Impossibile parlare di pace in una società fondata sulla creazione del nemico e il pensiero binario e su individualismo e competitività senza regole come stile di vita. Se l’unica cosa che conta è vincere e il successo si basa su aggressività e assenza di scrupoli, è ovvio che per l’Io qualsiasi Altro è il nemico.
Questo modo di pensare – per molti ormai di essere – si somma alla plurisecolare convinzione di superiorità della nostra civiltà su tutte le altre e quindi alla legittimità dell’esportazione del nostro modello di vita, di pensiero e di economia, di volta in volta necessaria per portare, con la filantropia che ci contraddistingue, alle barbare popolazioni locali la vera religione, la migliore civiltà mai comparsa sulla terra, la democrazia.
Non ce la facciamo, è più forte di noi. Per noi i cinesi sono tutti commercianti di calzini al mercato e gli africani venditori di perline sulla spiaggia: l’idea che rappresentino millenarie civiltà d’altissimo valore e dignità almeno pari alla nostra non ci sfiora neppure.
Pensiamo di addolcire questa triste realtà (ovvero che siamo razzisti, presuntuosi, violenti e imperialisti, tanto dentro la nostra società quanto fuori) con la retorica del politicamente corretto, l’ipocrisia – fatta sistema – della difesa dei valori fondanti – e sistematicamente disattesi – della democrazia, il buonismo a senso unico d’un’incessante narrazione disneyana.
Questo scontro di civiltà è plasticamente riassunto dall’incontro tra Joe Biden e Xi Jinping sulla guerra in Ucraina, tenutosi in videochiamata il 17 marzo 2022, così descritto nei resoconti dei principali quotidiani.
Xi Jinping: “Dobbiamo guidare lo sviluppo delle relazioni Cina-Usa sulla strada giusta, ma dobbiamo anche assumerci le nostre dovute responsabilità internazionali per compiere gli sforzi per la pace e la tranquillità nel mondo”.
Joe Biden: “Fate sì che Mosca metta fine a questa orribile guerra. La Cina scelga il lato giusto della Storia, altrimenti ci saranno implicazioni e conseguenze“.
Xi Jinping: “Spetta a chi ha legato il sonaglio al collo della tigre il compito di toglierglielo”.
A microfoni spenti e dopo una riunione di staff alquanto lunga, spiegheranno al vecchio cowboy chi era la tigre e chi le aveva messo al collo il sonaglio. Cosa possono mai saperne, del resto, e capirne, questi americani, d’un tal Huì Hòng, poeta della dinastia Song che governò la Cina dal 960 al 1279? Gli amerindi, quelli sì, quelli l’avrebbero capita subito! Ma loro non conoscevano il pensiero binario, si sedevano sui talloni, accendevano un calumet e lentamente, a turno, argomentavano per aforismi, la cui comprensione richiede un ascolto attento e un minimo di ragionamento. Uno di questi invitava alla cautela nei giudizi: prima di giudicare qualcuno, cammina per tre lune nei suoi mocassini.
Noi no. Noi ragioniamo solo più in modo binario: sì/no, vero/falso, buono/cattivo, giusto/sbagliato. Perché è più semplice, più immediato ed è più facile identificare il nemico, capire da che parte stare, senza se e senza ma, e redigere chiarissime liste di proscrizione.
Quindi, quando intavoliamo una qualunque trattativa, vogliamo stare a capotavola, diamo ordini e facciamo i bulli, perché, come dice il supremo cowboy, la parte giusta della storia, inevitabilmente, è la nostra.
Presuntuosi come siamo non ci accorgiamo neppure di quanto conti – in termini d’abitanti, gioventù e risorse, quindi d’economia e futuro – il mondo che non ha votato contro la Russia nessuna delle risoluzioni Onu. Se scateniamo una nuova bipolarizzazione del mondo, questa volta, i perdenti – senza se e senza ma – saremo noi.
Se a qualcuno la mia analisi è parsa troppo sbilanciata e critica verso l’Occidente, sappia che ha ragione. Sappia però che nulla c’entra l’anti qualcosa o il pro qualcuno, semplicemente, da italiani, europei e occidentali, applichiamo un buon insegnamento di quei pellerossa dei nostri vecchi: prima di guardare in casa d’altri, guarda a casa tua.
In inglese per indicare la storia, la sinossi, di un romanzo o di un film, dicono PLOT che significa anche COMPLOTTO…. e anche per questa strada ne deduciamo che l’INTERA STORIA UMANA è FRUTTO DI UNA COSPIRAZIONE, è INTRISA DI COSPIRAZIONE ED è COSPIRAZIONE INCARNATA essa stessa…come è scritto
SALMI 2:1 Perché le genti congiurano, perché invano cospirano i popoli? 2 Insorgono i re della terra e i principi congiurano insieme contro il Signore e contro il suo Messia: 3 «Spezziamo le loro catene, gettiamo via i loro legami». 4 Se ne ride chi abita i cieli, li schernisce dall’alto il Signore. 5 Egli parla loro con ira, li spaventa nel suo sdegno: 6 «Io l’ho costituito mio sovrano sul Sion mio santo monte».
MA CHE DIAVOLO SIGNIFICA IL SALMO 2? Se cercate di TERRESTRIZZARLO sarete lontani dalla verità…
CHI è IL RE DELLA NUOVA CREAZIONE CREATO DA DIO, CHE GLI ANGELI RIBELLI (POTENZE) RIFIUTARONO E A CUI NON VOLLERO PIEGARE LA TESTA? NON è ADAM? ED ESSI NON COSPIRARONO CONTRO IL RE, FACENDOLO CADERE SCHIAVO NEL LORO SPAZIO-TEMPO, COSTRETTO A DIVENTARE IL CD EBREO ERRANTE DI CORPO IN CORPO? COSA è IL SERPENTE SE NON UNA CONGREGA, LA CUI TESTA è BELIAR?
Questo mondo è sfruttato per le sue risorse umane dagli ultrauomini del piano di sopra. Questo schema si riflette ermeticamente anche in basso, perche il 30% del mondo letteralmente SFRUTTA il 70% restante per garantirsi benessere e vite sfrenate, lasciandolo nella povertà e nella carenza. La chiamano DISEGUAGLIANZA NELLA DISTRIBUZIONE DELLE RISORSE. La definsco SFRUTTAMENTO PARASSITARIO ARCONTICO, trascurando il fatto che le singole anime che ora nascono in un paese terzomondista magari nelle successive incarnazioni andranno a nascere in un paese sfruttatore (ma questo è un discorso karmico che esula da quanto detto precedentemente).
La contraddizione di una civiltà umana sempre più tecnica e tecnologica, e sempre più stupida. Lo spiegò bene John Anthony West (che si acronimizza in J.A.WE), attingendo alle teorie di Schwaller de Lubicz.
Da Voltaire e Diderot in poi la civitas ha abbandonato l’emisfero destro, relegandolo solo alla dimensione artistica e creativa bassa, per esaltare la dea ragione, l’emisfero sinistro.
Si è rotto il collegamento con l’intelligenza del Cuore e con lo spirito, con la dimensione sacrale, e da quel momento è iniziato il punto di non ritorno.
Qualcuno continua a dire che c’è un risveglio della spiritualità. FALSO. c’è stato solo uno sviluppo della astralità, una relazione più fitta con la dimensione intermedia.
Se ragioniamo in termini di frequenza, è cresciuta la connessione con le frequenze radio AM, e si è azzerata quella con L’FM.
Videoconferenza del canale YouTube FACCIAMOFINTACHE, trasmessa in live streaming il giorno 27 febbraio 2023
Intervista a Thea Crudi, artista spirituale internazionale, cantante di Mantra, scrittrice, relatrice e yogini. Ha focalizzato la sua pratica spirituale sul potere del suono come meditazione, considerandolo un ponte terapeutico di collegamento tra il visibile e l’invisibile, tra il corpo e la mente.
Il Cristianesimo primitivo è stato prima combattuto in modo duro, poi cavalcato e annacquato perchè insegnava una cosa fondamentale, questa:
1Giovanni 5,19 Noi sappiamo che siamo da Dio, mentre tutto il mondo giace sotto il potere del maligno.
Se partiamo dalla verità che l’intero mondo è STRADOMINATO DAL MALIGNO, la prima considerazione che si è spinti a fare è che TUTTI I GOVERNI, DA SEMPRE E OVUNQUE, IN QUALSIASI FORMA SI PRESENTINO, SONO EMANAZIONE DI QUEL MALIGNO, TUTTI NESSUNO ESCLUSO A PARTE CERTE TEOCRAZIE FARAONICHE (vedi Akhenaton ad es.).
SE NON FOSSERO EMAMAZIONE DI QUEL MALIGNO, AVREBBERO RESO NOTO AL MONDO INTERO QUEL MALIGNO, E L’AVREBBERO COMBATTUTO ASPRAMENTE.
Invece il Maligno è astuto, si fa percepire come superstizione, fantasia, e può STRADOMINARE senza disturbo.
Senza contare che anche la MASSA VIENE DAL MALIGNO.
La ricorrenza del 26 dicembre – 826° anniversario della nascita di Federico II di Hohenstaufen, Imperatore del Sacro Romano Impero e Re di Sicilia – costituisce un’occasione per riflettere su alcuni degli aspetti più propriamente metastorici, oltre che metapolitici, del nostro discorso, a partire peraltro dal simbolo che abbiamo scelto per rappresentare il GRECE Italia.
Infatti – a differenza del simbolo originale dello storico centro studi francese, il nodo bretone, recuperato poi in Italia da alcune esperienze politiche – la nostra sezione italiana ha voluto optare per la pianta stilizzata del castello fridericiano di Castel del Monte, sottolineando dunque – in piena coerenza con la valorizzazione delle differenze etnoculturali propugnata dal GRECE – le nostre specificità nazionali. Mentre il primo rimanda al profondo substrato celtico che permea buona parte dell’Europa centro-occidentale, dall’Atlantico al Danubio e dalle Orcadi al Po, retaggio di un’epoca precedente ai processi di romanizzazione e di cristianizzazione, il secondo – che pure conserva una forma radiale di origine solare – ci proietta in un contesto spazio-temporale differente, ancorché appartenente a pieno titolo alla civiltà europea.
Castel del Monte, come centinaia di altri castelli edificati o ristrutturati, fu eretto da Federico II per rafforzare la sua autorità nel Regno di Sicilia, su un colle presso Andria, nel cuore della Terra di Puglia. La sua ragione politica rispondeva dunque alla ricomposizione dell’autorità centrale rispetto alla frammentazione feudale. Il progetto di monarchia universale portato avanti dagli Staufen, prefigurava – è vero – da un lato l’avvento dello Stato moderno, sia pure in una prospettiva che travalicava i confini nazionali, ma d’altra parte costituiva una restaurazione dell’ordine imperiale romano, disgregatosi in Occidente otto secoli prima e, all’epoca, crollato anche in Oriente sotto i colpi dei Crociati e dei Turchi. Una rete di castelli fedeli al sovrano inibiva ogni azione centrifuga da parte dei baroni e dei Comuni. I grandi spazi del Nord, oscure foreste, mari in tempesta, brughiere gelide, selve nebbiose, non sono per noi che la minaccia di un caos informe, se non c’è la pietra di un vallum, di un castrum, di una via, di un templum, a imporre il cosmo della civitas.
Inoltre, la sua complessa architettura rivela, citando la scheda UNESCO, «una fusione armoniosa di elementi culturali provenienti dall’Europa settentrionale, dal mondo islamico e dall’antichità classica», affermando dunque una vera e propria sintesi non solo delle culture presenti all’epoca nel Regno di Sicilia (greca, latina, araba ed ebraica, normanna e sveva), ma delle radici che hanno concorso a dar vita all’Europa come Kultur – così come era stata spiegata da Spengler, denotando una vera e propria cesura rispetto al mondo classico mediterraneo – cioè l’unione tra i resti della civiltà classica greco-romana, le popolazioni “barbariche” di ceppo indoeuropeo e la religione cristiana, di provenienza mediorientale. Se, nel pensiero degli intellettuali d’Oltralpe, il Mediterraneo è spesso apparso come una barriera – e le stesse culture greca e romana sono state talvolta rilette anacronisticamente come opera di élites “ariane” –, per noi Italiani, discendenti primogeniti di Roma, la relazione con le sponde orientali e meridionali del MareNostrum non può che essere differente.
Il nostro piccolo subcontinente, penisola di una penisola dell’Eurasia, cinto dalle Alpi, ha visto affluire e fondersi ceppi settentrionali (Latini, Galli, Achei, Goti, Longobardi) e meridionali (Fenici, Pelasgi, Tirreni, Bizantini, Arabi). Non siamo un corpo estraneo all’Europa, come sostiene erroneamente qualcuno, fuorviato dall’odierna polemica economica, ma il cuore dell’Impero, dove Carlo Magno e Carlo V, Ottone e il Barbarossa, imperatori romano-germanici, furono incoronati; dove San Benedetto iniziò a diffondere per l’Europa la Croce di Cristo e i manoscritti di Virgilio; dove affluivano i passi dei pellegrini e le carovane dei mercanti, varcando i passi alpini. Al tempo stesso, però, siamo un molo gettato sul Mare di Mezzo, verso l’Africa e verso il Levante, dove per millenni abbiamo trattato e dialogato e con l’oro e col ferro. Non c’era porto senza un emporio di una delle nostre Repubbliche, e le flotte delle nostre città contendevano i mari a quelle di regni e imperi.
Infine, sul piano simbolico, Castel del Monte, vera e propria corona imperiale di pietra, sempre inondata dal sole, è sotto il segno dell’otto. Questo numero naturale segue il sette e rappresenta dunque ciò che va oltre la perfezione terrena: il cielo delle stelle fisse e incorruttibili, oltre i sette pianeti mobili, ma soprattutto, nella simbologia cristiana, l’Ottavo Giorno, quello della Resurrezione, la Domenica senza tramonto. Non è un caso, naturalmente, che i battisteri, fin dall’epoca paleocristiana, abbiano otto lati. Tuttavia, i riferimenti principi, in questo caso, sono due: la Cappella Palatina di Acquisgrana, eretta da Carlo Magno, e divenuta poi suo luogo sepolcrale, nonché sede dell’incoronazione dei Re di Germania; la Cupola della Roccia di Gerusalemme, costruita sulla pietra di fondazione – dove il mondo fu creato, dove Adamo fu plasmato, dove Abramo legò Isacco per sacrificarlo, dove Salomone pose l’Arca dell’Alleanza, dove Maometto avrebbe iniziato il suo viaggio ultraterreno, dove sarà suonata la tromba del Giudizio finale – e brevemente consacrata chiesa latina dai Templari. Castel del Monte, geograficamente, si trova all’incirca a metà strada tra le due città (anche se più vicina alla prima), non distante dal santuario micaelico di Monte Sant’Angelo e dal porto di Bari, lungo le vie percorse dai pellegrini. Federico stesso, Imperatore Crociato – e cosa furono le Crociate se non pellegrinaggi armati, giusta la lezione di Cardini? – fu incoronato ad Acquisgrana, a Roma e a Gerusalemme.
Premesso questo, la figura del grande sovrano italo-germanico non è d’ispirazione solo per l’Italia, ma per tutta l’Europa. Il suo regno corrisponde all’epoca di maggior potere del Sacro Romano Impero, al culmine del periodo classico del Medioevo, tra la Rinascita dell’Anno Mille e la Crisi del Trecento. A parte il Regno di Sicilia, che comprendeva l’intero Mezzogiorno d’Italia, i confini imperiali si estendevano dall’Ems al Tevere, dalla Vistola al Rodano, arrivando ad includere la Provenza e la Slesia, la Toscana e la Frisia. Gli Stati crociati di Gerusalemme e dell’Ordine Teutonico giuravano fedeltà all’Imperatore, estendendone a Oriente i domini. Anche gli altri Re riconoscevano almeno formalmente la sua superiorità di rango. Federico, chiamato alla nascita dalla madre Costantino, trasse dalle rovine di Costantinopoli la nozione dell’Imperatore quale Vicario di Cristo, e quindi alla pari del Papa, che avrebbe animato tesi e pretese della fazione ghibellina per i secoli a venire. Fu questo Primo (e più autentico) Reich l’embrione di un’unità europea veramente sovranazionale.
Questo rimanda a un’ulteriore riflessione, quella sul rapporto tra Europa e Occidente, e soprattutto su quale ruolo debba la prima avere nel mondo globalizzato, in un contesto in cui l’unipolarismo occidentale a guida statunitense sta cedendo terreno a vantaggio di un assetto più marcatamente multipolare, determinato dall’ascesa delle potenze emergenti, Cina in primis. Le reazioni di tipo apocalittico, che levano alti lai verso la “rivoluzione mondiale dei popoli di colore” o la “fine dell’uomo bianco”, oltre a costituire una forma di ressentiment in senso nietzscheano, è fondamentalmente anacronistico. Da una prospettiva radicalmente anti-liberale, quale la nostra, la Belle Époque in cui l’uomo bianco maschio cristiano occidentale dominava il globo, non è un’età dell’oro da rimpiangere, ma un’epoca in cui, dietro il velo della supremazia e del progresso tecnico si preparava quella guerra fratricida, che nell’arco di un trentennio (1914-1945), avrebbe ridotto il nostro continente a satellite e marca di frontiera tra le due superpotenze. Intanto, lo sfruttamento imperialista in Africa e in Asia poneva le basi per le grandi diseguaglianze tra Nord e Sud del Mondo, e per gli attuali insostenibili flussi migratori, mentre in Europa, la società borghese e industriale iniziava a massificare e fagocitare le tradizioni locali, a partire dalle lingue “minoritarie”.
Se guardiamo però a cicli storici più ampi, ci rendiamo conto di come l’eccezione occidentalista non abbia occupato che uno spazio di qualche secolo nella storia universale. La Grande Divergenza si sta chiudendo, con le grandi civiltà orientali pronte a recuperare il ruolo di prim’ordine sullo scenario globale, che già avevano prima del XIX secolo. L’Europa che dobbiamo costruire e a cui dobbiamo mirare è dunque politicamente fridericiana, non vittoriana: agli opposti sciovinismi nazionali, contrapponiamo la tendenza all’unità nella diversità, a livello continentale; alla ricerca dell’egemonia globale e alla competizione inter-imperialista, contrapponiamo l’equilibrio e la cooperazione multipolare tra grandi spazi. Inoltre, giova oggigiorno ricordare che il regno di Federico II coincise con l’affermarsi della Pax Mongolica, quando l’Oriente fu unificato sotto lo scettro di ferro di Genghis Khan e dei suoi epigoni, e nuove vie commerciali furono tenute aperte dall’Adriatico al Mar Giallo – un’epoca che anticipa l’odierno Sogno Cinese di una rete di rotte commerciali terrestri e marittime gettate a collegare più strettamente le due sponde dell’Eurasia.
Ci volgiamo indietro, però, solo per guardare più lontano verso l’immagine di un’Europa, memore dei limiti imposti dalla sapienza pagana e dalla dottrina cristiana, che dialoga da forte coi forti e accoglie i deboli con giustizia, senza sudditanza né arroganza, che sa rispondere con serenità apollinea alle sfide dell’Estremo Oriente come dell’Estremo Occidente, che alle sirene faustiane, oppone la saggezza epicurea dello Stupor Mundi: «Insensati come siamo, noi vogliamo conquistare tutto, come se avessimo il tempo di possedere tutto.»
A 13 anni dalla morte ea oltre un secolo dalla nascita di quello che è a nostro avviso il più importante metafisico dell’ultimo secolo, potrebbe sembrare strano che il suo pensiero sia rimasto confinato in una ristrettissima cerchia, che non ci siano stati interessati – veri , intendiamo – nel mondo accademico; ma in realtà è per noi assolutamente naturale che sia così. Tragicamente e provvidenzialmente allo stesso tempo, naturale.
Non vogliamo qui tratteggiarne un ricordo in virtù di qualche ricorrenza, ma evidenziare uno degli aspetti fondanti del suo pensiero – che in realtà, essendo vero Pensiero, non è suo – che può aiutarci ad illuminare il tempo che stiamo vivendo, a sgomberare il campo da molte illusioni ea dare uno slancio inedito al cammino che ci condurrà verso Gerusalemme, verso la Pasqua.
L’uomo dell’era moderna è un uomo cresciuto quasi sempre senza la guida di un maestro. Questo ha avuto molte conseguenze assai negative anche in quelli che si sono abbeverati “autonomamente” alle fonti della Tradizione. Perché il vero maestro è colui che indica le tappe del cammino, in cui ogni cosa, ogni lettura, ha un suo tempo; che fa sostare il discepolo lì dove questi sente maggiore resistenza e sarebbe tentato subito di scappare; che invia il discepolo talvolta là dove non vorrebbe, per paura, per indolenza, perché semplicemente non ne comprende ancora il senso. Senza una guida si finisce spesso per “viziarsi” con la Tradizione, di scegliere quello che più ci piace e di rifiutare quello che stride dentro, quello che ci metterebbe veramente in crisi. E ancora di farne un vessillo sotto il quale ci si sente migliori,
Dopo i sussurti sociali e culturali degli ultimissimi anni, si deve con tutta franchezza riconoscere e testimoniare che si assiste ad una inquietante regressione del pensiero, quasi ad una sua preventiva rinuncia di esplorare le vette da dove poi ridiscendere donando la ricchezza veduta in sì alti luoghia chi è rimasto a custodire la valle. Tutto deve restare dentro confini ben precisi che non donano mai vera pace all’anima assetata di Verità e Bellezza. E ancor più si è ormai quasi certificata una abitudine psichica davvero invalidante: quella di rinchiudersi dentro recinti preconfezionati, conventicole già pronte e rassicuranti. In un gioco di polarizzazioni che ha l’unico risultato di vedere il Male solo e soltanto dalla parte che abbiamo denominato come avversa alla nostra. Uno scontro tra bambinesco che si esemplifica in un “Noi contro Loro”.
Così trionfano gli ideologi, i falsi pensatori che masticano parole buone solamente per alimentare questa contrapposizione e rinvigorire i cuori battaglieri. Una contrapposizione che su un piano di realtà è assolutamente reale: qui nessuno la nega. Ma è proprio del vero Uomo della Tradizione pensare, parlare e agire su un piano più alto ea quello richiamare lo sguardo. Panunzio ha fatto proprio questo e lo ha esplicitato in tutti i suoi numerosi e corposi scritti. E, crediamo, lo abbia anche incarnato nella sua vita. Perché un pensiero che non si fa lingua e carne cosa può valere?
Riportiamo qui un breve passaggio tratto dalla sua opera Metapolitica , in cui egli chiarisce appunto questa sublime verità a cui pare che anche molti dei suoi lettori – solo disattenti o semplicemente privi di un maestro? – forse non hanno voluto osare credito. tuttavia essa è determinante, essenziale per discernere i Segni in vista del combattimento della buona battaglia finale, che in realtà si sta già compiendo.
«Eppure, ci sia permesso di osservare che il binomio “Rivoluzione-Controrivoluzione” è, se non proprio sbagliato, per lo meno elementare e incompleto. La Tradizione perenne non può infatti identificarsi con la Controrivoluzione, ossia, in concreto, con la teoria e la prassi della Reazione. Le cose del mondo sono molto più complesse. […] Il sovvertimento mondiale si serve, anzi, non solo delle forze della Rivoluzione, ma persino delle forze uguali e contrarie della Reazione. È un gioco sottile che bisogna comprendere, comprendere perfettamente, altrimenti si rischia di divenire inconsapevoli ma attive pedine del gioco medesimo. Un regime, una società, una cultura reazionari provocano immediatamente – per la legge psicocosmica dei rimbalzi, analoga alla ben nota legge che opera nella fisica – un regime, una società e una cultura rivoluzionari».
Con pochi tratti si perviene qui a svelare il grande inganno in cui tanti uomini di buona volontà, ma poco intelletto, cadono ripetutamente. Lo vediamo nell’infantile moralismo dei tanti cattolici conservatori che credono di poter combattere le storture di questo tempo senza comprendere che proprio la loro la fede ipocrita e senza alcuna profondità intellettuale le ha in qualche modo anticipare e poi sostenute. Allo stesso modo lo osserviamo nella lotta contro certe élite che vorrebbero ridisegnare la vita quotidiana di miliardi di abitanti su questo pianeta. Ad esse ci si oppone rimanendo fermi, o forse dovremmo meglio dire in-fermi , nelle proprie consuetudini, abitudini e convinzioni che invece già odorano di morte.
All’origine di questo tragico inganno Panunzio ha sempre messo in evidenza la fallace visione della Tradizione come qualcosa di statico, mentre essa è, nella sua essenza, dinamica .
«Dunque, sia la Rivoluzione, sia la Reazione, sono entrambi strumenti di un’unica congiura mondiale: quella della Sovversione. […] In principio sta la Tradizione; beninteso, la Tradizione divina , non una qualunque tradizione storica e umana che ne usurpi il nome e la dignità. La Sovversione, ispirata da forze infernali fornite di potenza e di intelligenza sovrumana, si propone di sgretolare la Tradizione e giostra alternativamente ora con la Reazione ( cristallizzazione del privilegio), ora con la Rivoluzione ( dissolvimentodegli argini). […] In che modo, allora, si supera questo vano duello senza termine e senza costrutto? Non certo con la “Contro-Rivoluzione” (sinonimo di Reazione) ma superando i due poli alterni e intermittenti dello stesso fenomeno ed avverando la Restaurazione del mondo primitivo e integrale. Cristo – spiegano i Dottori Vittorini, discepoli e amici di S. Bernardo – interviene dopo l’ Opus creationis del Padre e dopo la caduta cosmica per riparare con l’ Opus restaurationis ».
Davanti a queste parole, tutti i discorsi e le azioni operati per contrastare la parte rivoluzionaria, appaiono, ad essere gentili, maldestri e innocui. Essi, anzi, come scrive bene Panunzio, sono anch’essi strumenti nelle mani delle forze della Sovversione. Comprendere questo e da questa verità lasciarsi bagnare significa probabilmente andare in frantumi e vedere, chiara come una giornata di sole, l’illusione che si è alimentata senza saperlo. “Meglio dunque restare saldi nelle roccaforti dove abbiamo trovato asilo”, pensano i molti. Sì, perché uno dei bisogni più istintivi dell’uomo è quello di trovare una casa in cui sentirsi al sicuro, in cui sentirsi amato. Una casa i cui confini delimitano con precisione quale sia il bene e quale il male. Mentre là fuori, nei campi aperti, dove si è in balia delle intemperie e degli agguati, si è soli e indifesi. Ma è solo la fuori che troverete i veri cercatori di verità, i sapienti. E Panunzio è uno fra quelli.
Risuonano allora sempre più potenti e attuali le parole del Divin Maestro: «Ma il Figlio dell’uomo, quando verrà, troverà la fede sulla terra?» (Lc 18,8).
Fede che significa essere inserito nella traiettoria del Cristo-Vita. Fede che si manifesta nell’essere disponibile alla voce della Verità che può giungere da ogni parte e in ogni momento; celata in Segni che vanno saputi decifrare per intenderne il senso profondo. Verità che può mandare all’aria tutte le nostre convinzioni passate ma verso cui ci tendiamo fiduciosi perché essa ci prepara ad un Bene più grande. Fede che significa osservare con occhio benedicente ogni piccolo manifestarsi della Vita negli altri ed essere a propria volta sorgenti di Vita. Fede che significa essere dei cercatori di Verità e nulla al di sopra desiderare. In qualunque luogo essa ci conduca. Fede che significa non temere di attraversare la solitudine, perché ogni anima che si desta non può non attraversarla;Comunione .
Il cammino di Quaresima inizia dal deserto, dal luogo solitario ( érēmos ), luogo in cui si è messi alla prova per passare dalla dimensione esistenziale e materiale a quella immateriale e animica, simboleggiata nel Vangelo di Marco con il passaggio dalle fiere ( uomini carnali) agli angeli (anime).
I pensieri e gli atteggiamenti reazionari denotano in fin dei conti un ancoraggio alla dimensione esistenziale, il bisogno di appartenere ad una casa, la sicurezza che ci dà lo sguardo fisso al passato – di cui però si comprende solo il significato corticale – e la paura del nuovo che Dio ci vuole svelare poco a poco, in vista della Restaurazione finale; la paura della Verità tutta intera, senza compromessi che supera i tempi e gli spazi fino a mostrarci l’ineffabile profondità di amore del Figlio dell’Altissimo, di quel Gesù che sta per donare ai suoi figli il Vangelo Eterno (Ap 14,6) che da sempre aveva preparato.
Nel cammino di rinascita verso la Pasqua vorremmo allora esternare un invito a liberarci da ogni paura, a divenire cercatori di Verità iniziando col prestare ascolto ai veri sapienti – e Panunzio lo è – e lasciare disperdere fra le sabbie del deserto le voci di tanti, troppi pensatori che impastano le loro teorie e le loro affascinanti parole con il proprio ego, mancando completamente del sale della Sapienza. Oggi, dinanzi a questo sciagurato impoverimento umano e intellettuale, l’umanità ne ha un enorme bisogno. E la Creazione tutta lo attende in attesa del Nuovo Principio.
Davanti al tremore che questo cammino ci scatena, davanti allo sgomento per la possibile perdita temporanea di una identità costruita negli anni, valgono, più di tutte, le dolcissime parole del Cristo: «non temete».
Il testo della storica e professoressa di storia russa allo University College di Londra, Lindsey Hughes (1949-2007) inerente alla figura dello Zar di Russia, Pietro I “Il Grande” Romanov1, è una delle fonti principali per comprendere la figura del monarca russo e il suo operato: l’eredità che ha lasciato al suo popolo continua tutt’oggi nella Federazione Russa.
Il testo a seguire si concentrerà nell’analisi dell’eredità e della ricezione della figura e dell’operato di Pietro il Grande, in particolare basandosi sugli ultimi due capitoli del saggio di Hughes, Pietro Il Grande edito nel 2002 in lingua inglese ed in italiano per Einaudi nel 2012: XI. Eredità e XII. Commemorando Pietro, da integrare con La storia della Russia che consideri lo sviluppo della Russia fino ai nostri giorni.
2.2 La morte dello Zar
Nelle prime settimane del gennaio 1725, Pietro si trovò a combattere con problemi alla vescica, acuiti, sembrerebbe, dalle tradizionali baldorie del Natale Ortodosso nonché dalla cerimonia sul ghiaccio del 6 gennaio: il monarca soffrì di giornate di agonia dovute all’impossibilità di urinare con brevi periodi di leggero miglioramento. Il 25 gennaio, i medici stranieri, che assistevano la malattia del vecchio Zar riuscirono ad estrarre circa un litro di urina putrida, procedura che portò ad un’alta febbre; lo stesso giorno, i medici redassero una lettera al re di Prussia facendola sembrare scritta dallo stesso Pietro affinché mandasse il suo medico personale. Inoltre ci fu un ordine di scarcerazione di prigionieri “per la salute del sovrano” nonché continue preghiere ventiquattr’ore su ventiquattro. Tuttavia sia la richiesta d’aiuto inoltrata verso la Prussia, che non sopraggiunse in tempo, sia le preghiere, le scarcerazioni e le cure si rivelarono del tutto inutili.
Pietro morì il 28 gennaio 1725 per infezioni. Nelle parole dell’arcivescovo, uno dei promotori delle riforme petrine, Feofan Prokopovič, racconterà l’espiazione del monarca come “avvenuta nella santità della pietà, tra le quattro e le cinque del mattino del 28 gennaio 1725, nel suo studio su un lato del salone grande al primo pianto del Palazzo d’Inverno”2.
Pietro I Romanov aveva alla morte, secondo i meticolosi resoconti ufficiali, 52 anni, 7 mesi e 29 giorni e la morte era sopraggiunta nell’anno quarantaduesimo, del mese settimo e terzo giorno del suo regno.
Secondo le fonti contemporanee, si può confermare che lo Zar morì di un’infiammazione alle vie urinarie che portò ad una sorta di ritenzione, chiamata renella; nonché sembra, sempre da una diagnosi moderna basata sulle fonti dell’epoca, che il monarca potesse soffrire anche di un disturbo alla prostata. Inevitabilmente, a seguito della morte di Pietro, si diffusero nel periodo voci di un possibile avvelenamento da parte della consorte Caterina e/o dal Principe e Generale Aleksandr Menšikov, confidente di Pietro durante il suo regno3. Ma nonostante le voci sul presunto avvelenamento, la morte di Pietro Il Grande gettò la Russia in una profonda crisi politica, come descritto dallo studioso Paul Bushkovitch4, perché lo stesso Zar non riuscì a mettere in pratica la sua legge di successione dinastica, che autorizzava il sovrano a nominare a suo piacimento l’erede al trono. Sembra, secondo alcune testimonianze, che in punto di morte, decise proprio sua moglie Caterina, ma di ciò non si è sicuri. Sta di fatto che comunque la consorte godette dell’appoggio della corte e della guardia imperale a scapito del piccolo Pietro II e delle figlie dello Zar. Il principio della legge di successione del 1722 guardava non tanto all’anzianità od al sesso del successore ma “al merito5”.
Con la morte di Pietro si chiudeva un’epoca. La Russia durante il suo regno era cambiata: Paul Bushkovitch scrive: “Il regno di Pietro Il Grande coincise con la più grande trasformazione vissuta dalla Russia alla Rivoluzione del 19176” ma questa trasformazione non era tanto socio-economica come quella successiva sovietica che andò a toccare ed a rimodellare molte sovrastrutture del passato – come il servaggio- ma ciò che lo Zar Pietro cambiò con decisione fu “la struttura e la forma dello stato, trasformando il tradizionale regno zarista in una variante della monarchia europea7”.
La morte di Pietro divenne l’occasione per molti artisti per ritrarre il sovrano nella sua magnificenza e per commemorarlo: in un dipinto, attribuito all’artista di Ivan Nikitin (1688-1742), considerato da alcuni precursore del realismo russo, il monarca è ritratto sul letto di morte con “l’impressione del riposo” quasi a rappresentare una metafora “della lotta condotta da Pietro per tutta la vita nellosforzo di portare la Russia verso il mondo moderno8”. Il ritratto sembra esprimere l’intensità delle icone russe sacre: il volto stesso dello zar è sintesi di una vita terrena di imprese laiche ma allo stesso tempo miracolose; secondo i successivi storici dell’arte sovietica il quadro condensa in sé una forte sensibilità patriottica tipicamente russa.
Un’altra opera degna di attenzione è il modello di cera di Pietro Il Grande (successivo a diverse maschere mortuarie e calchi del sovrano) realizzato da Carlo Bartolomeo Rastrelli, originario di Firenze. Il modello è rappresentato con gli abiti indossati da Pietro per l’incoronazione di Caterina, in una posa maestosa che ne esalta l’onore e la dignità reale quasi sacrale. Ed in effetti questo modello di cera veniva incontro ad una santità ortodossa che si manifestava nell’incorruttibilità del corpo: la stessa salma del sovrano aveva maschere funerarie e ritocchi con il fine di preservare la sua forza del monarca, di perpetuare la “luce dell’innovazione” nelle “tenebre” di certo “oscurantismo russo” preminente prima delle sue riforme.
La salma dello zar fu esposta dai primi di febbraio fino al dieci di marzo al Palazzo d’Inverno per permettere al pubblico di accedere alla camera ardente per l’ultimo saluto. La bara era circondata da tavoli cappeggianti il suo baldacchino, i suoi speroni e il suo vestiario nonché gli ordini militari e cavallereschi più importanti fra i quali primeggiava quello di Sant’Andrea; oltre a ciò erano presenti quattro statue bronzee rappresentanti la Russia in lacrime, l’Europa, Marte ed Ercole nonché quattro piramidi di marmo bianco con geni in atteggiamento di lutto che raffiguravano la Morte, il Tempo, la Gloria e la Vittoria recanti le scritte: “Sollecitudine verso la chiesa, riforma della cittadinanza, addestramento dell’esercito e costruzione della flotta9”. Un drappo sempre presente sulle piramidi esortava tutta la Russia ad affliggersi per la perdita del monarca.
Nell’enorme corteo funebre, le persone che primeggiavano al suo centro erano il carpentiere britannico Joseph Noye, il Generale Menšikov e la moglie Caterina con le sue figlie. L’arcivescovo Feofan Prokopovič fece un’orazione al defunto Zar chiamandolo “Sansone” per la sua strenua difesa della patria, “Mosè” per il suo ruolo di legislatore, “Salomone” grazie al suo raziocinio ed alla sua saggezza, e infine “DavideeCostantino” in riferimento alla sua riforma della Chiesa. L’Autocrate di tutte le Russie, secondo un’iscrizione riportata sulla tomba, lasciò il regno terreno e migrò nel regno celeste nel dì di 28 gennaio del 1725.
3.3. La ricezione di Pietro nella monarchia zarista
Secondo le testimonianze fornite dalle cronache e dalle corrispondenze ufficiali dell’epoca, molti piansero la morte dello Zar, perfino gli studenti russi ad Amsterdam. Stabilire chi piangeva per disperazione a causa della morte di un amato monarca era abbastanza facile, mentre – secondo la Hughes – meno facile era sicuramente stabilire la reazione dei dissidenti religiosi alla morte di Pietro: i tradizionalisti consideravano certe scelte dello Zar – come l’utilizzo di maiali ed orsi attaccati ai carri – una forma “bestiale” e una prova che egli fosse l’Anticristo10.
Il breve regno della moglie Caterina I, che successe a Pietro e terminò con la sua morte nel 1727, fu visto come un governo ove ella “poteva governare nello spirito di Pietro11” poiché in qualche modo, si pensava, che fosse addirittura una sua “creazione” come l’oro nel crogiolo di un alchimista; a ciò si aggiungeva la retorica di Caterina come “madre della Russia” nonché diversi ricorsi alle storie dei sovrani classici ed alle dee. I contemporanei addirittura scrissero che “Pietro diede ai Russi il corpo, ma Caterina diede loro l’anima12”.
Alcuni sovrani ammiravano Pietro più di altri, ma ufficialmente la sua fama era inviolabile. Da Caterina I passando poi per Caterina II fino ad Alessandro III e Nicola II tutti in qualche modo, nelle loro decisioni, invocavano lo “spirito di Pietro”.
Fra i sovrani suoi successori che si sentivano legati all’immagine di Pietro Il Grande, quello che primeggiava, fu lo Zar Nicola I (1796-1855); anche se nessuno dei tradizionali anniversari volti per commemorare l’immagine di Pietro cadevano sotto il suo regno egli fece di tutto per commemorarlo in ogni occasione possibile. Uno dei primi luoghi, che a buon titolo potevano considerarsi “luoghi di Pietro” ove lo Zar, durante la sua vita, visse o se ne servì in qualche modo, fu la sua prima casetta edificata a San Pietroburgo racchiusa in un involucro protettivo per volere del sovrano. La piccola casetta in legno che Pietro usava come abitazione nei tempi della costruzione di San Pietroburgo fu anche una componente fondamentale del mito della sua immagine; che dipingeva il sovrano come un uomo modesto e pieno di virtù: egli viveva in una semplice casetta che si stagliava su uno sfondo pittoresco. Molti opuscoli che avevano anche uno scopo educativo, mettevano in evidenza il fatto, che uno studente dovrebbe mettere in comparazione la casetta di modeste dimensioni del vecchio Zar con il Palazzo d’Inverno sede dei suoi successori.
Durante il regno di Nicola I, la casetta divenne anche una cappella; venne trasformata in una sacra chiesa per tutti coloro che afflitti ed amareggiati cercavano la misericordia di Dio; nonché per gli studenti, che a quanto pare, si recavano in visita alla cappella prima degli esami di aprile e maggio13. Per Nicola I, che non ebbe la possibilità di commemorare Pietro in occasioni particolari, salvo che egli venne incoronato ad un secolo di distanza dalla morte del suo predecessore; egli ebbe ad indicare il vecchio monarca come “il benefattore della patria Pietro il Grande”14e come colui che si batté intensamente per l’orgoglio nazionale e la patria russa portandola a glorie e grandezze infatti non si troverà “in tutta la storia un altro esempio simile15”.
L’ultimo Zar, Nicola II, cercò di richiamarsi per le sue campagne militari: nella Guerra Russo-Giapponese e nella Grande Guerra alle campagne militari di Pietro. Il sovrano, inoltre, invitò in un discorso “tutti i veri russi di sostenere ed amare16” Pietro nonché i ritratti ufficiali di Nicola II spesso venivano messi a fianco di un ritratto di Pietro negli edifici pubblici.
Dopo secoli, nel 1917, il potere zarista crollerà prima con la rivoluzione di Febbraio e la Repubblica russa di Kerenskij e poi con l’avvento del bolscevismo nel novembre dello stesso anno. Quindi che rimase della ricezione di Pietro nella nuova Russia? Di questo si parlerà nel paragrafo a seguire.
4.4 La ricezione di Pietro il Grande nell’Unione Sovietica e nella Federazione Russa.
Con la rivoluzione d’Ottobre del Novembre 1917 e con l’instaurazione del Potere sovietico nel dicembre del 1922 gran parte delle effigi e dei monumenti del passato imperiale russo vennero colpite dalla furia iconoclasta dei bolscevichi; anche l’immagine di Pietro venne colpita dal nuovo regime: diversi busti vennero demoliti e fusi nonché molti quadri distrutti. Si propose addirittura, durante il periodo di “furia rivoluzionaria” (1920-30) l’idea di abbattere tutti gli edifici e i monumenti costruiti dieci anni prima. La famosa statua equestre di Falconet (1768-78) raffigurante Pietro I il Grande, “Il Cavaliere di Bronzo” fu salvato per il suo “disegno unico e per la sua ingegnosità tecnica17” nonché per i suoi collegamenti storici con Puškin e i decabristi. Il Cavaliere di Bronzo venne rappresentato, spesso, anche in epoca sovietica su francobolli e monete commemorative sia nell’anno della morte di Lenin e nel seguente periodo di Stalin, sia durante la destalinizzazione di Chruščëv e Bréžnev fino alla Perestrojka di Gorbačëv18.
La casetta di Pietro venne posta nel 1918 sotto tutela della nuova Autorità per i musei e nel 1930 la cappella venne “liquidata” e la casetta venne considerata come un prezioso monumento di cultura concreta che caratterizzava l’iniziale fase urbanistica di San Pietroburgo, ribattezzata nel 1924 per via della morte del fondatore dell’URSS Vladimir I. Lenin come “Leningrado”.
La stessa casetta sarà successivamente più volte spostata e rivalutata come “monumento militare” e “del lavoro” ma la figura di Pietro viene in qualche modo estraniata dal monumento della casetta rivisitato in chiave militare e proletaria.
La figura dello Zar dopo un periodo di relegazione venne rivaluta con l’approvazione di Stalin; ciò impedì che la sua figura sparisse dalle arti visive nonché dalla memoria dei popoli che componevano l’allora Unione Sovietica19. Stalin disse che “Il Marxismo non negava del tutto il ruolo di individui straordinari”. Gli eroi risvegliati dal passato furono rimodellati per adattarsi alla nuova ideologia marxista-leninista che permeava il nuovo regime. Stalin ammirava Pietro il Grande, anche se non tanto quanto Ivan IV il Terribile, ma apprezzava i parallelismi fra la sua figura e quella di Pietro. Dichiarò, nel 1928, che “Quando Pietro il Grande, che doveva trattare con i più evoluti paesi dell’Occidente, costruì febbrilmente fortificazioni e opifici per rifornire l’esercito e rinforzare le difese del paese, questo fu un tentativo originale per fare un balzo fuori dalla struttura dell’arretratezza20”.
L’obiettivo che Stalin si prefisse, e raggiunse pure, era analogo a quello di Pietro il Grande: mettersi alla pari delle nazioni occidentali, nel caso di Pietro per uscire dall’oscurantismo, nel caso di Stalin per mettersi alla pari industrialmente e tecnologicamente con le nazioni europee e gli Stati Uniti.
L’immagine del nuovo capo sovietico non poteva basarsi solo sul raziocinio economico del marxismo, ma doveva creare un tipo di culto sia di Stalin che del predecessore, Lenin, che si sostituiva a quello delle icone religiose ed imperiali; e si cercava pure conferma nelle figure del passato come quella di Pietro viste come utili per il concretizzarsi sia di un presente autocratico
nonché di una rivoluzione autenticamente sociale e volta ai contadini ed agli operai21. Secondo lo storico marxista tedesco Arthur Rosenberg (1889-1943) nella sua “Storia del Bolscevismo” paragonò, nonostante le sue dure critiche a Stalin, quest’ultimo a Pietro; nel suo tentativo di riforma sociale il socialismo staliniano si avvicinava di più ad una forma di “capitalismo di stato” vicino alle riforme petrine piuttosto che all’applicazione pratica dei principii marxisti22.
I luoghi e le statue di Pietro, insieme ad altri monumenti precedenti alla rivoluzione bolscevica, riassunsero il loro ruolo durante la difesa della città di Leningrado dall’assedio dei tedeschi durante la Seconda Guerra Mondiale; nel 1941 montanari ed operai specializzati in riparazioni di campanili mimetizzarono il campanile della Cattedrale dei Santi di Pietro e Paolo; cui questa guglia divenne uno dei simboli della difesa della città. Il Cavaliere di Bronzo venne coperto per essere protetto dai bombardamenti aerei come voleva quella leggenda secondo cui se si proteggeva la statua di Pietro, la città non sarebbe caduta ed infatti non cadde; la Statua dello Zar divenne il simbolo della lotta vittoriosa contro l’ingerenza straniera nonché filo conduttore che unisce la grande gloria dei russi alle vittorie dei giorni nostri23. Anche la famosa casetta di Legno divenne un simbolo potente quando i nazisti minacciarono di raderla al suolo. Infine nel 1942 la tomba di Pietro nonché quelle di Aleksandr Nevskij e dei generali Suvorov e Kutuzov vennero abbellite in fretta e furia come punti di raccolta per la lotta contro l’invasione nazista.
La figura di Pietro venne ampiamente rivalutata nella lotta sovietica contro l’invasione nazionalsocialista tedesca; egli rappresentava un simbolo patrio e di resistenza allo straniero.
In generale durante il periodo sovietico, almeno fino alla Perestrojka (ove si incontrarono le più svariate tendenze), Pietro venne percepito in maniera bipolare: da una parte non doveva essere troppo esaltato (dopotutto aveva mandato in rovina i contadini ed era stato troppo aperto verso gli stranieri) e non era grande quanto Lenin nella gerarchia dei capi del paese; d’altra parte era un eroe nazionale russo e non poteva essere denigrato o ridicolizzato24.
Il tricentenario (1972) della nascita di Pietro fu quasi un evento.
Durante l’era sovietica, gli storici potevano arrivare ad un giudizio per lo più positivo sull’immagine del sovrano russo: Pietro fu un uomo del proprio tempo che “schiavizzava” i contadini ma anche un “progressista” che ha dato sostegno alle scienze, alla ragione ed allo sviluppo della madrepatria nonché alla sua difesa e gloria. La tomba di Pietro Il Grande negli anni dell’URSS fu l’unica fra le tombe dei Romanov ad essere costantemente ornata da fiori freschi, da un busto e pure da uno stendardo militare25.
Durante la Perestrojka (1985-1991) e il periodo della neonata Federazione Russa, sorta dalle ceneri dell’URSS a seguito del tentativo di golpe dell’Agosto 1991 ed alla dissoluzione de facto del dicembre stesso, del presidente Boris El’cin (1991-1999) ci furono sentimenti contrastanti verso Pietro: nel Settembre 1991 gli abitanti di Leningrado votarono in un referendum per ripristinare il nome di San Pietroburgo alla città. Questo per molti fu l’inizio di una riapertura di un discorso sulla “finestra dell’Europa” che caratterizzava la città e sulle origini petrine delle forze armate26.
Ma ovviamente i discorsi che stavano per riemergere non erano solo adulativi verso la figura del monarca ma anche sprezzanti, soprattutto per l’allentarsi della censura sovietica nonché per gli influssi di studi provenienti da Occidente: molti storici seguivano le linee dello studioso Evgenij Anisimov (1970-vivente), che aveva tracciato una visione negativa di Pietro descritto come un “Imperatore-bolscevico” che aveva trasformato la Russia in un “gigantesco gulag-gerarchico” frenandone lo sviluppo ed accentuando le sue caratteristiche che la rendevano distante dall’Europa occidentale. Sempre nello stesso periodo, apparve una corrente storiografica volta a sottolineare le stranezze dei grandi capi del passato: prima fra tutti l’intoccabile Lenin, poi fu la volta dello zar Pietro sul quale ci furono tesi e speculazioni che volevano mettere in risalto episodi particolari della sua infanzia, la sua salute fisica e mentale, persino sui suoi feticismi sessuali.27
Ma nonostante ciò, il popolo russo non sembrò scalfitto da certe opinioni di sparuti gruppi intellettuali; Radio Free Europe nel 1993 fece un sondaggio “sulla figura politica più eminente nella storia russa” e rivelò che Pietro guadagnò il 44% dei voti a scapito di Lenin con il suo 16%. Mentre in un sondaggio condotto a Mosca nel 1994 su quale periodo i russi si sentissero “più orgogliosi” il 54% scelse il periodo di Pietro seguito da quello di Stalin con un 20%. Nel 2005, il Quotidiano britannico Indipendent, che per i russi, il più grande russo fu Pietro il Grande seguito da Alessandro II e Stalin28. Nel 2017, secondo uno studio del Centro Levada sul “capo russo più popolare”; si può evincere che la popolarità dell’attuale presidente russo Vladimir V. Putin (1999-attualmente in carica) è scesa dal 35% del 2017 al 15% del 2021, superato da Pietro il Grande per il 19%, poi al 23% il poeta Puskin ed al 30% Lenin, imbattuto con il suo 39% rimane Stalin29. La popolarità di Putin è stata ristabilita nell’ultimo anno (2022) a seguito del conflitto russo-ucraino; si presume che queste cifre di popolarità oltre che politica siano indice anche di futura importanza storica30.
Durante il periodo di privatizzazioni nei primi anni ‘90, il primo presidente della Federazione El’cin veniva paragonato dai suoi sostenitori31 a Pietro il Grande per le sue riforme filo-occidentali; stesso trattamento fu riservato al suo predecessore Gorbačëv32, nel periodo di “rinnovamento e trasparenza” dell’Unione Sovietica.
Entrambi i capi di stato volevano presentarsi come riformatori, anche se in qualche modo le loro riforme economiche andarono a vantaggio più per l’occidente, favorirono i primi grandi oligarchi a discapito del popolo russo, del loro spirito nazionalistico e senso di appartenenza alla grande madre Russia.
5.5 Per una breve conclusione di un’eredità ancora aperta
Come abbiamo visto l’eredità della figura di Pietro I Romanov detto “Il Grande” fu in qualche modo presente in positivo, sia nel periodo monarchico come “sovrano a cui richiamarsi” sia nel periodo sovietico come figura “nazionale di un grande russo” ove veniva messo in evidenza il lato progressista e criticato il suo sopprimere i contadini e decabristi. Con la fine del XX secolo e la disgregazione dell’Unione Sovietica, la memoria dello zar Pietro I riuscì a superare indenne le critiche che volevano ridurlo a “primo bolscevico” e le analisi storico- psicologiche che volevano farne un ritratto problematico: Pietro I il grande rimase e continua a rimanere a tutt’oggi un simbolo potente dell’identità russa.
Se la Hughes, morta nel 2007 per via di un cancro e da cui questo testo ha attinto le principali fonti, finì il suo saggio parlando di una eredità ancora aperta visto che da tre secoli si continua a discutere della e sulla sua figura.
Se il XXI secolo si apriva, come scrisse il poeta postmoderno Morozov (citato dalla Hughes) come quel secolo che vedeva, nell’imaginario dello scrittore; “lo sguardo triste” del Cavaliere di Bronzo rappresentante Pietro su di una ragazza in jeans e sui barboni e sulle banche nascenti della Russia post-sovietica34; si può dire che un’eredità di dignità la Russia che egli aveva lasciato tre secoli prima l’abbia e la stia trovando oggi: “Pietro fece della Russia una grande potenza che, nel complesso, rimase tale fino a tempi recentissimi35”, scrive la Hughes nel 2002, oggi si può dire che lo status di superpotenza che la Russia ha avuto sia dall’epoca zarista da Pietro in poi e poi nel XX secolo con la Guerra Fredda è stato ristabilito nel panorama geopolitico contemporaneo.
Il dibattito di Pietro Il Grande riguarda “l’identità nazionale russa36” questo da sempre; e tutt’oggi è più presente se l’attuale Presidente della Federazione Russa, nel corrente stato di tensione delle regioni post-sovietiche, cita la guerra di Pietro contro la Svezia per legittimare la così detta “Operazione militare speciale” ai danni della Repubblica Ucraina37.
Note:
1. LINDSEY HUGHES, Pietro Il Grande, Torino, Einaudi, 2012
2. LINDSEY HUGHES, cit. pp. 266-267
3. Ibidem
4.Cfr. PAUL BUSHKOVITCH, Breve storia della Russia. Dalle origini a Putin, Torino, Einaudi, 2013 cit. p. 116
5. Cfr. LINDSEY HUGHES, cit. pp. 268-269 e PAUL BUSHKOVITCH, cit. pp. 116-117
6. PAUL BUSHKOVITCH, cit.p. 93
7. Ibidem.
8. LINDSEY HUGHES, cit.p. 269
9. Ivi. p. 272 (in maiuscolo nel testo).
10. Ivi. p. 278
11. Ivi. p. 279
12. Ivi. p. 281
13. Ivi p. 309
14. Ivi. p. 311
15. Ibidem.
16. Ivi. p. 319
17. Ivi. p. 320
18. COLIN R. BRUCE, Standard Catalog of World Coins: 1901-2000, Iola (USA), Krause Pubblications, cit. pp. 1726-1742
19. LINDSEY HUGHES, Pietro il Grande, Torino, Einaudi, 2012, cit. p. 321
20. Cfr. Ivi. p. 297
21. MOSHE LEWIN, Alle prese con lo stalinismo in AA.VV. Storia del Marxismo. Il Marxismo nell’Età della Terza Internazionale. Dalla crisi del ’29 al XX Congresso, Torino, Einaudi, 1981 cit. pp. 30-31
22. MASSIMO L. SALVADORI, La critica marxista allo stalinismo in Ivi cit. pp. 120-121
23. LIDSEY HUGHES, Pietro Il Grande, Torino, Einaudi, 2012, cit. pp. 321-322
29.Putin Plummets, Stalin Stays on Top in Russians’ Ranking of ‘Notable’ Historical Figures – Poll, The Moscow Times, 21/06/2021 consultato in data 26/01/2023
Esistono due modi di concepire il pensiero e l’attività pensante.
Il primo è “orizzontale”, ovvero la continua ricerca negli eventi di cause “tangibili” che hanno provocato tali eventi. Ricerca di cause talvolta anche fittizie, immaginate, secondo quella mentalità sin troppo in voga oggi e dovuta all’abuso di informazioni “alternative” al mainstream.
Ma vi è anche un pensiero “verticale”, che si orienta sulle origini prime dei fenomeni, e che hanno la loro sede ultima nel mondo metafisico.
Ed è grazie all’attività di questo mondo che si produce la molteplicità di effetti riscontrabili in economia, politica, società, ecc.
L’attività del pensare va dunque prevalentemente orientata all’indagare e all’intuire quelle che sono tali cause originarie, e in una fase ulteriore a percepire e padroneggiare la forza-pensiero stessa.
Da queste cause e forze originarie derivano tutti i fenomeni successivamente visti sulla base dei processi logici e di causa-effetto.
Ed è questa anche l’attività vera del filosofo, diversamente dalla figura che si è affermata con l’avvento della modernità e ancor di più negli ultimi anni, e cioè quella dell’esperto di filosofia – filosofia di “altri” –, del professore di filosofia – sempre di altri.