La fine dell’età primordiale e la “Caduta dell’Uomo”

di Michele Ruzzai

Appunti di carattere mitico-tradizionale sulla storia esoterica dell’umanità del presente Manvantara: dall’Età dell’Oro alla “Caduta”, dal “Sonno di Adamo” al “Peccato Originale”, dalla tripartizione Adamo-Eva-Lilith alla rivolta dell’Orsa contro il Cinghiale.

Il complesso tema delle origini umane, attorno al quale si dibatte da sempre, è stato toccato anche, tra gli altri, dagli autori ascrivibili al filone culturale definito “Perennialismo” o “Tradizionalismo integrale”, in primis Julius Evola e René Guénon.

È stato soprattutto il metafisico francese a trasmetterci il concetto di Manvantara, presente nella tradizione indù come ciclo chiuso di manifestazione di una umanità completa in tutte le sue varie espressioni, e che a sua volta si suddivide in quattro età successive (Yuga) di decrescente durata e valore spirituale: il Satya (o KritaYuga, il Treta Yuga, il Dvapara Yuga e l’ultimo, il Kali Yuga, nel quale ci troviamo attualmente. Queste ere sono paragonabili – ma a nostro avviso non del tutto sovrapponibili – alle fasi delineate da greco Esiodo, ovvero le età dell’Orodell’Argentodel Bronzodegli Eroi e del Ferro, che infatti non sono quattro bensì cinque.

René Guénon definisce il Manvantara completo su una durata di circa 65.000 anni, con il Satya Yuga che si estese dall’inizio del ciclo fino a circa il 37.000 a.c., il Treta Yuga dal 37.000 a.c. fino a circa il 17.000 a.c., il Dvapara Yuga dal 17.000 a.c. fino a circa il 4.400 a.c. ed il Kali Yuga dal 4.400 a.c. fino ai nostri tempi, secondo una proporzione aritmetica 4-3-2-1.


La Terra Primordiale nella Tradizione

È noto che il punto di inizio della Tradizione Primordiale, sorta nel momento aurorale del nostro Manvantara, nei miti dei popoli di ogni latitudine viene collocata nelle regioni iperboree. La cosmografia indù, infatti, ricorda il continente primordiale Ilavrita al centro del quale si erge il Monte Meru in posizione letteralmente polare, mentre nella tradizione buddista tibetana si accenna a Shambhala, mitica terra posta all’estremo nord dell’Asia nelle aree che circondano il polo. In quella cinese si ricorda una terra boreale anticamente popolata da uomini “trascendenti e da una misteriosa “razza dalle ossa molli”, mentre nella gnosi islamica, come ci segnala l’orientalista Henry Corbin, troviamo la “terra celeste” – Hurqalya – posta anch’essa nell’estremo settentrione, dalle chiare caratteristiche paradisiache e polari. Vi è poi la tradizione greca con Thule ed il mitico popolo degli Iperborei, quella norrena che ricorda Asgard, gli iranici con la terra originaria Ayrianem Vaejo, mentre i vari popoli mesoamericani accennano ad una Tula dalle caratteristiche simili.

Sono comunque mitologie via via sempre più miste e confuse, nelle quali non sempre è agevole capire se la terra di provenienza evocata riguardi il singolo gruppo etnico in questione o la totalità del genere umano, come anche se la stessa rappresenti la patria veramente primordiale di inizio ciclo o invece un centro secondario e più recente; infatti – avverte anche Evola – molto spesso i ricordi tendono a sovrapporsi, come forse nel caso della Ilavrita, letteralmente polare, con la successiva Uttarakuru semplicemente nordica, o anche con la stessa Tula/Thule che, già iperborea, nel mito ellenico viene poi ad identificarsi con una terra posta invece nell’Atlantico settentrionale e corrispondente all’isola di Ogigia.

Il Paradiso Terrestre, il “sonno di Adamo” e la “Caduta”

In termini cristiani, il Satya Yuga corrispose alla fase edenica, al Paradiso Terrestre di biblica memoria, e quindi la sua fine – avvenuta circa 39.000 anni fa – vide quella traumatica Caduta dell’Uomo, che forse era stata in qualche modo già parzialmente preparata alcuni millenni prima con l’episodio del Sonno di Adamo ed il correlato doppio evento della nascita delle sue due compagne, la meno nota Lilith e l’universalmente conosciuta Eva; ciò probabilmente a rappresentare le articolate modalità della discesa umana da una fase veramente primordiale, polare ed incorporea (da cui il mito dell’Androgine platonico, della casta unitaria ed indivisa Hamsa, degli “Uomini trasparenti”, ecc…) ad una più tarda, ormai corporeizzata e centrata forse sul nord-est siberiano, ma ancora “paradisiaca” e sempre immersa in quella “eterna primavera” ricordata dal latino Ovidio.

Da vari dati tradizionali sappiamo infatti che, in termini macrocosmici, il Satya Yuga fu contraddistinto da due elementi ora perduti, ovvero la perpendicolarità dell’asse terrestre rispetto al piano dell’eclittica e le connesse condizioni equinoziali con il relativo clima particolarmente mite che avrebbe interessato anche le regioni ad elevata latitudine.

Ovviamente, sul piano fisico, a costituire l’evento primario che decretò la fine della sede iperborea e dell’età paradisiaca fu il sopraggiungere dell’inclinazione assiale, mentre la recrudescenza della glaciazione wurmiana e l’aggressione delle aree nordiche, fino ad allora rimaste preservate, ne fu l’immediata conseguenza (oltre, ovviamente, all’avvìo del ciclo stagionale). Tale evento dovette essere molto più traumatico dei precedenti cataclismi che si erano probabilmente verificati circa a metà del Satya Yuga in corrispondenza del citato “Sonno di Adamo”, ma che tuttavia non avevano intaccato la corrispondenza tra equatore terrestre e piano dell’eclittica. Ciò che avveniva ora, invece, era un repentino cambiamento degli stessi poli celesti – ovvero gli immaginari punti della volta uranica verso i quali dirigono i prolungamenti dell’asse – cosa che, a livello astrofisico, dovette rappresentare quasi il significato di una “caduta” del Principio stesso, assimilato al Polo di rotazione.

In effetti, Julius Evola sottolinea come, prima ancora del fatto astrofisico, risieda necessariamente in ambito “sottile” la causa di quanto poi precipita al livello materiale, e quindi la perdita della perpendicolarità dell’asse terrestre non potè che rappresentare l’inevitabile conseguenza “grossolana” di un’analoga deviazione precedentemente avvenuta, come vedremo, sul piano spirituale ed antropologico.

Il precedente avvento della corporeizzazione umana fu soprattutto connesso, secondo la visuale cosmologica indù, all’azione del Raja guna, qualità costitutiva della manifestazione che genericamente promuove il dinamismo e l’attività, agendo alternativamente sul più basso Tamas guna per reprimere il più elevato Sattwa guna, o viceversa. Verso la fine del Satya Yuga, probabilmente il Raja guna iniziò sempre più ad agire sul Tamas con delle conseguenze significative: la riproposizione, analogamente a quanto avvenuto, in tempi aurorali, per l’angelo Lucifero (Iblis nel mondo islamico) – ma ora applicato sull’umanità – di quello che in termini cristiani è il “peccato di orgoglio che, come segnala Frithjof Schuon, rappresenta l’ostacolo più temibile sulla via spirituale dell’Uomo. L’orgoglio, infatti, è da intendersi come una vera e propria “inversione” dei normali rapporti gerarchici, ovvero la preferenza di sé stessi a Dio, addirittura la contrapposizione a Lui, ed è ben più grave dell’altro ostacolo, la passione (ovvero la preferenza del mondo rispetto a Dio, quella che probabilmente era entrata in campo nella fase del “Sonno di Adamo” e che aveva provocato l’“uscita” centrifuga della Femmina, assimilata all’evento della corporeizzazione).

Su di un piano più interiore, un’analogia di questo “peccato” potrebbe essere fatta con l’infrazione commessa dall’Anima nei confronti dello Spirito, nel momento in cui essa se ne distingue e vi si oppone nella sua pervicace volontà di affermare la propria esistenza individuata; invece, da un punto di vista più “metastorico” l’episodio in questione costituisce proprio quel peccato originale che comportò la “Caduta dell’Uomo” e l’allontanamento irreversibile dal Paradiso Terrestre.

Notiamo tuttavia come Frithjof Schuon rilevi anche un’interpretazione in parte difforme, presente in altre tradizioni rispetto a quella biblica, sul passaggio dall’innocenza originaria alla “conoscenza del bene e del male: non, cioè, come una prima traumatica esperienza peccaminosa e nemmeno come una caduta ontologica di livello, ma piuttosto come un necessario completamento della personalità attraverso un’esperienza che era stata già a priori prevista per l’Uomo.

Brahmana e Kshatriya: il Cinghiale e l’Orso

D’altro canto, il summenzionato impulso verso l’inversione dei normali rapporti gerarchici può rappresentare anche una spiegazione del mutamento che, verso la fine del Satya Yuga, interessò il rapporto intercorrente tra la prima casta, maschile-sacerdotale (Brahmana) e la seconda, femminile-guerriera (Kshatriya), che erano venute a polarizzarsi a partire dalla primordiale casta unitaria Hamsa, in analogia all’uscita della coppia Lilith-Eva dall’Adamo che, fino a quel momento, era ancora androgino.

È infatti probabile che, nell’ambito della casta guerriera, i gruppi maggiormente soggetti alle influenze di matrice lunare – ora via via sempre più predominanti – iniziarono progressivamente a deviare dal punto di vista spirituale, e che, a nostro avviso, tale allontanamento possa essere sorto inizialmente tra i popoli spintisi repentinamente più a sud, riferibili all’ aspetto Lilith della mutevole Luna (nella sua fase oscura e di novilunio); fu un evento forse agevolato anche dal persistere di una certa prossimità di questi con le forme subumane, tamasicamente dominate, prodotti ormai larvali ed involuti della anzidetta caduta luciferica di inizio Manvantara (avvenuta a seguito del rifiuto di adorare l’immagine divina, spirituale ed incorporea, di cui il primo Adamo era luminosamente sostanziato).

A partire dalle popolazioni legate a Lilith, comunque, l’azione si sarebbe progressivamente estesa, favorita dal comune substrato “sottile” acqueo-selenico, a quelle più settentrionali, relazionabili all’ aspetto Eva della Luna (nella sua fase chiara e di plenilunio); una conferma in tal senso potrebbe essere data da una tradizione di ambito cristiano, secondo la quale il Serpente che tentò Eva nel giardino dell’Eden coincideva proprio con Lilith.

In questo modo, le forze più lontane dal Principio, per il tramite di Eva e della casta kshatriya ormai deviata, sarebbero infine giunte sino a corrompere e a far cadere lo stesso Adamo, cioè la parte di umanità rappresentata dalla casta brahmana, che invece era rimasta più intimante legata alle forze solari del piano sottile, nella veste di quei “Numi” e quegli “Dei” che ancora venivano a soggiornare tra gli uomini.

Diverse fonti tradizionali segnalano infatti come, ad un certo punto, le popolazioni collegate alla casta kshatriya mossero un deciso attacco ai danni dell’autorità spirituale rappresentata da quelle connesse alla casta brahmana. Ad esempio, la mitologia nordica pone chiaramente in relazione la fine del periodo primordiale con l’avvento di genti guerriere che, sotto il simbolo dell’Orsa, avrebbero aggredito il Cinghiale legato a Freyr-Frodhi. Dal canto suo René Guénon sottolinea come, significativamente, fu proprio Atalanta – allevata da un’Orsa – a colpire per prima il simbolo sacerdotale, da cui il chiaro riferimento all’azione di genti occidentali che si sarebbero rese responsabili di scatenare l’attacco contro la prima casta.

Il ruolo primario svolto, nell’occasione, dalle popolazioni atlantiche, sembra confermato anche da altri autori che pongono l’evento in corrispondenza, o in prossimità, al momento in cui fu proprio il Titano Atlante ad assumersi il pesante carico del mondo, mentre ulteriori elementi mitici ci segnalano come fu proprio alla fine dell’età di Kronos che si verificarono quei movimenti astronomici, già accennati all’inizio, dei quali forse un’altra traccia è rinvenibile nella vicenda di Fetonte: in questa narrazione, che è stata ipotizzata essere un ricordo dello spostamento prospettico della galassia, è sempre il titano Atlante a sostenere la Terra, ma anche a venire pericolosamente sbilanciato fino ad inclinare l’asse del mondo [cfr. A. Casella, Il “Fuoco celeste”: Kronos, Fetonte, Prometeo].

E pure qui, analogamente a tanti altri casi, va sottolineato, come ricorda lo stesso Evola, l’aspetto chiaramente ambivalente del simbolismo rivestito dal titano occidentale, nel quale l’idea “negativa” di un castigo subìto da Zeus (per avere, secondo alcuni, partecipato alla lotta contro gli Olimpicie quella “positiva” di una funzione polare assunta sulle sue spalle, paradossalmente vengono a coesistere: non è infatti un caso se, ad esempio, Omero collocò il nume nello stesso paese mitico degli Iperborei, ove si trovavano le possenti colonne che reggevano il cosmo, e se anche nel rabbinismo ebraico il mito di Atlante, secondo cui la terra poggiava, invece, su un solo pilastro, equivale al “pio” che sostiene il mondo con la forza delle sue virtù.

Cenni bio-antropologici e linguistici

Se, d’altro canto, ora lasciamo il piano mitico-tradizionale e passiamo ad inquadrare il problema da un punto di vista più prettamente bio-antropologico, potremmo ipotizzare che la conclusione dell’età primordiale sia da mettere in relazione con una confusa serie di migrazioni e meticciamenti avvenuti verso la fine del Satya Yuga. Venne interessata soprattutto la terra atlantidea e coinvolte dapprima, in coerenza con quanto espresso più sopra, le popolazioni australi “Lilith” e quelle “intermedie” accostabili ad Eva, che avrebbero così trascinato nell’ibridazione anche, progressivamente, quelle più boreali corrispondenti ad “Adamo”; ciò, oltretutto, appare in buon accordo anche con quanto segnalato da Platone, che indicò nell’eccessivo mescolamento tra la natura “terrestre” e quella “celeste” la causa della caduta dell’umanità primigenia.

Verosimilmente dovette derivarne la generazione degli uomini Cro-Magnon, inquadrabili come l’aspetto più compiuto e stabilizzato della multiforme Razza Rossa e che sorsero proprio nel momento finale del suo periodo di predominanza (ovvero, la seconda metà del Satya Yuga); la particolare forma assunta, improntata da un certo “gigantismo”, dovette probabilmente rappresentare una intrinseca possibilità umana che si presentò quasi come “simmetrica” rispetto a quella di direzione opposta, “pigmoide”, e che probabilmente aveva contraddistinto soprattutto le popolazioni, pur “Sapiens”, assimilabili a Lilith.

Cro-Magnon di circa 35-40.000 anni fa sono chiaramente accostabili alla razza bronzea di Esiodo e non va dimenticato che anche dalla odierna ricerca preistorica, vengono quasi unanimemente considerati la risultante di un processo di ibridazione avvenuto tra popolazioni piuttosto eterogenee. Essi assumeranno, nei tempi successivi al termine dell’età paradisiaca, una certa rilevanza antropologica, che però in una prima fase cadrà sotto il segno tellurico dell’Età della Madre, di originaria matrice australe come anche i gruppi umani che da ora in poi inizieranno a predominare.

Più in particolare, seguendo le ipotesi della recente linguistica “macro-classificatoria”, riteniamo che il ceppo nord-orientale riconducibile ad “Adamo” corrispose pressappoco a quel tronco definito in termini ampi come Nostratico, al quale l’archeologo Colin Renfrew attribuisce un’età (a nostro avviso, troppo ridotta) di circa 27.000 anni; significativamente, al termine “Nostratico”, Aharon Dolgopolskij, preferì piuttosto quello di “Boreale”, ad indicare comunque le genti che poi si sarebbero ulteriormente suddivise nelle branche elamodravidicasumericacaucasicocartvelicaafroasiaticaamerindia (il cui inserimento in tale raggruppamento è tuttavia oggetto di discussione) ed infine euroasiatica.

Quest’ultimo ramo è stato ipotizzato da Joseph Greenberg e comprende a sua volta sei distinte famiglie linguistiche le quali, rispetto al più ampio insieme nostratico (che, in alcune versioni della teoria, appare come alternativo a quello eurasiatico) risulterebbero anche per Merritt Ruhlen più strettamente collegate tra loro: la uralica, l’altaica, la coreanaainugiapponese, la ciukciocamciadali, la eskimoaleutina e la nostra, quella indoeuropea.

Arrivati al livello indoeuropeo, ci troviamo ormai davanti ad un’unità genetica ben definita nei rapporti di reciproca parentela tra i sottogruppi interni (es. romanzogermanicoslavoceltico, ecc…), tant’è che, se scegliamo a caso due lingue indoeuropee, esse appaiono di gran lunga più vicine tra loro di quanto non lo siano nei confronti di una qualsiasi altra lingua esterna alla famiglia: la solidità filogenetica dell’insieme indoeuropeo è, quindi, un dato praticamente incontestato e largamente condiviso in ambito glottologico (anche se riteniamo interessante ricordare come, singolarmente, René Guénon lo considerasse invece nulla più di una mera astrazione della linguistica di scuola tedesca).

In ogni caso, tornando al livello dei raggruppamenti linguistici di ordine più ampio, è probabile che il ramo euroasiatico e quello amerindio abbiano tra loro mantenuto, per un certo periodo, ancora un significativo grado di contiguità e, soprattutto per la branca eurasiatica, una localizzazione a latitudine relativamente elevata, cosa che appare evidente ancora oggi con gli idiomi che ne fanno parte.

Attraverso alcune sue frange, comunque, le stirpi riconducibili ad Adamo dovettero entrare in contatto, secondo modalità variegate e di non semplice ricostruzione, con quelle connesse ad Eva (a nostro avviso, corrispondenti alle popolazioni comprese nella macro famiglia SinoDeneCaucasica) e a Lilith (l’ampio insieme ancora più meridionale, Africano ed AustroPacifico), che, nel corso della seconda metà del Satya Yuga, in tempi diversi e partendo da nord erano andate a stabilirsi più a sud, arrivando così a produrre le ibridazioni ricordate sopra.

Ma, soprattutto, tali migrazioni sortirono l’effetto di lasciare deserta la sede iperborea – Varahi, la “Terra del Cinghiale – posta in un quadrante nordorientale del Vecchio Mondo (la perduta Beringia?) che, similmente ad altre aree più meridionali del pianeta, fino a quel momento era stata felicemente abitata.

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Fonte: AXIS MUNDI

La fine dell’età primordiale e la “Caduta dell’Uomo”
La fine dell’età primordiale e la “Caduta dell’Uomo”

I DONI DELL’ETA’ OSCURA

a cura dell’Associazione Internazionale SOL COSMICUS

Circa 6000 anni fa in India, i Rishi (i saggi) già descrivevano per filo e per segno l’ultima età, quella oscura dell’uomo incarnito e traviato.
Eppure, già indicavano la cura che, in fondo, riguarda il solo rivolgersi al Signore:
“Le mancanze commesse dagli uomini durante l’età del Kali Yuga, riguardanti cose, luoghi o le loro persone, sono cancellate da Bhagavat, il supremo Signore, quand’Egli prende dimora nei loro cuori. Basterà ascoltare o celebrare le sue lodi, pensare a lui, offrirgli dei segni di omaggio e di rispetto, perchè il Beato prenda dimora nel loro cuore e cancelli le impurità contratte dagli uomini. L’età del Kali Yuga, nonostante sia un abisso di vizi, possiede un vantaggio unico, ma prezioso: è sufficiente celebrare le lodi di Ishwara (il Signore) perchè, liberi da ogni legame, ci si riunisca all’Essere Supremo.”
(Bhagavata Purana)

I DONI DELL'ETA' OSCURA
I DONI DELL’ETA’ OSCURA

Donne ai vertici della politica e delle Istituzioni 

Videoconferenza del canale YouTube MEGLIO DI IERI, trasmesso in live streaming il giorno 21 marzo 2023.

Daniel Griva intervista Valentina Ferranti, Antropologa e Scrittrice che vive e lavora a Roma. Si occupa di mitologia e simboli legati alle antiche civiltà, ma nelle sue ricerche antropologiche si interessa anche del mondo contemporaneo. Scrive per diverse riviste che si occupano di tradizioni sacre e di attualità.

Donne ai vertici della politica e delle Istituzioni 

Donne ai vertici della politica e delle Istituzioni 
Donne ai vertici della politica e delle Istituzioni 

La Geografia sacra e la Geopolitica

Videoconferenza del canale YouTube FRATRIA Altotiberina, trasmessa il giorno 25 marzo 2023.

Fratria intervista Daniele Perra, Laureato in Scienze Politiche e Relazioni Internazionali, Daniele Perra ha conseguito nel 2015 il Diploma di Master in Middle Eastern Studies presso ASERI – Alta Scuola di Economia e Relazioni Internazionali dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano. A partire dal 2017 collabora attivamente con “Eurasia. Rivista di studi geopolitici” e con diversi siti di informazione geopolitica e di studi tradizionali. Le sue analisi sono incentrate principalmente sul rapporto che intercorre tra geografia, politica, filosofia e storia delle religioni. Nel 2018 il suo saggio Sulla necessità dell’impero come entità geopolitica unitaria per l’Eurasia è stato inserito nel vol. VI dei “Quaderni della Sapienza” pubblicati da Irfan Edizioni. È autore del libro Essere e Rivoluzione. Ontologia heideggeriana e politica di liberazione, Prefazione di C. Mutti (NovaEuropa 2019).

La Geografia sacra e la Geopolitica
La Geografia sacra e la Geopolitica
La Geografia sacra e la Geopolitica

Il multipolarismo di Federico II Imperatore

di Cosmo Intini

Proprio oggi, 18 marzo 2023, ricade il 794mo dall’incoronazione dell’Imperatore Federico II di Svevia a Re di Gerusalemme, avvenuta nell’anno 1229. Un evento che, col passare del tempo, non solo pare aver sempre più rinnovato la percezione di una propria stupefacente eccezionalità di carattere meramente storico, ma che pure manifesta esplicitamente una certa qual sua adesione a contingenze metastoriche; le quali, appunto per ciò, mantengono “inevitabilmente” vivi i suoi valori ontologici con un’inalterata estrema attualità.

I fatti storici

Sin dal settembre del 1226, attraverso una serie di ambascerie, erano cominciati ad intercorrere rapporti diplomatici tra l’Imperatore ed il sultano d’Egitto Malik-al-Kamil, il quale auspicava di ottenere un’alleanza col sovrano cristiano, nel conflitto che lo vedeva impegnato contro il fratello al-Muazzam, sultano di Damasco.

Dopo i primi contatti, che erano stati facilitati da un tale Riccardo, musulmano convertitosi al cristianesimo nonché camerlengo presso la corte di Federico II, nei due anni successivi erano proseguiti diversi scambi di reciproci omaggi, i quali avevano condotto lo Svevo ad entrare in immediata simpatia e stretta intimità con l’emiro Fahr ad-Din, che fungeva da intermediario del sultano.

Nel novembre del 1227, essendo nel frattempo morto il fratello con cui al-Kamil era in antagonismo, quest’ultimo poteva spartirsi con un altro suo fratello le terre del defunto; e così, mentre poneva Damasco in assedio, invadeva la Palestina e conquistava Gerusalemme.

Intanto, durante il precedente settembre, Federico II aveva patito la scomunica da parte del Papa Gregorio IX: invero più per motivi meramente politici che dottrinali. Il Pontefice, infatti, accusava l’Imperatore di non aver adempiuto al giuramento di portare a compimento, quanto prima, una nuova crociata.

In realtà, il ritardo nell’attuare i propositi, già espressi più e più volte, derivava all’Imperatore da contingenze oggettive: ultima, la diffusione di un’epidemia di peste che aveva iniziato a diffondersi tra le truppe crociate, proprio in concomitanza della loro partenza da Brindisi che doveva avvenire alla fine di agosto, sempre di quel 1227. 

Verrebbe da pensare, insomma, che i motivi degli indugi non dovevano essere di certo imputabili ad una negligenza di Federico II, ma che semmai risiedevano piuttosto in altre diverse ragioni; le quali, oltretutto, non dovevano essere nemmeno tanto gradite al Pontefice, se le stesse furono in grado di scatenare quelle sue reazioni punitive, invero esagerate ed oltraggiose. Ma ritorneremo più avanti su questo.

Dopo un ulteriore lungo soggiorno dell’emiro Fahr ad-Din alla corte imperiale, a Foggia, avvenuta nel corso di febbraio del 1228 – durante il quale la simpatia tra i due uomini, legati da molteplici interessi culturali e specialmente filosofico-scientifici, si rinsaldò in una forte e durevole amicizia (fu in quell’occasione che Federico II onorò l’amico dell’Investitura cavalleresca) – finalmente, alla fine del successivo mese di giugno l’esercito salpava da Brindisi per la sesta crociata: quella che fu definita la “Crociata degli scomunicati”. E andrebbe notata tutta la paradossalità della situazione secondo cui, mentre l’Imperatore ed i suoi partivano per la conquista del Santo Sepolcro, i cristiani “ortodossi” rimanevano invece comodamente a casa.

Sbarcato a settembre in Terra Santa, Federico II cominciò immediatamente ad intrattenere una serie di lunghe trattative con al-Kamil, miranti ad una eventuale consegna di Gerusalemme.

Inizialmente il sultano, dopo la morte di suo fratello, signore di Damasco, non sembrava più interessato ad alcuna alleanza, né a qualunque altro impegno diplomatico da mantenersi con l’Imperatore. Tuttavia, esasperato per il non esser ancora riuscito a conquistare proprio la stessa Damasco, che pur già da lungo tempo egli stava assediando, alla fine cedeva alle richieste dello Svevo. In tal modo, con il trattato di Giaffa del febbraio 1229, egli gli consegnava la Città Santa di Gerusalemme.

«Federico aveva riconquistato il Santo Sepolcro senza spargere una goccia di sangue, ottenendo in poco tempo ciò che i suoi predecessori non avevano saputo conquistare con la forza delle armi in tanti anni. […] Il trattato era un capolavoro di diplomazia. Gerusalemme era ceduta col Santo Sepolcro, ma i Maomettani erano liberi di abitarvi e restavano in possesso delle loro zone, dove si trovavano le più importanti moschee; in più erano cedute all’Imperatore S. Giovanni d’Acri, Giaffa, Sidone, i territori di Nazareth e di Betlemme ed una strada lungo la costa per dare accesso ai pellegrini nei luoghi santi»[1].

Ottenuto tale successo, a Federico II non restava altro che entrare nella Città Santa, per autoincoronarsi nel Tempio del Santo Sepolcro quale Re di Gerusalemme. Era domenica 18 marzo del 1229.

Significati e conseguenze

La valenza di questo stupefacente evento è duplice e può essere così riassunta.

Da un lato, il titolo di Re di Gerusalemme permise all’Imperatore di perfezionare la propria sovranità, venendo lui infatti ad incarnare, oramai pienamente, quella funzione sacrale di typus Christi che così intimamente entrava a far parte della tradizionale ideologia imperiale e ghibellina. Dopo di lui, a nessun sovrano cristiano riuscì di portare a compimento una medesima impresa; tant’è che a ragione, e sulla scorta di quanto espresso anche da Dante, Federico II deve considerarsi quale l’apice massimo della figura del Sacro Romano Imperatore in quanto Vicarius Christi. In ogni caso, egli fu proprio l’ultimo ad essere incoronato secondo entrambe quelle che erano le più solenni prerogative: per mano diretta di un Pontefice e in S. Pietro, a Roma.

D’altro canto, la sua apertura intellettuale verso culture e religioni altre – e questo senza mai smarrire la propria profonda ortodossia cristiana, checché ne dicano gli ideologismi guelfi, a lui partigianamente contrari – ha dato modo di dimostrare quanto, ed in che termini, sia possibile porre a frutto una visione politica che oggi definiremmo genuinamente “multipolare”.

Nella “politica estera” egli non fu filo-musulmano ma nemmeno antislamico, mantenendo sempre un profondo equilibrio, pur nella sua spregiudicatezza rispetto ai canoni del tempo; il quale atteggiamento era oltremodo finalizzato, come si è visto, esclusivamente alle esigenze di un potere che traeva la propria legittimità da fondamenti sacrali e sacramentali eminentemente cristiani.

Nella sua pratica di governo “interna”, poi, pur presentandosi titolare di diversi diritti e istituzioni (Imperatore romano-germanico, Re di Germania, Re d’Italia, Re di Sicilia, sovrano formale del regno di Borgogna, sovrano eminente di quello di Cipro, Re di Gerusalemme), egli non applicò mai snaturanti processi uniformatori e generalizzatori, ma si operò sempre con flessibilità. E ciò, ad ogni modo, non solo mantenendo quella dovuta fermezza giuridica che derivava dalla sua responsabilità di legislatore, ma soprattutto alla luce di quella funzione “metapolitica” che indicava in lui l’esemplare rappresentazione della lex animata in terris: ossia della figura vicaria del Cristo in quanto Sol Iustitiae, Sole di Giustizia.

Proprio in virtù di tali esplicite adesioni ad archetipi e a principi metapolitico-metastorici, la storia si ritrova, oggi come sempre, in contingenze che paiono riproporre “inevitabilmente” – quando non addirittura “ineluttabilmente” – proprio il recupero di tali medesime formulazioni politiche sacralmente intese. E ciò, come opportuno antidoto contro l’incipiente implosione della civiltà europea e cristiana.

Del resto, fu proprio questo il senso che già intravide lo storico Franco Cardini in un articolo del 24 febbraio 2006, sul quotidiano l’Avvenire, che significativamente titolava: “Ci vorrebbe un altro Federico II”.

Preannunci macrocosmici dell’elezione a Re di Gerusalemme

L’opera architettonica che cattura in maniera più emblematica l’idea imperiale di Federico II è il suo famoso castello originariamente denominato Sancta Maria de Monte, ma oggi conosciuto più con il tardivo nome di Castel del Monte, il quale è sito in Puglia presso Andria.

Il manufatto rappresenta un unicum nella produzione castellare dell’Imperatore, oltre che un vero enigma. Infatti, sono pervenuti sino ad oggi solo pochi e non espliciti documenti su di esso, i quali non informano né sulla precisa data della sua edificazione, né tantomeno su quale dovesse essere il suo peculiare utilizzo: e ciò alla luce delle sue singolari caratteristiche architettoniche e geometriche, che denotano più chiari intenti simbolici, piuttosto che non la necessità di una fruizione del manufatto in chiave pratico-contingente.

La nostra convinzione è che esso non fosse altro che l’espressione simbolica “in pietra” della Regalitas federiciana, colta soprattutto nella propria funzione “mediatrice”; la quale funzione, secondo l’ideologia imperiale, è esattamente quella che il sovrano svolge tra Cielo e Terra.

Tuttavia, come è del resto nella natura propria di tutti i veri simboli – i quali, “essendo quello che esprimono” sono in certo qual modo “vivi” – la sua cifra “ontologica” non va apprezzata come semplicemente appartenente ad una dimensione puramente “statica”, ma va intesa in quanto “dinamicamente” inserita nel contesto tanto storico quanto geografico, in cui il castello si è venuto a manifestare.

Per comprendere pienamente ciò, non potendo in questa sede affidarci a troppo lunghi approfondimenti, intanto rinviamo a lavori pubblicati in altra sede[2]. Quello che invece ci preme qui mostrare, attraverso una adeguata lettura delle simbologie “in atto”, non solo è quanto sia possibile desumere pienamente da essi simboli alcune circostanze le quali, di solito, in assenza di documentazioni storiografiche sembrerebbero destinate a rimanere sconosciute. Ma oltretutto, è possibile pure verificare come proprio le stesse circostanze, chiaramente appartenenti ad una dimensione “macrocosmica”, manifestino un’eccezionale “organicità” con quella “microcosmica” che è relativa, appunto, alla figura ed all’operato di Federico II.

Abbiamo già accennato alla mancanza di documenti attestanti la data di nascita del castello.

Risale al 1240 la più antica testimonianza scritta, in cui venga menzionata Sancta Maria de Monte; ma l’attenta analisi del testo ha fatto propendere gli studiosi per una retrodatazione di quello che dovrebbe essere stato il vero e proprio anno della sua edificazione.

Ad ogni modo, se non c’è nulla che la storiografia possa fare per risalire ad un anno ben preciso di tale fondazione, invece l’approfondita riflessione sui significati simbolici principali del castello intanto può aiutare ad evincere, con una qualche certezza, almeno la data del giorno in cui essa sarebbe avvenuta.

Si tratta della circostanza per cui, nel Medioevo, ogni luogo sacro tradizionale stabiliva la propria collocazione spaziale orientando il proprio portale di ingresso (ovvero l’abside, nel caso delle chiese) esattamente rivolto verso il punto azimutale dell’orizzonte in cui il Sole sorgeva nel giorno del santo o della figura sacra a cui l’edificio stesso veniva intitolato. Inoltre, tale giorno non poteva che essere pure quello della posa della prima pietra. Il porsi microcosmicamente “in asse” con un evento astronomico, era infatti considerato il modo più opportuno per stabilire ritualmente un ontologico “ordinamento” del luogo con l’intero macrocosmo.

Avendo ricavato, tramite la consultazione delle odierne “effemeridi”, che il castello si orienta esattamente verso l’azimut del 6 marzo (ed anche del 7 ottobre, tenendo conto del ciclo solare discendente)[3], avvalendoci inoltre dell’ausilio di un software di astronomia – capace di fornire l’immagine del cielo alla latitudine, alla longitudine, nella data e nell’ora richiesti – abbiamo cercato in quale anno si possa essere verificato, proprio il 6 marzo, qualcosa di astronomicamente significativo.

Prima di procedere, tuttavia, abbiamo anche dovuto tener conto del ritardo patito dal calendario giuliano – allora ancora in vigore – rispetto all’odierno gregoriano. Agli inizi del XIII secolo il ritardo del primo sul secondo era di circa 8/9 giorni; pertanto, per verificare ciò che noi oggi intendiamo con 6 marzo abbiamo dovuto concentrarci sulla considerazione del 27 febbraio: data che, rispetto a quello, tardava appunto di tale lasso di giorni[4].

Ebbene, dopo alcuni tentativi, retrocedendo progressivamente dal 1240, siamo giunti al 27 febbraio dell’anno 1228[5].

Esattamente al sorgere del Sole di quel giorno (h. 6.25 locali), il cielo sul castello di Sancta Maria de Monte (SMDM) si presentava dunque così:

L’eccezionalità dell’evento (tale contingenza astronomica risulta in effetti alquanto rara) risiede nello straordinario, stretto allineamento con il Sole nascente di ben quattro pianeti. Nell’ordine: Giove, Mercurio, Venere e Saturno.

Significati simbolici

La simbologia inerente a tutto ciò è più che palese.

I due pianeti più interni, posti ai lati del Sole (Mercurio e Venere), non sono altro che quelli che danno vita al simbolismo dell’Ermafrodito (Ermes e Afrodite): ovvero, meglio, dell’Androgino primordiale (Gen 1,27).

Di tale simbolo parla Platone nel dialogo del Simposio (189, e) ed anche diversi Padri cristiani come Origene, Gregorio Nisseno, Massimo il Confessore, Giovanni Crisostomo, Scoto Eriugena.

Esso (che non va ovviamente inteso in senso puramente letterale, ossia strettamente sessuale) è forse il più pregnante per esprimere l’Unità primordiale che precede ontologicamente ogni polarizzazione e che l’uomo deve oltretutto escatologicamente anche recuperare, per potersi ricollocare in quell’Unità stessa.

Quindi esso rimanda all’unione degli opposti, nonché all’Uomo Universale, al Cristo: ad ogni figura umana, insomma, che incarni la funzione di unione tra Alto e Basso, tra Cielo e Terra. Nel pensiero del filosofo A. Dugin, esso esprime il Soggetto Radicale.

Da parte loro, i due pianeti più esterni (Giove e Saturno) sono innanzitutto i pianeti decani rispettivamente relativi, “guarda caso”, proprio agli stessi 6 marzo e 7 ottobre[6].

Emblematicamente, Giove (decano del 6 marzo) è il pianeta del SESTO cielo del Paradiso dantesco, mentre Saturno (decano del 7 ottobre) è il pianeta del SETTIMO cielo. Nella Commedia, il primo è il soggiorno dei principi saggi e giusti, ed è in esso che a Dante appare la figura dell’Aquila; il secondo è invece quello degli spiriti contemplanti, ed a Dante farà dono della visione della Scala Santa.

Il simbolismo è chiaro: solo attraverso la Giustizia (prerogativa del Principe, del Potere Regale e quindi dell’Impero) si può raggiungere i piedi della Scala Santa; mentre solo attraverso la Pace (prerogativa del Contemplativo, dell’Autorità Sacerdotale e quindi del Papato) si può salire fino alla cima di essa, conducendoci sino all’Empireo[7].

Ma la coppia Giove-Saturno può per certi versi rappresentare altresì una specificazione del medesimo simbolismo androgino di Mercurio-Venere.

Essi sono infatti interpretabili anche alla luce della loro rispettiva relazione di parentela figlio-padre.

Saturno, decaduto re dell’Età dell’Oro, viene soppiantato dal figlio Giove, che ne ripristina la funzione. Laddove il padre è detto “il grande malefico, simbolo di ogni sorta di ostacoli, arresti, carenze, sfortuna, impotenza, paralisi”, il figlio è invece “il grande benefattore, simbolo di equilibrio, autorità, ordine, stabilità nel progresso, legalità sociale, ricchezza, ottimismo, fiducia”.

Giove e Saturno costituiscono sì un’antinomia (apprezzabile, ad esempio, nell’uso che si fa di espressioni quali gioviale e saturnino), ma che comunque rimane tale solo sino ad un certo limitato livello. Infatti, nel mito, Giove non distrugge Saturno, ma momentaneamente lo evira; donandogli cioè, in tal modo, una possibilità di recupero. In attesa di questa renovatio il padre scompare in uno stato di latenza.

In ambito cristiano, pertanto, è divenuta inevitabile l’identificazione di Saturno con Adamo e di Giove con Gesù Cristo, il Nuovo Adamo: l’Androgino primordiale[8].

In definitiva, lo stretto allineamento dei quattro pianeti posti proprio attorno al Sole, con tutta la simbologia da essi espressa, è interpretabile come essere una sorta di “didascalia” che esplicita e perfeziona l’allusione alla figura cristica del Sol Iustitiae: il Sole di Giustizia, appunto incarnato dall’Imperatore stesso.

A questo punto, come allora non vedere proprio in quel 27 febbraio del 1228 (astronomicante corrispondente al 6 marzo) il più opportuno dies natalis di Sancta Maria de Monte, giorno della posa della sua prima pietra? La fondamentale valenza simbologica del castello in quanto luogo conciliatore di opposti, allorché anche espressa macrocosmicamente a livello astronomico, ben si concorda infatti con la funzione di “mediazione” tra Cielo e Terra svolta microcosmicamente (accanto al Papa) dall’Imperatore: typus ChristiSol Iustitiae.

E’ esattamente in quel giorno che tale concorrenza di simboli veniva espressa; e ciò in una maniera così evidente e grandiosa che non permarrebbe alcun dubbio sulla sua effettività.

Microcosmo, specchio del macrocosmo

Tuttavia, un dubbio legittimo potrebbe invece ancora insorgere. Esso pertiene all’interrogativo se tutto ciò trovi una plausibile coincidenza anche con gli avvenimenti che si stavano susseguendo, proprio durante i medesimi giorni interessati dal suddetto evento astronomico.

In altre parole: l’affidabilità della nostra asserzione, per mantenersi effettivamente credibile, non deve anche presentarsi in maniera tale da non dar luogo nemmeno ad una qualche incongruenza storica?

Ebbene, tramite un’accurata cronologia biografica della vita dell’Imperatore, la quale permette di risalire a pressoché tutti gli spostamenti da lui effettuati nel corso della sua vita[9], si può notare come proprio in concomitanza del suddetto periodo (fine febbraio 1228) egli fosse effettivamente a Foggia, ove si era stabilito già dalla fine del dicembre precedente.

Come si è già detto in precedenza, durante il mese di febbraio egli lì accolse l’emiro Fahr ad-Din e sempre lì si trattenne sino a quasi tutto il marzo successivo.

C’è pure da dire che, in caso di bisogno, la vicinanza tra Foggia e Andria avrebbe permesso a Federico II facili e rapidi spostamenti dall’uno all’altro luogo. Inoltre, poiché proprio in quei giorni Andria ospitava la consorte Jolanda – in attesa di partorire, di lì a poco, l’erede Corrado – è senz’altro da ritenersi logico che l’Imperatore le dovesse a volte recare visita.

Per più di un motivo, dunque, è molto verosimile che all’alba del 27 febbraio 1228 egli abbia potuto fare in modo di essere proprio presso Sancta Maria de Monte, per presenziare al rito inaugurale di edificazione, alla posa della prima pietra di quel manufatto che si sarebbe presentato come l’immagine visibile, più completa e perfetta, della sua sacralità imperiale.

Seppur già insignito del supremo titolo di Imperatore, tuttavia all’epoca mancava ancora a Federico II quello più significativo; ossia il titolo che, come dicevamo, avrebbe realmente perfezionato la sua sovranità sacrale: quello di Re di Gerusalemme, in quanto Santa Città del Cristo-Uomo, ma anche escatologica e celeste città dell’Apocalisse!

Risulta strano l’atteggiamento dello Svevo che trova al Papa diversi pretesti per ritardare la sua partenza per la Crociata, seppur già da tempo e più volte a lui promessa. E tanto ritarda, da guadagnarsi addirittura la sua scomunica!

Comunque sia, sarà finalmente a giugno del 1228 che egli salperà per la Terra Santa!

Alla luce di tutto quanto esposto, insomma, diviene giustificabile il presumere che egli abbia pianificato il ritardo nella partenza, per attendere prima il momento veramente propizio, così come sancito dagli astri all’alba di quel 27 febbraio (alias 6 marzo) 1228. Come sia pure altrettanto presumibile che il Pontefice, al corrente di ciò, non condividendo ovviamente l’imperiale presa di posizione (considerata forse ai limiti dell’eresia?), procedette con la scomunica; la quale appare un provvedimento senz’altro esagerato rispetto alle giustificazioni invece ufficialmente addotte da Federico II.

In realtà, una volta aver dato l’avvio all’edificazione di Sancta Maria de Monte con la posa della prima pietra di tale simbolica reggia, la quale meglio di qualunque altro castrum avrebbe donato l’appoggio opportuno alla valenza cosmica e divina della sua funzione, all’Imperatore ormai non rimaneva altro che approntare la partenza in breve tempo e, dopo appena tre mesi, salpare questa volta veramente per Gerusalemme.

E così, dopo averla ottenuta dal sultano al-Kamil senza colpo ferire, egli poté in tal modo suggellare, in maniera completa e definitiva, la sua Regale Potestà di Vicarius Christi.

Se gli astri paiono avergli “prospettato” positivamente questo traguardo, i fatti hanno indiscutibilmente sancito l’effettivo raggiungimento di esso. E ciò, dopo una serie di circostanze che, pur sembrando semplice frutto di fortuite coincidenze storiche, a noi sembra invece che abbiano piuttosto confermato la loro “ineluttabilità” metastorica.

[1] R. RUSSO, Federico II. Cronaca della vita di un Imperatore e della sua discendenza, Editrice Rotas, Barletta 1994, p. 114.

[2] Cfr. in particolare:

C. INTINI, S. Maria del Graal. Fondamenti simbolico-sacrali di Castel del Monte, Ed. Il Leone Verde, Torino 2002;

C. INTINI, Il castello federiciano di Sancta Maria de Monte, tra escatologia ed arte sacra, in ATRIUM, rivista di Studi metafisici ed umanistici, Editore Associazione Culturale Adytum, nn. 3 e 4, anno XXIII, Lavarone (TN) 2021.

[3] Tali date coincidono con due festività mariane, coerentemente con l’intitolazione del castello alla S. Vergine Maria.

[4] Stando così le cose, l’incoronazione di Federico II avvenne allora nei giorni attorno al 25/26 marzo, allorché calcolati secondo l’attuale nostro calendario gregoriano. Ciò, pertanto, emblematicamente proprio a ridosso della festa dell’Annunciazione. Se ciò assume una significatività di valore, ma su cui non ci soffermeremo, nulla toglie comunque alle nostre osservazioni qui in oggetto.

[5] E’ il caso di notare che il 1228 era un anno bisestile.

[6] Per pianeta decano si intende quello relativo ad un gruppo di dieci giorni facenti parte di un segno zodiacale. L’astrologia divide cioè ciascun segno in tre gruppi di 10 gg., e riconosce su ciascuno di tali gruppi l’influenza di un pianeta.

[7] “Il tuo alto disìo s’adempierà in su l’ultima spera…e nostra scala fino ad essa varca”, Par. XXII 61-68.

[8] Va peraltro anche ricordato che i pianeti Giove e Saturno hanno dato vita nel 7 a.C. a quella triplice congiunzione, detta aurea, avvenuta sempre nella costellazione dei Pesci e che, per la sua eccezionalità, è considerata essere in relazione con la nascita del Cristo stesso. E’ emblematico, a tal proposito, che il 6 marzo (ovvero il 27 febbraio, secondo il calendario giuliano) è esattamente il giorno centrale proprio del segno zodiacale dei Pesci.

[9] R. RUSSO, cit.

Fonte: Idee&Azione

18 marzo 2023

Il multipolarismo di Federico II Imperatore
Il multipolarismo di Federico II Imperatore

La visita a sorpresa del premier giapponese Kishida in Ucraina

a cura della redazione UPDAY

Il primo ministro giapponese Fumio Kishida incontrerà il presidente ucraino Volodymyr Zelensky durante una visita a sorpresa a Kiev per offrire “solidarietà e sostegno incondizionato” al Paese. Lo ha reso noto il ministero degli Esteri nipponico dopo che la notizia del viaggio era trapelata attraverso le agenzie nazionali.

Di ritorno da un viaggio in India dove ha incontrato l’omologo Narendra Modi, il premier giapponese Fumio Kishida sarebbe dovuto tornare a Tokyo, secondo i programmi. Invece, a sorpresa, è volato fino in Polonia dove ha preso un treno per arrivare in Ucraina.

L’ultimo leader del G7 a visitare Kiev

Dopo la visita del presidente Usa Joe Biden, Kishida era rimasto l’unico presidente dei Paesi del G7 a non aver ancora messo piede sul suolo ucraino e, con il viaggio odierno, diventa il primo ministro giapponese a visitare una zona di guerra ‘attiva’ dai tempi della Seconda Guerra Mondiale.

Nelle scorse settimane ha subito crescenti pressioni per colmare questa lacuna anche considerando che il Giappone, il prossimo maggio, ospiterà il prossimo vertice a Hiroshima. Il premier aveva ripetuto più volte che una visita a Kiev era “stata presa in considerazione”, ma le sfide logistiche e di sicurezza avevano, finora, rappresentato un ostacolo troppo importante.

Il rientro in Giappone previsto giovedì

Tra le ragioni del viaggio c’è la volontà di rinnovare la solidarietà e la vicinanza di Tokyo a Kiev. Nel corso dell’incontro con Volodymyr Zelensky, Kishida ribadirà “il rispetto per il coraggio e la perseveranza del popolo ucraino” e offrirà “l’incrollabile sostegno” del Paese asiatico “e del G7, presieduto dal Giappone”. Il Paese, già da tempo, si è unito agli alleati occidentali nel formulare sanzioni contro Mosca per l’invasione dell’Ucraina, offrendo al contempo vicinanza a Kiev. Ha anche inviato attrezzature difensive e si è offerto di dare rifugio a coloro che fuggono dal conflitto. Tuttavia, non ha offerto sostegno militare, perché la costituzione postbellica del Giappone limita il raggio d’azione del governo alla sola applicazione di misure difensive.

Al termine della visita nella Capitale ucraina, Kishida dovrebbe poi procedere con il percorso inverso: tornerà in Polonia mercoledì per alcuni colloqui internazionali per poi volare a Tokyo nella giornata di giovedì. La notizia del viaggio è stata riportata per la prima volta dai media giapponesi, tra cui l’emittente nazionale Nhk, i cui reporter in Polonia hanno filmato un’auto con a bordo il premier nella città di Przemysl, da dove i leader stranieri hanno spesso preso il treno per l’Ucraina.

Un incontro all’ombra del viaggio di Xi Jinping in Russia

La visita di Kishida arriva in concomitanza con quella del presidente cinese Xi Jinping a Mosca per i colloqui con il leader russo Vladimir Putin, con il conflitto in Ucraina in cima alla loro agenda.

L’anno scorso, in un discorso pubblico, Kishida ha avvertito che “l’Ucraina di oggi potrebbe essere l’Asia orientale di domani”, alludendo alla possibilità che la Cina possa invadere Taiwan. E a dicembre, mentre il Giappone rivedeva le sue principali politiche di difesa, il governo aveva esplicitamente avvertito che la Cina rappresenta la “più grande sfida strategica di sempre” per la sua sicurezza. Nel suo più grande cambiamento in materia di difesa degli ultimi decenni, il Giappone ha fissato l’obiettivo di raddoppiare la spesa per la difesa per raggiungere lo standard Nato del 2% del Pil entro il 2027. 

Fonte: UPDAY

21 marzo 2023

La visita a sorpresa del premier giapponese Kishida in Ucraina
La visita a sorpresa del premier giapponese Kishida in Ucraina

Post-uomini o post-umani?

di Aleksandr Dugin

Quando un uomo smette di essere un uomo, non diventa una donna. Quando un uomo smette di essere un uomo, non diventa una bestia.

Qui la questione è assai complicata. Chi tradisce il proprio sesso cade al di sotto della linea critica, il confine che delimita entrambi i sessi.

Il post-maschio tradisce entrambi i sessi contemporaneamente. Abbiamo a che fare con un mostro, un degenerato pericoloso e imprevedibile, che non è affatto una “donna”, anche solo pensarlo è un insulto.

Con una donna, però, è un po’ diverso. La vera struttura del suo sesso è particolare e poco compresa, e concetti come lealtà/tradimento (che descrivono abbastanza chiaramente l’atteggiamento maschile) non si applicano direttamente a lei. Esiste (dovrebbe esistere) un linguaggio speciale per descrivere le donne e la loro logica, un linguaggio segreto, o non ancora scoperto. Non esistono post-donne. Sono state inventate dai post-uomini, e non ci sono femministe, ci sono vittime di un esperimento pericoloso e cinico. Vengono semplicemente compatite, come il corvo zoppo.

Ci sono i post-uomini e la colpa di ciò che fanno e di ciò che diventano è loro. Tutto intorno a loro inizia a marcire, a decadere, a scivolare nella dissoluzione. Quando sono pochi, possono ancora avere un posto nella cultura: nella marginalità esotica, nell’eccentricità, nella stravaganza, ma non appena la post-mascolinità diventa una tendenza seria, si trasforma in un virus mortale altamente contagioso. Se gli viene dato libero sfogo, distruggeranno tutto ciò che li circonda.

Qualcosa di simile accade a chi perde la propria immagine umana. Qui è ancora più evidente. Tali persone non si trasformano in bestie: le bestie, anche se predatrici o repellenti, sono organiche, armoniose e non fanno mai nulla che non sia giustificato e predestinato dalla loro natura. In questo sono belle, anche quando sono estremamente pericolose o fastidiose. Lo riconosciamo rispettando gli animali, sia domestici che selvatici. I post-umani, invece, sono molto diversi. tagliano i ponti con il nostro archetipo, ma non stipulano un contratto ontologico con le bestie. L’uomo non può diventare una bestia, ciò è al di là dei suoi poteri e soprattutto non ha e non può avere l’innocenza insita in ogni bestia. Ecco perché gli esseri post-umani sono anche mostri, pervertiti e degenerati. Nell’antichità venivano chiamati “chimere” o “sheddim”. Esiste una versione secondo la quale sono gli antenati delle scimmie, ma le scimmie sono armoniose, organiche e affascinanti. Credo che questa versione sia falsa. Non offendiamo le scimmie.

I post-umani minano l’essere umano proprio come i post-uomini tradiscono il sesso – il sesso in quanto tale. I post-umani, cedendo agli umani, stanno facendo danni irreparabili anche alla natura delle bestie.

Gli ambientalisti (principalmente ecologisti profondi nello spirito dello steampunk o del cyber-femminismo, Cthulhuzen di Donna Harraway) sono un tipo di post-umano. Non potendo essere umani, cercano di diventare topi o taccole, ma così facendo insultano roditori e uccelli. Gli ambientalisti sono nemici degli animali e nascondono il volto di maniaci sovvertiti sotto le vesti di protettori degli animali.

I liberali di oggi sono composti principalmente da post-uomini e post-uomini. Il liberalismo è una sorta di post-ideologia in cui il pensiero, l’idea e la moralità sono tutti scesi al di sotto della linea critica, ecco perché i liberali moderni danno tanta importanza alla politica di genere e all’ecologia profonda. Stanno trascinando l’umanità nell’oceano della degenerazione a tutto gas. Se hanno bisogno di una guerra nucleare per creare mostri di rifiuti di cellophane, alghe e circuiti di computer, prima o poi la faranno. Quello che c’è nella mente di un sodomita o di un ambientalista digitale va oltre i criteri di normalità. Da qui le mutazioni imposte dalle élite globali attraverso l’infosfera, i comici, la virtualità, i social media, le droghe, il moderno stile di vita urbano (l’urbanesimo è uno dei più importanti strumenti di degenerazione forzata di massa).

Considerate questo: in Georgia, un governo moderato ha proposto una legge sugli agenti stranieri, proprio come negli Stati Uniti. Gli agenti stranieri si sono immediatamente ribellati perché temevano di non essere gli unici a decidere chi è un agente e chi no. Lo stesso vale per i post-uomini e i post-uomini: avendo preso il potere, sono loro stessi a imporre i criteri di ciò che è la norma, di ciò che è woke e di ciò che non lo è, e di ciò che dovrebbe essere abolito (cancellare). Oggi, ciò che ieri era la norma in materia di genere in molti Paesi europei, è già un reato, domani la violazione dei diritti di un computer o di una formica spettatrice potrebbe essere motivo di vera e propria detenzione, e le grida più forti sui diritti umani provengono da coloro che odiano gli esseri umani. Allo stesso modo, il femminismo è solo una versione aggressiva ed estremista della misoginia radicale. La situazione è complicata dal fatto che la prossima svolta della storia richiede una vera e propria apologia dell’uomo (del genere in generale) e dell’essere umano in quanto tale, per rimanere almeno dove siamo.

Oggi, tuttavia, questo è esattamente ciò che è categoricamente vietato dalle élite, anche nella nostra società, tanto che i post-uomini e i post-umani vi si sono radicati e contrariamente ai “valori tradizionali” sanciti dal Decreto n. 809, i liberali dominano ancora in Russia come legislatori del paradigma dominante, l’episteme. Di fatto, l’élite russa sta sabotando direttamente le decisioni del Presidente in merito al ritorno alla normalità e senza questa inversione di tendenza, non ci potranno essere scuse vere e proprie.

Questo è ciò che stiamo affrontando in questo momento. Siamo in guerra con una civiltà liberale e globalista, ma rimaniamo quasi interamente sotto il suo controllo ideologico. La guerra è al suo secondo anno e c’è un sabotaggio totale, contrariamente a quanto il Presidente ha detto e fatto. Questo è il problema. Forse non si tratta di come vincere, ma di come iniziare una vera guerra.

La guerra è un affare di uomini. La guerra è un affare degli uomini. Prima di tutto, entrambi devono essere giustificati e mettere l’altro al suo posto.

Cercate l’uomo! Cercare l’uomo, questo è ciò che dobbiamo assolutamente fare.

Ma sentite come suona inquietante?! Abbiamo già inserii in noi dei programmi mentali che non ci permettono nemmeno di pensare in questa direzione e stanno funzionando. Siamo attivamente e intensamente demascolinizzati e disumanizzati e chi resiste viene relegato ai margini, agli oscurantisti, bollato con le etichette più disgustose e poi ucciso.

Traduzione a cura di Lorenzo Maria Pacini

Fonte: Idee&Azione

21 marzo 2023

Post-uomini o post-umani?
Post-uomini o post-umani?

CONTRO LA DEMONIZZAZIONE DELLE DROGHE E DELLA MARIJUANA IN PARTICOLARE

di Vincenzo Di Maio

Le droghe non vanno demonizzate e lasciate al controllo della criminalità organizzata in quanto vanno regolamentate e sottoposte ad un criterio sanitario nazionale di severa assunzione, in quanto è una questione che di per sè mette in discussione lo strapotere delle case farmaceutiche globaliste e la presunta validità della medicina occidentale contemporanea quale impostazione allopatica che cura gli effetti e non le cause di una malattia. Infatti andrebbero riprese le conoscenze della medicina tradizionale di tutte le nazioni, come quella cinese in particolare, per rifondare la medicina come scienza e tecnica sanitaria secondo canoni olistici e complessi.

Infatti nella medicina tradizionale cinese le droghe non si fumano, non si iniettano e non si assumono arbitrariamente ma secondo precise prescrizioni naturali fitoterapici.

Per quanto riguarda la canapa poi la questione è radicalmente più profonda.

CONTRO LA DEMONIZZAZIONE DELLE DROGHE E DELLA MARIJUANA IN PARTICOLARE
CONTRO LA DEMONIZZAZIONE DELLE DROGHE E DELLA MARIJUANA IN PARTICOLARE

ONNIPOTENZA DI DIO

a cura di Emanuele Pavoni

« L’affermazione as’arita che l’onnipotenza di Dio è totale e che Egli controlla l’universo implica, infatti, che Dio è l’unico vero agente. Non è illogico, quindi, supporre, come fa Ibn ‘Arabi, che Dio debba anche essere l’unico vero esistente. »

Tratto dalla voce ‘Sufismo’, scritta da Peter J. Awn, all’interno del ‘Dizionario dell’Islam’ a cura di Mircea Eliade

ONNIPOTENZA DI DIO
ONNIPOTENZA DI DIO

TRASFORMARE IL SISTEMA

di Vincenzo Di Maio

Il sistema non si può combattere ma lo si può trasformare identificandosi con esso attraverso una progettazione radicale oppure l’alternativa è aspettare che collassi da solo.

Quindi niente ideologia ma una progettazione radicale sostenuta da un movimento politico internazionale che possa trasmettere al resto del mondo una chiara visione da condividere in un ottica religiosa, medianica e spirituale, che coinvolga la maggior parte dell’umanità composta da persone credenti in una delle Cinque Sacre Religioni Tradizionali Rivelate e Autentiche: Cristianesimo, Islam, Hindu Dharma, Buddha Dhamma e Dao Jiao, una chiara visione del futuro radioso promesso dalle profezie escatologiche del mondo in netta contrapposizione con la visione del Nuovo Ordine Mondiale, una visione concreta e futuribile di ciò che l’umanità vuole realizzare nella profondità della propria anima, ossia l’Antico Ordine Planetario fondato su un Sacro Impero Tradizionale, progettare il come “convertire” la disposizione dell’ordine stabilito generando convogliatori di movimenti sociali e istituzionali

Tutto questo è il Primordialismo Visionario.

TRASFORMARE IL SISTEMA
TRASFORMARE IL SISTEMA