IL SIMBOLISMO DEI 3 MONDI: SPIRITUS, ANIMA E CORPUS MUNDI

di Francesco Centineo

L’essere umano è un microcosmo perfetto; l’essere umano è una «copia» dell’Universo; l’essere umano contiene in sé stesso la possibilità virtuale di esperire tutti quanti i molteplici stati dell’Essere; l’essere umano è universale poiché partecipa alla realtà universale nella sua integralità per le corrispondenze che intercorrono tra microcosmo (uomo) e macrocosmo (universo); l’essere umano «integrale» o «rigenerato» è un simbolo della divinità; per tutte le tradizioni l’essere umano se sviluppato pienamente può sperimentare tutti i differenti gradi dell’esistenza universale.

In tutte le tradizioni questi stati differenti vengono sinteticamente suddivisi nei «Tre Mondi»: vi sono i mondi degli angeli o delle realtà spirituali che vengono detti superiori; poi vi è il mondo intermedio, delle forme o delle immagini che viene considerato come il «vero mondo» dell’uomo: l’essere umano è quell’individuo tra gli individui dotato del potere mentale e della coscienza individuale, poiché esso può identificarsi naturalmente (conoscersi e riconoscersi) in tutti gli oggetti di cui si compone la manifestazione formale siano essi nell’ambito sottile (oggetti della mente o psichici) o in quello grossolano (oggetti fisici)

«[…] la coscienza, intesa nel suo senso più generale, non è qualcosa che a rigore possa venire considerata peculiare dell’essere umano in quanto tale, in grado di caratterizzarlo rispetto a tutti gli esseri; esiste infatti anche nell’ambito della manifestazione corporea […]. Tale è in varia misura, il caso di tutte le specie animali, che del resto manifestano chiaramente di possedere una coscienza; ci voleva tutta la cecità che lo spirito sistematico può provocare per dare origine a una teoria così contraria a ogni evidenza come la teoria cartesiana degli «animali-macchine». […] Tuttavia, tra tutte le forme che la coscienza può assumere, ne esiste sicuramente una che è propriamente umana, questa forma determinata ([…] coscienza dell’io) è quella inerente alla facoltà che noi definiamo «mentale», cioè precisamente a quel «senso interno» designato in sanscritocon il nome di manas e che è la caratteristica essenziale dell’individualità umana.»*

In fine vi è il mondo dei corpi o degli oggetti fisici che viene considerato il mondo degli esseri «inferi» o «inferiori», poiché decaduti in uno stato in cui la condizione animica o sottile che caratterizza l’essere umano vero è stata dimenticata e l’uomo è così sprofondato e decaduto all’inferno (Adamo ed Eva decadono dal Paradiso Terrestre e sono costretti all’alienazione, alla fatica terrena oltreché a divenire improvvisamente soggetti alla vita e alla morte, alla «corruzione»).

L’uomo è un animale razionale (dotato di ragione: capacità di «riflessione») poiché è un individuo dotato del potere di produrre gli oggetti della conoscenza all’interno della propria mente; questa possibilità lo rende virtualmente in grado di comprendere le realtà divine, ovvero, di trascendere, trasformare e trasfigurare la propria individualità: l’essere umano nel suo pieno sviluppo è un essere spirituale poiché può riconoscersi in Dio, il quale è ovviamente al di sopra dei tre mondi, anche delle sfere spirituali, le quali rimanendo nel dominio dell’esistenza o della manifestazione sono per loro stessa «natura» limitate e soggette ad un inizio e ad una fine poiché prodotte tramite la Sostanza Universale (Materia Prima).**

Il simbolismo dei tre mondi si riferisce infatti all’ambito della manifestazione che è contenuta all’«interno» dei due poli dai quali essa procede ed è prodotta: lo Spirito e la Materia si situano da un punto di vista simbolico, l’uno al di sopra e l’altra al di sotto di ogni manifestazione. I Tre mondi sono parte della manifestazione, lo Spirito e la Materia no, se non nell’accezione di principi da cui la manifestazione viene alla luce. I mondi sono manifesti i due poli della manifestazione non sono manifesti. La manifestazione è il risultato prodotto dalla ierogamia metafisica compiuta dai due poli della manifestazione.

I mondi sono, perciò, da un punto di vista metafisico, dei riflessi dello Spirito e da un punto di vista cosmogonico delle «produzioni» della Materia; l’Intelletto o Spiritus Mundi è la produzione prima o più essenziale ma sempre sostanziale, il riflesso primo dello Spirito; l’Anima Mundi è la produzione seconda o della sostanza sottile e procede per riflesso dallo Spiritus Mundi, il Corpus Mundi è il prodotto finale o della sostanza grossolana della manifestazione e dallo Spirito puro trae tutta la sua realtà, esattamente come lo Spiritus Mundi e l’Amina Mundi. 

Chiarire ciò è molto importante poiché sottolineare l’impermanenza di tutti gli stati dell’Essere significa affermare pienamente la trascendenza del Supremo rispetto ad ogni Sua manifestazione e sopratutto permette di comprendere pienamente che cos’è l’anima. In sanscrito lo Spirito o il Sé si definisce «Atman», l’Anima o l’Io si definisce «Jivatman»***, chiarendo così immediatamente la relazione asimmetrica che intercorre tra il principio «sovra individuale» ed il suo riflesso «individualizzato».

L’Anima è uno specchio attraverso cui le essenze divine (realtà angeliche) prendono forma nella mente umana; queste idee si sostanziano o si realizzano nei manufatti che l’uomo crea, esattamente come i corpi grossolani o corruttibili sono prodotti dalla mente cosmica o demiurgica (produttrice di forme) che opera riflettendo le essenze spirituali, esattamente come la Luna riflette la luce del Sole pur essendo priva nella sua sostanza di ogni essenza luminosa. 

La realtà sottile o mentale separa lo Spiritus Mundi dal corpo, ma in un certo senso li unifica poiché l’uomo purificando o sublimando la propria sostanza sottile potrà poi ambire alla trasformazione finale, ovvero, alla trasfigurazione dell’individualità umana stessa. Il corpo, ribadiamolo, è un prodotto finale, una «base» da cui iniziare la realizzazione spirituale, ma non è mai principio, lo Spiritus Mundi e l’Anima Mundi sono invece tanto prodotti tanto produttori, svolgendo a loro volta la funzione anche se relativa di principi:

«Ciò deriva dal fatto che, quando si tratta dell’ambito dell’esistenza manifesta, ci si trova al di qua della differenza tra Essenza e Sostanza; dal lato «essenziale», lo Spirito e l’Anima sono, a livelli diversi, quasi dei «riflessi» del Principio della manifestazione; dal lato «sostanziale» essi invece appaiono come delle produzioni tratte dalla materia prima, pur determinando a loro volta le sue ulteriori produzioni, in senso discendente; questo perché per situarsi effettivamente nel manifestato, devono diventare anch’essi parte integrante della manifestazione universale. Il rapporto fra questi due punti di vista è rappresentato simbolicamente dal complementarismo del raggio luminoso e del piano di riflessione, che sono entrambi necessari perché si produca un’immagine, talché, da un lato, l’immagine è veramente un riflesso della fonte luminosa stessa e, dall’altro, essa si situa al grado contraddistinto dal piano di riflessione, per usare il linguaggio estremo-orientale, qui il raggio luminoso corrisponde agli influssi celesti e il piano di riflessione agli influssi terrestri, il che coincide perfettamente con la considerazione dell’aspetto «essenziale» e dell’aspetto «sostanziale» della manifestazione. Naturalmente, i rilievi che abbiamo appena formulato circa la costituzione del «macrocosmo» si possono benissimo applicare anche allo spirito e all’anima nell’ambito del «microcosmo»; solo il corpo, propriamente parlando, non può mai essere considerato un «principio» perché essendo il risultato e il termine finale della manifestazione […], è soltanto «prodotto» e non può avere sotto nessun aspetto «produttore».*

Come osservato dal Guénon l’Anima Mundi e lo Spiritus Mundi possono essere associati analogicamente alla Sostanza ed all’Essenza Universali, essendo i principi relativi da cui vengono prodotti i corpi individuali di cui si compone la nostra sfera d’esistenza poiché «il Calamo e la Tavola, o l’Intelletto e l’Anima universali, sono quindi un simbolo dei due poli fra i quali è contenuta l’intera manifestazione […]; in altre parole, l’Anima è ricettiva come la luna che si limita a riflettere la luce solare – assimilabile all’Intelletto -, la quale a sua volta è espressione diretta del sole vero e proprio, che simboleggia il loro comune Creatore […]. L’Intelletto primo […] è la primordiale fra tutte le creature e corrisponde al Calamo supremo […]. La sua capacità di imprimere ciò che Dio vuole produrre è dovuta alla Tavola custodita, che è tratta da lui stesso così come nell’ordine corporeo Eva è tratta da Adamo.»**

Come abbiamo già annotato citando il Guénon lo Spiritus Mundi e l’Anima Mundi possono essere utilizzati per analogia, ricoprendo la stessa funzione anche se su di un solo piano dell’Esistenza (il nostro), come simboli dei principi primi della manifestazione poiché svolgono sul piano della nostra sfera gli stessi ruoli che nell’ambito del’Esistenza totale o universale spettano all’Essenza e alla Sostanza universali.

Nei suoi studi sull’Esoterismo Islamico Alberto Ventura dopo aver utilizzato questo simbolismo per enunciare i giusti rapporti che intercorrono tra l’Essenza, la Sostanza e l’Universo, nell’ottavo capitolo del suo lavoro trattava l’argomento del simbolismo dei «Tre Mondi» e scriveva:

«La costituzione ternaria, sia nel caso dell’insieme dei mondi, sia per un singolo essere, riproduce inoltre a un livello più circostanziale dell’intera esistenza, il frutto dell’azione complementare fra l’essere e la sostanza universali. Abbiamo in precedenza accennato alla ricorrente espressione coranica«i cieli, la terra e quel che è in mezzo», dicendo che essa indica i due poli complementari dell’essenza e della sostanza e la manifestazione che sta nel loro «mezzo», in quanto generata dalla loro reciproca influenza. Ora, questo stesso simbolismo può valere, secondo un’applicazione più ristretta, all’insieme dei tre mondi, dove i «cieli» e la «terra» rappresentano rispettivamente gli stati informali e lo stato corporeo, mentre «quel che è in mezzo allude alle forme sottili. Così il mondo dei puri spiriti e quello dei corpi grossolani possono essere considerati analoghi a ciò che l’essenza e la sostanza rappresentano per la manifestazione nel suo insieme, mentre lo stato sottile, in virtù, della sua situazione intermedia, rappresenterà allora il «prodotto» di questa unione».

La definizione «prodotto di questa unione» che il Ventura da rispetto alla sostanza sottile microcosmica, intendendola come il prodotto dell’unione tra l’essenza relativa e la sostanza grossolana, però, è totalmente errata, sicché come abbiamo già spiegato la sostanza grossolana non può mai, in nessun caso, essere produttrice di nulla, al contrario, nel microcosmo, che viene simboleggiato dal Tribhuvana***  è la sostanza sottile ad essere «produttrice» della sostanza grossolana svolgendo analogicamente il ruolo che la materia prima svolge sul piano macrocosmico nei confronti dell’Uomo Universale, e quest’«Uomo Universale», Colui che sintetizza in Sé tutti gli stati d’esistenza dell’Essere, non può essere assolutamente associato analogicamente nei termini di «prodotto complementare» al termine mediano presente nel simbolo dei «Tre Mondi»:

«Il termine medio del Tribhuvana, almeno, non può essere in alcun modo confuso con quello della Grande Triade, che è l’Uomo, per quanto con questi presenti un certo rapporto che, pur non essendo immediatamente visibile, è non di meno reale e ora indicheremo; però di fatto esso non svolge il suo stesso ruolo da tutti i punti di vista. Infatti, il termine medio della Grande Triade è propriamente il prodotto o la risultante dei due estremi: è quanto esprime la sua designazione tradizionale di «Figlio del Cielo e della Terra», qui, invece, la manifestazione sottile procede solo dalla manifestazione informale, e a sua volta la manifestazione grossolana procede dalla manifestazione sottile, vale a dire che ogni termine, in ordine discendente, ha in quello che lo precede il suo principio immediato. Perciò non è sotto il profilo dell’ordine di produzione che può essere validamente istituita la concordanza fra i due ternari; può esserlo in qualche modo solo «staticamente», quando, una volta che siano stati prodotti i tre termini, i due estremi risultano corrispondere in modo relativo all’essenza e alla sostanza nell’ambito della manifestazione universale presa nel suo insieme[…].»*

L’errore del Ventura è assolutamente incredibile; tale definizione della sostanza grossolana intesa come produttrice della sostanza sottile deve essere perciò smentita con forza, poiché la sostanza grossolana non può produrre alcunché essendo essa stessa il prodotto finale del processo della manifestazione, il quale si cristallizza nella sfera sublunare (della sostanza grossolana), come ben del resto enunciava Aristotele nella propria dottrina chiarendo che la sfera lunare è il confine tra il mondo delle idee, che è solare, eterno ed incorruttibile e quello terrestre che invece è quello dei corpi, imperfetto e corruttibile.

La Luna, perciò, simboleggia quella sostanza sottile produttrice dei corpi corruttibili, grossolani e rappresenta il termine mediano nel simbolo dei Tre Mondi; il terzo termine, invece, quel termine che possiamo chiamare Terra**, non può mai essere null’altro che un «prodotto finale» della manifestazione ed una base per la realizzazione spirituale, ovvero, per un ritorno al non-manifesto, sicché la  realizzazione spirituale si compie sempre dal basso verso l’alto, esattamente nel senso contrario rispetto cui la manifestazione viene prodotta. Non si può perciò mai associare da un punto di vista «genetico» il termine mediano del simbolo della Grande Triade, essendo un prodotto finale generato dai due principi primi, al termine mediano del Tribhuvana che invece è tanto prodotto dallo Spiritus Mundi quanto produttore del Corpus Mundi, se non abusivamente!

*René Guénon, Gli Stati Molteplici dell’Essere pag. 76 e pag. 77

**Nota: «La sostanza universale è dunque solo uno strumento, una «materia» tutta interna alla divinità, nella quale le possibilità di manifestazione vengono plasmate e predisposte all’esistenza.» – citazione tratta da L’Esoterismo Islamico di Alberto Ventura

***Il Jivatman (o Jivatma) è un termine sanscrito che indica l’anima individuale, rappresenta la scintilla divina o il Sé eterno (Atman) che si individualizza e si riveste di un corpo fisico, mente ed emozioni per sperimentare il mondo fisico. Si distingue dal Paramtman (Sé Supremo o universale), rimanendo però ad esso eternamente legato. 

*René Guénon, La Grande Triade pag. 94 e pag. 95

**Alberto Ventutra, L’Esoterismo Islamico pag. 138 e pag. 139

***Nota: tribhuvana è un termine sanscrito, «tri» significa tre, «bhuvana» significa mondi

*René Guénon, La Grande Triade, pag. 88 e pag. 89

** Nota: i Tre Mondi possiamo definirli con i termini simbolici di Sole, Luna e Terra

TRADIZIONE NON E’ ARCHEOLOGIA

di Giuseppe Aiello

René Guénon non era un “luddista” e non ha mai sostenuto che l’uomo tradizionale debba rifiutare ogni oggetto moderno, tornare alle “caverne” o vivere fuori dal mondo.

Questa è una caricatura moralistica e (paradossalmente!) moderna della sua critica.

La sua posizione non è “la tecnica è male, quindi non va usata”, ma piuttosto “la tecnica moderna è ontologicamente degradata e spiritualmente pericolosa se scambiata per criterio di verità o di salvezza”.

Guénon distingue sempre tra Principi (immutabili) e mezzi contingenti (storicamente determinati).

I libri di Guénon venivano stampati con mezzi moderni…. in Egitto ci è andato su una nave meccanica moderna….ci sono foto di Guénon…. è verosimile che usasse anche l’elettricità….

la stampa, la fotografia, l’elettricità sono mezzi, non principi, non hanno valore metafisico in sé.

Il problema nasce quando il mezzo diventa fine, la quantità pretende di spiegare la qualità, la tecnica pretende di sostituire la conoscenza

La sua critica alla scienza moderna non è tecnica, ma metafisica. Guénon non critica l’efficacia delle macchine o la funzionalità dei dispositivi, critica invece la riduzione del reale al misurabile, l’esclusione sistematica dei livelli sottili e intelligibili, l’idea che ciò che non è quantificabile non esista.

In questo senso una macchina che stampa libri è neutra, una scienza che nega ogni realtà oltre la quantità è perversa.

TRADIZIONE NON E' ARCHEOLOGIA
TRADIZIONE NON E’ ARCHEOLOGIA

IL REAME DI SHAMBHALA

a cura di Giuseppe Aiello

«The Realm of Shambhala è una discussione creativa della leggendaria utopia buddhista, che presenta sia la prospettiva tradizionale sia le interpretazioni uniche di Shar Khentrul Jamphel Lodrö. Il concetto di Shambhala come regno puro sulla terra, famoso come fonte degli insegnamenti del Kalachakra, viene qui ampliato per includere Shambhala come stato mentale che i praticanti aspirano a portare nella propria esperienza.»

— Cyrus Stearns**, autore di *The Buddha from Dolpo: A Study of the Life and Thought of the Tibetan Master Dolpopa Sherab Gyaltsen

«Questo libro porta alla luce le prospettive poco conosciute dei Jonangpa su Shambhala e sulla formazione della tradizione di Shambhala in Tibet. Khentrul Rinpoche sostiene qui l’esistenza di diversi piani di Shambhala, tra loro interconnessi, che possono essere sperimentati in differenti fasi della pratica, e mostra come Shambhala possa essere vissuta in questa stessa vita. Pertanto, questo libro sarà di interesse e beneficio non solo per studiosi e studenti del buddhismo tibetano, ma anche per i praticanti del Tantra del Kalachakra.»

— Vesna Wallace, autrice di The Inner Kālacakratantra: A Buddhist Tantric View of the Individual

The Realm of Shambhala presenta l’approccio multilivello del Tantra del Kalachakra a Shambhala così come insegnato dalla tradizione Jonang del buddhismo tibetano. Intesa come un antico regno e un luogo fisico, Shambhala è anche insegnata come uno stato mentale elevato, raggiungibile da tutti attraverso la pratica. Coltivando la pace e estendendola a relazioni armoniose con gli altri, il potere trasformativo di Shambhala può entrare nella vita quotidiana. Il libro illustra la prospettiva della tradizione sulle origini della letteratura del Kalachakra e include ampie narrazioni di lignaggio dei maestri Jonang che hanno mantenuto viva questa tradizione in India e in Tibet.

Khentrul Rinpoche unisce insegnamenti pratici a una visione per l’umanità radicata in un’antica profezia. Il Tantra del Kalachakra prevede un’età dell’oro, in cui la pace individuale raggiunta attraverso la pratica del Kalachakra si diffonde all’intera umanità. *The Realm of Shambhala* espone una visione di come possiamo coltivare una mente imparziale, superare le nostre afflizioni collettive e inaugurare un’era di pace perfetta.

IL REAME DI SHAMBHALA
IL REAME DI SHAMBHALA

DIO NON E’ MAI MORTO

a cura di Antonella Labate

Sarà anche risorto, il dio dei cristiani – con tutto che nel Corano troviamo il riferimento a diversi casi di individui morti e poi fatti resuscitare, e quindi anche in tal senso non ci sarebbe esclusività miracolosa –, ma il solo fatto che possa essere stato percosso, torturato, umiliato, dileggiato, tradito, processato, condannato, crocefisso e sotterrato ingiustamente, integra una visione della Divinità depotenziata, impotente e inerme di fronte alle iniquità crudeli delle Sue presunte ‘creature’.

Questa concezione deforme spalanca le porte alla liquidazione di Dio nel Weltanschauung post-cristiano. Il ‘Dio è morto’ di Nietzsche non è in fondo una novità. Il dogma cristiano ufficiale l’aveva già fatto morire secoli prima. La strada era da sempre aperta ad un universo del tutto antropocentrico.

Ciò combacia in pieno con l’informazione che Allah fornisce sugli ebrei in Sūrah al-Mā’idah: 64, citando le loro deliranti parole: «Gli Ebrei dicono: “La mano di Dio è legata. Che siano legate le loro mani, e che siano maledetti per ciò che hanno detto!».

La follia sionista è solo una delle tante manifestazioni di tale delirio archetipale.

Noi ribattiamo, come Lui ci ha insegnato nel prosieguo dell’āyah:

«Al contrario: Le Sue mani sono apertissime. Elargisce (doni) come Egli vuole».

E il dono dell’Islam è sufficiente.

DIO NON E' MAI MORTO
DIO NON E’ MAI MORTO

SALOMONE IL RE MAGO: SEGRETI CHE LA BIBBIA NON RIVELA MAI

a cura di Andrea Lauri

‎La storia ricorda Re Salomone come l’uomo più saggio mai esistito, un sovrano divinamente favorito che parlò con Dio e fu autore di sacra saggezza. Ma sotto la superficie levigata della venerazione biblica si cela una tradizione molto più antica e pericolosa. Una tradizione che ritrae Salomone non semplicemente come un re, ma come un re-mago, un ingegnere negromante e un maestro degli spiriti. In alcune antiche correnti, Salomone non è il servitore della luce divina, ma il prototipo del controllo sacro attraverso la conoscenza proibita.

‎Nelle antiche tradizioni del Vicino Oriente e del Secondo Tempio, la saggezza non era mai puramente morale. La saggezza era potere. “Conoscere” significava comandare. La leggendaria saggezza di Salomone non consisteva solo nell’intuizione delle vicende umane, ma nella padronanza dell’architettura nascosta della realtà. Ecco perché i testi mistici successivi non celebrano Salomone solo per la preghiera, ma per la sua capacità di legare, interrogare e trasformare in armi intelligenze non umane. ‎

‎La fonte più inquietante è il Testamento di Salomone, un testo escluso dal canone biblico ma conservato in circoli occulti e gnostici. Qui, Salomone riceve un anello inciso con un sigillo divino, non per adorarlo, ma per dominare gli spiriti. I demoni vengono evocati, nominati, interrogati, torturati e costretti al lavoro. Ogni spirito rivela la sua origine planetaria, la sua funzione di portatore di malattie e la forza angelica che la contrasta. Questa non è teologia. Questa è magia operativa.

‎In questa tradizione, Salomone costruisce il Tempio non solo con la preghiera, ma con spiriti schiavizzati. I demoni estraggono la pietra. Gli spiriti trasportano i materiali. Entità di malattia e caos vengono riutilizzate nell’architettura. Il Tempio diventa non solo una casa di Dio, ma un motore di contenimento, una macchina metafisica che stabilizza le forze cosmiche. Questo rispecchia i miti mesopotamici in cui i re governavano bilanciando le correnti divine e demoniache, non cancellandone una parte. ‎
‎La famigerata ossessione di Salomone per le mogli straniere assume un significato più oscuro nelle tradizioni mistiche. Non si trattava di matrimoni puramente politici. Nell’antica tradizione esoterica, le regine straniere erano sacerdotesse di misteri rivali. I culti egiziani, fenici, sabei e babilonesi non si limitavano ad adorare idoli. Trasmettevano sistemi iniziatici. Si dice che attraverso queste donne, Salomone abbia avuto accesso a divinità aliene, intelligenze stellari e riti ctoni. L’amore diventa iniziazione. Il desiderio diventa una porta d’accesso.

‎‎Frammenti cabalistici suggeriscono che Salomone cercasse di unificare tutti i sistemi spirituali sotto la sua autorità. Non attraverso la devozione, ma attraverso la sintesi e il dominio. Questo trova eco nei grimori successivi, dove Salomone è accreditato come l’autore di sistemi di incantesimi che catalogano gli spiriti come burocrati di un impero cosmico. L’Ars Goetia, parte della Piccola Chiave di Salomone, conserva questa memoria. Settantadue spiriti. Gerarchie. Gradi. Funzioni. Sigilli. Questo non è folklore. È amministrazione metafisica.

Eppure i miti diventano ancora più oscuri. Alcune tradizioni sostengono che Salomone alla fine perse il controllo delle stesse forze che dominava. Una leggenda narra che un demone gli rubò l’anello, si impersonò in lui e governò al suo posto mentre Salomone vagava come un mendicante. Simbolicamente, questa non è solo una storia di umiltà. È un monito. Chi governa gli spiriti rischia di essere governato da loro. Il mago diventa il contenitore. L’autorità si trasforma in possessione.

Gli interpreti gnostici si spinsero oltre. Suggerirono che la saggezza di Salomone lo avvicinasse agli architetti cosmici del controllo piuttosto che ai liberatori della coscienza. In questa lettura, il Tempio di Salomone non era semplicemente un santuario sacro, ma una griglia, uno stabilizzatore della realtà materiale. La geometria sacra diventa sorveglianza metafisica. L’ordine diventa contenimento. La saggezza diventa struttura piuttosto che libertà. ‎

‎In tutte le culture, l’ombra di Salomone appare ripetutamente. Nella tradizione islamica, comanda i jinn con terrificante autorità. Nella tradizione etiope, la sua discendenza porta con sé sia ​​benedizione che maledizione. Nei manuali di magia arabi, il suo nome è invocato non come un santo, ma come un maestro operatore. Lo schema è coerente. Salomone si trova al crocevia tra profeta e stregone, re e mago, servitore di Dio e ingegnere di forze occulte.

‎‎Ecco perché Salomone rimane pericoloso. Incarna una verità che la maggior parte delle tradizioni cerca di seppellire. Che la conoscenza sacra non è intrinsecamente pura. Che i nomi divini possono essere usati come armi. Che santità e dominio possono indossare la stessa corona. La storia di Salomone pone una domanda scomoda. Fu l’uomo più saggio mai esistito o il primo a scoprire che la realtà stessa può essere comandata da coloro che ne conoscono i nomi? ‎

‎Forse il motivo per cui le sue leggende più oscure furono sepolte non è perché fossero false, ma perché erano troppo rivelatrici.

SALOMONE IL RE MAGO: SEGRETI CHE LA BIBBIA NON RIVELA MAI
SALOMONE IL RE MAGO: SEGRETI CHE LA BIBBIA NON RIVELA MAI

UNA METAFISICA INDOARIANA DI LOTTA E AZIONE

di Carlo Weiblingen

Legati saldamente insieme da sangue e anima, gli Indogermani si sono così estesi, già alcuni millenni prima dell’inizio della nostra era, dalle rive del Mare del Nord e del Mar Baltico, attraverso le grandi pianure dell’India settentrionale, fino ai mari dell’Oriente e del Sud. E tanto potente è la tensione geobiologica di questo spazio, quanto lo è quella delle forze spirituali e intellettuali dei popoli che per millenni vi hanno vissuto e operato per quasi diecimila anni. Non deve dunque sorprendere il fatto che, nei due punti focali di questa vasta area – quella indoariana e la Germania – , si venga a scoprire anche nelle concezioni religiose e nelle forme di pensiero un’inconfondibile parentela che affonda le proprie radici in profondità.

La Bhagavadgītā sulla quale si basa la trattazione qui esposta della “Metafisica della Lotta e dell’Azione” , rappresenta il significativo tentativo di mettere in relazione, in una tensione creatrice, i due poli vitali dell’essenza indogermanica: da un lato, l’introspezione nelle profondità creatrici dell’anima e del mondo, e, dall’altro, l’orientamento verso una vita di azione e lotta. Ciascuno di questi poli si è affermato autonomamente nei rispettivi centri focali dello spazio indogermanico. Si arriva qui persino a sostenere, ed ampiamente a dimostrare, che vive e agisce rettamente solo colui che riesce a trovare una ritmica unità della vita tra il silenzioso raccoglimento interiore e il volgersi al mondo e all’opera. Questa , se ben compresa, è la questione centrale della Bhagavadgītā. Benchè la Bhagavadgītā insegni anche un cammino di contemplazione, il suo fine ultimo è l’opera, l’azione. All’inizio e alla fine di quel componimento risuona la severa richiesta: “Combatti!”. Tuttavia, secondo l’insegnamento del poema, la giusta lotta è possibile soltanto attraverso la profonda comprensione dell’essenza dell’opera, dell’origine e del senso ultimo dell’azione.

Noi non siamo chiamati a decifrare il senso della vita e degli eventi, bensì a scoprire e a compiere l’azione che ci è richiesta, così da dominare attivamente l’enigma dell’esistenza. Qualunque tentativo di fronteggiare la vita attraverso uno schema morale o concettuale non fa altro che ostacolare la forza dell’azione.

“NESSUNO PUO’ RESTARE NEMMENO PER UN SOLO ISTANTE SENZA AGIRE, POICHE’ CIASCUNO E’ SPINTO ALL’AZIONE DALLE ‘ENERGIE DELLA MATERIA COSMICA’ CHE PROVENGONO DALLA NATURA PRIMORDIALE E CHE DETERMINANO IL SUO AGIRE” (III,5).

[J.W.Hauer, Una Metafisica Indoariana di Lotta e Azione, THULE ITALIA Editri

UNA METAFISICA INDOARIANA DI LOTTA E AZIONE
UNA METAFISICA INDOARIANA DI LOTTA E AZIONE

DOMINARE LA TIGRE DELLE PASSIONI: L’OBIETTIVO DEI GUERRIERI

di Chiara Rovigatti

Nel buddhismo tibetano esiste lo stesso concetto ed obiettivo. Faccio notare infatti che nell’immagine l’uomo ha le parti intime coperte da una pelle di tigre (a simbolo delle pulsioni carnali) che tiene per la coda appunto una tigre ad indicare che ormai tiene sotto controllo tali basse pulsioni.

DOMINARE LA TIGRE DELLE PASSIONI: L'OBIETTIVO DEI GUERRIERI
DOMINARE LA TIGRE DELLE PASSIONI: L’OBIETTIVO DEI GUERRIERI

𝗔𝗙𝗙𝗜𝗗𝗔𝗧𝗘 𝗜𝗟 𝗖𝗔𝗟𝗖𝗜𝗢 𝗜𝗧𝗔𝗟𝗜𝗔𝗡𝗢 𝗔 𝗗𝗘 𝗟𝗔𝗨𝗥𝗘𝗡𝗧𝗜𝗦

di Franco Marino

Io amo il calcio e, da patriota, spero che il calcio italiano torni ad essere il movimento che il mondo intero guardava con rispetto e dove venivano i più grandi campioni di quegli anni, e che i calciatori italiani tornino ad essere le icone che erano un tempo, invece di inseguire fantomatici complotti sul sabotaggio dei giovini, che spesso l’unica qualità che hanno è di essere giovani.

Bisogna essere tuttavia onesti senza scadere nel reazionarismo. Se il calcio italiano è stato così potente, ciò lo dobbiamo ad alcune storture del sistema, tra cui l’indebitamento e le collusioni tra il sistema bancario e quello sportivo.

Quell’intreccio, anche e soprattutto per motivi geopolitici, non è più ripetibile.

Il calcio italiano può tornare quello che era soltanto imparando la cultura dei piccoli passi, delle scelte oculate, della meritocrazia.

E per come la vedo io, c’è solo un uomo che questa cultura ce l’ha, non soltanto in senso calcistico ma anche imprenditoriale: Aurelio De Laurentiis.

Oggi più che mai il calcio italiano deve fargli ponti d’oro, fottersene di eventuali accuse di conflitti di interessi e dargli la gestione totale e completa del calcio Italiano.

Se sarà così, il calcio italiano tornerà quello di una volta e, soprattutto, in maniera pulita.

𝗔𝗙𝗙𝗜𝗗𝗔𝗧𝗘 𝗜𝗟 𝗖𝗔𝗟𝗖𝗜𝗢 𝗜𝗧𝗔𝗟𝗜𝗔𝗡𝗢 𝗔 𝗗𝗘 𝗟𝗔𝗨𝗥𝗘𝗡𝗧𝗜𝗦
𝗔𝗙𝗙𝗜𝗗𝗔𝗧𝗘 𝗜𝗟 𝗖𝗔𝗟𝗖𝗜𝗢 𝗜𝗧𝗔𝗟𝗜𝗔𝗡𝗢 𝗔 𝗗𝗘 𝗟𝗔𝗨𝗥𝗘𝗡𝗧𝗜𝗦

Amore: come gli uomini e le donne dovrebbero parlarsi

a cura di Enrico Galoppini

Una donna non può dare tutto a un uomo, così come un uomo non può dare tutto a una donna. L’uomo deve dire alla donna: «Mia cara, è bene che tu lo sappia, non sono io che potrò renderti felice. Anche se ti dessi tutto ciò che possiedo, il tuo cuore è così immenso che l’universo intero non potrebbe riempirlo, e la tua intelligenza ha bisogno di una luce che io non possiedo. Solo Dio può darti tutto. Perciò, se vorrai servirti di me solo come di un mezzo per andare fino a Dio, sarò l’essere più felice. Rimarrò accanto a te, ma sarà Dio che tu cercherai attraverso di me. È così che gli uomini e le donne dovrebbero parlarsi, invece di tradirsi sempre. Anche se non potete ancora viverle, sappiate che esistono forme superiori dell’amore verso le quali dovete tendere se volete veramente essere felici con il vostro amore. A quel punto l’amore non vi abbandonerà più, rimarrà nel vostro cuore, diventerà in voi uno stato di coscienza che niente potrà turbare. E vivere l’amore come uno stato di coscienza significa sentire in sé un calore costante e una luce che non si spegne mai.*

Omraam Mikhaël Aïvanhov

Amore: come gli uomini e le donne dovrebbero parlarsi
Amore: come gli uomini e le donne dovrebbero parlarsi