Che Iddio affretti la manifestazione del Mahdi Atteso, dello Saoshyant del Fuoco eterno, il Kalki Avatara del Sanatana Dharma, l’Artù ”dormiente” in Avalon: il Figlio dell’Uomo [Perfetto] (al-insan al-Kamil).
Colui che riaprirà le Porte del Tempio, che dirà ai suoi discepoli più intimi “spegnete la Lampada, il Mattino è sorto” (detto di Imam Ali al discepolo kumayl), e noi potremo gridare al mondo…
Adam era l’uomo primitivo o l’uomo primordiale? Era una specie di antropoide antenato o un’ontologia superiore perduta dotata di un corpo non fisico?
Musulmani, cattolici ed ebrei l’hanno sempre concepito come un antenato umano. Pochi o poche correnti esoteriche lo hanno interpretato come un qualcosa al di là dell’umano, il vero FIGLIO DI DIO.
“…Questa non è una guerra con l’Ucraina. È un confronto con il globalismo come fenomeno planetario integrale. È un confronto a tutti i livelli – geopolitico e ideologico. La Russia rifiuta tutto nel globalismo – unipolarismo, atlantismo, da un lato, e liberalismo, anti-tradizione, tecnocrazia, Grande Reset in una parola, dall’altro. È chiaro che tutti i leader europei fanno parte dell’élite liberale atlantista. E noi siamo in guerra esattamente con questo. Da qui la loro legittima reazione. La Russia viene ormai esclusa dalle reti globaliste. Non ha più una scelta: o costruire il suo mondo o scomparire. La Russia ha stabilito un percorso per costruire il suo mondo, la sua civiltà. E ora il primo passo è stato fatto. Ma sovrano di fronte al globalismo può essere solo un grande spazio, un continente-stato, una civiltà-stato. Nessun paese può resistere a lungo a una completa disconnessione. La Russia sta creando un campo di resistenza globale. La sua vittoria sarebbe una vittoria per tutte le forze alternative, sia di destra che di sinistra, e per tutti i popoli. Stiamo, come sempre, iniziando i processi più difficili e pericolosi. Ma quando vinciamo, tutti ne approfittano. È così che deve essere. Stiamo creando i presupposti per una vera multipolarità. E quelli che sono pronti ad ucciderci ora saranno i primi ad approfittare della nostra impresa domani. Scrivo quasi sempre cose che poi si avverano. Anche questo si avvererà”…………. E ancora: “ Cosa significa per la Russia rompere con l’Occidente? È la salvezza. L’Occidente moderno, dove trionfano i Rothschild, Soros, Schwab, Bill Gates e Zuckerberg, è la cosa più disgustosa della storia del mondo. Non è più l’Occidente della cultura mediterranea greco-romana, né il Medioevo cristiano, e nemmeno il ventesimo secolo violento e contraddittorio. È un cimitero di rifiuti tossici della civiltà, è anti-civilizzazione. E quanto prima e più completamente la Russia se ne stacca, tanto prima ritorna alle sue radici. A cosa? Cristiano, greco-romano, mediterraneo… – Europeo… Cioè, alle radici comuni al vero Occidente. Queste radici – le loro! – l’Occidente moderno le ha tagliati fuori. E sono rimaste in Russia. Solo ora l’Eurasia sta alzando la testa. Solo ora il liberalismo in Russia sta perdendo il terreno sotto i piedi. La Russia non è l’Europa occidentale. La Russia ha seguito i greci, Bisanzio e il cristianesimo orientale. E sta ancora seguendo questa strada. Sì, con zigzag e deviazioni. A volte in vicoli ciechi. Ma si sta muovendo. La Russia è sorta per difendere i valori della Tradizione contro il mondo moderno. È proprio quella “rivolta contro il mondo moderno”. Non hai imparato? E l’Europa deve rompere con l’Occidente, e anche gli Stati Uniti devono seguire coloro che rifiutano il globalismo. E allora tutti capiranno il significato della moderna guerra in Ucraina. Molte persone in Ucraina lo capivano. Ma la terribile propaganda rabbiosa liberal-nazista non ha lasciato nulla di intentato nella mente degli ucraini. Torneranno in sé e combatteranno insieme a noi per il regno della luce, per la tradizione e una vera identità cristiana europea. Gli ucraini sono nostri fratelli. Lo erano, lo sono e lo saranno. La rottura con l’Occidente non è una rottura con l’Europa. È una rottura con la morte, la degenerazione e il suicidio. È la chiave del recupero. E l’Europa stessa – i popoli europei – dovrebbero seguire il nostro esempio: rovesciare la giunta globalista antinazionale. E costruire una vera casa europea, un palazzo europeo, una cattedrale europea”.
Se parliamo di alti valori morali nel contesto della nostra cultura, della nostra identità, che è ciò che riguarda la legge sui valori tradizionali, dovremmo rivolgerci al nostro spirito. Secondo me, anche tra gli alti valori morali c’è una sorta di gerarchia, come hai appena detto tu padre, e penso che faremmo bene a dire che il più alto valore morale è l’ideale di santità. Esattamente l’ideale.
Non vuol dire che possiamo diventare santi, ma se ci convinciamo che non possiamo mai diventare santi, che non serve a niente, siamo peccatori lo stesso, allora la santità appassisce. C’è stato un tempo in cui anche i ladri, i malfattori, a volte diventavano santi. Il primo uomo che è andato in cielo è stato un ladro sulla croce. Ecco l’ideale di santità, il più alto valore morale.
Secondo me, il secondo valore morale più alto, un po’ più basso della santità e più accessibile, è l’eroismo. Cioè, il primo valore è darsi completamente a Dio. Ma l’eroismo è darsi completamente al proprio popolo, alla propria cultura. Questo è eroismo militare.
Il terzo alto valore morale è l’onesto lavoro creativo, l’onestà in generale. Questo è disponibile per tutti. Questo è un alto valore morale: ad essere onesti. Non cercare vie facili, difendi la propria dignità umana.
Ma se mettiamo questi tre valori morali, uno è più alto dell’altro. Saranno tutti alti, ma sorgerà una vera montagna di Calvario, e oggi i Fondamenti della Politica di Stato dicono finalmente: questa è la strada da percorrere. Significa che l’atteggiamento verso i sacerdoti, i monaci, in generale, verso le persone sul cammino spirituale, deve essere corrispondente. I nostri santi sono modelli per noi; e, ovviamente, sono importanti anche gli onori che rendiamo ai retti. Sono tutti alti valori morali. Devono essere glorificati. Lo stato va ricostruito in questa direzione, deve rispettare la santità, l’eroismo e l’onore.
Roma, 19 feb – Pechino prova a influenzare la guerra in Ucraina e a generare un processo diplomatico. Un’azione su cui la Cina sta insistendo particolarmente negli ultimi giorni, probabilmente per “distrarre” le potenze occidentali dall’affare di Taiwan, ma che trova davanti a sé la diffidenza americana.
Pechino: “La guerra deve finire”
La Cina si espone. Il governo di Pechino, finora molto cauto, adesso parla esplicitamente di fine della guerra. Come riporta Tgcom24, alla conferenza di Monaco sulla sicurezza a parlare è il consigliere di Stato cinese Wang Yi, il quale ha esplicitamente affermato: “La guerra deve finire”. Nessuna indicazione concreta ma solo una dichiarazione di intenti. Aggiungendo, poi che “Siamo dalla parte del dialogo, la pace deve avere una chance”. Inoltre, per Wang, “si deve evitare un disastro nucleare”. La Cina, teoricamente molto vicina alla Russia, finora non si è sbilanciata troppo in favore del Cremlino. Probabile che pesi, in affermazioni ufficiali come questa, l’interesse a concentrare le attenzioni occidentali sull’Ucraina in luogo della crisi con Taiwan. Non è un caso che Wang, rispondendo a una domanda dell’ambasciatore Wolfgang Ischinger che chiedeva rassicurazioni proprio sull’arcipelago e sulla mancata invasione cinese, abbia affermato: “Io posso assicurare a questa platea che Taiwan è parte del territorio cinese. Non è mai stato uno Stato autonomo e non lo sarà neanche in futuro. Non è la Cina a voler cambiare questo status quo, ma forze separatiste a Taiwan. Noi dobbiamo impegnarci contro il separatismo”.
La diffidenza americana e l’attendismo italiano
Le dichiarazioni cinesi non sembra siano piaciute molto agli americani, probabilmente troppo interessati a mantenere un peso specifico sulla questione che non sia insidiato da un diretto concorrente, quale Pechino indubbiamente è. Ed ecco che, sempre da Monaco, il vicepresidente Kamala Harris replica con freddezza, puntando sulle relazioni tra la Cina e il Cremlino: “Gli Stati Uniti sono preoccupati dal fatto che Pechino abbia approfondito le sue relazioni con Mosca dall’inizio della guerra”. Per questo, ogni mossa della Cina “per fornire un sostegno letale alla Russia non farebbe altro che premiare l’aggressione, continuare a uccidere e minare ulteriormente un ordine basato sulle regole”. Per il presidente della Commissione Difesa tedesca, Agnes-Marie Strack-Zimmermann, l’annuncio cinese è “una storia per distrarre da quello che accade nel mare indocinese”, dunque anche a Taiwan.
Il governo italiano, dal canto suo, è più cauto ma possibilista. Il ministro degli Esteri Antonio Tajani si limita a dichiarare disponibilità nell’ascoltare eventuali proposte cinesi: “”Vediamo cosa esattamente conterrà il piano cinese”, il quale è “positivo che ci sia, perché la Cina svolge un ruolo importante nei confronti della Russia”.
Da alcune settimane è approdata su Netflix la serie televisiva “Esterno Notte” che ripercorre i fatti drammatici del rapimento di Aldo Moro, senza alcuna pretesa storiografica o documentarista, ma adattando il contenuto ad una ben congegnata sequenza drammaturgica. In realtà la pellicola, diretta da Marco Bellocchio, non nasce come tv-movie, ma come vero e proprio film destinato alle sale cinematografiche, seppure la notevole durata, circa 330 minuti, pari a 5 ore e mezza, ben si è prestata ad una scomposizione episodica televisiva.
“Esterno notte” è stato presentato in anteprima al festival di Cannes, con successiva distribuzione nelle sale italiane a partire dal mese di maggio dell’anno scorso (la prima parte è uscita il 18 maggio, mentre la seconda il 9 giugno). Di seguito la produzione è stata riproposta su Rai1, suddivisa in 6 episodi nel corso del mese di novembre. Pur non avendo riscosso notevoli incassi al cinema, “Esterno notte” è stato accolto molto favorevolmente dalla critica, soprattutto per la ben riuscita caratterizzazione dei personaggi e per la realistica ricostruzione del clima politico e sociale drammatico dell’Italia degli “Anni di Piombo”, pur nell’originalità della struttura scenica, ancora più evidente nel sorprendente doppio finale.
Aldo Moro secondo Marco Bellocchio
Marco Bellocchio aveva già affrontato il caso Moro con la pellicola “Buongiorno notte” del 2003. Ma “Esterno notte” si pone su un piano nettamente diverso rispetto all’opera precedente. Il film diretto circa vent’anni fa era incentrato soprattutto sulla figura della brigatista Braghetti, presentata quasi come un’eroina tragica, travolta dai fatti della storia. “Esterno Notte”, invece, si impone come opera più corale, come se si trattasse di un dramma shakespiriano, dove gli spettatori sono invitati a riflettere sulla crisi di un’intera comunità nazionale. Nell’efficace locandina ideata dai produttori della serie, il logo della Democrazia Cristiana è delineato con una croce di rose ed uno scudo di spine, simbolo inequivocabile delle contraddizioni di un partito politico dalla doppia anima.
Nel 1978 il nostro Paese è dilaniato da un conflitto tra le istituzioni dello stato e le Brigate Rosse. Aldo Moro, saggio e stimato presidente della Democrazia Cristiana, il partito politico di maggioranza dal dopoguerra in poi, è il promotore di un accordo senza precedenti con il Partito Comunista, affinchè si costituisca una sorta di governo di coalizione nazionale. L’accordo, che i posteri avrebbero chiamato “compromesso storico”, doveva consentire alla Democrazia Cristiana di governare con l’appoggio esterno del Partito Comunista. Tuttavia, l’esatta formula del costituendo accordo non è stata mai del tutto chiarita. In un clima incandescente, tra manifestazioni di proteste pubbliche ed intrighi di palazzo, proprio il giorno dell’insediamento della nuova compagine governativa, il 16 marzo 1978, Aldo moro viene rapito e la sua scorta barbaramente trucidata. Si tratta di un attacco diretto al cuore pulsante della Repubblica italiana, a cui faranno seguito 55 giorni di trattative, di paura, ma soprattutto di grande incertezza, con la classe politica che rivela in pieno tutta la sua intrinseca debolezza ed ipocrisia.
I sei episodi, in cui è stata suddivisa la fiction, come accennato in precedenza, sono dedicati ai diversi personaggi della vicenda che, per quanto drammatica, assume contorni grotteschi e perfino magistralmente ironici. La prima narrazione si incentra sullo stesso Aldo Moro, interpretato da un ottimo Fabrizio Gifuni, tendendo a mostrare il volto del protagonista più come uomo che come eminente rappresentante dello Stato. Bellocchio vuole evidenziare come il presidente della Democrazia Cristiana sia attorniato da alleati posticci, finti amici e, potremmo dire, anche da nemici empatici. E’ proprio dai cosiddetti amici, come del resto recita un famoso proverbio, che Aldo deve guardarsi: si tratta di quelle ombre scure in giacca e cravatta che il regista plasticamente allinea al suo funerale, oppure in un finale alternativo e provocatorio, preoccupati per l’eventuale sopravvivenza dello statista vicino al suo letto in ospedale. Il secondo episodio considera il sequestro dal punto di vista di Francesco Cossiga, nuovo ministro degli Interni, destinato a diventare dopo pochi anni Presidente della Repubblica, presentando i tormenti del grande giurista sardo, sospeso tra i sensi di colpa per non poter mediare direttamente con le Brigate Rosse, allo scopo di far rilasciare il suo mentore Moro, subendo le pressioni di Giulio Andreotti. A quest’ultimo, il più longevo e discusso dei Presidenti del Consiglio della Repubblica italiana, Bellocchio non dedica un episodio specifico, ma la sua figura aleggia nell’intero dramma, quasi incarnasse alla perfezione l’anima del partito di maggioranza.
La terza narrazione si concentra sulla figura di Paolo VI, interpretato da un bravissimo Toni Servillo, angosciato dai vani tentativi per ottenere il rilascio dell’amico e confidente Aldo. Forzando la mano sulle testimonianze storiche, come peraltro riportato in maniera onesta nella dichiarazione in apertura dei titoli di coda, Bellocchio ci presenta una figura del Montini, solenne ed austero, ma non così lontano dalle dinamiche oscure della Chiesa. La raccolta di un’ ingente somma, poi non utilizzata, lascia intendere una provenienza non così limpida nelle casse del Vaticano. Lo stesso Paolo VI cederà alle pressioni di un governo (almeno in apparenza) intransigente, lanciando un accorato appello ai terroristi, ma senza proporre alcuna effettiva contropartita negoziale. Nel quarto atto si tende a ricostruire la dinamica operativa dei terroristi, in particolar modo raccontando la storia di Adriana Farada, una degli attivisti delle Brigate Rosse. Non mancano riferimenti ai dubbi di coscienza ed alle perplessità degli stessi terroristi che, in alcuni passi, sembrano meno colpevoli dei politici per il tragico destino di Aldo Moro. Protagonista indiscussa del quinto episodio è la moglie dello statista, Eleonora, la cui parte è affidata ad un’eccezionale Margherita Buy.
Il quinto è forse l’episodio più introspettivo della serie, rivelando lo stupore ed il grande dolore della donna, ma anche la sua forte determinazione di fronte ai tentennamenti ed alle ipocrite rassicurazioni di facciata dei dirigenti della Democrazia Cristiana. Intorno alla moglie sono delineati i sentimenti degli altri familiari stretti, sempre in maniera delicata e dignitosa, senza mai sfociare nel patetico. L’ultimo episodio della serie, infine, in maniera originale, si conclude con due scenari possibili: il rilascio ed il ricovero dello statista in ospedale; la sua uccisione avvenuta il 9 maggio 1978, 55 giorni dopo il rapimento. La scena emblematica di Andreotti, Cossiga, Zaccagnini e di altri esponenti politici, che osservano in fila Moro adagiato sul letto, mentre enuncia la sua disapprovazione e rassegna le dimissioni da ogni carica, lascia intendere inequivocabilmente l’imbarazzo che avrebbero provato questi personaggi, se il finale fosse stato diverso da quello reale. Alla fine, il messaggio è chiaro: soltanto il sacrificio estremo di Moro poteva salvare la faccia sia allo stato, che intendeva dimostrarsi fermo davanti ai ricatti dei terroristi, sia alle stesse Brigate Rosse che potevano così portare a termine la terribile “condanna” pronunciata a beneficio dei più strenui sostenitori della lotta contro le istituzioni del nostro Paese.
Il delitto Moro: la storia vera
E’ superfluo ribadire come il caso Moro costituisca una delle pagine più drammatiche, controverse e misteriose della vita politica italiana. Dopo una prigionia durata 55 giorni, nel corso della quale le Brigate Rosse proposero uno scambio di prigionieri con lo stato italiano, il presidente Moro fu sottoposto ad un sedicente “processo politico” da parte di un imprecisato “tribunale del popolo”, istituito dagli stessi terroristi. Il suo cadavere fu ritrovato il 9 maggio, così come racconta la fiction, riferendoci al finale convenzionale. Non appare casuale il dettaglio che il corpo di Moro sia stato ritrovato in una renault 4 rossa in via Michelangelo Caetani, che si trova a 150 metri sia da Via delle Botteghe Oscure, sede dell’allora Partito Comunista, sia a 150 metri da Piazza del Gesù, sede storica della Democrazia Cristiana. Nel corso delle indagini giudiziarie, emerse che all’attuazione del piano del rapimento parteciparono 11 persone. Tuttavia, le testimonianze degli stessi brigatisti sono apparse contraddittorie su vari punti e, pertanto, l’identità dei reali partecipanti rimane ancora un mistero. Anche sugli effettivi obiettivi delle Brigate rosse rimangono molti dubbi irrisolti. Due giorni dopo il rapimento, in San Lorenzo al Verano, fu fatto ritrovare il primo comunicato dei terroristi, secondo il quale, come da copione, questi avrebbero voluto colpire il regime democristiano, pietra miliare dello “stato imperialista delle multinazionali”, mentre il Partito Comunista, a rischio di contaminazione borghese, avrebbe rappresentato un concorrente da superare con la lotta armata. In quest’ottica i brigatisti si avvicinavano molto all’operato della RAF tedesca, al punto che alcuni analisti cercarono di dimostrare parallelismi tra il rapimento di Moro ed il caso del sequestro di Hans-Martin Schleyer. Secondo, invece, le dichiarazioni del brigatista Mario Moretti, la sua organizzazione voleva colpire proprio Moro, in quanto artefice di un possibile governo di solidarietà nazionale, che avrebbe potuto comportare il definitivo indebolimento dei gruppi eversivi. In più, stando sempre a quanto dichiarato dallo stesso Moretti, le Brigate Rosse avrebbero progettato di rapire Giulio Andreotti, ma di aver desistito da quel proposito, in quanto troppo protetto dalle forze di polizia.
Nonostante la versione romanzata, in Esterno Notte si concede ampio spazio alle lettere che Aldo Moro scrisse durante la prigionia. Nel periodo della sua detenzione, il presidente della Democrazia Cristiana scrisse ben 86 lettere (almeno considerando la somma tra quelle che pervennero ai destinatari e le altre che furono ritrovate in seguito nel covo dei terroristi, in via Monte Nevoso a Milano). Le missive furono indirizzate ai più importanti esponenti del suo partito, alla famiglia, ai più popolari quotidiani nazionali ed al papa Paolo VI. Molto si è discusso sul contenuto di queste lettere. Se da un lato, Aldo Moro cercava di aprire trattative con le più alte cariche dello stato, dall’altro sembrava che inviasse messaggi criptici per far capire di trovarsi ancora a Roma. Inoltre, davvero singolare appare la lettera recapitata l’8 aprile, con la quale Moro lancia una vera e propria maledizione contro i dirigenti/amici della Democrazia Cristiana, colpevoli di ottusa intransigenza per non volergli salvare la vita, rilasciando i prigionieri politici richiesti dai brigatisti. Gli alti esponenti della D.C. portarono avanti, anche per convenienza, la tesi che Aldo Moro non avesse goduto di ampia libertà nella scrittura e che fosse stato perfino sottoposto a tecniche di “lavaggio del cervello” da parte dei brigatisti. Le testimonianze e le inchieste processuali degli anni successivi, tuttavia, dimostrarono che Moro non fu mai sottoposto a torture o a minacce durante il sequestro. Il film di Bellocchio mette bene in evidenza la paura di un uomo che, comprendendo l’epilogo del suo triste destino, cerca in tutti i modi di restare aggrappato alla vita.
Non tutto il mondo politico si unì al fronte dalla fermezza, composto sostanzialmente dalla Democrazia Cristiana, dai Sociali Democratici, dai Liberali e dai Repubblicani, posizione condivisa, pur per motivazioni diverse, dal Partito Comunista e dal Movimento Sociale. Possibilista era il partito socialista di Craxi, i radicali e la sinistra non comunista, nonché una parte dei cattolici progressisti ed uomini di cultura come Leonardo Sciascia. Prevalse, come è ben noto, il fronte della fermezza, in quanto la scarcerazione dei terroristi, oltre a dimostrare la debolezza delle istituzioni statali, avrebbe minato l’esatta applicazione delle sue leggi e la certezza della pena. Inoltre, una trattativa con le Brigate Rosse ne avrebbe legittimato in qualche modo il riconoscimento politico, nonostante i metodi violenti ed intimidatori, nonché il rifiuto delle regole basilari della democrazia politica.
L’assassinio di Moro determinò il definitivo fallimento della stagione del compromesso storico, nonché dell’ibrida formula dei governi di solidarietà nazionale. Almeno in apparenza le istituzioni dello stato sconfissero i terroristi seguendo l’orientamento dell’intransigenza e senza istituire leggi di emergenza, Di seguito, nelle strategie processuali, si pensò ad elaborare disposizioni normative specifiche per i “pentiti” ed i “dissociati”, favorendo confessioni e confronti utili allo smantellamento delle organizzazioni terroristiche. Sotto il profilo giudiziario, così come accennato dalla stessa fiction “Esterno notte”, furono intrapresi regolari procedimenti penali, ma i brigatisti rifiutarono la difesa, proclamandosi “prigionieri politici” ed invocando il diritto di asilo, riservato appunto a tale categoria. Ma le richieste dei terroristi non furono ascoltate ed i procedimenti penali furono regolarmente celebrati negli anni a venire, non senza ombre ed incongruenze.
Sulle dinamiche del caso Moro si sono succedute negli anni molteplici speculazioni dei complottisti, che hanno cercato di spiegare il sequestro e l’assassinio di Moro con motivazioni non esclusivamente interne alla lotta armata di classe portata avanti dalle Brigate Rosse. Il film di Bellocchio si tiene saggiamente lontano dalle teorie complottiste, peraltro smentite dalla numerose testimonianze e dagli atti processuali. Inoltre, con l’accesso agli archivi contenenti documenti de-secretati, dopo le direttive prima di Prodi e poi di Renzi, non è emerso nulla che potesse spiegare diversamente il caso Moro, a differenza di altri grandi misteri italiani, come ad esempio la presunta vicinanza di forze dell’eversione fascista ai vertici dei Servizi Segreti. Dal possibile coinvolgimento della Loggia P2., al coinvolgimento diretto dell’Unione Sovietica o degli Stati Uniti: tanti sono gli interrogativi che ancora accendono la curiosità di coloro che non si sono accontentati dell’unica responsabilità delle Brigate Rosse nel sequestro di Moro. Di certo entrambe le super-potenze guardavano con diffidenza all’alleanza politica strategica tra Democrazia Cristiana e Partito Comunista. Nei giorni antecedenti al rapimento, Moro era stata avvicinato più volte da uno studente russo che gli aveva fatto domande sulla sua attività e perfino sulla scorta, tanto da insospettire lo stesso statista. Per quanto riguarda i rapporti con gli Stati Uniti, è ben noto come Aldo Moro avesse avuto, durante una visita a Washington, un duro scontro con Henry Kissinger, allora segretario di stato americano, che non vedeva di buon occhio l’entrata del partito comunista nel governo italiano. I vertici politici italiani affermarono di aver avuto difficoltà a contattare, durante i convulsi giorni del rapimento, i servizi segreti americani, che non avrebbero partecipato alla ricerca del presidente, mentre altri si spingono ad affermare che CIA e MOSSAD avessero infiltrati nelle Brigate Rosse e che conoscessero il luogo di prigionia di Moro.
Effetto Notte non “stressa” l’eventuale coinvolgimento delle superpotenze, presentando a margine l’attività di consulenza di un funzionario americano, troppo prudente ed esclusivamente interessato ai vantaggi del proprio Paese. Ed altre ombre sembrano aleggiare sul caso Moro, come le possibili infiltrazioni mafiose, il ruolo del giornalista Mino Pecorelli e la posizione dell’esperto americano Steve Piecezenik, giunto a Roma su invito di Cossiga, che in quel periodo ricopriva le prestigiose cariche di assistente del Sottosegretario di Stato e di Capo dell’Ufficio per la gestione dei problemi del terrorismo.
Ripercorrere una delle pagine più nere della nostra Repubblica, anche con l’aiuto del cinema, è di certo un esercizio di maturità intellettuale per comprendere meglio le difficoltà che ogni democrazia si trova ad affrontare nelle diverse contingenze storiche.
Seguire la VOCE INTERIORE non è una semplice metafora per seguire l’istinto.. Assolutamente… È proprio il Signore dell’intimo che ti comanda, ti consiglia, ti istruisce, ti ADDOMESTICA, ti rimprovera, ti mostra amore puro, tu svela i misteri, ti offre enigmi e parabole, suggerisce…
Hurtak dice nel glossario di LE CHIAVI DI ENOCH alla voce: SACERDOZIO DI MELKIZEDEK
Il sacerdozio della luce di jahvè che è il circuito di intercomunicazione con i figli Paradiso. Un sacerdozio regale di sacerdoti che ricevono la voce di jahvè per la santificazione del popolo di luce e che organizzano il popolo di Dio affinché sopravviva agli eserciti delle Nazioni e degli arconti. Essi amministrano i doni della scekinah che riguardano gli stati mentali fisici e spirituali dell’esistenza. questo sacerdozio è visibile insieme ad ogni generazione come una Fratellanza di luce disseminata in modo da permeare l’albero della razza umana con il potere consacrato e con la luce necessaria per risvegliare e far risorgere il seme dei giusti nella luce dei mondi superiori. Essi sono figli della verità dietro la saggezza storica, e detengono le chiavi della vera storia del pianeta e della vera genealogia del Popolo adamico. essi accumulano la luce dell’uomo che hanno coltivato attraverso gli insegnamenti della parola di Dio. Secondo Enoc la sacra biblioteca del loro documenti sacerdotali venne spostata dal tempio di Gerusalemme in aree desertiche come qumran per preservare le loro memorie fino alla fine del tempo quando i figli della luce come l’ordine di melchisedek ritorneranno sulla terra per riunire le disseminate Fratellanze di Melchisedec e stabilire il regno di Dio con Gesù che è il figlio dell’Eterno e sommo sacerdote secondo l’ordine di Melkizedek.
Genesi 3,8: Poi udirono la voce di YHWH Elohim che andava e veniva nel giardino alla brezza del giorno e l’uomo con sua moglie si nascosero dal Signore Dio, in mezzo agli alberi del giardino.
Genesi 26,5: per il fatto che Abramo ha obbedito alla mia voce e ha osservato ciò che io gli avevo prescritto: i miei comandamenti, le mie istituzioni e le mie leggi».
Esodo 15,26: Disse: «Se tu ascolterai la voce del Signore tuo Dio e farai ciò che è retto ai suoi occhi, se tu presterai orecchio ai suoi ordini e osserverai tutte le sue leggi, io non t’infliggerò nessuna delle infermità che ho inflitte agli Egiziani, perché io sono il Signore, colui che ti guarisce!».
Esodo 19,5: Ora, se vorrete ascoltare la mia voce e custodirete la mia alleanza, voi sarete per me la proprietà tra tutti i popoli, perché mia è tutta la terra!
Esodo 19,19: Il suono della tromba diventava sempre più intenso: Mosè parlava e Dio gli rispondeva con voce di tuono.
Esodo 23,21: Abbi rispetto della sua presenza, ascolta la sua voce e non ribellarti a lui; egli infatti non perdonerebbe la vostra trasgressione, perché il mio nome è in lui.Se tu ascolti la sua voce e fai quanto ti dirò, io sarò il nemico dei tuoi nemici e l’avversario dei tuoi avversari.
Numeri 7,89: Quando Mosè entrava nella tenda del convegno per parlare con il Signore, udiva la voce che gli parlava dall’alto del coperchio che è sull’arca della testimonianza fra i due cherubini; il Signore gli parlava.
Deuteronomio 4,12: Il Signore vi parlò dal fuoco; voi udivate il suono delle parole ma non vedevate alcuna figura; vi era soltanto una voce.
Proverbi 1,20: La Sapienza grida per le strade, nelle piazze fa udire la voce;
Isaia 6,8: Poi io udii la voce del Signore che diceva: «Chi manderò e chi andrà per noi?». E io risposi: «Eccomi, manda me!».
Marco 1,11: E si sentì una voce dal cielo: «Tu sei il Figlio mio prediletto, in te mi sono compiaciuto».
Giovanni 3,8: Il vento soffia dove vuole e ne senti la voce, ma non sai di dove viene e dove va: così è di chiunque è nato dallo Spirito».
Giovanni 5,25: In verità, in verità vi dico: è venuto il momento, ed è questo, in cui i morti udranno la voce del Figlio di Dio, e quelli che l’avranno ascoltata, vivranno.
Giovanni 10,27: Le mie pecore ascoltano la mia voce e io le conosco ed esse mi seguono.
Giovanni 6,45: Sta scritto nei profeti: E tutti saranno ammaestrati da Dio. Chiunque ha udito il Padre e ha imparato da lui, viene a me.
Cina, Russia e Iran stanno costruendo una coalizione economica, ideologica e politica il cui valore fondante è l’esaltazione del rifiuto della democrazia partecipata, dei diritti della persona e dell’individuo, delle minoranze e del rispetto del principio di non ingerenza tra le nazioni
Strangolata nel sangue e con le forche la rivolta popolare, il regime degli ayatollah e dei pasdaran rafforza ora le sue alleanze internazionali. Il viaggio a Pechino di questi giorni del presidente Ebrahim Raïssi ha infatti rilanciato il patto di collaborazione strategica tra Iran e Cina siglato nel 2021 con un obbiettivo esplicito: formalizzare un blocco anti occidentale delle dittature non solo sul terreno della collaborazione economica e militare, ma anche e soprattutto su quello politico e addirittura ideologico. Un patto che ovviamente prevede il pieno appoggio di Xi Jinping al programma nucleare iraniano.
La grande differenza tra la politica dei blocchi del secolo scorso e le alleanze che si stanno stringendo dopo la svolta epocale dell’invasione russa dell’Ucraina sta tutta nella definizione e nella esaltazione non più solo di una alleanza strumentale tra Stati dai sistemi e dalle ideologie le più diverse, ma della proposizione di un compiuto sistema di valori condivisi di un modello anti occidentale di principi, di vita, di relazioni. Questo ha da subito chiarito da Mosca il patriarca Kirill e ribadiscono a ogni piè sospinto Vladimir Putin e XI Jinping che esplicitamente esaltano i “valori comuni”.
Dal punto di vista cinese è un passo ulteriore rispetto alla stessa Road and Belt Initiative, che mira a consolidare l’espansionismo cinese essenzialmente in un’ottica economica e che peraltro stenta a decollare.
Oggi, Pechino, Mosca e Teheran esplicitamente costruiscono un asse incardinato su principi ideologici generali che esaltano il rifiuto della democrazia partecipata, dei diritti della persona e dell’individuo, delle minoranze e del rispetto del principio di non ingerenza tra le nazioni. Si è così delineata e formalizzata una stolida “Carta dei valori” anti occidentale che è ben più minacciosa di quell’Asse del Male a suo tempo denunciato e combattuto da George W. Bush.
Col suo incontro con XI Jinping, Ebrahim Raïssi definisce oggi un Blocco delle autocrazie basate sul partito unico che aspira a un obbiettivo ben più largo di quella cooperazione economica e militare. Blocco che già vede la Cina come primo partner commerciale dell’Iran e la Russia come solido partner strategico di Teheran sin dai tempi dell’occupazione dell’ambasciata americana nel 1979, oggi solido partner nello sviluppo del programma verso la bomba atomica e non a caso destinataria degli efficaci droni iraniani che tanti danni procurano all’esercito ucraino.
Blocco che aspira ad attrarre in una articolata e complessa alleanza anti occidentale nazioni dell’Africa e dell’America Latina.
È questa la riproposizione in tutti altri termini della sfida sistemica che l’Unione Sovietica lanciò negli anni cinquanta e sessanta del Novecento. Allora il modello comunista, del partito unico dittatoriale, dell’economia pianificata e dell’ateismo di Stato si proponeva al mondo come alternativa al modello delle democrazie parlamentari e dall’economia di mercato. Le alleanze di Mosca allora prescindevano spesso spregiudicatamente dalla condivisione ideologica. Si pensi al blocco di paesi arabi spesso guidati da leadership ex naziste.
Oggi, passati più di 30 anni dal fallimento dell’URSS e di quel modello comunista, Cina, Russia e Iran propongono un insidioso modello alternativo alle democrazie che si basa sul l’esaltazione dell’economia di mercato capitalista, anche se i suoi flussi sono controllati da uno Stato accentratore.
Ma, inglobato, digerito e sviluppato il capitalismo, lo Stato non più pianificatore assume su di sé il compito di gestire e dirigere con gli strumenti della forza una visione dell’uomo, una ideologia, opposta a quella occidentale il cui perno – questa è la clamorosa novità – è la religione di Stato: la Chiesa ortodossa in Russia, il Confucianesimo maoista in Cina e l’Islam sciita in Iran.
Un nuovo blocco di alleanza basata su valori anti occidentali tutt’altro che isolato sulla scena internazionale come dimostra il rifiuto di applicare le sanzioni alla Russia di tanti paesi in Africa, Asia e America Latina.
Un blocco che supporta in tutti i modi l’aggressione russa all’ Ucraina la cui posta per le democrazie occidentali va ben al di là della difesa del diritto internazionale.
Offese a Gesù, a Maria, al profeta Muhammad e la tutela dello Stato (chiesa, stato islamico) nei confronti del Sacro. Molti pseudo (o sedicenti) tradizionali, spesso neopagani, neoromani, eccetera, rimproverano alle tradizioni abramitiche di essere intolleranti, denunciando ad esempio i roghi oscurantisti della Chiesa (contro Giordano Bruno, ad esempio), o le condanne barbare contro chi offende il Profeta Muhammad: insomma gli abramitici sempre inferiori e più barbari, ottusi e intolleranti mentre gli ariani, gli indoeuropei…. Li vorrei vedere offendere pubblicamente e reiteratamente un re vichingo o i loro dei. oppure se hanno mai sentito parlare del reato di “Lesa Maestà”. Ad esempio a Roma, In età imperiale la lesa maestà venne regolata dalla nuova Lex Iulia maiestatis emanata nell’8 a.C. su impulso di Augusto. Questa configurava la lesa maestà non più solo come reato rivolto contro lo Stato, ma più in specifico nella persona dell’Imperatore, cui corrispondeva la comminazione di pene gravissime a seconda della gravità del reato, quali l’esilio, la interdictio aqua et igni, o la pena di morte. Erano in particolare puniti come lesa maestà: Gli atti contro la sacralità quali il sacrilegio della persona dell’Imperatore, lo Stato o le divinità; gli atti di tradimento come la perduellio (“alto tradimento”), il tradimento col nemico, la sedizione, la ribellione e il suo incitamento, l’arruolamento di un esercito senza il consenso del Princeps; l’attentato alla vita dell’Imperatore, gli atti di empietà. L’estensione del concetto di lesa maestà si fondava sull’attribuzione al Princeps di prerogative sacrali e di inviolabilità proprie della tribunicia potestas, la cosiddetta sacrosanctitas (sacralità e santità): pertanto, la violazione della sacralità dell’Imperatore chiamava in causa l’obbligo tutelare dello Stato nei confronti del sacro.