La Geopolitica classica annovera una massima di Halford Mackinder che recita «Chi governa l’Heartland, governa il mondo»[1]. Su questo principio si è fondato un secolo e più di pianificazione e azione geopolitica in tutto il mondo, in particolare da parte delle potenze talassocratiche, la Civiltà del Mare, contro le potenze tellurocratiche, la Civiltà della Terra, in un duale conflitto la cui comprensione è fondamentale per capire quanto avviene nel mondo.
Nel contesto delle guerre postmoderne e nella loro costruzione strategica e tattica, l’avvento della zona grigia ha non di poco variato le simmetrie e aperti nuovi scenari, quasi sempre considerati solo sotto il profilo empirico. È forse arrivato il momento di porsi delle domande: la zona grigia è un dominio di guerra? È uno spazio geografico? Se sì, controllare la zona grigia cosa significa? A tali quesiti occorre tentare di dare risposta.
Geografie degli spazi concettuali
La zona grigia si pone come “zona” dai confini sfumati fra il mondo pubblico e quello privato, una dimensione semi-occulta in cui prosegue il livello celato della guerra permanente, ovvero quello operato dalle intelligence.
Come recentemente approfondito:
«Il concetto di zona grigia (grey zone in inglese) ha una genesi molto interessante, in quanto non è disgiungibile dal concetto di guerra ibrida (hybrid war). Vediamo in che senso: ogni guerra ha un suo dominio, o più domini, una tipologia a seconda di quanto è estesa geograficamente e nell’impegno di forze e armamenti, una sua strategia ed una serie di tattiche per realizzarla, un obiettivo primario da raggiungere che fa da bussola per tutti quelli secondari; poiché una guerra ibrida implica una contaminazione continua di più tipologie di guerra, e quindi di domini, di forze, di risorse e via dicendo, ecco che si è reso necessario concettualizzare uno “spazio neutro”, o uno “spazio di confine ma senza confini” entro cui far avvenire il passaggio fra le diverse guerre. Nasce in questo modo la zona grigia, la cui semantica già dice come non sia né di un colore né di un altro, bensì di una pallida mescolanza indefinita e adattabile con qualsiasi altro colore di guerra.»[2]
Uno spazio indefinito, dunque, non misurabile empiricamente con gli strumenti tradizionali, che è uno spazio concettuale, che si può cioè immaginare e razionalizzare, ma sfugge alle capacità comuni di misurazione. Nello spazio dell’immaginario, sia esso di piccoli gruppi o collettivo, la costruzione di egregore geopolitiche è un processo delicato e può richiedere una minuziosa precisione. Senza però scomodare i livelli più sottili della geopolitica, restando sul piano del ragionamento è possibile assumere la zona grigia come uno spazio che c’è e non c’è, dove avvengono interazioni fra soggetti presenti e, quindi, un potenziale dominio di guerra. Per avere un dominio, tuttavia, occorre poter “dominare”, e le opinioni in merito al controllo degli spazi concettuali è una questione delicata e rientra nell’orizzonte della filosofia e delle scienze cognitive.
Non è casuale che in un mondo che dichiara di andare verso la creazione e l’abitazione di una copia virtuale, come il metaverso, anche gli scenari bellici si spostino nella medesima direzione, ed anzi la abbiamo predisposta anticipatamente[3]. La graduale colonizzazione, prima semantica e poi informatica, degli spazi digitali è un chiaro segno di trasposizione delle strutture di governance all’interno del mondo dei dati. L’intero sistema delle reti è gestito con piattaforme e dispositivi che sottostanno a leggi, termini e condizioni, accordi e confini ben definiti, ai quali la maggioranza delle persone non fa caso perché il digitale non è ancora considerato un mondo per se, bensì uno strumento o un luogo/non-luogo dove entrare ed uscire a proprio piacimento, nonostante il rapido avvicinamento e collegamento di tutte le azioni della vita quotidiana “reale” con il mondo digitale.
La zona grigia, tuttavia, non è da confondersi con le cyberwar e le infowar. Essa ha una dimensione calcolabile nella realtà geografica del pianeta, ma restando ad una sorta di sospensione dimensionale, uno spazio-tempo concettuale che si interseca con quello definito reale, ed in virtù di questa trasversalità è estremamente importante per la strategia globale. La zona grigia è, in tal senso, una dimensione intra-partes, che magmaticamente tange tutti i domini e allo stesso tempo gli sfugge; è reale e virtuale, è talvolta solidamente misurabile e in altri momenti gassosa e inafferrabile. Siamo davanti ad un dominio di guerra e spazio geografia concettuale che è per lo più sconosciuto e viene generato continuamente dalla mescolanza dei cinque domini di guerra (terra, acqua, aria, spazio, infosfera).
La proposta cinese: il documento Global Security Initiative
Il governo della Repubblica Popolare Cinese ha pubblicato un documento in data 24 febbraio 2023, primo anniversario della Operazione Speciale Militare russa in Donbass, che apre nuovi scenari proprio in merito alla zona grigia.
L’intero testo è costruito attorno ai core concepts, sei punti che trattano esattamente della zona grigia e lasciano intendere come la Cina abbiamo ampiamento studiato le sue dimensioni e le enormi potenzialità che si presentano nel momento in cui se ne diventa i leader. Non ha caso il titolo scelto per il documento è indicativo della volontà di porsi al di sopra degli altri domini e di svincolarsi, in maniera lata, dalle tradizionali forme di relazioni internazionali con gli altri Paesi. La proposta di pace per il conflitto russo-ucraino, che ben notoriamente è un conflitto di civiltà fra Occidente e Oriente, fra NATO ed Eurasia, è una proposta di accettazione di nuove condizioni relazionali e diplomatiche, del tutto asimmetriche e, soprattutto, in una terra ancora inesplorata per molti. Un territorio grigio in cui probabilmente la Cina ha già messo piede da tempo.
Fra le molte parti interessanti, alcuni estratti sono utili per focalizzare meglio le intenzioni sottese:
«L’essenza di questa nuova visione della sicurezza è quella di sostenere un concetto di sicurezza comune, rispettando e salvaguardando la sicurezza di ogni Paese; un approccio olistico, mantenendo la sicurezza sia nei camp tradizionali che in quelli non tradizionali e migliorando la governance della sicurezza in modo coordinato»[4].
Traspare, poi, un appoggio alla visione multipolare del mondo, proponendo sia l’autodeterminazione degli Stati e la non ingerenza negli affari interni, con libertà di scelta e indipendenza nei sistemi sociali e nei percorsi di sviluppo, attraverso anche la tutela delle Nazioni Unite come entità sovranazionale di incontro e risoluzione. Un passaggio questo che richiama alla promozione di una governance globale in senso multilaterale più che multipolare, perfettamente in linea con le dottrine politiche della Repubblica Cinese.
È interessante notare l’ampio raggio del documento, che coinvolge anche i Paesi africani e sudamericani, nonché il Medioriente, proponendo la “via cinese” come metodologia da applicare anche in quei contesti che sono stati a lungo appannaggio dei Paesi occidentali. La zona grigia, d’altronde, è sfumata anche verso quei confini, e permette di raggiungerli senza difficoltà strategica.
A rivelare la cura per la leadership nella zona grigia è, però, il punto n.14, seguito dal n.15 e n.17, in cui la Cina sottolinea la necessaria cooperazione per la biosicurezza (14 e 17) e le intelligenze artificiali (15), due punti essenziali di Agenda2030 dell’ONU ed anche i due campi di guerre non convenzionali più gettonati negli ultimi trent’anni. Sulla stessa scia, nel punto n.5 della sezione IV in conclusione si legge:
«La Cina è disposta a fornire ad altri Paesi in via di sviluppo 5.000 opportunità di formazione nei prossimi cinque anni per formare professionisti che affrontino problemi di sicurezza globale»[5]
Lasciando intendere che già è stato disposto un ampio piano strategico che coinvolge la pluralità dei settori del mondo cinese e non solo. Un documento che è verosimilmente esito di lunghi mesi di studio e pianificazione e che uscendo nell’anniversario della Operazione russo-ucraina ha provocato un riallineamento repentino per tutti i Paesi orbitanti attorno agli interessi del conflitto.
Passaggio di domini o passaggio di dottrine?
L’assioma di Mackinder viene sottoposto ad una serie di dubbi. È ancora valida l’idea che controllando l’Heartland si possa controllare il mondo? Un dubbio avanza nel momento in cui, ragionando per ipotesi, si assuma l’asimmetria delle guerre come stile maggioritario e, quindi, l’azione nella zona grigia come necessaria per ogni attore bellico. Non bisogna dimenticare, inoltre, che la presenza della zona grigia è un elemento costitutivo delle guerre ibride, che hanno sempre come punto sempre a loro volta una asimmetria dimensionale, dove la topografia di spazio e tempo fa sì che non si esce mai veramente dalle atmosfere dei conflitti, che non si sia mai del tutto esclusi dall’essere partecipanti – attivi o passivi – ad una guerra dichiarata o sottotraccia.
Se l’Heartland è uno spazio geografico ed etnosociologico delimitato e misurabile mentre la zona grigia no, allora è probabile che la zona grigia possa o sorpassare l’Heartland, inglobandolo, oppure diventare il canale preferenziale per arrivare al suo dominio. L’assioma classico di Mackinder verrebbe quindi o obliterato del tutto, oppure nuovamente riposto al centro della scienza geopolitica. Nel primo caso si potrebbe dire Chi controlla la zona grigia, controlla il mondo, e in questo momento la Cina ha proclamato nemmeno troppo velatamente che sta colonizzando il nuovo dominio concettuale strategico; nel secondo caso, invece, bisognerebbe comprendere quanto l’Heartland sia di interesse per la Cina o quanto possa, la mossa cinese, favorire altri partner nell’approdo ai confini dell’Heartland, come si continua a vedere fra la stretta cooperazione che gli Stati Uniti detengono con la Cina nonostante gli screzi marittimi e aerospaziali.
La spinta propulsiva del documento cinese non può lasciare indifferenti al considerare i modi in cui gli assiomi della geopolitica classica stiano subendo graduali variazioni. Similmente, è rilevante il modo in cui il principio mackinderiano possa altresì essere applicato alla zona grigia. L’Isola-Mondo, altro concetto fondamentale per la scienza geopolitica, potrebbe venire variata e diventare proprio la zona grigia, laddove essa è visualizzabile concettualmente come un’isola a cui tutti approdano ma che nessuno controlla, e il signore dell’isola diventa colui che decide le sorti di tutti gli altri popoli. È evidente che sia necessario comprendere meglio cosa sia la zona grigia, domandandosi come mai uno dei Paesi più potenti al mondo abbia chiesto di virare repentinamente nella direzione di quell’isola grigia. Lo sviluppo dottrinale nella geopolitica della zona grigia è ancora pressoché agli albori e la speranza è che l’approfondimento possa giungere in tempo per scampare da nuovi conflitto fatali per l’umanità o da egemonie variabili in dimensioni sottili.
[1] H. J. Mackinder, Democratic Ideals and Reality. A study in the Politics and Recontruction, National Defense University Press, 1996, p. 150.
Cina e Iran potrebbero fornire materiale bellico per sostenere lo sforzo russo in Ucraina. Droni e tecnologie critiche nelle preoccupazioni degli alleati occidentali che proseguono con nuove sanzioni per isolare Mosca
I Paesi del G7 avvertono che contribuire allo sforzo militare russo in Ucraina comporterà “gravi costi”, in un messaggio a Pechino e all’Iran.
Nelle ultime settimane si è sempre più parlato del possibile trasferimento di tecnologie chiave per l’industria bellica dalla Cina alla Russia. Con Washington che venerdì ha annunciato nuove sanzioni contro oltre duecento entità cinesi, oltre a vietare l’acquisto di tecnologia Usa a cinque società della Repubblica Popolare.
Il messaggio è rivolto anche alla Repubblica Islamica. Almeno dall’inizio dell’estate 2022 si parla del ruolo dei droni suicidi iraniani nel bombardare le infrastrutture di Kiev. Oltre alla recente notizia della pianificazione di un complesso industriale per la costruzione di suddetti droni in territorio russo.
Ora, secondo il portavoce per la sicurezza nazionale americana John Kirby, esisterebbero le prove che il sostegno militare di Teheran alla Russia sia aumentato e che, in cambio, Mosca fornirà aerei da combattimento.
Il Segretario generale della Nato Jens Stoltenberg ha detto di non essere a conoscenza di “aiuti letali” al regime russo, ma di vedere “segni e indicazioni che la Cina potrebbe pianificare di fornire aiuti militari”.
Nel frattempo, gli alleati occidentali proseguono nell’implementare le restrizioni commerciali con la Federazione Russa. Regno Unito, Giappone e Unione europea mettono a punto le ultime sanzioni, mentre si avvicina il primo appuntamento virtuale del G7 con il presidente Zelensky.
“Chiediamo ai Paesi terzi o ad altri attori internazionali che cercano di eludere o minare le nostre misure di cessare di fornire sostegno materiale alla guerra della Russia, o di affrontare costi severi”, hanno dichiarato i leader del Gruppo.
Le sanzioni fino ad oggi hanno mirato ad impedire a Mosca l’accesso al sistema finanziario e alla tecnologia occidentali e, ovviamente, risulterebbero scarsamente utili se queste risorse venissero fornite da altri. Per l’appunto Cina, Iran e alcuni Paesi confinanti con la Russia.
I leader del G7 hanno ribadito l’impegno a “coordinare gli sforzi per soddisfare le pressanti esigenze dell’Ucraina in termini di equipaggiamento militare e di difesa, con un’attenzione immediata ai sistemi e alle capacità di difesa aerea, nonché alle munizioni e ai carri armati necessari”.
La Russia ha spostato il suo paradigma dal realismo alla teoria di un mondo multipolare, ha rifiutato direttamente il liberalismo in tutte le sue forme e ha sfidato direttamente la moderna civiltà occidentale, negandole apertamente il diritto di essere universale.
È passato un anno dall’inizio dell’operazione militare speciale russa in Ucraina. È iniziata proprio come un’operazione militare speciale, oggi è chiaro che la Russia si è trovata in una guerra a tutti gli effetti e difficile. La guerra non tanto con l’Ucraina – come regime, non con un popolo (da qui la richiesta inizialmente avanzata di denazificazione politica), ma soprattutto con “l’Occidente collettivo”, cioè diciamo, appunto, con il blocco NATO (con il ad eccezione della particolare posizione di Turchia e Ungheria, che cercano di rimanere neutrali nel conflitto – gli altri paesi della NATO partecipano in un modo o nell’altro alla guerra al fianco dell’Ucraina).
Quest’anno di guerra ha infranto molte illusioni di tutte le parti in conflitto.
L’Occidente ha sbagliato i suoi calcoli
L’Occidente, che sperava nell’efficacia di una valanga di sanzioni contro la Russia e della sua quasi totale esclusione dalla parte dell’economia, della politica e della diplomazia mondiale controllata dagli Stati Uniti e dai suoi alleati, non ci è riuscito. L’economia russa ha tenuto duro, non ci sono state proteste interne e la posizione di Putin non solo non ha vacillato, ma si è solo rafforzata. La Russia non può essere costretta a fermare le sue operazioni militari, attaccare l’infrastruttura tecnico-militare dell’Ucraina o ritirare le sue decisioni di annettere nuove entità. Né ci fu una rivolta degli oligarchi, i cui beni furono sequestrati in Occidente. La Russia è sopravvissuta, anche se l’Occidente credeva seriamente che sarebbe caduta.
Sin dall’inizio del conflitto, la Russia, rendendosi conto che i rapporti con l’Occidente si stavano sgretolando, si è rivolta nettamente verso i Paesi non occidentali – soprattutto Cina, Iran, i Paesi islamici, ma anche India, America Latina e Africa – dichiarando in modo netto e contrastante la propria determinazione costruire un mondo multipolare. In parte, la Russia ha già tentato in precedenza di rafforzare la propria sovranità, ma con esitazione, non in modo coerente, tornando costantemente ai tentativi di integrazione nell’Occidente globale. Oggi questa illusione si è finalmente dissipata e Mosca semplicemente non ha altra via d’uscita che gettarsi a capofitto nella costruzione di un ordine mondiale multipolare. Ha già ottenuto alcuni risultati,
I piani russi sono stati radicalmente cambiati
Tuttavia, nella stessa Russia, non tutto è andato come previsto. A quanto pare, il piano non era aspettare che l’Ucraina attaccasse il Donbass e poi la Crimea, cosa che si stava preparando durante gli accordi di Minsk con il sostegno attivo delle élite globaliste dell’Occidente – Soros, Nuland, lo stesso Biden e il suo gabinetto – ma per sferrare un rapido e mortale colpo preventivo all’Ucraina, per precipitarsi ad assediare Kiev e costringere il regime di Zelensky a capitolare. Successivamente, Mosca ha pianificato di portare al potere un politico moderato (qualcuno come Medvedchuk) e iniziare a ripristinare le relazioni con l’Occidente (come è successo dopo la riunificazione con la Crimea). Non era prevista alcuna significativa riforma economica, politica o sociale. Tutto doveva rimanere esattamente come prima.
Tuttavia, tutto è andato molto male. Dopo i primi veri successi, sono comparsi enormi errori di calcolo nella pianificazione strategica dell’intera operazione. L’umore pacifico dell’esercito, dell’élite e della società, impreparati a un serio confronto – né con il regime ucraino, né con l’Occidente collettivo – ha avuto il suo impatto sullo sviluppo della situazione. L’offensiva si è impantanata, incontrando una resistenza disperata e feroce da parte di un avversario che godeva di un sostegno senza precedenti da parte della macchina militare della NATO. Il Cremlino probabilmente non ha tenuto conto della disposizione psicologica dei nazisti ucraini a combattere fino all’ultimo ucraino, né dell’entità degli aiuti militari occidentali.
Inoltre, non abbiamo tenuto conto degli effetti di otto anni di intensa propaganda, che giorno dopo giorno hanno instillato con forza la russofobia e l’estremo nazionalismo isterico nella società ucraina. Mentre nel 2014 la stragrande maggioranza delle persone nell’Ucraina orientale (Novorossiya) e metà dell’Ucraina centrale aveva un atteggiamento positivo nei confronti della Russia, ma non così radicale come i residenti della Crimea e del Donbass, nel 2022 questo equilibrio è cambiato. Il livello di odio verso i russi è aumentato drammaticamente e le simpatie filo-russe sono state violentemente represse, spesso attraverso la repressione diretta, la violenza, la tortura e le percosse. In ogni caso, i sostenitori attivi di Mosca in Ucraina sono diventati passivi e intimiditi,
Fu solo un anno dopo che Mosca si rese finalmente conto che non si trattava di un’operazione militare speciale, ma di una guerra a tutti gli effetti.
L’Ucraina è andata relativamente bene
L’Ucraina era più pronta di chiunque altro per le azioni della Russia, dal momento che se ne iniziò a parlare nel 2014, quando Mosca non aveva alcuna intenzione di estendere il conflitto, e la riunificazione con la Crimea sembrava tutto del tutto sufficiente. Se c’è qualcosa che ha sorpreso il regime di Kiev, sono stati proprio i fallimenti militari della Russia che hanno seguito i suoi successi iniziali. Ciò ha notevolmente sollevato il morale di una società già satura di rabbiosa russofobia e nazionalismo euforico. Ad un certo punto, l’Ucraina ha deciso di combattere seriamente la Russia fino alla fine. kyiv, visti gli ingenti aiuti militari dall’Occidente, credeva nella possibilità della vittoria, e questo divenne un fattore molto importante per la psicologia ucraina.
Il grande disastro per l’élite russa filo-occidentale
Ma la sorpresa più grande di tutte è stata proprio l’inizio dell’operazione militare speciale per l’élite liberale filo-occidentale della Russia. Questa élite era profondamente integrata nel mondo occidentale a livello individuale, la maggior parte manteneva i propri risparmi (a volte giganteschi) in Occidente e partecipava attivamente al commercio di titoli e al gioco d’azzardo. L’operazione militare speciale ha effettivamente posto questa élite sotto la minaccia diretta della rovina totale. E nella stessa Russia, questa pratica abituale cominciò a essere percepita come un tradimento degli interessi nazionali. Pertanto, i liberali russi, fino all’ultimo momento, non credevano che l’operazione militare speciale sarebbe iniziata e, quando lo fece, contarono i giorni in cui sarebbe finita. Se trasformandosi in una lunga e protratta guerra dall’esito incerto, l’operazione militare speciale fu un disastro per l’intero segmento liberale della classe dirigente. Finora, alcuni stanno facendo disperati tentativi di fermare la guerra (a qualsiasi condizione), ma né Putin, né le masse, né Kiev, né l’Occidente lo accetterebbero. L’Occidente ha notato la debolezza della Russia, un po’ impantanata nel conflitto, e, insieme a Kiev, andrà fino in fondo con la sua presunta destabilizzazione. ma né Putin, né le masse, né Kiev, né l’Occidente lo accetterebbero. L’Occidente ha notato la debolezza della Russia, un po’ impantanata nel conflitto, e, insieme a Kiev, andrà fino in fondo con la sua presunta destabilizzazione. ma né Putin, né le masse, né Kiev, né l’Occidente lo accetterebbero. L’Occidente ha notato la debolezza della Russia, un po’ impantanata nel conflitto, e, insieme a Kiev, andrà fino in fondo con la sua presunta destabilizzazione.
Alleati titubanti e solitudine russa
Anche gli amici e gli alleati della Russia sono stati in parte delusi dal primo anno dell’operazione militare speciale. Molti probabilmente pensavano che le nostre capacità militari fossero così grandi e ben sintonizzate che il conflitto con l’Ucraina avrebbe dovuto essere risolto in modo relativamente semplice, e la transizione verso un mondo multipolare sembrava a molti già irreversibile e naturale, mentre i problemi affrontati dalla Russia lungo la strada ricondurrebbe tutti a una trama più problematica e sanguinosa.
Si è scoperto che le élite liberali dell’Occidente erano pronte a combattere seriamente e disperatamente per preservare la loro egemonia unipolare, fino alla probabilità di una guerra su vasta scala con la partecipazione diretta della NATO e persino di un vero e proprio conflitto nucleare. Cina, India, Turchia e altri paesi islamici, così come gli stati africani e latinoamericani, non erano affatto pronti per una simile inversione di tendenza. Una cosa è avvicinarsi a una Russia pacifica, rafforzare silenziosamente la sua sovranità e costruire strutture regionali e interregionali non occidentali (ma anche non antioccidentali), e un’altra è entrare in un conflitto frontale con l’Occidente. Di conseguenza,
Tutto ciò è diventato evidente un anno dopo l’inizio dell’operazione militare speciale.
Le fasi della guerra: Inizio
Il primo anno di questa guerra ha avuto diverse fasi. In ognuno di essi, molto è cambiato in Russia, Ucraina e nella comunità mondiale.
La prima brusca fase del successo russo, in cui le truppe russe superarono Sumy e Chernihov da nord e raggiunsero Kiev, fu accolta con una raffica di furia a ovest. La Russia ha dimostrato la sua serietà liberando il Donbass e, con una rapida corsa dalla Crimea, ha stabilito il suo controllo su altre due regioni, Kherson e Zaporozhye. Questa fase è durata i primi due mesi. In una situazione di successo dimostrabile, Mosca era pronta per negoziati che consolidassero le conquiste militari con conquiste politiche. anche Kiev ha accettato con riluttanza i negoziati.
2a fase: Il fallimento degli impossibili colloqui di pace
Ma è allora che è iniziata la seconda fase. È qui che si sono sentiti in tutta la loro portata gli errori di calcolo militari e strategici nella pianificazione dell’operazione. L’offensiva si è bloccata e in alcune direzioni la Russia è stata costretta a ritirarsi dalle sue posizioni. La Russia ha cercato di ottenere qualcosa attraverso i colloqui di pace in Turchia. Ma lei fallisce.
I negoziati sono diventati controversi poiché Kiev ha ritenuto di poter risolvere il conflitto con strumenti militari a suo favore. Da quel momento in poi, l’Occidente, dopo aver preparato l’opinione pubblica alla furiosa russofobia della prima fase, iniziò a fornire all’Ucraina ogni forma di armi letali su una scala senza precedenti.
3a fase: L’impasse № 1
Nell’estate del 2022, le cose hanno iniziato a impantanarsi, anche se la Russia ha avuto alcuni successi in alcune aree. La seconda fase è durata fino ad agosto. Durante questo periodo, la contraddizione tra l’idea iniziale dell’Operazione Militare Speciale come un rapido insieme di precisi attacchi militari, che sarebbero dovuti entrare rapidamente nella fase politica, e la necessità di effettuare operazioni di combattimento contro un nemico pesantemente armato, che ha avuto supporto logistico, di intelligence, tecnologico, di comunicazione e politico da tutto l’Occidente, è apparso nella sua interezza. E ora la fronte era enormemente lunga.
Nel frattempo, Mosca ha cercato di continuare a condurre l’operazione militare speciale secondo lo scenario iniziale senza voler sconvolgere la società nel suo insieme o rivolgersi direttamente alla popolazione. Ciò ha creato una contraddizione nei sentimenti al fronte e in patria e ha portato a disaccordi all’interno del comando militare. I leader russi non volevano che la guerra entrasse nella società, rifiutando con ogni mezzo l’imperativo della mobilitazione parziale, che era già da tempo attesa in quel momento.
Durante questo periodo, Kiev e l’Occidente in generale si sono rivolti a tattiche terroristiche: uccidere civili nella stessa Russia, far saltare in aria il ponte di Crimea e far saltare in aria i gasdotti Nord Stream.
4a fase: il contrattacco dell’Ucraina
Siamo così entrati nella fase 4, segnata da una controffensiva delle forze armate ucraine nella regione di Kharkov, che fino ad allora era già parzialmente sotto il controllo russo. Anche gli attacchi ucraini al resto del fronte si sono intensificati e la massiccia consegna di unità HIMARS e la fornitura del sistema di comunicazione satellitare sicuro Starlink alle truppe ucraine, in combinazione con una serie di altri mezzi militari e tecnici, hanno creato seri problemi per il Esercito russo, per il quale non era preparato. La ritirata nella regione di Kharkov, la perdita di Kupyansk e persino la città di Krasnyy Liman nella DNR furono il risultato della “mezza guerra” iniziale. Questo è quando il un’operazione militare speciale si è trasformata in una guerra a tutti gli effetti. Nello specifico, questa trasformazione è stata finalmente raggiunta sul serio nelle alte sfere russe.
5a fase: risveglio parziale della Russia
Questi fallimenti sono stati seguiti dalla quinta fase che ha cambiato il corso degli eventi. L’annuncio della mobilitazione parziale, il rimpasto della leadership militare, la creazione del Consiglio di coordinamento delle operazioni speciali, il passaggio dell’industria militare a un regime più severo, l’inasprimento delle sanzioni in caso di inosservanza dell’ordine di difesa dello Stato , eccetera. Il clou di questa fase è stato il referendum sull’adesione alla Russia in quattro materie: DNR, NRL e regioni di Kherson e Zaporozhye, la decisione di Putin di lasciarli entrare in Russia e il suo discorso sull’ideologia fondamentale in questa occasione il 30 settembre, in cui ha dichiarato, per la prima volta, in tutta franchezza, l’opposizione della Russia all’egemonia liberale occidentale,
Nel suo successivo discorso di Valdai, Putin ha ribadito e ampliato le tesi principali. Sebbene la Russia fosse già stata costretta a cedere Kherson in seguito, mentre era ancora in ritirata, gli attacchi delle forze armate ucraine furono fermati, la difesa dei confini controllati fu rafforzata e la guerra entrò in una nuova fase. Come passo successivo nell’escalation, la Russia ha iniziato a distruggere regolarmente le infrastrutture tecnico-militari e talvolta anche energetiche dell’Ucraina con attacchi missilistici inarrestabili.
6a fase: Nuovo equilibrio — Impasse № 2
Ma gradualmente il fronte si è stabilizzato e si è sviluppato un nuovo stallo. Ora, nessuno degli avversari potrebbe invertire la tendenza. La Russia si è rafforzata con una riserva mobilitata. Mosca ha sostenuto i volontari e in particolare il “gruppo” Wagner, che è riuscito a ottenere significativi successi nel ribaltare la situazione nei teatri di guerra locali.
Questa fase è durata fino ad oggi. È caratterizzato da un relativo equilibrio di forze. In questo stato, le due parti non possono ottenere successi decisivi e decisivi. Ma Mosca, Kiev e Washington sono pronte a continuare il confronto finché sarà necessario.
Uso di armi nucleari: argomenti finali
La gravità del confronto tra Russia e Occidente ha sollevato la questione della probabilità di un’escalation di questo conflitto verso il nucleare. L’uso di armi nucleari tattiche (TNW) e armi nucleari strategiche (SNW) è stato discusso a tutti i livelli, dai governi ai media. Poiché si parlava già di una vera e propria guerra tra Russia e Occidente, tale prospettiva cessò di essere puramente teorica e divenne un argomento sempre più sollevato dalle varie parti in conflitto.
A questo proposito sono doverose alcune osservazioni.
Nonostante il fatto che il vero stato delle cose nella tecnologia nucleare sia profondamente riservato e nessuno possa essere del tutto sicuro di come vadano realmente le cose in quest’area, si ritiene (e probabilmente non senza ragione) che le capacità nucleari della Russia, così come il i mezzi per usarli attraverso missili, sottomarini e altri mezzi, sono sufficienti per distruggere gli Stati Uniti e i paesi della NATO. Al momento, la NATO non dispone di mezzi sufficienti per proteggersi da un possibile attacco nucleare russo. Pertanto, in caso di emergenza, la Russia può ricorrere a quest’ultimo argomento. Putin ha spiegato cosa intendeva con questo: In sostanza, se la Russia affronta una sconfitta militare diretta per mano dei paesi del
Sovranità nucleare: solo due casi
Allo stesso tempo, alla Russia mancano anche attrezzature di difesa aerea che la proteggano in modo affidabile da un attacco nucleare statunitense. Pertanto, lo scoppio di un conflitto nucleare su vasta scala, indipendentemente da chi colpisce per primo, si tradurrà quasi certamente in un’apocalisse nucleare e nella distruzione dell’umanità, se non dell’intero pianeta. Le armi nucleari, soprattutto in vista di SNW, non possono essere utilizzate efficacemente da una sola parte. Il secondo reagirebbe e basterebbe che l’umanità bruciasse in un incendio nucleare. Ovviamente, il fatto stesso di possedere armi nucleari significa che in una situazione critica possono essere utilizzate da governanti sovrani, cioè dalle più alte autorità di Stati Uniti e Russia. Quasi nessun altro è in grado di influenzare una tale decisione sul suicidio globale. Questo è il punto centrale della sovranità nucleare. Putin è stato molto esplicito sui termini di utilizzo delle armi nucleari. Ovviamente, Washington ha le sue opinioni sulla questione, ma è chiaro che in risposta a un ipotetico attacco della Russia, anch’essa dovrà rispondere in modo simmetrico.
Potremmo arrivarci? Credo di si.
Linee rosse nucleari
Mentre l’uso delle armi nucleari è quasi certamente la fine dell’umanità, esse saranno utilizzate solo se le linee rosse saranno superate. Questa volta battute molto serie. L’Occidente ha ignorato le prime linee rosse che la Russia ha individuato prima dell’inizio dell’operazione militare speciale, convinto che Putin stesse bluffando. Ne era convinto l’Occidente, in parte disinformato dall’élite liberale russa, che si rifiutava di credere alla serietà delle intenzioni di Putin. Ma queste intenzioni devono essere trattate con grande cautela.
Pertanto, per Mosca, le linee rosse, il cui attraversamento porterebbe all’inizio di una guerra nucleare, sono abbastanza ovvie e hanno questo aspetto: una sconfitta critica nella guerra in Ucraina con il coinvolgimento diretto e intenso delle Nazioni Unite Stati Uniti e paesi della NATO nel conflitto. Eravamo alle soglie della 4a fase dell’operazione militare speciale, quando, infatti, tutti parlavano di TNW e SNW. Solo pochi successi dell’esercito russo che si basavano su mezzi convenzionali di armamento e guerra hanno permesso di disinnescare in qualche modo la situazione. Ma, ovviamente, non l’hanno rimosso completamente. Per la Russia, la questione del confronto nucleare non sarà definitivamente rimossa dall’ordine del giorno fino a quando non avrà ottenuto una vittoria totale.
L’Occidente non ha motivo di usare armi nucleari
Per gli Stati Uniti e la NATO, nella loro situazione attuale, non vi è alcuna motivazione per utilizzare armi nucleari nel prossimo futuro. Sarebbero usati solo in risposta a un attacco nucleare russo, che non avverrebbe senza una ragione fondamentale (cioè senza una minaccia seria, anche fatale, di un attacco militare). Anche se si immagina che la Russia prenda il controllo di tutta l’Ucraina, ciò non avvicinerebbe gli Stati Uniti alle linee rosse. In un certo senso, gli Stati Uniti hanno già ottenuto molto nel confronto con la Russia: hanno fatto deragliare una transizione pacifica e senza intoppi verso il multipolarismo, hanno tagliato fuori la Russia dal mondo occidentale e l’hanno condannata a un isolamento parziale è riuscito a dimostrare una certa debolezza della Russia in ambito militare e tecnico, ha imposto gravi sanzioni, ha contribuito al deterioramento dell’immagine della Russia presso coloro che erano suoi alleati reali o potenziali, ha aggiornato il proprio arsenale militare e tecnico e ha testato nuove tecnologie in tempo reale situazioni. Se la Russia può essere sconfitta con altri mezzi, piuttosto che con lo sterminio reciproco, l’Occidente collettivo sarà più che felice di farlo. Con tutti i mezzi tranne il nucleare. In altre parole, la posizione dell’Occidente è tale da non avere alcun motivo per essere il primo a usare armi nucleari contro la Russia, anche in un lontano futuro. Ma la Russia sì. ha imposto gravi sanzioni, ha contribuito al deterioramento dell’immagine della Russia presso coloro che erano suoi alleati reali o potenziali, ha aggiornato il proprio arsenale militare e tecnico e ha testato nuove tecnologie in situazioni reali. Se la Russia può essere sconfitta con altri mezzi, piuttosto che con lo sterminio reciproco, l’Occidente collettivo sarà più che felice di farlo. Con tutti i mezzi tranne il nucleare. In altre parole, la posizione dell’Occidente è tale da non avere alcun motivo per essere il primo a usare armi nucleari contro la Russia, anche in un lontano futuro. Ma la Russia sì. ha imposto gravi sanzioni, ha contribuito al deterioramento dell’immagine della Russia presso coloro che erano suoi alleati reali o potenziali, ha aggiornato il proprio arsenale militare e tecnico e ha testato nuove tecnologie in situazioni reali. Se la Russia può essere sconfitta con altri mezzi, piuttosto che con lo sterminio reciproco, l’Occidente collettivo sarà più che felice di farlo. Con tutti i mezzi tranne il nucleare. In altre parole, la posizione dell’Occidente è tale da non avere alcun motivo per essere il primo a usare armi nucleari contro la Russia, anche in un lontano futuro. Ma la Russia sì. aggiornato il proprio arsenale militare e tecnico e testato nuove tecnologie in situazioni reali. Se la Russia può essere sconfitta con altri mezzi, piuttosto che con lo sterminio reciproco, l’Occidente collettivo sarà più che felice di farlo. Con tutti i mezzi tranne il nucleare. In altre parole, la posizione dell’Occidente è tale da non avere alcun motivo per essere il primo a usare armi nucleari contro la Russia, anche in un lontano futuro. Ma la Russia sì. aggiornato il proprio arsenale militare e tecnico e testato nuove tecnologie in situazioni reali. Se la Russia può essere sconfitta con altri mezzi, piuttosto che con lo sterminio reciproco, l’Occidente collettivo sarà più che felice di farlo. Con tutti i mezzi tranne il nucleare. In altre parole, la posizione dell’Occidente è tale da non avere alcun motivo per essere il primo a usare armi nucleari contro la Russia, anche in un lontano futuro. Ma la Russia sì. la posizione dell’Occidente è tale che non ha motivo di essere il primo a usare armi nucleari contro la Russia, anche in un lontano futuro. Ma la Russia sì. la posizione dell’Occidente è tale che non ha motivo di essere il primo a usare armi nucleari contro la Russia, anche in un lontano futuro. Ma la Russia sì.
Ma qui tutto dipende dall’Occidente. Se la Russia non viene spinta in un vicolo cieco, questo può essere facilmente evitato. La Russia distruggerà l’umanità solo se la Russia stessa sarà portata sull’orlo della distruzione.
kyiv: questa cifra è comunque condannata
Infine, c’è Kiev. Kiev è in una situazione molto difficile. Zelensky una volta ha invitato i suoi partner e mecenati occidentali a lanciare un attacco nucleare contro la Russia dopo che un missile ucraino è caduto sul territorio polacco. Qual era la sua idea?
Il fatto è che l’Ucraina è condannata in questa guerra da tutti i punti di vista. La Russia non può perdere, perché la sua linea rossa è la sua sconfitta. Allora perderanno tutti.
L’Occidente collettivo, pur perdendo qualcosa, ha già guadagnato molto, e nessuna minaccia critica per i paesi europei della NATO, per non parlare degli stessi Stati Uniti, viene dalla Russia. Tutto il resto che viene detto a questo proposito è pura propaganda.
Ma l’Ucraina in questa situazione – in cui si è trovata più volte nella sua storia, tra l’incudine e il martello, tra l’Impero (bianco o rosso) e l’Occidente – è condannata. Dopotutto i russi non faranno concessioni e resisteranno fino alla vittoria. Una vittoria per Mosca significherebbe la completa sconfitta del regime nazista filo-occidentale a Kiev. E come stato nazionale sovrano, non ci sarà l’Ucraina nemmeno in un lontano futuro. Ed è in questa situazione che Zelensky, a parziale imitazione di Putin, è pronto a “premere il pulsante nucleare”. Poiché non ci sarà l’Ucraina, è necessario distruggere l’umanità. In linea di principio, è di moda capirlo, è completamente nella logica del pensiero terroristico.
Chiedere agli Stati Uniti e alla NATO di suicidarsi a livello globale in nome della “nezalezhnost” ucraina, cioè dell'”indipendenza” (che non è altro che una finzione) è a dir poco ingenuo. Armi sì, denaro sì, supporto mediatico sì, certo, sostegno politico sì. Ma nucleare?
La risposta è troppo ovvia per dare. Come si può seriamente credere che Washington, per quanto fanatici siano i fautori del globalismo, dell’unipolarismo e del mantenimento dell’egemonia a tutti i costi che vi regnano oggi, si spinga fino a distruggere l’umanità in nome del grido di battaglia nazista ucraino “Gloria al eroi!” Anche perdendo tutta l’Ucraina, l’Occidente non perde molto, e il regime nazista di Kiev ei suoi sogni di grandezza mondiale, ovviamente, crolleranno.
In altre parole, le linee rosse di Kiev non dovrebbero essere prese sul serio. Zelensky si comporta come un vero terrorista. Ha preso in ostaggio un intero paese e minaccia di distruggere l’umanità.
La fine della guerra: gli obiettivi della Russia
Dopo un anno di guerra in Ucraina, è assolutamente chiaro che la Russia non può perdere. È una sfida esistenziale: essere o non essere un Paese, uno Stato, un popolo? Non si tratta di acquisire territori contesi o l’equilibrio della sicurezza. Questo era il caso un anno fa. Le cose sono molto più acute ora. La Russia non può perdere, e attraversare di nuovo quella linea rossa ci rimanda all’alba che si avvicina dell’apocalisse nucleare. Su questo tema, tutti dovrebbero essere chiari: non si tratta solo della decisione di Putin, ma della logica dell’intero corso storico della Russia, che ha lottato in tutte le fasi per non cadere nella dipendenza dall’Occidente – sia esso l’Ordine Teutonico, cattolico Polonia, di Napoleone il borghese, di Hitler il razzista o dei moderni globalisti. La Russia sarà libera o non sarà niente.
Una vittoria minima
Dobbiamo ora chiederci che cosa sia la vittoria per la Russia. Ci sono tre opzioni qui.
La scala minima di vittoria per la Russia potrebbe, in determinate circostanze, essere quella di porre tutti i territori delle 4 nuove entità – regioni DNR, NRL, Kherson e Zaporozhye – sotto il pieno controllo russo. Allo stesso tempo, l’Ucraina sarà disarmata e il suo status di neutralità sarà pienamente garantito per il prossimo futuro. Nel frattempo, Kiev deve riconoscere e accettare lo stato attuale delle cose. Con questo, il processo di pace può iniziare.
Tuttavia, uno scenario del genere è altamente improbabile. I relativi successi del regime di Kiev nella regione di Kharkov hanno dato ai nazionalisti ucraini la speranza di poter sconfiggere la Russia. La loro incessante resistenza nel Donbass dimostra la loro intenzione di resistere fino alla fine, di invertire il corso della campagna e passare ancora una volta alla controffensiva – contro tutti i nuovi sudditi della Federazione Russa, inclusa la Crimea. E non c’è praticamente alcuna possibilità che le attuali autorità di Kiev accettino una tale fissazione dello status quo.
Per l’Occidente, tuttavia, questa sarebbe la strada migliore, poiché una pausa nelle ostilità potrebbe essere utilizzata come gli accordi di Minsk per militarizzare ulteriormente l’Ucraina. La stessa Ucraina – anche senza queste aree – resta un territorio vastissimo, e la questione dello status neutrale andrebbe di moda in termini ambigui.
Mosca capisce tutto questo; Washington lo capisce un po’ meno. E gli attuali leader di Kiev non vogliono capirlo affatto.
Vittoria intermedia: Liberazione della Novorossia
La versione intermedia della vittoria per la Russia sarebbe la liberazione dell’intero territorio della Novorossia storica, che comprende la Crimea, 4 nuovi sudditi della Federazione Russa e tre regioni aggiuntive: Kharkov, Odessa e Nikolaev (con parti di Dnepropetrovskaya oblast’ e Poltava) . Ciò completerebbe la logica divisione dell’Ucraina in parti orientali e occidentali, che hanno storie, identità e orientamenti geopolitici diversi. Una soluzione del genere sarebbe accettabile per la Russia e verrebbe sicuramente vista come una vera e propria vittoria, completando quanto iniziato, poi interrotto, nel 2014.
Sarebbe adatto anche all’Occidente, i cui piani strategici sarebbero più sensibili alla perdita della città portuale di Odessa. Ma anche questo non è così cruciale, a causa della presenza di altri porti del Mar Nero – Romania, Bulgaria e Turchia dei tre paesi della NATO (non potenziali, ma effettivi membri dell’Alleanza).
È chiaro che un tale scenario è categoricamente inaccettabile per Kiev, anche se qui dovrebbe essere fatto un avvertimento. È categoricamente inaccettabile per l’attuale regime e l’attuale situazione strategico-militare. Se si tratta della completa e riuscita liberazione dei quattro nuovi sudditi della Federazione e della successiva espansione delle truppe russe ai confini delle tre nuove regioni, sia l’esercito ucraino che lo stato psicologico della popolazione, il potenziale economico e il il regime politico dello stesso Zelenskyj sarà in uno stato molto diverso. Le infrastrutture dell’economia continueranno a essere distrutte dagli attacchi russi e le sconfitte sui fronti porteranno allo sconforto una società già sfinita e dissanguata dalla guerra. Forse ci sarà un altro governo a Kiev, e non è escluso che ci sarà anche un cambio di governo a Washington, dove qualsiasi leader realistico ridurrà sicuramente la portata del sostegno all’Ucraina, semplicemente calcolando con sobrietà gli interessi nazionali degli Stati Uniti Stati senza una fede fanatica nella globalizzazione. Trump è l’esempio vivente che questo è del tutto possibile e non va oltre il regno della probabilità.
In una situazione di mezza vittoria, cioè la completa liberazione della Novorossia, sarebbe estremamente vantaggioso per Kiev e per l’Occidente passare ad accordi di pace per preservare il resto dell’Ucraina. Si potrebbe creare un nuovo stato, che non avrebbe le restrizioni e gli obblighi attuali, e potrebbe diventare – gradualmente – un baluardo per accerchiare la Russia. Per salvare almeno il resto dell’Ucraina, il progetto Novorossiya sarebbe perfettamente accettabile e, a lungo termine, sarebbe molto vantaggioso per l’Occidente collettivo, anche per un futuro confronto con la Russia sovrana.
Vittoria completa: completa liberazione dell’Ucraina
Infine, una vittoria completa per la Russia sarebbe quella di liberare l’intero territorio dell’Ucraina dal controllo del regime nazista filo-occidentale e di ricreare l’unità storica sia dello stato degli slavi orientali che della grande potenza eurasiatica. Il multipolarismo si sarebbe allora instaurato irreversibilmente e avremmo sconvolto la storia dell’umanità.
Inoltre, solo una tale vittoria consentirebbe di realizzare pienamente gli obiettivi fissati all’inizio: denazificazione e smilitarizzazione, perché senza il pieno controllo del territorio militarizzato e nazificato, ciò non può essere raggiunto.
Ma anche con questa opzione l’Occidente non avrebbe subito danni critici sul piano strategico-militare e ancor più sul piano economico. La Russia sarebbe rimasta tagliata fuori dall’Occidente e demonizzata. La sua influenza sull’Europa sarebbe stata ridotta a zero, o anche meno. La comunità atlantica sarebbe stata più consolidata che mai di fronte a un nemico così pericoloso, e la Russia, esclusa dall’Occidente collettivo e tagliata fuori dalla tecnologia e dalle nuove reti, avrebbe avuto al suo interno una massa enorme di popolazione non proprio fedele, se non ostile, e la cui integrazione in un’unica struttura sociale avrebbe richiesto uno sforzo straordinario da parte di un Paese già affaticato dalla guerra.
E l’Ucraina stessa non sarebbe sotto occupazione, ma come parte di un unico popolo, senza alcun attacco su base etnica e aperta a qualsiasi prospettiva di ricoprire incarichi di governo di ogni tipo e di muoversi liberamente su tutto il territorio della Grande Russia. Se si vuole, si potrebbe pensare a una “annessione della Russia all’Ucraina”, e l’ex capitale dello stato russo sarebbe di nuovo al centro del mondo russo, piuttosto che alla sua periferia.
Naturalmente, in questo caso, la pace verrebbe da sola e non avrebbe senso negoziarne i termini con nessuno.
Così dobbiamo ragionare in un’analisi equilibrata e obiettiva, scevra da ogni propaganda.
Cambiare la formula Russia-IR: dal realismo allo scontro di civiltà
C’è un’ultima cosa che merita di essere presa in considerazione nell’analisi del primo anno dell’operazione militare speciale. Questa volta si tratta di una valutazione teorica della trasformazione che la guerra in Ucraina ha provocato nello spazio delle relazioni internazionali.
Qui abbiamo la seguente tabella. L’amministrazione di Joe Biden, proprio come Bill Clinton, il neocon George Bush Jr. e Barak Obama, è rigidamente dalla parte del liberalismo nelle relazioni internazionali. Vedono il mondo come globale e governato dal governo mondiale al di sopra dei capi di tutti gli stati nazionali. Anche gli stessi Stati Uniti sono ai loro occhi solo uno strumento temporaneo nelle mani di un’élite globale cosmopolita. Di qui l’avversione e persino l’odio dei democratici e dei globalisti per qualsiasi forma di patriottismo americano e per l’identità stessa degli americani.
Per i fautori del liberalismo nelle relazioni internazionali, qualsiasi stato nazionale è un ostacolo al governo mondiale, e un forte stato nazionale sovrano che sfida apertamente l’élite liberale è il vero nemico che deve essere distrutto.
Dopo la caduta dell’URSS, il mondo ha smesso di essere bipolare per diventare unipolare, e l’élite globalista, i seguaci del liberalismo in IR, ha afferrato le principali leve della gestione dell’umanità.
La Russia sconfitta e smembrata, vestigia del secondo polo sotto il regno di Eltsin, ha accettato queste regole del gioco e si è schierata con la logica dei liberali nel RI. Tutto ciò che Mosca doveva fare era integrarsi nel mondo occidentale, rinunciare alla sua sovranità e iniziare a giocare secondo le sue regole. L’obiettivo era raggiungere almeno un certo status nel futuro governo mondiale, ei nuovi alti leader oligarchici fecero tutto il possibile per integrarsi nel mondo occidentale a tutti i costi, anche come individui.
Da quel momento, tutte le università in Russia si sono schierate dalla parte del liberalismo nella questione delle relazioni internazionali. Il realismo nel RI è stato dimenticato (anche se lo sapevano), equiparato al “nazionalismo”, e la parola “sovranità” non è stata pronunciata affatto.
Tutto è cambiato nella politica reale (ma non nell’istruzione) con l’arrivo di Putin. Putin era un convinto realista nelle relazioni internazionali e un radicale sostenitore della sovranità. Allo stesso tempo, condivideva pienamente l’opinione dell’universalità dei valori occidentali e considerava il progresso sociale e scientifico-tecnologico dell’Occidente come l’unico modo per sviluppare la civiltà. L’unica cosa su cui insisteva era la sovranità. Da qui il mito della sua influenza su Trump. È stato il realismo a far incontrare Putin e Trump. Altrimenti, sono molto diversi. Il realismo non è contro l’Occidente, è contro il liberalismo nelle relazioni internazionali e contro il governo mondiale. Tale è il realismo americano, il realismo cinese,
Ma l’unipolarismo che si è sviluppato dall’inizio degli anni ’90 ha fatto girare la testa ai liberali nelle relazioni internazionali. Credevano che il momento cruciale fosse arrivato, che la storia come confronto di paradigmi ideologici fosse finita (tesi di Fukuyama) e che fosse giunto il momento di iniziare il processo di unificazione dell’umanità sotto il Governo Mondiale con una nuova forza. Ma per fare questo, la sovranità residua doveva essere abolita.
Questa linea era in netto contrasto con il realismo di Putin. Tuttavia, Putin ha cercato di mantenere l’equilibrio sulla linea e mantenere le relazioni con l’Occidente a tutti i costi. Era abbastanza facile farlo con il realista Trump, che comprendeva il desiderio di sovranità di Putin, ma è diventato del tutto impossibile con l’arrivo di Biden alla Casa Bianca. Putin, da realista, è quindi arrivato al limite del possibile compromesso. L’Occidente collettivo, guidato dai liberali nelle relazioni internazionali, ha esercitato pressioni sempre più forti sulla Russia per iniziare finalmente a smantellare la sua sovranità, piuttosto che rafforzarla.
Il culmine di questo conflitto fu l’inizio dell’operazione militare speciale. I globalisti hanno sostenuto attivamente la militarizzazione e la nazificazione dell’Ucraina. Putin si è ribellato perché ha capito che l’Occidente collettivo si stava preparando per una campagna simmetrica – per “smilitarizzare” e “denazificare” la stessa Russia. I liberali hanno chiuso un occhio sulla rapida fioritura del neo-nazismo russofobo nella stessa Ucraina e, inoltre, lo hanno attivamente incoraggiato, contribuendo il più possibile alla sua militarizzazione, mentre la stessa Russia è stata accusata dello stesso – di “militarismo” e “nazismo” “, cercando di equiparare Putin a Hitler.
Putin ha iniziato l’operazione militare speciale da realista, niente di più, ma un anno dopo la situazione è cambiata. È diventato chiaro che la Russia è in guerra con la moderna civiltà liberale occidentale nel suo insieme, con il globalismo e i valori che l’Occidente cerca di imporre a tutti gli altri. Questo punto di svolta nella consapevolezza della Russia sulla situazione mondiale è forse il risultato più importante dell’operazione militare speciale.
Da difesa della sovranità, la guerra si trasformò in scontro di civiltà (peraltro correttamente previsto da S. Huntington). E la Russia non si limita più a insistere su un governo indipendente, condividendo atteggiamenti, criteri, norme, regole e valori occidentali, ma agisce come una civiltà indipendente – con i propri atteggiamenti, criteri, norme, regole e valori. La Russia non è più l’Occidente. Non è un paese europeo, ma una civiltà ortodossa eurasiatica. Questo è esattamente ciò che Putin ha detto nel suo discorso del 30 settembre in occasione del ricevimento dei quattro nuovi sudditi, poi nel discorso di Valdai, e ripetuto tante volte in altri discorsi. E infine, nell’editto 809,
La Russia ha spostato il suo paradigma dal realismo alla teoria di un mondo multipolare, ha rifiutato direttamente il liberalismo in tutte le sue forme e ha sfidato direttamente la moderna civiltà occidentale, negandole apertamente il diritto di essere universale.
Putin non crede più nell’Occidente e chiama esplicitamente la moderna civiltà occidentale “satanica”. In questo uso dei termini si può facilmente identificare un richiamo diretto all’escatologia e alla teologia ortodossa, così come un’allusione al confronto tra il sistema capitalista e quello socialista dell’era di Stalin. Oggi, è vero, la Russia non è uno stato socialista. Ma questo è stato il risultato della sconfitta subita dall’URSS all’inizio degli anni ’90, e la Russia e altri paesi post-sovietici si sono trovati nella posizione di colonie ideologiche ed economiche dell’Occidente globale.
L’intero regno di Putin fino al 24 febbraio 2022 è stato una preparazione a questo momento decisivo, ma è rimasto nel quadro del realismo (il modo di sviluppo occidentale + la sovranità, cioè). Ora, dopo un anno di dure prove e terribili sacrifici che la Russia ha subito, la formula è cambiata: sovranità + identità di civiltà, cioè alla maniera russa.
Da un punto di vista filologico, va notato come esistano molteplici studi sul grifo stesso: quello iconografico di Anna Maria Bisi, che prende in esame la zona dell’antico Oriente Mediterraneo, i lavori di Ekrem Akurgal, di Henri Frankfort e quelli di numerosi altri studiosi, i quali approfondiscono la storia del simbolo nel mondo greco, il suo ruolo nella cristianità e nelle altre religioni del mondo.
Il grifone è presente ininterrottamente nell’iconografia e nella storia dell’arte da circa seimila anni nell’area mediterranea e medio-orientale, senza aver mai conosciuto momenti di eclissi. Sembra che l’enorme diffusione iconografica di questo animale sia dovuta in massima parte al suo aspetto formale, che per eleganza e vigore si presta particolarmente bene a svolgere un ruolo emblematico o allegorico, piuttosto che a incarnare le ambiguità simboliche di cui sono portatori mostri come la sirena, il drago e l’unicorno. Il grifone è infatti composto dai due animali più rappresentativi del potere e della nobiltà, rispettivamente nell’aria e sulla terra: un’aquila nella parte anteriore e da un leone nella parte posteriore. Le rappresentazioni, a parte questa base comune variano un po’. A volte la parte aquilina riguarda solo la testa e le ali, mentre altre volte anche le zampe anteriori risultano piumate e dotate d’artigli; in alcune raffigurazioni il grifone a posto della coda aveva un serpente e le orecchie erano quelle di un cavallo. Le rappresentazioni del grifone sono molte antiche e le ritroviamo in un’area che va dal medio oriente a tutto il mondo occidentale. La più antica immagine dell’animale è stata trovata in Iran su un sigillo risalente al 3000 A.C.
Nelle leggende e nei miti il grifone ha assunto varie funzioni, da quello di guardiano a creatura demoniaca, fino a trasformarsi da simbolo della superbia a simbolo del Cristo nel Medioevo.
Il grifone riassume le qualità positive del leone e dell’aquila, accomunati da maestosità e fierezza e considerati, in un’ideale gerarchia, al di sopra degli altri animali. Il grifo assumendo in sé le maestà del leone e dell’aquila diviene sovrano del cielo e della terra. A livello allegorico l’aquila rappresenta l’intelligenza per la sua capacità di guardare lontano, il leone la forza e il coraggio e il serpente la furbizia e quindi il grifo è un simbolo di completezza, la forza guidata dalla intelligenza ed aiutata dalla furbizia per svelare gli inganni.
Ecco: io vi mando come pecore in mezzo ai lupi; siate dunque prudenti come i serpenti e semplici come le colombe. (Vangelo secondo Matteo)
A livello esoterico il grifone è un simbolo di iniziazione molto esplicito. La sua natura è doppia: è formato da un animale terrestre e da un uccello, quindi partecipe dei due mondi terrestre e celeste.
Nel medioevo questa doppia natura terrena e celeste ne fece simbolo del Cristo, Uomo e Dio insieme.
Al leone spuntano le ali e riesce a librarsi in cielo e a svincolarsi dalla sua condizione terrena. Gli uccelli sono solo partecipi della condizione celeste è non possono rappresentare un simbolo per l’iniziazione, mentre il grifone rappresenta lo sforzo dell’animale terrestre di elevarsi. Tutti partiamo da una situazione terrena. L’iniziazione non è che un passaggio da una condizione umana, terrena ad una superiore e il grifone con la sua doppia natura ne è un perfetto simbolo.
Un altro simbolismo legato alla doppia natura del mitico animale è quello di essere un ponte fra cielo e terra, un tramite, uno strumento per avvicinarsi ai cieli. In un racconto si narra di come Alessandro, ormai padrone di un impero che si estendeva oltre la vista utilizzasse dei grifoni per potersi sollevare da terra ed osservare i suoi territori. Da questo racconto nasce l’associazione fra il grifone e la superbia. A tal proposito bisogna dire che nei racconti, Alessandro Magno per quanto venga descritto come un grande condottiero è sempre presentato come mancante di un quid per farlo assurgere ad una completezza ideale. Per la tesi valgono l’episodio del nodo di Gordio in cui non riesce a scioglierlo e si limita a tagliarlo e quella della fontana della giovinezza trovata da un suo compagno e non da lui. In ogni caso anche questo racconto si inquadra perfettamente nel simbolismo iniziatico perché chi si accinge a ricevere l’iniziazione non può essere mosso da superbia, che anzi è una condizione bloccante.
Il ruolo di tramite del grifone è evidente dall’essere nei miti greci la cavalcatura di vari dei come Apollo, lo stesso Zeus, padre degli dei, Nemesi la Dea della vendetta e Oceano, ma esistono anche raffigurazioni in cui è cavalcato da Dioniso o da Eros. È scontato che il padre degli dei non poteva cha cavalcare l’animale che racchiude il massimo del cielo e della terra. Dal IV A.C. il grifone accompagna Dioniso nelle vesti di divinità sotterranea. A Pompei ritroviamo l’animale in una tomba su un medaglione a rilievo in stucco cavalcato da Eros. In queste immagini è palese il ruolo di animale psicopompo, confermando il suo ruolo di tramite tra mondi diversi. Come tutti i simboli c’è un aspetto ‘positivo’ e uno ‘negativo’. Da un lato il grifone traina il carro solare dall’altro accompagna i defunti nel viaggio nell’oltretomba. Notiamo quindi, che l’animale fantastico è partecipe di due dei quattro elementi, la terra e l’aria costituendo anche da questo punto di vista un perfetto ponte fra due mondi.
Altro elemento caratterizzante il grifone è la coda formata da un serpente, animale sicuramente legato alla terra, ma in grado di infilarsi nei buchi, quindi in qualche modo partecipe della natura sotterranea e in tal modo ideale completamento con il leone e l’aquila dei tre mondi, dando così al grifone una completezza. Ma non solo questo, il serpente oltre alle note valenze negative, che nel grifone non compaiono, è un altro simbolo iniziatico per la sua caratteristica di cambiare pelle, quindi di lasciare la sua vecchia natura e di acquisirne una nuova.
Nel Medioevo il grifone è considerato un animale reale: i suoi artigli sono una delle reliquie più commerciate, perché si crede che abbiano il potere di rivelare i veleni, cambiando colore quando vi vengono immersi.
In alcune leggende i grifoni abitavano i monti Rifei dove estraevano l’oro, mentre in altre sono custodi di tesori ed in particolare fra i vari miti furono posti a guardia dell’oro degli iperborei. L’accenno più antico sembra sia dovuto ad Esiodo, ma la storia più nota è quella raccontata dal poeta Aristea di Proconneso, vissuto intorno al VI-VII secolo a.C., in un poema perduto, intitolato Arimaspea. In esso si narrava di un viaggio che l’autore aveva intrapreso per giungere tra gli Iperborei, nel corso del viaggio aveva incontrato gli arimaspi e i grifoni, guardiani delle miniere d’oro. Questo racconto subisce una variante verso il IV secolo, ad opera di Ctesia, il quale, rifacendosi a Erodoto, che narrava dell’esistenza degli arimaspi e di certe formiche giganti dell’India che estraevano l’oro e che assalivano con ferocia gli uomini che volevano impadronirsene, unisce queste due storie, sostituendo alle formiche i grifoni dando così origine alla leggenda delle lotte continue tra gli arimaspi e i grifoni custodi dell’oro. Il comportamento feroce del grifone, che era già desumibile nell’arte mesopotamica, diventa un tratto determinante dell’animale. Secondo Eliano, però, i grifoni sono tanto aggressivi non perché vogliono difendere a tutti i costi le miniere d’oro, quanto piuttosto i loro piccoli, poiché costruiscono i loro nidi con l’oro e gli uomini vi si avvicinano per rubarli. Questi legami con l’oro e con le popolazioni iperboree ne rafforzano il simbolismo solare notato prima nel mito che lo fa traino del carro solare. Il grifone era in origine un geroglifico egizio con cui si rappresentava Osiride ed esprimeva l’attività del sole quando si trovava nel segno del leone (Solleone)
In ottica simbolica l’estrazione dell’oro dalle montagne ricorda un’operazione alchemica: dalla materia grezza all’oro. D’altro canto il ruolo di custode di tesori ricorda altri animali mitologici come il drago custode del giardino delle Esperidi o quello custode dell’anello dei nibelunghi, tutti simbolo delle prove da superare per raggiungere il tesoro della conoscenza. È chiaro che non si tratta di tesori materiali. Anche questi miti ne confermano il simbolismo iniziatico. Il valore simbolico del Grifone in alchimia è chiaro, siamo di fronte a due nature intimamente connesse, una volatile (l’aquila) e una fissa (il leone) che alchemicamente indica l’unione tra lo Zolfo e il Mercurio e riconosce nell’immagine sottostante la rianimazione del Mercurio e il lento scioglimento dell’Oro filosofico. (Fulcanelli)
In un’immagine dell’Aurora Consurgens il maschio e la femmina, che hanno rispettivamente per testa il Sole e la Luna, combattono mentre cavalcano il leone (il maschio) e il grifone (la femmina). L’immagine del combattimento, che contiene molti altri simboli, sembra raffigurare i due principi alchemici, lo zolfo (leone) e il mercurio (grifone) .
Il ‘sale’ – il mediatore tra le due- si associa volentieri sia al fisso che al volatile. Il principio maschile(zolfo) dovrà attirare verso di sé la parte solforosa contenuta nella natura mercuriale, e viceversa. Si otterrà, al termine di questa prima fase, una sostanza che viene chiamata calamita dei saggi, specchio dell’arte, l’aimant, che sarà in grado di incorporare il nostro ‘sale’ e allo stesso tempo caricare il ‘sale’ di energia. È questo uno dei ‘passaggi’ cruciali alchemici: questo racchiude il verbo dimissum, la parola perduta, il verbo creatore, l’incarnazione di Dio nella materia. Dal vecchio drago nero sulfureo si otterrà la Bianca Vergine che recherà una stella o “Artiglio del Grifone” (indicazione che si sta procedendo sulla strada giusta paragonabile al motto “In hoc signo vinces”), ripresa più volte nell’iconografia cristiana nella figura di Maria (Es: Madonna della Stella et al.)
Questa ultima annotazione richiama alla memoria l’arcano 17 dei tarocchi marsigliesi La Stella, che indica Destino, Vocazione, Pace interiore, Purificazione, Ispirazione. La Stella guida e illumina la via. La sua influenza è benefica e ispirante. È il tempo per visualizzare, sognare, avere grandi visioni. Come il cosmo sopra di noi è sconfinato, così il nostro pensiero deve volare libero e non avere limiti. Le nostre azioni devono essere pure e ispirate da alti ideali.
Il grifone è un animale mitologico formato dall’unione di un’aquila nella parte anteriore e da un leone nella parte posteriore. Le rappresentazioni, a parte questa base comune variano un po’. A volte la parte aquilina riguarda solo la testa e le ali, mentre altre volte anche le zampe anteriori risultano piumate e dotate d’artigli; in alcune raffigurazioni il grifone a posto della coda aveva un serpente e le orecchie erano quelle di un cavallo.
Le rappresentazioni del grifone sono molte antiche e le ritroviamo in un’area che va dal medio oriente a tutto il mondo occidentale. La più antica immagine dell’animale è stata trovata in Iran su un sigillo risalente al 3000 AC.
Nelle leggende e nei miti il grifone ha assunto varie funzioni, da quello di guardiano a creatura demoniaca, fino a trasformarsi da simbolo della superbia a simbolo del Cristo nel Medioevo.
Il grifone riassume le qualità positive del leone e dell’aquila, accomunati da maestosità e fierezza e considerati, in un’ideale gerarchia, al di sopra degli altri animali. Il grifo assumendo in sé le maestà del leone e dell’aquila diviene sovrano del cielo e della terra.
A livello allegorico l’aquila rappresenta l’intelligenza per la sua capacità di guardare lontano, il leone la forza e il coraggio e il serpente la furbizia e quindi il grifo è un simbolo di completezza, la forza guidata dalla intelligenza ed aiutata dalla furbizia per svelare gli inganni.
16Ecco: io vi mando come pecore in mezzo ai lupi; siate dunque prudenti come i serpenti e semplici come le colombe. (Vangelo secondo Matteo)
A livello esoterico il grifone è un simbolo di iniziazione molto esplicito. La sua natura è doppia: è formato da un animale terrestre e da un uccello, quindi partecipe dei due mondi terrestre e celeste.
Nel medioevo questa doppia natura terrena e celeste ne fece simbolo del Cristo, Uomo e Dio insieme.
Al leone spuntano le ali e riesce a librarsi in cielo e a svincolarsi dalla sua condizione terrena. Gli uccelli sono solo partecipi della condizione celeste è non possono rappresentare un simbolo per l’iniziazione, mentre il grifone rappresenta lo sforzo dell’animale terrestre di elevarsi. Tutti partiamo da una situazione terrena. L’iniziazione non è che un passaggio da una condizione umana, terrena ad una superiore e il grifone con la sua doppia natura ne è un perfetto simbolo.
Un altro simbolismo legato alla doppia natura del mitico animale è quello di essere un ponte fra cielo e terra, un tramite, uno strumento per avvicinarsi ai cieli. In un racconto si narra di come Alessandro, ormai padrone di un impero che si estendeva oltre la vista utilizzasse dei grifoni per potersi sollevare da terra ed osservare i suoi territori. Da questo racconto nasce l’associazione fra il grifone e la superbia. A tal proposito bisogna dire che nei racconti, Alessandro Magno per quanto venga descritto come un grande condottiero è sempre presentato come mancante di un quid per farlo assurgere ad una completezza ideale. Per la tesi valgono l’episodio del nodo di Gordio in cui non riesce a scioglierlo e si limita a tagliarlo e quella della fontana della giovinezza trovata da un suo compagno e non da lui. In ogni caso anche questo racconto si inquadra perfettamente nel simbolismo iniziatico perché chi si accinge a ricevere l’iniziazione non può essere mosso da superbia, che anzi è una condizione bloccante.
Il ruolo di tramite del grifone è evidente dall’essere nei miti greci la cavalcatura di vari dei come Apollo, lo stesso Zeus, padre degli dei, Nemesi la Dea della vendetta e Oceano, ma esistono anche raffigurazioni in cui è cavalcato da Dioniso o da Eros. È scontato che il padre degli dei non poteva cha cavalcare l’animale che racchiude il massimo del cielo e della terra. Dal IV A.C. il grifone accompagna Dioniso nelle vesti di divinità sotterranea. A Pompei ritroviamo l’animale in una tomba su un medaglione a rilievo in stucco cavalcato da Eros. In queste immagini è palese il ruolo di animale psicopompo, confermando il suo ruolo di tramite tra mondi diversi. Come tutti i simboli c’è un aspetto ‘positivo’ e uno ‘negativo’. Da un lato il grifone traina il carro solare dall’altro accompagna i defunti nel viaggio nell’oltretomba.
Notiamo che l’animale fantastico è partecipe di due dei quattro elementi, la terra e l’aria costituendo anche da questo punto di vista un perfetto ponte fra due mondi.
Altro elemento caratterizzante il grifone è la coda formata da un serpente, animale sicuramente legato alla terra, ma in grado di infilarsi nei buchi, quindi in qualche modo partecipe della natura sotterranea e in tal modo ideale completamento con il leone e l’aquila dei tre mondi, dando così al grifone una completezza. Ma non solo questo, il serpente oltre alle note valenze negative, che nel grifone non compaiono, è un altro simbolo iniziatico per la sua caratteristica di cambiare pelle, quindi di lasciare la sua vecchia natura e di acquisirne una nuova.
In alcune leggende i grifoni abitavano i monti Rifei dove estraevano l’oro, mentre in altre sono custodi di tesori ed in particolare fra i vari miti furono posti a guardia dell’oro degli iperborei. Questi legami con l’oro e con le popolazioni iperboree ne rafforzano il simbolismo solare notato prima nel mito che lo fa traino del carro solare. Lo stesso mese zodiacale del Leone è agosto, mese caldo e quindi solare per eccellenza. Nel linguaggio comune non si dice Solleone?
In ottica simbolica l’estrazione dell’oro dalle montagne ricorda un’operazione alchemica: dalla materia grezza all’oro. D’altro canto il ruolo di custode di tesori ricorda altri animali mitologici come il drago custode del giardino delle Esperidi o quello custode dell’anello dei nibelunghi, tutti simbolo delle prove da superare per raggiungere il tesoro della conoscenza. È chiaro che non si tratta di tesori materiali. Anche questi miti ne confermano il simbolismo iniziatico.
Proprio come lo storico e filosofo Platone (428-347 a.C.) aveva riportato nel “Timeo” e nel “Crizia”, alcuni famosi dialoghi avvenuti tra il legislatore ellenico Solone e un anziano sacerdote egizio della casta sacerdotale di Sais riguardo all’esistenza della leggendaria isola poi sommersa di Atlantide, lo storico antico Erodoto (490-424 a.C.) riportò un’antica leggenda che narrava di una terra perduta chiamata “Iperborea” che sarebbe sorta ai confini del mondo, nelle lontane terre del Polo Nord.
Questa terra era abitata da una popolazione di grandi navigatori caratterizzati dall’alta statura, con spiccate doti scientifiche ed astronomiche e con una potente abilità in campo edilizio. A seguito di una forte glaciazione, avvenuta in un periodo non meglio precisato, la sua popolazione avrebbe deciso di spostarsi più a sud.
Nel 1679 l’autore svedese Olaf Rudbeck identificò gli abitanti di Atlantide (di cui aveva parlato il già citato filosofo greco Platone) con gli abitanti di Iperborea, e collocò la posizione di questa antichissima civiltà al Polo Nord.
Nella mitologia greca gli iperborei sono citati come coloro che vissero “al di là del vento del nord”. I greci pensavano che Borea, il “dio del vento del Nord” appunto, risiedesse in Tracia, e quindi “Iperborea” indica una regione che si trovava molto più a nord della Tracia (l’attuale zona europea dello stretto del Bosforo che si trova tra la penisola balcanica e la Turchia).
Riguardo ai contatti avuti tra i greci e gli Iperborei,il già citato Erodoto di Alicarnasso, conosciuto come “il “padre della storia”, scrive:
“A parlare degli Iperborei è stato Esiodo, anche Omero negli ‘Epigoni’, sempre che questo poema sia di Omero”.
Erodoto con questa affermazione fa intendere che la leggenda sull’esistenza di questa mitica terra fosse in realtà molto più antica della registrazione fatta dalla storiografia classica, importata in Grecia con l’arrivo dei Dori, che erano una popolazione le cui origini sono ancor oggi materia di dibattito per gli studiosi.
Erodoto riporta nel libro IV (33-35) delle sue “Storie” dell’esistenza di uno stretto legame religioso tra il culto del dio Apollo portato avanti dagli antichi abitanti della città di Delo e quello fatto dagli Iperborei.
“Ma più di tutti ne parlano (degli Iperborei) i Delii, affermando che offerte avvolte in paglia di grano provenienti dagli Iperborei giungono in Scizia e che dagli Sciti in poi i popoli vicini, ricevendone uno dopo l’altro, le portano verso occidente assai lontano, fino all’Adriatico, e di là, mandate innanzi verso sud, primi fra i Greci le ricevono i Dodonei, e da questi scendono al golfo Maliaco e passano in Eubea, e una città le manda all’altra sino a Caristo, e dopo Caristo viene lasciata da parte Andro, perché sono i Caristi quelli che la portano a Teno, e i Teni a Delo. Dicono dunque che in tal guisa queste sacre offerte giungono a Delo, e che la prima volta gli Iperborei mandarono a portare le offerte due fanciulle, che i Delii dicono si chiamassero Iperoche e Laodice e che insieme a queste per ragioni di sicurezza gli Iperborei mandarono anche come scorta cinque cittadini, quelli che ora sono chiamati Perferei e godono in Delo di grandi onori. Ma, poiché gli inviati non tornavano, gli Iperborei – ritenendo cosa assai grave se fosse sempre dovuto accadere che inviando dei delegati non li riavessero più indietro – allora, portando ai confini le offerte sacre avvolte in paglia di grano, le affidarono ai vicini raccomandando loro di mandarli innanzi dal proprio a un altro popolo. Raccontano che queste offerte giungano a Delo mandate innanzi in tal modo, e io stesso so che si pratica un rito simile a questo che ora esporrò: le donne tracie e peonie, quando sacrificano ad Artemide regina, offrono un sacrificio usando paglia di grano. Dunque so che fanno così, mentre in onore delle fanciulle venute dagli Iperborei e morte a Delo, le giovani e i giovani delii si recidono le chiome. Le une, tagliandosi prima delle nozze un ricciolo e avvoltolo intorno a un fuso, lo depongono sulla tomba – la tomba è sulla sinistra per chi entri nell’Artemisio, e le sorge accanto un olivo – mentre tutti i ragazzi delii, avvolta una ciocca di capelli attorno ad uno stelo verde, la depongono anch’essi sul tumulo. Esse quindi ricevono tali onori dagli abitanti di Delo. I Delii stessi poi raccontano che anche Arge e Opi, vergini iperboree, sarebbero giunte a Delo ancora, prima che Iperoche e Laodice, facendo lo stesso viaggio. Ma aggiungono che queste ultime sarebbero venute per portare ad Ilizia il tributo che gli Iperborei si erano imposti in compenso del rapido parto, e che Arge e Opi invece vennero insieme alle divinità stesse; e che a queste vengono resi onori diversi; per loro le donne raccolgono offerte, invocandone i nomi nell’inno composto da Olen, poeta di Licia, ed avendoli appresi da esse gli isolani e gli Ioni invocano nei loro inni Opi e Arge chiamandole a nome e raccogliendo offerte – questo Olen venuto dalla Licia compose gli altri antichi inni che si cantano a Delo – e usano la cenere delle cosce bruciate sull’altare gettandola sulla tomba di Opi e Arge. La loro tomba è dietro l’Artemisio, rivolta verso oriente, vicinissima alla sala da banchetto dei Cei”.
Anche il filologo Erich Jung scrisse a proposito: “un’antichissima saga dei Dori che conservava la memoria delle origini nordeuropee e delle migrazioni dello strato sociale dominante dei Dori nell’Ellade”.
Questa terra è stata descritta come perfetta, con il Sole che splende 24 ore al giorno, il che suggerisce una posizione geografica all’interno del cosiddetto Circolo Polare Artico.
Il poeta greco classico Pindaro ebbe a dire su questa misteriosa e mitologica terra: “Mai la Musa è assente dalle sue vie: lire scontrano e flauti piangono e cori ovunque nubile vorticoso né malattia né amara vecchiaia si mescolano nel loro sangue sacro; lontano dal lavoro e dalle battaglie in cui vivono…”.
Insieme a Thule, Iperborea è stata una delle terre perdute citate più volte anticamente da greci e romani, dove Plinio, Pindaro e Erodoto, così come Virgilio e Cicerone, riferirono che la gente vi viveva fino all’età di mille anni godendosi la vita in perenne contatto con la natura e con l’ambiente circostante. Ecateo di Abdera raccolse in fascicoli tutte le antiche cronache riguardo agli Iperborei, e pubblicò un lungo trattato su di loro nel 4° secolo a.C.. Purtroppo questo non è arrivato ai nostri giorni, ma fortunatamente ne parlò Diodoro Siculo nella sua “Biblioteca Storica”, libro II, 47:
“Dal momento che abbiamo riservato una descrizione alle parti dell’Asia rivolte a nord, crediamo che non sia fuori luogo trattare le storie che si raccontano a proposito degli Iperborei. In effetti, tra coloro che hanno registrato gli antichi miti, Ecateo e alcuni altri affermano che nelle regioni poste al di là del paese dei Celti c’è un’isola non più piccola della Sicilia; essa si troverebbe sotto le Orse e sarebbe abitata dagli Iperborei, così detti perché‚ si trovano al di là del vento di Borea. Quest’isola sarebbe fertile e produrrebbe ogni tipo di frutto; inoltre avrebbe un clima eccezionalmente temperato, cosicché‚ produrrebbe due raccolti all’anno. Raccontano che in essa sia nata Leto: e per questo Apollo vi sarebbe onorato più degli altri dei; i suoi abitanti sarebbero anzi un po’ come dei sacerdoti di Apollo, poiché‚ a questo dio si inneggia da parte loro ogni giorno con canti continui e gli si tributano onori eccezionali. Sull’isola ci sarebbe poi uno splendido recinto di Apollo, e un grande tempio adorno di molte offerte, di forma sferica. Inoltre, ci sarebbe anche una città sacra a questo dio, e dei suoi abitanti la maggior parte sarebbe costituita da suonatori di cetra, che accompagnandosi con la cetra canterebbero nel tempio inni al dio, celebrandone le gesta. Gli Iperborei avrebbero una loro lingua peculiare, e sarebbero in grande familiarità con i Greci, soprattutto con gli Ateniesi e i Delii: avrebbero ereditato questa tradizione di benevolenza dai tempi antichi. Raccontano poi anche che alcuni Greci siano giunti presso gli Iperborei, e vi abbiano lasciato splendide offerte con iscrizioni in caratteri greci. Allo stesso modo anche Abari sarebbe anticamente venuto dagli Iperborei in Grecia, rinnovando la benevolenza e le relazioni con i Delii. Dicono poi che da quest’isola la luna appaia a pochissima distanza dalla terra, e con alcuni rilievi quali quelli della terra chiaramente visibili su di essa. Si dice inoltre che il dio venga nell’isola ogni diciannove anni, periodo in cui giungono a compimento le rivoluzioni degli astri – e per questo motivo il periodo di diciannove anni viene chiamato dagli Elleni “anno di Metone”. In questa sua apparizione, il dio suonerebbe la cetra e danzerebbe di continuo ogni notte dall’equinozio di primavera fino al sorgere delle Pleiadi, compiacendosi dei propri successi. Regnerebbero sulla città e governerebbero il recinto sacro i cosiddetti Boreadi, discendenti di Borea, e si trasmetterebbero di volta in volta le cariche per discendenza”.
Ecateo di Abdera scrisse anche che gli Iperborei costruirono un “tempio circolare” sulla loro isola, e questo portò alcuni studiosi ad identificarlo con il famoso sito megalitico di Stonehenge.
Lo storico Tolomeo, e Marciano di Eraclea collocarono la mitica Iperborea nel Mare del Nord, che denominarono “L’oceano di Iperborea”. Inoltre, si dice che il sole saliva e si stabiliva soltanto una volta all’anno nella terra di Iperborea; che si sarebbe posizionato sopra o sul circolo polare, o più in generale nelle regioni polari artiche.
Unico tra gli dei dell’Olimpo, Apollo era venerato tra gli iperborei, gli Elleni credevano che egli trascorresse gli inverni in mezzo a loro.
L’antico scrittore greco Teopompo nel suo lavoro “Philippica” riporta che la terra di Iperborea fu assaltata per essere conquistata da un grande esercito di soldati arrivati da un’altra isola (alcuni ricercatori sostengono che questa era proprio l’isola di Atlantide).
Il piano si dice che fu però abbandonato poiché i soldati invasori si resero conto che gli Iperborei erano troppo forti per loro. Questo particolare racconto – che alcuni credono sia solo un semplice mito – è stato riportato dal romano Claudio Eliano, filosofo e scrittore di lingua greca (nella Varia Historia).
Una leggenda greca afferma inoltre che i Boréades, che erano i figli discendenti del dio Borea e della ninfa della neve Chione (o Khione), fondarono la prima monarchia teocratica sull’isola. Questa leggenda si trova conservata negli scritti di Eliano: “Questo dio [Apollo] ha come sacerdoti, i figli di Borea (Il vento del nord) e Chione (neve), alti sei cubiti [circa 3 metri]”.
I Boréades che erano i re che governavano l’isola di Iperborea, erano quindi dei giganti di oltre tre metri di altezza. Il grammatico greco antico Aelius Herodianus (Elio Erodiano) di Alessandria d’Egitto, nel 3 ° secolo scrisse che la leggendaria popolazione degli Arimaspi erano identici agli Iperborei riguardo l’aspetto fisico (De Prosodia Catholica, 1. 114) e Stefano di Bisanzio nel 6 ° secolo scrisse lo stesso (Ethnica, 118. 16).
L’antico poeta e filologo ellenico Callimaco descrisse gli Arimaspi come un popolo dall’alta statura, dalla pelle chiara e dai capelli biondi.
Gli europei del Nord (scandinavi), quando si confrontarono con la cultura greco-romana classica del Mediterraneo, furono subito identificati con gli iperborei.
Questo particolare non è da sottovalutare, visto che gli europei del nord, in modo particolare gli irlandesi, dicevano di essere i discendenti dei leggendari popoli di eroi, i grandi navigatori del mare dei “Tuatha Dé Danann”.
Che la genesi di questi eroi mitologici sia da ricercare proprio tra gli iperborei?
LA STORIA DI OLAF JANSEN
Olaf Jansen, nacque nel 1811 e all’età di diciannove anni decise di intraprendere un lungo viaggio di pesca insieme al padre tra l’aprile e il giugno del 1829.
I due si misero in viaggio, e fu dopo aver raggiunto la “Terra di Francesco Giuseppe” da Stoccolma che i due decisero di avventurarsi ancora più a nord, dove credevano che avrebbero trovato una terra chiamata “La Terra Scelta”. Dopo che riuscirono a scampare ad una violenta tempesta e a pericolosissimi iceberg, navigarono senza problemi per undici giorni, sempre in quella che sembrava loro essere una direzione verso nord. Pochi giorni dopo raggiunsero le rive di un grande fiume che li introdusse ulteriormente nella navigazione per altri dieci giorni, intorno ai primi di settembre. Essi approdarono infine su una vasta spiaggia, dopo di che furono accolti da sei uomini giganteschi, dell’altezza di circa quattro metri, con cui strinsero amicizia. Questa terra secondo il racconto era illuminata da un “fumoso” sole centrale ed era composta da una fitta rete di colonie abitate da uomini circa 4 metri. La capitale di questo regno si chiamava “Kalapa”, considerata anche come l’originario Giardino dell’Eden. Secondo il padre di Olaf, questa popolazione viveva in grandi e bellissime case ornate di oro, che a suo dire era un metallo molto comune in quei luoghi. La principale occupazione era l’agricoltura; essi avevano vigneti e coltivavano ogni tipo di grano. Il terreno era fertile e rigoglioso, e regalava in abbondanza frutta e verdura, squisitamente deliziose.
Vi vivevano anche specie di animali che Olaf e il padre non avevano mai visto prima di allora, come i Mammut, i famosi proboscidati estinti da tempo immemore nelle altre zone del mondo.
Gli alberi, le foreste e i già citati animali erano anch’essi enormi e l’aria era pura e tonificante.
Olaf, che visse in questa terra per alcuni anni, quando ritornò in superficie raccontò le sue incredibili avventure ma, tuttavia, non fu creduto, anzi fu ritenuto folle e rinchiuso in manicomio per quasi trent’anni.
Molti anni dopo lo scrittore Willis George Emerson avrebbe incontrato il vecchio Jensen e avrebbe raccolto le sue memorie, che poi furono pubblicate nel libro “Il Dio fumoso” del 1908.
* * *
Il matematico e saggista John G. Bennett scrisse un particolarissimo documento di ricerca dal titolo “L’iperboreo – l’origine della cultura indo-europea” in cui sosteneva che la patria originaria indoeuropea era sorta nel lontano nord, quella che nell’antichità classica veniva chiamata appunto l’”Iperborea”.
Questa stessa tesi è stata precedentemente proposta da Bal Gangadhar Tilak nel suo “The Arctic Home in the Vedas” (1903), così come dall’etnologo austroungarico Karl Penka in “Le origini degli Ariani” scritto nel 1883.
Anche H. P. Blavatsky, René Guénon e Julius Evola condividevano una forte fede nell’esistenza di Iperborea, e sostenevano che il genere umano avesse avuto origine proprio nei circoli polari, che successivamente, in seguito ad un disastro, i popoli che vi vivevano abbandonarono per dirigersi in altri luoghi.
Iperborea era la terra dove ebbe inizio “L’età dell’oro” della civiltà umana e della spiritualità, dove la primordiale umanità non sorse affatto dalla scimmia (come sostenuto nei miti creati a tavolino dagli illuministi nel lontano Settecento) ma al contrario ricadde progressivamente in quella condizione quando si allontanò fisicamente e spiritualmente dalla sua terra d’origine.
Julius Evola, in particolar modo, rintracciò nelle particolari popolazioni dal cranio dolicocefalo, cioè allungato, unito ad una slanciata figura, al colorito biondo dei capelli, al colorito chiaro della pelle e agli occhi azzurri, le caratteristiche degli ultimi discendenti delle razze nordiche direttamente calate dalle regioni artiche.
Molti di questi fenotipi ad esempio furono rinvenuti nel sud e centro America, dove erano caratteristici soprattutto dalle caste sacerdotali che, leggenda vuole, furono tramandati dal mitico navigatore venuto dal mare “Con Tiqui Viracocha”, un eroe dalla pelle chiara e dagli occhi azzurri, alto di statura e con capigliatura e barba bionde, arrivato sulle Ande in un’epoca di tenebra successiva ad un grande cataclisma a bordo di una nave “senza remi” a civilizzare il continente sudamericano.
È possibile che questo enigmatico Viracocha sia proprio uno degli Iperborei, arrivato nel continente americano in tempi antichi per civilizzarlo?
Robert Charroux infine identificò gli Iperborei con una razza di antichi astronauti “reputati molto grandi e dalla pelle chiarissima che avevano scelto la zona meno calda sulla Terra perché corrispondeva più strettamente al clima che c’era sul loro pianeta d’origine“.
* * *
Dunque questa storia ci tramanda la “leggenda” dell’esistenza di una terra mitica, collocata nell’attuale Circolo Polare Artico, nella quale avrebbero vissuto popolazioni speciali per altezza, longevità, conoscenze, ambiente salubre e vita serena condotta in armonia con la natura.
Sembra, detto così, che si tratti appunto di una leggenda, cioè di una storia fantastica o romanzata, ammesso dunque che i racconti di Olaf fossero falsi. Quindi anche tutti gli altri racconti che ne riportano l’esistenza dovrebbero essere necessariamente falsi, compreso il famoso racconto del capitano Byrd, che negli anni 1930-50 intraprese diverse spedizioni per conto del governo statunitense nel due “poli”, e che raccontò di essere stato “scortato” da avioggetti sconosciuti che lo costrinsero ad atterrare in una terra ignota, nella quale ebbe un incontro e un dialogo con il “capo” di quest’isola, che gli diede precise istruzioni – e comunicò nella fattispecie le preoccupazioni sue e della sua gente per l’”andazzo” che stavano prendendo i rapporti tra i vari popoli della Terra agli albori dell’epoca atomica, preoccupazioni che, ovviamente, furono del tutto ignorate -.
Che questa storia sia vera, e che Iperborea sia esistita in passato per poi la sua popolazione spostarsi su altre terre, non lo sappiamo con certezza, e allo stato attuale delle conoscenze diffuse sappiamo che al Polo Nord, come al Polo Sud, ci sarebbero solo ghiacci.
Se questa storia è “vera”, cioè se Iperborea sia realmente esistita, lo sanno solo i governi o quegli esploratori e studiosi a cui è stato concesso di avventurarsi in quelle zone o magari intraprendere avvincenti incontri. Ai posteri l’ardua sentenza.
Nei giorni scorsi, è stato chiesto in quali fonti antiche si possono trovare riferimenti diretti alla fase iperboreo-polare dei primordi umani.
La domanda non è banale, in quanto sappiamo che per approcciare l’argomento in questione è quasi obbligatorio passare attraverso le opere di Julius Evola e di René Guenon, o di pochi altri ricercatori recenti (per un breve elenco dei testi pubblicati sul tema, ricordo che tra i primi documenti del gruppo è stata archiviata una snella “Bibliografia boreale in italiano”): studiosi che, a loro volta, hanno consultato testi tradizionali o anche esegeti ed interpreti precedenti a loro, generando però in qualcuno la sensazione che molte delle analisi fondate su queste basi possano essere poco solide perché mediate da autori terzi e non derivanti direttamente dalle fonti prime.
E’ un’impressione comprensibile, ma che a mio avviso può in parte essere controbilanciata dall’osservazione che molto spesso ciò che ci giunge dalle fonti primarie non è assumibile letteralmente, perché necessita a sua volta di un certo lavoro di interpretazione e di elaborazione in assenza del quale certi passaggi possono sembrare oscuri o incongrui in rapporto al contesto. Tuttavia ho ritenuto utile cogliere l’occasione della domanda posta al gruppo per riprendere, in estrema velocità, alcune delle opere (indicate nelle note in fondo) a mio avviso più significative per i nostri studi e, molto semplicemente, riportare in questo scritto le fonti alle quali i nostri autori hanno fatto riferimento, focalizzandomi solo su quei passaggi corredati da riferimenti non generici (tipo: “tradizione nordico-scandinava”, “mito indù”…) perché ovviamente non utili a questi fini. Nel merito del tema mi sono soffermato sui punti indicanti una presenza (sovr)umana nelle aree artiche e/o una primordialità di questa presenza, con la logica ricaduta che tutto quanto storicamente verificatosi dopo debba in qualche modo averne tratto origine. Ne consegue che, ad esempio, non ho considerato elementi indicanti generiche simbologie di carattere solare o polare qualora osservabili da una qualsiasi latitudine, né le descrizioni mitiche di terre e popoli boreali connotate da un criterio diverso da quello di una lontana derivazione ancestrale (quindi: alterità radicale, esotismo favolistico, barbarie dei costumi, ecc…).
E’ stato un lavoro rapido e forse un po’ raffazzonato, quindi senz’altro migliorabile da chiunque eventualmente interessato ad arricchirlo secondo queste linee.
Per iniziare, dunque, dalla tradizione cinese, Evola (nota 1) cita Li-Tze, c. V, c. III, dove, in relazione ad un imperatore della prima dinastia viene menzionata una terra sita nell’estremo nord: questa sarebbe tuttavia caratterizzata da condizioni climatiche non sfavorevoli ed abitata da “uomini trascendenti”, che spesso sembrano identificarsi con una primordiale “razza dalle ossa molli”.
Nella tradizione indù, sempre Evola (nota 2) segnala i Vishnu-Purana (rimandi citati: II, 2; II, 1; II, 4) e la dottrina dei vari “dvipa”, i “continenti insulari” successivi nello sviluppo ciclico, tra i quali lo Shvetadvipa è il primo della serie e di localizzazione più prettamente polare, nonché la frequente menzione degli Uttarakura come di una razza originaria del nord connessa a tali terre. Il ricordo di questo primo Shvetadvipa, sovente si sovrappone a quello di una successiva isola, la Shakadvipa, posta nel “mare bianco” o “mare di latte”, il che pare un elemento abbastanza chiaro a favore di una localizzazione nel Mar Glaciale Artico, quindi in ogni caso ad elevatissima latitudine. Da un chiarimento diretto avuto con Giuseppe Acerbi, è inoltre emerso che comunque le isole Svetadvipa e Shakadvipa dovrebbero essere entrambe considerate come parti del continente paradisiaco primordiale Ilavrita, coprente tutto il Primo Grande Anno del Manvantara, ed il cui centro geografico sarebbe costituito dal monte Sumeru: la sommità di questo, secondo il Ramajana iv. 32, costituirebbe la bianca dimora del supremo dio Varuna (nota 3). Invece secondo il Kurma-purana, è del Vishnu solare la residenza nell’isola di Shvetadvipa, terra della quale nel Padma-purana si riferisce che in esso risiedano quei “grandi asceti” che Evola avvicina agli “uomini trascendenti” abitanti nel nord citati dalla tradizione cinese (nota 4). Più genericamente in un indefinito settentrione il Narayaniya Parvan del Mahabharata, cap II e III, riferisce di “uomini bianchi” che abitano quelle contrade e sono “sprovvisti di funzioni sensoriali” (nota 5). Ma è soprattutto Bal Gangadhar Tilak l’autore che più approfonditamente si è addentrato in questi studi, anche se limitandosi alle origini della sola cultura vedica e non spingendosi oltre a tale contesto, analizzando una moltitudine di passaggi di carattere climatico-astronomico del Rig-Veda che sono riassunti nella sua opera principale (nota 6) ed appaiono interpretabili in modo logico solo, appunto, da una prospettiva artica. Giusto per fare un esempio, la durata dell’aurora, citata nel passaggio del Rig-Veda VII, 76, 3, implica chiaramente un punto di osservazione posto al di sopra del Circolo Polare Artico (nota 7). In “Forme tradizionali e cicli cosmici” (nota 8) a Tilak si rifà anche René Guenon, che altrove (nota 9) rimanda genericamente ai Veda soprattutto in relazione al terzo avatara di Vishnu ed alla relativa terra “Varahi”, di cui la radice “var” corrisponde a “bor” nelle lingue nordiche, da cui “borea”.
Per quanto concerne la tradizione iranica, Christophe Levalois (nota 10) menziona l’Avesta, Vendidad, fargard 1, dove si descrive la mitica Airyanem-Vaejo (“Culla degli Ariani”: un vero e proprio punto di origine e di etnogenesi) che conosceva, prima della sua fine, sette mesi di estate e cinque di inverno: una situazione chiaramente artica. Anche William F. Warren, che nel suo importante “Paradise found. The cradle of the human race at the North Pole” di fine ‘800 ha esplorato i corpus mitologici più disparati, nel capitolo “La culla della razza nel pensiero iraniano, o antico persiano” (capitolo tradotto privatamente ed archiviato tra i documenti del gruppo) rimanda al testo iranico Bundahish, ch. XV., 1-30, nel quale si cita una terra dalle chiare caratteristiche polari come punto di origine addirittura della prima coppia umana, progenitrice di tutte le razze (nota 11).
In ambito islamico il tema della terra iperborea è stato toccato dagli studi di Henry Corbin: ne “Il libro dell’uomo perfetto” scritto nel XV secolo da Abdol-Karim Gili (nota 12) l’orientalista ricorda che il paradiso nordico vi viene menzionato come “Terra delle anime”, mentre nella cosmologia elaborata da Avicenna, il Nord vi appare come la direzione della “Terra di Luce” (nota 13).
Ed è anche nello stesso Vecchio Testamento che sembra conservarsi qualche traccia analoga, quando in Isaia 14,13 si legge che la dimora di Yahweh viene descritta sul “monte dell’assemblea” il quale si trova “nelle parti più remote del settentrione”.
Per venire a mitologie più prossime a noi, per il mito ellenico ancora Guenon rimanda principalmente a Omero (nota 14) in rapporto alla “Siria” originaria, corrispondente alla Tula iperborea, posta “al di la di Ogigia” e “dove sono le rivoluzioni del Sole”, dove cioè il sole non tramonta sotto l’orizzonte e quindi rivelando un evidente significato circumpolare. Levalois (nota 15) ricorda la definizione utilizzata da Erodoto di “uomini trasparenti” per gli Iperborei e sottolinea una chiara reminiscenza polare ampiamente nota nella mitologia ellenica ed evidentemente vissuta dai nostri Avi come esperienza diretta: Ade trattiene Persefone presso di sé per sei mesi, durante i quali la terra è sterile e l’inverno domina, mentre per i restanti sei mesi Persefone ritorna da sua madre, Demetra, dea della germinazione (nota 16).
Infine, per tempi più recenti, possiamo ricordare Paolo Diacono (VIII secolo) che nell’Historia langobardorum sostenne che il numero di popoli originati sotto il polo dell’Orsa è sterminato (nota 17), Guglielmo Postel (XVI secolo) che nel suo Compendium Cosmographicum poneva il Paradiso Terrestre sotto il Polo artico (nota 18) e Jean Sylvain Bailly (XVIII secolo) che nelle “Lettres a Voltaire sur l’Atlantide de Platon” situava Atlantide in un’area compresa tra Groenlandia, Islanda e isole Svalbard (nota 19).
NOTE:
Nota 1: Julius Evola – Rivolta contro il mondo moderno – Edizioni Mediterranee – 1988 – Pag. 238
Nota 2: Julius Evola – Rivolta contro il mondo moderno – Edizioni Mediterranee – 1988 – pag. 236
Nota 3: Giuseppe Acerbi – La simbologia fitomorfica: l’orticoltura nel mito delle origini – in: Vie della Tradizione, n. 90 – Aprile/Giugno
Nota 4: ancora Julius Evola – Rivolta contro il mondo moderno – Edizioni Mediterranee – 1988 – pag. 236
Nota 5: Christophe Levalois – La terra di luce. Il Nord e l’Origine – Edizioni Barbarossa – 1988 – pag. 49
Nota 6: Bal Gangadhar Tilak – La dimora artica nei Veda – ECIG – 1986
Nota 7: Christophe Levalois – La terra di luce. Il Nord e l’Origine – Edizioni Barbarossa – 1988 – pag. 20
Nota 8: Renè Guenon – Forme tradizionali e cicli cosmici – Edizioni Mediterranee – 1987 – pag. 29
Nota 9: Renè Guenon – Simboli della scienza sacra – Adelphi – 1990 – pagg. 146-147
Nota 10: Christophe Levalois – La terra di luce. Il Nord e l’Origine – Edizioni Barbarossa – 1988 – pag. 23
Nota 11: William F. Warren – Paradise found. The cradle of the human race at the North Pole – Fredonia Books – 2002 (ristampa anastatica dell’edizione del 1885) – pag. 155
Nota 12: Henry Corbin – Corpo spirituale e Terra celeste – Adelphi – 1986 – pagg. 157-160
Nota 13: Henry Corbin – Corpo spirituale e Terra celeste – Adelphi – 1986 – pag. 94
Nota 14: Renè Guenon – Simboli della scienza sacra – Adelphi – 1990 – pagg. 50-51 e 91
Nota 15: Christophe Levalois – La terra di luce. Il Nord e l’Origine – Edizioni Barbarossa – 1988 – pag. 49
Nota 16: Christophe Levalois – La terra di luce. Il Nord e l’Origine – Edizioni Barbarossa – 1988 – pag. 24
Nota 17: Luigi De Anna – Il mito del Nord. Tradizioni classiche e medievali – Liguori Editore – 1994 – pag. 31
Nota 18: Arturo Graf – Il mito del Paradiso Terrestre – Edizioni del Graal – 1982 – pag. 48
Nota 19: Luigi De Anna – Thule. Le fonti e le tradizioni – Il Cerchio – 1998 – pag. 103
Appunti di carattere mitico-tradizionale sulla storia esoterica dell’umanità del presente Manvantara: dall’Età dell’Oro alla “Caduta”, dal “Sonno di Adamo” al “Peccato Originale”, dalla tripartizione Adamo-Eva-Lilith alla rivolta dell’Orsa contro il Cinghiale.
Il complesso tema delle origini umane, attorno al quale si dibatte da sempre, è stato toccato anche, tra gli altri, dagli autori ascrivibili al filone culturale definito “Perennialismo” o “Tradizionalismo integrale”, in primis Julius Evola e René Guénon.
È stato soprattutto il metafisico francese a trasmetterci il concetto di “Manvantara”, presente nella tradizione indù come ciclo chiuso di manifestazione di una umanità completa in tutte le sue varie espressioni, e che a sua volta si suddivide in quattro età successive (Yuga) di decrescente durata e valore spirituale: il Satya (o Krita) Yuga, il Treta Yuga, il Dvapara Yuga e l’ultimo, il Kali Yuga, nel quale ci troviamo attualmente. Queste ere sono paragonabili – ma a nostro avviso non del tutto sovrapponibili – alle fasi delineate da greco Esiodo, ovvero le età dell’Oro, dell’Argento, del Bronzo, degli Eroi e del Ferro, che infatti non sono quattro bensì cinque.
René Guénon definisce il Manvantara completo su una durata di circa 65.000 anni, con il Satya Yuga che si estese dall’inizio del ciclo fino a circa il 37.000 a.c., il Treta Yuga dal 37.000 a.c. fino a circa il 17.000 a.c., il Dvapara Yuga dal 17.000 a.c. fino a circa il 4.400 a.c. ed il Kali Yuga dal 4.400 a.c. fino ai nostri tempi, secondo una proporzione aritmetica 4-3-2-1.
La Terra Primordiale nella Tradizione
È noto che il punto di inizio della Tradizione Primordiale, sorta nel momento aurorale del nostro Manvantara, nei miti dei popoli di ogni latitudine viene collocata nelle regioni iperboree. La cosmografia indù, infatti, ricorda il continente primordiale Ilavrita al centro del quale si erge il Monte Meru in posizione letteralmente polare, mentre nella tradizione buddista tibetana si accenna a Shambhala, mitica terra posta all’estremo nord dell’Asia nelle aree che circondano il polo. In quella cinese si ricorda una terra boreale anticamente popolata da uomini “trascendenti” e da una misteriosa “razza dalle ossa molli”, mentre nella gnosi islamica, come ci segnala l’orientalista Henry Corbin, troviamo la “terra celeste” – Hurqalya – posta anch’essa nell’estremo settentrione, dalle chiare caratteristiche paradisiache e polari. Vi è poi la tradizione greca con Thule ed il mitico popolo degli Iperborei, quella norrena che ricorda Asgard, gli iranici con la terra originaria Ayrianem Vaejo, mentre i vari popoli mesoamericani accennano ad una Tula dalle caratteristiche simili.
Sono comunque mitologie via via sempre più miste e confuse, nelle quali non sempre è agevole capire se la terra di provenienza evocata riguardi il singolo gruppo etnico in questione o la totalità del genere umano, come anche se la stessa rappresenti la patria veramente primordiale di inizio ciclo o invece un centro secondario e più recente; infatti – avverte anche Evola – molto spesso i ricordi tendono a sovrapporsi, come forse nel caso della Ilavrita, letteralmente polare, con la successiva Uttarakuru semplicemente nordica, o anche con la stessa Tula/Thule che, già iperborea, nel mito ellenico viene poi ad identificarsi con una terra posta invece nell’Atlantico settentrionale e corrispondente all’isola di Ogigia.
Il Paradiso Terrestre, il “sonno di Adamo” e la “Caduta”
In termini cristiani, il SatyaYuga corrispose alla fase edenica, al ParadisoTerrestre di biblica memoria, e quindi la sua fine – avvenuta circa 39.000 anni fa – vide quella traumatica “Cadutadell’Uomo”, che forse era stata in qualche modo già parzialmente preparata alcuni millenni prima con l’episodio del “Sonno diAdamo” ed il correlato doppio evento della nascita delle sue due compagne, la meno nota Lilith e l’universalmente conosciuta Eva; ciò probabilmente a rappresentare le articolate modalità della discesa umana da una fase veramente primordiale, polare ed incorporea(da cui il mito dell’Androgine platonico, della casta unitaria ed indivisa Hamsa, degli “Uomini trasparenti”, ecc…) ad una più tarda, ormai corporeizzata e centrata forse sul nord-est siberiano, ma ancora “paradisiaca” e sempre immersa in quella “eterna primavera” ricordata dal latino Ovidio.
Da vari dati tradizionali sappiamo infatti che, in termini macrocosmici, il SatyaYuga fu contraddistinto da due elementi ora perduti, ovvero la perpendicolarità dell’asse terrestre rispetto al piano dell’eclitticae le connesse condizioni equinoziali con il relativo clima particolarmente mite che avrebbe interessato anche le regioni ad elevata latitudine.
Ovviamente, sul piano fisico, a costituire l’evento primario che decretò la fine della sede iperborea e dell’età paradisiaca fu il sopraggiungere dell’inclinazione assiale, mentre la recrudescenza della glaciazione wurmiana e l’aggressione delle aree nordiche, fino ad allora rimaste preservate, ne fu l’immediata conseguenza (oltre, ovviamente, all’avvìo del ciclo stagionale). Tale evento dovette essere molto più traumatico dei precedenti cataclismi che si erano probabilmente verificati circa a metà del SatyaYuga in corrispondenza del citato “SonnodiAdamo”, ma che tuttavia non avevano intaccato la corrispondenza tra equatore terrestre e piano dell’eclittica. Ciò che avveniva ora, invece, era un repentino cambiamento degli stessi poli celesti – ovvero gli immaginari punti della volta uranica verso i quali dirigono i prolungamenti dell’asse – cosa che, a livello astrofisico, dovette rappresentare quasi il significato di una “caduta” del Principio stesso, assimilato al Polo di rotazione.
In effetti, Julius Evola sottolinea come, prima ancora del fatto astrofisico, risieda necessariamente in ambito “sottile” la causa di quanto poi precipita al livello materiale, e quindi la perdita della perpendicolarità dell’asse terrestre non potè che rappresentare l’inevitabile conseguenza “grossolana” di un’analoga deviazione precedentemente avvenuta, come vedremo, sul piano spirituale ed antropologico.
Il precedente avvento della corporeizzazione umana fu soprattutto connesso, secondo la visuale cosmologica indù, all’azione del Rajaguna, qualità costitutiva della manifestazione che genericamente promuove il dinamismo e l’attività, agendo alternativamente sul più basso Tamasguna per reprimere il più elevato Sattwaguna, o viceversa. Verso la fine del SatyaYuga, probabilmente il Rajaguna iniziò sempre più ad agire sul Tamas con delle conseguenze significative: la riproposizione, analogamente a quanto avvenuto, in tempi aurorali, per l’angelo Lucifero (Iblis nel mondo islamico) – ma ora applicato sull’umanità – di quello che in termini cristiani èil “peccato di orgoglio” che, come segnala Frithjof Schuon, rappresenta l’ostacolo più temibile sulla via spirituale dell’Uomo. L’orgoglio, infatti, è da intendersi come una vera e propria “inversione” dei normali rapporti gerarchici, ovvero la preferenza di sé stessi a Dio, addirittura la contrapposizione a Lui, ed è ben più grave dell’altro ostacolo, la passione (ovvero la preferenza del mondo rispetto a Dio, quella che probabilmente era entrata in campo nella fase del “Sonno di Adamo” e che aveva provocato l’“uscita” centrifuga della Femmina, assimilata all’evento della corporeizzazione).
Su di un piano più interiore, un’analogia di questo “peccato” potrebbe essere fatta con l’infrazione commessa dall’Anima nei confronti dello Spirito, nel momento in cui essa se ne distingue e vi si oppone nella sua pervicace volontà di affermare la propria esistenza individuata; invece, da un punto di vista più “metastorico” l’episodio in questione costituisce proprio quel “peccato originale”che comportò la “Caduta dell’Uomo” e l’allontanamento irreversibile dal Paradiso Terrestre.
Notiamo tuttavia come Frithjof Schuon rilevi anche un’interpretazione in parte difforme, presente in altre tradizioni rispetto a quella biblica, sul passaggio dall’innocenza originaria alla “conoscenza del bene e del male”: non, cioè, come una prima traumatica esperienza peccaminosa e nemmeno come una caduta ontologica di livello, ma piuttosto come un necessario completamento della personalità attraverso un’esperienza che era stata già a priori prevista per l’Uomo.
Brahmana e Kshatriya: il Cinghiale e l’Orso
D’altro canto, il summenzionato impulso verso l’inversione dei normali rapporti gerarchici può rappresentare anche una spiegazione del mutamento che, verso la fine del Satya Yuga, interessò il rapporto intercorrente tra la prima casta, maschile-sacerdotale (Brahmana) e la seconda, femminile-guerriera (Kshatriya), che erano venute a polarizzarsi a partire dallaprimordiale casta unitaria Hamsa, in analogia all’uscita della coppia Lilith-Eva dall’Adamo che, fino a quel momento, era ancora androgino.
È infatti probabile che, nell’ambito della casta guerriera, i gruppi maggiormente soggetti alle influenze di matrice lunare – ora via via sempre più predominanti – iniziarono progressivamente a deviare dal punto di vista spirituale, e che, a nostro avviso, tale allontanamento possa essere sorto inizialmente tra i popoli spintisi repentinamente più a sud, riferibili all’ “aspetto Lilith” della mutevole Luna (nella sua fase oscura e di novilunio); fu un evento forse agevolato anche dal persistere di una certa prossimità di questi con le forme subumane, tamasicamente dominate, prodotti ormai larvali ed involuti della anzidetta caduta luciferica di inizio Manvantara (avvenuta a seguito del rifiuto di adorare l’immagine divina, spirituale ed incorporea, di cui il primo Adamo era luminosamente sostanziato).
A partire dalle popolazioni legate a Lilith, comunque, l’azione si sarebbe progressivamente estesa, favorita dal comune substrato “sottile” acqueo-selenico, a quelle più settentrionali, relazionabili all’ “aspettoEva” della Luna (nella sua fase chiara e di plenilunio); una conferma in tal senso potrebbe essere data da una tradizione di ambito cristiano, secondo la quale il Serpente che tentò Eva nel giardino dell’Eden coincideva proprio con Lilith.
In questo modo, le forze più lontane dal Principio, per il tramite di Eva e della casta kshatriya ormai deviata, sarebbero infine giunte sino a corrompere e a far cadere lo stesso Adamo, cioè la parte di umanità rappresentata dalla casta brahmana, che invece era rimasta più intimante legata alle forzesolari del piano sottile, nella veste di quei “Numi” e quegli “Dei” che ancora venivano a soggiornare tra gli uomini.
Diverse fonti tradizionali segnalano infatti come, ad un certo punto, le popolazioni collegate alla casta kshatriya mossero un deciso attacco ai danni dell’autorità spirituale rappresentata da quelle connesse alla casta brahmana. Ad esempio, la mitologia nordica pone chiaramente in relazione la fine del periodo primordiale con l’avvento di genti guerriere che, sotto il simbolo dell’Orsa, avrebbero aggredito il Cinghiale legato a Freyr-Frodhi. Dal canto suo René Guénon sottolinea come, significativamente, fu proprio Atalanta – allevata da un’Orsa – a colpire per prima il simbolo sacerdotale, da cui il chiaro riferimento all’azione di genti occidentali che si sarebbero rese responsabili di scatenare l’attacco contro la prima casta.
Il ruolo primario svolto, nell’occasione, dalle popolazioni atlantiche, sembra confermato anche da altri autori che pongono l’evento in corrispondenza, o in prossimità, al momento in cui fu proprio il TitanoAtlante ad assumersi il pesante carico del mondo, mentre ulteriori elementi mitici ci segnalano come fu proprio alla fine dell’età di Kronos che si verificarono quei movimenti astronomici, già accennati all’inizio, dei quali forse un’altra traccia è rinvenibile nella vicenda di Fetonte: in questa narrazione, che è stata ipotizzata essere un ricordo dello spostamento prospettico della galassia, è sempre il titano Atlante a sostenere la Terra, ma anche a venire pericolosamente sbilanciato fino ad inclinare l’asse del mondo [cfr. A. Casella, Il “Fuoco celeste”: Kronos, Fetonte, Prometeo].
E pure qui, analogamente a tanti altri casi, va sottolineato, come ricorda lo stesso Evola, l’aspetto chiaramente ambivalente del simbolismo rivestito dal titano occidentale, nel quale l’idea “negativa” di uncastigo subìto da Zeus(per avere, secondo alcuni, partecipato alla lotta contro gli Olimpici) e quella “positiva” di una funzione polare assunta sulle sue spalle, paradossalmente vengono a coesistere: non è infatti un caso se, ad esempio, Omero collocò il nume nello stesso paese mitico degli Iperborei, ove si trovavano le possenti colonne che reggevano il cosmo, e se anche nel rabbinismo ebraico il mito di Atlante, secondo cui la terra poggiava, invece, su un solo pilastro, equivale al “pio” che sostiene il mondo con la forza delle sue virtù.
Cenni bio-antropologici e linguistici
Se, d’altro canto, ora lasciamo il piano mitico-tradizionale e passiamo ad inquadrare il problema da un punto di vista più prettamente bio-antropologico, potremmo ipotizzare che la conclusione dell’età primordiale sia da mettere in relazione con una confusa serie di migrazioni e meticciamenti avvenuti verso la fine del SatyaYuga. Venne interessata soprattutto la terra atlantidea e coinvolte dapprima, in coerenza con quanto espresso più sopra, le popolazioni australi “Lilith” e quelle “intermedie” accostabili ad Eva, che avrebbero così trascinato nell’ibridazione anche, progressivamente, quelle più boreali corrispondenti ad “Adamo”; ciò, oltretutto, appare in buon accordo anche con quanto segnalato da Platone, che indicò nell’eccessivo mescolamento tra la natura “terrestre” e quella “celeste” la causa della caduta dell’umanità primigenia.
Verosimilmente dovette derivarne la generazione degli uomini Cro-Magnon, inquadrabili come l’aspetto più compiuto e stabilizzato della multiforme RazzaRossa e che sorsero proprio nel momento finale del suo periodo di predominanza (ovvero, la seconda metà del SatyaYuga); la particolare forma assunta, improntata da un certo “gigantismo”, dovette probabilmente rappresentare una intrinseca possibilità umana che si presentò quasi come “simmetrica” rispetto a quella di direzione opposta, “pigmoide”, e che probabilmente aveva contraddistinto soprattutto le popolazioni, pur “Sapiens”, assimilabili a Lilith.
I Cro-Magnon di circa 35-40.000 anni fa sono chiaramente accostabili allarazzabronzea di Esiodo e non va dimenticato che anche dalla odierna ricerca preistorica, vengono quasi unanimemente considerati la risultante di un processo di ibridazione avvenuto tra popolazioni piuttosto eterogenee. Essi assumeranno, nei tempi successivi al termine dell’età paradisiaca, una certa rilevanza antropologica, che però in una prima fase cadrà sotto il segno tellurico dell’Età della Madre, di originaria matrice australe come anche i gruppi umani che da ora in poi inizieranno a predominare.
Più in particolare, seguendo le ipotesi della recente linguistica “macro-classificatoria”, riteniamo che il ceppo nord-orientale riconducibile ad “Adamo” corrispose pressappoco a quel tronco definito in termini ampi come “Nostratico”, al quale l’archeologo Colin Renfrew attribuisce un’età (a nostro avviso, troppo ridotta) di circa 27.000 anni; significativamente, al termine “Nostratico”, Aharon Dolgopolskij, preferì piuttosto quello di “Boreale”, ad indicare comunque le genti che poi si sarebbero ulteriormente suddivise nelle branche elamo–dravidica, sumerica, caucasico–cartvelica, afroasiatica, amerindia (il cui inserimento in tale raggruppamento è tuttavia oggetto di discussione) ed infine euroasiatica.
Quest’ultimo ramo è stato ipotizzato da Joseph Greenberg e comprende a sua volta sei distinte famiglie linguistiche le quali, rispetto al più ampio insieme nostratico (che, in alcune versioni della teoria, appare come alternativo a quello eurasiatico) risulterebbero anche per Merritt Ruhlen più strettamente collegate tra loro: la uralica, l’altaica, la coreana–ainu–giapponese, la ciukcio–camciadali, la eskimo–aleutina e la nostra, quella indoeuropea.
Arrivati al livello indoeuropeo, ci troviamo ormai davanti ad un’unità genetica ben definita nei rapporti di reciproca parentela tra i sottogruppi interni (es. romanzo, germanico, slavo, celtico, ecc…), tant’è che, se scegliamo a caso due lingue indoeuropee, esse appaiono di gran lunga più vicine tra loro di quanto non lo siano nei confronti di una qualsiasi altra lingua esterna alla famiglia: la solidità filogenetica dell’insieme indoeuropeo è, quindi, un dato praticamente incontestato e largamente condiviso in ambito glottologico (anche se riteniamo interessante ricordare come, singolarmente, René Guénon lo considerasse invece nulla più di una mera astrazione della linguistica di scuola tedesca).
In ogni caso, tornando al livello dei raggruppamenti linguistici di ordine più ampio, è probabile che il ramo euroasiatico e quello amerindio abbiano tra loro mantenuto, per un certo periodo, ancora un significativo grado di contiguità e, soprattutto per la branca eurasiatica, una localizzazione a latitudine relativamente elevata, cosa che appare evidente ancora oggi con gli idiomi che ne fanno parte.
Attraverso alcune sue frange, comunque, le stirpi riconducibili ad “Adamo” dovettero entrare in contatto, secondo modalità variegate e di non semplice ricostruzione, con quelle connesse ad “Eva” (a nostro avviso, corrispondenti alle popolazioni comprese nella macro famiglia Sino–Dene–Caucasica) e a “Lilith” (l’ampio insieme ancora più meridionale, Africano ed Austro–Pacifico), che, nel corso della seconda metà del SatyaYuga, in tempi diversi e partendo da nord erano andate a stabilirsi più a sud, arrivando così a produrre le ibridazioni ricordate sopra.
Ma, soprattutto, tali migrazioni sortirono l’effetto di lasciare deserta la sede iperborea – Varahi, la “Terra del Cinghiale” – posta in un quadrante nordorientale del VecchioMondo (la perduta Beringia?) che, similmente ad altre aree più meridionali del pianeta, fino a quel momento era stata felicemente abitata.
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Mario Giannitrapani – Paletnologia delle antichità indoeuropee. Le radici di un comune sentire (parte 2) – in: Quaderni di Kultur, n. 4 – 1998
Videoconferenza del canale YouTube Associazione Eumeswil – Firenze, trasmesso il 8 gennaio 2023.
Di seguito il video integrale della presentazione-conferenza presso gli amici dell’Associazione Eumeswil a Firenze, tenutasi sabato 17 dicembre. Al centro del dibattito il saggio “Il Silenzio del Cosmo. Ecologia ed ecologismi” del G.R.E.C.E. Italia, edito da Edizioni Arktos, più il concetto di ecologia integrale che è inequivocabile: «Nella consapevolezza olistica la comunità degli essenti resta legata malgrado ogni separazione, nella società meccanicistica si è separati malgrado ogni legame. L’interdipendenza naturale non è utilitaria, ma ontologica, tanto che lo sradicamento distrugge tutto, tranne il bisogno di radici».
Relatore:
Eduardo Zarelli, Responsabile Sez. editoria, cultura e metapolitica del G.R.E.C.E. in Italia (Groupement de Recherche et d’Études pour la Civilisation Européenne).
Il messaggio del Presidente della Russia all’Assemblea federale del 21 febbraio 2023 ha attirato l’attenzione di tutto il mondo. Nonostante il discorso sia stato lungo, esso è stato semplice e conciso, privo di terminologia burocratica, quindi comprensibile e accessibile alla gente comune. L’enfasi principale è stata posta sullo svolgimento dell’Operazione Militare Speciale (nel corso del discorso è stata onorata la memoria dei morti, compresi quelli delle atrocità dei neonazisti e dei punitori ucraini), ma è stata aggiunta una retrospettiva, spiegando i motivi, nonché un’introduzione al prossimo futuro, che riguarda sia la fornitura per i bisogni del fronte, sia ampie questioni sociali.
Tra queste, si può evidenziare un precedente con il pagamento di sussidi di maternità per i nuovi territori. Il programma stesso è operativo in Russia da parecchio tempo, ma il presidente ha affermato che non sarà lanciato quest’anno, ma molto prima. Cioè, questo è ciò che viene chiamato forza retroattiva nella pratica legale. Di solito la legge non ce l’ha. Ma in questo caso si è deciso di aggiungere l’effetto della legge al passato. Ciò apre la possibilità di azioni simili in altri settori che riguardano l’organizzazione sociale, i bisogni delle persone, il rafforzamento della sovranità e dell’autarchia della Federazione Russa. In realtà, per molti aspetti questo è stato il fulcro del discorso di Vladimir Putin.
Da parte sua, sono state espresse aspre critiche all’Occidente – sulla natura predatoria, l’inganno ei meccanismi di rapina e saccheggio, che sono stati utilizzati dall’Occidente per molto tempo.
Un rimprovero è stato rivolto anche alla grande impresa, o meglio all’oligarchia, che ha portato capitali all’estero e li ha persi dopo l’inizio dell’operazione. Il Presidente ha smesso di investire nello sviluppo e nel benessere del proprio paese, per prendersi cura della conservazione delle nostre tradizioni e del nostro patrimonio. A questo proposito, è stata criticata anche la “cancel culture” in senso lato che fiorisce in Occidente. La rotta verso il conservatorismo e la dignità umana è stata confermata.
Per quanto riguarda la politica estera, la dichiarazione sulla sospensione del trattato sulle armi strategiche offensive ha suscitato la massima risonanza nei media occidentali. Poiché è stato firmato tra due paesi: Russia e Stati Uniti, è rimasta una minaccia da altri paesi della NATO. E gli stessi Stati Uniti hanno continuato a modernizzare le proprie armi nucleari. Pertanto, questa decisione sembra essere corretta. Allo stesso tempo, è necessario rivedere tutti gli altri trattati che limitano in qualche modo la nostra sovranità. In precedenza, la Russia si è ritirata dal Consiglio d’Europa. Ci sono probabilmente una serie di altri accordi che devono essere rivisti. Teoricamente, è possibile denunciare una serie di trattati sui confini, che un tempo sminuivano i nostri confini marittimi e terrestri.
Per quanto riguarda lo START, il Ministero degli Esteri russo ha commentato che vi sono tutte le ragioni per affermare che la politica degli Stati Uniti mira a minare la sicurezza nazionale della Russia, il che contraddice direttamente i principi e le intese fondamentali sanciti nel preambolo dello START, su cui si basa il Trattato e senza il quale non si sarebbe conclusa, si tratta infatti di un cambiamento radicale delle circostanze rispetto a quelle che esistevano al momento della conclusione dello START.
Hanno notato che in un racconto ambiente non è più possibile condurre come al solito affari con gli Stati Uniti e l’Occidente in generale, sia in linea di principio che in relazione alla sfera del controllo degli armamenti, che è inseparabile dall’aspetto geopolitico e della realtà strategico-militare.
Inoltre, gravi cambiamenti nel panorama della sicurezza sono anche legati al fatto che il consolidamento dei paesi occidentali su suolo anti-russo sta influenzando sempre più aspetti della loro politica nucleare. In particolare, i membri della NATO, che praticano da decenni le cosiddette “missioni nucleari congiunte” e da qualche tempo hanno apertamente dichiarato il blocco del Nord Atlantico una “alleanza nucleare”, stanno aumentando l’enfasi sulle armi nucleari nell’ambito concettuale a livello delle linee guida della NATO, dichiarando la loro attenzione sull’ulteriore rafforzamento e aumento della prontezza al combattimento dei potenziali “assegnati” alla NATO in questo settore. Ci sono richieste per espandere l’infrastruttura nucleare del blocco e spostarla verso est. «La direzione di questi sforzi contro il nostro Paese non è nascosta»,
Il Ministero degli Esteri russo ha anche aggiunto che «la decisione di sospendere lo START potrebbe essere reversibile. Per fare ciò, Washington deve mostrare volontà politica, compiere sforzi coscienziosi per ridurre la tensione e creare le condizioni per la ripresa del pieno funzionamento del Trattato e, di conseguenza, garantire in modo completo la sua fattibilità. Esortiamo la parte americana a fare proprio questo. Fino ad allora, qualsiasi nostro passo verso Washington nel contesto dello START è assolutamente fuori discussione».
Questa interpretazione del Ministero degli Esteri invia un segnale inequivocabile agli Stati Uniti che è quello secondo cui l’amministrazione di Washington dovrebbe essere la prima a iniziare a elaborare passi verso la normalizzazione. Ovviamente, questo andrà oltre il New START e includerà altre questioni, in primo luogo il fattore ucraino. Oltre agli Stati Uniti, Francia e Gran Bretagna hanno qualcosa a cui pensare, poiché ora la Russia terrà conto non solo della parità con gli Stati Uniti, ma anche con la NATO nel suo insieme, in particolare i paesi nucleari dell’alleanza. Pertanto, l’Occidente dovrà pensare a una nuova architettura di sicurezza europea, sebbene Mosca abbia proposto di risolvere questo problema nel 2021.
Il discorso di Vladimir Putin può essere definito positivo e costruttivo. inoltre, è stato rivolto un appello ai funzionari affinché evitino una routine prolungata nell’interazione interdipartimentale, per rispondere più rapidamente ai bisogni delle persone, in particolare dei militari e dei volontari che sono in prima linea.
Resta da lanciare un meccanismo per monitorare l’attuazione in modo che il potere statale passi finalmente ai binari sociali e non sia alienato dalla realtà. Poiché nella situazione attuale è necessario prendere decisioni rapide e adeguate.