Aga editrice il saggio Filosofia verticale, in connessione con la Rivoluzione conservatrice
Il platonismo e le speculazioni filosofiche nella Terza Roma
In uno dei sui sapienti aforismi Nicolás Gómez Dávila afferma che il mondo moderno rappresenta una sollevazione contro Platone. Risulta difficile dargli torto, soprattutto considerando l’ulteriore slittamento nel postmoderno, dove le ombre sulla parete della caverna si sono moltiplicate, come le opinioni e le rivendicazioni non connesse con l’oggettività della natura e del logos.
La vera sollevazione contro Platone è più precisamente un appiattimento sulla linea orizzontale delle identità chiuse, della chiacchiera stimolata dai media. È oblio dell’Essere, dunque della verticalità che permette di uscire dalla caverna, di connettersi al mondo oggettivo dello spirito.
Abbiamo dunque bisogno di un pensiero verticale che smuova la stagnante palude orizzontale postmoderna, di una filosofia tellurica che faccia crollare la false e comode certezze e possa originare nuove alture.
Esiste comunque una comunità neoplatonica sparsa per il mondo, capace di rivoltarsi al postmoderno. Ed esiste in Russia la platonica famiglia Dugin. Non solo i libri del pensatore moscovita, spesso citato a suon di pregiudizi ma non sufficientemente letto, sono infatti preziosi come esempi di rinnovato platonismo. Abbiamo anche gli scritti di sua figlia Darya Dugina, che scelse ancora giovanissima il soprannome di “Platonova”, sentendo una particolare affinità col filosofo greco. Verrebbe anche da pensare che la sua tragica morte per attentato nell’agosto del 2022, possa rappresentare un equivalente (post)moderno della condanna a morte di Socrate, reo di invitare i giovani al superamento dell’opinione per accedere finalmente alla Verità.
Filosofia verticale
Il lettore italiano ha però ora anche la possibilità di leggere in volume una significativa raccolta di scritti della madre di Darya e moglie di Dugin: la filosofa Natalia Melentyeva. Fresco di pubblicazione per AGA editrice è infatti Filosofia verticale, che già dal titolo suggerisce contenuti in grado di stimolare il movimento tellurico di cui abbiamo invocato la presenza.
Si tratta appunto di un’antologia di testi che toccano vari temi, in prima istanza filosofici e con applicazioni politiche di estrema attualità. Sono contributi che ben rappresentano la fecondità dell’attuale pensiero proveniente dalla Russia, in questo senso veramente “Terza Roma” come vuole la profezia richiamata da Paolo Borgognone nella sua puntuale prefazione.
Si parte con un intervento che si riconnette al sentiero interrotto della “Rivoluzione Conservatrice” tedesca, analizzando il saggio di Armin Mohler sullo “stile fascista”. Testo da leggere e meditare in giorni in cui l’aggettivo in questione viene usato soprattutto per squalificare e cancellare come interlocutore chiunque dissenta dalla narrazione liberale e da fossilizzate identificazioni con la sinistra novecentesca.
Segue una acuta riflessione su un pensatore fondante per il pensiero socialista: Auguste Blanqui: la sua concezione di universi multipli può infatti diventare un vigoroso stimolo a non accettare la civiltà presente, a divenire rivoluzionari nella consapevolezza che altri mondi sono sempre possibili e non bisogna cedere al fatalismo del dato di fatto, mera organizzazione di un unico universo.
La filosofa russa si occupa però anche di cinema, trovando nei lungometraggi di David Fincher e di Lars von Trier elementi, anche inconsapevoli, di critica al sistema liberale.
La Melentyeva invita poi alla scoperta del filosofo tedesco Gerd Berfleth, mancato nel 2023, studioso di Bataille e Niezsche, alfiere di un pensiero in rivolta in linea con l’idea jüngeriana dell’Anarca.
Di grande rilievo il ricordo della “nave dei filosofi” che costrinse all’esilio agli albori del bolscevismo i più acuti e verticali pensatori russi (come Berdjaev e Merezkovskij), impoverendo enormemente la civiltà sovietica e trascinandola verso il fallimento.
Preziosissime poi le pagine sulla decostruzione del paradigma mentale liberale, in cui – d’accordo con il marito Dugin – trova le inevitabili conseguenze della perdita di contatto con le Idee platoniche e gli “universali” del tomismo. Quando il mondo occidentale finì per cedere al nominalismo, negando realtà metafisica ai concetti, rimase l’individuo nudo, non più membro di una società, di una comunità, di una tradizione comune più grande delle singole parti. La strada della guerra di tutti contro tutti per l’appropriazione dei beni, vera filigrana del capitalismo, era spianata. In un mondo appunto orizzontalmente appiattito.
E dall’orizzonte si sta addirittura scavando verso il subumano con la corrente filosofica dell’Ontologia Orientata agli Oggetti, di origine anglosassone, che nega ogni centralità e specificità all’essere umano in un orizzonte in cui ogni ente ha medesimi diritti e dignità: animali, piante e appunti oggetti materiali. Questa filosofia postmoderna era un particolare oggetto di studio critico da parte di Darya negli ultimi suoi tempi incarnati.
Ed è proprio con ricordi e omaggi alla figlia che si chiude il volume della Melentyeva.
Darya è mancata troppo presto, nemmeno trentenne, per portare a pieno sviluppo la sua “filosofia verticale”, soprattutto i concetti e le pratiche di quello che chiamò “ottimismo escatologico” (a cui AGA aveva già dedicato un volume). Basandosi in particolare su Platone, Hegel, Nietzsche, Evola, Cioran e Jünger, Darya ha proposto una visione del mondo che prende atto coraggiosamente dell’illusione, delle ombre proiettate sul muro della caverna, e della condizione tragica in cui si trova l’essere umano imprigionato, ma reagisce non con pessimismo fatalista, bensì con l’ottimismo di chi si batte anche per cause all’apparenza disperate, uscendo dalla caverna, passando al bosco, forzando la rottura di livello per accedere ad un superiore stadio di coscienza.
Il sentiero lasciato interrotto dalla brutale morte Darya, ci ricorda sua madre, è in attesa di soggetti coraggiosi pronti a riprenderlo, pronti a rialzare la spina dorsale, a riscoprire la verticalità per cui l’essere umano esiste sulla faccia della Terra.
La “cittadinanza informata” europea produce un cittadino conforme: ostile al nemico designato, diffidente verso la pace, immerso in un sistema mediatico controllato. Il dissenso non si discute più: si amministra.
Il cittadino modello e la democrazia senza domande
C’è un nuovo tipo umano che l’Europa contemporanea sta tentando di produrre in serie. Non nasce da un processo spontaneo, né da una maturazione civile collettiva, ma da un preciso dispositivo pedagogico e politico che potremmo definire di “cittadinanza informata e attiva”. Un’espressione apparentemente innocua, quasi rassicurante, dietro la quale si cela un modello sempre più rigido, selettivo, profondamente ideologico.
Questo nuovo catechismo civile non promette emancipazione, bensì conformità. L’informazione è ammessa solo se allineata, l’attivismo solo se prevedibile, l’integrazione solo se coincide con l’assimilazione totale ai valori stabiliti dall’alto. Il cittadino ideale non è colui che pensa, ma colui che riconosce tempestivamente quali pensieri siano legittimi.
L’ideologia dell’ostilità permanente
Il primo pilastro di questo schema è l’ostilità eretta a identità. Il lessico ufficiale parla di “autocrazie”, termine solenne e apparentemente neutro, utilizzato come una formula magica capace di sospendere ogni analisi storica, politica o strategica. Una parola che non spiega, ma segnala. Non argomenta, ma classifica.
All’interno di questa semplificazione linguistica, la Russia diventa il nemico strutturale, non per ciò che fa, ma per ciò che rappresenta. Non una controparte geopolitica, ma un negativo morale. L’avversione verso Mosca non è più una posizione discutibile: è un criterio di appartenenza. Chi non lo condivide integralmente non è un dissenziente, ma un sospetto.
Così come la parola “pace” assume un valore ambiguo, quasi osceno. Pronunciarla senza le dovute premesse – condanne, distinguo, abiure preventive – equivale a infrangere un tabù. Il pacifismo, da tradizione politica e morale europea, viene trattato come un sintomo di deviazione, quando non come una complicità implicita con il nemico.
Pluralismo ornamentale e controllo dell’informazione
Il secondo asse portante è la progressiva neutralizzazione del pluralismo. Le forze politiche, le voci pubbliche, gli intellettuali sono tollerati solo a condizione che non mettano in discussione l’orizzonte del conflitto permanente. Il dissenso è ammesso finché resta decorativo, privo di conseguenze, confinato a una funzione estetica.
Chi supera questa soglia viene rapidamente delegittimato. Non attraverso il confronto, ma mediante l’etichettatura morale. Non si risponde alle tesi: si colpisce la reputazione. È una forma di esclusione civile che non necessita di tribunali, perché si consuma nello spazio simbolico, mediatico, professionale.
Qui entra in gioco il terzo elemento: il controllo dello spazio informativo. Non più la censura esplicita, goffa e facilmente riconoscibile, ma una gestione sofisticata del consenso. I grandi media vengono guidati con discrezione, orientati più che comandati. Attorno a essi si sviluppa un ecosistema di giornalisti, analisti e “fact-checker” che condividono spontaneamente – o così pare – le stesse cornici interpretative.
La pluralità delle voci viene sostituita da un coro disciplinato, in cui le differenze sono di tono, non di sostanza. Il dibattito sopravvive come simulacro, mentre le domande realmente scomode vengono espulse a monte.
Democrazia amministrata
Il passaggio finale è forse il più rivelatore: la trasformazione della censura in procedura amministrativa. Non si punisce ciò che è falso, ma ciò che è inopportuno. Non si corregge l’errore, lo si rimuove. Il pensiero non conforme non viene confutato, ma monitorato, segnalato, gestito.
Il risultato è la nascita del cittadino esemplare: informato quanto basta per non deviare, attivo entro confini prestabiliti, integrato fino alla rinuncia al giudizio critico. Una democrazia che si proclama adulta, ma che mostra un’evidente allergia alle domande. E che, proprio per questo, comincia a somigliare a ciò che dice di combattere.
Se c’è un parola che mi sta sulle balle ultimamente è la parola Arconte.
Tutti fissati con ‘sti arconti di qua e arconti di là, dimenticandosi che esistono anche gli Eoni di cui poter parlare.
Oh è proprio vero che il male vende più del bene.
Ok conoscere il proprio nemico, e ciò che può limitare la nostra Evoluzione Spirituale, ma dobbiamo ricordarci che dobbiamo concentrarci più su Dio, sul Bene, sull’Amore e sulla Disciplina, su ciò che ci aiuta ad evolvere, non solo su ciò che ci limita, altrimenti potete riempirvi la bocca di arconti qua e arconti di là, e alla fine ne siete perfettamente dominati, perché diventa un’abitudine e stagnazione intellettuale, la Pratica è ciò che ci libera, ricordatevi che il fine del Risveglio Spirituale è l’Estasi Divina, la Beatitudine Divina, pertanto nella misura in cui non siete perennemente gioiosi, centrati e imperturbabili qualunque cosa accada, e che non riusciate a vedere il Divino negli altri, soprattutto nei vostri tanto giudicati Illici visto che vi piace tanto la terminologia Gnostica, siete ben lungi da ciò che volete conseguire.
Come anche quest’eggregore odierna che essere spirituale non vuol dire essere sempre gioioso ma significa anche esser incazzati, peraltro talora cadendo nel giudizio e nell’offesa e nella violenza.
V’è una bella distinzione fra la falsa gioia autoimposta che al primo ostacolo crolla in rabbia, e la Vera Gioia dell’Anima.
Così come v’è una bella distinzione fra Sano Rigore Divino QUANDO SERVE REALMENTE, E LADDOVE L’AMMONIZIONE COMPASSIONEVOLE FALLISCE.
E la violenza verbale e giudizio di molti che vogliono insegnare Spiritualità eppoi sono molto più dominati dai loro tanto amati arconti rispetto ad altri che magari non trattano di questi argomenti ma hanno una Disciplina Mentale assurda.
Uno solo dev’essere il vostro Pensiero e il vostro Focus: DIO
E il superamento delle barriere, diventa una conseguenza, ripeto, ok conoscere il proprio nemico, ma giammai focalizzarsi più su di loro che sull’obiettivo. Se ti focalizzi più sui limiti e sugli ostacolatori per forza di cose ti limiti.
Noi dobbiamo diventare come l’Obiettivo anelato, non solo disquisire con dissertazioni spesso sterili e spesso da salotto su ciò che limita il nostro obiettivo.
Piccola aggiunta…alla fine che lo si voglia ammettere o no, questo fatto di parlare in maniera ossessiva di arconti è un’estensione del parlar male del governo, dei poteri forti, e del lamentarsi continuamente, comportamento tipico dell’umano normale, non certo di un Cristo o un Buddha, sebbene ammonissero anche loro il male tuttavia erano su un piano ove potevano permetterselo avendo purificato sé stessi e avendo raggiunto l’Unità col Divino,e lo fecero con un’attitudine e un’energia completamente diversa, peraltro continuando a parlare più della Meta che non degli ostacoli.
L’uomo europeo contemporaneo vive una crisi che non è economica, politica o identitaria, ma gnoseologica: non sa più come conoscere. Accumula informazioni, domina tecniche, produce sistemi, ma ha smarrito la via del senso. E questa perdita ha una genealogia antica, inscritta nel mito fondativo della civiltà occidentale.
Uno dei miti più rivelatori, e meno compresi, è quello di Marduk e Tiamat.
Marduk e Tiamat: l’uccisione che non cancella la madre
Nel mito babilonese, Marduk – giovane dio maschile, ordinatore, solare – sconfigge Tiamat, il grande principio femminile del caos primordiale, delle acque, della potenza generativa indifferenziata. Ma il dettaglio decisivo è questo: Marduk non distrugge Tiamat. La uccide, sì, ma poi si copre della sua pelle e con il suo corpo crea il cosmo.
Questo gesto è rivelatore: il principio maschile non elimina il sapere femminile, lo ingloba senza riconoscerlo. Ne trae potere, struttura, ordine, ma ne nega l’autonomia, la voce, la sapienza originaria.
È l’archetipo di ciò che l’uomo occidentale ha fatto per millenni: ha vinto il femminile, ma non ha imparato da esso.
Il sapere femminile non è debolezza, è profondità
La donna saggia – non la caricatura ideologica, non la proiezione erotica, non la funzione sociale – incarna una forma di conoscenza radicalmente diversa da quella maschile:
-non procede per astrazione, ma per relazione
-non separa, ma connette
-non conquista, ma riconosce
-non domina il tempo, ma lo attraversa
Il sapere femminile è circolare, incarnato, simbolico, capace di tenere insieme contraddizioni senza annullarle. È un sapere che non ha bisogno di distruggere per creare.
L’uomo moderno, invece, è figlio di Marduk senza memoria di Tiamat: organizza il mondo, ma non lo sente più vivo.
La rimozione del femminile e la sterilità dell’uomo europeo
Il maschio europeo oggi è spesso:
-iper-razionale ma disorientato
-performante ma vuoto
-informato ma non sapiente
Ha ereditato strutture senza averne compreso l’anima. Ha la pelle di Tiamat addosso – linguaggi, simboli, culture – ma non ascolta più la sua voce.
Questa rimozione produce:
-incapacità di relazione profonda
-paura del limite e della dipendenza
-violenza simbolica o reale
-regressione infantile mascherata da forza
Non è un caso che la crisi del maschile coincida con la perdita di figure femminili sapienti, non ideologiche, non addomesticate.
Imparare dalla donna non significa sottomettersi
Questo è il punto più frainteso. Imparare dalla donna non significa diventare donna, né rinunciare alla propria forma maschile. Significa fare ciò che Marduk non ha avuto il coraggio di fare: riconoscere la fonte.
Il maschio maturo:
-ascolta prima di agire
-integra prima di ordinare
-accetta il non-sapere come soglia
-riconosce che la conoscenza nasce dal grembo del reale, non solo dalla mente
La donna saggia non chiede potere: offre orientamento. Ma solo a chi è capace di riceverlo.
Un vademecum per i maschi europei di oggi
1. Riconosci che non tutto si conquista: alcune verità si ricevono.
2. Cerca donne sapienti, non conferme narcisistiche.
3. Impara il silenzio: il femminile parla nei tempi lenti.
4. Non temere il caos: è matrice, non nemico.
5. Integra, non saccheggiare: ciò che non riconosci ti divora.
6. Ricorda Tiamat: senza la madre, l’ordine diventa deserto.
Oltre Marduk: verso un nuovo patto simbolico
La civiltà occidentale non ha bisogno di nuovi eroi, ma di uomini capaci di alleanza simbolica con il femminile. Non per rovesciare il mondo, ma per salvarlo dalla sterilità.
Il vero atto rivoluzionario oggi non è abbattere Tiamat, ma toglierle la pelle dalle spalle e guardarla negli occhi.
Perché solo chi riconosce la fonte può generare futuro.
In Italia il termine strategia è ovunque: nei documenti politici, nei piani industriali, nel marketing, nel giornalismo, perfino nel linguaggio quotidiano. Eppure, proprio questa iper-presenza nasconde un paradosso cognitivo profondo: in Italia la parola “strategia” viene usata quasi sempre per indicare ciò che in realtà è tattica. Non si tratta di una semplice imprecisione semantica, ma di un vero e proprio inganno cognitivo, con conseguenze strutturali sul modo in cui il Paese pensa, decide e agisce.
Strategia non è tattica: una distinzione cancellata
Dal punto di vista classico – militare, filosofico e cognitivo – la distinzione è netta:
La strategia è un modo di pensare, una visione orientata al medio e lungo periodo, che stabilisce fini, direzioni, priorità e cornici di senso.
La tattica è l’insieme delle azioni immediate, adattive, contingenti, spesso reattive, che servono a risolvere problemi locali nel breve periodo.
La strategia risponde alla domanda “dove vogliamo andare?”.
La tattica risponde alla domanda “come ce la caviamo adesso?”.
Confondere le due cose significa vivere in un eterno presente operativo, privo di orizzonte.
L’equivoco anglosassone: quando “strategy” diventa una trappola semantica
Il nodo centrale dell’inganno nasce nel secondo dopoguerra, quando l’Italia – culturalmente, politicamente ed economicamente subordinata al mondo anglosassone – importa massicciamente il lessico inglese, in particolare quello manageriale, militare e geopolitico.
Nel mondo anglosassone, però, il termine strategy viene spesso usato in modo molto più elastico rispetto alla tradizione continentale europea. In molti contesti pratici, strategy indica ciò che, in termini rigorosi, sarebbe una tactical plan, un piano d’azione a breve-medio termine, fortemente orientato all’efficienza operativa.
L’Italia, traducendo meccanicamente strategy con strategia, ha elevato semanticamente la tattica, attribuendole una dignità concettuale che non le appartiene. Il risultato è un cortocircuito cognitivo: si parla di strategia mentre si pensa e si agisce tatticamente.
Un’illusione indotta (e funzionale)
Questa confusione non è solo un errore: è probabilmente indotta e funzionale.
Una vera strategia implica:
-capacità di rinuncia nel breve periodo,
-visione sistemica,
-continuità decisionale,
-responsabilità storica.
La tattica, invece, consente:
-consenso immediato,
-adattamento opportunistico,
-narrazione ex post delle scelte,
-assenza di responsabilità a lungo termine.
In un sistema politico e culturale fragile, frammentato e fortemente mediatizzato come quello italiano, la tattica travestita da strategia è perfetta: rassicura, promette, occupa lo spazio simbolico della lungimiranza senza richiederne i costi reali.
Le conseguenze cognitive: un Paese senza orizzonte
Dal punto di vista cognitivo collettivo, questa confusione ha prodotto effetti devastanti:
-Miopia temporale: incapacità di pensare oltre la prossima emergenza.
-Reattività cronica: le decisioni nascono sempre come risposta, mai come progetto.
-Narrativizzazione del fallimento: ogni insuccesso tattico viene riletto come parte di una “strategia” che in realtà non è mai esistita.
-Erosione della fiducia: cittadini e istituzioni non credono più alla parola “strategia”, perché ne hanno visto solo l’abuso.
Non è un caso che l’Italia eccella nell’improvvisazione, nella flessibilità e nell’adattamento, ma fallisca sistematicamente nella pianificazione strutturale: infrastrutture, istruzione, politica industriale, demografia, politica estera.
L’Italia non ha strategia perché non la pensa
Dire che “l’Italia non ha strategia” non è un giudizio morale, ma una constatazione cognitiva. La strategia non è un documento, né uno slogan, né un piano quinquennale: è una forma di pensiero che richiede tempo, stabilità e cultura del futuro.
Finché il termine strategia continuerà a essere usato come sinonimo elegante di tattica, l’Italia continuerà a muoversi molto, ma senza direzione. Come chi scambia la velocità per il cammino, l’azione per il senso, l’oggi per il domani.
Recuperare il significato per recuperare il futuro
La prima vera strategia per l’Italia dovrebbe essere linguistica e cognitiva: restituire alle parole il loro peso reale. Chiamare tattica la tattica. E strategia solo ciò che riguarda il destino nel tempo.
Perché un Paese che non distingue tra breve e lungo periodo non è solo disorganizzato: è inermi di fronte alla storia.
Il grande inganno della strategia: come l’Italia ha scambiato il pensiero lungo per la tattica immediata