Le differenti tipologie di Esseri Umani

a cura di Fiume Silente

“Ci sono tre tipi di persone: quelli che vedono, quelli che vedono quel che altri mostrano loro e quelli che non vedono affatto”. – Leonardo da Vinci

“Ci sono tre tipi di persone: quelli che fanno accadere le cose, coloro che le guardano accadere, e quelli che si chiedono cosa succede”. – Tony Robbins

“Non basta guardare, bisogna guardare con gli occhi che vogliono vedere”. – Galileo Galilei

“La visione deve essere ascoltata, piuttosto che guardata”. – Don Juan Matu

La suddivisione dell’umanità in “ilici”, “psichici” e “pneumatici” secondo lo gnosticismo

Lo gnosticismo suddivide l’essere umano in 3 categorie: “Ilici”, “Psichici”, “Pneumatici”. Tale suddivisione è stata espressa, osservando l’interagire che l’uomo ha con se stesso, con il mondo esterno e il modo di interpretarlo e la sua percezione dello spirito.

Infatti, l’uomo in vita si relaziona con la materia e il proprio corpo (ilico); con il pensiero, le sensazioni e le emozioni, quindi con la sua mente e il suo cuore (psichico); e raramente quando se ne accorge per mezzo dell’intuito, con lo spirito (pneumatico). L’essere umano, non essendo aiutato ed educato fin da piccolo a conoscersi, generalmente sviluppa in modo disequilibrato, una di queste tre caratteristiche per relazionarsi con se stesso e con il mondo, a discapito delle altre.

Secondo la tradizione gnostica antica, il grado di evoluzione dell’uomo è basato sulla capacità di percezione e il modo di relazionarsi che esso ha con la realtà interna ed esterna a se stesso.

“Ilici”

Dal greco hyle (materia, terra), sono le persone che percepiscono e si rapportano solo con la materia. Per loro esiste solo ciò che vedono e toccano. Essi sono dominati dagli istinti legati alla materia. Per loro la vita è una questione di soldi, sesso e potere… niente di più, quindi, ogni loro pensiero e azione è condizionato da questi tre elementi. A causa di questi attaccamenti alla materia, gli ilici sono sordi ad ogni richiamo della divinità. La stragrande parte dell’umanità è costituita da Ilici.

“Psichici”

Dal greco psyché (anima), sono gli uomini che percepiscono e si rapportano con il mondo attraverso la mente e il cuore (sentimento, sensazioni ed emozioni). Essi intuiscono che vi è qualcosa oltre la materia, ma sono in costante attrito tra gli istinti che li legano alla materia e la percezione dello spirito.

È grazie a questo attrito, che emergono i corpi sottili dell’uomo, il quale attraverso pratiche ed osservazioni comprende il loro funzionamento, cercando durante la vita di dominare gli istinti che lo legano alla materia, per liberarsi dagli attaccamenti. È compito dello psichico aumentare la propria vibrazione interna, sciogliendo gli attriti, gli attaccamenti e gli inganni della dualità, per diventare pneumatico e incontrare la fonte divina.

“Pneumatici”

Dal greco πνεῦμα (pneuma) che significa spirito. I pneumatici sono rari individui in contatto con la fonte divina (pleroma). Essi sono veri uomini liberi, poiché liberi da ogni condizionamento e non assoggettati a nessuna regola civile o forma di potere. I pneumatici sono uomini che hanno raggiunto l’unità e sono in contatto costante con lo spirito che permea ogni cosa, infatti, non sentono più alcuna separazione tra loro e il mondo esterno. Essi si sentono parte della totalità del creato percependola in se stessi e in ogni cosa.

Uomini senza “Io”

“Nella nostra epoca si incarna un enorme numero di persone prive di Io, che in realtà non sono esseri umani. Questa è una verità terribile. Le vediamo intorno a noi ma non sono incarnazioni di un Io, sono inseriti nell’ereditarietà fisica, ricevono un corpo eterico e un corpo astrale, sono in un certo senso interiormente equipaggiati di una coscienza arimanica. Se non li si osserva con attenzione, dall’esterno sembrano esseri umani, ma non sono esseri umani nel vero senso della parola. Questa è una verità terribile, ma è qualcosa che esiste, è una realtà.” – Rudolf Steiner

La forma energetica degli Uomini

“Don Juan aveva l’impressione che la forma energetica degli uomini continuasse a trasformarsi nel tempo. Ogni veggente di sua conoscenza, lui incluso, vedeva che gli esseri umani avevano una forma che somigliava più ad una palla o perfino ad una lapide mortuaria che ad un uovo. Ma, di tanto in tanto, e per motivi a loro ignoti, gli stregoni vedono qualcuno la cui energia è a forma di uovo. Queste persone che hanno forma d’uovo, secondo don Juan, sono più affini alle persone vissute nei tempi antichi“. Carlos Castaneda, L’Arte di Sognare

“Possiamo dire, senza alcuna esagerazione, che tutte le differenze che si notano tra gli uomini si possono riportare a differenze nei livelli di coscienza dei loro atti. Tutta la nostra visione del mondo cambia in relazione al nostro livello di consapevolezza. Più alto esso è, più la comprensione del mondo è vasta, più è basso, più essa scende fino al punto dell’identificazione, che vuol dire essere completamente focalizzati solo su una cosa; il massimo della limitazione percettiva”. – Gurdjieff

“La morte è l’ignoranza della vita: quanti uomini morti si aggirano tra i viventi”. – Pitagora

Fonte: FiumeSilente

Le differenti tipologie di Esseri Umani
Le differenti tipologie di Esseri Umani

L’Alchimia del numero tre

di Michele Perrotta

Nell’Europa del Medio Evo il concetto di “ricostruzione” dei cosiddetti “vasi”, intesi come livelli di coscienza da edificare nuovamente nell’interiorità dell’uomo, era un punto centrale dell’Ermetismo.

Attraverso varie pratiche volte all’incanalamento delle energie presenti nel corpo umano, gli alchimisti avrebbero dovuto conquistare uno stadio elevato di consapevolezza che gli avrebbe addirittura permesso di trascendere la materia e con essa tutte le leggi della fisica per mezzo della cosiddetta Opera: la creazione di un nuovo ed immortale corpo sottile, il “Corpo di Luce”.

Queste nozioni, che sono alla base della locuzione benedettina “Ora et Labora”, oltre ad essere concetti propri dell’Esoterismo cristiano, dell’Ermetismo e dell’Alchimia medievale, erano ben vive in gran parte della Mistica ebraica.

Tutte queste conoscenze misteriche, oltre ad essere presenti in diverse culture, sono un richiamo allo stato primordiale dell’essere, ovvero nel tempo in cui l’anima vagava libera e non era rivestita di un corpo grossolano, l’abito di pelle che condiziona l’esistenza nel mondo fisico e che genera sofferenza attraverso l’appagamento dei sensi.

In tutte le dottrine spiritualiste che abbiamo esaminato nel corso delle nostre ricerche possiamo trovare ancora una volta conferma, qualora ce ne fosse bisogno, che l’uomo non è solo un pezzo di carne pensante, e che Dio, nonostante i vari nomi e i vari modi di adorarlo, è UNO (UNICO), e da sempre, attraverso la Luce e la Vibrazione (suono), Egli CREA, MANTIENE e TRASFORMA ogni cosa, e noi, essendo stati creati “a Sua immagine” (nella sostanza) siamo parte integrante di Lui e non totalmente sordi al Suo richiamo.

Siamo anime spirituali che “giocano” sperimentando la vita materiale nell’esistenza terrena.

Il corpo umano stesso è una sorta di “laboratorio” in cui l’anima si rigenera per diventare una fiamma che brucia e che, consumando le scorie, si purifica e ritorna allo stato primordiale per ritornare di nuovo in sintonia con l’essenza di Dio.

La tripartizione, qualunque essa sia, a prescindere dalle varie culture, è essenziale per comprendere la natura del sé e di come Dio agisca sull’intera manifestazione cosmica.

Questo sapere esoterico legato al numero 3 è una verità universale presente in più culture.

La tripartizione presente nella metafisica indù (Creazione, Mantenimento, Distruzione) è alla base degli insegnamenti misterici ed è il modus operandi che esercita il “Divino Amore”, che i neoplatonici chiamavano Anima Mundi, in tutto il creato; il numero 3, che rimanda ai principi dei 3 Guna e alla Trimurti, è infatti presente nella Divina Commedia di Dante Alighieri composta da 3 Canti:
Inferno, Purgatorio, Paradiso e realizzata peraltro in terzine (ancora il numero 3); numero comparabile, oltre che alla Trinità (Padre, Figlio, Spirito Santo), ai seguenti concetti: nel Cristianesimo 3 sono le virtù teologali (fede, speranza e carità), mentre nell’Ebraismo 3 sono i patriarchi principali (più volte nella Bibbia il Signore Dio – YHWH si presenta come il Dio di Abramo, Isacco, Giacobbe); infine 3 sono nello Gnosticismo le tipologie di uomini (Ilici, Psichici e Pneumatici), mentre in Alchimia sono gli elementi essenziali e gli stadi per realizzare l’Opus Alchimicum, “La Grande Opera” (Zolfo, Mercurio e Sale – Nigredo, Albedo, Rubedo).

Lo Zolfo è associato all’anima, il Mercurio allo spirito, all’intelligenza e al principio femminile, mentre il Sale al corpo.

Le “nozze” in Alchimia corrispondono all’unione di due elementi fondamentali: lo Zolfo-Sole (l’anima) e il Mercurio-Luna (l’intelletto).

Contemplare l’Assoluto, tentare di comprenderlo, di capirlo, di “afferrarlo” (con la mente e con l’anima), può crear vertigini e destabilizzare l’essere sconvolgendolo, per questo motivo il mistico cerca di continuo il modo di restare sempre in contatto con Lui senza farsi appesantire o condizionare dalla materia che, come zavorra, per ovvie ragioni, costringe l’uomo comune a ritornare con i piedi per terra ogni qual volta egli riesce a svincolarsi dal qui e ora e a toccare le alte vette delle verità intelligibili.

Quando l’uomo nell’arco della propria esistenza riesce a sporgersi nelle sfere trascendentali capisce di essere parte integrante di qualcosa di inconcepibile.

Tutto ciò richiama la perfetta sintonia che esiste tra mondo celeste e mondo terrestre (legge di corrispondenza) come rimarcato nella preghiera del Pater Noster:

“Sicut in Caelo et in Terra” – “Come in Cielo così in terra”.

Queste “verità sotterranee” sono alla base dell’esoterismo e della via iniziatica e non hanno niente a che vedere con il sincretismo religioso che è ben altra cosa.

Tutte queste “scienze del sapere” furono custodite e poi trasmesse nei loro lavori da “spiriti magni” del passato.

Michele Perrotta

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Per maggiori info:

De Occulta Sapientia – Trattato sulla Via Regale e operativa della Geometria Sacra tra Scienza e Magia: https://www.amazon.it/occ…/dp/B08VLQKC8J/ref=mp_s_a_1_1…

L’Alchimia del numero tre

Il mondo visto da Samarcanda

di Daniele Perra

Non chiedere al passero come vola l’aquila”.
(Proverbio cinese)

È abbastanza facile smascherare il filoamericano che si camuffa da europeo. Egli fa uso ed abuso della parola ‘Occidente’”.
(Jean Thiriart)

Agli “occidentali”, afferma l’ex generale dell’aeronautica dell’Esercito di Liberazione Popolare cinese Qiao Liang, piace vantarsi affermando che non ci sono guerre tra “democrazie”[1]. Tale convinzione, ad onor del vero, è assai riduttiva (per non dire piuttosto banale). Di fatto, come sosteneva già negli anni ’80 del secolo scorso il “geopolitico militante” Jean Thiriart, se è vero che il grande rivale militare degli USA è la Russia, è altrettanto vero che il grande rivale economico (quello che potenzialmente rappresenta la più seria minaccia alla sua egemonia globale) è l’Europa occidentale[2].

Sulle pagine di “Eurasia” si è spesso cercato di presentare le prove (evidenti) del fatto che gli Stati Uniti non sono in guerra solo contro la Russia, ma più in generale contro l’Europa nella sua totalità (in questo contesto potrebbero rientrare anche gli attacchi/sabotaggi del 27 settembre ai corridoi energetici Nord Stream 1 e 2 avvenuti in concomitanza con l’inaugurazione di un gasdotto che collega gli ormai usurati giacimenti della Norvegia con la Polonia attraverso il Mar Baltico)[3]. In occasione dell’aggressione NATO alla Serbia, l’inversione del tasso di cambio tra euro (appena nato) e dollaro passò da 1 a 1,07 a 1 a 0,82 con un calo di oltre il 30%. Allo stesso modo, all’inizio di febbraio, nel momento di maggiore pressione ucraina contro le repubbliche separatiste del Donbass e prima dell’inizio dell’Operazione Militare Speciale, l’euro valeva 1,14 sul dollaro. Oggi (nel momento in cui si scrive) viene scambiato a 0,96 (oltre tre punti sotto la parità).

Governata da una élite politica collaborazionista pronta a fare del Vecchio Continente per gli USA ciò che era l’India per l’Impero coloniale britannico, l’Europa sembra essere condannata a rimanere bloccata in una mentalità da guerra fredda e di contrapposizione tra blocchi nell’istante in cui l’accelerazione imposta alle dinamiche geopolitiche dagli eventi (crisi pandemica e intervento diretto russo nel conflitto ucraino) sta rapidamente trasformando il sistema globale in senso multipolare.

Se, da un lato, spingere la Russia verso oriente ha (momentaneamente) separato quelli che sono stati definiti come i “due giganti a metà”, dall’altro, ha realizzato uno degli “incubi geopolitici” di Washington: la costruzione di un blocco capace di escludere gli Stati Uniti dallo spazio eurasiatico attraverso la cooperazione strategica tra Russia, Cina e Iran. Ciò ha vanificato gli sforzi di quel Henry Kissinger che dai primi anni ’70 aveva cercato (non senza successo) di separare URSS e Repubblica Popolare Cinese attirando Pechino nell’orbita geoeconomica degli Stati Uniti (come esportatrice di beni a basso costo ed importatrice di titoli di debito USA) grazie alla cosiddetta open door policy (passaggio ulteriormente facilitato dall’amministrazione Clinton con l’ingresso della Cina nell’Organizzazione Mondiale del Commercio a condizioni agevolate, salvo poi bombardare “erroneamente” l’ambasciata cinese a Belgrado per spingere il trasferimento di capitali da Hong Kong a Wall Street).

L’“idillio” sino-americano, nell’ottica neoliberista occidentale, avrebbe dovuto trasformare la Cina nello snodo manifatturiero globale, a condizione che il divario tecnologico e militare tra Washington e Pechino rimanesse inalterato e che la bilancia commerciale non pendesse troppo verso Oriente.

Al contrario, la crescita economica della Cina (che si è tradotta anche in maggiori spese militari), aumentandone il potere relativo (soprattutto in termini di proiezione di influenza), l’ha resa un rivale diretto degli Stati Uniti. Va da sé che, come ha dimostrato John J. Mearsheimer, tale rivalità non ha nulla a che fare con l’aspetto ideologico. Il politologo statunitense, infatti, nel sesto capitolo del suo fondamentale testo La tragedia delle grandi potenze (2001), riporta l’esempio dell’Italia nella prima metà del XX secolo dimostrando come i governi liberali prefascisti fossero non meno aggressivi di quello guidato da Benito Mussolini[4]. Di conseguenza, uno scontro con gli interessi francesi e britannici nell’area mediterranea o mediorientale sarebbe stato comunque inevitabile (l’Italia, ad esempio, già dalla metà degli anni ’20, nel momento in cui lo Stato non aveva ancora assunto un carattere totalitario, aveva già iniziato a fornire sostegno militare all’Imamato zaydita dello Yemen contro la penetrazione coloniale britannica ad Aden)[5].

Allo stesso modo, Unione Europea, Russia e Cina, che siano democratiche o autoritarie, liberali o stataliste in campo economico, poco conta. Rappresentano comunque una minaccia nel momento in cui la loro accresciuta potenza (militare o economica, o entrambe) mette a rischio il sistema globale fondato sull’egemonia nordamericana all’interno delle istituzioni internazionali (BM e FMI in primo luogo) e sul potere del dollaro come valuta di riferimento negli scambi commerciali.

Se l’Unione Europea, ostaggio della sua stessa classe dirigente e dell’Alleanza Atlantica, ha ridotte possibilità di manovra per sfuggire alla morsa “occidentale” (nonostante alcuni tentativi di “isolarla” dal resto dell’Eurasia come il TTIP siano andati falliti), Cina e Russia stanno costruendo le fondamenta per un nuovo ordine che renda inefficaci gli sforzi occidentali per il “contenimento” della loro espansione.

A questo proposito, non si può dimenticare che nel XIX secolo la Gran Bretagna combatté le cosiddette “guerre dell’oppio” proprio per tenere la Cina fuori dal commercio marittimo. Dunque, la volontà attuale del Partito Comunista Cinese, ben sintetizzata dal discorso del Presidente Xi Jinping all’incontro dell’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai (nota con l’acronimo inglese SCO) svoltosi a Samarcanda (14-16 settembre 2022), si pone anche come nuova espressione di risorgimento nazionale a fronte di quel periodo buio della storia cinese (a cavallo tra metà Ottocento e metà Novecento) che in Cina rimane conosciuto come “il secolo delle umiliazioni” e dei “Trattati ineguali”.

Nel suo discorso, Xi, oltre ai consueti riferimenti storici alla Via della Seta come fonte di ispirazione per l’interazione culturale e commerciale pacifica tra i Paesi che hanno abbracciato il progetto e la SCO, si è concentrato su alcuni punti cruciali per lo sviluppo dei programmi di integrazione eurasiatica. In primo luogo ha sottolineato la necessità per i membri della stessa Organizzazione di Shanghai di agire in comunità di intenti per vanificare i tentativi di ingerenza esterna nei loro affari interni. Il Presidente cinese, in questo senso, ha parlato espressamente dei tentativi di creare “rivoluzioni colorate” che minano la stabilità regionale[6].

Non c’è da stupirsi se, nel momento in cui Tehran ha aderito ufficialmente alla SCO, un’ondata di proteste (più o meno veementi, più o meno spontanee) si è diffusa nell’intero Paese con modalità che ricordano i processi di destabilizzazione sostenuti dall’Occidente in altri teatri (dai Paesi ex sovietici al Medio Oriente) ed anche nello stesso Iran (si pensi al cosiddetto “Movimento Verde” del 2009 nato dopo la rielezione di Mahmud Ahmadinejad), con la sostanziale differenza che la Repubblica Islamica (nonostante la crisi indotta dal regime sanzionatorio trumpista) sembra avere ancora gli anticorpi e le strutture per affrontare simili sfide (alle quali si aggiungono le spinte disgregatrici operate da alcuni gruppi apertamente appoggiati dai servizi spionistici nordamericani e israeliani soprattutto nel Kurdistan, nelle aree al confine con l’Azerbaigian e nel Belucistan, dove, già dai primi anni ’80, gruppi separatisti operavano sotto la supervisione dell’Iraq di Saddam Hussein in chiave sia antiraniana sia antipakistana).

Xi, inoltre, ha concentrato le sue attenzioni sull’Afghanistan (presente al vertice come Paese richiedente lo status di socio di dialogo della SCO). Kabul, infatti, agli occhi del Presidente cinese risulta centrale nel progetto di interconnessione continentale dopo il ritiro degli Stati Uniti. Tuttavia, è fondamentale che l’Afghanistan costruisca una struttura politica ampia ed inclusiva che possa rimuovere in ogni modo il terreno che alimenta il terrorismo e mette a rischio l’intera regione dell’Asia centrale[7]. La lotta dei Talebani contro il sedicente “Stato islamico” (ISIS-Khorasan) e lo sforzo per l’eradicazione della coltura del papavero da oppio (al quale, ad onor del vero, già il Mullah Omar a cavallo tra la fine degli anni ’90 ed il 2000 aveva cercato di porre rimedio per guadagnare consensi nella “comunità internazionale”), dopo il ventennio di occupazione occidentale in cui la produzione di droga non solo non è diminuita ma è aumentata in modo esponenziale (dai 70.000 ettari coltivati a papavero nel 2001 si è passati ai 300,000 del 2017)[8], rappresentano in questo senso un evidente segno della positiva volontà afghana verso la cooperazione con i Paesi vicini (indispensabile nel momento in cui gli Stati Uniti, nel silenzio generale, hanno congelato oltre 9 miliardi di dollari che i governi fantoccio filooccidentali avevano trasferito negli istituti di credito nordamericani).

Non meno rilevanti sono stati i riferimenti di Xi Jinping alla costruzione di un sistema di pagamenti internazionali nelle rispettive valute locali che acceleri il processo di dedollarizzazione delle economie eurasiatiche e favorisca la prossima creazione di una banca di sviluppo interna alla SCO.

Questo passaggio è estremamente importante, visto che l’Organizzazione di Shanghai coinvolge il 40% della popolazione mondiale, ¼ del PIL globale, si estende sulla più grande massa continentale al mondo ed al suo interno sono presenti ben quattro potenze nucleari (Cina, India, Pakistan e Russia). Numeri che aumentano ulteriormente se alla SCO si collega il sistema BRICS.

Paradossalmente, il regime sanzionatorio imposto alla Russia a seguito dell’Operazione Militare Speciale, lungi dal riaffermare l’unipolarismo (se si esclude il controllo nordamericano sull’Europa), ha accelerato il percorso multipolare. Di fatto, “l’impossibilità di avvalersi dei circuiti VISA e Mastercard, dovuto alle sanzioni ha indotto Mosca ad utilizzare i cinesi Huawei Pay e Union Pay, e restituito nuovo slancio al progetto messo in cantiere dai BRICS nel 2015, consistente nella creazione di un proprio sistema unico di pagamenti transnazionale (Brics Pay) che consente l’impiego delle rispettive monete nazionali come base diretta di scambio per i pagamenti esterni, evitando l’intermediazione del dollaro e quindi il necessario transito attraverso banche statunitensi”[9]. E ancora: “Interconnettendo i sistemi di pagamento (Elo brasiliano, Mir russo, RuPay indiano e Union Pay cinese; il Sud Africa non possiede una propria infrastruttura), Brics Pay si candida a soppiantare gradualmente i circuiti VISA e Mastercard nel quadrante asiatico (dove Union Pay ha superato VISA già dal 2015, in termini di operazioni complessive, ridimensionando drasticamente il potere di ricatto di Washington […] Analogamente, l’estromissione da SWIFT penalizza gli istituti di credito russi, ma smaschera la strumentalità di quello che si configura come il principale sistema di regolazione dei pagamenti internazionali alle logiche di potere euro-atlantista, con il risultato di rafforzare la tendenza alla ricerca di soluzioni alternative”[10]. Soluzioni riscontrabili nell’utilizzo e nel potenziamento (o addirittura unificazione) dei già esistenti canali CIPS – Cross-Border International Payment System (Cina), SPFS – System for Transfer of Financial Messages (Russia), UPI – Unified Payment Interface (India).

In conclusione, Xi ha elogiato lo spirito di Shanghai, sempre più forte e saldo dopo vent’anni. Esso è racchiuso in cinque punti che rappresentano al contempo i pilastri del nuovo sistema multipolare e di quello che Russia e Cina hanno identificato come il processo di “democratizzazione” delle relazioni internazionale. I cinque punti sono:

  1. Fiducia politica. Guidati dalla visione di forgiare un’amicizia duratura e la pace tra gli Stati membri della SCO, rispettiamo i reciproci interessi fondamentali e la scelta del percorso di sviluppo di ciascuno, e ci sosteniamo a vicenda nel raggiungimento della pace, della stabilità, dello sviluppo e del ringiovanimento.
  2. Cooperazione vantaggiosa per tutti. Soddisfiamo gli interessi reciproci, rimaniamo fedeli al principio di consultazione e cooperazione per vantaggi condivisi, rafforziamo la sinergia tra le nostre rispettive strategie di sviluppo e seguiamo il percorso della cooperazione vantaggiosa per tutti verso la prosperità comune.
  3. Uguaglianza tra le Nazioni. Ci impegniamo a rispettare il principio di uguaglianza tra tutti i Paesi indipendentemente dalle loro dimensioni, il principio del processo decisionale basato sul consenso e il principio dell’affrontare i problemi attraverso consultazioni amichevoli. Rifiutiamo la pratica della coercizione del grande e forte ai danni del piccolo e debole.
  4. Apertura e inclusione. Sosteniamo la convivenza armoniosa e l’apprendimento reciproco tra diversi Paesi, Nazioni e culture, il dialogo tra le civiltà e la ricerca di un terreno comune accantonando le differenze. Siamo pronti a stabilire partnership e sviluppare una cooperazione vantaggiosa per tutti con altri Paesi e organismi internazionali che condividono la nostra visione.
  5. Equità e giustizia. Ci impegniamo a rispettare gli scopi ed i principi della Carta delle Nazioni Unite; affrontiamo le principali questioni internazionali sulla base dei loro meriti e ci opponiamo al perseguimento della propria agenda a discapito dei legittimi diritti e interessi di altri Paesi[11].

L’elencazione dei cinque punti che costituiscono lo “spirito di Shanghai” nel discorso di Xi Jinping e la scelta di Samarcanda (“perla della Via della Seta”) come destinazione del primo viaggio ufficiale all’estero del Presidente cinese dopo l’inizio della pandemia di Covid 19 hanno sicuramente un forte valore culturale e simbolico. Xi Jinping, in primo luogo, ha voluto inviare un chiaro messaggio strategico ai tentativi statunitensi di accerchiare la Cina sottolineando la capacità di proiezione terrestre (e non solo marittima) della Nuova Via della Seta, che si presenta come progetto complementare alle strategie di sviluppo nazionale dei Paesi membri e dialoganti con la SCO.

In secondo luogo, ha voluto inviare un chiaro messaggio agli stessi membri e soci di dialogo della SCO i cui interessi confliggenti sono sfociati nell’aperto confronto bellico (non senza l’intromissione occidentale). Questo è il caso del confronto tra Armenia e Azerbaigian (conflitto nel quale è già direttamente coinvolta la Turchia, socio dialogante della SCO, come principale fornitore di appoggio militare a Baku e che potrebbe potenzialmente impegnare anche l’Iran), delle tensioni tra Tagikistan e Afghanistan e, più recentemente, dello scontro Tagikistan e Kirghizistan, con quest’ultimo attraversato da quel corridoio ferroviario Cina-Kirghizistan-Uzbekistan che rappresenta uno snodo cruciale per la Nuova Via della Seta, visto che consentirebbe, una volta ultimato, di arrivare sia in Medio Oriente (via Afghanistan), sia in Europa (attraverso Iran e Turchia) con notevole anticipo rispetto alla già esistente linea che attraversa il Kazakistan.

In questo contesto si inserisce anche la posizione ufficiale della Cina sul conflitto in Ucraina, rimasta (con poche differenze sostanziali) la medesima dal 2014 ad oggi: “La parte cinese mantiene una posizione obiettiva ed equa sulla questione ucraina, insiste nel rispetto dell’indipendenza, della sovranità e dell’integrità territoriale dell’Ucraina, si oppone a qualsiasi forza esterna che interferisce negli affari interni dell’Ucraina e sostiene la risoluzione del problema ucraino politicamente in modo pacifico. Riteniamo che la soluzione definitiva alla crisi ucraina consista nel mantenere due equilibri, vale a dire, comprendere l’equilibrio tra gli interessi di diverse regioni e diverse nazionalità in Ucraina, raggiungere l’equilibrio delle relazioni con la Russia e l’Europa, al fine di non rendere l’Ucraina un avamposto di confronto, ma piuttosto un ponte per la comunicazione tra est ed ovest”[12].

Questo spiegherebbe anche la malcelata insoddisfazione di Pechino per la scelta russa di intervenire direttamente nel conflitto, soprattutto alla luce dei reiterati tentativi nordamericani di sfruttarlo come arma per intensificare la propaganda dello scontro fra blocchi contrapposti e mettere in ginocchio il tessuto industriale europeo. La Cina, infatti, non ha alcun particolare interesse nell’assistere alla recessione economica della zona euro. Così come non ha alcun interesse ad una (pur momentanea) cesura geografica tra Russia ed Europa (o ad una ulteriore spirale bellica dagli esiti potenzialmente nefasti) nel momento in cui il controllo russo sullo strategico porto di Mariupol apre importanti scenari di utilizzo dell’infrastruttura e del gigantesco complesso industriale Azovstal (non a caso gli azoviti, con contorno di civili come scudi umani, hanno scelto di asserragliarsi proprio lì, consapevoli del fatto che Mosca non avrebbe cercato di distruggere completamente l’area) come strumenti di interconnessione nord-sud ed ovest-est del continente.

In ottica russa, il vertice di Samarcanda ha avuto il merito di riportare in auge la tradizionale impostazione strategica di Mosca, che guarda all’Oriente ed al mondo islamico quando l’Europa le volta le spalle. Prima ancora di personalità come il teorico del “comunismo nazionale islamico” Mirza Sultan Galiev (1892-1940), il “marxista atipico” Karl Radek (che invitò al Congresso postrivoluzionario dei Popoli Orientali quell’Enver Pascia che si unì alla rivolta dei “basmaci” anziché contribuire a placarla)[13], e degli esponenti dell’eurasiatismo classico, tale impostazione era stata fatta propria da Ismail Bej Gaspir Ali (1851-1914). Quest’ultimo, tataro di Crimea e figura centrale del movimento noto come “giadidismo” (da usul-i-jadid, “nuovo metodo”), volto alla diffusione della cultura scientifica moderna tra i popoli musulmani dello spazio imperiale russo, al pari di Konstantin Leont’ev, riteneva che Mosca avrebbe dovuto seguire una politica di alleanza con Paesi come la Turchia e la Persia, che sarebbe stata reciprocamente vantaggiosa. La Russia avrebbe guadagnato il tanto agognato accesso ai “mari caldi”, mentre Turchia e Persia sarebbero riuscite a liberarsi dal soffocante abbraccio europeo che cercava continuamente di metterle l’una contro l’altra e alternativamente in diretto confronto con la stessa Russia. “Un’alleanza tra lo zar bianco e il califfo dell’Islam – affermava Ismail Bej “Gasprinskij” – rimescolerebbe completamente le carte che da tre secoli in Europa sono abituati a giocare”[14].

Oggi come allora, solo attraverso una sempre più stretta cooperazione tra realtà politico-culturali estremamente differenti (come quelle presenti all’interno della SCO o dei BRICS) può rendere possibile il superamento dell’approccio occidentale alle relazioni internazionali fondato sulla politica del divide et impera.


NOTE

[1]Qiao Liang, L’arco dell’Impero con la Cina e gli Stati Uniti alle estremità, LEG Edizioni, Gorizia 2021, p. 112.

[2]J. Thiriart, L’impero euro-sovietico da Vladivostok a Dublino, Edizioni all’insegna del Veltro, Parma 2018, p. 54.

[3]Le perdite di gas sono state segnalate nei pressi dell’isola danese di Bornholm, nel Mar Baltico. Il governo federale tedesco ritiene possibile che i gasdotti Nord Stream siano stati danneggiati da attacchi”. Si veda Fuga di gas da Nord Stream 1 e 2: ribolle in mare. Operatore della rete: “Danni a 3 linee off shore”, 27 settembre 2022, www.rainews.it. É bene altresì chiarire che, qualora si trattasse di un’operazione di intelligence coadiuvata dalla NATO, si tratterebbe dell’attacco diretto della stessa agli interessi vitali di un Paese membro sebbene, al momento, il Nord Stream 1 sia fuori uso per manutenzione ed il 2 non sia mai entrato in attività.

[4]J. J. Mearsheimer, The tragedy of great powers politics, Northon e Company, New York 2014, p. 171.

[5]F. Sabahi, Storia dello Yemen, Mondadori, Milano-Torino 2010, p. 36.

[6]Vertice di Samarcanda: il discorso di Xi Jinping (trad. Giulio Chinappi), www.cese-m.eu.

[7]Ibidem.

[8]N. Piro, La narrazione dell’oppio afghano è sbagliata, proviamo a riscriverlawww.nicopiro.it.

[9]G. Gabellini, 1991-2022. Ucraina. Il mondo al bivio. Origini, responsabilità, prospettive, Arianna Editrice, Bologna 2022, p. 250.

[10]Ibidem, pp. 250-251.

[11]Vertice di Samarcanda: il discorso di Xi Jinping, ivi cit.

[12]AA.VV., Interpretazione della filosofia diplomatica cinese nella Nuova Era, Anteo Edizioni, Cavriago 2021, p. 33.

[13]Niente affatto vittima, a differenza di molti suoi compagni di Partito, di un pregiudizio antiorientale, Radek disse dal palco del Congresso: “Compagni, noi facciamo appello allo spirito combattivo che in passato ha animato le genti dell’Oriente quando, guidate da grandi conquistatori, marciarono sull’Europa […] Noi sappiamo, compagni, che i nostri nemici ci accuseranno di aver evocato la figura di Gengis Khan e dei califfi dell’Islam […] e quando i capitalisti europei affermano che questa è la minaccia di una nuova barbarie, di una nuova invasione unna, noi rispondiamo loro: Viva l’Oriente Rosso!” (in C. Mutti, Introduzione a N. S. Trubeckoj, L’eredità di Gengis Khan, S.E.B., Milano 2005). Obiettivo di Karl Radek era quello di creare un’alleanza tra il bolscevismo russo ed i nazionalismi tedesco e turco contro il nemico comune: l’imperialismo britannico. Per questo invitò a Baku Enver Pascià, già esponente dei Giovani Turchi e Ministro della Guerra ottomano negli anni della Prima Guerra Mondiale. I bolscevichi sperarono, tramite il suo aiuto, di porre fine alla ribellione dei basmaci (“briganti”) ereditata dalla Russia zarista e scoppiata a seguito dell’imposizione della coscrizione obbligatoria per le popolazioni musulmane dell’Asia centrale. Tuttavia, una volta giunto a Bukhara, Enver Pascia si unì alla rivolta e ne assunse la guida con il titolo di “Comandante in campo di tutti gli eserciti musulmani, genero del califfo e rappresentante del Profeta”. Sfruttando la diffusione di sentimenti panislamici e panturchi, la sua idea era quella di creare un unico enorme Stato musulmano comprendente tutta l’Asia centrale, oltre all’Iran ed all’Afghanistan. Il suo progetto ebbe comunque vita breve. Enver Pascià morì in battaglia nel 1922, mentre la rivolta andò lentamente ad affievolirsi fino a scomparire del tutto negli anni Trenta.

[14]G. R. Capisani, I nuovi Khan. Popoli e Stati nell’Asia centrale desovietizzata, BEM, Milano 2007, p. 94

Fonte: EurasiaRivista

Il mondo visto da Samarcanda
Il mondo visto da Samarcanda

L’ATTACCO MEDIATICO CONTRO L’IRAN

di Aldo Braccio

La morte della giovane Mahsa Amini – avvenuta in circostanze tuttora non chiare – ha costituito l’”occasione perfetta” per innescare un attacco su larga scala contro la Repubblica Islamica dell’Iran. Un attacco quanto mai ipocrita e pretestuoso, che ha dato il via a una serie di manifestazioni – non molto partecipate, per la verità, ma sapientemente riprese e amplificate dai media occidentali, che le hanno artatamente confuse con altre, legittime rivendicazioni di carattere economico – e di vere e proprie aggressioni e atti di guerriglia urbana, con morti e feriti fra civili coinvolti e agenti dell’ordine.

Chiariamo subito, a proposito della morte della giovane, che affermare l’inattendibilità della commissione di inchiesta nominata dalle istituzioni iraniane, perché “di parte”, è veramente assurdo, poiché è preciso interesse dello Stato iraniano precisare le modalità dell’accaduto; quello che danneggerebbe “il regime” sarebbe soltanto nascondere o trascurare il caso. Al momento, la diffusione del video con le immagini drammatiche di quanto successo sembra accreditare l’ipotesi del malore, piaccia o no a giornalisti e intellettuali occidentali; aspettiamo comunque di saperne di più, come giustamente si aspetta la famiglia della giovane.

Dicevamo di occasione perfetta del caso Amini: infatti oltre che donna, giovane e senza velo la stessa era curda, e ciò ha immediatamente favorito la simpatia di una parte dell’opinione pubblica occidentale. Tale simpatia indotta corrisponde in realtà a un preciso e importante ruolo affidato dagli atlantisti ai Curdi: contribuire in nome del separatismo curdo alla balcanizzazione del Vicino Oriente, attaccando la sovranità di ben quattro Stati: Iran, Iraq, Turchia e Siria.

Gli Iraniani conoscono perfettamente tale strategia, che si muove parallela alle accuse sui “diritti umani” e alla non conformità agli “standard occidentali”. Essa è da anni presente particolarmente nelle analisi e negli studi del Center for Strategic and International Studies, il pensatoio nato nel 1962 attraverso il quale intellettuali decisivi come Kissinger e Brzezinski hanno indirizzato la politica estera statunitense; pensatoio la cui presidenza è oggi affidata a Thomas Pritzker, miliardario ed erede di un’illustre famiglia ebreo-ucraina. In particolare nel 2019 il CSIS ha insistito nel caldeggiare l’utilizzazione dei Curdi iraniani in funzione anti-Repubblica Islamica, per spezzare la continuità territoriale e ideale fra Tehran e i suoi alleati, incluso Hezbollah. Questa strategia atlantista si combina perfettamente con quella israeliana, che si appoggia da decenni sulla notoria presenza del Mossad nel nord dell’Iraq e si prefigge la disintegrazione dell’Iraq stesso e dell’Iran rivoluzionario, o quanto meno intende crear loro seri problemi.

È da ricordare che fin dal 1979 si manifestò la prima ribellione armata dei Curdi separatisti (talvolta nominalmente autonomisti) contro lo Stato sorto dalla Rivoluzione Islamica: protagonisti i sedicenti socialdemocratici/marxisti di Komala, la cui pugnalata alle spalle della Repubblica Islamica costò – a fine 1982 – migliaia di morti. Nei decenni successivi si aggiunsero i gruppi terroristi dipendenti dal PDKI (Partito Democratico del Kurdistan Iraniano, in curdo HDKA) e del PJAK (Partito della Libertà Curdo), quest’ultimo affiliato al turco PKK, cosicché si contarono altri attentati con centinaia di vittime. Sebbene la maggioranza dei Curdi iraniani sia pacifica e rispettosa dell’ordinamento della Repubblica Islamica (che riconosce l’identità e i diritti delle minoranze etniche e religiose), la fazione armata sostenuta con armi e addestramento da Israeliani e Statunitensi continua a svolgere il compito assegnatole in vista della destabilizzazione dello Stato e della nazione iraniana. Si ricordi, fra l’altro, che Morteza Esfandiari, rappresentante del PDKI negli USA, sollecitò nel 2016 ulteriori contributi finanziari “agli amici Statunitensi per promuovere la democrazia in Iran”.

Venendo ai giorni nostri, l’agenzia iraniana Tasnim K denunciato la presenza di gruppi armati e di enormi carichi di armi consegnati ai Curdi iraniani nei centri prossimi al confine con l’Iran; i guerriglieri dipenderebbero dalle organizzazioni Komala e PDK, le cui basi nell’Iraq settentrionale sono state di conseguenza colpite nei giorni scorsi dalle forze di terra del Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche con l’obiettivo di garantire una sicurezza duratura; e non solo alle frontiere, ma, considerato il massiccio coinvolgimento occidentale tramite le organizzazioni terroristiche, anche all’interno dei confini nazionali. Quanto all’evolversi della situazione, non dubitiamo che questa ennesima provocazione antiiraniana sarà contenuta: le imponenti manifestazioni popolari a sostegno della Rivoluzione Islamica avvenute a Tehran, a Qom, a Mashhad, ad Ahwaz e in altre città lo fanno presumere, così come le parole e le ammissioni di un editorialista israeliano, Ehud Yazarı, il quale su Channel 12 Arab Affaires ha rilevato che “le autorità iraniane sono riuscite a sedare l’ondata di proteste, che per dimensioni e forza sono molto calate”.

Fonte: EurasiaRivista

L’ATTACCO MEDIATICO CONTRO L’IRAN
L’ATTACCO MEDIATICO CONTRO L’IRAN

Il vampirismo energetico non è affatto un’attività innocua

da “Просто жить”

“…Una persona che “ruba” l’energia di qualcun altro non solo ne prende una parte, ma danneggia anche l’involucro della vittima, il che può portare a problemi di salute”, avverte il ricercatore, esperto di psicologia e bioenergetica, scrittore Sergei Lazarev.

Secondo Lazarev, il numero di persone che “rubano” l’energia altrui è in aumento nel mondo moderno. Non si trovano solo tra i conoscenti. Alcune persone vivono per anni con i vampiri sotto lo stesso tetto. Da questo quartiere l’uomo comincia a struggersi, ad andare dai medici, ma non trova mai la vera causa dei propri disturbi.

Perché una persona inizia a prendere l’energia degli altri?

Secondo il ricercatore, se una persona si occupa solo del suo corpo, rifiutando i sentimenti superiori e l’unità con il mondo, porta al blocco completo dei canali energetici che collegano questa persona con il Cosmo. Una persona del genere non può più ricevere energia attraverso questi canali. Resta solo una cosa da fare: sottrarla alla gente. Come si fa a riconoscere una persona che cerca di fare il pieno di energia a spese degli altri?

Secondo Sergey Lazarev, il primo segno di un vampiro energetico è l’egoismo. Queste persone tengono costantemente gli altri in sospeso, poiché perseguono sempre i propri interessi e sono solite raggiungere i propri obiettivi a spese degli altri.

Le persone che “rubano” energia sono riconoscibili:

“Parlano a lungo con voi di nulla, infastidendovi. Quando una persona vi fa continuamente pressione per avere pietà, quando vi controlla costantemente con la scusa di prendersi cura di voi, quando cerca di umiliarvi, rendervi dipendenti, anche questo è vampirismo. Una persona che succhia l’energia di un’altra persona, escogita diversi modi per soggiogare l’altra persona. Perché è più difficile sottrarre energia a un pari. È più facile farlo quando si assoggetta qualcuno a se stessi”.

Come comportarsi con le persone che “rubano” l’energia?

La prima cosa da fare, secondo Sergey Lazarev, se sentite che qualcuno sta cercando di sottrarvi energia, è essere onesti. E chiedete direttamente al vostro interlocutore: “Mi stai per caso vampirizzando?”. Se è così, quella persona non “ruberà” più la vostra energia.

In secondo luogo, con queste persone non si può essere cerimoniosi, ha detto Sergei Lazarev. Cosa fare, ad esempio, se non è la prima volta che la stessa persona cerca di umiliarvi per sottrarvi, consapevolmente o meno, la vostra energia, e poi vi chiede perdono per il suo gesto? All’interno si può perdonare una persona del genere almeno cinquecento volte, ma all’esterno l’autore del reato deve essere avvertito una o due volte e poi si deve interrompere la comunicazione con lui/lei.

Cioè, dovete imparare a essere morbidi dentro e duri fuori allo stesso tempo, se la situazione lo richiede. Questa è la libertà interiore, secondo Sergey Lazarev.

Libertà interiore: questa è una delle regole principali della vittoria sul vampiro. Ma la libertà interiore arriva a una persona solo quando l’anima, lo sviluppo morale, l’amore e altri sentimenti superiori vengono prima di tutto. Tutta l’aggressività diretta a quella persona passa attraverso di essa al Cosmo. Se una persona pensa solo al suo corpo, l’aggressività rimane in lei.”

Il vampirismo energetico non è affatto un'attività innocua
Il vampirismo energetico non è affatto un’attività innocua

Un secondo da mezzanotte

di Hyppolite Beaudrault

I referendum organizzati questo fine settimana nel Donbass sono una vera svolta nella cosiddetta “guerra ucraina”. Nessuno dubita dei risultati. Come fa una popolazione di lingua russa a cui kyiv ha vietato l’uso della propria lingua materna, anche nell’educazione dei propri figli, ma soprattutto che da otto anni subisce le estorsioni dei battaglioni di rappresaglia neonazisti e i bombardamenti quotidiani, come potrebbe allora questa popolazione non dichiararsi favorevole all’adesione alla Russia. Quello che alcuni chiamano “ritorno a casa”.

Poiché la Duma di Stato ha già annunciato che chiederà al presidente Vladimir Putin di ratificare i risultati, il Donbass diventerà territorio russo.

D’altra parte, la Russia ha annunciato una mobilitazione limitata per rafforzare il suo esercito sul fronte occidentale. Va notato di passaggio che questa mobilitazione mira a reclutare 300.000 uomini, ovvero l’1,2% della capacità massima di mobilitazione del Paese, che è di 25 milioni di uomini. Tutto è dunque pronto per un confronto tra Russia e Nato sostenuto dagli Stati Uniti. Non è un segreto che attualmente la guerra va avanti solo grazie al sostegno dell’“Occidente collettivo”. In effetti, l’Ucraina aveva già perso, alla fine di luglio, tutte le sue armi di fabbricazione sovietica e metà dei suoi soldati. Quale Paese potrebbe continuare la lotta da solo in queste condizioni? La situazione sul campo, Donbass ancora ucraino o indipendente, a seconda dei punti di vista.

Tra pochi giorni gli Stati Uniti e i suoi vassalli dell’Unione Europea si troveranno di fronte al seguente dilemma:

continuare le operazioni volte a schiacciare le forze russe che si proiettano sul territorio dell’Ucraina, il che corrisponderebbe, come spiega Scott Ritter nel suo ultimo articolo, a riconoscere, se non la legittimità, almeno la realtà dell’incorporazione Donbass e Sud ucraino territori della Federazione Russa. Oppure,
continuare a sostenere l’attuale politica del governo ucraino e dei suoi alleati occidentali che mira a espellere la Russia dal Donbass e dalla Crimea, il che significherebbe ora attaccare la Russia. Sarebbe quindi guerra con la Russia.
Dal canto suo, la Russia si considera già in guerra con l’”Occidente collettivo”, come ha dichiarato il ministro della Difesa russo Sergei Shoigu nel suo discorso dopo l’annuncio della parziale mobilitazione da parte di Vladimir Putin. “Non stiamo parlando solo di armi, consegnate in grandi quantità, ma anche di sistemi di comunicazione, sistemi di elaborazione delle informazioni, sistemi di ricognizione e sistemi di intelligence satellitare”.

Tutto ciò mostra chiaramente che la Russia non si considera più in guerra con l’Ucraina, ma con la NATO e l’“Occidente collettivo” che usa l’Ucraina. Il presidente russo ha spiegato non meno chiaramente cosa accadrà che se l’avversario attaccherà l’integrità della Federazione Russa (di cui ora il Donbass farà parte), “se l’integrità territoriale del nostro Paese è minacciata, useremo tutti i mezzi a nostra disposizione per difendere la Russia e il nostro popolo”. Un ovvio riferimento all’arsenale nucleare russo e alla dottrina per l’uso di questa forza. E Vladimir Putin ha aggiunto: “Non è un bluff”. Ma tutti sanno che Vladimir Putin non ha mai bluffato.

Ci troviamo quindi, grazie alla disperata caparbietà degli Stati Uniti a mantenere la loro egemonia sul mondo e alla stupidità (o debolezza, o incompetenza, o cecità, o corruzione, scegliete) dei “leader” europei, ad un secondo mezzanotte dell’”Orologio dell’Apocalisse”.

Traduzione a cura di Luciano Lago

Fonte: Idee&Azione

27 settembre 2022

Un secondo da mezzanotte
Un secondo da mezzanotte

Follow the money. Perché i dati Istat di ieri escludono che sono stati i russi

di Pasquale Cicalese

Visto che dicono che sono stati i russi ad auto-attaccarsi i loro gasdotti, vi invito a leggere il comunicato di ieri dell’Istat sul commercio extra Ue riferito al mese di agosto.

“Deficit commerciale circa 6 miliardi, contro surplus di 1,8 miliardi dell’anno passato. Deficit energetico mese di agosto circa 10 miliardi di euro, solo agosto. Import dagli Stati Uniti, è 123% anno su anno.”

Tenete conto che da decenni l’import dagli Usa è roba di 3, massimo 7% di crescita, visto che non hanno quasi nulla. E’ importazione di gas naturale e petrolio americano, oltre che grano. Follow the money. Vi invito nei prossimi mesi ad analizzare l’import dagli Usa, in particolare da novembre in poi, i cui dati saranno resi noti a gennaio.

Ora, leggete Corriere e Repubblica, se avete voglia di esser presi per i fondelli.

Follow the money. Perché i dati Istat di ieri escludono che sono stati i russi
Follow the money. Perché i dati Istat di ieri escludono che sono stati i russi

Indipendenza dal gas russo nel 2025, ma ecco cosa serve: l’analisi di Eni

di Alberto Celletti

Roma, 28 set – L’indipendenza dal gas russo potrebbe arrivare non prima del 2025. Questo è ciò che dichiara Eni, come riportato dall’Agi.

L’indipendenza dal gas russo secondo Eni
A parlare è Claudio Descalzi, amministratore delegato di Eni. Grazie alle forniture di Algeria (“ha più che raddoppiato il suo contributo”), potrebbe arrivare l’indipendenza dal gas russo. Ma ci potrebbe volere tanto, perché Paesi come Qatar, Egitto, Nigeria, Angola, Indonesia, Mozambico e Congo, con i quali la stessa Eni sta attualmente trattando, “devono portare un contributo che ci porterà nel giro di due anni e mezzo, nell’inverno 2024-25 a esser completamente indipendenti” dalla Russia. La prima mossa devono essere i rigassificatori, vista l’impossibilità di costruire gasdotti. Quelli italiani, in questo momento, sono tutti occupati.

Secondo Descalzi nel 2022 “dovremmo avere gas addizionale per 9,7-10 miliardi di metri cubi, di cui 2,4 miliardi vengono dal gas naturale liquefatto, che però sono accomodabili nei rigassificatori esistenti”.Numero che salità a 17,6 miliardi di metri cubi nel 2023-2024, di cui circa 7 miliardi saranno di gas liquefatto. La stagione del “recupero” dovrebbe essere quella che culmina nell’inverno 2024-2025, quando si arriverà a 22 miliardi di metri cubi di gas, di cui 9,2 miliardi liquefatto.

Infrastrutture diversificate e meno burocrazia
Serviranno molte infrastrutture nuove, ma anche diversificate. Non solo diffusione geografica, dice Descalzi, ma varie tipologie estrattive e di trasformazione. E soprattutto, snellire il più possibile la burocrazia: “Il sistema infrastrutturale non nasce come un fungo da solo, ma tutto deve essere pianificato per avere quantità in eccesso, che non fanno altro che tenere basso il prezzo”, sostiene l’ad. Poi la sviolinata alle rinnovabili, su cui per Descalzi occorre assolutamente puntare, perché eolico e solare sono fonti “che devono essere fatte”. In ogni caso, “ora serve assolutamente gas a buon prezzo. E per questo serve una ridondanza delle infrastrutture e delle sorgenti”.

Quanto alla decarbonizzazione di Eni, per Descalzi “non c’è nessun pericolo. Proprio perché c’è una mancanza di gas stiamo accelerando su tutte le tematiche che sono alternative al gas, come le raffinerie, la circolarità, che vuol dire utilizzare meno idrocarburi, quindi sia nei polimeri, nella chimica, nella trasformazione, in cui abbiamo già la tecnologia. Questo deve essere accelerato perché ci libera da una risorsa di cui facciamo fatica ad approvvigionarci e che costa molto cara”.

Fonte: PrimatoNazionale

Indipendenza dal gas russo nel 2025, ma ecco cosa serve: l’analisi di Eni
Indipendenza dal gas russo nel 2025, ma ecco cosa serve: l’analisi di Eni

Etruschi: antica cultura di amore e morte, tra istinto e valori

di Andrea Bonazza

Roma, 27 set – “TourismA – il Salone dell’Archeologia e del Turismo culturale” in programma questo fine settimana a Firenze e giunto alla sua VIII edizione, quest’anno ripropone un importante argomento molto caro al mondo antico. Amore e morte. Due elementi da sempre tanto distanti quanto vicini fra loro, soprattutto nella cultura etrusca. L’evento organizzato dalla rivista “Archeologia Viva”, porterà al Palazzo dei Congressi di Firenze un eterno amore del II secolo a.C., rimasto custodito nella tomba etrusca di Vel Cai Carcu e di sua moglie Thana Caia Prucui. La tomba venne rinvenuta nel 1963 a Ponticello di Campo, in provincia di Perugia e, oggi, grazie agli studi dell’etruscologa Maria Angela Turchetti, l’iscrizione incisa sul sarcofago della donna etrusca rivelerebbe particolari davvero straordinari.

L’eterno amore di Vel e Thana
Tanto per cominciare, il numero 91 sulla tomba di Thana indicherebbe l’avanzata età della donna al momento della sua morte. In genere siamo abituati a pensare che, in antichità, le aspettative di vita degli uomini erano assai ridotte, morendo intorno al mezzo secolo di età. Questo necrologio etrusco, invece, così come in altri reperti archeologici, rivela eccezioni ben diverse dai luoghi comuni della scienza moderna. Il fatto poi che venne sepolta in un’urna diversa da quella del marito, potrebbe indicare che morì parecchi anni dopo il coniuge. Nelle lapidi sepolcrali i due sposi sono raffigurati in dolce posizione amorevole. “La posizione avvicinata tra le due urne – commenta Turchetti – l’abbraccio raffigurato su quella del marito e l’età di morte avanzata di lei, ci suggeriscono che lei scelse di rimanergli fedele fino alla fine dei suoi giorni“. Anche questo fatto è a dir poco eccezionale considerando il sapere comune sulla società etrusca che ci hanno fornito gli storici. La donna etrusca godeva infatti di un’emancipazione tale da essere rispettata e venerata nella società. Una donna madre, saggia ma indipendente, sì! Ma alla quale era anche concesso rifarsi una vita dopo la separazione dal marito. Cosa, quest’ultima, che la vecchia Thana non sembrò volere; portando l’amore nella morte e rimanendo fedele al marito fino all’ultimo respiro, come nelle più belle favole e storie, reali, che questi anni Duemila hanno seppellito frettolosamente.

Amore e morte negli Etruschi
Ma nella misteriosa e affascinante civiltà etrusca, amore e morte hanno un ruolo costante e dominante. In Etruria, infatti, moltissime tombe raffigurano coppie, momenti amorosi e persino scene sessuali. La famiglia, così come l’amore, aveva dunque un ruolo centrale nella società etrusca. La coppia era vista prima di tutto come unione sentimentale, legata da vero amore, che permetteva crescita e continuità generazionale alla famiglia e al popolo stesso. Varie raffigurazioni a sfondo sessuale dipinte o incise però su alcune tombe etrusche, potrebbero ingannevolmente far pensare il contrario. Interpretato da alcuni come momento di mero svago, in realtà il sesso, per ciò che ne sappiamo potrebbe aver avuto in Etruria un significato tutt’altro che così scontato; arrivando a fondersi con sacri rituali ancestrali. Il fatto che, oggi, tali raffigurazioni possono apparirci volgari o irrispettose verso i defunti, non significa che duemila anni fa fosse stato così. Il retaggio culturale cristiano ha infatti influito non poco nei costumi della nostra civiltà, cancellando dalla memoria storica le più antiche tradizioni politeiste, anche in termine di amore e morte. Da quanto però è emerso grazie a scavi e sepolture, i nostri antenati sembravano non nutrire imbarazzo o vergogna per certi tabù sessuali. Nemmeno nell’Oltretomba.

Il Sarcofago degli Sposi di Cerveteri
Conservato al Museo di Villa Giulia, a Roma, il Sarcofago degli Sposi è un capolavoro del VI secolo a.C. rinvenuto alla necropoli della Banditaccia di Cerveteri. Scolpita su questa famosa tomba, gli sposi sono distesi aristocraticamente sulla kline, il letto utilizzato dagli Etruschi durante i banchetti. Il sarcofago di Cerveteri viene spesso ripreso a dimostrazione della parità dei sessi in Etruria, in quanto la donna presenziava al pari del marito ai banchetti ufficiali. In realtà, però, più che materializzare improbabili lotte di genere dell’antichità, la scultura rappresenta il paterfamilias e la materfamilias, che ricoprono un ruolo preciso e fondamentale nella società. Altre raffigurazioni di questo genere si trovano oggi scolpite sui reperti del Louvre di Parigi e del Museo di Cerveteri, oppure affrescate sulla Tomba dei Leopardi di Tarquinia.

Larth e Thanchvil – Arnth e Ramtha
Altri due famosi sarcofagi etruschi di epoca ellenistica, rinvenuti a Vulci ma oggi conservati al Museum of Fine Arts di Boston, raffigurano coppie di sposi su coperchi in travertino. Delle due coppie, una è di anziani e una di giovani. I più giovani, Larth e Thanchvil, sono abbracciati l’uno di fronte all’altro, fissandosi con passione per l’eternità. A differenza del sarcofago degli sposi di Cerveteri, qui i due non si mostrano alla società, mantenendo un atteggiamento più intimo, amorevole e naturale. I più anziani, Arnth e Ramtha, sono invece immortalati in un infinito abbraccio coniugale, ma senza traccia di sensualità. Il loro sguardo è quello dell’intesa di chi ha passato una vita insieme e non ha più bisogno del sesso per sentirsi unito all’altro.

La tomba della fustigazione di Tarquinia
Altri straordinari esempi di amore e morte li troviamo poi a Tarquinia, alla Necropoli dei Monterozzi. Qui, la Tomba della Fustigazione e la Tomba dei Tori, esprimono le scene più erotiche dell’intera arte etrusca. La Tomba della Fustigazione è così chiamata a causa del suo menage a trois. Viene raffigurato un atto sessuale in cui la donna, centrale, viene posseduta da dietro da un uomo che la fustiga con una verga, mentre pratica una fellatio ad un altro uomo davanti a lei. Una seconda raffigurazione riporta una donna in piedi, posseduta davanti e dietro da due uomini. Questi strani simbolismi, che oggi potremmo tranquillamente definire “pornografici”, continuano a sollevare interrogativi sul perchè si trovino in un contesto che, in teoria, dovrebbe essere triste e rispettoso come la morte. Ovviamente ipotesi ce ne sono diverse; dai rituali sciamanici ai “mestieri più vecchi del mondo”, ma sicuramente i nostri avi intendevano l’atto sessuale in una maniera ben più naturale rispetto all’oggi.

I vizi della Tomba dei Tori
Così chiamata a causa dei tori che assistono a scene sessuali, la Tomba dei Tori esprime in realtà una scena mitologica. Nello specifico è qui rappresentato lo stupro del giovane Troilo da parte dell’eroe greco Achille. Nel sepolcro vi sono però alcune raffigurazioni che potrebbero avere una simbologia molto importante per la conoscenza della cultura etrusca. Sulla parte alta della struttura, dove si trova anche il nome del dedicatario, Aranth Spurianas, si hanno due scene erotiche che raffigurano due menage a trois molto complessi, uno orgiastico e l’altro di natura omosessuale. Davanti ad un toro per nulla infastidito, un uomo a gattoni porta sulla propria schiena una donna seduta a gambe aperte, mentre sta per essere penetrata da un secondo uomo. La seconda scena è invece omoerotica e raffigura un uomo dalla pelle più chiara posseduto da un uomo dalla carnagione più scura. In questo caso, un altro toro, vedendo la scena, sembra caricare minaccioso verso i due omosessuali.

Sesso, amore e morte
E’ sicuramente difficile interpretare la misteriosa cultura degli Etruschi dopo che religione e scienza la hanno seppellita sotto oltre duemila anni di “verità assolute” che hanno plasmato il nostro modo di vivere. Talune tradizioni arcaiche, legate al rapporto tra amore e morte, sono però rimaste ancora vive nel solco dell’identità italica. A volte scolpiti nelle antiche arti, nei verbi e proverbi, o a volte addirittura venerati tra i santi, alcuni antichi simbolismi del nostro passato sono sopravvissuti fino a noi. Sono giunti nelle nostre coscienze fino in quest’epoca priva di sentimenti veri e duraturi, dove tutto è artificiale e porta un prezzo impresso sul posteriore, quasi fossimo bestiame. Come delle voci dall’Oltretomba, i nostri istinti ci chiamano ad accelerazioni incontrollate di una ribellione contro la castità e il bigottismo, certo. Allo stesso tempo, però, ascoltandole bene, le melodie dei nostri antenati ci insegnano che sopra ogni vizio o peccato vi sono valori e virtù non barattabili come l’amore, la famiglia e il rispetto della vita stessa. Anche oltre la morte.

Fonte: PrimatoNazionale

Etruschi: antica cultura di amore e morte, tra istinto e valori
Etruschi: antica cultura di amore e morte, tra istinto e valori

Iran in protesta?

Cosa sta succedendo in Iran? Al di là della retorica del mainstream e delle informazioni filtrate, parliamo di ciò che sta accadendo realmente con Hanieh Tarkian, iraniana docente di Studi Islamici e analista geopolitica, Lorenzo Nicola Roselli, filosofo e analista di Radio Spada, moderati da Fabio De Maio, fra propaganda mediatica e diritto di un popolo alla autodeterminazione.

Iran in protesta?
Iran in protesta?
Iran in protesta?