LEVIATHAN: IL TITANO DI THOMAS HOBBES

di Alexander Dugin

“Lo Stato moderno è il serpente, il drago emerso dal basso al fine di distruggere tutto ciò che è sacro. Ed esso appare precisamente in epoca rinascimentale, insieme alla visione scientifica moderna. Lo Stato nazionale moderno è in definitiva anticristiano, antitradizionale, antieuropeo, antiapollineo e antidiosiniaco. In breve, rappresenta una costruzione puramente titanica.”

LEVIATHAN: IL TITANO DI THOMAS HOBBES
LEVIATHAN: IL TITANO DI THOMAS HOBBES

Essere un uomo primordiale

di L. Pici

“Non cercare strade che gli altri comprendono, non cercare mezzi che altri condividano, non cercare mete che altri aspirano.
Sii te stesso dalla prima alla tua ultima scelta, perché la solitudine sarà, comunque, l’unica tua compagna fino al tuo ultimo respiro.
Sii Uomo.”

A cura di Capitan Nessuno

Essere un uomo primordiale
Essere un uomo primordiale

Socrate: biografia del padre della filosofia

a cura di La mente è meravigliosa

Socrate è per molti il filosofo più importante di tutti i tempi, soprattutto perché ha definito il metodo dialettico e con esso il pensiero induttivo. Il suo metodo di insegnamento, la maieutica, è ancora valido a distanza di migliaia di anni.

Socrate è uno degli uomini più famosi. Molti sostengono che proprio a lui si debba l’unità dell’attività filosofica e la nascita del pensiero occidentale. È considerato, di fatto, il padre della filosofia e il più grande dei pensatori greci.

Politica ed etica furono presentate come aree di pensiero da Socrate. Amava interrogare e dibattere con intelligenza. Non dava nulla per scontato e questo lo rendeva oggetto di critiche e persecuzioni.

Pochissimi tolleravano il suo interrogatorio, che metteva sempre in luce la fragilità delle conoscenze e delle argomentazioni dei suoi contemporanei.

“So di non sapere.”

Socrate

Socrate è ricordato anche per il suo metodo di analisi, la dialettica e il suo particolare metodo di insegnamento, la maieutica. I suddetti rivelano un pensatore non interessato a postulare verità, bensì a risalire alle basi del pensiero.

Molti aneddoti della vita del filosofo greco mostrano inoltre che era anche una persona dotata di grande senso dell’umorismo.

I primi anni di Socrate
Socrate nacque ad Atene, nel 470 a. C. Figli di Sofronisco, scalpellino che aveva partecipato alla costruzione del Partenone. Si dice che quando nacque Socrate, consultò l’Oracolo di Delfi che gli consigliò di farlo crescere secondo i suoi ritmi, senza opporsi alla sua volontà o reprimere i suoi impulsi. La madre era Fenarete, un’ostetrica che il filosofo considerava come la sua mentore.

Da giovane Socrate seguì le orme del padre e realizzò diverse statue all’ingresso dell’Acropoli. Ricevette un’educazione classica per la sua estrazione sociale, la più fiorente dell’antica Grecia. Archelao fu l’insegnante che lo introdusse alla filosofia.

Socrate fu anche cittadino-soldato di fanteria pesante durante la guerra del Peloponneso, nella quale combatté con grande coraggio. Giovanissimo sposò Santippe, divenuta nota per il suo carattere stravagante e iracondo.

In diverse occasioni si parlò di conflitti coniugali, ma non ci sono prove sufficienti in merito a una relazione così difficile come si crede.

Un uomo brillante e umile
L’aspetto fisico di Socrate era spesso motivo di scherno, poiché non era aggraziato. Oltre a ciò, era terribilmente austero, indossava sempre lo stesso mantello e conduceva una vita molto modesta.

Pur così, iniziò presto a farsi notare per la sua grande intelligenza. In particolare divennero famose le sue domande, sempre incisive. Il suo metodo, la maieutica, consisteva proprio nel formulare una domanda dopo l’altra in modo da seguire un filo del discorso coerente attraverso le risposte.

La sua capacità di approfondire qualsiasi argomento, con grande ingegno, lo rese famoso e ben presto divenne noto ad Atene, motivo per cui iniziò ad avere diversi discepoli.

La filosofia di Socrate
Socrate è stato determinante per lo sviluppo del pensiero occidentale, poiché si è distaccato dalla tradizione filosofica che fino a quel momento si concentrava sul cosmo e sulla sua origine.

Inaugurò quindi una nuova era nella storia della filosofia greca, chiamata periodo antropologico, riflettendo sull’essere umano e sull’etica. Secondo Socrate, nessuno sbaglia consapevolmente.

Sosteneva che l’uomo non può fare del bene se non lo conosce. Per esempio, chi inganna gli altri ignora che i benefici dell’onestà (fiducia, onore, stima, ecc.) sono maggiori di quelli dell’inganno (ricchezza, potere, tra gli altri).

Allo stesso modo, affermava che l’essere umano aspira alla felicità e che solo una condotta virtuosa conduce a essa. Va notato che per Socrate la virtù non è una qualità innata o che sorge spontanea in alcuni uomini mentre altri ne sono privi. Al contrario, può essere appresa attraverso il ragionamento.

In questo modo, saggezza, virtù e felicità sono nozioni inseparabili nella filosofia socratica. La conoscenza è al centro delle riflessioni etiche di Socrate, e il primo passo per raggiungerla è ammettere la propria ignoranza.

Eredità
Socrate non scrisse opere perché sosteneva che “ognuno dovrebbe sviluppare le proprie idee”. Conosciamo le sue riflessioni grazie alle testimonianze lasciate dai suoi discepoli, tra cui spiccano: Platone, Senofonte, Aristippo e Antistene.

Allo stesso modo, non fondò una scuola filosofica. Tutto quello che sappiamo dei suoi insegnamenti è tratto dall’opera di Platone, che attribuì grande ingegno e acutezza mentale al suo maestro nel far vedere agli altri la propria ignoranza.

Un delitto storico
Il filosofo che faceva dubitare tutti non era ben visto da chi cercava di imporre verità assolute. Socrate fu dunque aspramente criticato dai potenti.

Si dice che un ricco ateniese volesse assumerlo per istruire suo figlio; il filosofo chiese un pagamento di 500 dracme, prezzo che sembrò eccessivo all’uomo il quale rispose che con quei soldi avrebbe potuto comprare un asino. Socrate gli consigliò di comprarlo così avrebbe avuto due asini in casa.

Quando era già molto famoso, cominciò a essere guardato con sospetto. Fu accusato di avere una cattiva influenza sui giovani e, con sorpresa di tutti, non si difese con le sue grandi doti dialettiche. Riteneva che si dovessero seguire le leggi e le sentenze dei giudici, in accordo o meno con esse.

Socrate fu condannato a morte tramite avvelenamento da cicuta. Si dice che sua moglie Santippe andò a trovarlo e scoppiò in lacrime. Il filosofo le chiese il perché della sua reazione e lei rispose che era molto triste per quella sentenza ingiusta.

Rispose: “Ti sentiresti meglio se morissi per una condanna giusta?”. La sua morte causò grande commozione tra i suoi discepoli.

Fonte: Lamenteèmeravigliosa.it

Socrate: biografia del padre della filosofia
Socrate: biografia del padre della filosofia

Riflessioni per una vera femminilità!

di Oriana Fallaci

“Se nascerai uomo io sarò contenta lo stesso. E forse di più perché‚ ti saranno risparmiate tante umiliazioni, tante servitù, tanti abusi. Se nascerai uomo, ad esempio, non dovrai temere d’essere violentato nel buio di una strada. Non dovrai servirti di un bel viso per essere accettato al primo sguardo, di un bel corpo per nascondere la tua intelligenza. Non subirai giudizi malvagi quando dormirai con chi ti piace, non ti sentirai dire che il peccato nacque il giorno in cui cogliesti una mela. Faticherai molto meno. Potrai batterti più comodamente per sostenere che, se Dio esistesse, potrebbe essere anche una vecchia coi capelli bianchi o una bella ragazza. Potrai disubbidire senza venir deriso, amare senza svegliarti una notte con la sensazione di precipitare in un pozzo, difenderti senza finire insultato. Naturalmente ti toccheranno altre schiavitù, altre ingiustizie: neanche per un uomo la vita é facile, sai. Poiché‚ avrai muscoli più saldi, ti chiederanno di portare fardelli più pesanti, ti imporranno arbitrarie responsabilità. Poiché‚ avrai la barba, rideranno se tu piangi e perfino se hai bisogno di tenerezza. Poiché avrai una coda davanti, ti ordineranno di uccidere o essere ucciso alla guerra ed esigeranno la tua complicità per tramandare la tirannia che instaurarono nelle caverne. Eppure, o proprio per questo, essere un uomo sarà un’avventura altrettanto meravigliosa: un’impresa che non ti deluderà mai. Almeno lo spero perché… se nascerai uomo, spero che sarai un uomo come io l’ho sempre sognato: dolce coi deboli, feroce coi prepotenti, generoso con chi ti vuol bene, spietato con chi ti comanda. Infine, nemico di chiunque racconti che i Gesù sono figli del Padre e dello Spirito Santo: non della donna che li partorì.”

Brano tratto da: “Lettera ad un bambino mai nato” di Oriana Fallaci

Riflessioni per una vera femminilità!
Riflessioni per una vera femminilità!

Chi sono gli Eletti?

di Giuliana Conforto

Pochi sono consapevoli dei tempi eccezionali che stiamo vivendo, pochi ma sufficienti per aiutare se stessi e l’intera umanità.
Sono quelli che i Vangeli e film come “Matrix” chiamano gli Eletti, ovvero quelli che cercano la verità.
Gli eletti si sentono diversi fin dalla nascita, non si adeguano alla “realtà” di questo mondo, vorrebbero cambiarlo ma non sanno come fare.
Imboccare la via dell’evoluzione è per costoro un “cambiare”, che è in realtà diventare se stessi.
È Essere ovvero: riflettere nel mondo il proprio messaggio genetico in tutta la sua integrità.
Tuttavia “per imboccare la via”, come dice Morpheus in Matrix che “sapere non basta”
Bisogna aprire la porta interna, sciogliere quella barriera che è la paura di essere diversi e quindi non accettati dagli altri.
Gli Eletti sono pochi ma non pochissimi forse alcuni milioni o decine di milioni.
Sparsi come il sale ovunque nel pianeta, immersi in “realtà” familiari e sociali che negano tutto ciò che gli Eletti sentono.
La sfida è credere in se stessi, osare essere diversi, rispettare le proprie abilità e sviluppare i propri talenti per non adattarsi al sistema che organizza ogni attimo della nostra cosìddetta “vita”.
Gli Eletti sono “enzimi” di una trasformazione planetaria che consentirà a tutti
libertà, prosperità, unità e comunione con la Natura.

Liberamente tratto da “Il Risveglio e il gioco cosmico dell’uomo”

Chi sono gli Eletti?
Chi sono gli Eletti?

L’influenza di René Guénon nel mondo islamico

di Seyyed Hosseyn Nasr

Sebbene l’influsso degli insegnamenti di René Guénon in Occidente non sia stato studiato appieno, quantomeno in un certo numero di Paesi europei esistono degli studi riguardanti l’ampia portata dell’influenza dei suoi scritti. Questo, sfortunatamente, non è il caso del mondo islamico. Non esistono praticamente studi, infatti, che trattino l’argomento per ciò che concerne il mondo islamico nel suo insieme, e difatti in molti ritengono che egli sia difficilmente conosciuto nei Paesi islamici e non abbia avuto alcuna influenza in quella parte del mondo. Questa conclusione è, comunque, totalmente falsa. Guénon ha esercitato profonda influenza in alcuni significativi circoli di un certo numero di Paesi islamici e la sua influenza è in grande crescita. In questo primo tentativo di valutazione della portata e del significato della sua influenza, dobbiamo trattare non della totalità del mondo islamico, ma di certi Paesi e aree dove crediamo la sua influenza sia stata particolarmente significativa.

L’influenza di Guénon ha raggiunto il mondo islamico attraverso tre canali. Il primo è costituito dalle sue stesse opere, lette dai musulmani nell’originale francese, tradotte in altre lingue europee come l’inglese, o rese in varie lingue del mondo islamico. Il secondo sono gli scritti, nella loro lingua originale o attraverso traduzioni, di altri importanti autori tradizionali che con Guénon hanno condiviso i principi fondamentali e che hanno fatto riferimento alle sue opere e insegnamenti. In questo gruppo il più importante è Frithjof Schuon[1], seguito da Titus Burckhardt, Martin Lings e Gai Eaton e anche da A.K. Coomaraswamy, specialmente per i musulmani del subcontinente indo-pakistano e dell’Iran. Il terzo è rappresentato dalle opere di autori musulmani di nascita come Muhammad Hasan Askari e S.H. Nasr, che hanno scritto direttamente su Guénon o nei loro stessi scritti hanno discusso alcune delle sue principali esposizioni di metafisica, scienze tradizionali, critica del mondo moderno, ecc. Tali figure, con vari livelli di influenza, possono essere rinvenute in molti Paesi islamici, dalla Malesia al mondo arabo.

Volgendoci a specifiche regioni del mondo islamico, è logico iniziare con i Paesi arabi e specialmente quelli orientali, sia per l’importanza della lingua araba in tutto il mondo islamico, sia perché Guénon visse gli ultimi venti anni della sua vita al Cairo, dove è sepolto. Paradossalmente, comunque, dalla sua morte la sua influenza nel mondo arabo orientale non è stata così grande come lo è stata in Persia, Turchia, Pakistan, Bosnia e Asia sud-orientale, per ragioni che hanno a che vedere con il grande cambiamento del clima della vita intellettuale di molti arabi nella seconda metà del Ventesimo secolo. L’influenza di Guénon nello stesso Egitto può infatti essere divisa in due fasi distinte e molto differenti: la prima durante la sua vita e la seconda dopo la sua morte.

Quando Guénon arrivò al Cairo nel 1931, egli dapprima visse nelle vicinanze del mausoleo di Sayyiduna al-Husayn[2] e dell’Università al-Azhar, che costituisce il centro tanto della vita religiosa quanto intellettuale del Cairo. Fu solo nel 1937 che si spostò in una villa a Duqqi, vicino alle rive del Nilo, dove visse fino alla sua morte nel 1951 e dove la sua libreria di oltre mille libri è rimasta intatta oggi come il giorno in cui egli lasciò questo piano terreno.[3] Conosciuto con il suo nome islamico come Shaykh ‘Abd al-Wahid Yahya, egli era in contatto con molti importanti circoli intellettuali e spirituali dell’epoca. Molte persone hanno attestato il fatto che egli divenne il discepolo di Salmah ibn Hasan al-Radi (1284/1867 – 1358-1939), il fondatore della branca Hamidiyyah dell’ordine sufi Shadhiliyyah in cui egli era stato iniziato molto prima in Francia.

Durante la sua permanenza al Cairo Guénon ricevette le visite di molte persone, vicine e lontane, alla ricerca della conoscenza autentica o per contatti personali con il saggio.[4] Alcuni di questi visitatori provenivano dall’Occidente e altri dal mondo islamico, e andavano da Frithjof Schuon a Najmuddin Bammate. Per quanto riguarda la sua influenza in Egitto, comunque, nessuno di questi contatti fu significativo quanto il suo legame con Shaykh ‘Abd al-Halim Mahmud, un’autorità tanto nel campo della Legge Divina quanto del sentiero Sufi, che più tardi divenne lo Shaykh al-Azhar. Egli scrisse un piccolo libretto intitolato Al-Faylsuf al-Muslim: ‘Abdul Wahid Yahya iaw René Guénon immediatamente dopo la morte di Guénon, e in seguito fu autore di una più importante opera in arabo[5] nella quale una lunga sezione, della misura di una monografia indipendente, è dedicata a Guénon e all’importanza del suo messaggio. Shaykh ‘Abd al-Halim Mahmud ha curato molti testi classici sufi e nell’introdurli ai suoi lettori egli trasse molto del suo materiale dalle opere di Guénon.

Mentre risiedeva al Cairo, comunque, Guénon non scrisse solo saggi in francese che venivano pubblicati a Parigi e letti finanche da alcuni arabi francofoni; egli redasse infatti anche un numero di saggi in arabo sulla rivista egiziana al-Ma’rifah[6] e partecipò ad importanti discussioni intellettuali con un certo numero di egiziani. La sua critica agli errori del mondo moderno, provenendo da un occidentale e non da un sapiente musulmano tradizionale, attirò l’attenzione di diverse notevoli figure intellettuali egiziane. La sua morte e la rivoluzione nasseriana in Egitto, tuttavia, segnarono il sorgere del nazionalismo e del socialismo, ambiente in cui la sua influenza venne emarginata e in certa misura distrutta. Pochi egiziani comprendono oggi quanto importante sia il messaggio di questo notevole musulmano e francese espatriato per l’attuale loro crisi intellettuale.

Durante l’ultimo decennio, comunque, nel mondo arabo nuova attenzione è stata riposta al messaggio di Guénon, come può esser osservato dalla traduzione araba del suo La crisi del mondo moderno[7] e da una raccolta di suoi saggi[8] che trattano principalmente di esoterismo in generale e di Sufismo in particolare. Sebbene durante gli ultimi decenni sulla scena non sia apparso nessun importante studioso arabo che possa essere definito tradizionalista nel senso guénoniano, e i cui scritti siano ampiamente conosciuti nel mondo arabo come quelli presenti in Persia, Turchia e Pakistan, vi sono diversi scrittori arabi che adesso fanno riferimento a lui qua e là. Inoltre l’attenzione prestata negli ultimi anni in Egitto, Giordania e in certi altri Paesi arabi alle opere di Schuon, Burckhardt, Lings e del sottoscritto, hanno portato al fatto che anche gli insegnamenti di Guénon venissero meglio conosciuti.

L’ultimo canale di influenza è specialmente evidente in Marocco e Algeria. In queste terre le opere di Schuon e Burckhardt sono ben conosciute, al pari della famosa biografia di Shaykh al-‘Alawi di Martin Lings.[9] La lunga presenza di Burckhardt in Marocco e i suoi sforzi concreti per salvare le arti e l’artigianato marocchino e il carattere tradizionale della città di Fez, inoltre, lo hanno reso una figura ben conosciuta in questa terra, al punto che nel 1998 una importante conferenza venne dedicata alle sue opere a Marrakesh, i cui atti sono stati poi pubblicati in arabo, francese ed inglese.[10] Considerando il legame intimo di Burckardt e Guénon, non è sorprendente che molte persone si siano interessate a quest’ultimo attraverso le opere del primo. Anche nei circoli tradizionali sufi del Marocco e dell’Algeria molti sono giunti a conoscere Guénon e sono stati in grado di leggere le sue opere attraverso il contatto personale con Schuon, Burckhardt e altri, o attraverso le loro opere, che essendo principalmente in francese, erano facilmente accessibili al pubblico istruito del Maghrib.

Come risultato dell’introduzione delle ideologie moderne nel mondo arabo, specialmente il nazionalismo e il socialismo, e con l’eclissarsi delle dimensioni più metafisiche e filosofiche della tradizione islamica nei circoli di apprendimento tradizionali, il mondo arabo non ha mostrato lo stesso livello di ricettività delle dottrine metafisiche esposte da Guénon che troviamo in Persia e in pochi altri Paesi islamici. Certamente questo non significa comunque che l’influenza di Guénon in Egitto o nel resto del mondo arabo si sia completamente chiusa con la sua morte. Al contrario, dopo esser stata limitata a uno sparuto gruppo di individui qui e lì, negli ultimi anni è aumentata, nonostante la scarsità di buone traduzioni delle sue opere in arabo.

Per quanto riguarda la Persia, Guénon era totalmente sconosciuto fino al nostro ritorno dall’America in questo Paese nel 1958, quando quasi immediatamente iniziammo a parlare e scrivere riguardo gli autori tradizionali, in particolare Guénon, Schuon, Coomaraswamy, Burckhardt e Lings. Ci vollero pochi anni affinché l’ambiente intellettuale generale diventasse consapevole della “scuola della tradizione”. Dovemmo anche coniare un termine persiano per la parola francese tradition come compresa da Guénon, il termine essendo sunnat-gara’i, che nella lingua persiana ha ricevuto un’ampia accettazione, sebbene alcune volte venga utilizzato in senso errato. Dalla metà degli anni Sessanta in poi, gli insegnamenti degli autori tradizionali divennero parte del discorso intellettuale generale. Alla fine degli anni Sessanta commissionammo la traduzione in persiano di due sue opere: La crisi del mondo moderno e Il Regno della quantità e i segni dei tempi.[11]

Dopo che il polverone della Rivoluzione del 1979 in Persia si calmò[12], l’interesse per Guénon e per altri autori tradizionali iniziò a manifestarsi nuovamente in un cerchio ancora più grande di prima. Oggigiorno, un numero di sapienti islamici tradizionali, specialmente a Qom e Teheran, hanno iniziato a mostrare serio interesse nei loro confronti. Una delle maggiori istituzioni di apprendimento islamiche a Qom, l’Università Mufid, nel 1998 e nel 1999 ha dedicato alla prospettiva tradizionale due numeri della sua altamente rispettata rivista, e diversi saggi apparsi in essa trattano di Guénon o contengono traduzioni di alcuni dei suoi saggi.[13] Più recentemente sono stati tradotti in persiano Il simbolismo della croce Scritti sull’esoterismo islamico e il taoismo.[14] Nella Persia attuale, inoltre, l’acuto interesse per la tradizione in generale e Guénon in particolare può esser osservato dal fatto che a Teheran, all’inizio del 2002, si è tenuta un’importante conferenza sulla tradizione e il modernismo, nella quale un’intera sezione era dedicata specificatamente a Guénon. È stato pubblicato poi un libro intitolato Hikmat-i jawidan (“Saggezza Perenne”), contenente sia studi delle sue opere tradotte in persiano sia la sua biografia.[15]

L’ampia influenza di Guénon, Schuon e altri importanti autori tradizionali in Persia non è dovuta comunque tanto alla traduzione delle loro opere quanto ai lavori scritti da autori persiani che condividono la loro prospettiva e fanno riferimento ai loro testi. È stato infatti questo tipo di scritti a guidare molte persone alle opere stesse di Guénon e di Schuon. Noi iniziammo questo genere di scritti in persiano alla fine degli anni ’50, e solo alla fine degli anni ’60 ci volgemmo alla traduzione di alcune delle opere di Schuon e Burckhardt e indirizzammo altri alla traduzione di Guénon. Negli anni ’70 poi, gradualmente, un certo numero di studiosi persiani, alcuni dei quali nostri diretti studenti, adottarono la prospettiva tradizionale e iniziarono a scrivere al riguardo. L’Accademia Iraniana di Filosofia, che venne fondata nel 1973 e di cui noi fummo i fondatori e il primo presidente, era dedicata apertamente alla presentazione, studio e propagazione della filosofia perenne e della saggezza tradizionale, e la sua rivista, Sophia perennis, che continuò fino al 1979, conteneva articoli di maestri delle dottrine tradizionali come Schuon.

Oggi in Persia sono presenti un certo numero di studiosi e pensatori ben noti, difensori della tradizione e strettamente collegati agli insegnamenti di Guénon. Tra questi Hadi Sharifi, Ghulam Rida A’wani, Mahmud Bina Mutlaq, Mustafa Malikian[16], e diversi altri giovani studiosi, molti dei quali collegati al campo dell’arte tradizionale. Non vi è probabilmente alcun Paese, ad eccezione della Bosnia, dove l’influenza di Guénon, Schuon, Burckhardt e altri autori tradizionali sia percepibile come nella Persia, dove il punto di vista tradizionale svolge un ruolo notevole nella vita intellettuale di molte persone, tanto tra la moderna intellighenzia istruita legata alle varie università, quanto in quelle formatesi nelle scuole religiose tradizionali o madrasah.

In Turchia l’interesse per Guénon fu più tardo rispetto alla Persia, sebbene vi fossero alcune figure solitarie, come Nuri Yarlasez, che avevano scoperto gli scritti tradizionali molti anni prima della comparsa delle opere tradizionali in turco. Agli inizi degli anni Ottanta un certo numero di pensatori turchi vennero attratti tanto dalle nostre opere quanto da quelle di Guénon, e quasi subito dopo apparvero pressoché contemporaneamente la prima traduzione in turco di un nostro libro e di un’opera di Guénon. Da allora l’interesse negli scritti tradizionali è cresciuto significativamente, man mano che il numero di turchi con un’educazione occidentalizzata è diventato più disilluso con l’avvento del modernismo e la ricerca della comprensione dell’essenza della loro stessa religione così come della reale natura del modernismo, visti dalla prospettiva della saggezza tradizionale. Dalla metà degli anni Ottanta, oltre a circa venti dei nostri stessi lavori, tutti basati su una prospettiva tradizionale, e molti libri di Guénon, Schuon, Burckhardt, Lings e Eaton, sono stati tradotti in turco. Oggi ci sono, oltre a diversi articoli, dodici libri di Guénon disponibili in turco[17], mentre molti articoli sono stati scritti su di lui e altri autori tradizionali o su argomenti vari da un punto di vista islamico.

Nei Paesi non occidentali la lotta tra tradizione e modernismo è presente ovunque, incluso il mondo islamico, e non è ristretta a un particolare Paese. Ma a causa dell’estrema forma di secolarizzazione che Ataturk cercò di imporre alla Turchia, la tensione tra tradizione e modernismo è specialmente acuta e palpabile in quasi tutti gli aspetti della vita sociale e intellettuale di questa nazione. Fino a due decenni fa, in Turchia come in altri Paesi islamici, vi erano due tipi di pensatori: sapienti tradizionali ma inconsapevoli della vera natura del mondo moderno, ed eruditi modernizzati sradicati dalla loro stessa tradizione con un interesse poco serio per l’Islam, specialmente nelle sue dimensioni intellettuali e spirituali. Oggi vi è un terzo gruppo, costituito da coloro che seguono gli insegnamenti tradizionali, gruppo radicato nella tradizione islamica, generalmente con una prospettiva universalista, e che è al contempo certamente altrettanto ben informato sul mondo moderno quanto i modernisti.

Come la Persia, la Turchia possiede ora una classe di dotate figure intellettuali con una prospettiva tradizionale, una classe destinata a giocare un ruolo cruciale nel futuro del Paese per quanto riguarda la religione e la tradizione. Tale gruppo esiste anche, in una misura minore, in altri Paesi islamici come il Pakistan, la Malesia, l’Indonesia, la Giordania e la Bosnia, della quale tratteremo presto. Ora, in Turchia quanto altrove nel mondo islamico, la formazione di questo gruppo a cui Guénon si riferiva come l’élite intellectuel, deve molto alle opere di Guénon e a quelle di altre autorità tradizionali. In più, in Turchia come in molti altri Paesi islamici, questa “élite” svolge un ruolo più centrale di quelle influenzate da Guénon in Occidente.

Quando ci volgiamo al Pakistan, dobbiamo considerare tanto le opere in urdu concernenti Guénon quanto le pubblicazioni delle traduzioni in inglese delle sue opere in questo Paese, giacché il pubblico istruito lì ha una conoscenza molto più ampia dell’inglese rispetto a quella di una lingua europea che in generale possiedono gli arabi, i persiani o i turchi. Per quanto riguarda la disponibilità delle sue opere in inglese in Pakistan, il ruolo dell’Accademia Suhail, fondata da Muhammad Aslam Suhail e diretta da Muhammad Suheyl Umar, egli stesso uno studioso pakistano di primo piano con una prospettiva tradizionale, è fondamentale. Dal 1983 l’Accademia ha pubblicato un certo numero di opere di Guénon in edizioni locali, alcune delle quali in diverse ristampe.[18] È considerevole quanto ampiamente diffuse siano diventate in Pakistan le opere di Guénon e di altri autori tradizionalisti grazie al lavoro dell’Accademia Suhail. I capitoli di Oriente e Occidente sono stati inoltre pubblicati per un periodo in Iqbal Review, e un numero di suoi saggi sono apparsi in Studies in Tradition.[19] Anche i lavori in inglese dello stesso Suheyl Umar, come quelli di autori pakistani ben conosciuti quali A.K. Brohi, Muhammad Ajmal, Siraj Munir e altri, tutti autori che hanno fatto spesso riferimento agli insegnamenti di Guénon, hanno svolto un importante ruolo nel diffondere la conoscenza di Guénon in Pakistan e, in una certa misura, in India.

Per quanto attiene la lingua urdu, nessuna figura è stata importante nel rendere conosciuto Guénon quanto Muhammad Hasan Askari. Un resoconto riguardante le sue opere in urdu, come quelle di figure successive, ci è stato inviato da Muhammad Suheyl Umar specificatamente per questo saggio, e non possiamo far di meglio che citarlo integralmente:

“I lettori della lingua urdu sono venuti a conoscenza del nome e delle parole di René Guénon alla fine degli anni Sessanta attraverso gli scritti dello scomparso professore Muhammad Hasan Askari. Askari era un genio versatile, che combinava nella sua persona i talenti di scrittore di storie brevi, critico letterario, traduttore, educatore, filosofo e pensatore religioso. Oltre alla sua lingua madre urdu, del quale era l’autore principale della sua epoca, Askari padroneggiava la lingua e letteratura inglese ed era ben versato tanto in francese quanto in persiano e arabo. I suoi legami con Michel Valsan e il suo circolo lo introdussero alle opere di René Guénon, il che portò a un cambiamento totale delle sue precedenti opinioni. Nacque un nuovo Askari che, avendo riscoperto la Tradizione per se stesso, dedicò il resto della propria vita alla sua esposizione (Askari morì nel 1978). Si possono discernere quattro aspetti o canali del suo contributo che furono importanti nell’influenzare i lettori di urdu, specialmente i circoli letterari e religiosi: traduzione/adattamenti; corrispondenza con i suoi contemporanei; dibattiti e applicazioni dei principi metafisici.

Traduzioni/adattamenti: Askari tradusse pochissime opere di Guénon direttamente in urdu, sebbene ne tradusse alcune in inglese, tutte pubblicate in vari periodici.[20] È possibile comunque trovare diretti adattamenti, traduzioni di passaggi da Guénon e compendi dei suoi punti di vista, in tutto quello che Askari scrisse dal 1969 fino alla sua morte nel 1978.[21] Il lavoro più importante che Askari produsse a questo riguardo fu un breve ma conciso libro intitolato Jadidiyat ya Maghribi Gumrahiyyon ka Khaka (“Modernismo: uno schema degli errori dell’Occidente”). Basandosi principalmente su due opere di Guénon[22], nella sua inimitabile prosa in urdu, Askari preparò un documento che delineava in maniera lucida e concisa i fondamentali errori intellettuali dell’Occidente. Questo documento venne prima utilizzato come manuale di istruzione per gli studenti di una delle più importanti madrasah del Pakistan e poi venne stampato.[23]

Corrispondenza con i suoi contemporanei: Askari mantenne un’estesa corrispondenza e fu un instancabile esponente del punto di vista tradizionale. Molte raccolte delle sue lettere sono apparse dopo la sua morte e tutte esse testimoniano il fatto che egli abbia introdotto, influenzato e convinto del punto di vista tradizionale molti dei suoi contemporanei, alcuni dei quali sono successivamente emersi a pieno titolo come eccellenti studiosi.[24]

Dibattiti: un importante canale attraverso il quale le opere e i punti di vista di René Guénon raggiunsero i lettori di urdu è rappresentato dai dibattiti che egli condusse con i suoi contemporanei e le interviste/dialoghi in cui fu impegnato.[25] È possibile includere in questa categoria gli stretti associati e studenti di Askari, a cui egli introdusse le opere di Guénon e che formò nei loro rispettivi campi in modo che potessero portare avanti il compito di diffondere il punto di vista tradizionale.

Applicazioni dei principi metafisici: di gran lunga il più importante contributo di Askari, quello che è diventato il più letto e assimilato dai lettori di urdu, giunse nella forma di quei suoi scritti dove egli applicò il punto di vista/informazioni desunti dalle opere di Guénon sull’arte, metafisica, simbolismo, letteratura, religione e questioni contemporanee, ecc.

Traduzione delle opere di Guénon/Articoli su Guénon: nel 1979 una sezione completa dal titolo “Al-Shaykh ‘Abd al-Wahid Yahya (René Guénon)” sulla rivista urdu di primo piano Ma’asir introdusse Guénon e i suoi lavori. Essa conteneva: Muhammad Suheyl Umar, “Shaikh ki Tasanif” (“Vita e opere di Guénon”), in urdu[26] e ‘Abd al-Halim Mahmud/Muhammad Suheyl Umar (tr.) “René Guénon – Vita e Pensiero”), in urdu[27]; Muhammad Suheyl Umar/A. Rauf (tr.) “Infiradiayat Parasti”, in urdu[28]; una traduzione del quinto capitolo della famosa opera di Guénon La crisi del mondo moderno.

Nel 1983 apparve il primo numero di Riwayat. Si trattava di una rivista in urdu dedicata a metafisica, simbolismo, tradizione, religione e filosofia. Essa conteneva: Tehsin Firaqi, “René Guénon – Esponente della Tradizione” (traduzione urdu della parte del libro di Gai Eaton The Richest Vein che tratta di René Guénon)[29], e Jamal Panipati (tr.) “Mashriqi Maba’dat Tabi’iyyat”[30], (traduzione urdu di Metafisica Orientale di Guénon); Ikram Chatagai (tr.) “‘Irfan i Dhat”[31] (traduzione urdu di “Connais-toi toi-meme” (“Conosci te stesso”); e Muhammad Suheyl Umar (tr.), “Qadim Aqwam ke darmiyan Rawabit”[32], (traduzione urdu di parte di Un’introduzione allo studio delle dottrine indù di Guénon).

Nel 1985 venne pubblicato il secondo numero di Riwayat. Esso conteneva: Jamal Panipati (tr.) “Kaljug”[33] (traduzione urdu di “Kali Yuga”, un capitolo tratto da La crisi del mondo moderno di Guénon); “Dunya i Jadid ka Buhran”; recensione di La crisi del mondo moderno[34]; e “Kammiyat ki Saltanat”; un articolo su Il regno della quantità e i segni dei tempi.[35]

Dibattiti: Sulla scia di tutte queste attività ebbero luogo molti dibattiti riguardanti tradizione e modernità, scienza e religione, metafisica e filosofia, ecc. che per lungo tempo echeggiarono nei circoli letterari, intellettuali e religiosi del Pakistan e dell’India”.[36]

Risulta chiaro da questa lunga citazione di Muhammad Suhayl Umar quanto fosse estesa l’influenza di Guénon e di altri scrittori tradizionalisti in Pakistan. Inoltre, sia attraverso le opere in urdu su Guénon che tramite la traduzione dei suoi scritti, egli influenzò un certo numero di importanti figure musulmane anche in India. Come in Persia e Turchia, quindi, anche in Pakistan durante gli ultimi decenni si è formata una “élite intellettuale” nel senso guénoniano, pienamente versata negli scritti di Guénon, Schuon e altri maestri espositori delle dottrine tradizionali, e al contempo profondamente radicata nella stessa tradizione islamica.

Ci sono altri Paesi musulmani, specialmente la Malesia e l’Indonesia, in cui un’intera nuova generazione di giovani studiosi ha discusso gli scritti di Guénon e di altri tradizionalisti, alcuni dei quali, come Osman Bakar della Malesia, sono diventati studiosi molto noti. Ma rinunceremo dal trattare in dettaglio tali Paesi e concluderemo con una società islamica nel cuore dell’Europa, vale a dire la Bosnia. Prima della disgregazione della Jugoslavia esisteva già un profondo interesse per Guénon, Schuon e altri autori tradizionalisti all’interno di un gruppo di musulmani, serbi ortodossi e alcuni cattolici. In Bosnia molti credevano che solo la prospettiva tradizionale, basata sul rispetto di tutte le forme tradizionali e di quella che Schuon chiamò “l’unità trascendente delle religioni”, potesse fornire la matrice spirituale e intellettuale in cui una società multi-religiosa potesse vivere in pace. Le orrende tragedie avvenute tra il 1992 e il 1995 che portarono alla morte di duecentocinquantamila musulmani bosniaci e all’emigrazione forzata di numerose persone nel nome della pulizia etnica, non hanno diminuito questa speranza nei cuori e nelle menti di numerosi intellettuali bosniaci di primo livello. È infatti possibile dire che oggi non vi è altro spazio nel mondo dove la realtà della tradizione e della filosofia perenne come compresa da Guénon sia così evidente anche nel dominio pubblico, e dove si è assistito a un tentativo di creare una struttura per una coesistenza pacifica di musulmani, ortodossi, cattolici ed ebrei sulla base dell’unità del significato interiore delle dottrine e pratiche tradizionali. Un numero di lavori di e su Guénon sono apparsi in serbo-croato e bosniaco sin dal 1970, e poiché gli studiosi bosniaci musulmani leggono facilmente il serbo-croato come il bosniaco (praticamente si tratta infatti della stessa lingua scritta in alfabeti differenti) bisogna menzionare le opere in entrambe le lingue.[37]

È rimarchevole quanto vive siano le opere di autori tradizionalisti in Bosnia, molto più che in qualsiasi altro Paese europeo. Molti importanti pensatori musulmani bosniaci considerano la Bosnia un ponte tra il mondo islamico e l’Occidente e trovano in questi scritti la perfetta espressione di quella verità che appartiene tanto all’Oriente quanto all’Occidente e che trascende tutte le determinazioni e limitazioni geografiche.

Mentre anziani studiosi come Rusmir Mahmutcehajic, Enes Karic e Resid Hafizovic, che sono molto conosciuti in Bosnia, continuano a scrivere importanti opere basate sugli insegnamenti tradizionali, sono apparsi sulla scena giovani studiosi come Hafiz Nevad Kahteran. Quando riflettiamo sull’influenza di Guénon sul mondo islamico, non si pensa generalmente alla Bosnia, ma è qui che il corpus degli scritti tradizionali ha trovato alcuni dei suoi più convinti e intelligenti ammiratori e difensori, che possiedono anche una notevole influenza sulla vita intellettuale e spirituale generale del Paese.

È difficile enfatizzare eccessivamente il significato dell’influenza di Guénon e di altre figure tradizionaliste sul mondo islamico contemporaneo, e ancora nessuno studio approfondito è stato realizzato su questo argomento fino ad oggi. L’influenza di Guénon e di altri tradizionalisti può essere notata in diversi campi. Prima di tutto questi scritti hanno fornito all’intellighenzia tradizionale islamica una critica intensa e profonda del mondo moderno e dei suoi errori e deviazioni nascosti e manifesti dalla norma. Secondo, questi scritti sono stati una fonte importante per l’autentica conoscenza della tradizione occidentale, includendone la religione, la filosofia, la scienza e le arti. La maggior parte dei musulmani non possiede una profonda conoscenza dell’Occidente. Quanto ai modernisti che possiedono una certa conoscenza dell’Occidente, è generalmente limitata al periodo moderno. Gli scritti tradizionali hanno portato molti musulmani ad una comprensione di San Bernardo, Dante o San Tommaso e li hanno resi consapevoli del significato del Medio Evo europeo, che i musulmani modernisti – seguendo i loro modelli e controparti occidentali che cercano di imitare in ogni cosa – hanno chiamato “epoca oscura”. Terzo, questi scritti, che in se stessi costituiscono la continuazione e riformulazione della metafisica della diversità religiosa come esposta da maestri dell’antichità quali Ibn ‘Arabi e Rumi, hanno fornito l’ossatura necessaria per attuare il dialogo religioso in profondità, rendendo al contempo altre religioni, specialmente l’Induismo e il Buddismo, meglio conosciute nei circoli tradizionali musulmani. Quarto, questi scritti hanno permesso ai guardiani degli insegnamenti esoterici e gnostici islamici di esprimerli in un linguaggio contemporaneo non solo per gli occidentali ma anche per gli stessi musulmani moderni istruiti, e a poter difendere simili insegnamenti di fronte all’assalto del modernismo secolarista.

Infine, gli scritti di Guénon, Schuon e altri maestri tradizionali hanno aiutato l’Islam tradizionale a riformulare i suoi insegnamenti in un linguaggio contemporaneo. Dopo il primo shock dell’intrusione del mondo moderno nel cuore dell’Islam con l’invasione napoleonica dell’Egitto nel 1798, ci furono numerose reazioni, che inclusero il “fondamentalismo” puritano, il messianismo e il modernismo. I musulmani tradizionali, che costituivano la vasta maggioranza della società islamica del Diciannovesimo secolo, si opposero al modernismo ma non reagirono attraverso una riformulazione degli insegnamenti tradizionali in risposta alle specifiche sfide presentate ai musulmani in quell’epoca. Grandi maestri sufi e sapienti religiosi continuarono i loro insegnamenti, intuitivamente consapevoli delle deviazioni dalla norma spirituale intrinseche nelle più potenti forze armate che stavano invadendo, colonizzando o influenzando il mondo islamico. Ma raramente essi cercarono di rispondere alle sfide del modernismo a livello intellettuale, e pochi ebbero una profonda conoscenza del mondo moderno.

Dopo la Seconda Guerra Mondiale, e specialmente durante gli ultimi decenni, una nuova serie di risposte giunsero dal mondo islamico, quale reazione alla situazione in cui si trovava, nel tentativo di riaffermare la propria indipendenza. Nuove forme di quello che è adesso ampiamente conosciuto come “fondamentalismo”, così come del modernismo (incluso il post-modernismo) e del messianismo, sono apparse sulla scena e hanno creato correnti che continuano fino ad oggi, ma in contrasto con le prime reazioni del Diciannovesimo secolo, è apparsa ora un’altra realtà, quella dell’Islam tradizionale pienamente consapevole della natura del mondo moderno e capace di spiegare questo mondo agli stessi musulmani, e di esporre all’Occidente, in un linguaggio contemporaneo, gli insegnamenti dell’Islam tanto nei suoi aspetti exoterici quanto esoterici. Recentemente formatosi, esso funge da mezzo per le vecchie classi dei sapienti tradizionali per meglio comprendere il mondo moderno. Questo gruppo è inoltre perfettamente preparato e capace di difendere gli insegnamenti dell’Islam tradizionale dagli attacchi delle critiche moderniste e “fondamentaliste” sia dall’interno che dall’esterno. Certi membri di questo gruppo sono anche riusciti a riformulare i principi e insegnamenti della filosofia, delle scienze e delle arti islamiche e permettere a un’intera giovane generazione di musulmani di studiare la propria tradizione spirituale e intellettuale all’interno della cosmovisione tradizionale islamica. Ebbene, tutte queste e certe altre realtà di grande importanza per il mondo islamico contemporaneo devono molto alle opere di Guénon, Schuon, Burckhardt e di altre figure tradizionali, senza cui la formazione di questa “élite tradizionale” nel mondo islamico non sarebbe stata possibile.[38]

Ovviamente, al di sopra e oltre tutte queste attività intellettuali, vi è l’importanza centrale degli insegnamenti tradizionali nel fornire alla mente una protezione intellettuale dalle deviazioni che conducono la mente e l’anima lontano dal sentiero di Dio, da quello che costituisce l’obiettivo dell’esistenza umana, e nel rendere accessibili espressioni della più grande lucidità della metafisica tradizionale, della filosofia perenne e dell’esoterismo sapienziale. Molte anime nel mondo islamico come in Occidente, sono tornate al mondo della fede e hanno ricevuto la preparazione per seguire il sentiero della realizzazione spirituale, che è ancora una possibilità vivente nel mondo islamico, attraverso le opere di Guénon[39] e della sua illustre compagnia di autori tradizionali, specialmente Schuon.

La storia dell’influenza di Guénon nel mondo islamico è così ampia che necessita di studi più approfonditi. Quello che è certo è che oggi gli scritti tradizionali continuano a svolgere un importante ruolo in molti circoli islamici e sono destinati ad avere un’influenza anche maggiore man mano che le carenze sia del modernismo che del “fondamentalismo” si sono rese ancora più evidenti, ed è diventato sempre più chiaro agli uomini e donne di fede e intelligenza che l’unica verità duratura è reperibile nella saggezza perenne che risiede nel cuore di tutte le autentiche religioni, una saggezza manifestatasi come luce, nel mezzo dell’eclissi e dell’oscurità intellettuale e spirituale dell’inizio del Ventesimo secolo in Europa, attraverso le notevoli opere di René Guénon, che non solo ha espresso le verità della tradizione, ma anche nella sua stessa vita mentre in Egitto agì come un ponte tra l’Islam e la tradizione occidentale. Egli cercò di creare una reciproca comprensione tra varie religioni e tradizioni di cui oggi vi è particolare bisogno. Quanti sono stati influenzati da lui nel mondo islamico rappresentano la prima linea nel compito di cercare di promuovere questa reciproca comprensione dalla quale dipende il futuro umano. Essi sono inoltre più consapevoli dell’importanza di preservare la verità in un’epoca in cui la sovversione e perversione della saggezza perenne sono visibili ovunque. In questo compito essi vengono aiutati, come lo sono le loro controparti in Occidente, dagli insegnamenti di Guénon e di altri tradizionalisti, insegnamenti così vivi e pertinenti oggi come quando vennero scritti, radicati come sono nella realtà atemporale dello Spirito.

NOTE

[1] Dopo una lunga collaborazione, profonde divergenze dottrinali e operative costrinsero Guénon a prendere le distanze dalle vere e proprie deviazioni di Schuon, e a dare indicazioni simili, nelle proprie missive, anche ai suoi corrispondenti. Per approfondimenti, cfr. G. Manara “Sui parassiti dell’opera di Guénon: qualche aggiornamento”, in Rivista di Studi Tradizionali, n. 60; L.A. Vittor “René Guénon y la iniciaciòn en el esoterismo islàmico” (Buenos Aires, 2001). [N.d.T.]

[2] Husayn è uno dei figli di ‘Ali – quarto califfo “ben guidato” secondo i musulmani sunniti e primo Imam degli sciiti – e di Fatima, l’amata figlia del Profeta Muhammad (S), e secondo gli sciiti egli stesso terzo loro Imam. Divenne martire, in modo consapevole, eroico e volontario, nella famosa battaglia di Karbala (680 d.C.), quando con un piccolo gruppo di fedeli si oppose all’autorità illegittima del suo tempo. Da allora questo evento e la sua figura hanno avuto un ruolo centrale nella devozione e spiritualità islamica in generale e sciita in particolare, diventando un modello esemplare di fede, amore, lotta, coraggio e lealtà. Dopo la battaglia, l’esercito nemico decapitò il corpo di Husayn, e la sua testa venne portata di fronte al califfo illegittimo Yazid. Storicamente esistono divergenze sul luogo in cui venne sepolta la testa di Husayn (“Maqam Ra’s al-Husayn”), e vengono citate diverse città, in molte delle quali venne poi eretto un mausoleo, come è il caso del Cairo. Significativamente Guénon scrisse il suo importante articolo “Et-Tawhid”, originariamente apparso su “Le Voile d’Isis” (luglio 1930, pp. 512-516) e ripubblicato in “Scritti sull’esoterismo islamico e il Taosimo”, nel giorno del martirio di Husayn, come recita la nota che egli vi pose in calce: “Mesr (Egitto), Seyyidna el-Husayn, 10 moharram 1349 H. (anniversario della battaglia di Karbala)”. [N.d.T.]

[3] Sulla vita di Guénon al Cairo cfr. Xavier Accart, L’Ermite de Duqqi: René Guénon en marge des milieux francophones egyptiens (Milano: Archè, 2001).

[4] Un interessante aneddoto al riguardo è narrato rispetto al figlio del maestro della tariqah Naqshbandiyya-Mujaddidiyya-Mazhariyya dell’epoca, che successivamente divenne egli stesso maestro dell’importante confraternita sufi: “Si racconta che durante il suo soggiorno in Egitto Shah Abu’l-Hasan sentì parlare della dottrina e della fama dello Shaykh ‘Abd al-Wahid Yahya (René Guénon) e una volta volle incontrarlo di persona, ma non riuscì a superare la folla che attendeva alla porta del maestro francese e così tornò indietro senza averlo potuto incontrare. Conservò però per tutta la vita il ricordo del suo insegnamento” (D. Giordani, I Naqshbandi. Uomini, storia e dottrine di un ordine sufi, pag. 190, Jouvence, 2019, che rimanda alla Prefazione dell’opera di Shah Abu’l-Hasan Delucidazioni sulla via iniziatica e sull’accesso ai gradi delle virtù interiori, pag. 4, a cura di Thomas Dahnhardt, VAIS, 2005). [N.d.T.]

[5] Intitolato al-Madrasat al-shadhiliyyat al-hadithah wa imamuha Abu’l-Hasan al-Shadhili (Cairo: Dar al-Kutub al-Hadithah, n.d.). Le pagine 229-341 sono dedicate a Guénon, alla sua prospettiva sulla metafisica, filosofia e sufismo, alla sua critica dei movimenti pseudo-spirituali moderni e alle risposte alle incomprensioni occidentali sull’Islam. [Della parte dell’opera relativa a Guénon esiste una traduzione francese. Cfr. Abd al-Halim Mahmud Un soufi d’Occident -René Guénon, Shaykh Abd al-Wahid Yahya, Ed. Al-Bouraq, 2007. È interessante rilevare che in questa seconda e più estesa sua opera su Guénon, Shaykh Abd al-Hakim Mahmud non presenti più Guénon come un semplice “filosofo musulmano”, ma come un “conoscitore di Dio” (‘arif bi-Llah). La parte iniziale dell’opera, in cui lo Shaykh racconta il suo primo incontro con René Guénon, è stata tradotta dall’originale arabo in italiano sulla “Rivista di Studi Tradizionali”, n. 105, gennaio-giugno 2016, pp. 83-89. N.d.T.].

[6] Questi saggi includono “Conoscere la tua anima attraverso la tua anima”, vol. 1, n. 1 (1931), pp. 61-71; “L’influenza della cultura islamica sull’Occidente”, vol. 1, n. 2 (1931), pp. 177-182; e un numero di saggi sugli errori dello “spiritismo” moderno in vol. 1, n. 3 (1931), pp. 355-360; vol. 1, n. 5 (1931), pp. 593-597; e vol. 1, n. 7 (1931), pp. 813-816.

[7] Cfr. Azmat al-‘alam al-mu’asir, traduzione con introduzione di Sami Muhammad ‘Abd al-Hamid (Cairo: al-Nahar, n.d.).

[8] Maqalat min Rinia Jinu-al-Shaykh ‘Abd al-Wahid Yahya, traduzione con introduzione di Zaynab ‘Abd al-‘Aziz (Cairo: Dar al-Ansar, 1996).

[9] Cfr. A Sufi Saint of the Twentieth Century (Los Angeles: The University of California Press, 1972). [In italiano Un santo sufi del Ventesimo secolo (Edizioni Mediterranee, 1994). Ancora più celebre, in molti Paesi del mondo islamico, è la sua biografia del Profeta dell’Islam, tradotta in numerose lingue. Per la sua versione italian, cfr. M. Lings Il Profeta Muhammad. La sua vita secondo le fonti più antiche, (Il leone verde, 2004), N.d.T.].

[10] Cfr. Ja’far Kansusi (ed.), Sagesse et splendeur des arts islamiques: Hommage à Titus Burckhards (Marrakesh: Al-Quobba Zarqua, 2000).

[11] La crisi del mondo moderno venne tradotto da Dia’al-Din Dihshiri come Buhran-i dunya-yi mutajaddid (Teheran: Mu’assasi-yi Mutala’at wa Tahqiqat-i Ijtima’i, 1970) (e altre edizioni); e Il regno della quantità e i segni dei tempi come Saytara-yi kammiyat wa’ala’im-i zaman, trad. Da Ali Muhammad Kardan (Teheran: Sharif Technical University Press, 1982) (e altre edizioni). La crisi del mondo moderno fu il primo libro di Guénon ad essere tradotto in persiano. Noi, quindi, scrivemmo un’introduzione alla traduzione persiana per introdurre l’intero corpus di scritti e il loro significato al mondo di lingua persiana.

[12] L’autore di questo saggio occupò un’ampia varietà di posti amministrativi e accademici durante il regime dello Shah Pahlavi, prima di lasciare prudentemente l’Iran nel corso della Rivoluzione Islamica. Direttore dell’Accademia Imperiale di Filosofia, era noto per avere – come suo padre – strette relazioni personali con la Corte. Dagli Stati Uniti, nazione nella quale da allora S.H. Nasr vive e insegna, nei primi anni successivi alla vittoria della Rivoluzione Islamica, in diversi scritti e libri egli ha cercato ripetutamente di insinuare l’esistenza di una fondamentale discrepanza tra la “prospettiva islamica tradizionale” e le tendenze fondamentali della Rivoluzione Islamica. Successivamente sembra essersi, almeno parzialmente, ravveduto. Cfr. S.H. Nasr “L’opera ‘irfanica dell’Imam Khomeyni”: https://islamshia.org/lopera-irfanica-dellimam-khomeyni-s-h-nasr/ [N.d.T.]

[13] Questi includono la traduzione persiana del saggio di Martin Lings su Guénon, trad. M. Hidayati, Naqd wa Nazar (vol. IV, n. 3 e 4, Estate e Autunno, n. 15-16, 1377, pp. 68-79); “Faqr” di Guénon, trad. Da M. Malikian (pp. 88-95); “La scorza e il nocciolo” di Guénon, trad. F. Rasikhi (op. cit. N. 19-20, 1999, pp. 396-397); M. Bina Mutlaq, “René Guénon e il vero significato di Tradizione” (in persiano), (op. cit. n. 15-16, pp. 80-87).

[14] Come Ma’ani-yi ramz-i salib, trad. Babak ‘Alikhani (Teheran: Surush Press, 1995); e Islam wa ta’ui’ism, trad. Dilara Qahriman (Teheran: Abi Press, 2000).

[15] Edito da Husayn Khandaqabadi (Teheran: Tawsi’a-yi danish wa pajuhish-I Iran, 2002); cfr. Specialmente pp. 12-17.

[16] Occasionalmente si tengono discussioni e dibattiti tra simili figure ed oppositori della prospettiva tradizionale anche nella televisione e radio pubblica o su varie riviste. Cfr. per esempio il lungo saggio “Tradizione” (in persiano) in Naqd wa Nazar, n. 15-16, pp. 6-67, gran parte del quale si occupa direttamente dei punti di vista di Guénon.

[17] La lista delle traduzioni in turco delle opere di Guénon, che è stata preparata per questo saggio da Ibrahim Kalin, è la seguente:

– Dogu dusuncesi (“Introduzione generale allo studio delle dottrine indù”), cev. Fevzi Topacoglu (Istanbul: Yz Yayincilik, 1977).

– Dog va bati (“Oriente e Occidente”), tr. Fahrettin Arslan (Istanbul: Agac Yayincilik, 1991).

– Islam maneviyati ve taoculuga toplu bakis (“Scritti sull’esoterismo islamico e il Taoismo”), tr. Mahmut Kanik (Istanbul: Insan Yayinlari, 1989).

– Maddi iktidar, manevi otorite, cev. Birsel Uzma (Istanbul: Iz Yayincilik, 1997).

– Modern dunyanin bunalimi (“La crisi del mondo moderno”), tr. Mahmut Kanik (Istanbul: Risale Yayinlari, 1986).

– Niceligin egemenligi ve cagin alametleri (“Il regno della quantità e i segni dei tempi”), tr. Mahmut Kanik (Istanbul: Iz Yayincilik, 1990).

– Ruhcu yanilgi (“Errore dello spiritismo”), tr. Fevzi Topacoglu (Istanbul: Yz Yayincilik, 1996).

– Geleneksel formlar ve kozmik devirler (“Forme tradizionali e cicli cosmici”), cev. Fevzi Tocacoglu (Istanbul: Insan Yayinlari, 1997).

– Metatron dunya kralligi: kiyamet iscileri ulkesi Agarta’nin oykusu (“Il re del mondo”), cev. Haluk Ozden (Istanbul: Ruh ve Madde Yayinlgari, 1992).

– Kadim bilimler ve bazi modern yanilgilar, cev. Fevzi Topacoglu (Istanbul: Insan Yayinlari, 2000).

– Savas metafizigi ve sembolik siahlar, Julius Evola, René Guénon, cev. Atilla Ataman, Mustafa Tehrali, Ismail Taspinar (Istanbul: Insan Yayinlari, 2000).

– Yatay ve dikey boyutlarin sembolizmi (“Il simbolismo della croce”), cev. Fevzi Topacoglu (Istanbul: Insan Yayinlari, 2001).

[18] “Il regno della quantità e i segni dei tempi” e “La crisi del mondo moderno” vennero stampati per primi, seguiti da “Gli stati molteplici dell’essere” e “Simboli della scienza sacra”.

[19] Cfr. vol. 2, n. 1-4, 1993. Questa importante rivista dedicata all’esposizione degli insegnamenti tradizionali cessò la pubblicazione dopo pochi numeri.

[20] Successivamente ristampati nella rivista Studies in Tradition: “Nama Rupa” in Studies in Tradition (Karachi: vol. 1, n. 1, 1992); “Conosci te stesso”, in Studies in Tradition (Karachi, vol. 1, n. 2, 1992); “La malattia dell’angoscia”, in Studies in Tradition (Karachi, vol. 1, n. 3, 1992); “Saif ul-Islam” (La spada dell’Islam) in Studies in Tradition (Karachi, vol. 1, n. 4, 1992).

[21] È possibile citare per esempio i suoi numerosi articoli scritti in urdu che apparvero su varie riviste e successivamente nella raccolta dei suoi lavori, Majmu’ah-i Muhammad Hasan ‘Askari (Lahore, 1999). Più importanti di questi furono “Ibn ‘Arabi e Kirkegaard”, “Bare Amon ka Bayan ho Jai”, “Waqt ki Ragni”, “Riwayat kiya haea”, “Urdu ki Adabi Riwayat”. [Di Muhammad Hasan ‘Askari, in italiano, esiste “India: tradizione e modernismo”, Ed. All’Insegna del Veltro, 1988, N.d.T.].

[22] “Errore dello spiritismo” e “Studi sull’Induismo”.

[23] Muhammad Hasan Askari, Jadidiyat (Rawalpindi, 1979).

[24] Tra queste persone vi è Shams al-Rahman Faruqi dall’India, che successivamente sviluppò uno spiccato acume nella critica letteraria secondo linee tradizionali.

[25] Pubblicati su varie riviste incluse Al-Bilagh, Al-Rahim, Shah Khan, Civil and Military Gazette, Oriental College Magazine.

[26] ‘Ata’ al-Haq Qasimi e Siraj Munir (ed.) Ma’asir, n. 1 (Lahore 1979), pp. 621-632.

[27] Ibid., pp. 633-643.

[28] Ibid., pp. 644-656.

[29] Muhammad Suheyl Umar, (ed.) Riwayat I, Lahore, 1983, pp. 57-80.

[30] Ibid., pp. 189-207.

[31] Ibid., pp. 217-233.

[32] Ibid., pp. 217-233.

[33] Ibid., pp. 163-177.

[34] Ibid., pp. 404-410.

[35] Ibid., pp. 411-418.

[36] Questa sezione sui lavori in urdu dedicati a Guénon è citata da una comunicazione privata con Muhammad Suheyl Umar.

[37] La seguente lista è stata preparata da Hafiz Nehad Kahteran:

La prima traduzione degli scritti di Guénon venne pubblicata in Serbia come segue: Panorama suvremenih ideja (“Panorama delle idee contemporanee”) di Gaetan Pikon (n.d.); “Ezoterija”, una traduzione di un capitolo de L’esoterismo di Dante nella rivista Delo (agosto-settembre 1976); “Beleske o angeologiji arapskog alfabeta” in Sufizam, Ed. Darko Tanaskovic e Ivan Sop (Belgrado, 1981); Bilten aurora n. 12 (Lucani, Dicembre 1986); “Mracno doba” (“Epoca oscura”), trad. di Dragos Kalajic, in Alef (Gradac, 1987); Id., “Velika Trijda” (“La Grande Triade”), trad. di Dragos Kalajic, (n.d.); Id., “Simbolika Krsta” (“Il simbolismo della croce”), trad. di Miodrag Markovic (Gradac, 1998).

In Bosnia-Erzegovina sono apparsi i seguenti testi:

Rusmir Mahmutcehajic, “Uciteljstvo René Guénona” (“L’insegnamento di René Guénon”), in Dijalog (n. 1, Sarajevo, 1997), pp. 68-84; René Guénon, “Osvrti na tesavuf i tao” (“Scritti sull’esoterismo islamico e il Taoismo”); trad. di Rusmir Mahmutcehajic e Neira Baralic (Sarajevo, 1988); Hafiz Nevad Kahteran, “Utiranje puteva perenijalnoj filozofiji u Bosni i Hercegovini” (“Preparare le strade per la filosofia perenne in Bosnia-Erzegovina”) (testo dedicato a Guénon, Schuon e Nasr) in Glasnik, vol. LXIII, n. 9-10 (Sarajevo, 2001), pp. 879-900; Nevad Kahteran “Philosophia Perennis” in Znakovi vremena, vol. 4-5, n. 13/14 (Sarajevo, autunno-inverno 2001-2002), pp. 10-34; Hafiz Nevad Kahteran, Perennial Philosophy in the Thought of René Guénon, Frithjof Schuon and Seyyed Hossein Nasr (Sarajevo: El-Kalem, 2002).

[38] Nasr sembra alludere al fatto che i sapienti e intellettuali del mondo islamico del secolo scorso e attuale, senza la lettura di Guénon, non sarebbero potuti giungere a una conoscenza profonda e corretta del mondo moderno e delle sue insidie. Grazie a Dio, in epoca contemporanea, sono state invece numerose le guide religiose islamiche – sunnite e sciite – che, pur non avendo mai conosciuto l’opera del metafisico francese, hanno avuto piena consapevolezza della realtà del mondo moderno e hanno attivamente contrastato le sue sfide, oltre a forgiare allievi e studenti che hanno approfondito e protetto le scienze islamiche tradizionali da qualsiasi deviazione e le hanno correttamente trasmesse ai credenti e alla società tutta. [N.d.T.]

[39] Ciò è quanto avvenne allo stesso S.H. Nasr, che da quando era tredicenne venne mandato a studiare negli Stati Uniti, mentre frequentava la facoltà di Fisica all’Istituto di tecnologia del Massachusetts (M.I.T.). Ecco il suo stesso racconto: “Poi si è verificato un altro evento legato a De Santillana che, come ho scritto nella mia autobiografia nella “Library of Living Philosophers” che avete letto, si potrebbe dire sia stata “la goccia che ha fatto traboccare il vaso”. Ciò è avvenuto quando ho incontrato Bertrand Russell, il famoso filosofo inglese, di cui avevo già letto alcune opere. Venne al M.I.T. e tenne un’importante conferenza pubblica. Era un oratore molto bravo e famoso e così ha attirato un vasto pubblico. Dopo la sua conferenza, De Santillana ha invitato pochi di noi, studenti eccezionali, a trascorrere un paio d’ore con Russell in una piccola riunione. Noi sei o sette ci sedemmo quindi in una stanza a discutere di questioni filosofiche sulla scienza, quando Russell disse apertamente e categoricamente che la fisica moderna non ha nulla a che fare con la scoperta della natura delle cose; ha a che fare piuttosto con strutture matematiche. In questo senso è stato un antirealista e parlava a là Poincar e figure simili, che credevano che ciò che fa la fisica è fornire la struttura matematica per salvare le apparenze, che sono testate dalla sperimentazione, e non ha a che fare con la natura delle cose in sé. (…) Comunque, per farla breve, qui non voglio entrare in una profonda discussione filosofia di questo problema, ma soltanto indicare l’impatto che ebbe su di me quanto affermò Bertrand Russell, anche se potrebbe averlo detto semplicemente “a braccio”. Eccolo, forse il filosofo più famoso nel mondo anglosassone, e guarda cosa diceva. Mi sono chiesto: ‘‘Perché sto sprecando il mio tempo a studiare fisica? Perché voglio studiare fisica se non si occupa della natura delle cose? Voglio capire non solo come, ma anche perché le cose sono come sono. Quale è la natura del mondo? Che cos’è la realtà?” Ero un metafisico che cercava metafisica nella fisica in senso moderno.

Di conseguenza, ho dovuto affrontare una grave crisi intellettuale. Non ho mai perso la mia religiosa fede. La mia fede in Dio è rimasta. Ma intellettualmente la mia “visione del mondo” era stata capovolta. A volte stavo sveglio tutta la notte. Dentro di me vi era un’angoscia esistenziale che non era solo accademica e semplicemente preoccupata con i libri; era un’ansia per la mia comprensione della natura della realtà, che mi ha toccato esistenzialmente. Da giovane avevo avuto la migliore istruzione ed ero stato il primo della mia classe, avendo ogni cosa del mondo davanti a me. Dal punto di vista mondano ero considerato bello e attraente per il sesso opposto. Ero bravo negli sport e avevo una buona famiglia. Nessuna di queste cose, tuttavia, mi ha davvero soddisfatto in quello che stavo cercando. Di conseguenza ho attraversato diversi mesi di dolorosa ricerca interiore. Cosa dovevo fare? Dove devo volgermi? Qual è la natura della realtà? Qual è la verità? Esiste la Verità in senso assoluto? Chi sono io e cosa sto facendo qui? Queste domande sono emerse più e più volte nella mia mente ed esaurivano la mia energia mentale e tormentavano la mia anima.

In quel momento ebbe luogo un altro grande evento a cui ho accennato sopra. Tutti questi fatti si sono svolti nell’arco di un anno. Questo nuovo evento avvenne quando lo stesso De Santillana ci introdusse alle dottrine orientali. Dico “noi” perché io e altri tre o quattro studenti di fisica, che erano una sorta di “fisici-filosofi” come me, discutevamo insieme di “filosofia orientale”. Gli abbiamo chiesto di tenerci un corso di filosofia indiana. Questo avvenne all’inizio degli anni Cinquanta, con i primi segnali di interesse dell’Occidente per filosofie non occidentali. Ora è molto comune, ma a quel tempo questo interesse era appena iniziato. Eravamo un po’ alla frontiera come pionieri, alcuni studenti più dotati dell’università sempre alla ricerca di idee “oltre l’orizzonte”. In risposta alla nostra richiesta, De Santillana disse: ”Benissimo. Lo farò, a condizione che accettiate di ascoltare la filosofia indiana dalla ‘bocca del cavallo’.” Abbiamo accettato. Disse: “Leggeremo i libri di René Guénon”, cosa che non sarebbe mai accaduta in un’università in Francia, dove la sua opera è stata evitata nei circoli accademici. All’epoca nessuno conosceva i libri di Guénon in America, ma “Introduzione allo studio delle dottrine indù” e “L’uomo e il suo divenire secondo il Vedanta”, pubblicati originariamente nel 1921 e nel 1925, erano stati tradotti dal francese in inglese poco dopo la Seconda Guerra Mondiale da Marco Pallis e altri in Inghilterra. Allora De Santillana disse: “Ordinate questi libri da Luzac a Londra”. Abbiamo ordinato i libri e studiato l’induismo con De Santillana attraverso le opere di Guénon. Riesci a immaginarlo al M.I.T.? Si trattava di un gruppo composto da poche persone che studiano dottrine tradizionali al M.I.T. in un seminario che si teneva di sera. Appena ho letto questi lavori, il mondo intero tremò sotto i miei piedi e molto presto mi resi conto che questi insegnamenti erano quello che stavo cercando. Per me quello che Guénon stava dicendo era la verità, e le sue critiche alla filosofia moderna e al mondo moderno erano assolutamente vere”. (cfr. In Search of the Sacred. A Conversation with Seyyed Hossein Nasr on His Life and Thought, pp. 40-42, Praeger Pub Text, 2010) [N.d.T.]

Traduzione a cura di Islamshia.org © E’ autorizzata la riproduzione citando la fonte

Fonte: Islamshia.org

L’influenza di René Guénon nel mondo islamico
L’influenza di René Guénon nel mondo islamico

L’ANTICRISTO

a cura di Franco Giovi

“La teologia ortodossa ha raggiunto nel XX secolo una delle sue vette con Soloviev.
E proprio Soloviev, col suo “racconto dell’Anticristo” offre uno spunto significativo di riflessione per noi occidentali.
Chi è l’Anticristo?
O meglio, come si manifesterà?
Sconcertante è la risposta di Soloviev: non aspettatevi un demone con gli occhi iniettati di sangue, pronto a diffondere un clima da film dell’orrore hollywoodiano.
Si sottovaluta l’intelligenza satanica se ci si aspetta una così facile e scontata apparizione.
In realtà, dice Soloviev l’Anticristo apparirà nelle vesti subdole del pacifista, del filantropo, del vegetariano, dell’amico di tutti e del dialogante ad oltranza.
In una sola parola: l’ANTICRISTO SARÀ BUONISTA!”

L'ANTICRISTO
L’ANTICRISTO

Che cos’è la depressione?

di Erich Fromm

“La depressione non equivale al dolore; il vero depresso ringrazierebbe il cielo se riuscisse a provare dolore.

La depressione è l’incapacità di provare emozioni.

La depressione è la sensazione di essere morti mentre il corpo è ancora in vita.

Non equivale affatto alla pena e al dolore, con i quali anzi non ha niente in comune.

Il depresso è incapace di provare gioia, così come è incapace di provare dolore.

La depressione è l’assenza di ogni tipo di emozione, è un senso di morte che per il depresso è assolutamente insostenibile.

È proprio l’incapacità a provare emozioni che rende la depressione così pesante da sopportare.”

Che cos'è la depressione?
Che cos’è la depressione?

AL KHIDR È MELKISEDEK?

di Rassàm alÛrdun

La partecipazione d’un islamista ad un colloquio su Melkisedek potrebbe sembrar strana. Effettivamente, questa figura biblica non è stata ripresa dalla tradizione islamica; né il Corano, né la sunna o l’insieme delle tradizioni profetiche, come neppure le Jsra’iliyyat, vasto corpus di tradizioni giudeo – cristiane assorbite dall’islàm dei primi secoli, lo menzionano.

Bisogna quindi accontentarsi, per parlare di Melkisedek nell’Islàm, di rendere un’immagine in negativo?

Cercheremo, qui, dì ritrovarne i tratti positìvì, rìcercando non un personaggio, bensì le funzioni che rappresenta. Il breve passaggio del Genesi (14, 18-20) in cui appare Melkisedek s’intercala, quasi incidentalmente, al racconto dei combattimenti condotti da Abramo contro i re del Paese di Canaan. Nell’Islàm non si accenna minimamente a questa parte della vita di quello che ancora non si chiama Abramo. Il Corano, come la tradizione profetica ed esegetica, non parla che d’un certo numero d’episodi della vita di Ibràhim (Abramo).
Nel suo paese d’origine è, dapprima, preservato da un massacro d’innocenti, quindi ritrova, attraverso la contemplazione degli astri, l’adorazione del Dio unico, poi spezza gli idoli, è gettato nella fornace e sostiene una controversia con un re che la tradizione identifica con Nemrod. Emigra, accoglie gli angeli venuti ad annientare Sodoma, riceve – assieme a sua moglie – l’annuncio della nascita d’Isacco che s’appresta a sacrificare il figlio. Conduce Hagar ed Ismaele nel deserto, salvati grazie all’intervento dell’angelo, e si reca, più tardi, a visitare questo figlio edificando, con lui, il tempio della Ka’ba donde chiama gli uomini al pellegrinaggio. Incarna, prima di tutto, quel che il Corano chiama Islàm: l’affidamento totale del proprio essere a Dio, la restaurazione dell’uomo nella sua natura primordiale (fitra),
Così, inaugurando una linea di puri adoratori di Dio (hanif al hunafa‘). Il racconto del Genesi, ove Abramo combatte i re e delimita così i confini della Terra Santa, non s’iscrive nei ruoli dei quali è investito l’Ibrahim coranico. Questa evidenza testuale basta, di per sé, a spiegare perché Melkisedek, incluso in questo passaggio, non sia stato assunto dalla tradizione musulmana.

E’ ancora in un contesto guerriero, la vittoria sui nemici che compare, nei Salmi;i (110, 4-5), un essere “gran sacerdote per sempre secondo l’ordine di Melkisedek”. Lo stato clericale ed il sacerdozio sono delle nozioni relativamente estranee alla tradizione musulmana, eccezion fatta per i riferimenti ai preti cristiani o di religioni antiche. L’espressione “per sempre”, invece, che evoca l’idea d’un sacerdozio immutabile, corri- sponde abbastanza bene alla nozione coranica di religione immutabile (din qavvim)’, spesso connotata dall’espressione “ secondo la tradizione di Abramo puro adoratore”(millat- Ibrahim hanifan ).

NeII’Islàm, il carattere immutabile e preservatore di questa espressione tradizionale: “per sempre”, resta talmente connessa alla persona d’Abramo, che non può esser incarnata da nessun altro che lui.

Nell’interpretazione del passaggio del Genesi e dei Salmi data dall’autore dell’Epistola agli Ebrei, Gesù è identificato con il “gran prete per sempre secondo l’ordine di Melkisedek”; è Melkisedek stesso “per sempre” poichè, senza inizio né fine, la sua realtà trascende il tempo. Il suo sacerdozio, che non è dell’ordine della trasmissione umana è, pertanto, superiore a quello di Levi che ha pagato la decima a Melkisedek nella persona del suo avo Abramo.
Questo testo giustifica, in tal modo, l’ascendenza di Gesù, sorto da Giuda e dalla famiglia di Davide, il che implica la superiorità della regalità – intesa, quì, in senso principiale e dìvìno – sul sacerdozio.

Non è certamente un caso che questa argomentazione la si ritrovi nell’Epistola agli Ebrei, né che l’Islàm non abbia conservato questa problematica giudeo-cristiana.

Secondo l’interpretazione cristiana, Melkisedek incarna la preesistenza del Verbo divino, principio ed origine della storia della Rivelazione. Il sacrificio del pane e del vino da lui compiuto, il versamento della decima da parte di Abramo sono, rispettivamente, il segno ed il riconoscimento di questa funzione immutabile.

Ora, nel Corano, sotto forma allusiva e, nella Sunna, in modo esplicito, l’anteriorità di Muhammad in quanto Spirito della Profezia è affermata in termini più o meno analoghi. Nella sura XXXIII : “alAhzab” (“I Coalizzati”), ove la persona del Profeta occupa un posto centrale, è detto: «il Profeta è più vicino ai credenti di loro stessi e le sue spose son madri loro… » (Corano XXXIII : 6).
Al di là del senso giuridico del versetto legato alla questione dell’adozione, ì credenti sono invitati a meditare sulla presenza della realtà profetica nel più profondo di loro stessi, cosa che non può non richiamare alla mente “quella speranza che penetra fino al di là del velo, nel santuario in cui Gesù è entrato per noi come precursore, in qualità di gran prete per sempre secondo l’ordine di Melkisedek ( Ebrei 6, 17-8). Si comprende, da ciò, il legame tra il versetto della sura “alAhzab” precedentemente citata e la seguente, in cui si allude all’anteriorità della realtà profetica.

Il discorso s’indirizza direttamente al Profeta, menzionato prima di quei successori che contraddistinguono le fasi principali della storia della profezia: «Ed allorchè stringemmo il patto con i profeti, con te, con Noè e, con Abramo, con Mosè e con Gesù figlio di Maria, e stringemmo, con loro, patto solenne.» (Corano XXXIII 7). Più avanti, nella stessa sura, il Profeta è denominato «… Un buon esempio…» (Corano XXX III 21); “Inviato di Dio e Sigillo dei profeti” (Corano XXXIII 40); è, infine, qualificato come Testimone, annunciatore di buona novella e avvertitore, / chiamante a Dio col Suo permesso e Lampada luminosa.» (Corano XXXIII 45—46).

Di queste qualifiche profetiche, riterremo soprattutto quelle di “sigillo” e di “testimone”, legate al ruolo escatologico del Profeta come ultimo messaggero inviato agli uomini ed intercessore per l’insieme della comunità il giorno della Resurrezione, nonché quello di “lampada luminosa”, fondamento della dottrina della Luce muhammadiana, portatrice della creazione e della Rivelazione fino alla sua manifestazione nella persona umana del Profeta.

Questa dottrina si trova già, in germe, nelle tradizioni in cui uno dei Compagni domanda a Muhammad quand’è che è divenuto Profeta. In una di queste, risponde: “Ero il Sigillo dei profèti quando Adamo giaceva ancora nell’argilla. Vi dirò l’inizio di tutto ciò: l’invocazione di mio padre Abramo, l’annuncio della mia venuta da parte di Gesù e la visione e la visione che ebbe mia madre, poichè così vedono le madri dei credenti. Questi passaggi del Corano, come questa risposta del Profeta, richiamano i credenti ad una percezione al tempo stesso interiore e cosmica della realtà del Messaggero, paragonabile all’idea di Gesù che l’autore dell’Epistola voleva dare agli “Ebrei”. La menzione esplicita di Melkisedek nei testi fondatori dell’Islàm non s’imponeva dato che, in effetti, tutti i significati e le funzioni di cui questa figura si trova carica nella Bibbia, sono stati riassorbiti nelle persone d’Abramo e di Muhammad stesso.

Funzioni di Melkisedek

Se, ormai, non si considera più il re di Salem come un personaggio dai contorni più o meno storici ma come il rappresentante d’una o più funzioni sacre, è possibile ricercarne le corrispondenze nella tradizione musulmana. Re di un paese che significa “pace”, si presenta ad Abramo quando questi ha appena vinto i re, pronunciando una benedizione non meno guerriera: “Benedetto sia Iddio L’Altissimo, che ha consegnato nelle tue mani i tuoi nemici”.

Ugualmente, il Salmo 110 annuncia che “egli spezzerà i re nel giorno della sua collera”. Re di giustizia e “sacerdote di Dio L’Altissimo”, rappresenta l’unione delle funzioni guerriere e sacerdotali ed il loro principio comune espresso, bisogna sottolineario, in termini di regalità. E’ ancora necessario ricordare l’universalità d’una simile rappresentazione?

Questa rappresentazione conferisce, egualmente, un carattere sacro alla guerra, nella misura in cui essa è un combattimento per la pace.

Si tratta, nell’Islàm, della nozione coranica di califfato (khalifa) e dei suoi prolungamenti tanto nella storia quanto nelle elaborazioni dottrinali, giuridiche, teologiche e spirituali. Nel Corano, il termine khalifa designa innanzi tutto l’Uomo, ancor prima della creazione d’Adamo, quindi Davide, istituito vicario da Dio dopo ch’ebbe riconosciuto la sua colpa. Allo stesso modo in cui Davide rappresenta, nel Corano, l’unione della profezia e della regalità, il Califfo era, al tempo stesso, “emiro dei credenti” – funzione guerriera – ed “imam dei musulmani” – funzione sacerdotale. L’investitura di una simile funzione ha rivestito, nella realtà storica, forme diverse com’è dimostrato, fra l’altro, dall’accesso al califfato dei quattro successori del Profeta.

Il Corano, invece, presenta Dio quale unico dispensatore d’una tal funzione.

Nella sura “alBaqara”, la narrazione che conclude la storia dei Figli d’Israele e racconta l’accesso di Saul alla regalità e poi la vittoria di Davide su Golia, “un profeta” anonimo annuncia la designazione di Saul come re e, di fronte alle proteste degli Israeliti, afferma: «.. “invero Dio l’ha eletto al di sopra di voi e gli ha accordato un sovrappiù di scienza e di forza corporea; e Dio dà il Suo regno a chi vuole…”» (Corano 11 247). Secondo la prospettiva coranica, solo Dio accorda la benedizione che Melkisedek e Samuele sono incaricati di dare. Il combattimento condotto da Davide, invece, è giustificato così: « … E se Dio non contrapponesse alcuni uomini ad altri, la terra sarebbe corrotta…» (Corano Il 251).

Questo combattimento condotto dal khalifa, appare dunque come la riparazione per la corruzione e per il sangue versato, inerenti alla storia dell’umanità e come la restaurazione della pace (silm) dopo la guerra. Essa corrisponde interiormente all’Islàm, nel senso di affidamento dell’anima a Dio, simbolizzata da Abramo che, una volta di più, prende il posto di colui che l’ha benedetto, il re di Salem: «combattete in Dio un combattimento vero. Egli vi ha prescelti e non ha posto nessuna difficoltà, per voi, nella religione; tradizione di vostro padre Abramo. E’ lui che vi ha chiamati i ‘musulmani” per primo e ciò affìnchè l’inviato sia testimone nei vostri riguardi e voi stessi siate testimoni nei confronti degli uomini…» (musulmani = muslimùn: coloro che si sottomettono a Dio) (Corano XXII 78).

Il Corano affida, qui, al Profeta ed ai suoi Compagni, il proseguimento di questo combattimento secondo il corpo e lo spirito.

La benedizione d’Abramo da parte di Melkisedek implica la superiorità del secondo rispetto al primo. Dando a Melkisedek “la decima di tutto”, Abramo riconosce la sua autorità. Il Corano, com’è già stato detto, non fa alcuna allusione ad una tale relazione ma racconta, però, l’incontro di Mosè con un personaggio che non è nominato, detentore d’una scienza superiore, ricevuta direttamente da Dio. Il profeta si fa suo discepolo allo scopo d’ottenere tale scienza.

Questo personaggio, chiamato simbolicamente dalla tradizione: “alKhadir”o “alKhidr” (Il Verde), in ragione del fatto che fa rinverdire la terra sulla quale posa i suoi passi, annuncia repentinamente a Mosé che questi non potrà più seguirlo. Mosè, infatti, non resiste alla prova e per ben tre volte insorge contro il comporta- mento apparentemente aberrante della sua guida, nonostante si fosse impegnato a non proferire parola. Prima di lasciarlo, alKhadir, tuttavia, gli spiega i motivi dei suoi atti. Senza entrare nei dettagli del racconto, si può osservare che il maestro svela qui, al suo discepolo-profeta, la dimensione esoterica di certi episodi della sua vita e della Legge, violata prima in apparenza e poi rivelata come pura misericordia ed atto di Dio.

Quale rapporto fra al-Khadir e Melkisedek?

Tutti e due appaiono come degli esseri misteriosi, senza storia, giunti non si sa da dove, ma investiti d’una missione precisa nei confronti dei profeti che sono fedeli a loro e ne riconoscono l’autorità; Melkisedek porta del pane e del vino insieme alla sua benedizione; al-Khadir trasmette una scienza o, piuttosto, prepara il suo discepolo a ricevere egli stesso la scienza venuta da “presso” Dio (al-‘ilm al-ladunni). Ciò non va disgiunto dal ricordare l’osservazione dell’autore dell’Epistola agli Ebrei a proposito dell’espressione “sacerdote per sempre secondo l’ordine di Melkisedek”: “A questo riguardo avremmo molte cose da dire, e cose difficili da spiegarvi, dato che siete diventati lenti a comprenderle”.
Primato della scienza ispirata su quella della Legge, del sacerdozio di Melkisedek su quello di Levi, discendente d’Abramo; riconoscimento da parte del Patrìarca o Mosè, rappresentanti di tradizioni in corso di fondazione, d’un’autorità superiore e totale, incarnata da un personaggio che sfugge alla storia degli uomini e ciononostante che vi fa irruzione, ecco quel che giustifica l’accostamento, da un certo punto di vista, fra Melkisedek ed iI- Khadir.

Quest’ultimo appare, nell’agiografia musulmana, non solamente come il maestro dei santi, dei qualì perfeziona l’educazione spirituale, ma anche come il capo degli “isolati” (afrad) questi santi occulti fra i quali viene scelto il “polo”(qutb) ed all’autorità del quale essi non soggiacciono. Questi termini rinviano all’idea che il mondo in generale e la comunità musulmana in particolare non potrebbe durare senza la presenza d’un khalifa, vero e proprio vicario di Dio sulla terra, che detiene congiuntamente tanto l’autorità spirituale quanto il potere temporale. L’imperfezione dei califfi storici ha condotto all’occultamento di questa funzione assunta dal qutb, capo della gerarchia dei santi, assistito dall’imam di destra e dall’imam di sinistra, i quali rappresentano rispettivamente il regno angelico ed il regno sensibile, ossia le due funzioni sacerdotale e regale, nonchè da una serie gerarchica di personaggi riflettenti l’ordine cosmico. L’indipendenza di al-Khadir e degli afrad dal qutb, segnalata da autori come lbn ‘Arabi, suggerisce il fatto ch’essi rappresentano un’autorità superiore, anteriore alle tradizioni presenti e manifestantesi precipuamente a queste nel momento della loro fondazione.

Firefitz di Rassàm alÛrdun: © Tutti i Diritti Riservati

AL KHIDR È MELKISEDEK?
AL KHIDR È MELKISEDEK?