HORA EST

a cura di Divina Filosofia

I giochi son conclusi, l’opera di messe dei pionieri terminata! Nel mondo manifesto esistono solo due vie, non più mezze scorciatoie : quella della liberazione e quella della cristallizzazione. Ognuno sa nel suo intimo a quale delle due appartiene, nessuno abbisogna di spiegazioni! Le giovani anime, fresche come virgulti, appena nate nel campo della liberazione, abbisognano di tenerezza, compassione, del calore della simpatia fraterna…serriamo le file e asciughiamoci a vicenda i cuori piangenti…

La nuova umanità richiede spiriti forti, duri come il diamante, ma dolci come il fruscio delle anime degli angeli.

HORA EST
HORA EST

I 7 Passi Della Tradizione Indù

di Il Risveglio dell’Anima

Fare Della Felicità Un Pilastro Della Propria Vita

Una leggenda indù parla di un uomo felice, l’unico in tutto il suo villaggio. Gli altri abitanti erano molto ricchi, ma nessuno poteva dirsi felice come lui. Si sparse la voce che l’uomo possedesse un baule in cui custodiva i segreti per essere felice. Molti facoltosi si recarono da lui con cifre esorbitanti per convincerlo a cedere il baule, così come molte donne avvenenti lo provocarono per rubarglielo: ma l’uomo non cedette mai a nessuna tentazione.

Un giorno, però, un bambino si recò da lui chiedendogli di rivelargli il modo per essere felice. Davanti all’innocenza del bimbo l’uomo non resistette e gli spiegò che la felicità è come una scala: ogni gradino è qualcosa che si deve apprendere per passare a quello successivo e diventare quindi più felici. Ecco quali sono tutti i 7 passi che portano alla felicità.

1. Eliminare l’invidia: se vivi guardando sempre ciò che fanno e hanno gli altri, la tua destinazione sarà l’insoddisfazione la frustrazione. Guarda il tuo cammino, anche perché non hai nessun diritto di giudicare quello degli altri. Non puoi sapere quali sacrifici ha richiesto il raggiungimento di un obiettivo.

2. Non portare rancore: avere rancore per qualcuno ti farà restare ancorato ad un momento passato, mentre tutto il resto guarderà avanti. Capita a tutti di ricevere dolore dagli altri, ma lasciare che il dolore si trasformi in rabbia non è il modo per tornare ad essere felici. La sete di vendetta non eliminerà l’amarezza.

3. Fai in modo di volerti bene: la ricerca delle felicità deve partire da dentro se stessi. Voler bene agli altri viene solo dopo il raggiungimento di un certo amore per se stessi. Dà valore alla tua esistenza, proteggi il tuo benessere ed elimina ciò che ti fa stare male.

4. Passa dalla teoria alla pratica, ora: lasciare che i pensieri rimangano tali, senza passare alla loro realizzazione, ti toglierà solo tante energie e ti farà perdere fiducia in te stesso. Non procrastinare, non pensare che non sia possibile, ma prova e riprova fino al successo. Il solo averci provato di procurerà gioia.

5. Non prendere ciò che non è tuo: secondo la tradizione indù, rubare – anche a fin di bene- conduce a gravi conseguenze. La punizione per coloro che rubano è la perdita di qualcosa di valore, che può essere un bene materiale ma anche un affetto.

6. Rifiuta ogni maltrattamento: animali, persone e piante hanno gli stessi diritti e nessuno di essi deve essere maltrattato.

7. Mostrati grato ad ogni giorno che ti viene concesso: la vita è un dono ma non deve essere data per scontata. Ogni giorno che ti viene concesso di vivere deve essere celebrato a dovere. I modi per mostrarsi grati alla vita sono diversi: uno di questi è dire la parola ‘grazie’ ogni volta che è necessaria, anche nelle occasioni in cui abbiamo perso l’abitudine di usarla.

I 7 Passi Della Tradizione Indù
I 7 Passi Della Tradizione Indù

Cosa significa custodire il fuoco?

a cura di Associazione Internazionale SOL COSMICUS

“La tradizione è custodire il fuoco, non adorare le ceneri”
(Gustav Mahler)

Forse significa mantenere vivo lo spirito che ci anima e ha animato la nostra storia facendolo con un sempre rinnovato entusiasmo, pur senza perdere noi stessi tra le ceneri di un trascorso che non è più mio o tuo, ma nostro.

Cosa significa custodire il fuoco?
Cosa significa custodire il fuoco?

L’imperatore di Giada

a cura di Alla scoperta del mito

Nella mitologia cinese, dopo che l’universo venne creato da Pangu, e il mondo creato a seguito della sua morte, iniziò una nuova era per l’umanità.

Con la dipartita del titano supremo, l’universo aveva bisogno di nuove creature che supervisionassero la creazione e facessero sì che tutto rimanesse in perfetto ordine ed equilibrio.

Se da un lato però nascevano creature immortali volte al bene dell’universo, dall’altro iniziarono a emergere anche mostri e demoni che iniziarono a tormentare e devastare le nuove terre mentre le divinità erano ancora in fase di assestamento.

In questo modo la Terra stava di nuovo lentamente tornando a uno stato di caos primordiale e bisognava fare qualcosa al più presto.

Per liberare l’universo da queste sofferenze, uno degli esseri immortali decise di ritirarsi in meditazione al fine di imbrigliare e raccogliere tutte le forze del bene.

Questi era l’imperatore di Giada.

L’imperatore di Giada salì su una montagna e meditò per oltre tremila periodi di tempo, ognuno durato tre milioni di anni.

Sfortunatamente, anche una potentissima entità del male decise di fare la stessa cosa per accrescere i suoi poteri, e dopo altri tremila periodi di tempo, tornò e reclutò un’armata di demoni con la quale era decisa ad attaccare il Cielo e gli Xian, ossia gli immortali.

Gli Xian si prepararono alla guerra, ma non erano potenti abbastanza per respingere i demoni.

Per loro fortuna, l’imperatore di Giada finì la meditazione proprio durante l’attacco, e si precipitò in Cielo per sconfiggere il male.

Lo scontro raggiunse proporzioni immani, su tutta la Terra montagne crollarono e fiumi strariparono, ma alla fine l’imperatore di Giada uscì vittorioso e scacciò e distrusse i demoni più potenti, mentre gli altri vennero sconfitti dagli Xian e dagli dèi.

Grazie alla saggezza accumulata, e all’aiuto decisivo fornito in guerra, dèi e immortali proclamarono l’imperatore di Giada loro sovrano, col ruolo di presiedere Cielo, Terra e Regno dei morti, diventando di fatto imperatore dell’universo e signore della corte imperiale.

L'imperatore di Giada
L’imperatore di Giada

Adattamenti di civiltà

di Zory Petzova

“I primati, a cui l’uomo appartiene, sono una specie particolare. Non sono solitari come l’orso, ma neppure gregari come i bufali africani. Tutti gli studi antropologici indicano che la condizione ideale per l’uomo, quella per cui è geneticamente programmato, è di vivere in piccole comunità che non devono superare il numero di 150 membri (sembra sia stata la misura di moltitudine anche per i Neandertal). Oltre questo numero il nostro cervello percepisce gli elementi eccedenti come estranei e perfino come ostili, come potenziali nemici. Va da sé che la civiltà (che è civiltà urbana perché nasce con i polis) ha costruito un ambiente del tutto inadatto alla nostra specie, che pone il nostro cervello in una situazione di continuo allarme e stress con tutto ciò che ci circonda, esponendolo a una serie di conseguenze negative. Per fortuna, la ragione con cui siamo dotati interviene ed impedisce che ci si prenda a pugni da mattina a sera, ma i nostri bisogni istintivi di spazio e di esclusività rimangono quelli iscritti nei nostri geni.” (Marco Pelizza)

In una società globale ed iper-connessa, l’esistenza umana si svolge nella continua ricerca di equilibrio fra il bisogno di gregarietà e il bisogno di solitudine, fra la paura di non esserci in mezzo agli altri (fear of missing out) e la repulsione del rumore mondano che logora ogni spazio – interiore ed esteriore – di sacralità. Similmente alle abitudini associative dei Neandertal, anche Bauman stabilisce a 150 il limite massimo di persone che ognuno di noi potrà conoscere mediamente bene nel corso della propria vita, di cui solo pochi potranno essere definiti veri amici. Tutte le altre persone, incontrate in varie circostanze – per studio, divertimento, lavoro o altre occasioni, a prescindere se di impatto positivo o negativo, resteranno delle semplici comparse. Questo vale sia per il mondo reale che per quello virtuale, trattandosi di due dimensioni speculari e/o complementari, anche se sostanzialmente diverse. Ad ogni modo, l’esigenza di equilibrio richiede che l’individuo valuti in ogni situazione la quantità giusta di interazioni, in modo da far convivere la propria unicità con l’esigenza di comunicare e di identificarsi con l’insieme, senza diventare un ripetitore automatico di contenuti altrui e comportamenti di gruppo.

Da cosa possiamo dedurre la necessità di applicare un limite alle nostre interazioni/relazioni? Anche non sapendo nulla di sistemi vitali e scale di grandezza, possiamo notare che la quantità porta sempre un peggioramento della qualità, e non viceversa. Si potrebbe obbiettare che essere contornati da una maggiore quantità di persone, e magari con una circolazione degli scambi più veloce, aumenterebbe matematicamente la probabilità di “pescare”, di trovare il raro e l’eccezionale. Si, ma questo non dovrebbe valere per la mera quantità numerica, che non necessariamente garantisce una buona varietà/diversità, e in ogni modo la quantità richiede al nostro cervello un maggiore sforzo di selettività, ma i casi fortunati non sono mai dovuti allo sforzo selettivo, bensì alla pura casualità. Per esempio, avere tanti contatti su una piattaforma come il Fb non fa aumentare la percezione di originalità, ma al contrario – fa aumentare la probabilità che si veda lo stesso memè o la stessa citazione più volte, o la stessa fake news, magari prodotta appositamente dal mainstream per tenere occupati gli utenti, o la stessa dichiarazione idiotica di uno dei soliti personaggi pubblici, usata come argomento di confutazione da chi non si rende conto che, citando tali personaggi, non si ottiene la loro demolizione, ma la loro maggiore visibilità e promozione, amplificando in questo modo la stupidità come esempio e fattore di contagio. Con la virtualizzazione di quasi tutti gli aspetti della vita, e quindi con l’acquisizione di nuove abitudini e misure di grandezza, l’eccedenza dei contatti, nel virtuale come nel reale, non viene più percepita come qualcosa di minaccioso ed ostile, ma come un compulsivo e inconsapevole amplificatore del vero nemico, che è l’informazione tossica.

Le leggi della comunicazione non possono esimersi dalla logica del sistema economico che la sovrintende, e in un sistema aperto e bulimico l’informazione, e quindi la rispettiva discussione degli accadimenti, subisce la dinamica della osmosi e si satura di tutti gli stimoli esterni in pochissimo tempo, a volte il tempo di poche ore. Se noi riuscissimo a chiudere un po’ il nostro spazio personale alla comunicazione mediatica e ai fiumi d’informazione inutile che ci riversa addosso, riusciremmo a ricreare dentro di sé il senso dello straordinario e dell’artistico, a discapito del mondo esterno? Il senso di sacro della nostra interiorità dovrà essere molto potente per resistere alla pressione della realtà esterna, la quale, grazie al continuo emergenzialismo, è sempre più forte e fa sì che ogni cosa nuova e sconosciuta, che cerchiamo di coltivare, prima o dopo svanisca nella sua unicità. L’accelerazione del cambio di un prodotto di mercato, ossia l’obsolescenza, vale anche per i prodotti/ gli argomenti della comunicazione di massa, ma in qualche misura riflette anche nel mondo interiore di ognuno di noi, dove, a prescindere dal numero e la selezione dei nostri contatti e relazioni, un invadente e pressante esterno cattura e stimola in modo artificiale il nostro interesse, per far ricadere ogni evento e ogni argomento nel dimenticatoio e sostituirlo con il successivo, creando una reattività compulsiva e un continuum senza memoria, privo di vera condivisione e dell’intensità del vissuto.

Adattamenti di civiltà
Adattamenti di civiltà

LA SCALA DEL POTERE OSCURO

di Eva Uno

Leggiamo questa citazione tratta dal libro “Il mistero della situazione internazionale”, di Fausto Carotenuto.
“Più si vende l’anima, più si sale nella scala del potere oscuro, più ci si allontana dalla realtà.
È veramente una cosa strana. Quando si sta a contatto con persone di grande potere, si percepisce chiaramente che loro invece pensano di saperne di più, di conoscere meglio di tutti come vanno le cose, di essere al corrente dei segreti del mondo e della vita. E non si rendono conto che è l’esatto contrario: più si sale nella piramide oscura, più si è al buio, più si è estranei alla realtà.
Un’altra caratteristica è che le proprie pulsioni bestiali aumentano. Perché la fiammella divina è fortemente oscurata. Chi è stato a contatto con gli ambienti di potere (o negli!) sa quante perversioni li infettano, e quante sono le innominabili, sfrenate tendenze a soddisfare meccanicamente e in modo eccessivo le accresciute esigenze dei sensi. Quando il sole interiore si affievolisce, determinati lati oscuri, avvalendosi dei sensi, prendono il sopravvento. In forme spesso esagerate, a volte patologiche.
Questa tendenza alla sensualità depravata ha negli ultimi decenni coinvolto molti livelli delle piramidi oscure, e soprattutto i vertici. E ha condotto all’enorme crescita d’importanza di alcune congreghe oscure internazionali dedite a culti satanici, di magia sessuale sanguinaria e pedofila. Ormai dominanti in potenti obbedienze massoniche e religiose e nei principali apparati di potere internazionali.”
Senza farla molto lunga, ecco gli elementi presenti nel brano citato.
1) Esiste una piramide di potere oscuro, ossia espressione di forze molto basse, inferiche, e avente come obiettivo un’agenda antievolutiva, ossia contraria allo sviluppo spirituale dell’umanità.
2) Man mano che si sale in tale piramide, si perde il contatto con la realtà: quelle energie, quell’atmosfera e quell’agenda divengono la realtà di quei personaggi, cosa che causa un forte scollamento col resto dell’umanità, vista peraltro come bestiame.
3) Man mano che si sale nella piramide, si acquisiscono certe conoscenze… ma di fatto la vera conoscenza, ossia la saggezza dello spirito, diminuisce, poiché tali individui si allontanano progressivamente dall’anima.
4) Più ci si allontana dall’anima, più aumentano le pulsioni basse, le quali a un certo punto divengono totalmente caratterizzate dalla violenza, dalla sopraffazione e dall’abuso. Quando i valori spirituali spariscono, i valori materiali, ossia il successo e il potere, divengono la bussola dell’essere umano.
5) Nei vertici delle logge oscure, più o meno segrete, avvengono rituali che l’essere umano comune faticherebbe a concepire come reali: rituali satanici, offerte sacrificali, pedofilia e sessualità distorta, usata a fini magico-energetici.
6) Questa è la situazione dei vertici e dei piani alti delle più importanti istituzioni mondiali: politiche, finanziarie, lobbistiche, religiose, massoniche.
Dall’altro lato, vi sono in alto i Maghi Bianchi, che lavorano per il progresso spirituale dell’umanità, e in basso noialtri, i quali ugualmente lavoriamo per il medesimo obiettivo, pur se più in piccolo.
È bene sapere qual è la situazione, ciò che è utile a livello di scelta individuale e di motivazione.

LA SCALA DEL POTERE OSCURO
LA SCALA DEL POTERE OSCURO

Dioniso in ‘Anomalie e Malie come Arte’

di Vitaldo Conte

Il testo ricorda Extreme (le malie del perturbante), mio intervento al convegno sull’Arte e follia (2002) a Messina[1] e titolo di miei blocco-notes[2]; il mio libro Anomalie e Malie come Arte (2007)[3], riferimento per i miei allievi di Arte-Terapia all’Accademia di BB.AA. di Roma.

‘Ditirambi di Dioniso’ di Nietzsche come suggestione

«ch’io sia bandito da ogni verità!

Soltanto un pazzo! Soltanto un poeta!….

(…) Sono io il tuo labirinto…» F. Nietzsche

I miei testi letterari e teorici “colloquiano” spesso con il pensiero e la lirica follia del Dioniso di NietzscheLi estrinseco anche in eventi di poesia-arte: come ne Il filo di Arianna a Roma, in cui interpreto i Ditirambi di Dioniso[4]. Questi rappresentano la follia ultima di Nietzsche, vissuta da lui come poesia dionisiaca. Con questa forse voleva comunicare l’essenza e i segni di una verità fuori limite. Non scriverà più fino alla morte, senza possibilità di un “ritorno” nei confini dei linguaggi e del visibile ”descrivibile”.

«Questa, questa è la tua beatitudine,

la beatitudine di una pantera e di un’aquila,

la beatitudine di un poeta e di un pazzo!  …» F. Nietzsche

Le Baccanti e i fedeli di Dioniso auspicano il suo ritorno per “resuscitare” i suoi riti con l’estatica frenesia che incarna la negazione di ogni limite. Dioniso è il dio della festa e della trasgressione religiosa. È un dio ebbro, la cui essenza divina è la follia: “Ma, per cominciare, la follia stessa è essenza divina. Divina, cioè a dire, qui, che rifiuta la regola della ragione” (G. Bataille)[5]. Questa essenza incarna una presenza archetipale della creazione pulsionale: può sconfinare nella follia per divenire “pagina filosofale”.

Stralciando la ‘Storia della Follia’ di Foucault[6] come lettura

“La strada dall’uomo all’uomo vero passa attraverso l’uomo folle.” M. Focault

“Forse, un giorno, non sapremo più esattamente che cosa ha potuto essere la follia. La sua figura si sarà racchiusa su se stessa non permettendo più di decifrare le tracce che avrà lasciato (…). Resterà soltanto l’enigma di questa Esteriorità. Quale era dunque, ci si domanderà, questa strana delimitazione che è stata alla ribalta dal profondo Medioevo sino al ventesimo secolo e forse oltre? (…) La follia di Nietzsche, la follia di Van Gogh o quella di Artaud, appartengono alla loro opera, non più, né meno profondamente forse, ma in tutt’altro modo. (…) La follia è assoluta rottura dell’opera; essa rappresenta il momento costituitivo di un’abolizione che fonda nel tempo la verità dell’opera; essa ne delinea il confine esterno, il punto di sprofondamento, il profilo contro il vuoto.”

“Tutto il resto: quel movimento singolare con il quale noi andiamo incontro alla follia nello stesso momento in cui ce ne stacchiamo, questo riconoscimento temuto, quella volontà di fissare un limite e di colmarlo subito con la trama di un senso unitario, tutto ciò sarà ridotto al silenzio (…). Non esiste una sola cultura al mondo in cui sia permesso di fare tutto. E da molto tempo si sa bene che l’uomo non comincia con la libertà ma con il limite e con la linea dell’invalicabile.”

Navigazioni erranti della Follia come Arte: Bosch e Rimbaud

“Confinare i folli” in luoghi circoscritti, separati dal mondo dei “normali”, con il pretesto della sicurezza sociale, è sempre stato una pratica purificatrice di chi stabilisce i “confini”: come quello di erigere mura di difesa intorno alle città. Mura che vogliono escludere “fuori” dal limite (da non valicare), l’altro da sé, il diverso, lo straniero, il selvaggio, l’appestato, l’animale feroce, ecc. Ma anche il pericolo indistinto, la separazione fra norma e anomalia: da relegare lontano, oltre i confini della coscienza, là dove si collocano le inquietudini e le paure dell’uomo di ogni tempo, “occultate” dalle costruzioni rassicuranti delle sue norme.

Alla fine del Medioevo la lebbra si allontana dal mondo occidentale. Questa, scomparendo, prepara, in un qualche modo, altri successivi fenomeni di esclusione. Fra cui quella della follia che le città vogliono “espellere” fuori dalle loro mura, ai margini della comunità. Questi folli hanno spesso come destino una esistenza errante. Le città li cacciano fuori dalle loro mura: anche se, nella maggior parte delle città europee, è esistito nel Medioevo e il Rinascimento un luogo di reclusione riservato agli alienati. Ai margini della comunità, alle porte della città, si aprono dei grandi territori che non sono più perseguitati dal male, ma che sono lasciati sterili e per lungo tempo abbandonati. L’anomalia esprime i turbamenti di una epoca e società che vuole “delimitare” il mondo degli esclusi e del pericolo.

Nel paesaggio immaginale del Rinascimento, La Nave dei folli, titolo del celebre e omonimo dipinto di Hieronymus Bosch (1494), è un anomalo battello “ubriaco” che galleggia lungo i fiumi della Renania e dei canali fiamminghi, in cui i confini della sanità mentale del periodo si confrontano con quelli del giudizio morale e della possessione diabolica. Il connubio dell’acqua con l’anomalia partorisce questa barca, che simbolizza un’inquietudine, apparsa all’orizzonte della cultura europea verso la fine del Quattrocento. La nave della follia, non è solo una creazione, è una “emergenza”, che ha, nella memoria mitica, la rotta degli Argonauti alla conquista del vello d’oro. Fra tutti i battelli romanzeschi questo ha un’esistenza reale con il suo carico anomalo, errante da un posto all’altro. “Affidare il folle” ai marinai significa anche evitare che questo si aggiri, senza meta, sotto le mura della città, assicurarsi della sua “espulsione” visiva. L’acqua aggiunge a questa “purificazione” l’oscillazione di un moto trasformante: disperde messaggi lasciati al caso, come quelli affidati a una bottiglia galleggiante.

Il battello ebbro indica anche una rotta per “navigare” creativamente la follia, vivendola con le immagini della fantasia: come Rimbaud che “converte” l’imbarcazione in rottame per entrare nel mare della veggenza. In Una stagione all’inferno[7], suo testamento letterario, prende coscienza delle innumerevoli allucinazioni che incontra nel suo necessario viaggio nell’anomalia, testimoniante il fascino che può esercitare l’ignoto e la dilatazione dei confini della propria visione: “Ho inghiottito una bella boccata di veleno (…) un uomo che vuole mutilarsi, non è forse un maledetto? Mi credo all’inferno, e ci sono”.

Come una meteora Rimbaud attraversa, in una Lettera del veggente, la propria esistenza, contrassegnando il suo tempo, con una follia volontaria, testimoniante il fascino che può esercitare l’ignoto e la dilatazione dei confini della propria “visione”. “Il Poeta si fa veggente, attraverso un lungo, immenso, e ragionato disordine di tutti i sensi. Tutte le forme d’amore, di sofferenza, di follia; cerca egli stesso, esaurisce in se stesso tutti i veleni, per conservare l’essenza”.

Il poeta, scavando in fondo a se stesso, attraversa i percorsi della follia per arrivare al sale infernale della conoscenza: non può che scrivere “per salvarsi”, per proteggersi dal delirio. Questa sofferta conoscenza può culminare nelle Illuminazioni, che ci propongono un mondo amplificante le possibilità sensoriali e percettive delle realtà, intorno e dentro di noi. Le innumerevoli allucinazioni scrivono una poesia che incarna l’esistenza e il suo fuoco maledetto, ai confini estremi del vivibile. “Ineffabile tortura nella quale ha bisogno di tutta la fede, di tutta la forza sovraumana, nella quale diventa il grande malato, il grande criminale, il grande maledetto, – e il sommo Sapiente! –: poiché giunge all’ignoto! (…) Dunque il poeta è veramente un ladro di fuoco”. Continuare una stagione all’inferno può significare, però, annegare nella follia senza ritorno: “Questa lingua sarà dell’anima per l’anima, riassumerà tutto: profumi, suoni, colori; pensiero che uncina il pensiero e che tira. (…) La poesia non ritmerà più l’azione; sarà più avanti”. L’anomalia celata è, talvolta, lo specchio della malia stessa dell’atto creativo con i suoi perturbanti nascosti. “Fu proprio la malattia il fondo di tutte le spinte creatrici. Creando potevo guarire; creando ritrovavo la salute”.

Il confine borderline della Follia

“Alcune persone non impazziscono mai. Che vite veramente orribili devono condurre.” (C. Bukowski)

La linea di confine fra genio e follia può risultare, talvolta, approssimativa: “Il vero folle, poiché non recita, possiede senz’altro un tratto comune con l’artista, quello della rottura. Ma mentre la rottura dell’artista è un soccorso e un momento del suo genio, quello del folle è una prigione” (A. Malraux). Talvolta le dimensioni di coscienza alterata coincidono con stati intermedi fra lucidità e visionarietà, fra realtà e sogno. L’atto di creazione, in un qualche modo, assembla questi momenti indefinibili, interni all’essere, nel corpo di una espressione, sempre a metà strada fra consapevolezza e lingua di follia. La follia è una maschera che può circoscrivere uno stato mentale, psichico, interiore, irrazionale, di “passaggio” e “navigazione” verso verità più profonde e segrete. Che oltrepassano i significati raggiunti dal variabile metro dalla società di ogni tempo.

Fhilppe Brenot scrive: “si può aggiungere che se la follia consente sia al malato sia all’artista di essere in rotta con i propri contemporanei, ossia di essere in grado di creare e di innovare, è perché sia l’arte sia la follia hanno in comune quell’automatismo mentale che genera infinite variazioni di se stessa”[8]. L’angoscia della follia, al culmine della sua crisi, può paralizzare però le forze della creazione, in quanto tutta l’attenzione dell’artista è concentrata sulla propria sofferenza umana: a questo punto può smettere di esprimersi per specchiarsi nel sottostante abisso. Brenot, interessandosi alle espressioni “fuori limite”, è arrivato alla conclusione che le arti legate al linguaggio e le arti non verbali – plastiche e musicali – non sono sullo stesso piano, di fronte alla follia: i letterati sarebbero più vulnerabili rispetto alle turbe mentali.

La poesia, assai meglio della psicanalisi, “morta di narcisismo” (secondo Hillman), può aiutare, con la sua corporeità sfuggente, a comprendere l’inafferrabile e indefinibile “umore dell’anima”, senza il quale, per opposizione, non esisterebbe neanche la gioia di vivere e di esprimersi. L’analogia fra il poeta e lo sciamano è naturale, considerando le sue abitudini, il suo modo di vivere, i suoi rapporti con gli altri. Lo sciamano si muove infatti sugli abissi deliranti della percezione: come Rimbaud, il poeta allucinato che “vede” con “altri” occhi e come i poeti ciechi ispirati. Lo sciamano ha naturalmente l’animo del poeta, ricercando un’alterità di nomadismo per vivere intensamente l’allucinazione creativa delle diverse realtà.

“Il viaggio autentico nella follia è il viaggio alla ricerca di quell’umanità che la follia tende a soffocare, ma che esiste in ogni persona e va trovata, rispettata, amata” (C. Magris). Rapportarsi con il perturbante psichico (come presenza costante o imprevisto passaggio nell’arco della nostra esistenza), è un modo per scoprire anche il quid di anomalo, presente dentro di noi, che talvolta crediamo di vedere nello specchio dell’altro. Questo può divenire un nostro affascinante viaggio di introspezione, ma anche di attraversamento del mondo delle ombre e dei segreti, che ci attraggono come essenza e malia. Convivere con questa parte malata è una possibilità per liberare la propria catarsi sciamanica, esprimendo una morte simbolica che può partorire la rinascita.

Follia come espressione di Arte sciamanica

L’arte, come lingua terapeutica, è uno strumento antico (che ha il tempo dell’uomo), come viene raccontato in miti e storie. L’artista, lavorando sulla cancellazione della distanza fra l’arte e l’esistenza, opera sull’ipotesi della “guarigione”: propria e altrui. Talvolta il genio “parla” attraverso l’anomalia, rianimando la figura del proprio interiore sciamano: l’essere “fuori norma”, che è contemporaneamente un creativo, un folle, un terapeuta, un sacerdote, uno stregone. Lo sciamanesimo è la ritualità più antica (le sue origini risalgono all’età della pietra): con questa l’essere umano ricerca il suo colloquio con l’intero creato e le molteplici realtà visibili e invisibili. E’, dunque, la nostra stessa radice, da cui possiamo sempre “riattingere” le sue possibilità, che sono sopite dentro di noi, atrofizzate dalle razionalistiche costruzioni della società consumistica.

Lo sciamano, utilizzando linguaggi creativi (il canto, la danza, il mimo, la pittura, la poesia, ecc.), ha suggerito a diversi autori, come ad Andreas Lommel, l’ipotesi che l’origine dell’arte, di tutte le forme della creazione, sia magica e che debba essere ricercata nelle pratiche sciamaniche: “Lungo il flessuoso e impalpabile confine in cui corpo e psiche si influenzano a vicenda, dalla notte dei tempi e dai quattro angoli della Terra ci provengono le voci confuse, inquietanti degli stati psicofisici estremi. Artista, sacerdote, terapeuta o sottile plagiatore delle menti più deboli?» (A. Lommel)[9].

Lo sciamano, maestro dell’estasi, è l’intermediario fra gli esseri umani e gli spiriti, interiorizzando, con i suoi viaggi, le “altre” dimensioni in “un processo di sacralizzazione della realtà” (M. Eliade). Quando entra in trance, di cui è “terapeuta”, modifica volontariamente il suo stato di coscienza e di rapporto con l’ambiente, lasciandosi attraversare dalle percezioni sensibili. Ricerca l’avventura oltre per immergersi negli spazi del sogno e dell’anomalia. Sembra “assentarsi” dal mondo, per muoversi e deambulare “visionario”, lasciandosi possedere dalla danza e dalle proprie ritualità espressive. Le cure sciamaniche, con i loro viaggi in trance, presentano delle analogie con le cure psicoanalitiche: gli spiriti malvagi, entrando nel corpo e nell’anima del malato, sono “richiamati” dallo sciamano, che li prende in sé “per comprenderli”. Il gruppo e lo sciamano appartengono allo stesso sistema simbolico di interpretazione dell’universo, insieme al malato che, svuotando la propria anomalia, la integra in un insieme armonico che appartiene alla lingua di quella comunità.

Lo sciamano è un artista, anche quando “entra” nella malattia di un corpo o di una invisibile e oscura interiorità, vivendo l’esperienza nel sogno, nel delirio, nella partecipazione a una festa estatica. La danza e il canto sono, infatti, fra i mezzi più usati per raggiungere l’estasi, che simboleggia il volo magico e la fuoriuscita dal corpo. L’artista, lavorando sulla cancellazione della distanza fra l’arte e l’esistenza, opera sull’ipotesi della “guarigione”, propria e altrui. L’artista stesso è, talvolta, uno sciamano perché, al di là dell’entrare nella trance, ha la possibilità, liberandosi dai limiti terreni, di uscire da se stesso per attraversare l’invisibile, volando oltre i confini della mente anche attraverso la follia.

Le malie del perturbante

“… Ci vogliono dei pazzi! … Andiamo a liberarli! (…) – O pazzi, o fratelli nostri amatissimi, seguitemi! …” F.T Marinetti

Il riconoscimento, talvolta, della follia come valore equivale a sancire la rottura con un linguaggio dominante, classico o tradizionale. Le espressioni teoriche e creative delle avanguardie storiche della prima metà del Novecento e di quelle successive (fino ai giorni nostri) hanno “rotto”, infatti, gli equilibri e i confini di ogni ortodossia linguistica e di genere nella creazione (nelle forme e nei materiali), aprendole alla dispersione: come nel Futurismo e Dada. Introducono, nella poetica e nel fare espressivo, l’estremo sconfinamento, la deformazione, il caso, il gioco, l’alterazione, il materiale riconvertito, ecc. L’artista e la sua multiforme anomalia si congiungono nell’opera, “scegliendo” i linguaggi, gli stili e i materiali necessari alla loro espressione.

L’arte, dal Novecento in poi, più che essere immagine di una bellezza o espressione che vuole nascondere i propri interni turbamenti, è intrisa dalle rappresentazioni dell’anomalia interna dell’autore e della società di appartenenza. L’arte, non avendo regole fisse, è mutevole, per cui è riduttivo ricercarne una normalità; anzi l’anomalia partecipa come elemento suscitatore dell’atto creativo: “Quando Picasso dipingeva una donna con tre occhi e due nasi, sapeva di aggiungere qualcosa ad una fisionomia normale” (J. Thuillier).

L’artista, nelle diverse epoche, risulta un creatore sensibile e interprete privilegiato d’immagini: attraverso queste attinge al mondo del sogno, dell’inconscio, del mistero, ma anche della follia. Gli è sempre stata concessa, infatti, una valenza di eccesso nel corso dei secoli. La sua visionarietà s’immerge, attraverso un’opera, al patrimonio simbolico e referenziale dell’archetipo primario (appartenente all’inconscio collettivo) e alla sua inquietante oscurità. Il delirio stesso, presente nell’artista e nelle sue visioni, diventa un fenomeno che si situa tra follia e creazione, lotta interiore fra l’angelico e il demonico. William Blake era convinto di aver visto alcune delle scene allucinate dei suoi lavori, percorsi da angeli, profeti e santi: in questo modo l’anomalia dell’artista si congiunge, nell’opera, con i frammenti del proprio interno vissuto. La genialità può rappresentare una possibile espressione creativa della follia: le due dimensioni si toccano da vicino, come considerava anche Diderot. Creazione e follia tendono a intrecciarsi, dunque, a contaminarsi imprevedibilmente.

L’esaltazione creativa si ritrova spesso associata alla “malinconia” (come tristezza legata all’immagine dell’artista), agli stati maniacali e allucinatori, che biografie e autobiografie confermano. Il Sole nero della malinconia, come nota Nerval, illumina e oscura da secoli, oltre ogni struggimento dell’anima, storici, poeti, artisti, come i psicoterapeuti. Aristotele lo enuncia nel trattato Problema XXX, chiamato anche L’uomo di genio e la malinconia. La malinconia è, per lo scrittore Victor Hugo, “la gioia di sentirsi tristi”. La malinconia come il desiderio può esprimere, come leggo sul sito web di Riza, “qualcosa che non si ha mai avuto, ma di cui si sente dolorosamente la mancanza”.

La natura alchemica del genio è forse un segreto, che non può essere analizzato: è custodito dentro di lui in una profondità sigillata, anche se questa è costituita da un velo. Il genio, che si manifesta nella pazzia, risulta inquietante per l’umanità: attraverso questa la può “trasformare” con la sua multiforme lingua, collegandone la pulsione a una energia interiore e primordiale, che essa stessa è follia. Nei detti popolari c’è, appunto, la credenza che una componente essenziale dell’esperienza artistica sia proprio la follia, che la figura dell’artista sia quella di un individuo “non rientrante” nella norma: in quanto un diverso, se non un pazzo, come dice Seneca: “Nessun ingegno grande fu mai senza mistura di pazzia”. La follia individuale del genio creativo si rivela nell’immagine e nella vita di tanti artisti isolati o eccentrici, che, talvolta, si sono “spinti” in questa per ampliare le proprie espressioni.

La Follia come Arte, ricordando Breton e Celine

Numerosi artisti hanno “trovato” la loro espressione sul filo di confine tra genio e follia. Odilon Redon riconosce, nel proprio percorso di genio e sregolatezza, che il suo intuito era la follia stessa, il cui vaccino dovrebbe essere iniettato in tutti, come afferma Nietzsche. Esempi, anche illustri, di anomalia, sono molteplici (nella storia dell’arte e nelle vite dei suoi protagonisti): come non mancano momenti di visionarietà nell’esistenza di ogni essere. Produzioni geniali, “emerse” da episodi di follia, possono essere casuali e senza seguito, mentre, nonostante i turbamenti della psiche e dell’anima, ciò che è espresso da Artaud, Van Gogh, Nerval, Nietzsche, rimarrà sempre come arte e pensiero.

L’arte dei pazzi certamente può esistere: ne è convinto André Breton, che, gravitante intorno al rapporto follia-creazione, vede, nell’espressione libera dell’anomalia, una grande risorsa per raggiungere la verità assoluta con la purezza dei suoi valori. Tenta instancabilmente di riabilitare la follia, denunciando la detenzione delle case di cura (con il ricovero e la reclusione di molti artisti) e l’opera degli psichiatri, anche perché le condizioni ospedaliere delle strutture, agli inizi del XX secolo, risultano poco accettabili. Nel 1924 pubblica il Primo Manifesto del Surrealismo[10], in cui espone il principio terapeutico della “scrittura automatica”: una scrittura inconsapevole con cui si ha l’impressione che la mano si muova da sola, componendo frasi e brani che nella normalità non si sarebbero scritti. Nel manifesto afferma che ”Resta la follia, ‘la follia che si rinchiude’ così come è stato detto con chiarezza”. Con questa libertà di pensiero, Breton, difensore di ogni libertà, indica la doppia strada della follia: “l’altra follia”, quella creatrice, può essere nutrimento e pulsione per l’artista, essendo diversa dalla malattia mentale. Questa creazione accende, in maniera imprevedibile, l’interiorità dell’autore attraverso i viaggi nell’anomalia.

Negli scrittori il delirio e la consapevolezza s’incontrano per relazionarsi: in alcuni casi il delirio è componente naturale della lucidità e materialità dello stesso linguaggio. Un grande scrittore può cercare, infatti, la “propria” verità attraverso la follia. La scrittura, in questi autori, diviene una maschera emozionale o di altro, percorrendo rinnovamenti della forma letteraria, fino alle contraddizioni evidenti e alle invettive che vogliono/possono turbare il lettore. L’aspetto imprevisto è incarnato dal “doppio”, dialettico e oppositivo, che solo il genio possiede e sa naturalmente armonizzare con il suo imprevedibile alternarsi di Jekyll e Hyde. Uno degli esempi più eclatanti, in tale direzione, è il caso-Celine. Come accade anche per altri “maledetti” (Artaud, Bataille, ecc.) il dolore è il suo collante linguistico (esistenziale e inventivo): si protende verso un assoluto “scritto” che ricerca con ossessività l’evasione come “follia d’indipendenza” (così la chiama lo stesso autore).

Celine – come è stato sottolineato – non rappresenta una realtà ma l’allucinazione che la realtà provoca in lui. Usare il delirio, talvolta, è un antidoto per non impazzire: costituisce una protezione immediata, incontrollata, contro i pericoli della dissoluzione dell’io. Le sue frasi, violentemente esclamative, sembrano il soliloquio di un demente: le sue invettive, bestemmie, aggressioni linguistiche hanno una “furia” che contagiano il lettore. Scrive Celine nel suo Viaggio al termine della notte: “La verità della vita è la morte. Mi sento bene soltanto in presenza del nulla, del vuoto”[11]. La sua ossessione centrale è la morte che corrompe la vita, celando gli inferni della propria storia. Questa può divenire “narrazione”, attraverso il parlato del testo, per arginare gli interiori incubi e la dissoluzione dell’io.

Note:

[1] Extreme / le malie del perturbante, intervento ed evento espositivo, in Arte e follia, Cittadella della Salute – Auditorium, Messina 15 novembre 2002.

[2] V. Conte: Extreme / le malie del perturbante, blocco notes, Ed. Gepas, Avola 2002; Extreme Anomalia (eroticamistica), blocco notes Ed. Gepas, Avola 2003.

[3] V. Conte, Anomalie e Malie come Arte, Rosa Rossa ed., Il Raggio Verde, Lecce 2006.

[4] F. Nietzsche, Ditirambi di Dioniso, 1891; Guanda, Parma 1967; Adelphi, Milano 1977.

[5] G. Bataille, Le lacrime di Eros, Bollati Boringhieri, Torino 1995.

[6] M. Foucault, Storia della Follia (nell’età classica),1961; Rizzoli, Milano 1963.

[7] A. Rimbaud, Una stagione all’inferno, 1873; in Opere, Feltrinelli Ed., Milano 1964.

[8] F. Brenot, Geni da legare, 1997; Ed. Piemme, Casale Monferrato (AL) 1999.

[9] A. Lommel, in La funzione sciamanica, ‘Kos’ n. 15, Milano 1985.

[10] Il Primo Manifesto del Surrealismo è pubblicato per mano di A. Breton con i pittori F. Picabia e M. Ernest e con i poeti P. Eluard e R. Desmos sulla rivista ‘Revolution Surrealiste’, 1 dicembre 1924.

[11] L.F. Celine, Viaggio al termine della notte, 1932; Corbaccio, Milano 1992.

Fonte: Pagine Filosofali

Dioniso in ‘Anomalie e Malie come Arte’
Dioniso in ‘Anomalie e Malie come Arte’

Il Partito Comunista cinese e gli insegnamenti confuciani

di Giacomo Gabellini

Nel 2005, il direttore del National Bureau of Economic Research Richard B. Freeman rimarcava con visibile preoccupazione l’aumento continuo del numero delle lauree in discipline quali ingegneria e scienze naturali registrato in Cina a fronte del sempre più scarso interesse nei confronti delle materie scientifiche manifestato dagli studenti Usa, oltre che la spiccatissima tendenza al rimpatrio degli studenti cinesi formatisi negli Usa.

Ma l’aspetto su cui Freeman richiamava maggiormente l’attenzione era dato dalla straordinaria capacità della Cina di combinare elevato livello delle risorse umane e bassi costi di produzione, dando origine a un mix micidiale destinato a suo avviso a compromettere la posizione commerciale occupata dagli Stati Uniti a livello globale obbligandoli a varare complessi e onerosissimi aggiustamenti sia alla struttura economica nazionale che al loro modello di organizzazione della forza lavoro.

D’altro canto, la divisione del lavoro tra i distretti industriali di esportazione manifesta l’importanza capitale attribuita da Pechino al pieno conseguimento di quel salto tecnologico i cui costi avevano condotto l’Unione Sovietica all’estinzione, ma evidenzia anche la centralità tributata dall’apparato dirigenziale cinese alla valorizzazione delle industrie ad alta intensità di lavoro che gli Stati Uniti avevano sacrificato nell’ambito del processo di transizione alla New Economy.

Così, con l’ascesa al potere della fazione facente capo a Deng Xiaoping e Zhou Enlai verificatasi in seguito alla morte di Mao e alla liquidazione della “banda dei quattro”, la Cina diede avvio alla sua rapidissima scalata verso il vertice del potere mondiale. In particolare, la nuova dirigenza comprese che i meccanismi di accumulazione originaria non avrebbero mai potuto funzionare nell’ambito di una società socialista arretrata e priva delle fondamentali conoscenze tecnologiche.

La presa d’atto dell’impossibilità di conciliare l’incremento dei salari dei lavoratori con il rinnovamento della struttura produttiva – la Gran Bretagna era riuscita nell’impresa attingendo ai sovrapprofitti assicurati dall’impero coloniale, evidenzia Marx – indirizzò il Partito Comunista Cinese verso una svolta strategica epocale.

Il cui caposaldo fondamentale è indubbiamente costituito dalla riabilitazione del confucianesimo nella sua doppia veste di veicolo di diffusione dell’etica di massa del lavoro scientifico sia nelle fabbriche che negli uffici e di strumento di disciplina della forza lavoro. La compressione dei salari e l’assenza di uno Stato sociale propriamente detto costituivano i presupposti imprescindibili per l’accumulo di un saggio di profitto in grado di sostenere i massicci investimenti – finanziati dapprima mediante il risparmio del “ponte fiorito” – necessari all’avanzamento tecnologico del Paese e all’incremento della sua proiezione militare e strategica estera.

Allo stesso tempo, gli insegnamenti confuciani apparivano come l’unica “grande muraglia” capace di impedire che l’acquisizione della modernizzazione tecnico-scientifica intrapresa dalla Cina con l’occidentalizzazione (di cui lo stesso marxismo è una componente fondamentale) sfociasse nell’importazione dei principi dell’individualismo e del soggettivismo attorno a cui erano andate strutturandosi le società europee e statunitense. Combinando la rivalutazione mirata e “selettiva” del passato all’adozione di un approccio improntato al pragmatismo, il Partito Comunista superò il dogma maoista della “rivoluzione continua”, teso alla completa cancellazione della tradizione, per rafforzare la coesione interna e rilanciare simultaneamente l’etica del lavoro e della responsabilità.

Deng e Zhou, dal canto loro, trassero i debiti insegnamenti dal fallimento del Grande Balzo in Avanti, un progetto autarchico di socializzazione delle campagne e di industrializzazione forzata dal significato smaccatamente anti-sovietico, per concentrare gli sforzi sul consolidamento delle buone relazioni con l’Occidente instaurate dal “grande timoniere”.

L’obiettivo era quello di acquisire le tecnologie sviluppate dalle forze capitalistiche e adattarle alle necessità dello sviluppo industriale lanciato all’indomani della morte di Mao, in un’ottica di trasformazione delle imprese statali sul modello dei grandi conglomerati aziendali noti come keiretsu in Giappone e come chaebol in Corea del Sud. Ma, nota Chalmers Johnson, «il vero modello economico per la Cina continentale, sebbene ciò non sia mai stato detto esplicitamente per ovvi motivi, non è né il Giappone né la Corea del Sud, ma Taiwan».

D’altra parte, i dirigenti cinesi promossero una parziale liberalizzazione della proprietà terriera e dei sistemi dei prezzi agricoli per rilanciare la produttività delle campagne (vero e proprio cuore pulsante del potere comunista). Simultaneamente, rafforzarono il ruolo dell’Esercito di Liberazione Popolare che, dall’epoca della Lunga Marcia e passando per la Rivoluzione Culturale, si era imposto come strumento di proiezione di potenza di Pechino, di regolazione dell’equilibrio tra i fattori economici e politici interni e di controllo delle masse. Aspetti, questi ultimi, su cui si fonda il prestigio e l’autorità del Partito Comunista Cinese, intesa come avanguardia del popolo sovraordinata rispetto alla struttura statale chiamata paternalisticamente a incarnare i valori della civiltà confuciana.

Sotto la guida di Deng e Zhou, l’“esercito rosso” assunse quindi la doppia veste di organismo depositario della millenaria tradizione cinese incaricato di garantire la coesione tra le varie classi sociali, e di forza propulsiva capace di imprimere, tramite l’apporto dei suoi tecnici e ufficiali, l’accelerata decisiva al processo di industrializzazione senza richiedere sacrifici eccessivi a una popolazione già fortemente provata ed evitando di distorcere oltremodo il delicatissimo rapporto città-campagna.

Tutte e tre le modernizzazioni messe in cantiere dalla corrente riformista sulla base delle teorizzazioni formulate da Hu Yaobang e Hua Guofeng in piena Rivoluzione Culturale sarebbero dovute convergere a sostegno della quarta, riguardante le forze armate. Essa riassume le precedenti in quanto, per usare una celebre formula di Mao, “il potere riposa sulla canna del fucile”, e ne sancisce il coronamento perché eleva l’Esercito di Liberazione Popolare al rango di fattore di stabilizzazione interna fondamentale per correggere le storture che sorgono inesorabilmente durante fasi di rapida crescita economica, identificandolo allo stesso tempo come elemento imprescindibile ai fini della trasformazione della potenza militare in egemonia geoeconomica su scala globale.

Fonte: L’Antidiplomatico

Il Partito Comunista cinese e gli insegnamenti confuciani
Il Partito Comunista cinese e gli insegnamenti confuciani

Incontro Biden-Xi al G20 non c’è da essere ottimisti. Dopo la Russia il nemico Usa è la Cina

di Roberto Iannuzzi

Il tanto atteso incontro fra il presidente americano Joe Biden e il suo omologo cinese Xi Jinping ha infine avuto luogo questa settimana a margine del G20 a Bali. Il colloquio ha avuto un tono costruttivo, ma non c’è da essere ottimisti. Sebbene esso abbia posto un freno al rapido deterioramento nei rapporti fra le due superpotenze, nessun cambiamento strutturale è avvenuto fra Washington e Pechino. Ciò traspare anche dalle differenti letture ufficiali che i due paesi hanno dato dell’incontro. Molto dettagliata quella cinese, più scarna e telegrafica quella americana.

In quest’ultima si legge che gli Usa continueranno a “competere vigorosamente” con la Cina allineando gli sforzi con alleati e partner nel mondo. Biden ha tuttavia ribadito che tale competizione dovrebbe essere gestita responsabilmente e non degenerare in un conflitto. La lettura cinese ha invece sottolineato che i rapporti Usa-Cina non dovrebbero essere un gioco a somma zero, nel quale una controparte trionfa o prospera a spese dell’altra. In essa si afferma che la Cina “non ha intenzione di sfidare o rimpiazzare gli Stati Uniti”. Ma dalla versione cinese si evince anche che Pechino non si fida di Washington, in particolare per quanto riguarda Taiwan, che continua a rappresentare la prima fonte di tensione fra le due superpotenze.

Xi ha sottolineato che la questione di Taiwan è “il fondamento politico delle relazioni Cina-Usa e la prima linea rossa che non deve essere oltrepassata” nei rapporti fra i due paesi. “Chiunque tenti di dividere Taiwan dalla Cina viola gli interessi fondamentali della nazione cinese”. Xi ha aggiunto che la pace e la stabilità nello Stretto di Taiwan e l’indipendenza taiwanese “sono inconciliabili come l’acqua e il fuoco” osservando (ed evidenziando così la sfiducia cinese nella Casa Bianca) che “ci auguriamo che la controparte statunitense faccia corrispondere alle parole i fatti”.

Nel frattempo, il Congresso Usa sta discutendo un pacchetto di aiuti militari che garantirebbe annualmente a Taiwan 1 miliardo di dollari di munizioni e 2 miliardi di nuove armi (solo Israele riceve di più su base annuale). L’idea è di armare Taiwan in previsione di un’invasione cinese, così come è stato fatto con l’Ucraina. A ottobre, il comandante della marina militare Usa aveva ammonito che il Pentagono deve prepararsi alla possibilità che la Cina invada Taiwan entro il 2024.

Dal canto suo il presidente Biden, oltre a esprimere “preoccupazione” per le presunte violazioni cinesi dei diritti umani in Xinjiang, Tibet e a Hong Kong, ha anche condannato le pratiche economiche “contrarie all’economia di mercato” adottate da Pechino, che danneggerebbero “i lavoratori e le famiglie” in America e nel mondo. C’è tuttavia da osservare che, in materia di rispetto dell’economia di mercato, gli Usa recentemente non si sono particolarmente distinti, né nei confronti della Cina né riguardo al resto del mondo.

Non solo su Taiwan, ma anche in tema di mancata riduzione dei dazi e di restrizioni all’esportazione di microchip e semiconduttori, Biden si è dimostrato più “falco” di Trump, e non soltanto con Pechino. Sia il Chips and Science Act, volto a costruire un’autosufficienza americana nella fabbricazione di semiconduttori e in altre tecnologie avanzate, sia l’Inflation Reduction Act, che offre tassazione ridotta e incentivi energetici alle compagnie che investono negli Usa, hanno ricevuto aspre critiche da parte di alleati come Francia, Germania, Olanda, Giappone e Corea del Sud, perché rappresenterebbero una violazione delle regole commerciali introducendo distorsioni nel mercato.

Tali mosse equivalgono, secondo un recente editoriale dell’importante rivista Noema, letteralmente a uno smantellamento della globalizzazione costruita nei passati decenni – qualcosa di cui Trump aveva semplicemente “twittato” e che Biden starebbe davvero compiendo.

Infine, non c’è da illudersi sulla possibilità che Biden possa portare Xi dalla propria parte sul conflitto russo-ucraino. Da parte cinese vi è piena consapevolezza del fatto che siamo di fronte a una guerra Nato-Russia per procura. Lo si evince ancora una volta dalla lettura cinese dell’incontro Biden-Xi dove, oltre a esortare ad un negoziato russo-ucraino, i cinesi invocano un dialogo complessivo fra Usa, Nato ed Ue da un lato e la Russia dall’altro. Pechino è ben consapevole del fatto che, non solo la recente National Security Strategy dell’amministrazione Biden descrive la Cina come “la sfida geopolitica più consequenziale per l’America”, ma lo stesso Strategic Concept adottato a giugno dalla Nato dipinge le ambizioni cinesi come una “sfida” agli interessi occidentali. Lo stesso documento afferma che la partnership strategica fra Cina e Russia e i loro tentativi di “minare l’ordine internazionale basato su regole” vanno contro gli interessi occidentali.

Il segretario generale della Nato Jens Stoltenberg ha ammonito che far vincere la Russia in Ucraina manderebbe un messaggio sbagliato alla Cina facendo capire che con il ricorso alla bruta forza militare i regimi autoritari “possono raggiungere i loro obiettivi”. Pechino dunque sa che se Mosca dovesse cadere sarebbe la Cina a finire nel mirino occidentale.

Fonte: Il Fatto Quotidiano

Incontro Biden-Xi al G20 non c’è da essere ottimisti. Dopo la Russia il nemico Usa è la Cina
Incontro Biden-Xi al G20 non c’è da essere ottimisti. Dopo la Russia il nemico Usa è la Cina