Un’altra riflessione sul velo

di Hanieh Tarkian

Mettiamo che l’Iran modifichi le sue leggi per quanto riguarda il codice di abbigliamento (chiaramente non è questo il problema dell’Iran, come non lo è la questione del nucleare, ma facciamo un’ipotesi): le donne non dovranno più coprirsi la testa. Questo sarà sufficiente? chiaramente no, dopo si rivendicherà anche il diritto al top e alla minigonna, e quindi il bikini. Finalmente l’Iran sarà un paese dove ci si vestirà esattamente come in Occidente e così si arriverà (“finalmente!” diranno la Boldrini e tutte le femministe e gli amici di Soros ecc) a una completa “rivoluzione” dei costumi e della tradizione iraniana. Fino a quando è “accettabile” un cambiamento dei costumi?
In qualsiasi paese civile esiste un codice di abbigliamento e un codice morale, anche in Italia si parla ancora di buon costume e moralità pubblica, tuttavia l’applicazione delle norme cambia in base al cambiamento dei costumi e della sensibilità rispetto a questi temi, molto spesso proprio su spinta della propaganda mediatica, per cui si diventa sempre più “permissivi”.
Deve esserci un limite al cambiamento dei costumi? Chi lo decide? Come si stabilisce?
E se questo cambiamento non fosse veramente voluto dal popolo ma fosse imposto dalla propaganda e da determinate politiche di distruzione dell’identità di un popolo (come in parte è successo in Europa)?

Un'altra riflessione sul velo
Un’altra riflessione sul velo

DIRITTO INTERNAZIONALE E AUTODETERMINAZIONE DELLE EXCLAVE RUSSE

di Zory Petzova

Nella strategia dinamica di Putin, i referendum nelle quattro Regioni dell’Ukraina orientale per l’adesione o meno al territorio russo erano una operazione della soft-power, con la quale si è tentato di portare al compimento obbiettivi legittimi senza ulteriore spargimento di sangue, quindi sospendendo l’azione militare per spostarla nel campo del Diritto internazionale – materia giuridica volutamente sottoposta a tanti equivoci ed oscurantismo. Se i nostri esperti mediatici non fossero così dediti alla propaganda e alla disinformazione, avrebbero cercato di illuminare meglio – data l’implicazione con la geopolitica – proprio il campo del Diritto internazionale, invece di ripetere ancora il demenziale ritornello che “c’è un aggressore e un aggredito”. O come ha dichiarato Lavrov all’ultima Assemblea generale della ONU: “Invece del dialogo dobbiamo affrontare la disinformazione e le bugie dell’Occidente che minano la fiducia nelle leggi internazionali e nelle istituzioni internazionali”.

Quello che in sintesi bisogna sapere è che, quando si parla di Diritto internazionale, si intende l’insieme delle fonti contenenti norme giuridiche vincolanti su piano internazionale, di cui quelle principali in ordine cronologico sono: la Carta delle Nazioni Unite del 1945, la Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo del 1948, i Patti internazionali del 1966 su diritti civili, politici, economici, sociali e culturali, a cui si aggiungono una serie di Convenzioni regionali e internazionali su aspetti di diritto più specifici. Tali norme e principi vengono in seguito recepiti dall’Atto finale di Helsinki del 1975, il quale segna uno spartiacque molto importante: con l’Atto di Helsinki viene stabilita per la prima volta la priorità dei diritti umani e della sovranità dei soggetti originari – individuali e collettivi, quindi anche dei popoli – rispetto alla sovranità degli Stati. Tale priorità si basa sul fatto che i diritti individuali, in quanto innati e inderogabili (ius cogens), sono antecedenti e superiori agli interessi degli Stati e le loro leggi; ma altrettanto prioritari sono anche i diritti dei popoli, a maggior ragione se le aspirazioni di un popolo non dovessero coincidere con le politiche dello Stato che lo incorpora (o che lo domina dall’esterno, come nella fattispecie delle colonie), laddove per “popolo” viene intesa qualsiasi comunità umana unita da un comune patrimonio culturale (lingua, storia, tradizioni, religione) e da un comune progetto di futuro politico, la cui realizzazione comporta l’esercizio del diritto dell’autodeterminazione.

In altre parole, a partire dagli anni 80 inizia a prendere corpo un nuovo Diritto internazionale, secondo cui il principio di sovranità degli Stati e di non ingerenza negli affari interni, su cui era imperniato il vecchio Diritto internazionale, cede al principio dei diritti umani e dell’autodeterminazione dei popoli: cioè, nell’antinomia creatasi fra i due principi-guida viene stabilita una gerarchia, secondo cui i diritti attinenti alla dimensione umana, come il diritto alla vita, all’identità, all’autodeterminazione, all’eguaglianza, prevalgono sul concetto di integrità territoriale e sovranità statale armata. Al riconoscimento di questa nuova gerarchia aderiscono anche il Parlamento europeo con la Risoluzione dei diritti umani del 1989 e il Consiglio di sicurezza con la Risoluzione per l’intervento umanitario a favore dei Kurdi del 1991. C’è da aggiungere che questo primato dei diritti degli uomini e dei popoli rispetto ai diritti degli Stati viene sottoposto alle condizioni di non violenza e dell’uso di strumenti e metodi democratici, come negoziati, referendum, plebisciti, elezioni, così come al dovere di affidarsi alle autorità sovranazionali, come l’Organizzazione delle Nazioni Unite o altre istituzioni regionali, garanti dei rispettivi diritti.

In totale adesione a queste norme e condizioni sono stati eseguiti i Referendum nelle Regioni separatiste di Crimea e di Donbass nella primavera del 2014, i quali però non hanno ricevuto il riconoscimento dalla comunità internazionale delle Nazioni Unite, come è accaduto per analogia con gli ultimi referendum. Ma perché, visto che in Ukraina c’era l’aggravante di un colpo di Stato illegittimo con le consequenti repressioni e persecuzioni delle popolazioni russofone, miranti ad abolire la loro identità? Il consolidarsi del nuovo Diritto internazionale testimonia che quasi sempre la rivendicazione del diritto di autodeterminazione è dovuta ad aggressioni armate per mano dell’esercito di uno Stato, e che quasi sempre l’atteggiamento iniziale di quel Stato è la repressione dei movimenti popolari, contando sul principio di non ingerenza di Stati terzi, anche se i conflitti interni spesso diventano conflitti internazionali, come si è dimostrato anche con il caso di Ukraina. Ma a questo punto, a cosa serve un Diritto internazionale che “stravede” per i diritti delle comunità e dei popoli senza difenderli realmente? Che senso ha la sua formale esistenza e vigore giuridico se non c’è un allestimento procedurale sovranazionale e un adeguato sistema di garanzie? E a pensare, non bisogna nemmeno scoprire l’acqua calda, perché basterebbe il ricorso a referendum con osservatori internazionali indipendenti che monitorassero sulla loro regolarità. Ma forse è proprio lo strumento del referendum che le tecnocrazie occidentali temono, perché i referendum, oltre ad essere l’unica forma di democrazia diretta, danno sempre esiti inaspettati e non graditi alle élite, come è accaduto con la Brexit, o prima ancora con la non adesione della Norvegia alla UE in base al referendum del 1994 (chi sa, con i referendum, quanti paesi avrebbero aderito alla UE e all’euro?), o il referendum che intende organizzare Orban per interpellare il popolo ungherese sulle sanzioni alla Russia: qualcosa da augurare come prassi per tutti i popoli europei.

È vero che per dirimere l’escalation fra il regime di Kiev post Majdan e le Repubbliche di Donbass e Crimea sono stati stipolati gli Accordi di Minsk, ma tali accordi erano volutamente incompleti, senza clausole sanzionatorie in caso di infrazione delle norme, motivo per cui i governi ucraini li hanno prontamente infranto, nell’inerme passività degli Stati OSCE garanti dei trattati. Nonostante le evidenti lacune della diplomazia europea, nell’indomani dell’intervento russo la comunità europea (e più propriamente i suoi media) si è aggrappata alla tesi che il governo ucraino doveva difendere non solo la propria sovranità e integrità territoriale, ma anche i valori democratici occidentali, quindi meritava di essere sostenuto ed aiutato a oltranza. Una tesi doppiamente errata, prima perché contraria allo stesso Diritto internazionale che, come abbiamo visto, dà la priorità ai diritti umani violati, e non alle frontiere violate, e poi perché falsa nel giudizio di merito: un governo che usa discriminazioni e repressione sistemica verso le proprie popolazioni/minoranze non può essere considerato democratico.

In un mondo normale, le controversie fra gli Stati e le comunità al loro interno sarebbero state effettivamente gestite dall’ONU, ma nel mondo in cui ci troviamo nessun organo sovranazionale sarebbe in grado di elaborare soluzioni adeguate sotto le pressioni di uno Stato che si è proclamato egemone mondiale, e quindi al di sopra del Diritto internazionale: egemonia basata su un’incontrastabile potenza militare, sancita con il lancio delle bombe atomiche su Nagasaki e Hiroshima. Non a caso oggi la minaccia nucleare viene enfatizzata proprio dal governo americano, come una forma di reminiscente auto-confessione di intenti. Con la loro pretesa di egemonia assoluta, gli USA non solo invalidano il Diritto internazionale, sostituendolo con le regole del proprio gioco, ma creano un bizzarro paradosso: malgrado fino a qualche decennio fa vigesse il vecchio Diritto internazionale, cioè quello della sovranità armata e la difesa dei confini, gli USA hanno collezionato decine e decine di interventi negli affari interni di Stati sovrani senza alcuna autorizzazione nemmeno da parte del loro Congresso. Mentre oggi, nell’era della globalizzazione e della interdipendenza planetaria, invece di promuovere un nuovo ordine più democratico e multipolare, con nuove forme di statualità, meno territoriale e più fluida, gli USA spingono gli Stati occidentali verso il riarmo, sulla scia della paura dell’espansionismo russo, quando invece è evidente che l’intervento russo in Ukraina è stato la risposta al deficit procedurale del Diritto di autodeterminazione dei popoli, oltre che all’espansionismo minatorio della NATO.

Bisogna riconoscere che, in un mondo che idealmente si immagina senza confini, il sistema internazionale non è assolutamente preparato a gestire pacificamente i processi di autodeterminazione dei popoli (eccezion fatta per la decolonizzazione dei paesi del Terzo mondo), quindi i popoli devono o ricorrere alla hard power o lasciarsi sopprimere da regimi criminali. In realtà, il numero delle tensioni separatiste sarebbe pari e perfino superiore al numero degli Stati, con tante di quelle che nella geopolitica vengono definite “zone limitrofe di conflitto”. Ecco perché i conflitti di separatismo in Ukraina, sorti otto anni fa, per una UE saggia e politicamente autonoma sarebbero stati l’occasione storica per dimostrare alla comunità internazionale come si ottiene la ristrutturazione pacifica di una zona critica. Per la UE l’Ukraina avrebbe potuto diventare un formidabile esperimento di Diritto internazionale, una nuova figura giuridica da prendere ad esempio dal resto del mondo. Essendo cruciale dal punto di vista geografico ed essendo abitata da numerosi gruppi etnici, avrebbe potuto diventare un territorio transnazionale, il che significa un territorio fortemente federalizzato e sotto la diretta autorità di organi internazionali, ma anche una specie di patrimonio dell’umanità dal punto di vista geo-antropologico: multietnico, multirazziale, multiculturale, arcobaleno e di tutto in più, una ambasciatrice di pace per il mondo intero, con il compito principale di gestire e promuovere laboratori permanenti di multiculturalità, magari sotto la carismatica guida di un Zelensky sereno e salubre, candidato permanente a Nobel per la pace. Una trans-nazione che avrebbe beneficiato di facilitazioni economiche e commerciali, lavorando per la cooperazione fra l’Europa e l’Eurasia. Un progetto realmente possibile, nonostante possa suscitare ironia, forse perché all’obbiettivo del Nobel per la pace Zelensky ci arriverà lo stesso, per manifesto destino, percorrendo però la strada diametralmente opposta. Con l’occasione perduta di creare una Ukraina moderna e pacifica, l’Europa ha perso la possibilità di smentire se stessa, ossia il fatto di essere profondamente guerrafondaia, tristemente decadente, priva di vitalità politica e totalmente sterile di nuove idee.

DIRITTO INTERNAZIONALE E AUTODETERMINAZIONE DELLE EXCLAVE RUSSE
DIRITTO INTERNAZIONALE E AUTODETERMINAZIONE DELLE EXCLAVE RUSSE

L’EQUIVOCO SULLA TERZA ROMA

di Daniele Perra

C’è un equivoco al quale sarebbe opportuno porre fine. Il mito (più o meno sotterraneo) della Terza Roma che attribuisce a Mosca una sorta di missione universale ha storicamente avuto poca importanza per l’eurasismo (almeno per quello classico). La “translatio imperii” alla quale i vari Trubeckoj, Savickij, Jakobson, Vernadskij (e così via) facevano riferimento era il passaggio di consegne tra l’Orda d’Oro ed il Granducato di Mosca, da Gengis Khan ed i suoi eredi agli Zar di tutte le Russie. La stessa storia dell’Eurasia (uno spazio continentale autonomo, distinto dalla penisola europea e dalle regioni meridionali dell’Asia, e diviso in quattro climi – tundra, taiga, steppa e deserto – che hanno segnato in modo preciso lo sviluppo culturale e politico dei popoli in essa insediati) era interpretata come il susseguirsi del tentativo di costruire un impero unitario su tutta la sua superficie. La sua storia, insomma, è stata dettata dal confronto costante tra foresta e steppa. Dapprima, i nomadi dominarono per lungo tempo questo spazio. Successivamente, il popolo stanziale russo è riuscito a costruire una unità imperiale che, con alterne fortune, dura ancora oggi.

Dunque, la storia della Russia si inserisce in quella dell’Eurasia che si suddivide in sette ere distinte: 1) le migrazioni indoeuropee verso Occidente; 2) le migrazioni ugro-finniche; 3) il tentativo di sintesi tra foresta e steppa (con la Rus’ di Kiev ridimensionata nel suo valore storico per la debolezza strutturale); 4) scontro tra di esse; 5) la vittoria dei popoli mongoli (steppa); 6) la vittoria dei popoli stanziali (foresta); 7) l’unificazione dell’Eurasia sotto la guida russa.

È opportuno inoltre ricordare che gli eurasisti classici sostenevano l’idea che il confronto fosse in realtà una più o meno aggressiva forma di reciproca integrazione/assimilazione tra le due componenti nomade e stanziale dello spazio eurasiatico.

Inutile dire come questo approccio sia anche valso al movimento eurasista l’“accusa” di determinismo geografico alla quale era stato sottoposto anche il padre fondatore del pensiero geopolitico: il tedesco Friedrich Ratzel. Tuttavia, come per Ratzel, se è vero che clima e geografia influenzano in modo determinante i caratteri di un popolo, è altrettanto vero che crescita e sviluppo di un popolo si determinano su due linee: uno orizzontale (biologica) e l’altra verticale (politica). Lev Gumilev, dopo l’eurasismo classico, a questo proposito parlò di “passionarnost” (passionarietà); termine recentemente utilizzato da Vladimir Putin per identificare uno dei caratteri essenziali del popolo russo.

Secondo Trubcekoj, infatti, ogni cultura si fonda su valori autonomi e segue un proprio cammino. Tuttavia, può essere sospinta all’imitazione di modelli stranieri per costrizione esterna dovuta ad una conquista militare (il caso dell’Europa odierna, ed esempio), oppure per costrizione interna a causa di una sorta di complesso di inferiorità. Trubeckoj, in questo precursore del pensiero multipolare, criticava la pretesa universalità della cultura occidentale. Egli, oltre un secolo fa, sosteneva l’assoluta inconsistenza (o meglio, la sostanziale intercambiabilità) delle due principali correnti della filosofia politica occidentale: il piccolo nazionalismo e quel cosmopolitismo che in realtà interpretava come un supernazionalismo occidentale mascherato, visto che il suo obiettivo era l’occidentalizzazione globale. Se pensiamo agli attacchi che oggi Paesi come Cina, Iran (e la stessa Russia, il cui attuale sistema politico ha ancora molto di “occidentale”) subiscono da entrambi gli schieramenti politici dell’Occidente, possiamo facilmente intuire come Trubcekoj avesse sostanzialmente ragione.

L'EQUIVOCO SULLA TERZA ROMA
L’EQUIVOCO SULLA TERZA ROMA

LETTERA A PUTIN DI UN CITTADINO ITALIANO

di Maro Baco

Caro presidente Vladimir Putin,
la sua Patria non è la mia Patria, anzi a dir la verità, in questo momento io non ho Patria, visto che la mia una Italyland è una estensione geografica degli Stati Uniti.
Non comprendo bene la sua ideologia economico sociale, comunque non è la mia, che agogno ad una Repubblica socialista del tutto aliena dal liberismo capitalista, mentre la Russia ha un regime liberal conservatore.
Comunque devo riconoscere che il vostro liberalismo capitalista è alquanto difforma da quello occidentale, differenziandosi per il ruolo dello Stato che da noi invece è solo un vassallo dei poteri forti.
Di certo un “lascito” – e questo positivo – del comunismo.
Ci dividono poi tante cose sul piano storico, ma la Storia è fatta dagli uomini che la cambiano e la costruiscono.
Infine, per dirla tutta, non mi aspetto che lei un giorno, possa generosamente liberarci, magari aiutarci si, ma liberarci è un compito che spetta solo a noi.
In ogni caso lei, a prescindere dai voleri degli uomini, è la espressione di una prospettiva geopolitica Euro Asiatica, dove la Russia è Europa. E allora si che in questa prospettiva anche noi troveremmo la nostra Patria.
Una Russia che per un miracolo della Storia ha conservato culture, tradizioni e valori che noi abbiamo perduto totalmente.
La nostra Europa, infatti, è stata stravolta e dissolta da 80 anni di egemonia americana e la sua immonda way of life che oggi poi, è sfociata in un mondialismo neo radicale, la sta riducendo ad un gay pride a cielo aperto.
Lei inoltre sostiene un mondo multi polare, non globalista, in alternativa a quello unipolare che vorrebbe soffocare tutto il pianeta sotto una spaventosa dittatura finanziaria e criminale, anzi, peggio ancora, vorrebbe imporre, tramite un Grande Reset uno mutamento delle condizioni umane, una pianificazione transumana spaventosa che mira a soggiogare per sempre tutti i popoli della terra.
Lei rappresenta attualmente la nostra sola speranza che il mostro Occidentale, i banditi anglo americani e il loro strumento criminale della Nato, subendo una salutare randellata dalla Russia possano perdere la loro egemonia sul mondo. Poi come detto, toccherà a noi.
Siamo con Lei, senza se e senza ma, per la sua decisione di fermare la latrina Ucraina, burattino Atlantico, che stava per piazzare basi militare alle sue porte di casa.
Riconosciamo la sacrosanta ricongiunzione alla Russia dei territori del donbass e delle loro popolazioni russofone che erano in balia dei banditi di Kiev.
Sappiamo che Lei deve, per prima cosa, fare gli interessi della sua Patria e del suo popolo, per cui potrebbe anche essergli necessario in futuro addivenire ad un accordo con i criminali Atlantici statunitensi, ma ci auguriamo che questo non accada perché è nostro interesse che questa guerra finisca con la sconfitta netta e irreversibile dell’Occidente.
LA RUSSIA E’ OGGI UN NEMICO DEL NOSTRO NEMICO E TIRANNO, E QUINDI PER LE LEGGI BELLICHE E’ UN NOSTRO AMICO, ED E’ QUESTO QUELLO CHE CONTA.

LETTERA A PUTIN DI UN CITTADINO ITALIANO
LETTERA A PUTIN DI UN CITTADINO ITALIANO

DIO NON E’ MAI IN NULLA

di Ibn Arabi

“Sappiate che Dio non è mai in nulla, né in nulla è in Lui. Non è né dentro né fuori nulla. Nessuno può vederlo, con gli occhi della testa o… con l’occhio interiore; né nessuno può concepirlo con sensi, conoscenza, mente, intelligenza o immaginazione. Solo Lui può vedere se stesso; solo Lui può concepire se stesso. Nessuno può conoscerlo; solo Lui può conoscere se stesso. Lui vede se stesso da se stesso; si concepisce da se stesso; si conosce da se stesso. Nessun altro che Lui può vederlo. Nessun altro che Lui può conoscerlo. Ciò che lo nasconde è la Sua unicità. Nessuno tranne Lui può nasconderlo. Il velo che lo nasconde è il suo essere. “

DIO NON E' MAI IN NULLA
DIO NON E’ MAI IN NULLA

SANZIONARE UN FILOSOFO?

di Maurizio Ulisse Morelli

Volevano ucciderlo con la figlia. Non ci sono riusciti. Hanno ucciso “solo” sua figlia davanti ai suoi occhi. Hanno ammesso, per bocca della stessa CIA, che l’operazione terroristica è stata preordinata da Kyev cercando di negare ridicolmente il proprio coinvolgimento. Oggi, a nome e per conto di tutto l’Occidente, in particolare della codarda Europa, gli USA lo sanzionano. Sanzionano il filosofo, il sociologo, il geopolitico… le sue idee; e tutto questo la chiamano libertà, democrazia occidentale, giustizia, bene per l’umanità. Aleksandr Dugin non potrà più venire dall’Europa orientale (Russia) in Europa occidentale. Non potrà più venire in Italia. Pensano che immobilizzando il fisico si possa paralizzare anche lo Spirito, arrestare la traettoria delle idee. Ma le idee sono come il vento, che può farsi buriana (da Burian, il gelido vento dell’Est), tanto invisibile quanto potente e manifesto nella sua azione, fisicamente invisibile ma capace di travolgere ogni ostacolo fisico, farsi manifesto negli effetti.
C’è un detto in Russia: “Se il mondo può fare a meno della Russia, la Russia può fare a meno del mondo”. Sarebbe bene che le oligarchie occidentali questo detto se lo scolpiscano nel cervello.
E la popolazione occidentale, stuprata dalla propaganda promossa dalle sue debosciate oligarchie, oggi plaudente a tutte le nefandezze messe in campo, farebbe bene a prendere coscienza del fatto che oggi siamo ancora al momento delle battaglie diffuse: la guerra, quella vera, ancora deve emettere il suo primo vagito che potrà essere il raglio dell’asino (il logo dei dem americani) o quello del ruglio dell’orso (il logo della Russia). Vedremo, vedremo che ne viene dalle forze liberate dagli apprendisti stregoni a stelle e strisce.
Uno dei meriti di Aleksandr Dugin è quello di avere preparato attraverso la sua opera (centrale il concetto di “Soggetto radicale”) schiere di europei. Chi ha fatto proprio il pensiero di Aleksandr Dugin e che delle sanzioni oggi sorride, è pronto, come lui lo è ancor prima della prova tremenda dell’uccisione davanti ai suoi occhi della figlia. Auguro, a chi è fuori del “cerchio”, anche chi disprezzo dal profondo del cuore, di essere altrettanto pronto.

SANZIONARE UN FILOSOFO?
SANZIONARE UN FILOSOFO?

Petrolio, il colosso cinese Sinopec avvia il delisting da Londra

di Matteo Martini

Il colosso petrolifero cinese Sinopec, primo al mondo per capacità di raffinazione, ha annunciato che rimuoverà le sue azioni dalla borsa di Londra a partire da novembre, dopo averle rimosse da New York ad agosto, come anche aveva fatto PetroChina.

Il sequestro assolutamente illegale da parte dell’occidente degli asset russi ha creato un precedente tale per cui qualsiasi nazione ora teme che un domani possa toccare a lei.

Oltre alla Cina anche i paesi arabi, in modo molto più soft, stanno portando via tutti i loro asset dall’occidente.

Il tramonto dell’Occidente, e non nel modo tragico, romantico e quasi wagneriano di Spengler.

Parlare di Grande Reset ancora è veramente velleitario. L’Occidente, fatto salvo che riesca a far crollare la Russia per implosione interna come nel 1991, difficilmente potrà invertire la sua autodistruzione.

Quello che deve essere chiaro è che le élite al potere in Occidente, moriranno con esso, non avendo più nessuna colonia da sfruttare.

Petrolio, il colosso cinese Sinopec avvia il delisting da Londra
Petrolio, il colosso cinese Sinopec avvia il delisting da Londra

LA GUERRA FREDDA NON E’ MAI FINITA

a cura di Giulio Verga

“Oggi la comprensione della politica internazionale dei player globali è una sfida intellettuale che può andare veramente oltre le nostre capacità, tanti sono i fattori che la determinano. Eppure le dinamiche dello scacchiere internazionale rispondono a logiche che non sono governate dal caso. Questo testo, agile e di facile lettura, aiuta a comprendere questo scenario attraverso la lente della geopolitica, del realismo analitico, delle tradizioni dei popoli, dei loro alleati e avversari naturali. Approcciare le dinamiche del globo senza entrare nelle ragioni della politica di potenza e della distribuzione geografica, significa accettare una visione approssimativa del mondo basata sulla semplice dialettica di bene-male, democrazia-dispotismo, categorie che il mondo occidentale ha fatto molto spesso proprie. In questo senso gli autori di questo libro, tutti esperti di relazioni internazionali, ritengono che la Guerra fredda non sia mai finita perché, nella sostanza, si ripropone nelle politiche e nelle azioni delle superpotenze. Così come sono convinti che ogni singola nazione ha obiettivi e interessi dettati dalla sua posizione, dalla sua dimensione, dalla sua possibilità di controllo delle risorse e, ultimo ma non meno importante, dalla percezione del suo vicino, generata dalle tradizioni, dalle religioni e dalle identità. Una lettura che ci porterà a vedere il mondo con occhi diversi”

LA GUERRA FREDDA NON E' MAI FINITA
LA GUERRA FREDDA NON E’ MAI FINITA

La richiesta di Zelensky all’Occidente di bombardare la Russia era irresponsabile ma non credibile

di Andrew Korybko

Il portavoce presidenziale russo Peskov ha attaccato Zelensky giovedì dopo che il leader ucraino ha dichiarato al Lowy Institute australiano che l’Occidente dovrebbe lanciare un cosiddetto “attacco preventivo” contro la potenza mondiale appena restaurata per dissuaderla dall’usare armi nucleari. La posizione del Cremlino è che questo equivale a una richiesta irresponsabile di Terza Guerra Mondiale, anche se l’addetto stampa di Zelensky ha poi smentito le affermazioni del suo capo sostenendo che si stava riferendo solo a “sanzioni preventive”.

Alcuni hanno interpretato la dichiarazione del leader ucraino come se implicasse un qualche desiderio da parte del suo patrono americano, visto che ne è il mandatario. Si tratta però di una lettura imprecisa di quanto è appena accaduto, poiché non tiene conto del fatto che il suo addetto stampa ha ritrattato l’osservazione in questione. Inoltre, gli Stati Uniti potrebbero comunicare le loro intenzioni di attacco nucleare attraverso canali militari, di intelligence e/o diplomatici consolidati, invece di ricorrere a quell’ex attore mentre parla con un think tank.

Per quanto riguarda il passato di Zelensky, esso è in realtà piuttosto rilevante per comprendere ciò che molto probabilmente è appena accaduto. In quanto attore, qualcuno potrebbe essere portato a pensare che stesse semplicemente leggendo le battute che il suo mecenate americano gli aveva passato, ma un altro modo di vedere la cosa è che ha deciso di improvvisare, proprio come sono soliti fare gli attori della sua professione. In questo caso, probabilmente ha pensato che gli interessi di Kiev sarebbero stati meglio serviti da una richiesta drammatica, oppure potrebbe essersi lasciato trasportare dal momento.

In ogni caso, ci sono altre ragioni logiche, oltre a quelle già citate, per cui quasi certamente ha agito a titolo personale, senza rappresentare i suoi patroni americani. Dopo tutto, usare il leader ucraino per comunicare pubblicamente questo presunto intento a nome degli Stati Uniti durante il suo discorso a un think tank è molto più ottuso che affidarsi semplicemente ai canali stabiliti descritti in precedenza. L’unico scopo che potrebbe presumibilmente avere è quello di manipolare le percezioni del pubblico, ma questo motivo è privo di significato.

Per spiegare, l’unico impatto potenziale che avrebbe potuto avere è quello di provocare proteste su larga scala in Occidente contro la guerra per procura della NATO guidata dagli Stati Uniti contro la Russia attraverso l’Ucraina, anche se non si sono verificati sviluppi di questo tipo. In realtà, il pubblico non ha nemmeno sentito parlare di ciò che ha detto, a meno che non consumasse i media russi censurati o si imbattesse nei cosiddetti “chiarimenti” dei funzionari ucraini sulle sue affermazioni sui social media. In generale, non sembrava nemmeno che gli importasse, come era prevedibile.

Gli osservatori dovrebbero anche chiedersi perché gli Stati Uniti vogliano comunque informare il pubblico di un primo attacco nucleare contro la Russia, dal momento che tutto ciò che potrebbe fare è suscitare proteste e forse anche panico per l’apocalisse. Con tutto il rispetto per i lettori che potrebbero ritenere credibile questa teoria della messaggistica pubblica indiretta, essa non ha alcun senso dal punto di vista del soft power e degli interessi strategici dell’America, motivo per cui questa interpretazione dovrebbe essere scartata.

Non è credibile nemmeno l’irresponsabile richiesta di Zelensky. Egli non solo non è nella posizione di influenzare il processo decisionale americano in questo senso, ma non sarebbe nemmeno informato se una tale decisione fosse presa per mantenere la sicurezza operativa, considerando l’altissima probabilità che l’amministrazione presidenziale sia intercettata e/o infiltrata da spie russe (a prescindere dalla definitiva efficacia o meno di queste due tattiche fino ad ora).

Anche il New York Times ha appena citato funzionari dell’intelligence statunitense senza nome nel loro rapporto sulla conclusione che Kiev ha assassinato Darya Dugina per affermare che esistono “centri di potere in competizione all’interno del governo ucraino” tra la sua amministrazione, i militari e i servizi di sicurezza. Questo rafforza la tesi secondo cui Zelensky non sarebbe stato informato dei piani di primo attacco degli Stati Uniti contro la Russia, né tantomeno gli sarebbe stato ordinato di comunicarli indirettamente al pubblico mentre parlava con un think tank australiano.

C’è anche il fatto “scomodo” di Biden che teme che la Russia possa essere la prima a usare le armi nucleari nel conflitto ucraino, rischiando così la terza guerra mondiale, lo stesso giorno in cui Zelensky ha condiviso la sua irresponsabile osservazione. Se gli Stati Uniti intendevano davvero che il loro proxy ucraino avviasse un cambiamento nella narrazione ufficiale, passando dall’allarme sull’uso delle armi nucleari da parte della Russia al precondizionamento dell’opinione pubblica per il primo attacco che l’America potrebbe pianificare, allora Biden avrebbe dovuto basarsi su questo.

Invece, il leader americano si è aggrappato alla narrazione che è circolata nelle ultime settimane, che non è affatto accurata, poiché la Russia impiegherebbe le armi nucleari tattiche solo per autodifesa, come ultima risorsa assoluta, e non contro la NATO, a meno che non venga attaccata per prima. Per quanto riguarda il secondo scenario, la leadership globale della Grande Potenza eurasiatica nella tecnologia ipersonica significa che il cosiddetto “scudo di difesa missilistico” del suo rivale è stato neutralizzato, il che garantisce l’integrità delle capacità di secondo colpo della Russia.

Considerando queste dinamiche strategico-militari, gli Stati Uniti non potrebbero comunque cavarsela con un primo attacco contro la Russia, riducendo così drasticamente la possibilità che prendano in considerazione questa eventualità. Ricordando che lo staff di Zelensky ha ritirato la sua irresponsabile affermazione poco dopo averla pronunciata, si può tranquillamente supporre che il loro patrono americano abbia ordinato loro di farlo per dissipare qualsiasi percezione errata che egli stesse parlando a nome degli Stati Uniti, cosa che avrebbe potuto spingere la Russia a reagire in modo eccessivo.

La realtà è quindi l’opposto di quello che alcuni hanno immaginato nell’opinione pubblica. Lungi dal fungere da proxy americano quando ha fatto la sua richiesta, Zelensky ha agito a titolo personale, leggendo commenti preparati che si aspettava erroneamente di promuovere gli interessi più ampi della sua parte o improvvisando sul posto come fanno tutti gli attori dopo essersi lasciati trasportare dal loro ruolo. Il punto è che la sua richiesta di attacco nucleare, oltre ad essere irresponsabile, non era affatto credibile.

Pubblicato in partnership su One World

Traduzione a cura di Lorenzo Maria Pacini

Fonte: Idee&Azione

8 ottobre 2022

La richiesta di Zelensky all’Occidente di bombardare la Russia era irresponsabile ma non credibile
La richiesta di Zelensky all’Occidente di bombardare la Russia era irresponsabile ma non credibile

GERMANIA: IL SABOTAGGIO FERROVIARIO DI DEUTSCHE BAHN

a cura di Giorgio Bianchi

Il corrispondente per Der Spiegel Matthias Gebauer ha informato stamani che la rete ferroviaria nel Nord della Germania è andata in tilt a causa di un possibile sabotaggio. Due cavi importanti per il sistema di comunicazione (GSM-R) sarebbero stati tagliati in due diversi punti. In seguito, l’intero sistema radio interno delle ferrovie sarebbe andato fuori uso, rendendo impossibile qualsiasi contatto con i macchinisti e il personale di bordo.
Tuttavia, pare che le due interruzioni siano già state riparate. Il traffico ferroviario è ora ripreso, anche se lentamente. I passeggeri sono stati avvertiti di possibili ritardi durante la giornata.
Aggiornamento: secondo la Deutsche Bahn, l’interruzione alla linea GSM-R avvenuta stamani in due punti sulla rete ferroviaria nel Nord della Germania sarebbe stata effettivamente dovuta a un’opera di sabotaggio. Lo ha appena reso noto la rete tedesca ARD.
Tramite Giubbe Rosse.

GERMANIA: IL SABOTAGGIO FERROVIARIO DI DEUTSCHE BAHN
GERMANIA: IL SABOTAGGIO FERROVIARIO DI DEUTSCHE BAHN