Il ritorno della tradizione e della teologia

di Alexander Dugin

La tradizione (religione, gerarchia, famiglia) e i suoi valori sono stati rovesciati agli albori della modernità. In realtà, tutte e tre le teorie politiche sono state concepite come costruzioni ideologiche artificiali da persone che comprendono, in vari modi, la ‘morte di Dio’ (Friedrich Nietzsche), il ‘disincanto del mondo’ (Max Weber), e la ‘fine del sacro’. Questo è stato il nucleo della Nuova Era della modernità: l’uomo è venuto a sostituire Dio, la filosofia e la scienza hanno sostituito la religione, e i costrutti razionali, forti e tecnologici hanno preso il posto della Rivelazione.

Tuttavia, se il modernismo si esaurisce nella postmodernità, al tempo stesso, si conclude con esso il periodo della “teomachia” diretta. I postmoderni non sono inimici verso la religione, ma piuttosto, indifferenti. Inoltre, alcuni aspetti della religione, di norma, che riguardano le regioni infernali, la “texture demonica” dei filosofi postmodernisti sono alquanto attraenti. In ogni caso è finita l’era della persecuzione della Tradizione, anche se, seguendo la logica del post liberalismo, ciò porterà probabilmente alla creazione di una nuova pseudo-religione globale, basata sugli scarti di culti sincretici disparati, ecumeni caotici di una dilagante “tolleranza”. Mentre questa svolta di eventi è, per certi versi, ancora più terrificante dell’ateismo dogmatico e del materialismo diretto e senza complicità, l’indebolimento nella persecuzione della Fede potrebbe essere quella occasione, se i rappresentanti della Quarta Teoria Politica agiscono insistentemente e senza compromessi nel difendere gli ideali e i valori della Tradizione.

Il ritorno della tradizione e della teologia
Il ritorno della tradizione e della teologia

Economia e postmodernità. Il nuovo approccio

di Roberto Siconolfi

Il passaggio dall’età moderna a quella postmoderna si consacra anche per uno specifico passaggio del modello economico. Ma che cos’è l’economia?

L’economia è qualcosa di più del semplice fattore materiale, l’economia è produzione, e la produzione è creatività, e la creatività è genio, e il genio creativo è italico!

Economia è spirito

L’economia è ben più che economia, l’economia è “spirito”! Ma l’economia per essere spirito deve possedere delle coordinate ben precise, deve essere diretta alla più piena realizzazione dell’uomo, il quale trova la sua più profonda vocazione la quale si concretizza “anche” nell’attività economica.

Certo non può essere condotta l’attività economica (lavorare) per “pagare le bollette a fine mese”, e della serie “mi sento fortunato ad avere un lavoro che mi da mangiare”, “non mi piace il mio lavoro, ma me lo tengo stretto”, e tutti i vari modi di dire relativi ad una sbagliata concezione dell’economia e più in generale di se stessi. È il principio stesso del lavoro che infatti è sbagliato, ed è un principio tutto moderno.

Nell’antichità infatti non si santificava tale attività come nelle società moderne. L’attività lavorativa veniva vista come la mera esecuzione delle faccende utili al soddisfacimento dei propri bisogni. Non vi era nulla volto alla realizzazione di sé in ciò, attività per la quale era prevista l’azione, la vocazione, la realizzazione del proprio dharma.

Il lavoro era per chi è schiavo, per chi è schiavo dentro! Parafrasando Evola “lo schiavo non è colui che è costretto a lavorare, ma colui che concepisce la vita solo come lavoro” (2010). E dunque se inteso come realizzazione del proprio dharmal’attività economica non può essere che legata alla realizzazione delle proprie più profonde qualità naturali, ai propri talenti (nel senso cristiano del termine1).

In ciò vi è la realizzazione dell’equilibrio, dell’armonia tra individuo e comunità: donare ciò che si è, senza sforzo, come il sole dona naturalmente la sua luce!

“Sviluppare la volontà in senso verticale”, “dentro di sé”, piuttosto che cimentarsi nella produzione/possedimento di beni orizzontali, seppur atti semplicemente a sfamare i propri bisogni, e attraverso un’attività che non rappresenta se stessi.

L’impresa: la produzione come vocazione

Anche l’impresa e la figura dell’imprenditore possono essere inserite nel quadro di chi agisce secondo una propria “vocazione”. A riguardo utili sono sempre le categorie del mondo tradizionale, dove ad esempio, nell’antica India esisteva la casta dei Vaishya, ovvero quella dei produttori, alla quale si apparteneva appunto per dharma personale, così come si apparteneva alle altre caste, quella dei brahmani (sacerdoti), quella dei guerrieri (kshatriya) e quella degli schiavi da lavoro (gli shudra). E infine quella dei fuori casta (pària).

Ma un tale modello era in voga anche in altre tradizioni e modelli di organizzazione politica-statale2. È questa la qualità più profonda che va recuperata nell’azione nel mondo dell’economia e della produzione!

Produrre beni, organizzare servizi, non è semplicemente un’attività economica volta al profitto, così come concepito nelle economie di stampo capitalistico, oppure un’azione volta al benessere sociale, così come concepito nei modelli più di stampo socialista. Certo è anche questo, e il tutto si miscela a seconda dei gradi di esistenza di questo o quel modello, ma produrre è soprattutto un’arte, una vocazione, un talento, una qualità!

E sarebbe il caso di risvegliare questo di modello, questa visione dell’impresa, questa qualità profonda, “dormiente”, del mondo imprenditoriale, destandola in chi l’ha sopita dentro di sé, ed evitando di diffonderla in chi non ce l’ha, per un malinteso senso di egualitarismo. In altre parole “imprenditori si nasce, non si diventa”!

“Produrre beni, organizzare servizi, non è semplicemente un’attività economica volta al profitto oppure un’azione volta al benessere sociale. Produrre è soprattutto un’arte, una vocazione, un talento, una qualità!”

Impresa e genio creativo italico

E se imprenditori si nasce, allora probabile che anche il genio creativo italico sia innato, così come la capacità tutta italica di produrre e fare artigianato nei più svariati ambiti, di fare impresa. E questo va ben al di là della banalizzazione mercantile e di marketing relativa al “made in Italy”. 

L’Italia la patria dell’artigianato, delle corporazioni delle arti e dei mestieri, dell’oreficeria e del monile, della lavorazione della pelle e dei tessuti, delle arti e della cultura, della moda, della cucina, delle professioni più in generale.

Ed è ancora su questo che bisogna contare, anche per una rinascita in vari ambiti dei nostri territori, da quello produttivo, creativo, “culturale” in senso lato, a quello meramente “economico”, intendendo economico nella maniera sovresposta. Ed è proprio in questa fase che l’Italia può tornare a contare, “rinascendo”, a far affiorare il suo genio creativo più profondo, inscritto nel suo carattere sotterraneo, “innato”, “permanente”, volgendolo però nella nuova fase, nella nuova direzione, scrostandolo della fase precedente, “moderna”, ed entrando nel “postmoderno”.

È proprio, qui, dunque, in questi territori, secondo la geografia sacra3 baciati da particolari linee energetiche, che hanno favorito la nascita di Roma, che qualcosa di assai importante per le dinamiche storiche può nascere, o meglio rinascere, e proprio fondendo italianità, impresa ed economia al servizio dello spirito, e postmodernità e fasi di passaggio storico-epocali.

Postmodernità e femminile

Ed è proprio di un passaggio storico-epocale che si tratta, un passaggio chiarito in più occasioni anche dai nostri articoli, un passaggio che alcuni intellettuali come Michel Maffesoli non hanno esitato a definire come un ritorno del magico4, di un paganesimo di ritorno, e un ingresso verso un’epoca “femminile”, “matriarcale”.

E non sono un caso, infatti, tutta una serie di politiche, impostazioni, provvedimenti messi in atto da istituzioni quali l’Unione Europea, alcuni capi religiosi (Papa Francesco e il Dalai Lama), numerosi circoli culturali e d’élite, volti a promuovere tutta una serie di temi che hanno al centro politiche ecologiche e dei diritti delle minoranze, resilienza, pace, ecc.

Inclusione, “non violenza”, approcci alla vita a basso impatto, tutela se non addirittura “culto” di madre natura, volontà di autodeterminarsi anziché di farsi imporre scelte dalle istituzioni, ecco alcuni dei modelli, degli atteggiamenti, dei provvedimenti che risentono di una forte componente femminile anziché maschile da un punto di vista caratteriale, e spirituale inteso in un senso più profondo.

Come alla fine di un ciclo infatti, si passa dalla polarità maschile, quella +, a quella femminile, quella -, nel punto minimo della circolarità delle epoche storiche, secondo una concezione propriamente circolare e non lineare del tempo, tipica delle più importanti e antiche dottrine spirituali, d’Oriente e d’Occidente.

Economia postmoderna

In questo quadro anche la sfera economica è coinvolta! Fare economia, o meglio produrre, in base alla propria vocazione, e all’interno di questo passaggio storico-epocale comporta tutta una serie di rivisitazioni, e proprio alla luce di quanto esposto.

Un’attività economica al giorno d’oggi, dovrà dunque non presentarsi con l’ambizione classica dell’economia moderna di “penetrare il mercato”, bensì di quella dell’accogliere il mercato. Secondo un movimento inverso, che potremmo definire “femminile”, postmoderno, o che forse, se visto in maniera più complessa e alla base di quel ponte che la postmodernità rappresenta verso un qualcosa di altro, potremmo definire premoderno, e cioè basato su una logica prettamente attrattiva.

Agire sull’interno anziché sull’esterno, “autorealizzarsi”, sviluppare le potenzialità insite dentro di sé, e a livello individuale – con la manifestazione del proprio genio creativo – e a livello di gruppo – con la capacità dell’azienda di attrarre acquirenti di prodotti, supporter, e possibili collaboratori e dipendenti.

Tutto si basa dunque sulla forza, sulla “potenza” che viene da dentro, e non più sul meccanismo proiettato sull’esterno, legato più a una “violenza”, che si concretizza nell’inseguire, talvolta “tartassare” il più possibile l’acquirente o il fruitore di un prodotto o di un servizio, o stesso il collaboratore o dipendente. E dunque su questo ultimo punto, un’azienda efficace non ha dipendenti, ma collaboratori, non ha vertici monolitici, “impositivi”, ma vertici collegiali, “circolari”, include non esclude, muove su basi empatiche, o meglio “emotivamente-intelligenti”, e non più, o solo, su calcoli razionali e logiche utilitaristiche.

L’economia, o meglio il guadagno, viene visto come giusto “rientro” di un’attività ben fatta, karmicamente corretta, armonica, equilibrata, dove non si forza nessuno, né tantomeno lo si frega, ma dove il giusto impegno, la realizzazione del talento, il flusso creativo, producono inevitabilmente un ritorno in abbondanza e ricchezza e sulla base di una energia pulita, fluida, equilibrata e non derivante da sforzi o iatture di chi sostanzialmente sta facendo quello che non vuole fare o che non dovrebbe fare.

Diffondere la propria mission attraverso i media

E che cosa c’è di meglio per un’attività economica improntata non al penetrare il mercato, bensì ad attrarre a sé il mercato, se non l’uso intelligente del sistema digitale, dei media e della tecnologia-mediatica più in generale?

Proprio grazie all’uso dei social media, o anche a buone campagne di comunicazione, è possibile star li sulla scena, diffondere la propria mission, esporre i propri cataloghi di vendita, le proprie competenze, mettere in luce la propria creatività ed attrarre le persone giuste, ovvero quel segmento di mercato al quale è destinata la propria attività, la propria creazione, la propria vendita. Un’attività che non consiste dunque nell’inviare messaggi di convincimento, promozioni, o forme di pubblicità porta a porta per così dire, face to face, o meglio potremmo dire “chat per chat”.

Bensì nel potenziare la propria essenza imprenditoriale, una specie di “agire senza agire” si direbbe utilizzando un frasario legato alle dottrine orientali, ovvero non effettuare azioni “verso il mondo esterno”.

Un vero e proprio cambio di “direzione” potremmo dire, dove tutto il lavoro lo si rivolge verso l’interno, l’autorealizzazione, l’autoperfezionamento, che per certi versi esula anche dalla logica della competizione. E questo si collega ad un’altra dinamica, quella secondo la quale l’intuizione, la creazione, la produzione di un bene, di un servizio, di un prodotto, un oggetto, sono un qualcosa che appartiene esclusivamente a colui a cui è stato “donato” di poter giungere a ciò grazie alla “scintilla divina” che è dentro di noi, e che giunge dentro di noi attraverso l’istante creativo.

Di conseguenza non c’è alcuna competizione da fare! Il prodotto è tuo! È già tuo! Così come “è già tuo” dal versante dell’acquirente, il quale è attratto esattamente da quel prodotto, che è concepito proprio per lui, così come è concepita per lui tutta quella nicchia di mercato.

Centralità di sé e comunicazione

Agire sempre meglio creando, perfezionando, comunicando, ma tenendo il proprio “centro”, e spostandosi sempre meno da esso. È da questo “centro” infatti che si irradia la forza magnetica dell’azienda, del proprio brand5, il quale fa esso stesso da catalizzatore per tutti coloro ai quali è “già” destinato il tuo prodotto, e che se non è oggi o domani verranno da te. Il tutto necessita di perseveranza, “pazienza”, oltre che del continuo impegno e l’attività creativa alla luce delle caratteristiche sopraelencate.

I media, la diffusione digitale delle proprie produzioni, saranno delle vetrine e degli amplificatori di tutto ciò, degli amplificatori che seguono le loro regole, e che abbiamo più volte presentato, in particolare in ambito energetico.

Più l’attività tecnologico-mediatica e la comunicazione emanano le cariche energetiche giuste, equilibrate, “positive” – non nel senso naif tanto in voga oggi ma nel senso di non connotato da emozioni negative –, più tutto ciò si abbinerà ad un’attività economica che segue le stesse linee, e più allora la magia dei media sarà in grado di combinarsi a quella dell’economia dando i migliori risultati. È questa l’economia di spirito, è questa l’economia di spirito all’epoca della postmodernità!

Più l’attività tecnologico-mediatica e la comunicazione emanano le cariche energetiche giuste e più allora la magia dei media sarà in grado di combinarsi a quella dell’economia dando i migliori risultati.

Digitale e comunicazione: il servizio alla nuova economia

La conversione di tutto il mondo imprenditoriale all’epoca del digitale porta con sé delle novità, nonostante non tutto ancora sia stato messo a punto per questa transizione. Pensiamo solo all’Italia, terzultima in Europa per popolazione con competenze digitali almeno di base (42%), e con una quota di imprese che ha offerto formazione in ambito ICT ai propri dipendenti ferma al 16%. Infine al 25esimo posto per l’utilizzo complessivo della banda larga fissa e all’ultimo posto per l’utilizzo della banda larga mobile6.

Ma più in generale, secondo il rapporto sulle tendenze digitali del 20227, oramai molti clienti si aspettano dall’avvento del digitale delle esperienze personalizzate, e proprio grazie all’affermazione o meglio alla “ricablatura” e all’utilizzo stesso dei dati dei clienti. Secondo Ajit Sivadisan, vicepresidente Lenovo “Se non stai pensando al cliente in modo olistico, deluderai il cliente in grande stile”.

Importante è anche la personalizzazione in tempo reale come elemento di differenziazione competitivo, circa il 37% dei professionisti intervistati afferma che sistemi tecnologici scarsamente integrati rappresentano l’ostacolo principale alla personalizzazione, nonostante questo rappresenti un elemento di differenziazione competitivo. E sempre riguardo la personalizzazione è interessante vedere come ci si avvii verso il superamento dell’uso dei cookie e verso un uso più responsabile dei dati dei clienti, ma un 38% degli intervistati si dice ancora impreparato ad un futuro senza cookie.

Bibliografia

  • Brizzi S., La Via della Ricchezza. Il denaro al servizio dell’umanità, Anima Edizioni, 2017.
    Durand G, Le strutture antropologiche dell’immaginario. Introduzione all’archetipologia generale, Dedalo, 2009.
  • Evola J., Rivolta contro il mondo moderno, Conclusione, Appendice sull’«Età oscura», Edizioni Mediterranee, 2010.
  • Maffesoli M., Le réenchantement du monde. Une éthique pour notre temps. La table ronde, 2007.

Fonte: ADV Medialab

Economia e postmodernità. Il nuovo approccio
Economia e postmodernità. Il nuovo approccio

Lo spettacolo della civilizzazione moderna è finito

di Divina Filosofia

Dobbiam aver il coraggio di abbandonare il teatro in cui, come attori totalmente identificati con i nostri ruoli, continuiamo ad inscenare il finale della tragedia dei tempi attuali.

Certo, per tanto tempo, troppo forse, abbiam vissuto nel cinema del mondo, però la vita reale ci aspetta fuori dalle sale in cui si proietta la soap opera dell’evo moderno… Se qualcuno vuol continuare a vedere le repliche del film, ciò non ci riguarda…

Da parte nostra siamo decisi ad abbandonare il teatro, ed anche se l’entrata principale è stata ermeticamente chiusa dai padroni dello stabile, risoluti cercheremo le uscite di sicurezze, a costo di farle saltare in aria con la dinamite del nostro anelito alla libertà…

Lo spettacolo della civilizzazione moderna è finito.
Lo spettacolo della civilizzazione moderna è finito.

Ucraina, Russia favorevole a possibile mediazione Berlusconi

a cura di ADN Kronos

Cremlino accoglie con favore “ogni sforzo per pace”.

La Russia accoglie con favore qualsiasi sforzo per la pace, ha dichiarato il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov, commentando il possibile tentativo di mediazione dell’ex premier italiano Silvio Berlusconi, come riporta l’agenzia Ria Novosti. “Il Presidente Putin ha ripetutamente affermato che siamo sempre pronti ad accogliere qualsiasi sforzo per il mantenimento della pace e a sostenere tali sforzi”, ha affermato Peskov, precisando, in riferimento all’articolo dello Spectator in cui si sosteneva che Berlusconi avrebbe potuto attirare Putin a un tavolo delle trattative, che se c’è qualcuno da “attirare” da qualche parte, è Volodymir Zelensky.

Fonte: AdnKronos

Ucraina, Russia favorevole a possibile mediazione Berlusconi
Ucraina, Russia favorevole a possibile mediazione Berlusconi

L’attenzione dei bambini di oggi

di Carlo Brevi

Un bimbo piccolo nel passeggino totalmente assorto dal cellulare che tiene in mano: questa è l’immagine che più di ogni altra rappresenta l’essenza profonda del tempo che stiamo vivendo, in questo preciso istante.

Mettendo da parte per un momento ogni discorso etico o morale sull’opportunità dell’uso della tecnologia da parte dei piccolissimi, resta un fatto indiscutibile: messo di fronte alla possibilità di scegliere, l’infante vedrà quell’apparecchio come l’oggetto che più è in grado di attirare la sua attenzione.

Inutile ovviamente aggiungere che la stessa predilizione si riscontra anche da parte degli adulti: quello che però nel caso degli infanti genera riflessioni ancora più profonde nasce dal fatto che per i più piccoli ogni aspetto del mondo è una novità, e di conseguenza un potenziale spettacolo.

Eppure, di fronte ad uno spettacolo così vasto, il mondo virtuale vince a mani basse nel momento in cui possono decidere da soli sul dove concentrare la loro attenzione.

Ora, uno degli argomenti centrali del nostro tempo è lo studio del modo in cui il progresso della tecnologia abbia non solo mutato, ma stravolto le nostre abitudini.

Ma questo studio, essenziale, spesso trascura un aspetto altrettanto importante, che viene ancor prima: la tecnologia infatti ci ha cambiati, ma questo progresso non è piovuto dal cielo, all’improvviso.

E’ stata l’inventiva umana che da decenni non ha fatto altro che ingegnarsi per raggiungere questo obbiettivo, ovvero la creazione del mondo virtuale e dei dispositivi da cui usufruirne.

Non sono stati internet e gli smartphone a generare una mutazione delle abitudini umane: al contrario, essi sono il risultato di ciò che gli uomini hanno sempre desiderato avere tra le mani.

La loro diffusione immediata, istantanea e totalizzante, il loro imporsi nell’uso quotidiano di tutti, a prescindere dall’età, dall’istruzione e dal ceto sociale, testimoniano in maniera eclatante il fatto che l’umanità non aspettava altro da millenni che il possedere tali strumenti.

La vera domanda è quindi la seguente: perchè gli uomini bramavano con tale foga la creazione e l’accesso immediato ad un mondo virtuale?

Qui la questione si fa ulterioremente complessa.

Basterà osservare di sfuggita che l’essenza profonda dell’universo virtuale è affine alla metafisica, ne rappresenta infatti una parodia semplificata, accessibile e immediata.

Una fuga dal mondo, un togliere lo sguardo da una realtà che genera in maggior parte dolore e fatica.

Ne consegue la creazione di un mondo altro, epurato da tutto ciò che è sofferenza.

Il mondo dei cieli riflesso, ribaltato, fatto piccolo e accessibile, racchiuso dentro uno specchio.

E’ come se l’umanità non cercasse altro, da secoli.

L'attenzione dei bambini di oggi
L’attenzione dei bambini di oggi

L’illusione onirica della realtà

a cura di Divina Filosofia

A ben guardare viviamo tutti in un’illusione onirica:

quella di essere su un cammino spirituale!

Forse sono anni che leggiamo libri, discutiamo, ponderiamo concetti elevati ma… è realmente nato qualcosa di nuovo in noi?

Solo questo conta, non le belle idee immagazzinate nel nostro cervello…

La trasformazione della coscienza infatti, con la relativa perdita dell’egocentrismo, è l’unica cosa importante in un cammino di conoscenza…

Tutto il resto è mera speculazione, astrazione, sogno ed ipotesi.

Forse sognar di essere degli illuminati aggrada l’essere in un’illusione piacevole, non di meno rimane un attività onirica che non cambia lo stato effettivo dell’essere…

L'illusione onirica della realtà
L’illusione onirica della realtà

Xi Jinping punta sull’Italia per avvicinare l’Europa alla Cina

di Gianluca Zeccardo

“Nella situazione attuale è di grande importanza promuovere la stabilità e lo sviluppo a lungo termine delle relazioni Cina-Ue”, ha detto il leader cinese, auspicando un “ruolo importante” dell’Italia per una politica di Bruxelles verso la Cina “indipendente e positiva”

AGI – Italia e Cina hanno una “solida base” per la cooperazione e Pechino chiede a Roma di unirsi per affrontare le “grandi sfide” del presente. Lo ha dichiarato il presidente cinese, Xi Jinping, nel primo incontro avuto a Bali con il presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, a margine del vertice del G20 indonesiano.

Il presidente cinese, stando al comunicato diffuso da Pechino dopo l’incontro, non ha fatto riferimenti diretti alla guerra in Ucraina, citata, invece, dal presidente del Consiglio, che ha sostenuto l’importanza di evitare l’escalation e porre fine al conflitto.

Nessun riferimento è arrivato da Xi, come prevedibile, neppure al tema dei diritti umani, sollevato da Meloni. Un richiamo diretto, invece, il presidente cinese lo ha fatto ai rapporti con l’Unione Europea, citati in tutti gli incontri con i leader europei incontrati a Bali.

“Nella situazione attuale è di grande importanza promuovere la stabilità e lo sviluppo a lungo termine delle relazioni Cina-Ue”, ha detto Xi, auspicando un “ruolo importante” dell’Italia per una politica di Bruxelles verso la Cina “indipendente e positiva”, come la ha definita, echeggiando un messaggio analogo pronunciato ieri durante l’incontro con il presidente francese, Emmanuel Macron.

Pechino è pronta ad aumentare la comunicazione e il coordinamento con Roma per affrontare insieme le “grandi sfide”, ha detto Xi, citando espressamente l’economia globale. Italia e Cina devono “trovare un terreno comune pur riservando le divergenze”, è l’opinione del presidente cinese, che ha citato il successo delle iniziative dell’anno della Cultura e del Turismo Italia-Cina – “vivido testimone degli scambi amichevoli tra i due Paesi” – e comprendere le “principali preoccupazioni reciproche”, in quello che appare, invece, un velato riferimento alla questione di Taiwan.

Xi ha poi dedicato due passaggi del colloquio con Meloni ai rapporti economico-commerciali e alla cooperazione sul piano sportivo. Italia e Cina, ha detto, devono “sfruttare i punti di crescita della per la cooperazione nella produzione di fascia alta, nell’energia pulita, nell’aerospaziale e nei mercati terzi” e, con la politica di aperture di Pechino, ha aggiunto Xi, la Cina è “disposta a importare più prodotti italiani di alta qualità”. Cina e Italia, infine, devono “rafforzare gli sport su ghiaccio e neve e la cooperazione industriale”, ha scandito Xi, in vista delle Olimpiadi Invernali di Milano-Cortina 2026, le prime dopo quelle di Pechino 2022.

Fonte: AGI.COM

Xi Jinping punta sull'Italia per avvicinare l'Europa alla Cina
Xi Jinping punta sull’Italia per avvicinare l’Europa alla Cina

Il concetto di «persona» nella cultura orientale

di Massimo Ciccotti

Secondo l’uso corrente «persona» designa la realtà umana, il singolo individuo, nella sua interezza e concretezza: è tutto l’essere dell’uomo nella sua individualità che si vuol esprimere con questo nome. Come spiega lo stesso S. Tommaso il termine proviene da personare, che significa “far risonare”, “proclamare ad alta voce”:

“Sumptum est nomen personae a personando eo quod in tragoediis et comediis recitatores sibi ponebant quandam larvam ad repraesentandum illum, cuius gesta narrabant decantando”

(il nome persona è stato tratto da personare perché nelle tragedie e nelle commedie gli attori si mettevano una maschera per rappresentare colui del quale, cantando, narravano le gesta)

Storicamente la parola «persona» segna la linea di demarcazione tra la cultura pagana e la cultura cristiana. Fino all’avvento del cristianesimo non esisteva né in greco né in latino una parola per esprimere il concetto di persona, perché nella cultura classica tale concetto non esisteva: essa non riconosceva valore assoluto all’individuo in quanto tale, e faceva dipendere il suo valore essenzialmente dal ceto, dal censo, dalla razza.

La singolarità della persona, unica e irripetibile e, di conseguenza, la sostanziale eguaglianza in dignità e nobiltà di ogni esponente della specie umana, il suo valore assoluto, è una verità portata, affermata e diffusa dal cristianesimo, e fu una verità carica di un “potere sovversivo” come poche altre nella storia: man mano che essa riuscì a farsi strada e a penetrare nella cultura pagana, la trasformò profondamente, sostanzialmente, dando origine a una nuova cultura e a una nuova società: la cultura e la società che prenderanno forma nella respublica christiana del medioevo.

Nel cristianesimo il concetto di persona è diventato argomento di profonda meditazione filosofica e teologica. L’occasione di tale approfondimento la fornirono le dispute teologiche intorno ai grandi misteri della Trinità e della Incarnazione, alla cui soluzione contribuì in maniera decisiva la formulazione precisa del concetto di persona. Il primo esame approfondito di tale concetto fu compiuto da Agostino nel De Trinitate. L’obiettivo che egli persegue è quello di reperire un termine che si possa applicare distintamente al Padre, al Figlio e allo Spirito, senza incorrere da una parte nel pericolo di far di loro tre divinità e, dall’altra, nel pericolo di dissolvere la loro individualità. Agostino fa vedere che i termini “essenza e “sostanza” non possiedono questa duplice virtù, in quanto si riferiscono ad aspetti comuni a tutt’e tre i membri della Trinità. Essa compete invece al termine greco “hypostasis” e al suo equivalente latino “persona”, il quale non significa una specie, ma qualcosa di singolare e di individuale. Analogicamente, oltre che a Dio, questo termine si applica anche all’uomo: Singulus quisque homo… una persona est” (ibid. XV, q. 7, a. 11). Pertanto, per Agostino persona significa il singolo, l’individuo. Ciò attesta che nel secolo IV d. C. la parola persona aveva già acquisito un significato profondamente diverso da quello che aveva avuto nella latinità classica: non designa più una maschera ma un uomo, un individuo della specie umana.

Il merito di avere elaborato una definizione adeguata del concetto di persona spetta a Severino Boezio. In uno dei suoi opuscoli teologici egli scrive: “La persona è una sostanza individuale di natura ragionevoleDalla definizione boeziana risulta che persona non dice semplicemente individualità singola, né semplicemente natura, né semplicemente sostanza. Ma neppure l’unione di individualità, natura e sostanza fa ancora la persona; questi elementi appartengono anche a un sasso o a un gatto, che non sono persone. Per definire adeguatamente la persona occorre aggiungere ai tre elementi precedenti la differenza specifica che distingue gli uomini dagli animali, la quale consiste nella razionalità. Così si ottiene esattamente quanto ha scritto Boezio: rationalis naturae individua substantia.

Dopo questa doverosa introduzione al concetto di «persona» nel mondo occidentale, proviamo a vedere come questo concetto si è sviluppato nel mondo orientale. Lungi dal pensare che il pensiero orientale sia migliore del nostro, va tuttavia riconosciuto che nel pensiero cinese ed indiano è possibile riscontrare elementi che indicano possibilità umane non compiute dall’Occidente e che quindi possono fornire elementi di integrazione ed ampliamento del nostro modo di pensare.

Nell’induismo non esiste il concetto di Dio, cioè di un’entità personale, soprannaturale, onnipotente, sempre esistita, creatrice etc. Per l’induismo, al posto di Dio esiste una sorta di “energia” cosmica, impersonale, inconoscibile (Brahman), dalla quale si forma (per emanazione) tutto l’universo e gli uomini. Per questo non esiste, in questa concezione, il concetto di «persona», come noi lo intendiamo. Per l’induismo ognuno di noi è un’apparenza, solo un’emanazione dell’ «energia» primordiale… esistono numerosi dei, ma anche i più importanti e potenti sono emanazioni, per cui destinati a morire o meglio a fondersi nel primordiale Brahman, l’unica vera realtà. Il paradiso induista è quindi un tornare in questa «energia», non è un vivere da persona umana in una felice dimensione (come pensano le religioni monoteiste). Per l’induismo il paradiso è uno sciogliersi, come fa il fiume nel mare, in questa realtà impersonale, incosciente, sconosciuta, primordiale; non esiste quindi un rapporto vero di amore e gioia fra l’uomo e la divinità, e fra gli uomini… tutti i principi vitali, cioè gli atman (da non intendersi però come “anime”, dotate cioè di piena ed evidente autocoscienza e sentimento) confluiscono nel Brahman, perché erano di esso emanazione, da esso provenivano, esso erano.

Se guardiamo al buddhismo, vediamo che esso non si pone proprio il problema dell’esistenza di Dio: da alcuni studiosi è considerato – più che una religione – una filosofia di vita per raggiungere il Nirvana. Il Nirvana, però, non è una sorta di dimensione di estrema felicità, dove si vive con le persone care per sempre etc., ma anche qui è una dimensione dove l’entità umana viene annullata, una dimensione di estrema quiete, o meglio di azzeramento, di estinzione, dove non esiste più il dolore, ma anche dove non esiste più l’amore, la gioia, l’autocoscienza, i ricordi, la conoscenza… in sostanza dove non esiste più l’essere umano. Il buddhismo puro insegna che sentirsi «persone» (dotate cioè di propria volontà, autocoscienza, individualità ecc.) è in realtà solamente un inganno, un inganno che conduce, insieme alle varie dimensioni umane, al desiderio… quindi alla sofferenza. Lo stesso amore, anche nei casi dove viene (anzi sembrerebbe venire) elevato o sottolineato come elemento d’estremo valore, in realtà è sempre strumentale, cioè solamente utile a raggiungere quella dimensione di estinzione dove non esiste l’individualità umana, né l’amore.

Ed ora passiamo alla Cina: Il posto occupato dalla filosofia nella civiltà cinese è paragonabile a quello tenuto dalla religione nelle altre civiltà: si è soliti dire che in Cina esistono tre religioni: confucianesimo, taoismo e buddhismo. E’ vero che in tutte e tre le direzioni si sono sviluppate degli indirizzi di carattere più propriamente religioso (in senso formale ed organizzato), tuttavia bisogna tenere presente che la civiltà cinese ha il suo fondamento spirituale nell’etica e non nella religione. I cinesi non si occuparono tanto di religione perché si dedicarono alla filosofia. Secondo la tradizione cinese, la funzione della filosofia non è di aumentare la conoscenza positiva ma di elevare lo spirito, cioè tensione verso quanto sta oltre il mondo presente e attuale.

Il tema centrale della speculazione cinese è il seguente: esistono uomini di vari tipi e condizioni (politici, artisti, scienziati) e per ciascuno esiste la più alta forma di sviluppo della quale il tipo è capace. Ma quale è la più alta forma di sviluppo di cui un uomo «come uomo» (cioè come persona) è capace? Secondo i filosofi cinesi è nientemeno che quella del «saggio» e l’ideale di un saggio è l’identificazione dell’individuo con l’universo.

Ma per raggiungere questo ideale si deve necessariamente abbandonare la società e persino negare la vita? Secondo alcuni filosofi ciò è necessario: il Buddha disse che la vita stessa è la radice e la sorgente della miseria della vita; alcuni taoisti sostennero che la vita è una escrescenza, un tumore, da cui solo la morte ci libera. Queste concezioni implicano l’idea dell’abbandono del mondo (filosofie dell’altro mondo). Le varie scuole del misticismo orientale, sebbene differiscano tra loro in molti punti particolari, sottolineano tutte l’unità fondamentale dell’universo che è la caratteristica principale del loro insegnamento: l’aspirazione più elevata dei loro seguaci – siano essi indù, buddhisti, o taoisti – è quella di diventare pienamente consapevoli dell’unità e della interconnessione reciproca di tutte le cose, di trascendere la nozione di sé come individuo singolo e di identificarsi con la realtà ultima. Il raggiungimento di questa consapevolezza, chiamata «illuminazione», non solo è un atto intellettuale ma una esperienza che coinvolge l’intera persona ed è fondamentalmente di natura religiosa.

Il confucianesimo, invece, è la giustificazione razionale e l’espressione teorica del sistema sociale cinese dell’epoca. Il confucianesimo, in quanto filosofia della organizzazione sociale e quindi della vita quotidiana, pone l’accento sulle responsabilità sociali dell’uomo. La loro filosofia parla solo di valori morali e non vuole entrare nella sfera del meta-morale (filosofie di questo mondo).

Queste due correnti della filosofia cinese corrispondono più o meno al classicismo ed al romanticismo della tradizione occidentale. Il confucianesimo poiché si muove «entro i limiti della società» appare più di questo mondo del taoismo. Il taoismo, poiché si muove «al di là dei limiti della società» appare più ultramondano; negli aspetti religiosi e magici del taoismo si può infatti riscontrare la diretta influenza delle pratiche sciamaniche.

In realtà questa distinzione è solo strumentale: la filosofia cinese è di questo mondo ed insieme ultramondana. Le due correnti di pensiero, benché rivali, si completavano reciprocamente: è difficile, di fatto, fare una separazione netta tra loro: in ogni pensatore infatti, si realizza una certa compenetrazione dei due modi di vedere la realtà.

Una delle differenze più grandi tra oriente e occidente è la visione morale: la filosofia greca e la religione giudaico-cristiana sono stati i due capisaldi della tradizione occidentale: la prima ha operato inaugurando una logica disgiuntiva che ha separato il mondo del Cielo, sede d’ogni valore, da quello della Terra, dove la materia è causa d’ogni involuzione e impedimento; la seconda si è inserita con i propri dogmi creando un dualismo cosmico che ha contrapposto “la vita alla morte”, lo “spirito alla carne”, il “peccato alla redenzione”. Il pensiero giudaico-cristiano è impostato sul concetto del «peccato» come distacco, separazione dal Bene. A partire dal peccato originale, tutto il senso del percorso umano è la lotta contro il Male, per l’affermazione finale del Bene.

Niente di tutto questo in Oriente: per il pensiero cinese, «bene» e «male» sono inseparabili componenti dell’esistenza (yin/yang): sarebbe quindi inconcepibile un’azione volta alla «eliminazione» di uno dei due principi. Il Santo per i cinesi non è tanto colui che lotta contro il male per il bene, quanto quello che «si astiene dagli eccessi», che vive nel «giusto mezzo», mantenendo un grande equilibrio tra le pulsioni. Un «eccesso di bene» è altrettanto dannoso di un «eccesso di male». Per Zhuang Zi, San Francesco è da evitare come di Al Capone!

«Uccidete i santi e liberate i banditi, il mondo intero ritroverà l’ordine:

morti i santi, i banditi non sorgono più».

Ma proviamo ad approfondire le idee chiave di confucianesimo e taoismo:

Nei Dialoghi per la prima volta nella storia cinese si fa sentire la voce di qualcuno che parla «in prima persona»: la parola di Confucio è, da subito incentrata sull’uomo e sua realizzazione. Tre cose risultano essenziali nel suo insegnamento: l’apprendimento, il senso di umanità e lo spirito rituale. Per lui innanzitutto c’è l’apprendimento (xue) e il ruolo centrale che Confucio vi attribuisce corrisponde alla sua intima convinzione che la natura umana sia perfettibile. Per la prima volta in una cultura aristocratica fortemente strutturata in caste e in clan si ha una integrale considerazione dell’individuo: tale atteggiamento rappresenta una sostanziale scommessa sull’uomo ispirata ad un sostanziale ottimismo. L’apprendimento, dunque, non come un procedimento intellettuale ma come esperienza di vita: l’apprendimento è una esperienza che si pratica, che si condivide con altri, che è fonte di gioia, che trova in se stessa al propria giustificazione. L’apprendimento deve condurre non tanto alla acquisizione di contenuti intellettuali «sapere cosa», quanto allo sviluppo di nuove attitudini di carattere concreto e pratico, cioè «sapere come» (oggi diremmo «know-how»)

La finalità pratica della educazione consiste nella formazione di un uomo capace di servire la comunità sul piano politico e di diventare un «uomo di valore» sul piano morale: la responsabilità dunque dei membri della élite colta è precisamente quella di governare gli altri per il loro maggior bene. In tal modo si delinea da subito il destino «politico» dell’uomo colto che, invece di tenersi in disparte per meglio assolvere ad un ruolo di coscienza critica, avverte invece la responsabilità di impegnarsi nel processo volto ad armonizzare la società.

Per Confucio l’uomo ha una sacra missione: quella di affermare e di elevare sempre più la propria umanità. Questa missione primeggia su tutti gli altri sacri doveri, compresi quelli che si riferiscono alle potenze divine o dell’aldilà.

Poiché la famiglia è percepita come una estensione dell’individuo, lo stato come una estensione della famiglia, e poiché il principe è rispetto ai suoi sudditi ciò che un padre è rispetto ai suoi figli, non vi è soluzione di continuità tra etica e politica.

Mentre Confucio si è sempre rifiutato di affrontare il tema metafisico (un po’ come Buddha) I taoisti erano convinti che esistesse una realtà ultima, soggiacente alla molteplicità delle cose e degli eventi che osserviamo: anche se ineffabile, essi chiamarono questa realtà Dao, che significa Via. Il Dao è la via, il procedere dell’universo, l’ordine della natura. Nel suo originario significato cosmico, il Dao è la realtà ultima, indefinibile, un processo dinamico in cui tutte le cose sono immerse, che produce il flusso ininterrotto dei mutamenti delle cose.

Ma il concetto di Entità Suprema nel taoismo non si identifica con un’entità «personale», un Dio giudice, padre, padrone, che osserva il mondo dall’alto e gestisce le sorti degli uomini. Al contrario l’entità suprema taoista è «energia» pura, che pervade l’intero universo (in questo troviamo qualche analogia con l’induismo). Il «Dio» del Taoismo è il Dao, la natura stessa di cui l’uomo fa parte, il ciclo perpetuo che provoca il mutare e il divenire di tutte le cose. Secondo la tipica circolarità del pensiero orientale, tutto ciò che “esiste” (l’universo) ha origine da ciò che “non-esiste”: il “manifesto” presuppone e trova origine nel “non-manifesto” . La forma è generata dal senza forma, così come la forma porterà al senza forma. Questa “esistenza prima dell’esistenza”, questa potenzialità non ancora espressa, è indicata col termine Dao. Dao è l’inesprimibile, l’inspiegabile, è il “caos” originario, l’unità indifferenziata ma feconda, dal cui ventre nasce la vita.

Quali sono gli schemi della Via cosmica che l’uomo deve riconoscere? La principale caratteristica del Dao è la natura ciclica del suo movimento: l’idea è che nella natura tutti gli sviluppi, sia quelli del mondo fisico sia quelli delle situazioni umane, presentano configurazioni cicliche di andata e ritorno di espansione e contrazione.

Il ritorno è il movimento del Dao

La debolezza è l’efficacia del Dao

I diecimila esseri sotto il Cielo nascono dal «c’è»

E il «c’è» nasce dal «non-c’è»

(Lao Zi,40)

Questa idea fu certamente desunta dalla secolare esperienza della vita contadina, l’alternarsi del giorno e della notte, l’alternarsi delle stagioni, l’alternarsi dei cicli produttivi, ma in seguito fu assunta come regola di vita. I cinesi credono che ogni volta che una situazione si sviluppa fino alle estreme conseguenze essa sia costretta a trasformarsi nel suo opposto; «gli esseri, giunti al culmine, non possono che fare ritorno». Secondo la legge ciclica del Dao, tutto ciò che è forte, duro, superiore, è stato all’inizio debole, molle, inferiore ed è destinato a ridiventarlo.

Il procedimento di comprensione del Dao è a ritroso, «controcorrente» rispetto ad ogni procedura consueta:

Praticare lo studio è sempre più accrescersi

Praticare il dao è sempre più decrescere

Decrescere al di là del decrescere, fino ad attingere al non-agire

Non agendo, non v’è nulla che non si faccia.

(Lao Zi,48)

E’ qui l’esplicita opposizione alla via confuciana, fondata sull’apprendere che è cammini in avanti. Per il Lao Zi praticare il Dao è procedere su un cammino senza cammino per imparare a disimparare.

E’ impossibile parlare del mare ad una rana che abita in un pozzo;

Vive in uno spazio troppo limitato.

E’ impossibile parlare del ghiaccio all’insetto che vive solo d’estate;

Vive in un tempo troppo limitato.

E’ impossibile parlare del Dao ad un letterato;

è limitato dalla ristrettezza dell’insegnamento ricevuto.

(Zhuang Zi , XVII)

Secondo questa legge, non esiste crescita infinita, non esiste sviluppo illimitato, ogni cosa prima o poi ritorna da dove era venuta. In virtù di questa logica naturale, per cui ogni cosa che sale dovrà necessariamente ridiscendere, il fatto di rafforzare un nemico può al limite servire ad affrettane la caduta.

Ciò che si deve chiudere, bisogna prima aprirlo

Prima consolidare ciò che è da indebolire

Prima favorire ciò che è da distruggere

Prima dare ciò che è da prendere

Questa si chiama «visione sottile»

Il molle vince il duro, il debole vince il forte.

(Lao Zi,36)

Questa «visione sottile» è alla base della «tolleranza» taoista, che non ha niente a che vedere con l’amore cristiano né con la compassione buddhista.

Coloro che accumulano sempre più denaro per aumentare la loro ricchezza finiranno con l’essere poveri. La moderna società industriale che cerca continuamente di alzare il livello di vita e così facendo abbassa la qualità della vita per tutti i suoi membri è un esempio eloquente di questa antica saggezza cinese.

Se il Santo del Lao Zi fa il contrario di ciò che si fa abitualmente, non è per calcolo né per desiderio di distinguersi: non è allo scopo di diventare il più forte che si fa umile, ma semplicemente perché la legge naturale di tutte le cose è di andare dal basso in alto e quindi tornare alla fonte. Invece di affaticarsi a nuotare contro corrente, il Lao Zi propone di rientrare nella corrente, di lasciarsi trasportare dall’onda.

Di fatto, ogni volta che la mia azione è volontaria, ogni volta che cerca di «imporre il mio io» andando controcorrente rispetto al corso naturale delle cose, essa dipende dall’Uomo o da ciò che i taoisti chiamano wei (l’agire che forza la natura). Quando l’azione va nel senso delle cose, quando si lascia portare dalla corrente, come il nuotatore che segue il dao dell’acqua senza cercare di imporvi il suo io, essa dipende da ciò che è naturale (ossia dal Cielo o dal Dao) ed è quello che i taoisti chiamano 无为wu wei (letteralmente il «non-agire», ma meglio «l’agire che aderisce alla natura»). Tutto ciò che nell’uomo è volizione, costruzione, istituzione di distinzioni, non rappresenta che la parte periferica del suo essere: soltanto quando la lascia cadere, l’uomo ritrova il suo proprio centro. Per esemplificare il paradosso il Lao Zi fa ricorso alla metafora dell’acqua.

L’uomo del bene supremo è come l’acqua: l’acqua, benefica a tutti, di nulla è rivale.

Essa ha dimora nei bassifondi, da tutti disdegnati, ed alla Via è assai vicina.

Niente al mondo è più cedevole e più debole dell’acqua

Ma per intaccare ciò che è duro e forte, niente la supera

Niente potrebbe prenderne il posto

Che la debolezza vince la forza

E la mollezza vince la durezza

Non vi è nessuno sotto il Cielo a non saperlo

Benché nessuno lo sappia mettere in pratica.

(Lao Zi,78)

Quindi il «non-agire» non consiste nel «non far nulla» nel senso di incrociare passivamente le braccia, ma nell’astenersi da ogni azione aggressiva, diretta, intenzionale, interventista, al fine di lasciare agire l’efficacia assoluta, la potenza invisibile (de) del Dao. Il Santo è colui che «aiuta i diecimila esseri a vivere secondo la loro natura, guardandosi dall’intervenire»

Per questo, il Santo:

Non si esibisce, e perciò risplende

Non si afferma, e perciò di manifesta

Non si vanta, e perciò riesce

Non si gloria, e perciò diventa il capo

Infatti, appunto perché non lotta,

non c’è nessuno nell’impero che possa lottare contro di lui.

(Lao Zi, 22)

Mentre i confuciani esortano l’uomo ad esaltare la propria umanità, Zhuang Zi lo esorta invece a fonderla con il Dao. Il tema centrale del non-agire conduce così a quello del ritorno alla natura originaria, ritorno all’Origine, al Dao.

L’uomo vero 真人(zhenren), il Santo, è secondo Zhuang Zi, esente da qualunque preoccupazione morale, politica, o sociale, da qualsiasi inquietudine metafisica, da qualsiasi ricerca di efficienza, da qualsiasi conflitto interno o esterno, egli ha lo spirito libero e vive in perfetta unità con se stesso e con ogni cosa. La potenza del Santo è descritta più volte come invincibile, inalterabile, perché è la potenza stessa ,o «virtù» (de) del Dao.

L’utopia taoista spinge, sul piano collettivo, a tornare ad uno stato originario, anteriore alla formazione della società organizzata, esente da ogni forma di aggressione o di costrizione della società sugli individui; un mondo in cui l’assenza di morale, di leggi, di punizioni non indice gli individui ad essere a loro volta aggressivi, e in cui non vi è dunque guerra o conflitto, né spirito di competizione o volontà di dominio.

I taoisti non negano il rapporto dell’uomo con il mondo. Il Santo è colui che semplicemente riesce ad intrattenere tale rapporto senza lasciarsi «reificare dalle cose»: per Zhuang Zi si tratta di liberarsi, di svuotarsi del mondo, ma non per negarlo in nome della sua impermanenza, che è tematica squisitamente buddista. Fondendosi con il Dao, l’uomo ritrova invece il suo centro e non è più ferito da ciò che lo spirito umano considera abitualmente come sofferenza; declino, malattia, morte.

Bisogna accettare le cose, anche se sono senza valore.

Bisogna tenere conto del popolo, per vile che sia.

Bisogna eseguire il proprio compito, anche se non si è sorvegliati.

Bisogna formulare le leggi, nonostante la loro imprecisione.

Bisogna compiere i propri doveri anche se non hanno in sé nessuna attrattiva.

Amare e dispensare il proprio amore, ecco la bontà.

Vivere secondo le prescrizioni senza esserne prigionieri.

Dosare la giusta misura secondo il punto di vista elevato, ecco la virtù.

L’unità che si adatta incessantemente alle mutevoli variazioni,

ecco il Dao.

PS: se qualcuno ha avuto il dubbio, leggendo, che io propenda in maniera faziosa per il pensiero taoista … ebbene ha avuto una giusta intuizione!

14 dicembre 2021

Fonte: Viva I Ching

Il concetto di «persona» nella cultura orientale
Il concetto di «persona» nella cultura orientale

LA REALTA’ E’ INSPIEGABILE OGGETTIVAMENTE

a cura di Andrea Cecchetto

I grandi scienziati del ‘900 avevano una visuale molto aperta, e non si vergognavano di lanciarsi in speculazioni metafisiche. Essi hanno toccato con mano il fatto che la realtà è più strana di quanto sembra, e che non è spiegabile oggettivamente:

«Ad un livello molto profondo la materia e la coscienza sono completamente inseparabili e interconnesse […]. In questa visione, la mente e la materia sono due aspetti di un unico tutto e non sono più separabili di quanto non lo siano la forma e il contenuto» (David Bohm).

«Io considero la coscienza come fondamentale, e la materia un derivato della coscienza. Non possiamo andare oltre la coscienza. Tutto ciò di cui discorriamo, tutto ciò che noi consideriamo come esistente, richiede una coscienza» (Max Planck).

«La coscienza è il teatro, e precisamente l’unico teatro su cui si rappresenta tutto quanto avviene nell’Universo, il recipiente che contiene tutto, assolutamente tutto, e al di fuori del quale non esiste nulla. La sola possibilità è di accettare l’esperienza immediata che la coscienza è un singolare di cui non si conosce plurale; che esiste una sola cosa, e ciò che sembra una pluralità non è altro che una serie di aspetti differenti della stessa cosa, prodotta da un’illusione (il maya indiano)» (Erwin Schrödinger).

«La coscienza non può essere spiegata fisicamente. Perché la coscienza è assolutamente fondamentale. Non può essere spiegata in nessun altro modo» (Erwin Schrödinger).

«Gli atomi e le particelle non sono altrettanto reali (come qualsiasi fenomeno della vita quotidiana): essi formano un mondo di potenzialità o possibilità piuttosto che di cose o fatti» (Werner Karl Heisenberg).

«Tutto ciò che chiamiamo reale è fatto di cose che non possiamo considerare reali» (Niels Bohr).

«Scegli un fiore sulla Terra e stai muovendo la stella più lontana» (Paul Dirac).

«Ogni essere umano è parte di un tutto che noi chiamiamo universo, una parte limitata nel tempo e nello spazio. Ogni individuo sperimenta se stesso, i propri pensieri e sentimenti, come qualcosa che è separato dal resto: una specie di illusione ottica della coscienza. Questa distorsione diventa per noi come una prigione» (Albert Einstein).

LA REALTA' E' INSPIEGABILE OGGETTIVAMENTE
LA REALTA’ E’ INSPIEGABILE OGGETTIVAMENTE