INTERVISTA SULLA GIUSTIZIA ITALIANA: PARLA L’AVVOCATO MARAZZITA

a cura di Filodiritto

L’avvocato Marazzita è duro con la categoria: “Gli avvocati sono una folla di autarchici a cui non importa nulla. Anche gli avvocati hanno delle colpe. Nella maggior parte dei casi sono degli individualisti che badano solo ai propri interessi e se ne fottono dei cittadini”.

Avvocato Marazzita, qual è lo stato della giustizia italiana?

“È comatosa. In ambito penale da almeno trent’anni, ovvero da quando è stato introdotto il nuovo codice. Da allora la devastazione giudiziaria si è acuita ancora di più”.

Il risultato principale, ovviamente in negativo, pare essere la creazione di processi dai tempi biblici…

“I tempi sono un alibi, come lo è ad esempio il tema delle intercettazioni. Serve un processo penale che sia protettivo nei confronti degli imputati e delle vittime. Il codice in vigore non è riuscito a garantire nulla ai primi e molto poco alle parti offese, anche se queste ultime sono ormai diventate il centro del processo. Ma il processo deve focalizzarsi sull’imputato, che ne è l’unico e vero protagonista. Il processo penale è stato devastato”

In Italia esiste ancora lo stato di diritto?

“Assolutamente no, è ormai ben lontano da noi. È stato culturalmente abbandonato dalla politica e dalla magistratura. A proposito di magistratura, non so quanti casi Palamara ci debbano essere affinché si capisca che si tratta di un’associazione corporativa che bada solo ai suoi interessi. Non gliene importa niente dei cittadini. Ma tutto ciò dura da trent’anni. Non è nato con Palamara e ho paura che non morirà con Palamara”.

Il nostro sistema giustizia è riformabile?

“Con una politica e una magistratura così poco capace e così poco adeguata al livello di civiltà che questo paese merita, la vedo dura”.

In tutto ciò, qual è il ruolo degli avvocati?

“Non contano quasi mai niente, ma semplicemente perché sono una folla di autarchici a cui non importa nulla. Anche gli avvocati hanno delle colpe. Nella maggior parte dei casi sono degli individualisti che badano solo ai propri interessi e se ne fottono dei cittadini. Di conseguenza sono i migliori alleati dei magistrati, perché anche a loro fa comodo che il sistema continui ad essere così come è”. (estratto intervista del 23 luglio 2020 a Tuscia Web)

INTERVISTA SULLA GIUSTIZIA ITALIANA: PARLA L'AVVOCATO MARAZZITA
INTERVISTA SULLA GIUSTIZIA ITALIANA: PARLA L’AVVOCATO MARAZZITA

Riflessioni sulla “metafisica della frontiera” di Daria Platonova

di Pavel Kiselev

In memoria di Daria Dugina, uccisa il 20 agosto 2022 dai nemici della Russia

“Il vassallo pensa alle frontiere, il signore ai confini” – Daria Dugina

Alla Scuola eurasiatica del 13 agosto, Dasha ha letto il suo intervento “La metafisica della frontiera”. Alcuni eurasiatici, o giovani che aspirano a diventarlo, l’hanno vista e sentita per la prima e, con loro grande dolore, per l’ultima volta. Dasha parlava in modo vivace, energico ed eloquente, il che non poteva non impressionare i giovani che non erano molto diversi da lei per età. La sua chiarezza di pensiero, la capacità di articolare le sue argomentazioni e di comunicare facilmente il suo messaggio al pubblico, dato che una ragazza così giovane ha una tale energia e un’incredibile capacità di persuasione, hanno influenzato positivamente le dinamiche della scuola e, si spera, anche motivato molti partecipanti a dedicare le loro forze e la loro volontà alla nostra causa comune.

La tragica morte di Dasha, avvenuta una settimana dopo, ha lasciato una ferita indelebile nell’anima di tutti noi, che l’abbiamo conosciuta intimamente, che siamo stati costantemente al suo fianco, che l’abbiamo ascoltata e che siamo stati ispirati dal suo coraggio e dalla sua energia. E ognuno di noi, profondamente ferito dalla sua morte inaspettata, ha conservato un po’ di quel coraggio, di quell’energia, per lavorare insieme a noi nel ricordo del nostro angelo, Daria, e per portare la sua bandiera nella battaglia verso la vittoria.

Da parte mia, avrei voluto scrivere questa recensione della relazione di Dasha non appena fossi tornata da scuola, tanto era impressionante e stimolante. A quel tempo, pensavo che tutti noi avremmo spesso collaborato con Dasha all’interno dell’Unione Giovanile Eurasiatica, volevo scrivere subito questo testo e inviarglielo, discutere e ricevere qualche consiglio, ma poi, come sempre, ho fatto affidamento sul fatto che c’è ancora abbastanza tempo, avremo tempo…

Ora credo sia giusto e importante scrivere le mie riflessioni su uno dei suoi ultimi discorsi, che mi ha spinto a una nuova tappa nello studio della geopolitica e delle relazioni internazionali. “La metafisica della frontiera” è una prospettiva del tutto unica sul confronto tra Russia e Paesi occidentali, qualcosa che non appartiene alla terminologia di Aleksandr G. Dugin, che può e deve essere portato avanti nel pensiero geopolitico. È ora compito e missione dei suoi seguaci, dei suoi associati e dell’Unione Eurasiatica dei Giovani comprendere e continuare la ricerca scientifica di Dasha. E questo sarà il modo migliore per onorare la memoria di Daria, che vive per sempre nei nostri cuori.

“Le frontiere pensano al vassallo, le frontiere al padrone”. Questa frase di Dasha è stata memorabile fin dalla prima volta. Per chiarire il concetto ai lettori, si può parafrasare così: “Oggi l’uomo comune pensa ai confini di Stato e l’uomo politico pensa alle frontiere”. I confini nel senso in cui sono segnati su una carta fisica nei libri di testo di geografia sono scomparsi dopo la Seconda guerra mondiale. Oggi abbiamo a che fare con entità sovranazionali che stanno espandendo la loro presenza e influenza in tutto il mondo. La linea in cui finiscono le loro capacità e i loro interessi (o che costituisce una barriera temporanea all’espansione) è la frontiera. Non sempre siamo in grado di delineare questa linea fisicamente; spesso esiste solo metafisicamente.

La più grande entità sovranazionale che minaccia gli interessi della Russia e del mondo russo è la NATO. Mentre le zone dell’UE o dell’ASEAN hanno confini abbastanza chiari (il loro status molto probabilmente non rientra più nella definizione di frontiera), la linea convenzionale della NATO può essere delineata con una linea tratteggiata. Nel 1990 l’Alleanza Nord Atlantica aveva promesso di non espandersi verso est, ma dopo il crollo dell’URSS ha deciso di non tenere conto degli accordi e degli interessi della Russia nei Paesi dell’ex Patto di Varsavia. Nell’attuale situazione geopolitica, quello che stiamo affrontando nel Donbass e in Ucraina è il risultato dello spostamento di questa linea del fronte della NATO in un’area in cui storicamente e geopoliticamente non può più attecchire.

La guerra nel Donbass e la SMO in Ucraina sono una battaglia di fronti. Ma se il movimento della NATO verso est ci è chiaro – l’espansione della presenza commerciale americana, il pieno controllo dell’attività economica e militare, la pressione geopolitica sulla Russia e, infine, la completa vittoria ideologica del liberalismo e del capitalismo in quei territori dove prevalgono le idee antiliberali e tradizionali – allora come definire la frontiera della Russia? Dove finiscono gli interessi della Russia e fino a quali confini dovrebbe spingersi l’”idea russa”?

Qui si può ricordare la famosa frase di Vladimir Putin (detta per scherzo): “La Russia non finisce da nessuna parte”. No, questo non significa che la Russia debba invadere l’Europa dopo il rovesciamento del regime criminale di Kiev – non abbiamo bisogno dei suoi territori, non abbiamo e non abbiamo mai avuto alcuna pretesa su di essi, perché si tratta di una cultura completamente diversa, di una natura umana diversa, di una civiltà diversa. Ma dobbiamo lavorare con l’Europa a un altro livello. Non possiamo definire questo livello ideologico, perché le idee della Sobornost russa o del socialismo russo (nel senso, ad esempio, di Berdyaev) non sono ugualmente vicine.

Il libro “La grande Europa dell’Est” di Alexander Bovdunov, esperto di geopolitica e membro del Movimento Internazionale Eurasia, afferma che l’Europa dell’Est è ora una frontiera tra la Russia e l’Occidente – entrambe le parti stanno cercando di influenzare le decisioni politiche nella regione, e purtroppo il vantaggio è ancora a favore dei nostri rivali (ad eccezione di situazioni in diversi Paesi, come la Serbia). Ma il compito della Russia in Europa orientale è quello di stabilire una cooperazione nella regione, basata su valori comuni: ortodossia, filosofia, lingua, radici slave (nel caso di Polonia, Slovenia, Slovacchia, Serbia).

Naturalmente abbiamo molti punti in comune con i Paesi dell’Europa orientale; è molto più facile stabilire relazioni amichevoli e reciprocamente vantaggiose con loro che con il resto dell’Europa. Tuttavia, molto è possibile, ed è proprio per la possibilità di sopravvivenza della nostra civiltà, per un’esistenza sicura fianco a fianco con altre civiltà e per la creazione di un mondo multipolare, che i soldati russi stanno combattendo ora in Ucraina. I confini della Russia saranno fissati dove finisce la SMO, ma la lotta per la frontiera continuerà. Nello scontro di fronti c’è già una questione più fondamentale di quella dell’incorporazione dell’Ucraina nella Russia. Ecco la questione dell’esistenza delle civiltà.

Le distruttive politiche liberali americane stanno minando l’indipendenza culturale, economica e geopolitica dell’Europa. Nella sua conferenza, Dasha ha parlato del fatto che più la linea del fronte russo si sposta, più i partiti e le organizzazioni in Europa sono indipendenti dall’influenza americana. Dasha crede che il futuro della Francia sia in mano a personaggi come Marine Le Pen, il futuro dell’Ungheria sia in mano a Viktor Orban e che anche negli Stati Uniti il trumpismo sia ideologicamente più forte delle corrosive politiche neoliberiste di Biden (o meglio di chi sta dietro alla sua figura).

Quanto più vulnerabile è la situazione economica e politica dell’Europa, che dipende direttamente dai centri decisionali americani, tanto più forte è la frontiera russa. Dove finisce la frontiera russa? Se la linea della NATO è trasparente e tratteggiata, la frontiera russa non si vede affatto. Ecco perché parliamo di “metafisica” piuttosto che di “fisica” della frontiera. L’espansione della NATO è il dominio del capitalismo americano su tutte le strutture di altri Paesi e civiltà, la completa subordinazione militare ed economica ai grandi imprenditori e ideologi americani, i Ford, i Krupp, i Rothschild, i Rockefeller e i Soros di oggi.

L’espansione della frontiera russa riguarda la cooperazione nella sfera degli interessi comuni, sui principi comuni della civiltà russa ed europea. Se può funzionare con i popoli dell’Europa orientale, funzionerà con tutti gli altri. E questi principi sono i più semplici: indipendenza culturale, sicurezza economica, integrità politica e rispetto reciproco dei popoli.

E questa nuova frontiera della geopolitica si sta rafforzando ora nel Donbass, dove si scontrano due grandi civiltà. Una civiltà lotta per l’egemonia globale, l’altra per la salvezza e la libertà del mondo. Il filosofo russo Evgeny Nikolaevich Trubeckoj ha dichiarato in un articolo: “La vocazione della Russia è quella di essere il liberatore dei popoli”. E aveva motivi storici per crederlo, perché l’Impero russo stava liberando i suoi popoli costitutivi dall’oblio e dalla dimenticanza. Poi la guerra contro Napoleone portò davvero la missione storica di liberazione dei popoli a un nuovo livello sovranazionale. Il popolo russo ha dimostrato il proprio diritto a svolgere questa missione durante la Seconda guerra mondiale e lo sta dimostrando ora nel Donbass.

Perché la Russia? L’arciprete Andrei Tkachev ha recentemente espresso un pensiero interessante in uno dei suoi discorsi. In breve, si legge: “L’uomo russo non è finito. Il tedesco è finito, il francese è finito, l’inglese è finito, ma “il russo è aperto al futuro”. Che cosa significa? La persona russa è complessa, sfaccettata, ampia (ricordiamo Dostoevskij), profonda (ricordiamo la conferenza di Alexander Dugin alla stessa Scuola Eurasiatica). È impossibile comprendere l’uomo russo fino in fondo. Il russo capisce un tedesco, un francese, “un fiero nipote degli slavi, un finlandese, un tunguso, un amico delle steppe, un kalmyk”. La complessità e la versatilità dell’uomo russo possono assorbire i significati e lo spirito di altri popoli. Mi vengono in mente i versi di Alexander Blok:

Amiamo tutto – e il calore dei numeri freddi,

E il dono delle visioni divine,

L’acuto senso gallico di ogni cosa,

E il crepuscolare genio tedesco…

Quindi, alla questione della frontiera. La frontiera è sia qualcosa che esiste sia qualcosa che non può essere compreso usando solo nozioni spaziali fisiche. La frontiera degli Stati Uniti corrisponde per molti versi ai confini della NATO e il compito della nostra lotta ideologica è quello di restringerla ai confini civilizzati dell’America. La geografia viene studiata all’interno dei confini nazionali, la geopolitica all’interno dei confini di civiltà, che possiamo trovare nei libri di Dugin, Huntington e McKinder. Ma non esiste una mappa delle frontiere.

Dove finisce la frontiera russa? Questa domanda è identica a un’altra domanda ontologica: “Dove finisce l’uomo russo?”. Parafrasando Vladimir Vladimirovich: “L’uomo russo non finisce da nessuna parte”. La Russia, sì, è finita. Ha dei confini, e storicamente questi confini si sono ristretti e allargati fino al limite consentito dalla civiltà. Ma la frontiera russa è un valore metafisico. Si estende lentamente nello spazio e sfugge gradualmente nell’infinito, nella luce montana, nel mondo delle idee platoniche.

Grazie a Dasha per aver introdotto questo tema nel nostro discorso filosofico e politico generale. Sarà difficile per noi senza la sua mente lucida, senza il suo ragionamento. Nessuno prenderà il suo posto: ora è nei nostri cuori. Per noi resterà per sempre un’amica, un mentore, una sorella e una stella luminosa nel nostro firmamento eurasiatico, che illumina la strada per i giovani filosofi in questo mondo crepuscolare di ombre.

Traduzione a cura di Lorenzo Maria Pacini

Fonte: Idee&Azione

Riflessioni sulla “metafisica della frontiera” di Daria Platonova
Riflessioni sulla “metafisica della frontiera” di Daria Platonova

CONSIGLI AI GIOVANI

di Pio Filippani-Ronconi

“Costantemente mantenersi presenti.
Dentro la propria mente.
Esercitarsi.
Avere una condotta particolare; disprezzare il facile comodo, disprezzare l’inutile lusso; essere uomini raffinati, ma essere uomini fermi.
Mantenere la fedeltà della parola.
E nel fisico, esercitarsi, esercitarci a combattere.
Praticate pugilato, praticate arti virili, praticate scherma, praticate karate, praticate aikido: qualsiasi cosa.
Fate risorgere lo Spirito dalla congiuntura delle vostre ossa.
Tutto il vostro corpo deve essere una immagine di quello Spirito.
Siamo circondati da bellissime e talvolta squallide e austere montagne.
Cosa costa una volta alla settimana, quattro volte al mese, o tre, o due al minimo, andare a farci una bellissima marcia, anche con la pioggia battente? (…)
Cioè fondate, fatevi una cultura solida, che non sia una cultura puramente, così, trasmessa, una cultura solida.
Una cultura che vi permette di essere dei capi.
Se ci sono dieci uomini e uno di voi sta in mezzo, egli è il capo.
E allo stesso tempo forgiatevi il vostro corpo.
Pensate a magnis itineribus, i militi romani che raggiunsero in dodici giorni il lago di Ginevra. Marciando.
Ricordate che i Romani portavano sessanta chili sulla schiena. […] Fate risorgere lo Spirito dalla congiuntura delle vostre ossa!
Tutto il vostro corpo dev’essere una immagine di quello Spirito. […]
Approfittate del bene e di tutto ciò che di positivo vi dà anche questa attuale civiltà e cultura. Non disprezzatela!
Perchè l’avversario non dev’essere mai disprezzato.
È buona norma ammirare anche il nemico, per quello che egli ha di positivo. […] Arricchite la vostra anima, studiate bene anche tutto ciò che è contrario a voi!
Dovete essere spiritualmente aperti.
Uomini come voi devono essere capaci di restare incantati per due ore a contemplare un albero!
Il senso di Dio, che ve lo predicano semplicemente come senso di fraternità fra tutti gli uomini…ma sviluppatelo, per quella che è la contemplazione! Maledetta, fra l’altro, da tutti i Padri della Chiesa…
Quella che è la contemplazione delle fonti, delle acque, della bellezza che sta attorno a voi.
Un raggio di sole che illumini una strada, una brutta squallida strada… ma questo raggio di sole è la luce che Dio mi dà!
Dovete farlo rivivere nel vostro spirito come un impulso naturale.
E poi un’altra cosa, che è la base di tutto, è la fraternità fra di voi, la fraternità gentile, senza quelle rozzezze a cui molti indulgono con la illusione di essere più uomini.”

CONSIGLI AI GIOVANI
CONSIGLI AI GIOVANI

L’eurasiatismo di Dugin è incompatibile con il nazionalismo

di Alain de Benoist

INTERVISTA. I media francesi si interessano da qualche giorno ad Aleksandr Dugin, ideologo reputato vicino a Vladimir Putin. Dopo uno studio critico di Pierre-André Taguieff, pubblichiamo un’intervista con Alain de Benoist che ha collaborato con Alexandre Dugin.

Front Populaire: Ha già incontrato Aleksandr Dugin. Può spiegarci chi è, in particolare sul piano intellettuale? Quali sono le sue idee, le sue influenze filosofiche e politiche, ecc.?

Alain de Benoist: Alexandre Dugin, che conosco da più di trent’anni, è un teorico dell’eurasismo. Questa linea di pensiero è emersa negli anni Venti, sia negli ambienti dell’emigrazione russa (i «russi bianchi») sia nella giovane Unione Sovietica, nel contesto della disputa slavofili-occidentali (Zapadniki) che aveva già diviso le élite russe negli anni Quaranta del XIX secolo.

Gli occidentalisti consideravano la Russia moderna come il risultato dell’«occidentalizzazione» della società russa iniziata nel XVIII secolo per iniziativa di Pietro il Grande, mentre per gli slavofili come Alexis Khomiakov, Constantin Aksakov e Ivan Kirevskij (in ambito letterario va citato anche Dostoevskij), la «vera» Russia era quella prima delle riforme petroviane, la Russia del patriarcato di Mosca organizzata sul modello dell’unità conciliare della Chiesa ortodossa, e doveva quindi combattere le influenze deleterie dell’Europa occidentale (razionalismo, individualismo, ossessione del progresso tecnico), considerate lesive della personalità del popolo russo.

Gli eurasisti, tra i quali figuravano personalità come i linguisti Nikolai Troubetskoi, autore de L’Europa e l’umanità (l’«Europa» corrispondente all’Occidente), e Roman Jakobson, l’economista Piotr N. Savitsky, il giurista e politologo Nicolas N. Alexeiev, lo storico e geopolitico George V. Vernadsky e molti altri, ritengono come gli Slavofili che la Russia e l’Occidente costituiscano mondi totalmente differenti, ma aggiungono nuovi elementi a questa idea. Secondo loro, l’identità russa si fonda sulla sovrapposizione, a partire da un substrato slavo-finno-touraniano, di una cultura «kieviana», nata a contatto con i Varageni e fortemente segnata dal cristianesimo bizantino, e di una cultura «moscovita» in gran parte ereditata, soprattutto in termini di forme di potere, dall’impero tataro-mongolo che dominò la Russia per tre secoli. Spiritualmente la Russia è bizantina, quindi «orientale» (questo è il tema della «terza Roma»). Infine, per gli eurasisti, la Russia non è né un «paese» né una nazione, ma una civiltà distinta di forma necessariamente imperiale.

Aleksandr Dugin, nato nel 1962, appartiene alla seconda generazione eurasista. Il suo contributo principale a questa scuola di pensiero è l’importanza che attribuisce alla geopolitica, che ha insegnato a lungo all’Università Lomonosov di Mosca (Fondamenti di geopolitica, 1997), insieme a un attaccamento viscerale alla mistica ortodossa (egli stesso appartiene alla corrente starovita o del «vecchio credente» della Chiesa ortodossa, nata dal rifiuto delle riforme introdotte nel XVII secolo dal patriarca Nikon), secondo cui la religiosità deve fondarsi sulla fede e non sulla ragione.

Il geopolitico inglese Halford Mackinder, morto nel 1947, aveva sviluppato l’idea (ripresa da molti altri dopo di lui, a cominciare da Carl Schmitt), di una opposizione fondamentale tra le potenze marittime e quelle terrestri, le prime rappresentate successivamente dall’Inghilterra e dagli Stati Uniti, le seconde dal grande continente eurasiatico, il cui «cuore», l’Heartland, corrisponde alla Germania e alla Russia. Secondo Mackinder, chi controlla l’Heartland controlla il mondo. È con questa convinzione che Zbigniew Brzezinski, in La grande scacchiera (1997), ha potuto scrivere che «l’America deve assolutamente impadronirsi dell’Ucraina, perché l’Ucraina è il perno del potere russo in Europa”. Una volta che l’Ucraina sarà separata dalla Russia, la Russia non sarà più una minaccia». Questo facilita la comprensione delle posizioni politiche di Aleksandr Dugin, che vede nel confronto tra Ucraina e Russia non solo una «guerra fratricida», ma anche la proiezione militare di una guerra ideologica che va ben oltre i confini, una guerra mondiale tra democrazie liberali, oggi in crisi, che si considerano in ordine all’idea di Stato universale e portatrici di decadenza, e democrazie illiberali in ordine all’idea di continuità storica dei popoli che vogliono mantenere la propria socialità e sovranità.

Ma per rispondere completamente alla sua domanda, bisognerebbe anche parlare dei numerosi autori che hanno influenzato Dugin. Quest’ultimo, parla correntemente una dozzina di lingue (che ha appreso da solo) e ha conosciuto molto presto autori parecchio diversi tra loro come lo storico e geografo Lev Gumilev, figlio della poetessa Anna Akhmatova, teorico del «luogo-sviluppo» (mestorazvitiye), Arthur Moeller van den Bruck, il «giovane conservatore» tedesco sostenitore dell’«orientamento a Est», Vico, Danilevski, Mircea Eliade, René Guénon, Jean Baudrillard, Marcel Mauss, Gilbert Durand, Claude Lévi-Strauss, Louis Dumont, Friedrich List, Heidegger, ecc. Ma questo esula dalla nostra intervista!

Front Populaire: Nel suo libro. Contro lo spirito del tempo, lei scrive di avere simpatia per la sua idea di una «quarta teoria politica». Che cos’è questa teoria e perché la trova interessante?

Alain de Benoist: La modernità ha generato tre grandi dottrine politiche in competizione tra loro: il liberalismo nel XVIII secolo, il socialismo nel XIX secolo e il fascismo nel XX secolo. Nel libro che ha dedicato a questo argomento, Dugin sviluppa l’idea che è necessario far emergere una «quarta teoria politica» che faccia un bilancio di quelle che l’hanno preceduta, senza per questo identificarsi con nessuna di esse. È una proposta stimolante per la mente.

Secondo Dugin, il XXI secolo sarà anche quello del quarto Nomos della Terra (l’ordine generale delle relazioni di potere su scala internazionale). Il primo Nomos, quello dei popoli che vivevano relativamente distanti gli uni dagli altri, è terminato con la scoperta del Nuovo Mondo. Il secondo Nomos, rappresentato dall’ordine eurocentrico degli Stati moderni (l’ordine di Westfalia), si è concluso con la Prima guerra mondiale. Il terzo Nomos fu quello che regnò dal 1945 in poi, con il sistema di Yalta e il condominio americano-sovietico. Quale sarà il quarto Nomos? Per Dugin, o assumerà la forma di un mondo unipolare americanocentrico, oppure, al contrario, di un mondo multipolare in cui gli «Stati-civiltà» ed i grandi spazi continentali, sia potenze autonome che crogioli di civiltà, svolgeranno un ruolo regolatore rispetto alla mondializzazione, preservando così la diversità dei modi di vita e delle culture.

Dugin è ancora convinto che siamo entrati in una quarta guerra mondiale. La Prima guerra mondiale (1914-18) aveva portato allo smantellamento degli imperi austro-ungarico e ottomano. I due grandi vincitori della Seconda guerra mondiale (1939-45) furono gli Stati Uniti d’America e la Russia stalinista. La terza guerra mondiale corrisponde alla guerra fredda (1945-89). Si è conclusa con la caduta del muro di Berlino e la disintegrazione del sistema sovietico, principalmente a favore di Washington. La quarta guerra mondiale è iniziata nel 1991. È la guerra degli Stati Uniti contro il resto del mondo, una guerra multiforme, militare ma anche economica, finanziaria, tecnologica e culturale, inseparabile dalla presa generale del mondo da parte della dissolvente illimitatezza della logica del capitale.

Front Populaire: «Estrema destra», «rosso-bruno», «antimoderno», «ultra-nazionalista», «tradizionalista», «neofascista», sono alcuni dei termini usati per descrivere o riferirsi a Dugin. Questi termini sono pertinenti?

Alain de Benoist: Quando i giornalisti, la cui cultura in termini di filosofia politica e storia delle idee è quasi nulla, si confrontano con un fenomeno di cui non capiscono nulla, borbottano la vulgata dominante e recitano mantra. La parola di gomma «estrema destra» è il coltellino svizzero preferito di queste menti pigre. Tutte queste etichette, con la possibile eccezione di «tradizionalista antimoderno», ma solo se il termine è inteso nel senso di Guénon, sono semplicemente ridicole. Non raccontano nulla di Aleksandr Dugin, ma raccontano molto di coloro che le impiegano. La più grottesca è senza dubbio la qualifica di «nazionalista» o «ultranazionalista», che la maggior parte dei commentatori utilizza costantemente a questo proposito. Dugin, ripeto, è un eurasista. Ora, l’eurasismo è incompatibile con il nazionalismo, poiché si basa sull’idea di Impero, ossia sul rifiuto del principio della logica del nazionalismo etnico e dello Stato nazionale (il che spiega gli stretti legami che Dugin intrattiene con i rappresentanti delle comunità ebraica e turco-musulmana).

Front Populaire: Negli ultimi giorni, Aleksandr Dugin è stato ampiamente presentato dai media come il “cervello” della politica estera di Putin, come una sorta di misterioso Rasputin. Qual è il suo livello di influenza su Putin? È ascoltato dalla società civile russa?

Alain de Benoist: Il «cervello» di Putin!Quando sappiamo che Dugin e Putin non si sono mai incontrati faccia a faccia, si capisce la serietà di chi usa questa espressione. La realtà è più prosaica. Aleksandr Dugin che è stato tradotto in dieci o dodici lingue diverse è un autore noto e molto letto, sia in Russia che all’estero. Ha le sue reti e la sua influenza. Quando, nell’aprile del 1992, ebbi l’opportunità di tenere una conferenza stampa presso la sede della Pravda a Mosca e di parlare di geopolitica con generali e alti ufficiali dell’esercito, ero già consapevole della risposta pubblica alle idee eurasiatiche. Da allora, Dugin ha lanciato nel 2003 Il Movimento Internazionale Eurasiatista, che è cresciuto in modo significativo tra le popolazioni non russe in Russia, ed è stato persino ricevuto a Washington da Zbigniew Brezinski e Francis Fukuyama. Dugin conosce indubbiamente bene l’entourage di Putin, ma non ha mai fatto parte dei suoi intimi né dei suoi «consiglieri speciali». Pur essendo grato a Putin per aver rotto con l’atlantismo liberale di Boris Eltsin, ritiene che sia solo un «eurasista suo malgrado». Il libro che ha scritto qualche anno fa su Putin è tutt’altro che un esercizio di ammirazione: al contrario, Dugin spiega sia ciò che approva in Putin sia ciò che non gli piace. Ma è chiaro che le persone che parlano di lui in Francia non hanno mai letto una sua riga.

Front Populaire: Lei conosce bene Aleksandr Dugin e il suo lavoro. Recentemente ha anche pubblicato un libro critico sui media intitolato Survivre à la désinformation (“Sopravvivere alla disinformazione”, 2021). Qual è il suo giudizio complessivo sul suo trattamento mediatico e su quello del conflitto russo-ucraino?

Alain de Benoist: Il trattamento mediatico è quello che conoscete. I grandi media francesi sono così abituati a trasmettere l’ideologia dominante, trovano così normale che non ci siano più dibattiti degni di questo nome in questo Paese, che sembra loro altrettanto naturale non dare mai voce a coloro di cui ignorano o caricaturano le idee. Questo è vero nel caso di Dugin come in quello della guerra in Ucraina: il punto di vista ucraino è onnipresente, quello russo non viene nemmeno menzionato. Questo crea una formidabile forma di censura. Bisogna sempre diffidare della censura.

Traduzione a cura di Francesco Marotta

(Intervista rilasciata a Maxime Le Nagard, “Alain de Benoist : « L’eurasisme de Douguine est incompatible avec le nationalism »”, https://frontpopulaire.fr/p/home, 30 agosto 2022)

Tratto da: GRECE-IT

L’eurasiatismo di Dugin è incompatibile con il nazionalismo
L’eurasiatismo di Dugin è incompatibile con il nazionalismo

Pio Filippani-Ronconi e la Russia

di Alfonso Piscitelli 

Ho letto con piacere i commenti al mio intervento commemorativo riguardante  Pio Filippani-Ronconi: sono tutti commenti interessanti e significativi; sono contento che la figura del maestro susciti riflessioni, che col passare del tempo diventano sempre  più pacate e meno legate alla superficialità ideologica.

Veniamo alla questione dell’avvicinamento di Filippani-Ronconi al cristianesimo ortodosso: esso rappresentò  il compimento di un legame profondo e direi “mistico” con la Russia.

Filippani una volta ricordò la forte impressione suscitata all’inizio degli anni Venti dalla pubblicazione del libro di viaggi di Ossendowski, Bestie, Uomini e Dei, che raccontava in un alone di leggenda i temi della tradizione centro-asiatica.

Il tema del Re del Mondo, della mistica città di Agarthi e ancora del Buddha Maytreia – il Buddha Venturo – venivano alla luce nel momento in cui la rivoluzione bolscevica faceva sprofondare la Russia nel caos e la sottoponeva a un tragico esperimento ideologico che congiungeva materialismo intellettuale e dispotismo collettivista. Dal caos emergevano però figure singolari, come quella del barone Roman von Ungern Sternberg, un nobile baltico che sotto la divisa di ufficiale zarista portava i paramenti di monaco tibetano e che raccolse uomini di diversa estrazione etnica e religiosa per una estrema resistenza contro il bolscevismo. Allo Sternberg –il “barone sanguinario” – Filippani dedicò un memorabile scritto[1].

“Da bambino mi ero convinto di essere la reincarnazione di Ungern Khan”, mi disse scherzando una volta. Prima che i funzionari dell’anagrafe della reincarnazione trasformino una battuta in un’asserzione devo puntualizzare che la cosa era un po’ difficile… il barone sanguinario morì nel settembre del 1921, il nostro nacque nel marzo del 1920.

Stroncata in Ungheria, in Italia, in Germania, la rivoluzione bolscevica rischiava di inghiottire la Spagna, dove Filippani era nato. L’evolversi della storia in fondo smentiva le previsioni di Marx (il pensatore di Treviri si aspettava che la transizione al socialismo avvenisse spontaneamente nei paesi più industrializzati), tuttavia la presenza sulla scena internazionale dell’Unione Sovietica conferiva una minacciosa vitalità a quella ideologia che in fondo era entrata in uno stato cadaverico già alla fine dell’Ottocento.

Era adolescente quando infuriava la guerra civile in Spagna e avrebbe voluto combattere contro i Rojos, che solo per un pelo non fucilarono sua madre. In tarda età lo sentii canticchiare ancora con allegria una canzone dei tradizionalisti spagnoli:

“Por  Dios, por la Patria y el Rey /lucharon nuestros padres/Por Dios, por la Patria y el Rey/lucharemos nosotros también/Lucharemos todos juntos/todos juntos en unión/defendiendo la bandera/de la Santa Tradición”.

A ben vedere l’equivoco più tragico era quello che finiva con l’identificare il popolo russo con l’ideologia comunista. Quanto vi era di peggio nel repertorio delle idee moderne  finiva con il coprire l’identità di un popolo, che già alle spalle aveva una grande cultura e a detta di alcuni menti profetiche era destinato a ricoprire un ruolo fondamentale nel divenire della civiltà indo-europea. Il comunismo era la cappa di piombo che calava sul futuro possibile dell’umanità.

Rudolf Steiner affermava che il cammino dell’umanità post-atlantica (diciamo in termini più laici: il cammino di  quella umanità “storica” che si sviluppa dopo la fine dell’ultima glaciazione) è scandita da varie civiltà che si succedono, portando ognuna i frutti di una diversa esperienza umana. Alle civiltà più arcaiche dell’India, della Persia e dell’Egitto seguono le civiltà greche e romane che rappresentano un momento centrale per la nostra vita spirituale. Dopo la caduta dell’impero romano si affermano le stirpi germaniche. All’orizzonte si profila un futuro periodo di civiltà in cui il baricentro spirituale dei popoli indo-europei si sposta in Russia.

Mentre la civiltà greco-romana aveva affermato l’anima razionale (si pensi alla Metafisica di Aristotele, all’etica degli Stoici), mentre la civiltà germanica afferma l’anima cosciente (il suo simbolo sembra essere lo scienziato-mago Faust nel suo dialogo interiore con Mefistofele) , la futura civiltà russa dovrebbe sviluppare il Sé Spirituale, ovvero  un tipo di anima più aperta al mondo spirituale.

In un certo senso, il famoso “misticismo” dei Russi, i temi della letteratura di Dostoevskij e della teologia di Soloviev, come pure il fatto singolare che ancora al principio del XX secolo un potente taumaturgo come Rasputin affiancasse lo Zar possono essere considerati segni premonitori di una futura civiltà segnata da un destino diverso da quello delle società laiche d’Occidente. Il comunismo imponeva l’ateismo di Stato a un popolo con tendenze mistiche, soprattutto impediva la libera circolazione delle idee tra l’Europa Occidentale e l’Oriente proprio nel  momento in cui cominciava a crearsi quella sinergia tra intelletto scientifico dell’Europa e dottrine sapienziali dell’Asia. Contro il comunismo Steiner ebbe parole molto dure (anche se alcuni suoi discepoli tendono a trasformare la sua dottrina in una sorta di progressismo rosé), e quando nelle scuole a orientamento antroposofico qualche scolaro si comportava in maniera inqualificabile Rudolf Steiner diceva: “Questo bambino è un bolscevico!”.

Nella Russia autentica, quella non corrotta dai falsi profeti del marxismo, Steiner vedeva la terra di elezione dove un giorno si sarebbe rigenerato il seme spirituale della dottrina di Zarathustra. La dottrina di Luce del Mazdeismo avrebbe avuto un nuovo inizio nella Russia.

Abbiamo citato le idee di Steiner con il loro sfondo di dottrina teosofica (l’Antroposofia nasceva come una variante tedesca della Teosofia anglo-indiana). Per chi nutrisse sospetti su questo genere di dottrine, potremmo fare un riferimento più intellettuale: quello ad Oswald Spengler.

Nel Tramonto dell’Occidente Spengler studiava le diverse civiltà come se fossero organismi viventi con le loro fasi giovanili (periodo della Kultur), e le loro espressioni della piena maturità fino al limite della decadenza senile (periodo della Zivilisation). Dopo le arcaiche civiltà immerse nella eternità come quella Egizia, veniva la civiltà greco-romana, dopo di essa la civiltà germanica che Spengler chiamava “faustiana”. Il dato interessante è che anche Spengler prospettava l’aurora di una nuova civiltà che si sarebbe sviluppata in Russia: l’immensa pianura russa sarebbe divenuta il “paesaggio” di una nuova “anima” diversa da quella occidentale e in un certo senso più contemplativa.

Per vie diverse, sia Spengler che Steiner, giungono quindi a prospettare un futuro legato alla Russia e all’integrazione tra l’Europa Centrale –  latina e germanica –  e l’Heartland, il continente-Terra, considerato dai maestri della Geopolitica come la roccaforte del mondo[2].

Forse qui non è fuori luogo ricordare come la Russia sia anche al centro di un fenomeno mistico contemporaneo: le rivelazioni di Fatima, con il celebre mistero mariano legato alla consacrazione della Russia al Cuore Immacolato di Maria. Sono segnali molto diversi che convergono su un punto: l’importanza cruciale di quella vasta terra posta tra l’Europa latino-germanica, il Vicino Oriente iranico, e il Vasto Oriente, con le civiltà dell’India e della Cina, oggi tornate ad essere protagoniste della scena storica mondiale.

Filippani, già allo scoppio della II Guerra Mondiale, parlava correntemente il russo. Dopo l’8 settembre, si sarebbe trovato a comandare un plotone in cui operavano anche Russi Bianchi. Erano Russi che avevano combattuto e perso la guerra civile di venti anni prima e che ora evidentemente non rispondevano all’appello di Stalin che, sopraffatto dall’Operazione Barbarossa, aveva cestinato l’internazionalismo proletario per rispolverare la “grande guerra patriottica”. Questi Russi si trovavano a combattere contro il sistema ideologico dell’Unione Sovietica, in nome della rinascita della Santa Russia.

Va detto che le autorità tedesche agirono ottusamente: avrebbero dovuto istituire Stati liberi in Ucraina, nella stessa Russia, nei paesi Baltici che accolsero i soldati della Wehrmacht come liberatori. Invece il regime di occupazione fu rigido così come il destino di coloro che avevano collaborato con i Tedeschi a fine guerra sarebbe stato penoso.

Furono i soldati russi del suo plotone a regalare all’Obersturmführer Filippani la “papaka”,  il berretto militare, che era solito indossare come segnale che l’operazione militare del momento stava per avere inizio. Riguardo al battesimo ortodosso che avvenne nel dopoguerra, Filippani mi parlò una volta di un pope che lo celebrò e di un fiume, che – se ricordo bene –  avrebbe fatto da fonte. Ma la mia memoria su questo punto si fa incerta.

Non si è trattato comunque di una conversione in fin di vita. Fin dal marzo 1996, quando lo conobbi, vidi Filippani farsi il segno della croce alla maniera degli ortodossi. E già da molti anni, insieme alla famiglia, egli partecipava alle celebrazioni domenicali del rito russo ortodosso in una piccola chiesa frequentata peraltro dalle anziane sorelle della regina Elena di Montenegro, rimaste in Italia anche dopo la fine della monarchia. Sia detto tra parentesi: seguire una funzione ortodossa è un bell’impegno …  La sbrigatività non è una delle virtù preferita dai pii pope dell’Est.

La professione cristiana ortodossa di Filippani-Ronconi ricorda in un certo senso l’orientamento spirituale di due grandi personalità europee del Novecento: Ernst Jünger e Mircea Eliade.

Eliade praticò lo Yoga, fu il più grande storico delle religioni del XX secolo, studiò con intelletto d’amore tutte le tradizioni religiose e tuttavia si professò sempre cristiano ortodosso, particolarmente legato a quella forma che egli definiva “Cristianesimo Cosmico”, che si era sviluppata nel Medio Evo e che avrebbe conciliato il Vangelo con l’eredità ancestrale indo-europea ed euro-asiatica.

Ernst Jünger, uno dei principali sperimentatori dell’atmosfera spirituale del nichilismo contemporaneo, sul finire della sua vita si avvicinò al Cattolicesimo Romano. Chiesi una volta al germanista Marino Freschi come fosse possibile che un autore d’avanguardia, anarchico sperimentatore e intriso di nietzschianesimo, si fosse fatto cattolico in vecchiaia, accettando di ricevere le benedizioni per il suo compleanno dal Pontefice polacco. Freschi mi rispose che probabilmente Jünger apprezzava l’“universalità” della professione cattolica, la sua capacità di sintetizzare diversi orientamenti spirituali dell’umanità: il monoteismo che si riconduce alle rivelazioni semite, la  dottrina della Trinità così simile alle speculazioni dei platonici, il politeismo implicito nel culto dei Santi. Una risposta che allora mi lasciò insoddisfatto e alquanto deluso. Più passa il tempo e più ne apprezzo lo spessore.

Nell’atteggiamento spirituale di Filippani indubbiamente l’influsso preponderante è dato dalla dottrina di Steiner. L’autore tedesco vide nel cristianesimo il naturale sviluppo delle dottrine misteriche dell’antichità: Gesù Cristo come incarnazione storica di ciò che era stato prefigurato in Dioniso, Adone, Osiride; e che era stato profetizzato da Zarathustra e Virgilio. Va detto che da duemila anni, la totalità dei rabbini e la totalità degli imam è concorde nel considerare il cristianesimo come una “paganizzazione” della Rivelazione (il tema del Figlio di Dio, del Dio fatto Uomo, della Morte sulla Croce essendo le principali pietre di scandalo per i monoteisti più rigorosi)

Nel volume collettivo L’orientalista guerriero. Omaggio a Pio Filippani-Ronconi si trova una bella intervista realizzata da Angelo Iacovella. Come sempre, quando Filippani parla, gli elementi divertenti si intrecciano a quelli che fanno riflettere.

Filippani ricorda di quella volta che andò in Unione Sovietica con un gruppo di professori universitari. In aereo aveva una bella ragazza al fianco, classica spia del regime; e mentre raggiungeva in volo la Russia passava il tempo  leggendo il prologo del Vangelo di Giovanni, in greco e anche in russo, tanto per evitare ogni equivoco.  Filippani racconta poi di quando, a cena con una delegazione sovietica, gli fu chiesto di intonare una canzone: tipica richiesta che si fa a un italiano all’estero… Ma Filippani, con una certa indifferenza per le ragioni della “coesistenza pacifica”, intonò l’inno “Dio salvi lo Zar”!

Anni Duemila, se l’icona dello Zar Nicola è stata portata in processione verso gli altari evidentemente Dio non ha salvato l’Unione Sovietica. Al di là dei gustosi aneddoti reazionari, bisogna ricordare il valore fondamentale che il Vangelo di Giovanni aveva per Filippani. Il Vangelo scritto ad Efeso dal giovane discepolo prediletto da Gesù deve rappresentare una  fonte di meditazione importante, se Filippani ne raccomandava la lettura quotidiana. La lettura in particolare dei primi versi del Vangelo: quelli in cui si parla del Logos che è presso Dio e che è Dio. Del Logos per mezzo di cui tutte le cose sono state fatte. Del Logos che è vita, che si incarna e che è Luce che splende nelle tenebre. Sono tutti i motivi sui quali Rudolf Steiner incentrò la sua soteriologia.

Evidentemente la Russia è il terreno adatto in cui può germogliare il seme del Cristianesimo giovanneo. Anche il taumaturgo russo Rasputin del resto racconta come nei lunghi inverni siberiani suo padre gli spiegasse il Vangelo di Giovanni, dopo aver bevuto un bottiglione di vodka, per essere sicuro di trovarsi nella condizione psicofisica più idonea all’esegesi[3]

Vi è poi l’altro tema fondamentale, quello della Theotokos, che nel cristianesimo ortodosso trova ampio sviluppo: Maria come madre del Verbo Incarnato e come personificazione della Sofia.

Nel saggio Vak. La Parola Primordiale, Filippani fa un parallelismo tra lo scenario spirituale indù e quello greco-mediterraneo. In entrambi i popoli – per effetto del comune retaggio indo-europeo – troviamo culti di Divinità virili, patriarcali, uraniche che reggono la vita sociale e scandiscono l’esistenza degli uomini. E in un ambito più esoterico incontriamo i Misteri iniziatici che si svolgono all’ombra di grandi divinità femminili: la Shakti in India, Demetra nei Misteri di Eleusi.

L’equilibrato sviluppo delle civiltà e degli uomini evidentemente richiede il giusto equilibrio e l’integrazione tra il polo maschile e quello femminile. Sbagliarono in passato quegli esponenti del tradizionalismo o dell’ideologia arianista che attaccarono il matriarcato, manco fosse l’incarnazione del diavolo. Le grandi civiltà dell’emisfero boreale di volta in volta valorizzarono l’elemento maschile e quello femminile fino ad integrare i due aspetti: l’elemento eroico ed eminentemente politico legato a giovane Dei virili e l’elemento soterico incentrato sulla figura della Madre, di colei che era Iside in Egitto, Demetra in Grecia e senza soluzione di continuità è divenuta Maria Madre di Dio nell’Europa cristiana. Per Rudolf Steiner, la “Madonna Sistina” era Iside colta dal genio di Raffaello nella sua incarnazione storica in Maria.

D’altra parte la stessa devozione religiosa sembra trovare il giusto equilibrio tra i diversi archetipi. Nei popoli di tradizione cattolica e ortodossa la venerazione della Madonna ha larghissimo spazio. E tuttavia Maria è principalmente colei che ha generato il Salvatore, è una Madre la cui funzione fondamentale è quella di generare il Dio-fatto-uomo, sullo sfondo di una grande Divinità celeste, alla quale gli uomini si rivolgono come Padre attribuendogli una funzione provvidenziale.

Nel protestantesimo, una volta respinto come pagano il culto mariano, l’equilibrio tra le figure si infrange, Dio Padre assume connotati più simili a quelli di  Iahvè e Allah.

Nel mondo russo-ortodosso la venerazione per la Madre si arricchisce di interessanti valenze teologiche. La venerazione per la “Sophia”  si esprime in autori come Soloviev in una visione teologica profondamente intrisa di platonismo. Nei commenti al precedente articolo su Filippani, si notava giustamente l’estrema vicinanza tra la teologia trinitaria dell’Ortodossia e la triade plotiniana: En-Nous-Psychè.

Fino a ieri queste teologie erano schiacciate dal rullo compressore dell’ateismo di Stato comunista, ma oggi gli ex-colonnelli del KGB baciano le sacre Icone della Ortodossia nella fortezza del Cremlino…

Alla sala degli Angeli del convento Suor Orsola Benincasa, sede di un famoso  istituto universitario di Napoli, Filippani teneva spesso dei seminari, di solito organizzati dal professor Chiodi. I suoi discorsi erano un piccolo evento: Filippani spaziava dall’India  all’antica Roma, e il suo fascino non era quello di un semplice professore universitario. Era a metà tra un aristocratico passato indenne attraverso i patiboli delle ultime due o tre rivoluzioni di massa dell’Occidente e un dotto che insegnava molte cose e altre ancora se le teneva per sé. Quando uscì dal convento del Suor Orsola per incamminarsi verso l’Hotel Britannique, una piccola processione lo seguiva sotto il Sole del tramonto per godere ancora un po’ del piacere della sua conversazione. Sulla via Vittorio Emanuele che si affaccia dall’alto sul golfo di Napoli  c’era una cappellina molto naif, una delle tante che la devozione popolare partenopea  dissemina nei vicoli brulicanti di persone. L’ingenuo dipinto raffigurava la Vergine con Gesù in braccio. Filippani si fermò e guardò quel ritratto come se fosse l’opera di un grande artista. Poi si fece il segno della croce, con assoluta serietà: anche in quel disegnino coglieva  l’archetipo della Madre e quello del Logos Salvatore del mondo.

Un ultima considerazione riguardo al tema della tradizione. Filippani era eminentemente uomo della Tradizione se per questa si intende l’eredità dei nostri padri che si perpetua e si rinnova nel presente. Non era però un tradizionalista. E la sua adesione al cristianesimo ortodosso era quanto di più lontano possibile dalle preoccupazioni di stampo guenoniano riguardo alla “regolarità iniziatica”. Diceva anzi: “i guenoniani sono i comunisti dell’iniziazione”. Accusa pesantuccia, che stava ad indicare come la preoccupazione tipicamente guenoniana per la “regolarità” dell’affiliazione fosse un sostanziale ostacolo per la realizzazione di una esperienza spirituale genuina, vivente.

In accordo con Steiner, Filippani riteneva che ogni epoca avesse  la sua impronta spirituale, ogni epoca riservava agli uomini prove da superare e frutti da raccogliere. Per questo il giorno più bello era sempre il presente. Citando l’autorità di importanti yogin dell’India ribadì una volta il concetto che il Kaly-Yuga, l’epoca della massima materializzazione, era anche quella che rendeva possibile il conseguimento dei traguardi più alti di liberazione.

Le ultime epoche storiche sono state caratterizzate da una progressiva discesa nella materia, ma questa discesa nella materia rappresenta per l’uomo nobile una singolare prova d’ardimento.


[1] Consultabile su questo sito: http://www.lacittadella-web.com/forum/viewtopic.php?f=15&t=703. Da confrontare con l’articolo pubblicato sul “Roma” da Julius Evola e presente nel sito del Centro Studi La Runa.

[2] Cfr. Haushofer.

[3] Cfr. Geminello Alvi, Uomini del Novecento.

Fonte: Centro Studi La Runa

Pio Filippani-Ronconi e la Russia
Pio Filippani-Ronconi e la Russia

Per il bene della causa. Una esortazione alla lotta per la Civiltà multipolare. In memoria di Darya Dugina

di René-Henri Manusardi

Le radici di una continuità ideale

“Questa guerra spirituale contro il mondo postmoderno mi dà la forza di vivere. Così che sto combattendo contro l’egemonia del male per la verità dell’eterna Tradizione”. Darya Dugina

L’adesione al pensiero politico di Aleksandr Dugin è la conseguenza coerente e il compimento attuale del percorso politico dell’Ordinovismo, il quale dalle sue origini ha fatto della Tradizione, della struttura metapolitica Imperiale e del pensiero di Julius Evola i suoi fondamenti. In una visione del mondo che già negli anni ’50 del XX Secoloissima oltre il mito del sangue nazionalsocialismo e della concezione dello Stato del fascismo, per dare un nuovo volto all’Idea Imperiale quale vast realtà geopolitica naturale e sacrale di confederazione di Popoli ed Etnie.

Una realtà che era già storicamente e militarmente nata durante la II Guerra mondiale, con l’adesione di molti giovani dell’Europa e dell’Asia forze alle armate tedesche (Wehrmacht e Waffen SS) come identità guerrieranazionale e multietnica in funzione principalmente anticomunista o , come nel caso delle unità combattenti su base volontaria dellaRSI, con un ruolo fortemente antiplutocratico e anticapitalista.

Accusare quindi oggi parte storica rilevante dell’Area nazionalpopolare – volgarmente e ingiustamente chiamata “di destra” – come traditrice dei valori europei, in quanto ha apertamente appoggiato Putin e l’Operazione Militare Speciale russa vista come scontro tra il nuovo ordine mondiale unipolare e una nuova civiltà di imperi multipolare, significa non conoscere né la sua storia né il suo percorso politico. Significa pure l’essere relegati ad una ignoranza della attualità geopolitica ancorata a schemi obsoleti o l’essere confinati nell’utopia di un terzoposizionismo antistorico di tipo euclideo, sempre più elucubrante, e quanto mai incapace di far quadrare il cerchio.

Solo la Tradizione generi il Ribelle

“Nella Modernità appare qualcos’altro. Appare un individuo ibrido. Non un eroe, un aristocratico, un prete-guerriero che ha un rapporto personale con la morte. Né un coltivatore di grano, un contadino, un gruppo etnico, con un Antenato collettivo e un’identità comunitaria. Il Borghese è un mutante, un incrocio tra un guerriero codardo, un cavaliere avido e un contadino pigro e sfacciato. L’archetipo di un lacchè. L’individuo è un bastardo. In un primo momento, questo bastardo distrusse l’Impero, la Chiesa e le comunità rurali e, nella forma del Terzo Stato, crò una nazione. Una nazione è un agglomerato di individuo, bastardi borghesi, vili commercianti. Pertanto, il nazionalismo è sempre un abominio. Ho paura di combattere, non voglio lavorare. Speculerò e scambierò. Una non è un gruppo etnico, non è un popolo, non è una società arca nazioneica, non è una società tradizionale, non è un’aristocrazia. Questa è la modernità”. Aleksandr Dugin

Quello che Aleksandr Dugin afferma dell’élite russa attuale affetta da occidentalismo, lo possiamo intendere anche per la nostra Area nazionalpopolare. Seguire la Tradizione è una scelta sofferta nei fatti perché implica il disincrostare le nostre abitudini consumistiche e pseudovaloriali di vittime del capitalismo occidentale.

Siamo tutti per la Tradizione a parole, nei fatti molti di noi restano nel loro poi borghese e ti vengono pure a dire convinti “che la metapolitica non dà da mangiare agli italiani né sbarca loro il lunario”. Salvo poi che essi vivono e continuano a vivere coi detta consumistica e transumana di chi ci governa dal 1789 ad oggi. Ma a loro sta bene così, nascosti nei canali multimediali dei social quali leoni da tastiera, nei meandri di mamma RAI, Mediaset, Sky ecc., divengono poi pecore in cabina elettorale, perché il Passaggio al Bosco è per essi utopia, mentre loro stessi rimanere a vivere in questa mortifera utopia di totalitarismo liberale che sta distruggendo l’Europa dei Padri.

Penso che molti di coloro che ribelli personali preferissero un comodo carrierismo politico alla moda sistemica, siano stati corrotti dal desiderio della tranquillità umana e della realizzazione – cose peraltro legittime per l’uomo comune –, ma il dolore più grande è quello di cogliere che alcuni consimili, strutturati naturalmente nel canone dell’innatismo eroico evoliano, all’immolazione cruenta o incruenta sulle barricate della Storia e quella ancor più provante del sacrificio quotidiano e dell’anonimato militante che fa humus, hanno preferito le luci della ribalta, il soldo facile, il tradizione continuo e costante dei propri ideali.

Ad essi possiamo aggiungere – per dirla alla Murelli – quegli pseudoditi dalla spartizione della politica del potere che delusi da questa mancata realizzazione, eu Trazione personale ad ostentare la purezza della rivoluzionaria ostinano a vivere nel passato, incapaci di cogliere le anse ei nuovi orizzonti della purezza della vita nel passato purificata da insane ideologie novecentesche figlie della prima guerra civile europea, del fallimento democratico parlamentare del primo dopoguerra e proponenti quell’Uomo nuovo che senza la Tradizione è soltanto un mostro totalitario.

Che dire infine di tutti loro, dei primi e dei secondi?… se non che erano con noi ma non sono dei nostri… solo la Tradizione generi il Ribelle ei ribelli combattono solo per il ritorno all’Ordine divino come Re Artù e per la Giustizia sociale come Robin Hood nel passaggio al bosco, tertium non datur…

Nel cuore della Lotta

“Da tradizionalista (cioè basando la mia comprensione del mondo sulle opere di René Guénon e Julius Evola), l’Impero, l’idea di Impero, mi sembra la forma positiva e sacra dello stato tradizionale. Al contrario, credo che il nazionalismo sia solo una tendenza ideologica della modernità, sovversiva, profana, laica, diretta contro l’unità dell’ordine sovranazionale dell’Impero di sua forma ecumenico. D’altra parte, come russo, l’Impero mi sembra la modalità di sovranità più adatta per il mio popolo ei suoi fratelli europei, il più naturale nel cuore. Forse noi russi siamo l’ultimo popolo imperiale al mondo. È perché l’idea di un popolo è strettamente vincolata all’idea di un impero. Quando diciamo “i russi”,Aleksandr Dugin

Ritengo che weltanschauung di Dugin sia la più appropriata per lottare le basi non tanto di una “antisistema”, ormai sostantivo metapoliticamente obsoleto, ma quelle per un mondo nuovo multipolare. A mio modesto avviso, mai la critica del liberalismo ha toccato profondità abissali di smascheramento epistemologico, metodologico e tecnologico quanto con Dugin che è un pozzo di continue intuizioni in tal senso. La guerra di propaganda che l’élite globale di Davos ha lanciato nel corso degli anni nei confronti di Aleksandr Dugin, del movimento eurasiatista e della visione multipolare sembra finalmente aver raggiunto una simmetria di forze precedentemente inimmaginabile. Questa nuova fase di riequilibrio della guerra psicologica in senso simmetrico,

A nulla è valsa l’equazione dei media atta a stabilire, per discreditare, una continuità temporale tra i no vax ei filorussi. Tale parallelo ha solo ulteriormente evidenziato che nel nostro Paese esiste ormai una coscienza diffusa – e l’altissima percentuale di persone contrarie alla partecipazione dell’Italia ad armare la guerra in corso lo dimostra – che ha una chiara percezione che il potere politico ormai è solo una regia neanche più tanto occulta ma anzi sfacciata. Regia in cui si sommano l’influenza del potere finanziario e pragmatico delle multinazionali al potere strategico, reale ed effettivo dei nuovi padroni del mondo finis Storiae, transumani e bigresettari di Davos. Altro tale guerra di propaganda ha avuto due fasi precedenti, totalmente asimmetriche ea sfavore della visione multipolare antagonista al pensiero unico e al politically correct dell’unipolarismo a trazione USA. Come spiegava recentemente Rainaldo Graziani a tal proposito, ad alcuni simpatizzanti della Comunità organica di destino presente alla Corte dei Brut, le due asimmetrie precedenti riguardavano, la prima con il silenzio stampa tombale riguardo il movimento multipolare eurasiatista e il suo leader mondiale, la seconda con la falsa propaganda dei media nei suoi confronti, condita da errori, calunnie, deviazioni, maldicenze, demonizzazione del nemico. In questo modo il vastissimo spessore umano,

Nell’attuale equilibrio di guerra simmetrica, la verità più qualitativo per la grande spiritualità unipolarismo e visione multipolare se, al dire di Dugin Risveglio contro il grande imposto da Davos è ancora gran parte un’aspirazione elitaria più popolare che una realizzazione concreta politica, resta da capire concretamente il “Che fare?”. Ossia qual è concretamente quell’elemento topico, quell’acciarino, quella focaia in grado di far scaturire la scintilla del cambiamento di weltanschauung, di tensione metapolitica, di realizzazione pratica microsociale in grado poi di spingere al cambiamento macrosociale?

Se per Evola la rivolta contro il mondo moderno passava per il cavalcare la tigre da parte dell’individuo assoluto; se per Dugin la rivolta contro il mondo postmoderno passa attraverso il soggetto radicale che incarna in sé la Tradizione senza la Tradizione per edificare la realtà concreta e non ideologica dell’Idea imperiale; ne consegue che – almeno per la nostra amata Europa – l’aggregazione nella tradizione deve avvenire necessariamente tra i “consimili” e deve assolutamente passare per la conseguente edificazione a metapolitico ed economico-sociale delle Comunità Organiche di Destino. Il senso della “missionarietà” alla ricerca dei consimili, per convincerli della bontà della lotta multipolare e sronarli alla costituzione o all’adesione alle Comunità organiche di destino,

La purificazione da questa fase totalitaria del liberalismo e senza sconti: esempio il ritorno alla terra radicale, alla natura, alla solidità dei rapporti viso a viso e non strettamente virtuali, il decondizionamento dallo tsunami multimediale e transumano che travolge e uccide le nostre anime e molto altro. Non dobbiamo quindi limitarci ad essere in piedi in mezzo a un mondo di rovine, ma dobbiamo iniziare a diventare costruttori di cattedrali, soprattutto quella interiore e quella delle Comunità organiche di destino.

Il Grande Risveglio: una battaglia per la libertà delle Civiltà contro il NWO

“L’Occidente crede che il suo percorso storico sia un modello per tutte le altre civiltà destinato a seguire la stessa direzione. Questo è il suo razzismo di civiltà culturale. Questo approccio ha condotto l’Occidente in un vicolo cieco, in un labirinto di nichilismo e antiumanesimo. L’Occidente, credendo di essere saldamente sulla via del progresso, distrusse la famiglia, legalizzò tutti i vizi possibili, abbandonò la religione, la tradizione, l’arte che incarnava la sua volontà il sublime e l’ideale. È impantanato nella materia, nel denaro, nella tecnologia, nelle bugie. E chiama cinicamente questa degenerazione sviluppo e progresso. Scartando la Modernità occidentale, ci rimane una tradizione che era comune nelle sue radici tra i romani ei greci, tra i primi cristiani, nel contesto del primo impero cristiano,Aleksandr Dugin

Oggi, per “consimili” si intendono tutti gli aderenti alle Comunità organiche di destino, per lo più provenienti dall’Ordinovismo e da altre frange dall’area nazionalpopolare, che hanno fatta propria la vocazione eurasiatista alla Tradizione multipolare delle Civiltà dei Popoli, così come viene proposta dalla filosofia metapolitica di Aleksandr Dugin. Quindi, un nuovo cameratismo militante su base allargata a tutte le realtà dispose a lottare contro il totalitarismo liberale, a organizzazioni di consimili nate per combattere contro l’unipolarismo a trazione USA, il quale usa tutti i mezzi leciti e illeciti per attuare in tutto il mondo: pensiero unico, politically correct, finis Storiae, grande Reset, transumanesimo, cancellando ciò che di sociale e di sanamente individuale esiste ancora nell’essere umano.

Tuttavia, non tutta l’Area nazionalpopolare aderisce o è favorevole a questo Progetto di Grande Risveglio. C’è chi ha pagato troppo in giudiziari e ha detto Stop ad ogni altra militanza che possa ricreare un clima di giustizialismo russofobico da parte del potere effettivo e giudiziario; chi invece restando fortemente anticomunista non riesce a dissociare la Storia della Russia dal suo passato bolscevico; chi vive ancora nell’utopia del razzismo bianco che deve combattere contro l’invasione multi proveniente da Est e promuove un’Europa ariana; chi infine non prende posizione per non distruggere i rapporti sociali d’area costruiti faticosamente negli anni e ora l’isolamento sociale. Se questi sono i fatti,

Oggi il fronte della Lotta è cambiato e appare sempre più nella sua vera forma di lotta spirituale tra Tradizione e Antitradizione, tra Civiltà residue e Anticiviltà, tra Katechon e Anticristo e l’attacco diretto all’essere umano nella sua dimensione individuale, familiare e sociale naturale lo dimostra ampiamente, in un momento in cui vedremo presto anche la legalizzazione della pedofilia, dopo che da un punto di vista medico psichiatrico è già stata sdoganata da perversione a tendenza sessuale.

Per questi motivi, esortiamo i nostri Amici a farsi forza, ad avere il coraggio di abbracciare questa Lotta, che non è neanche più una scelta metapolitica ma un’urgenza di guerra spirituale. Sappiano guardare dentro sé stessi – come postulava Julius Evola – per vedere se in essi è presente quell’innatismo aristocratico, quel DNA degli Arya, quell’impulso delle Stirpi degli Eroi indoeuropee, su cui innestare l’appello con cui oggi il divino, l ‘Alto ci chiama a compiere l’impresa in questo crepuscolo apocalittico dove tutto non è ancora perduto, poiché è l’uomo che offre la sua spada, ma è Dio che concede la vittoria.

Consolidare i rapporti tra persone libere e ricostruire le relazioni sociali che si costituiscono nella Comunità organiche di Destino ispirate al cameratismo, è l’unico futuro possibile per la grandezza di una nuova Europa Impero confederato. Guardare indietro nel passato le radici spirituali della stirpe, per vivere nel presente la sua potenza atavica e proiettarla nel futuro alle generazioni che verranno. Questa è l’essenza, questa è la forza, questa è la visione del mondo castale degli indoeuropei: un mondo di sacerdoti, di guerrieri, di artigiani e contadini. Tre in Uno e Uno in Tre a somiglianza di Dio. Tutti per Uno e Uno per Tutti. “La visione del mondo non si basa sui libri, ma su una forma interiore e su una sensibilità aventi un carattere non acquisito ma innato”(J. Evola Intellettualismo e Weltanschauung).

La Comunità organica di destino può restare una mera utopia della Quarta Teoria Politica multipolare e l’Impero un suo miraggio, se non si diventa a tutti gli effetti “Tutti per Uno, Uno per Tutti!”, senza stancarsi. Ad esempio, la Comunità Organica di Destino presente alla Corte dei Brut, col suo impegno filosofico, artistico, culturale e nelle scienze umane, oggi è l’equivalente di un piccolo monastero benedettino dell’alto Medioevo. Essa rappresenta quel buon seme, quell’humus, quel terreno fecondo, quel laboratorio spirituale il quale ha contribuito pazientemente nei secoli alla nascita del Sacro Romano Impero dei popoli d’Europa che già è stato e che di nuovo sarà instaurato, nella prospettiva di un nuovo mondo multipolare strutturato in civiltà sovrane,

Per il bene della Causa, nell’attesa del Risveglio

“Agli occhi dei globalisti, anche altre civiltà, culture e società tradizionali devono essere oggetto di smantellamento, riformattazione e trasformazione in una massa cosmopolita globale indifferenziata e, nel prossimo futuro, essere sostituite da nuove forme di vita, organismi postumani, meccanismi o esseri ibridi . Pertanto, il risveglio imperiale della Russia è chiamato ad essere un segnale per una rivolta universale di popoli e culture contro le élite globaliste liberali. Attraverso la rinascita come impero, come impero ortodosso, la Russia costituirà un esempio per altri imperi: cinese, turco, persiano, arabo, indiano, nonché latinoamericano, africano… e europeo. Invece del dominio di un unico “impero” globalista del Grande Reset, il risveglio russo dovrebbe essere l’inizio di un’era di molti imperi,Alexandr Dugin

Penso sinceramente che in Italia – con la salita ai Cieli di Darya Dugina – arte, cultura, iniziative editoriali e conferenze ormai insufficienti per affermare la verità della nuova civiltà multipolare promossa dalla Comunità organiche di destino.

Serve uno scatto di reni per non disperdere il movimento eurasiatista nei meandri della paura e dell’esitazione di trovarsi davanti a un nemico apparentemente invincibile che usa tutti i mezzi leciti e illeciti del potere per schiacciare il dissenso. Dissenso che dovrà diventare formazione integrale orientata ad una azione organica diversificata, capace di comprendere corpo, mente, anima, relazioni interpersonali e comunitarie ma soprattutto azione metapolitica fortemente presente nel sociale e capace di considerare come un grande think tank la politica e quella locale per avere eco sui media, visto che siamo entrati in una fase di lotta più virulenta e spietata.

Al di là della doverosa vicinanza e dello smisurato affetto dovuto ad Aleksandr Dugin per la perdita della amata figlia Darya, tuttavia non è il tempo di piangere, di lamentarsi, di dire che si uccidono arbitrariamente le idee e le persone pure, che uccidere i filosofi , gli artisti è la cosa peggiore. Queste perversioni l’ingiusto Potere le commette da sempre. A che serve quindi il lamento? A che giova dunque l’afflizione? Solo a denervare lo spirito della lotta al potere globale illegittimo e perverso, pervertito e pervertitore.

La morte di Dar ci solo la coscienza e la illumina di vero e di realtà, ci leviamo in dal nostro sonno consumistico e social scoprendo l’amara verità che solo pochi piedi di noi apreno già a vivere ea nel loro intimo:siamo in guerra! Una guerra totale! Risvegliamoci quindi, inneschiamo con le nostre vite e con il nostro impegno organizzato il Grande Risveglio della Tradizione contro il Grande Reset transumano dei signori dell’oro di Davos. Se è vero l’adagio secondo cui “chi semina vento accumula tempesta”, seminiamo senza paura il vento della verità e raccogliere sicuramentemo la tempesta che il nemico mondialista ci esploderà contro. Ma per questo non temiamo poiché è meglio vivere un giorno da leone che cent’anni da pecora, è meglio morire in questa guerra, in questa lotta, in queste battaglie quotidiane che morire in un letto da vecchi e alla fine dei nostri giorni terreni rimpiangendo e piangendo per aver vissuto una vita da schiavi. Darya ci insegna la Via, Dio ci concederà la Vittoria. Con l’aiuto di Dio che Darya ci benedica dall’Alto e dia temerarietà ai forti, coraggio agli esitanti e volontà agli inquieti.

Fonte: Idee&Azione

30 agosto 2022

Per il bene della causa. Una esortazione alla lotta per la Civiltà multipolare. In memoria di Darya Dugina
Per il bene della causa. Una esortazione alla lotta per la Civiltà multipolare. In memoria di Darya Dugina

Il sistema liberale va morendo

di Karine Bechet-Golovko

Macron non si è espresso correttamente: non è la fine dell’abbondanza, è la fine di un mondo. Quella del liberalismo dal volto umano. Già fortemente messo in discussione con la covid global governance, il sistema liberale è stato appena seppellito da Macron, poi da Borrell, dopo le numerose dichiarazioni surreali di vari politici europei. La pagina del XX secolo è voltata. Quello che si apre è poco appetitoso… E non potendo assumere apertamente questa scelta ideologica impopolare, si sfrutta il conflitto in Ucraina, si demonizza la Russia.
È proprio la morte del Novecento, con il rafforzamento della classe media, con l’idea dello sviluppo di una società per tutti, con il desiderio di un’educazione di massa che consenta un miglioramento generale delle condizioni di vita. Questo è ciò che è finito. Questo è ciò che non ha più il suo posto nel mondo globalizzato in guerra per la sua sopravvivenza. In guerra con noi. Inoltre, siamo stati avvertiti dai nostri leader, che stanno usando la guerra in Ucraina per completare il sistema nazionale alle spalle della Russia.

In Germania Scholtz aveva dichiarato che niente sarà più come prima, che i circuiti economici sono destabilizzati – dalle sanzioni adottate dagli stessi europei contro la Russia, quanto dalla furia globalista del Covid. Il prezzo del gas in Europa è salito oltre i 3500 dollari per 1000 m3 e il costo è in corsa per privati ​​e aziende. Le economie nazionali non sopravviveranno a una tale politica.

Vengono presi provvedimenti assurdi, come le multe per i negozi, che lasciano la porta aperta con l’aria condizionata. I leader politici ti dicono di fare una doccia fredda gridando “Ecco, tocca a te Putin”, altri di ridurre la doccia a 5 minuti. Nei negozi vediamo cartelli che chiedono di non comprare più di un vasetto di senape a causa della carenza. Le nostre società stanno scivolando verso l’assurdo, perché solo l’assurdo può spiegare le scelte politiche fatte.

Alla riunione del Consiglio dei ministri del ritorno a scuola, Macron ha dichiarato che questa era la fine dell’abbondanza e che questo era il prezzo da pagare per la libertà. Possiamo ora valutare le nostre libertà, bene quel che resta di esse, in minuti di docce e vasetti di senape.

Tuttavia, non siamo così ingenui, le nostre libertà non hanno nulla a che fare qui, si tratta solo di ideologia e potere. Questi gesti hanno lo scopo di mettere in atto uno shock abbastanza grande da cambiare il mondo: lo shock pre-Covid ha creato le premesse, ma non è stato sufficiente per consentire l’implosione delle società, ancorate a livello nazionale. Così vediamo l’apparizione dei vecchi-nuovi spettri dei “nuovi mondi” e il fantasmagorico energico passaggio al canto di questa è un’opportunità, non lasciamolo passare. Per far cadere la pillola, gli economisti dei servizi ci dicono addirittura che questo processo di disgregazione economica è inevitabile e che stiamo entrando in un “regime di scarsità”. In breve, la rarità è fortuna!

La fine dell’abbondanza significa che il ceto medio non avrà più i mezzi per vivere, come prima del 2019, per il semplice e valido motivo che non è più necessario mantenerlo, è addirittura controproducente nel nuovo sistema. Tutte le attività nazionali rientrano nella stessa categoria. Sono troppo conservatori, cioè troppo attaccati ai valori liberali, che hanno dato loro un posto nella società. Il ceto medio, le PMI-PMI, l’artigianato, costituiscono la base sociale nazionale. Se non ci devono essere più nazioni, devono scomparire. Tutte le misure antieconomiche, che sono state adottate negli ultimi anni, stanno sicuramente lavorando su questo.

No al liberismo, proteste

In questa società a basso prezzo, anche la qualità e l’istruzione di massa, che è stata il segno distintivo del XX secolo, avendo permesso di costituire questa forte classe media, devono scomparire e stanno scomparendo. Dopo la riscrittura dei programmi scolastici, il loro passaggio ideologico, ecco i corsi di formazione express di 4-5 giorni e hai un insegnante nuovo di zecca. Incompetente come si potrebbe desiderare, perfettamente adatta al degrado di massa, questa massa che deve sapere cos’è il genere, come fare la raccolta differenziata, che mamma sa aggiustare l’auto anche meglio di papà, che una ragazza e un ragazzo non esistono, vagamente leggere e scrivere, che deve conoscere tutto questo e non le sue discipline umanistiche. L’élite manterrà le proprie scuole private, la classe inferiore che si ricostituirà non avrà bisogno di una scuola.

Torniamo alla situazione precedente al 20° secolo, ma senza Stati nazione, senza questa politica nazionale, che ha dato un senso al liberalismo. E questo sistema impopolare, che si costruisce contro le popolazioni, può essere mantenuto solo dal terrore. Il liberalismo politico è morto, insieme al liberalismo economico: ogni vera opposizione è bandita, è demonizzata, è il nemico. Il segno distintivo di questa “libertà globalista” è la bandiera ucraina, che vediamo invadere i nostri paesi, che non sono ufficialmente in guerra con la Russia, ma si stanno liquefacendo in un atlantismo incontrollabile.

Niente come una buona guerra politico-mediatica per far passare tutto questo. La propaganda anti-russa si scatena in tutti i media. I leader hanno messo tutte le difficoltà socio-economiche indotte dalla loro politica alle spalle della Russia. L’opposizione politica nazionale non deve più esistere…altrimenti si viene bollati come “filorussi” e presto nemici del popolo – globale e senza cervello.

La Francia, come Paese, come Stato, come Nazione, non ha posto in questa visione del mondo che si sta realizzando davanti ai nostri occhi. È urgente reagire.

Traduzione a cura di Luciano Lago

Fonte: Idee&Azione

1° settembre 2022

Il sistema liberale va morendo
Il sistema liberale va morendo

Forme di gnosi in alcuni testi biblici

di Rassam al Urdun al Ishraq

È parere ormai assodato da tempo che i testi biblici siano stati scritti nel corso del VI secolo a.C., durante l’esilio babilonese, dopo la distruzione del Primo Tempio, anche se l’alfabetizzazione era già presente durante il regno di Giuda che precede tale periodo.

Lo studio si basa su sofisticate ricerche eseguite negli anni ’60 su di un’antica ceramica, detta anche ostraca, ritrovata nel deserto del Negev, su cui erano iscitte diverse lettere in ebraico antico che raccontavano di ordini militari e liste di scorte.

Tornando ai testi biblici, è interessante notare, oltre a numerose analogie nei racconti di tipo sumerico, anche un parallelismi di natura gnostica.

Ciò è dovuto ad influenze Mazdeo Iraniche assorbite durante la deportazione Babilonese, essendo a quei tempi Babilonia una provincia iranica.
La religione zoroastriana o mazdeismo fu professata nell’area chiave della storia antica, la Persia, capace di estendere, in diverse fasi, il proprio impero dall’Egitto alle porte dell’India per un periodo lunghissimo, dalle Guerre Persiane alla nascita dell’Islam.

Le idee di Zarathustra influenzarono sia la filosofia greca, sia la religione ebraico-cristiana: difatti Pitagora fu discepolo di Zarathustra da cui apprese i principi della natura, poi rielaborati da Platone, mentre il popolo ebraico si trovava deportato a Babilonia proprio all’epoca del fiorire dello zoroastrismo.

Pitagora a Babilonia incontrò altri Caldei e Zarathustra, dal quale fu purificato dalle brutture della vita precedente e apprese da che cosa gli uomini buoni dovevano tenersi lontani per mantenere la purezza nonché la teoria della natura e i principi
dell’universo” (Porfirio, Vita di Pitagora, 12)

Lo Zoroastrismo è stato anche uno dei principali ispiratori del platonismo come anche osservato giustamente da Giorgio Gemisto Pletone nei suoi famosi studi: ” la spiritualità platonica, prolungamento di quella di Zoroastro sarebbe in grado di favorire il superamento delle controversie religiose, come quelle emerse all’interno del Cristianesimo e tra Cristianesimo e Islam, e di fondare la pace universale -aspirazione che sarà ripresa da Marsilio Ficino e che sarà rielaborata da Pico della Mirandola ” ( Pletone, Trattato delle Leggi ).

È noto a tutti come la dottrina cristiano-gnostica sia ispirata principalmente ad una visione platonica del creato e del creatore, dissertando sul mondo materiale e su quello spirituale.

Alla luce di quanto esposto, appaiono verosimili certi parallelismi con taluni concetti gnostici ( nessuna meraviglia ma ciò spesso potrebbe ingenerare confusione, sia a carico di chi si esprime sia a carico di chi di dovrebbe apprendere ), anche se tale teosofia di concretizzerà intorno al II secolo d.C.

Sebbene sia lodabile sotto ogni aspetto, il meticoloso lavoro tendente alla corretta traduzione facendo attenzione ad ogni forma errata di translitterazione, se manca un giusto inquadramento storico nei riferimenti esaminati, questo tipo di studio finisce spesso per risultare vano.

Ad aumentare verosimilmente le probabilità di confusione nei commenti delle Scritture, concorre il fatto delle scelte dei libri adottati dalle dottrine teologiche appartenenti alla tre religioni Abramitiche, nel senso che, non tutto ciò che è riportato è sempre esoterico…ma ciò non esclude che molti versi e talvolta capitoli interi siano portatori di significati reconditi, destinati a coloro i quali era ed è preposta l’attività divulgativa.

Le Scritture non sono libri di matematica e quindi già si accettano con il beneficio del dubbio ( solo gli imbecilli non ne hanno ). Se poi dovessimo seguire le teorie di ciascun libero pensatore si finirebbe per avere più dubbi di prima. Può darsi chi ne ha colto la successione sbagli, così com’è possibile che le Scritture stesse siano errate ma, un conto è dubitare e riflettere e un conto è essere convinti di avere l’ illuminazione e quindi pretendere che gli altri seguano le sue stesse convinzioni: la somma di due o più errori non da mai come risultato la verità.

Da musulmano cito la Sura 56

1. Quando accadrà l’Evento,
2. la cui venuta nessuno potrà negare,
3. abbasserà [qualcuno e altri] innalzerà!
4. Quando la terra sarà agitata da una scossa,
5. e le montagne sbriciolate
6. saranno polvere dispersa,
7. sarete allora [divisi] in tre gruppi:
8. i compagni della destra [1] …, e chi sono i compagni della destra?
9. i compagni della sinistra [2] …, e chi sono i compagni della sinistra?
10. i primi [3] …, sono davvero i primi!
11. Saranno i ravvicinati [ad Allah],
12. nei Giardini delle Delizie,
13. molti tra gli antichi [4]
14. pochi tra i recenti,
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Note
1 : i timorati di Dio
2 : i miscredenti
3 : I PROFETI, i ravvicinati ( a Dio )
4 : molti tra i primi Profeti …e pochi con chi, allo stato attuale è preposto alla divulgazione dei loro insegnamenti.

Forme di gnosi in alcuni testi biblici
Forme di gnosi in alcuni testi biblici

ERRARE HUMANUM ESTPERFECTIO DIVINA EST

di Vincenzo Di Maio

I Profeti, gli Inviati e i Messi di Dio, quali Maestri del Cielo, non sbagliano mai e mai hanno sbagliato.

Il problema sta semmai in coloro che ne hanno riportato testimonianza, come anche in coloro che hanno tramandato male le significazioni ai posteri per errore, volontario o involontario che sia.

Ma innanzitutto, proprio in virtù della unica realtà vivente dalle molteplici espressioni e manifestazioni, di certo possiamo cogliere un insegnamento implicito universale che è il mistero di quella Verità Assoluta che nessun libro o iniziato mai ti darà se non lo sforzo personale di ognuno in corpo, anima e spirito, tale che ci avvicina a Dio e che ci permette di ritornare a Lui attraverso la rinascita spirituale e prima della morte terrena.

Nonostante tutto ciò, l’attuale momento storico comporta il susseguirsi vorticoso dei tempi ultimi, che porterà sempre più al disvelamento del Salvatore Promesso dall’escatologia profetica delle cinque sacre religioni tradizionali rivelate e autentiche, un evento di portata cosmica che permetterà la completa rinascita spirituale della specie umana attraverso la forgia celeste delle anime mediante il Divino Fuoco di Dio Altissimo Sommo Creatore.

ERRARE HUMANUM EST
PERFECTIO DIVINA EST
ERRARE HUMANUM EST
PERFECTIO DIVINA EST

LA VERA VIA DELLA TECNÉ SECONDO IL PRIMORDIALISMO VISIONARIO

di Vincenzo Di Maio

La vera Via della Tecné è la Tradizione Primordiale come ritorno alle origini attraverso una tecnologia ultraumanista che si pone servizio dell’uomo, radicalmente diversa dalla tecnologia transumanista poiché non è l’uomo ad essere al servizio della tecnologia, dove essa è strumento dei poteri globalsti dominanti che assoggettano il resto della specie umana attraverso gangli di meccanismi complessi e fumosi che intrecciano tecnica, burocrazia e repressione per legittimare lo status quo.

Questa è la visione del PRIMORDIALISMO VISIONARIO – movimento politico internazionale.

LA VERA VIA DELLA TECNÉ SECONDO IL PRIMORDIALISMO VISIONARIO
LA VERA VIA DELLA TECNÉ SECONDO IL PRIMORDIALISMO VISIONARIO