Puoi considerare l’archetipo del Bambino Magico come il tuo stato originario, in cui ti meravigli di tutto.
Il Bambino Magico vede il potenziale della sacra bellezza in tutte le cose, e incarna le qualità di saggezza e coraggio davanti alle circostanze difficili.
Quando riesci davvero a sedere in uno stato di totale meraviglia per la maestosità della vita, con tutte le sue gioie e i suoi dolori, sai di essere in connessione con te stesso.
Quando guarisci il tuo Bambino Ferito e apprendi ciò che voleva insegnarti, divieni come un bambino aperto a ogni cosa.
Il tuo Bambino Ferito vorrà proteggere il tuo Bambino Magico dal dolore del mondo. Ma per quale motivo?
Perché ci viene detto di mettere da parte la nostra natura magica, la spensieratezza e creatività non appena siamo abbastanza adulti, e di adeguarci al mondo.
Tuttavia, è tempo di uscire dal tuo guscio e di mostrare il tuo sé magico.
Carl Jung scrisse: “Non l’intelletto, ma l’istinto di gioco provvede per necessità interiore alla produzione del nuovo. Lo spirito creatore gioca con gli oggetti che ama”.
Un altro modo di vederla è che il tuo Bambino Ferito farà di tutto per tenerti morto, mentre il tuo Bambino Magico cercherà il permesso per uscire, giocare e creare qualcosa di nuovo.
Quando sei giocoso, quando ti trovi nella tua beatitudine, gioia e curiosità, è allora che sei più connesso alla tua anima.
Se consideriamo persone come Walt Disney, Steve Jobs, George Lucas o chiunque altro abbia creato davvero qualcosa di “magico”, notiamo che il loro successo è la conseguenza dell’aver dato spazio alla loro parte giocosa, nonostante spesso fossero oggetto di critiche forti e pressanti.
Ogni circostanza della tua vita era per prima cosa un pensiero.
Se fino ad ora hai permesso ai pensieri del Bambino Ferito di mantenerti morto nella tua vita, sappi che saranno i pensieri del Bambino Magico dentro di te a liberarti.
La tua anima, il tuo cuore, la tua intuizione, il tuo desiderio di essere libero di creare, crescere, ispirare e giocare originano tutti da questa parte di te.
“Non esiste una storia degli dèi: può esistere una storia del divino che si manifesta nel mondo, che partecipa della vita degli uomini, degli animali e delle piante, che palpita in loro e per loro, costituendo il vincolo tra passato e presente che s’infutura nel domani. Ciò che conta veramente, pure essendo invisibile e inesprimibile, è in realtà il presente – il terzo volto, quello nascosto, di Giano – cioè la presenza degli dèi. Compito degli uomini è riassumere, rivivere, percepire il passato in sintonia con le presenze archetipiche immanenti in una data terra e in una data stirpe, inverandole per il futuro: è quello che si chiama propriamente Tradizione. Senza questo passato metafisico, che anticipa, consacra, fa reale il presente, non sarebbe possibile salvare la quotidianità, fornendole dei precedenti assoluti oggettivamente veri”. (Renato Del Ponte)
“Luce e tenebre, vita e morte, destra e sinistra, sono tra loro fratelli. Non è possibile separarli. Perciò né i buoni sono buoni, né i cattivi sono cattivi, né la vita è vita, né la morte è morte. Per questo ognuno si dissolverà nel suo stato originale. Ma coloro che sono al dì sopra dei mondo, sono indissolvibili ed eterni.” (Dal vangelo di Filippo)
“Il cuore assomiglia al “Sole” come sede della Sapienza, il cervello corrisponde alla “Luna”; questo è la sede dell’intelletto raziocinante e riceve la sua luce e la sua vita dal Sole.
Se il Sole fa la guardia alla Luna, i pensieri sgraditi al cuore non raggiungeranno il cervello.
Il cuore e la testa dovrebbero operare insieme in armonia per uccidere il drago dell’ignoranza, dimorante sulla soglia del tempio e per giungere alla verità.”
Gesù è il raccoglitore delle messi mentre l’Agnello di Dio assiso sul trono dell’Apocalisse è il mietitore delle messi, ma a molti questa concezione è ancora oscura.
a cura dell’Associazione Internazionale SOL COSMICUS
“Quel che un essere umano raggiunge nell’esperienza mistica è il “polo celeste” del suo essere, cioè la sua persona così come ad essa e attraverso essa, dalle origini, nel mondo del Mistero, l’Essere Divino si è manifestato a se stesso, e ad essa si è fatto conoscere sotto quella Forma che è, parimenti, la Forma sotto la quale l’Essere Divino si conosce in lei. È l’idea, o, piuttosto, l’“ Angelo” della sua persona, il cui io presente non è che il polo terrestre; non è certo l’’“angelo custode” della teologia corrente, ma un’idea assai vicina alla Daènà-Fravarti del mazdeismo, di cui colpisce la ricorrenza, benché sotto altri nomi, nei nostri mistici (per esempio, l’Angelo Azraele in Jili). La teofania costitutiva dell’individualità eterna dell’essere umano fu dunque un’autodeterminazione dell’Essere Divino; in essa, quest’ultimo è totalmente Dio, così come può esserlo in e per un microcosmo, singulatim. Designando tale determinazione avvenuta nel mondo del Mistero come “Angelo”, la visione di Sé, Alter Ego divino sarà, in quanto visione teofanica, esattamente un’angelofania. Ibn ‘Arabi si sentirà dire, nel corso di un colloquio segreto: “Tu non mi vedrai”, e tuttavia Lo vedrà, e Lo incontrerà all’ombra del Tempio mistico. Respingere la pretesa di un mistico che definiva il grado dell’Uomo Perfetto, la realizzazione microcosmica dell’Essere Divino come un’identificazione con l’Essenza divina non significa dare prova di razionalismo e di “intellettualismo”; nemmeno significa rendere impossibile l’esperienza mistica, bensì respingere implicitamente lo schema indotto da un monoteismo essoterico. Ma allora, lo schema del monoteismo unilaterale non subisce forse un’alterazione decisiva, dacché l’esperienza mistica, essendo vissuta come dialogo da solo a solo, ogni volta, tra l’Amato e l’Amante, postula ogni volta una individuazione intrinseca all’Essenza divina e omologa alla sua totalità?”
(Henry Corbin, L’immaginazione creatrice – Le radici del Sufismo)
Il Paradiso perduto, il cui titolo originario è “Paradise lost”, come è noto, è il poema epico pubblicato da John Milton nel 1667, sul tema del racconto mitologico biblico della caduta dell’uomo, con particolare riguardo alla tentazione di Adamo ed Eva ispirata da Satana ed alla successiva cacciata dal giardino dell’Eden. Ad una prima pubblicazione in dieci libri, seguì una seconda edizione nel 1674 in dodici libri, perchè l’autore voleva seguire la suddivisione dell’Eneide di Virgilio, ricorrendo alla particolare simbologia del numero 12 molto diffusa nel mondo antico.
La narrazione del poema fa da sfondo ad un interrogativo principale che assilla Milton che, a sua volta, vuole instillare nei lettori: il conflitto tra la provvidenza eterna ed il libero arbitrio, ricorrendo alle argomentazioni delle tre religioni abramitiche (ebraismo, cristianesimo ed islamismo) sull’origine del male e del peccato.
La struttura del poema appare rovesciata rispetto ai “clichè” tradizionali, secondo i quali il malvagio Satana/Lucifero sarebbe stato scagliato nell’abisso, perchè colpevole di essersi ribellato a Dio, cercando di trascinare con sè anche le deboli creature umane. Nel poema di Milton, la figura dell’antagonista dell’Onnipotente è rivisitata, in una chiave potremmo definire “antropologica”, mettendone in evidenza l’indomito coraggio e le motivazioni che l’avrebbero spinto ad allontanarsi da Dio, visto come un tiranno al quale prestare solo cieca obbedienza. Satana, con il suo orgoglio smodato e la sua volontà di primeggiare, è il protagonista assoluto dell’opera, apparendo quasi come un eroe della mitologia classica, dal cui ricchissimo serbatoio culturale lo stesso Milton trasse numerose ispirazioni.
Risulta evidente, quando si leggono con attenzione i versi di “Paradise lost”, la critica dell’autore nei confronti della teologia cristiana che appare inadeguata ed insufficiente a spiegare la condizione ontologica umana sotto tutte le sue sfaccettature. Oltre che nell’interpretazione di problematiche di complessa risoluzione, come il fato, il libero arbitrio e la predestinazione, peraltro tutte connesse fra loro, Milton mette in discussione dogmi fondamentali della confessione religiosa cristiana, come la Trinità, evidenziando in maniera chiara il suo orientamento all’Arianesimo dichiarato eretico nell’Alto Medioevo, soprattutto per motivazioni politiche. Milton, infatti, lontano dalla teorizzazione dello “spirito santo”, di ben ardua comprensione logica, credeva in due distinte figure, il Padre ed il Figlio, descrivendo il primo dal temperamento un pò burbero ed ottimista, mentre il secondo generoso e benevolo, quasi ad esprimere la profonda differenza di impostazione tra il Vecchio ed il Nuovo Testamento biblico.
Per quanto riguarda il contenuto del poema, in estrema sintesi, si può dire, come già anticipato in precedenza, che le vicende principali trattate siano due: la storia di Satana e la permanenza di Adamo e di Eva nel giardino dell’Eden. La vicenda che coinvolge Satana/Lucifero contiene molti elementi che ricordano i poemi omerici, l’Iliade e l’ Odissea, nonchè l’Eneide di Virgilio. Milton ci fornisce un’iniziale descrizione della battaglia in cielo tra le forze radunate da Lucifero e le schiere degli angeli che combattono per Dio.
Si tratta di versi epici, degni degli antichi poemi “guerreschi”, che rendono più palpabile e plastico uno scontro tra forze del bene e del male, a cui nella Bibbia si fa soltanto qualche cenno di tipo figurativo. Il fulcro della parte dedicata a Lucifero è denominato in modo decisamente significativo, “Pandemonium”, dove si descrive il diavolo come un condottiero abile, carismatico e convincente che sa come ammaliare le sue schiere, combattendo in prima linea ed offrendosi come persecutore principale del nostro pianeta, da poco creato da Dio. Nelle scene che mostrano il coraggio di Satana di superare tutte le insidie degli abissi, si notano molti elementi che richiamano i viaggi di Ulisse e di Enea nell’Ade, il regno dell’Oltretomba.
La narrazione su Adamo ed Eva è principalmente incentrata sulle rispettive passioni e sulla loro personalità.
Seguendo il racconto originale, Milton ci presenta il diavolo come tentatore di una vanitosa Eva. Il compagno Adamo, tuttavia, dopo aver assistito al peccato della donna, cade in errore consapevolmente e “non indotto” dalla stessa come superficialmente tramandato dalla maggioranza degli esegeti biblici. L’autore si sofferma a sottolineare come, per i due coniugi, dopo aver consumato il frutto dell’albero della conoscenza, cambi il rapporto con il sesso, acquisendo una nuova sensualità prima ignorata. Riconciliatisi, i due cominciano a lottare ed Adamo viene poi coinvolto in un viaggio onirico con un angelo che gli mostra i peccati dell’uomo e l’evento drammatico e punitivo del diluvio universale. Nella seconda parte, Milton, influenzato dalle lettere di Paolo di Tarso ( in alcuni passi si definisce Cristo come secondo Adamo) fa intravedere ai coniugi la speranza, attraverso la visione della venuta futura di Gesù. Emblematica è la frase che viene messa sulla bocca di un angelo, quando Adamo ed Eva vengono scacciati dal paradiso terrestre: “qualcuno potrà trovare un paradiso dentro di sè”, facendo leva sulla forza d’animo e sulle capacità di riscatto che, nonostante l’apparente allontanamento da Dio, saranno patrimonio di ogni essere umano. Adamo ed Eva, come tutti gli uomini e le donne che verranno dopo di loro, non avranno più un rapporto diretto con Dio come nel giardino dell’Eden, ma dovranno faticare per cogliere i segni invisibili della sua onnipresenza.
In particolare, nella sua opera Milton non liquida la ribellione di Lucifero/Satana con un semplice peccato d’invidia nei riguardi di Dio, come spesso si legge in sintesi troppo sbrigative e semplicistiche. Potremmo dire che inizialmente Lucifero appare come la creatura che “più ama” e “conosce” Dio. Già animato da un forte orgoglio che lo faceva sentire superiore a tutte le altre creature celesti, Lucifero non riesce ad accettare la decisione dell’Onnipotente di nominare suo Figlio come redentore ed, ancora di più, di renderlo simile ad una creatura di natura umana che Lucifero considera inferiore a quella angelica. Un terzo degli angeli del paradiso decide di affiancare il ribelle che è sicuro di poter prevalere su Dio, con gli strumenti intellettuali dell’ingegno e della persuasione di cui va fiero. Per cercare di raggiungere il suo obiettivo assumerà le forme più disparate, trasformandosi da splendido angelo, di volta in volta a seconda dell’occorrenza, in un modesto cherubino, in un rospo, in un cormorano ed, infine, in quella che sarà la sua veste più celebrata, il serpente. Milton dipinge Satana/lucifero come animato da una vertiginosa ed irrefrenabile attività intellettuale, nella quale, però, non c’è spazio per qualsivoglia remora di ordine morale.
Nella descrizione miltoniana, Dio assume un ruolo abbastanza diverso rispetto alle caratterizzazioni ascetiche tradizionali. Nel poema Dio, pur essendo onnisciente, onnipresente ed onnipotente, avendo cioè piena prescienza degli eventi futuri, non è l’artefice della “predestinazione”, lasciando il libero arbitrio al genere umano. In questo Milton si mostra polemico soprattutto nei confronti delle Confessioni Protestanti che, seppure con alcune differenziazioni, ritengono l’individuo già “predestinato” fin dal momento della nascita. Nella raffigurazione di Milton, Dio diventa un essere reale e non semplicemente la personificazione di concetti astratti, incarnando la pura ragione, in un postulato pre-illuminista. La grandezza dell’autore, tuttavia, dal punto di vista dialettico, è quella di rendere Satana, invece, l’emblema della passione e dell’ardore, anticipando nella sua figura un personaggio tipico dell’eroe romantico. Nelle interpretazioni di alcuni passi del “Paradise lost” si nota come Satana sia il fautore delle azioni malvagie, ma non fine a sè stesse, quanto per consentire che l’uomo eserciti il libero arbitrio. Si potrebbe arrivare al paradosso, capovolgendo la teologia cristiana, che Lucifero/Satana si erga a vero difensore della libertà umana, permettendo che il male accada, da cui possono scaturire anche effetti benefici.
Per Milton, il Figlio, seguendo in parte la dottrina paolina, è l’anello di congiunzione che lega il Padre alla creazione, rappresentando con Lui un’unica divinità complementare e perfetta. Il Figlio comprende in sè le qualità dell’amore incondizionato e dell’altruismo, offrendosi con spontaneità al supplizio finale per salvare il genere umano.
A parte le peculiarità della composizione, che videro un Milton cieco che dettava il poema ad alcuni suoi amanuensi di fiducia, la composizione del poema deve essere contestualizzata, per comprenderne meglio le motivazioni ideologiche. Milton cominciò l’elaborazione del poema negli ultimi anni dell’effimera “Repubblica inglese”, un periodo pieno di contrasti e di lotte intestine che l’autore descrisse nel libro II, non a caso denominato “Concilio dell’Inferno”. Nel testo si avverte fortemente l’educazione puritana di Milton, nonchè il suo difficile rapporto con alcuni scritti della Bibbia, in particolare nell’ambito dell’Antico Testamento.
L’opera di Milton è intrisa di allegoria psicologica, dove gli archetipi biblici esprimono esigenze interiori dell’uomo. L’invenzione della cacciata dal giardino dell’Eden esprime la necessità dell’individuo di credere che vi sia stata un’epoca senza tormenti, verso la quale siamo destinati a tornare in un lontano futuro. La consapevolezza della nudità da parte di Adamo ed Eva e la perdita dello stato di armonia con il creatore implica innanzitutto la perdita dello stato di grazia interiore, quando il soggetto interrogandosi, comincia a vergognarsi e a giudicarsi. Il dialogo con il serpente può indicare un confronto interiore con la parte di sè che vuole andare oltre le apparenze, per avvicinarsi ad un più elevato livello di conoscenza. Si potrebbe pensare ad un momento di disgregazione psicologica, quando l’uomo non è più soddisfatto di quanto la natura gli abbia concesso, ma vuole comprendere di più, “dividendosi” al suo interno. Ed ecco che la denominazione greca di Satana, “diabolos” (colui che divide), è giustificata dalle nostre voci interiori che ci impongono di superare gli ostacoli dell’esistenza.
Non concordo sul fatto che la scienza sopprima l’ignoto. Bisogna intendersi sul Tipo di IGNOTO su cui la scienza indaga.. È l’ignoto che non va oltre ciò che si presenta come particella. È il mistero dell’onda ciò che la scienza ritiene non esistente, superstizione, quindi da sopprimere. Quando parlo in gergo quantistico di particella e onda intendo essoterico – materico – letterale Vs esoterico – spirituale – anagogico
Se le masse si prostrano davanti alla scienza è perché gli individui non sanno nulla di se stessi e quel poco che intuiscono li terrorizza, giacché il ragguaglio cosciente di sé conduce presto o tardi al problema del senso della vita e quello della morte. Non si rivolgono alla scienza per 𝘴𝘢𝘱𝘦𝘳𝘦, ma al contrario, per soffocare quei pochi affioranti presentimenti con il gas nervino delle (presunte) certezze sovra-personali.
Quanto più un individuo ha paura, tanto più è devoto alla scienza, la quale, a differenza del dio da cui è persuaso di essersi affrancato, 𝘯𝘰𝘯 𝘭𝘰 𝘨𝘪𝘶𝘥𝘪𝘤𝘢, non gli chiede sacrifici o sforzi, benedice i suoi capricci, tassonomizza e normalizza i suoi sfaceli, gli assegna d’ufficio una patente di prestigio intellettuale e infine lo dispensa dall’ignoto/senso/morte.
Non a caso al progresso scientifico corrisponde un sempre maggiore indice di dissociazione.
Tutto ciò di cui si occupa la scienza ha a che fare con la mimetizzazione psichica del problema dell’ignoto. E giacché il primo luogo in cui l’ignoto si annida è in fondo al proprio essere, l’individuo lascia che la scienza si insedi come baluardo e dogana tra se e se stesso. Questa ingerenza psichica gravissima è ormai elevata a sistema-mondo.
La scienza, consapevolmente o no, non mira più a 𝘤𝘰𝘭𝘮𝘢𝘳𝘦 l’ignoto, -ossia a conservarlo insieme alla teoria che lo decifra- ma a sopprimerlo insieme al dubbio che lo accompagna.
Paura e tracotanza, fuse insieme, azionano a molla questo nuovo individuo dissociato che 𝘤𝘳𝘦𝘥𝘦 nella scienza nella misura in cui essa lo dispensa dall’autocoscienza, e che così facendo invece di preservarlo dalla morte, ve lo conduce più in fretta.
È impossibile predire a cosa condurrà questo scenario egemone e totalitario.
Ma non sembra fantasiosa l’ipotesi secondo la quale ci ritroveremo nella paradossale e tempestosa situazione in cui a venirci in soccorso sarà il caos, la pulsione tellurica delle retrovie nebbiose. Spero di essere ancora vivo il giorno in cui ogni “certezza” sprofonderà nell’oceano come una marcia Atlantide e inizierà un’era di esodo, di pellegrinaggio, di vento e di aurora
“O Dio ti ringrazio per le Tue Benedizioni.O Dio ti ringrazio di avermi trasferito di grembo in grembo, di secolo in secolo, concedendomi così la benedizione di vivere in un’epoca in cui ho potuto vedere uno dei Tuoi più eminenti Amici ed Intimi (awliya), prossimo e compagno degli Infallibili, il Tuo servo giusto – il grande Khomeini – e combattere per lui.”
(Qassem Soleimani, Testamento spirituale)
C’è una frase all’interno di questo libro curato (ed in parte scritto) da Hanieh Tarkian che meglio di ogni altra descrive non solo la figura carismatica di Qassem Soleimani, ma anche la Repubblica Islamica dell’Iran nella sua interezza (oggi sottoposta, non a caso, a costante attacco da parte degli apparati informativi dell’Occidente arrivati al punto di rispolverare la vedova dello Shah Reza Pahlavi). È la seguente: “In quale altro luogo al mondo si trova un generale che sia anche un mistico e uno gnostico?”.
La frase è attribuita al generale delle Guardie della Rivoluzione Hossein Marufi, che ricorda come una notte, ospite a casa di Qassem Soleimani, sentisse il comandante della Forza Qods gemere e piangere in preghiera (nel momento più intimo di incontro con Dio ed i suoi Prediletti). L’aneddoto ha un particolare valore se considerato in riferimento allo sciismo imamita. Il grande iranista francese Henry Corbin, ad esempio, riportava la possibilità che l’Imam nascosto si manifestasse al credente solitario in preghiera[1]. Non solo, ma già Shihaboddin Yahya Sohrawardi (1154-1191), nel suo Libro delle delucidazioni, avvalendosi della figura di Hermes quale simbolo dell’anima nobile, trattava il tema dell’incontro notturno col divino in questi termini: “Una certa notte che c’era il sole, Hermes stava in preghiera nel tempio della Luce. Allorché esplose la colonna dell’aurora, ecco che egli vide una terra che stava sprofondando con la città su cui si era abbattuta la collera divina e vide che precipitarono nell’abisso. Allora egli gridò: ‘Tu che sei mio padre, salvami dal recinto dei vicini di perdizione!’. E udì una voce gridargli in risposta: ‘Aggrappati al canapo della nostra irradiazione, e sali fino ai merli del Trono’. Allora egli salì, ed ecco che sotto i suoi piedi c’erano una Terra e dei Cieli”[2].
La preghiera, di fatto, altro non è che l’orientazione verso l’altro mondo. Mentre la notte con il sole, afferma Corbin, “è la Presenza fin d’ora reale di ciò che l’anima si propone con i suoi sforzi spirituali e seguendo l’itinerario mistico”[3]. E continua: “l’esplosione della colonna dell’aurora è l’epifania dell’anima fuori dal corpo materiale”[4].
Qualche anno fa, in occasione del Congresso nazionale dedicato agli ottomila martiri offerti dal Gilan durante la cosiddetta “guerra imposta” dall’Iraq, Soleimani utilizzò il termine ‘ârif (mistico) per definire i martiri della “Sacra Difesa”[5]. Secondo Muhammad Ali Shahabadi (maestro di metafisica di Ruhollah Khomeini), infatti, l’‘ârif era un combattente nel senso pieno del termine (esiste un legame intimo tra misticismo ed azione sociale)[6]. Dunque, non diventa martire chi martire non lo era già in vita. Il martire non è tale solo nel momento del sacrificio estremo, ma lo è anche prima: ovvero, dopo aver compiuto la migrazione (l’Egira) da sé stesso ed affrontato il proprio io. Il momento in cui, ancora con Corbin, “il pellegrino mistico, sollevandosi dall’abisso del corpo materiale verso lo zenit dell’intelligenza, chiama ‘suo padre’”[7]. Il momento in cui si sacrifica tutto ciò che si possiede in nome della ricerca della verità. Così facendo, l’esistenza terrena del martire è sempre sacrificio, da intendere nel senso etimologicamente corretto del termine latino “sacrificium” (fare sacro).
Mistico e soldato, questo è stato Qassem Soleimani. E questo è il motivo per il quale era così temuto da quell’“Occidente” desacralizzato che, come riporta lo stesso generale in riferimento a personalità come Khomeini e Nasrallah (“segni divini”), ha profonda paura di tutti coloro in cui “Dio è potente”. È scritto nel libro (arricchito da alcuni estratti autobiografici e da un ricco apparato fotografico): “Soleimani è un militare, un generale, ma la sua fede è talmente radicata nella sua essenza che si rivolge a Dio con la stessa intimità di un mistico innamorato del suo creatore e afferma di non aspirare ad altro che alla prossimità ed all’incontro con lui”[8].
Un soldato di Dio, ma anche della Patria che affrontava le operazioni militari sulla base del concetto teologico di gihad, perché privare la lotta dei suoi aspetti metafisici significa imporre ad essa dei “vicoli ciechi”. In questo senso, la suddetta “Sacra Difesa” è stata la “scuola” in cui i valori religiosi dell’Islam sciita sono stati messi in pratica creando l’unità e l’integrità del popolo e della Nazione. Ragione per cui proprio Soleimani si rammaricava profondamente di fronte a quei “manifestanti”, sobillati da potenze straniere, che bruciavano la bandiera della Repubblica Islamica proclamando (fatto significativo) il rigetto della causa palestinese, di quella siriana o di quella libanese. Ma senza la difesa di Gaza, del Libano, della Siria o dei luoghi santi in Iraq, in virtù di quello schema che disegna le fasce di sicurezza di un polo geopolitico in cerchi concentrici a partire dal punto centrale di irradiazione della sua influenza, non ci sarebbe più neanche l’Iran. La sua sovranità (geografica, economica, politica e culturale) non sarebbe più un tutto onnicomprensivo ed il Paese sarebbe sottoposto al suo smantellamento (come previsto dai piani, palesi e mai celati, di sionisti e nordamericani).
L’aspetto geopolitico merita l’apertura di una breve parentesi, viste le nuove possibilità aperte dalla “guerra calda” tra Occidente e Russia in Ucraina. Trasformando la Russia nel Paese “più sanzionato al mondo”, di fatto l’Occidente l’ha avvicinata (anche economicamente) all’Iran. È stata così superata la naturale concorrenza tra due Paesi produttori di idrocarburi ed è stata rimessa in auge la celeberrima “Dottrina Primakov”, secondo cui è naturale che la Russia aspiri a realizzare un sistema multipolare attraverso la cooperazione sempre più stretta con le potenze dello spazio eurasiatico, dalla Turchia all’Iran ed all’India, fino alla Cina. È notizia di questi giorni che Russia e Iran hanno scelto di investire venti miliardi per modernizzare e facilitare le rotte commerciali (marittime, fluviali e terrestri) che dall’Europa orientale arrivano fino all’Oceano Indiano[9]. Centrale all’interno del progetto, oltre al Mar Caspio, è lo strategico porto di Mariupol, sicché il Mare d’Azov è divenuto, per usare le parole di Vladimir Putin, “un mare interno della Russia”.
A questo proposito, come riporta correttamente Hanieh Tarkian, sarà bene ricordare che fu lo stesso Soleimani a mettere la Russia di fronte alla necessità dell’intervento in Siria, mostrando ai vertici di Mosca i rischi che una caduta di Bashar al-Assad avrebbe potuto provocare per gli interessi geopolitici del gigante eurasiatico titolare delle strategiche basi militari di Tartus e Latakia. Dunque, al generale si deve anche la costruzione di questo “Asse della Resistenza allargato alla Russia”, che ormai, nonostante le difficoltà comunque enormi, non ha più un’esclusiva natura di resistenza, ma si è garantito l’iniziativa in diversi teatri operativi sullo spazio continentale.
NOTE
[1]H. Corbin, L’Imam nascosto, SE, Milano 2008, p. 66.
[2]S. Y. Sohrawardi, Libro delle delucidazioni, contenuto in H. Corbin, Corpo spirituale e Terra celeste. Dall’Iran mazdeo all’Iran sciita, Adelphi Edizioni, Milano 1986, p. 133.
[5]Il discorso completo del generale Soleimani è reperibile sul sito informatico www.islamshia.org.
[6]Y. C. Bonaud, Uno gnostico sconosciuto nel XX secolo. Formazione e opere dell’Imam Khomeini, Il Cerchio, Rimini 2010, pp. 88-90.
[7]Corpo spirituale e Terra celeste, ivi cit., p. 134.
[8]H. Tarkian (a cura di), Coraggio e fede. L’esempio del generale Qassem Soleimani nella lotta contro il terrorismo internazionale, Passaggio al bosco, Firenze 2022, p. 141.
[9]Si veda Russia and Iran are building a trade route that defies sanctions, www.bloomberg.com.
“C’è una dura legge. Quando una ferita ci viene inflitta, non guariamo mai fino a quando non perdoniamo.”
“Perché se voi perdonate agli uomini le loro colpe, il Padre vostro celeste perdonerà anche a voi; ma se voi non perdonate agli uomini, neppure il Padre vostro perdonerà le vostre colpe.” (Matteo 6:14-15)