Ogni pensiero crea un colore, e quel colore viene trasferito anche al corpo. Quando la tua mente è felice, il tuo viso si illumina. Non avvelenarti con pensieri cattivi. Pensa bene, starai bene. Pensa male, starai male. Dipende tutto dai tuoi pensieri. Più rimurgini un pensiero negativo, tanto più esso viene rafforzato. Se lo ignori, lo farai morire di fame. Se i tuoi pensieri saranno impuri, il tuo corpo, la tua mente, la tua vita, saranno impuri. Diventi quello che pensi. Allena i tuoi occhi a vedere sempre il lato positivo di ogni cosa. Coltiva il positivo
I Confuciani ritenevano che il denaro fosse come il sangue del popolo che se non circola fa morire la società collassando, il virtualizzare il denaro non permette relazioni sociali concrete ma soltanto relazioni sociali presunte, lo aliena e quindi è già una forma di privazione dello scambio reale attraverso l’uso del contante.
Una questione molto analoga al problema del POS in Italia, perché la virtualizzazione del denaro provoca un deterioramento delle libertà.
Tutto questo senza citare il fatto che le criptovalute funzionano con l’acquisto di valuta mediante denaro reale, il che ne fa un elemento di speculazione finanziaria e un veicolo di investimenti in un capitalismo globale al collasso, in quanto privo di sbocchi di investimento e rimasti tutti a rischio di autofagocitazione dello stesso sistema economico globale, tanto che spinge il mondo a trovare forme di investimento rischiose come l’investimento in armi e in beni rifugio tipo i metalli preziosi, gioielli e mercato dell’arte in genere.
Vi sono inoltre altri fattori come il sistema organizzativo multilivello, tipicamente americano, che arricchisce realmente chi sta a capo di una scalata gerarchica e che sfrutta tutti coloro che sono alla base.
Discorso analogo riguarda certe nazioni come il Venezuela che hanno trovato difficoltà di gestione politica della società con l’introduzione della moneta virtuale e dell’utilizzo dei POS ovunque nel paese.
Con i propri soldi ognuno può fare ciò che vuole ma politicamente la questione diventa pressoché pressante, poiché si fa sempre più avanti l’avanzata di questo magma che è il dominio della virtualità presunta sulla realtà concreta.
Pertanto il Primordialismo Visionario prende una chiara posizione in merito dando valore alla numismatica della valuta monetaria concreta, quale sangue artistico e identitario di ogni popolo del nostro pianeta Urantia, ritenendo la virtualità, come ogni altra forma di tecnologia contemporanea, uno strumento utile ma non necessario all’invasione di essa in ogni ambito della società.
Pechino ha una strategia fondata su questo assunto: il successo economico cinese prova che la via verso lo sviluppo e il benessere non deve più passare per forza dalla democrazia.
Le immagini del ventesimo Congresso del Partito comunista cinese, che si è concluso con l’epurazione in diretta dell’ex premier Hu Jintao e la consacrazione di Xi Jinping a leader supremo per un terzo mandato, raccontano una svolta politica che sta mutando profondamente non soltanto la Cina, ma l’intero sistema delle relazioni internazionali su scala globale. Sul piano interno la svolta autoritaria è ormai definitivamente compiuta e la poca dialettica del passato è stata sostituita da una nuova leadership di uomini di assoluta fiducia del satrapo. Completano il quadro: la durissima repressione delle minoranze etniche, dal Tibet allo Xinjiang; la creazione del sistema più avanzato di controllo politico e sociale al mondo con un mix di tracciamento, riconoscimento facciale e crediti sociali rilasciati in base all’affidabilità nei confronti del regime; un aumento esponenziale delle spese militari.
La sfida lanciata da Xi Jinping non riguarda però soltanto il “Paese di mezzo” ma l’intero pianeta, nella consapevolezza che la Cina sia ormai in grado di competere direttamente con il modello politico ed economico delle democrazie liberali.
L’illusione del mondo occidentale di avere incluso la Cina in un sistema economico globale, confinandola al ruolo di “fabbrica del mondo” nella quale delocalizzare a piacimento le proprie produzioni a costi ridotti, si è rivelata per molti versi ingenua. In pochi anni, la Cina di Xi ha cambiato le regole della geopolitica mondiale, non soltanto affermandosi come un nuovo e importante attore, ma introducendo anche una forte dinamica competitiva e proponendosi come modello alternativo alle democrazie liberali dell’Occidente.
Il progetto del capitalismo senza democrazia di stampo orientale corre lungo i binari e le rotte marittime della nuova Via della seta fra Europa, Asia e Africa, facendo proseliti fra le componenti più deboli dell’Occidente: i Paesi dell’ex Europa sovietica tentati dal populismo di Viktor Orbán in Ungheria e dall’orgoglio neobalcanico di Aleksandar Vučić in Serbia, fino all’Italia, primo Paese del G7 e unico fra i fondatori dell’Unione europea ad avere aderito al progetto della Belt & Road Initiative durante il primo governo Conte.
La Cina di Xi, chiudendo a ogni forma possibile di democrazia in nome del rispetto assoluto della “sovranità nazionale”, rappresenta anche un modello di sviluppo alternativo al sistema di Bretton Woods. Un modello attrattivo per quei Paesi africani, mediorientali e asiatici che apprezzano quei finanziamenti allo sviluppo che sono incuranti della tutela dei diritti dei lavoratori o del rispetto degli standard ambientali.
La narrazione di regime propone la nuova Via della seta come un regalo della “saggezza cinese” allo sviluppo mondiale, in realtà si tratta di un disegno geopolitico con obiettivi precisi: ampliare il proprio spazio economico verso l’Africa e l’Europa; creare rapporti bilaterali rafforzati con i Paesi maggiormente “delusi” dall’Occidente; incrementare il soft power di Pechino nel mondo. In ultima istanza, esportare il proprio modello autoritario.
Il modello cinese ha affascinato diversi Paesi per il suo approccio pragmatico e soprattutto per l’assenza di tutti i vincoli normalmente posti dalle istituzioni occidentali: sostenibilità finanziaria, rispetto dei diritti umani, regole rigide in materia di corruzione, verificabilità dei progetti.
Quest’approccio senza vincoli ha portato diversi Paesi aderenti al progetto della nuova Via della seta ad accedere a ingenti finanziamenti cinesi per la realizzazione di infrastrutture, prevalentemente portuali e ferroviarie, che hanno determinato un indebitamento eccessivo e spesso insostenibile nei confronti di Pechino: si tratta della cosiddetta “trappola del debito”, che ha reso molti Paesi troppo vulnerabili e dipendenti dalla Cina.
Ma la nuova proiezione globale della Cina di Xi necessita, per potersi sviluppare in modo compiuto, di una piena normalizzazione dei suoi confini più prossimi. Da qui le scelte militari nel Mar Cinese Meridionale, il soffocamento di ogni residua libertà a Hong Kong, insieme al progetto di riunificazione alla madrepatria dell’isola ribelle di Taiwan.
L’occupazione militare delle centinaia di atolli del Mar Cinese Meridionale (le isole Spratly e Paracel), con la costruzione di grandi basi militari nell’arcipelago, ha rappresentato una violazione di decine di trattati internazionali e un’occupazione illegale di un immenso spazio marittimo, che ha aumentato le tensioni con tutti i Paesi del Sudest asiatico (Vietnam, Thailandia, Filippine e Malaysia), determinando una nuova corsa agli armamenti in tutta la regione.
Il pugno di ferro sulla ex città-Stato di Hong Kong ha definitivamente posto fine alle rivolte studentesche del 2019 e del 2020 e, con l’approvazione della legge sulla sicurezza nazionale, è stato definitivamente tradito l’impianto giuridico del patto sino-britannico che portò alla promulgazione della Basic Law, che fino al 2020 ha garantito lo status della città libera di Hong Kong.
L’isola democratica cinese di Taiwan è oggetto di una crescente minaccia militare da parte di Pechino che ha violato centinaia di volte il suo spazio aereo, realizzato imponenti manovre militari dopo la visita della delegazione del Congresso americano guidata da Nancy Pelosi, e dichiarando l’intenzione di voler giungere all’unificazione con ogni mezzo, per modificare con la forza l’attuale status quo. Ma la sfida è globale e Pechino ha messo in cantiere una strategia articolata per esportare il proprio modello autoritario.
La narrazione cinese si fonda su un assunto: il successo economico della Repubblica Popolare è la prova che la via dello sviluppo e del benessere non passa più attraverso il modello delle democrazie liberali e che, pertanto, il modello cinese può offrire una nuova opzione a quei Paesi che vogliono velocizzare il proprio sviluppo preservando le proprie caratteristiche e mantenendo quindi il diritto di scegliere se incamminarsi lungo un processo democratico o mantenere il proprio assetto autocratico.
Nei diversi Paesi africani che hanno aderito alla nuova Via della seta le progettazioni infrastrutturali e le concessioni minerarie sono state affiancate dalla condivisione di un’ampia gamma di tecniche per controllare la pubblica opinione e la società civile; per implementare la cybersicurezza in funzione della soppressione del dissenso; per promuovere il controllo dei media; per governare la rete Internet sul modello del Great Firewall cinese.
Il recente progetto lanciato da Pechino della Global Security Initiative, completa il quadro con la cosiddetta dottrina della “sicurezza indivisibile”, citata sia da Vladimir Putin prima della guerra sia da Xi durante il suo discorso di investitura nel Congresso del Partito comunista cinese, quando entrambi hanno attaccato l’allargamento della Nato, come motivo per legittimare sia l’invasione dell’Ucraina sia la propria “alleanza senza limiti”.
All’interno della cornice della Global Security Initiative sono nati gli accordi di sicurezza con le Isole Salomone, il “dual-use” commerciale e militare delle concessioni portuali nell’Oceano Indiano (da Hambantota in Sri Lanka fino a Gwadar in Pakistan), l’esportazione della tecnologia di sorveglianza e controllo in molti Paesi della nuova Via della Seta.
La guerra in Ucraina, mai condannata da Pechino, sta infine rafforzando ciò che appare essere sempre più un vera e propria Alleanza delle Autocrazie che è in diretta competizione politica e militare con l’Europa, l’Occidente e la comunità delle democrazie e che si articola sempre più lungo l’asse Mosca-Teheran-Pechino. Le forniture militari, di droni oggi e di missili domani, da Teheran a Mosca; lo sbocco energetico ed economico garantito dalla Cina a Iran e Russia, entrambe sotto ampie sanzioni occidentali; il sempre più stretto coordinamento delle autocrazie nelle organizzazioni internazionali, completano il quadro.
L’ex leader di Tienanmen, Wu-er Kaixi, in esilio da più di trent’anni a Taiwan, durante uno dei nostri ultimi incontri mi fece notare: «Spesso in Occidente ritenete che la Cina sia quasi giunta alla porta di casa, ma non è così: è già entrata nel vostro soggiorno e vi chiede di cambiare il vostro stile di vita per adottare il suo». L’Occidente è avvisato.
“Colui che è uguale con l’amico e col nemico, così come davanti all’onore e al disonore, al caldo e al freddo, alla gioia e al dolore, all’elogio e al rimprovero, ed è sempre libero da ogni impurità, silenzioso, soddisfatto di tutto, incurante della dimora, fisso nella conoscenza, mi è molto caro.”
Quando l’anima e lo spirito si uniscono, mettono al mondo un germe che è il punto di partenza di una nuova coscienza. Questa coscienza si manifesta come una luce interiore che scaccia le tenebre, come un calore così intenso che, se anche tutti vi abbandonano, non vi sentite mai soli, e come una vita abbondante che fate scaturire ovunque vi portano i vostri passi. Questa coscienza si accompagna anche a un afflusso di energie pure che vi sprona a lavorare per l’edificazione del Regno di Dio, e anche a una gioia, la gioia straordinaria di sentirsi connessi a tutto l’universo, a tutte le anime evolute, e di far parte di quell’immensità… E infine alla certezza che niente e nessuno può togliervi quella gioia. In India, tale stato è chiamato “coscienza buddhica”, e fra i cristiani è chiamato “la nascita del Cristo”. Omraam Mikhaël Aïvanhov
Divinizzare o demonizzare la sofferenza è uno dei tanti meccanismi duali della Matrix. Sia nell’uno che nell’altro caso, la sofferenza ci accompagnerà per il resto della nostra esistenza. Credere che la sofferenza sia il motore indispensabile per la nostra crescita ed evoluzione, vuol dire vivere da prigionieri. La sofferenza, il dolore, sono sintomi atti a farci comprendere che qualcosa sta andando storto… che c’è uno squilibrio da mettere a posto. Molti di coloro che affermano di dover evitare di guardare la sofferenza o di starci addirittura dentro vivendosela appieno, sono semplicemente inconsapevoli… altri sono strumenti utilizzati da chi si nutre energeticamente di questi squilibri. Sia scappare che restarci dentro, toglie energia vitale… La sofferenza non è uno stato naturale dell’Essere, ma un ostacolo ad esso. La sofferenza va osservata e guarita contemporaneamente. Più si è veloci in questo processo e meno forza vitale si disperde. L’Occidente ci ha parlato di “peccato originale” per farcela accettare come elemento di purificazione… L’Oriente, invece, di “karma negativo” di vite passate. Ci hanno fatto sempre credere che solo con la sofferenza e il dolore possiamo redimerci dalla “monnezza” che siamo e con la quale veniamo al mondo. Quando, invece, ad un certo punto, inizi un vero percorso di scoperta e amore verso te stesso, prendi consapevolezza che non c’è da realizzare nulla, se non reclamare ciò che ti è stato velatamente negato. Più ci si spoglia di ciò che non si è e più ci si ricorda di ciò che si è realmente… Le sofferenze umane sono cibo nutriente per “molti esseri”, di questo piano e non.
Il Re del Mondo sarebbe, secondo alcune tradizioni dell’Asia centrale, il sovrano della città mitica di Agarthi «l’inaccessibile», il regno sotterraneo nascosto agli occhi degli uomini e popolato da esseri semidivini detti Arhat «gli illuminati», che si sarebbero rifugiati sottoterra per preservare dalla barbarie i loro poteri e le loro conoscenze.
Secondo l’esoterista René Guénon Melchisedec viene identificato come Re del Mondo, poiché «Il titolo di Re del Mondo è attribuito al Manu, ossia il Legislatore Primordiale e Universale. Questo nome è proprio dell’Intelligenza Cosmica e della Luce Spirituale. Nella tradizione giudeo-cristiana il significato del Re del Mondo si esprime attraverso il nome Melchisedech.»
Un appellativo divino a cui per antagonismo si contrappone l’oscuro «re di questo mondo».
Si ringrazia il Canale Youtube di Chiacchiere e Audiolibri di Rosanna Lia per il contributo pubblico svolto. Buon Ascolto!
Nel 1229 Federico II riprese Gerusalemme grazie al negoziato. Mandando un messaggio profondo di civiltà nel dialogo col sultano al-Kamil
11 febbraio 1229, Acri: Federico II, Imperatore del Sacro Romano Impero e Re di Sicilia, incontra al-Malik al-Kamil, sultao ayyubide di etnia curda che governava Egitto e Siria. Due sovrani, due mondi, due civiltà in dialogo, dieci anni dopo che al-Kamil aveva avuto un’intensa discussione a Damietta, in Egitto, con San Francesco d’Assisi, l’altro grande personaggio dell’Europa del tempo. Scompare lo scontro di civiltà e nel quadro della Sesta Crociata indetta dai cristiani europei si trova un accordo di pace: Gerusalemme torna in mano cristiana, la diplomazia riesce laddove le armi avevano fallito nei decenni passati alla riconquista musulmana della Città Santa ad opera di Saladino (1187). Il Sultano concesse a Federico il titolo di Re di Gerusalemme che lo Stupor Mundi, sposato con Isabella, la figlia del re Giovanni di Brienne ed erede del Regno di Gerusalemme, da tempo chiedeva per sé.
L’avvicinamento diplomatico tra europei e musulmani, iniziato nel 1192 col trattato tra Riccardo Cuor di Leone e il Saladino che consentiva ai pellegrini cristiani disarmati di raggiungere una Gerusalemme sotto controllo dei sovrani mediorientali, giunse a compimento dopo che nei decenni successivi la Quarta Crociata finì deviata da Venezia contro Costantinopoli e la Quinta, quella di San Francesco, si arenò sulle spiagge d’Egitto. La sesta crociata, quella lanciata nel 1228 da Federico II, sarebbe stata una crociata di pace e diplomazia, il culmine di un lungo confronto epistolare tra lo Stupor Mundi e l’omologo d’Egitto e Siria.
Definito “Anticristo” da Papa Gregorio IX, scomunicato dal pontefice e osteggiato dai guelfi in Italia per il lungo temporeggiamento nel prendere la Croce, tra il 1225 e il 1227 Federico II aveva in realtà tessuto un fine lavoro di diplomazia, promuovendo una corrispondenza epistolare con al-Kamil, uomo che conscio della pressione esercitata sui suoi domini dai nemici di Oriente, dai Turchi ai Mongoli, intendeva raffreddare le tensioni con i sovrani europei, consolidare i ricchi traffici con le Repubbliche Marinare italiane, ridare ordine al Mediterraneo orientale. Obiettivo convergente con quello dello Stupor Mundi, che da Palermo cercava di unire identità europea e proiezione mediterranea per il suo impero, circondandosi di una corte multiculturale in cui guardie e intellettuali arabi avevano un ruolo di primo piano. Federico e al-Kamil, in quel giorno del febbraio 1229, poterono conversare in arabo, lingua conosciuta dal sovrano europeo meglio del nativo tedesco, e il Sultano scoprì nel sovrano europeo un uomo erudito e di cultura, lontano dai rozzi baroni guerrieri con cui i musulmani erano abituati a trattare.
Berardo di Castagna, arcivescovo di Palermo e Tommaso I d’Aquino, conte di Acerra, entrambi figli del dominio normanno di Ruggero II come Federico in cui l’imperatore era cresciuto promuovendo pace e multiculturalismo, nel 1227 andarono in visita diplomatica in Egitto come rappresentanti personali del sovrano per iniziare a preparare lo storico incontro dell’11 febbraio 1229.
Al termine della giornata, complice l’atteggiamento conciliatorio di Federico che i cristiani avrebbero riavuto Betlemme, Nazaret, Lidda, Sidone e Toron (oggi Tibnin), oltre a Gerusalemme, ad eccezione della spianata del Tempio e della moschea al-Aqsà. Ai musulmani era però permesso di accedervi in quanto considerato luogo santo anche da essi. Gerusalemme inoltre veniva ceduta smantellata e indifendibile, come “città aperta”. In cambio, Federico garantì al sultano una tregua decennale e notevoli favori commerciali, che non tardarono a manifestarsi anche attraverso le piazzeforti del Vicino Oriente e di Cipro.
“Nei mesi precedenti la partenza per l’Oriente”, ha sottolineato lo storico Wolfgang Sturner, “Federico aveva presentato la sua impresa molto chiaramente come crociata, come Cristi negotium o Christi servitium. Proprio in conformità a questa linea, dopo il suo ingresso nella città di Gerusalemme, festeggiò il successo come atto miracoloso di grazia divina verso il devoto popolo cristiano e verso il suo umile capo”, sognando addirittura di governare l’impero dalla città ritenuta il cuore del mondo. L’ingresso di Federico a Gerusalemme e i pochi mesi lì trascorsi prima di tornare a sbrigare le grane italiane contro principi e vassalli in fermento e contro la scomunica papale furono costellati dalla grande utopia dello Stupor Mundi. Ovvero l’idea di unire in dialogo i “Popoli del Libro” sotto l’egida dell’impero universale e di portare sul Mediterraneo, cuore del mondo medievale, il baricentro dei domini della casa di Svevia. Plasmando inoltre l’incontro di civiltà come contrappasso al mito del confronto irriducibile con i musulmani. Un sogno che sarebbe durato poco.
Alla morte di al-Kamil, nel 1238, la tregua morì con lui e il dominio cristiano di Gerusalemme finì con la riconquista ayyubide del 1244. Federico II e la sua utopia uscirono sconfitti alla prova della storia, ma hanno contribuito a plasmare il mondo d’oggi e l’idea di un Mediterraneo terreno d’incontro e convivenza. Un faro contro l’idea di un irriducibile confronto tra mondi, accesosi in quel giorno in cui lo Stupor Mundi scoprì nel Sultano che aveva dialogato con San Francesco un interlocutore credibile. Riuscendo, senza spargere una goccia di sangue, a arrivare laddove quattro crociate dopo quella vittoriosa del 1099 avevano fallito.
26 dicembre 1194: nasce a Jesi Federico II di Svevia, lo “Stupor Mundi”. Re di Sicilia, duca di Svevia, Re dei Romani, Imperatore germanico dal 1211 alla morte (1250), fu autore del tentativo di fondere l’impero europeo germanico con la profondità mediterranea dell’Italia. Federico parlava sei lingue e la sua corte in Sicilia fu luogo di incontro fra le culture greca, latina, germanica, araba ed ebraica. Uomo straordinariamente colto ed energico, stabilì in Sicilia e nell’Italia meridionale una struttura politica molto somigliante a un moderno regno, governato centralmente e con un’amministrazione efficiente. Fu controverso nei rapporti col Papato e da crociato preferì la diplomazia alle armi per dialogare col Sultano al-Kamil e riportare in mano Cristiana Gerusalemme. Definito “Anticristo” da Papa Gregorio IX, scomunicato dal pontefice e osteggiato dai guelfi in Italia per il lungo temporeggiamento nel prendere la Croce, tra il 1225 e il 1227 Federico II aveva in realtà tessuto un fine lavoro di diplomazia, promuovendo una corrispondenza epistolare con al-Kamil, uomo che conscio della pressione esercitata sui suoi domini dai nemici di Oriente, dai Turchi ai Mongoli, intendeva raffreddare le tensioni con i sovrani europei, consolidare i ricchi traffici con le Repubbliche Marinare italiane, ridare ordine al Mediterraneo orientale. L’ingresso di Federico a Gerusalemme dopo l’incontro con al-Kamil avvenuto l’11 febbraio 1229 e i pochi mesi lì trascorsi prima di tornare a sbrigare le grane italiane contro principi e vassalli in fermento e contro la scomunica papale furono costellati dalla grande utopia dello Stupor Mundi. Ovvero l’idea di unire in dialogo i “Popoli del Libro” sotto l’egida dell’impero universale e di portare sul Mediterraneo, cuore del mondo medievale, il baricentro dei domini della casa di Svevia. Plasmando inoltre l’incontro di civiltà come contrappasso al mito del confronto irriducibile con i musulmani. Un sogno che sarebbe durato poco ma che ancora oggi plasma la rotta reale per la convivenza nel Grande Mare