Dietro le bombe di Kiev

di Enrico Marino

Quando nel 2014 Martin Armstrong – un gestore di fondi d’investimenti sovrani multimiliardari – scrisse: “Andremo in guerra contro la Russia” e “Prepariamoci alla terza guerra mondiale”, perché occorre distrarre la gente dall’imminente declino economico, furono in pochi a prenderlo sul serio e nessuno, tra i grandi media mainstream, rese partecipe la più ampia platea del pubblico mondiale di tali affermazioni.

Era quello l’anno in cui Viktor Yanukovic fu rovesciato da un colpo di stato plateale, appoggiato dagli Stati Uniti (meglio dire da loro promosso) con l’attiva partecipazione della Polonia, della Lituania, dell’Estonia e dei fantocci al potere a Bruxelles, come epilogo delle violenze innescate fin dai tempi della cosiddetta “rivoluzione arancione” di Yushenko-Timoshenko, che consegnarono nelle mani della Cia gli ultimi rimasugli di sovranità nazionale ucraina.

In quello stesso anno, Paul Craig Roberts ex Assistente Segretario al Tesoro durante la presidenza Reagan, ex editore del “Wall Street Journal”, considerato dal “who’s who” americano come uno dei mille pensatori politici più influenti del mondo, aveva scritto un articolo intitolato: “La guerra sta arrivando” (“War is coming”).

Contemporaneamente, Wall Street già scommetteva sulla terza guerra mondiale e tanti analisti erano pronti a festeggiare in anticipo i futuri successi economico-finanziari che si aspettavano dalla guerra, essendo evidente che le guerre ingrassano prima di tutto i banchieri e poi i produttori di armi. E infatti, l’insistenza con cui il tema veniva sollevato indica che l’arrivo della tempesta tutti costoro lo avevano sentito in anticipo.

Altri, infine, osservavano che il mondo era attraversato da una “guerra delle valute” che stava diventando globale, in quanto le nazioni svalutavano per rendere più competitive le loro merci e per incentivare le esportazioni e molti si accorsero che la nuova banca, creata dai Brics, con capitale iniziale di 100 miliardi di dollari, basata in Cina, costituiva una novità impressionante nel panorama globale, dove un numero crescente di transazioni avveniva in yuan, in rubli, invece che in dollari Usa.

BRICS è un acronimo usato in economia internazionale per riferirsi a Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica. Questi paesi, che condividono una situazione economica in via di sviluppo e abbondanti risorse naturali strategiche e sono stati caratterizzati da una forte crescita del prodotto interno lordo (PIL) e della quota nel commercio mondiale, si erano proposti di costruire un sistema commerciale globale, attraverso accordi bilaterali che non fossero basati esclusivamente sul petroldollaro.

Porre fine al monopolio del dollaro come valuta internazionale, per frenare l’aggressività militare degli Usa, che per decenni ha messo in pericolo la stabilità geopolitica del mondo, è l’obiettivo di Russia e Cina che guidano i Brics verso la de-dollarizzazione del pianeta, allo scopo di sottrarre linfa all’apparato industriale-militare statunitense. L’operazione è stata avviata per re-impostare il commercio mondiale, costruendo un’alternativa al dollaro come moneta di scambio e dietro le quinte stava avvenendo qualcosa di veramente importante, di cui solo pochissimi si erano resi conto. Un nuovo sistema di scambio monetario tra le banche centrali dei Brics avrebbe facilitato il finanziamento del commercio, bypassando completamente il dollaro e il nuovo sistema avrebbe agito anche come sostituto de facto del Fmi, segnando la fine di un’epoca.

Elvira Nabiullina, governatore della banca centrale russa, aveva concertato con Putin l’accordo rublo-yuan con la Banca Popolare Cinese e Sergej Glaziev, consigliere economico di Putin, ha sostenuto la necessità di “creare un’alleanza internazionale di paesi disposti a sbarazzarsi del dollaro per i loro commerci internazionali e a rifiutarsi di continuare a stoccare dollari come riserve valutarie”. L’obiettivo finale sarebbe quello di far ingrippare la macchina-stampa-soldi di Washington che serve ad alimentare il suo complesso militare e industriale, che ha permesso agli Usa di diffondere il caos in tutto il mondo, fomentando le guerre civili in Libia, Iraq, Siria e in Ucraina.

Come scrisse Jim Rickards – che nel 2009 partecipò ai primi “giochi di guerra finanziari” organizzati dal Pentagono – c’era il rischio che gli Stati Uniti si trovassero trascinati in guerre asimmetriche di valute, in grado di accrescere le incertezze globali.
Del resto molti osservatori si sono chiesti quali siano state le ragioni vere che hanno portato all’eliminazione di Gheddafi. Egli stava pianificando una valuta pan-africana. La stessa cosa accadde a Saddam Hussein. Gli Stati Uniti non tollerano alcun’altra solida valuta in grado di competere con il dollaro.

Ciononostante, a più di un decennio dai suoi inizi, il progetto Brics continuava e, infatti, il contributo dei cinque Paesi Brics all’economia globale era cresciuto in maniera significativa nel corso dell’ultimo decennio. Dall’altro lato, i volumi di commercio interni al gruppo hanno fatto registrare un’impennata negli ultimi cinque anni, mentre la Ndb ha sponsorizzato 65 progetti per un valore complessivo di oltre 20 miliardi di dollari.

Molti, infatti, consideravano la Ndb – New Development Bank come l’asso nella manica a disposizione dei Brics perché, proprio tramite la Banca, il gruppo avrebbe potuto approfittare dell’occasione rappresentata dalla ricostruzione economica che il Covid-19 renderà necessaria per collocare strumenti finanziari allo scopo di supportare l’emergenza, proponendo una finanza per lo sviluppo improntata a erodere il monopolio occidentale esistente.

Non a caso, pare che nel corso del summit del 17 novembre 2020 i governi dei Brics abbiano dato il via libera alla ammissione di nuovi Paesi membri in qualità di soci della Ndb. Tale ammissione permetterebbe alla Banca di erogare prestiti a Paesi in via di sviluppo, presentandosi come una fonte di supporto economico alternativa alla Banca mondiale e al Fondo monetario internazionale, enti fondati sugli accordi di Bretton Woods del 1944 e riconducibili al controllo statunitense.

Sarebbe occorso tempo per verificare se questi sviluppi avrebbero avuto luogo. Certo è che la pandemia aveva aperto uno spiraglio per una nuova fase del progetto Brics. Il gruppo era sorto all’indomani di una crisi, e poteva rafforzarsi in occasione di quella attuale.
Ecco allora che lo scenario della guerra in Ucraina, inquadrato alla luce di queste considerazioni, può assumere contorni differenti e dare luogo a un’interpretazione diversa delle cause, delle mosse e delle urgenze che hanno originato questo drammatico conflitto.

Perché, infatti, rovesciare Yanukovic quando questi aveva già venduto il Donbass alla Chevron e alla Shell? Quasi 8.000 chilometri quadrati di territorio per la durata di 50 anni, un accordo segreto in gran parte valutato 10 miliardi di dollari, alla ricerca del gas da scisti bituminosi che avrebbe liberato “per sempre” l’Ucraina dalla dipendenza energetica dall’odiata Russia.

Perché farlo fuori così brutalmente? Che bisogno c’era? Solo perché non aveva firmato a Vilnius il documento di “associazione” all’Unione Europea? Eppure fino al novembre dell’anno precedente Viktor Yanukovic aveva negoziato, lasciando sperare in un successo europeo totale. Il documento era già pronto, anche se in parte segreto. Bastava aspettare qualche mese e sarebbe stato sottoscritto.

Questi interrogativi non avrebbero risposte adeguate se, invece, la fretta con cui Washington ha premuto e Varsavia ha eseguito i suoi ordini, non indicasse l’impellente necessità di agire non contro Yanukovic, pedina di nessun peso, ma contro la Russia. I neocon volevano una crisi di valenza internazionale, se non addirittura mondiale, col portare la Nato praticamente sul portone del Cremlino, ricreando a parti invertite uno scenario di scontro di portata non minore di quello della crisi dei missili a Cuba del 1962.
L’accerchiamento militare della Russia, operato mediante una Alleanza che si definisce “difensiva”, non aveva altro scopo che portare all’esasperazione uno scenario che per decenni la Russia aveva considerato come ostile nei propri confronti e che aveva cercato di scongiurare mediante trattati e accordi verbali che prevedevano che, se la Russia rinunciava alla sua egemonia sull’Europa centro-orientale, gli Stati Uniti non avrebbero in alcun modo approfittato di tale concessione per allargare la loro influenza e minacciare la sicurezza strategica russa. Un gentlemen’s agreement mai però formalizzato per iscritto e negli anni pervicacemente smentito dalle varie amministrazioni di Washington e dai loro terminali europei, ultimo in ordine di tempo il Segretario generale della Nato, Jens Stoltenberg.

Per questo oggi, con una guerra rovinosa operata per interposta Ucraina e con lo strangolamento economico finanziario attuato dall’Occidente, il progetto dei Brics appare più lontano e improponibile, con la Russia indicata come uno Stato canaglia e, come al tempo della rivoluzione bolscevica, e più di recente nel 1998, ridotta in difficoltà nell’onorare il suo debito estero in valuta. Anzi, i soldi in cassa ci sarebbero ma le sanzioni occidentali e l’impossibilità di accedere al circuito internazionale dei capitali di fatto impediscono il servizio del debito pubblico in valuta forte.

Alcune delle obbligazioni russe denominate in dollari e in euro contengono una clausola di ripiego che permette il rimborso in rubli, ma non tutti i debiti di Mosca sono di questo tipo e, perdurando tale situazione, Fitch potrebbe declassere ulteriormente il rating di credito della Russia a “default limitato”.

Per questo, osservando con attenzione, dietro ai morti innocenti e alle bombe di Kiev, si può scorgere anche il ghigno soddisfatto di alcuni grandi usurai internazionali.

Liberamente tratto da Ereticamente.net

Dietro le bombe di Kiev

PER UNA LUCIDITA’ UNIVERSALE

di Stefano Vaj

Alcuni si spendono in questi giorni nell’accreditare posizioni tipo né USA né URSS – oops, magari intendono Federazione Russa, ma la lucidità in argomento non è proprio universale… -, “terza posizione”, l’antagonismo nella crisi ucraina è solo teatro, l’Europa non deve cader vittima di finte contrapposizioni, blabla.

Quello che non si rendono conto è che si possono discutere i dettagli, ma questa posizione VA GIA’ BENISSIMO, è più che sufficiente. Io stesso del resto non sono particolarmente tenero con il putinismo – che, mentre nulla impedisce di sperare che proprio l’attuale situazione lo porti ad “evolvere” in qualche direzione, allo stato si presenta sotto molti aspetti come una sorta di maldestro franchismo -, e non sono neppure duginista. E non mi sembra del resto che nessuno abbia mai suggerito una partecipazione italiana all’operazione speciale russa in corso del paese.

Ma ammesso che uno non voglia schierarsi, che sia tutto teatro ai danni dell’Europa, che la NATO è d’accordo con Putin, etc., quali sono o dovrebbero le conclusioni pratiche? Il rifiuto di qualsiasi tipo di sanzione economica nei confronti di una delle due parti a danno della nostra economia, una rigida applicazione del principio di non ingerenza nel conflitto in corso, e soprattutto la contestazione della politica non solo perfettamente allineata agli USA, ma oltranzista e bellicista a livelli deliranti, dei regimi politici mondialisti nei paesi della UE. No, perché il resto è solo collaborazionismo allo stato puro, che vede in quella che viene denunciata come concordata rappresentazione teatrale un paradossale e penoso tentativo di arruolarsi come comparse da parte degli interessati.

PER UNA LUCIDITA’ UNIVERSALE

CONQUISTARE LA MENTE

a cura di Melissa Costanzi

“La mente può essere amica dell’anima condizionata, ma può anche esserle nemica.

Una persona deve servirsene per liberarsi, non per degradarsi.

Per chi l’ha dominata, la mente è la migliore amica, per chi ha fallito resta la peggior nemica.

Chi ha conquistato la mente, e ha trovato così la pace, ha già raggiunto l’Anima Suprema. Per lui gioia e dolore, caldo e freddo, onore e disonore si equivalgono.”

Dhyana yoga 6.5-7

CONQUISTARE LA MENTE

LA REALIZZAZIONE SPIRITUALE

a cura di Melissa Costanzi

“Alcuni mistici rendono un culto perfetto ai deva con l’offerta di vari sacrifici, altri sacrificano nel fuoco del Brahmana Supremo.

Alcuni, i puri, sacrificano l’udito e gli altri sensi nel fuoco della mente controllata, altri sacrificano gli oggetti dei sensi nel fuoco dei sensi.

Coloro che desiderano raggiungere la Realizzazione Spirituale col controllo dei sensi e della mente offrono in oblazione nel fuoco della mente controllata le attività dei sensi e il soffio vitale.”

Jnana yoga

Bhagavate Gita 4.25-27

LA REALIZZAZIONE SPIRITUALE

ALLUCINAZIONI DI VERITA’

di Uriel Crua

Se questo è il livello di “Verità” che utilizzano per raccontarvi il presente, fate una riflessione su quale parametro di “Verità” hanno usato per raccontarvi la Storia. Soprattutto la Storia contemporanea.

Rovesciate le categorie, studiate i vinti e analizzate i vincitori. Cercate le testimonianze degli sconfitti e confrontatele con la propaganda dei forti.

Il cosiddetto Mondo Libero non è altro che un’allucinazione distorta.

Un gioco di parole.

Una crassa mistificazione.

ALLUCINAZIONI DI VERITA’

INTRODUZIONE AL PENSIERO DI XI JINPING

di Daniele Perra

Non si può pervenire in cima alla montagna senza passare per vie difficili e scoscese; non giungere alla virtù senza che costi assai sforzi e fatiche. Ignorare la strada che si deve prendere, mettersi in cammino senza guida, è come volersi smarrire, volersi mettere in pericolo della vita”.

(Confucio)

Il 24 ottobre 2017 il pensiero di Xi Jinping è stato inserito all’interno della Costituzione del Partito Comunista Cinese (PCC). Sintesi di maoismo e confucianesimo perfettamente adattabile alla realtà cinese, il pensiero di Xi è divenuto parte integrante della dottrina del Partito insieme al pensiero dello stesso Mao, all’elaborazione teorica di Deng Xiaoping, alla cosiddetta “teoria delle tre rappresentanze” di Jiang Zemin ed all’approccio sullo “sviluppo scientifico” di Hu Jintao. Alla dottrina di Xi, inoltre, è stato attribuito lo status di “pensiero”; fattore che lo pone allo stesso livello del corpus teorico di Mao ed in una condizione di superiorità rispetto alle dottrine di Jiang Zemin e di Hu Jintao[1].

Ora, una postura prettamente materialista imporrebbe un’analisi del pensiero di Xi Jinping che esulasse da spiegazioni ed aspetti legati al “genio individuale”. Dunque, la figura storica ed il pensiero dello stesso Xi non possono prescindere dall’essere considerate come parte integrante di una ben determinata tradizione di pensiero e dall’essere contestualizzate in un preciso momento storico e con una determinata cultura. Così, il pensiero di Xi non risulta essere la sola emanazione intellettuale della conoscenza e delle capacità dell’uomo, ma anche la confluenza di diverse forme di pensiero. In particolare, si potrebbe affermare che esso sia espressione (e risultato) delle principali sfide alle quali è sottoposta la Repubblica Popolare nel XXI secolo.

A questo proposito, il “geopolitico militante”[2] Jean Thiriart fu in grado di prevedere già negli anni ‘60 del secolo scorso che la Cina del XXI secolo non avrebbe più tollerato la presenza nordamericana sui propri confini; dall’Asia centrale al Mare cinese meridionale. Sulla stessa lunghezza d’onda furono le previsioni sulla sfida del nuovo secolo tra Cina e Stati Uniti riportate dal pakistano Zulfiqar Ali Bhutto nel suo manifesto politico dall’emblematico titolo Il mito dell’indipendenza (1967).

Di conseguenza, il pensiero di Xi appare come il prodotto delle condizioni materiali e geopolitiche della specifica realtà cinese in uno specifico momento storico. Tuttavia, il pensiero e la politica non sono riducibili al mero linguaggio, ma il linguaggio è uno degli strumenti attraverso i quali si esprimono il discorso e l’azione politica. Ed essendo la guerra (in tutte le sue forme, economica, culturale e militare) una continuazione della politica con altri mezzi, il linguaggio ed il pensiero assumono un ruolo determinante. Un’azione politica priva di pensiero e scollegata da un determinato linguaggio (o da una lingua definita), oltre a mancare di efficacia in termini pratici, ha l’effetto di produrre spaesamento (o “sradicamento” volendo utilizzare una terminologia heideggeriana). Un esempio pratico di quanto qui affermato lo si può riscontrare negli evidenti limiti comunicativi e nella mancanza di chiarezza (in molti casi anche scientemente ricercata) mostrati dall’“Occidente” sottoposto all’egemonia nordamericana nel corso della crisi pandemica. In questo caso, al preciso scopo di ricompattare “geopoliticamente” questo spazio ideologico, si è scelto di utilizzare una retorica militare (pregna di termini anglofoni) per affrontare l’epidemia e la conseguente campagna vaccinale. Così, le morti da covid sono diventate le vittime nella “guerra contro il virus”, mentre le reazioni avverse al vaccino hanno assunto le sembianze di inevitabili “danni collaterali”.

Già Iosif Stalin, grande esperto di linguistica, riconobbe il ruolo fondamentale del linguaggio come supporto all’azione politico-militare e come strumento utile per la difesa della coscienza nazionale. Secondo il Vožd’ la materia più importante da studiare nelle accademie dell’esercito erano la lingua e la letteratura russe. Esse, infatti, forniscono la capacità di esprimersi brevemente e chiaramente in condizioni (anche di battaglia) estreme. L’esercizio costante nella lettura dei classici, inoltre, permette di avere in mente già un suggerimento su come esprimersi al meglio e come agire[3].

Tale discorso si può ben applicare anche alla realtà cinese, dove pensiero, parola e azione sono legati da un nesso indissolubile. Tuttavia nella realtà cinese, contrariamente a quanto sostenuto dall’interpretazione ortodossa della teoria marxista, la sovrastruttura ideologica non è il riflesso esclusivo del sistema economico, ma viene oggettivata in tutti gli ambiti dell’essere sociale.

Quando nel 1978 la sconfitta delle “banda dei quattro” coincise con l’ascesa al potere di Deng Xiaoping, il PCC, attraverso una perfetta applicazione del suddetto schema di ortoprassi confuciana pensiero-parola-azione, affermò che il Paese, nello stadio primario del socialismo, doveva porsi come obiettivo immediato lo sviluppo delle forze produttive ed il miglioramento della qualità della vita per la popolazione. Da questo approccio derivò quella “teoria delle quattro modernizzazioni” (agricola, industriale, tecnologico-scientifica e militare) che, di fatto, implicava soluzioni eterodosse per garantire lo sviluppo economico della Nazione attraverso programmi mirati di liberalizzazione eseguiti sotto la vigile supervisione del Partito. Ciò comporta due domande ben precise: che posto ha la teoria marxista oggi in Cina? Il socialismo con caratteristiche cinesi è una deviazione nazionalista?

La risposta a queste domande non può prescindere da un’analisi dello scenario accademico della Cina contemporanea. Questo è composto da alcune tendenze che si sviluppano soprattutto a partire dagli anni ‘80 e ‘90 del secolo scorso: un momento storico estremamente complesso in cui le politiche di apertura economica si sono scontrate con i pesanti riflessi (sul piano della politica interna) del “tumulto” di Tian’anmen[4]. Le più importanti sono indubbiamente la corrente “liberale” e quelle della “Nuova Sinistra”, dei “neoconfuciani” e dei “neoautoritari”. Tutte, seppure con approcci diversi, hanno cercato di porsi come alternative alla linea teorica egemonica nel PCC nel corso dei primi quarant’anni di vita della Repubblica Popolare.

Se la corrente liberale si risolve nel desiderio di evoluzione verso un sistema di tipo democratico-parlamentare, diverso è il discorso per ciò che concerne neoconfuciani, Nuova Sinistra, e neoautoritari. I primi, che possono essere a loro volta divisi in neoconfuciani liberali (il cui nucleo iniziale nasce a Hong Kong, Taiwan e negli Stati Uniti) e neoconfuciani “continentali” (nati nella Madre Patria), sviluppano il loro approccio teorico da un punto di partenza condiviso: la tradizione confuciana è stata in qualche modo viziata dalla Modernità. Lo stesso termine “confucianesimo” sarebbe un’invenzione dei missionari cristiani che hanno latinizzato il termine “Kǒng Fūzǐ” aggiungendovi il suffisso “ismo”. Al contrario, il termine corretto per definire la tradizione confuciana sarebbe “Rújiā” (scuola di studi). Una scuola che include all’interno del suo sistema di pensiero non solo lo studio delle opere attribuite a Confucio ma anche quelle dei suoi discepoli Mencio e Xunzi.

Tra i più importanti rappresentanti della corrente neoconfuciana “continentale” si possono annoverare in primo luogo Chen Ming e Jiang Qing. Secondo Chen Ming, il PCC da un lato ha rappresentato la “salvezza della Nazione cinese”, dall’altro, avrebbe anche esaurito questo compito storico. Esso deve essere rinnovato sulla base della tradizione confuciana. Questa, nello specifico, dovrebbe dare forma ad un modello politico-ideologico-religioso simile a quello prodotto dai valori protestanti e dal mito del “destino manifesto” negli Stati Uniti. Jiang Qing, a sua volta, pensa ad una costituzione puramente confuciana e sotto molti aspetti nega il valore dell’esperimento modernizzatore attuato dal PCC.

Più o meno nello stesso periodo, la corrente neoautoritaria, fa riemergere il pensiero del grande giurista tedesco Carl Schmitt dall’oblio nel quale era finito per diversi decenni. Il primo a citare nuovamente Schmitt nel 1987 fu Dong Fanyu: professore di diritto costituzionale che ha ispirato non poco le teorie di Jiang Shigong e Chen Duanhong (già analizzate in alcuni contributi apparsi sul sito informatico di “Eurasia”). Nella corrente neoautoritaria si possono inscrivere anche Xiao Gongqin (fautore di un realismo politico puramente schmittiano da opporre alla virtualità dei principi democratici di stampo occidentale) e Wang Huning, la cui critica dell’universalismo liberal-capitalistico ha profondamente ispirato l’azione politica di Jiang Zemin, Hu Jiantao e Xi Jinping.

Una menzione introduttiva la merita il pensiero di Jiang Shigong. Secondo questo attento interprete della Cina contemporanea, la peculiarità della via cinese al socialismo deriva dalla necessità di risolvere la tensione tra la verità filosofica e la pratica storica, in modo da unire la verità filosofica universale del marxismo-leninismo con la realtà storica concreta della vita politica cinese. Ciò, sul piano della prassi, si è tradotto in un’azione volta a valutare i problemi della realtà cinese e favorire la partecipazione popolare nella trasformazione della società (la transizione verso il comunismo, il rafforzamento della posizione internazionale della Cina, l’unificazione finale della Nazione). La base della legittimità del PCC, infatti, è lo stesso popolo cinese. Questa legittimità risiede nella capacità del Partito di essere un’istituzione efficace e capace di risolvere i problemi immediati del popolo.

Di fatto, la salita al potere di Xi Jinping è coincisa con una nuova fase nello studio del marxismo sia in campo teorico che nell’ambito della pratica. L’esame del pensiero del Presidente cinese, dunque, non può prescindere da un’analisi dettagliata delle principali influenze intellettuali che hanno agito su di esso.

Il comunismo, in questo modello teorico, rappresenta maggiormente un’“idea forza”: un sentimento etico che si differenzia completamente dal modello sovietico post-staliniano. Il pensiero di Xi, rigettando in toto l’imitazione dei modelli politici del pensiero occidentale proposta da alcuni esponenti della corrente neoconfuciana, intende rappresentare una sintesi innovativa fra tradizione (confucianesimo) e modernità (marxismo-leninismo). Il confucianesimo, in questo contesto teorico, ritrova il suo ruolo tradizionale di “guardiano del rito” (il pensiero confuciano è pura “metafisica del rito”), laddove l’atto rituale è indispensabile al mantenimento dell’ordine sia sul piano fisico che su quello metafisico, mentre il comunismo, adottato attraverso la cultura tradizionale cinese, diventa lo strumento che può realizzare al meglio i valori positivi di quest’ultima.

Due sono le parole chiave di questo modello teorico: comunismo e Nazione. Secondo questa interpretazione dell’idea comunista, il concetto di “lotta di classe” viene inteso in senso metaforico ed assume i connotati di lotta per il rinnovamento ed il miglioramento etico della Nazione, di lotta contro la corruzione o, più recentemente, di lotta per il rispetto dell’ambiente. Il concetto di “Nazione” invece non deve essere inteso in senso etnico (di maggioranza etnica Han), ma come universo comunitario delle etnie che hanno storicamente rappresentato il nucleo umano dell’Impero di mezzo (Zhongguo).

L’idea di “Nazione” è racchiusa nella stessa bandiera della Repubblica Popolare. La stella più grande sullo sfondo rosso rappresenta il Partito: l’organo di governo della società. Le quattro stelle più piccole che orbitano attorno alla stella-Partito rappresentano le quattro classi sociali che partecipano allo sviluppo della società: la classe operaia, quella contadina, la piccola borghesia e la borghesia nazionale. La frazione della borghesia che si è mostrata pronta a cooperare con il Partito, nella prospettiva cinese, deve essere naturalmente integrata all’interno dell’alleanza nazionale. Dopo l’era Mao, con le riforme di Deng Xiaoping e la costruzione di un’economia mista, questo patto sociale originario ha trovato nuova linfa vitale trasformandosi, con Hu Jintato e Xi Jinping, in un vero e proprio blocco egemonico (per utilizzare una terminologia prettamente gramsciana).

Così, il settore privato può e deve essere promosso purché contribuisca in modo determinante al benessere collettivo: ovvero, a quello che Mao chiamava Gongtong Fuyu (la prosperità comune). Secondo questo approccio, l’intera popolazione deve beneficiare del progresso collettivo, ma ogni parte del corpo sociale deve fornire il proprio contributo nella misura dei suoi mezzi e delle sue possibilità[5].

L’attuale politica antimonopolistica di Pechino non deve trarre eccessivamente in inganno. Il Partito non mira a sopprimere definitivamente il settore capitalista e privato. Semplicemente, sta cercando di piegarlo alle esigenze di uno sviluppo societario armonioso in cui la disuguaglianza sia ridotta al minimo.

Le differenze con il marxismo tradizionale si percepiscono anche sul piano della teoria delle relazioni internazionali. La Cina non ha aspirazioni “universalistiche” (anche in questo è simile all’URSS di Stalin, concentrata nel preservare le conquiste “nazionali” della Rivoluzione evitando fin dove possibile i conflitti diretti con altre potenze). Non vuole imporre il proprio sistema ad altri tramite la forza e ricerca uno sviluppo pacifico fondato sul rispetto delle diversità culturali e politiche. Tuttavia, allo stesso tempo, non è più disposta a tollerare abusi di qualsiasi natura perpetrati da potenze con aspirazioni egemoniche globali.

Proprio in questa enfasi verso lo sviluppo di un ordine internazionale multipolare si ritrovano nuovamente dei rimandi allo schmittiano “pluriversum di grandi spazi”.


NOTE

[1]Si veda Una introducción al pensamiento. Xi Jinping: tradición y modernidadwww.larazoncomunista.com.

[2] Yannick Sauveur, Jean Thiriart, il geopolitico militante, Edizioni all’insegna del Veltro, Parma 2021.

[3]Si veda I. Stalin, Il marxismo e la linguistica, Edizioni Rinascita, Roma 1952. Non bisogna dimenticare che Stalin fu anche uno strenuo difensore della lingua russa e dell’alfabeto cirillico di fronte ai tentativi di “latinizzazione” che la sinistra bolscevica cercò di imporre dopo l’Ottobre 1917 per diffondere i documenti rivoluzionari a tutti i proletari del mondo. Il 13 marzo 1938 la linea di Stalin ottenne la vittoria definitiva. In quella data, il Comitato Centrale del PCUS produsse una delibera “sullo studio obbligatorio della lingua russa nelle scuole delle repubbliche sovietiche e degli oblast nazionali”.

[4]“Tumulto” è l’espressione utilizzata da Deng Xiaoping nel discorso che tenne il 9 giugno 1989 agli ufficiali di rango superiore in applicazione della legge marziale a Pechino. In quell’occasione, constatando che un manipolo di malintenzionati si era infiltrato tra la folla della piazza, affermò: “non avevamo di fronte le masse popolari ma facinorosi che hanno tentato di sovvertire il nostro Stato […] Il loro obiettivo era quello di instaurare una repubblica borghese, un vassallo dell’Occidente in tutto e per tutto”. Oltre a piangere i propri “martiri” ed a congratularsi con le forze di sicurezza e con l’Esercito per essere riusciti a sedare il “tumulto”, nel medesimo discorso la Guida cinese constatò la necessità di imparare dagli errori del passato e di guardare verso il futuro. “Lo scoppio dell’incidente – affermò Deng Xiaoping – ci dà molto a cui pensare e ci costringe a riflettere a mente lucida sul passato e sul futuro. Forse questo terribile avvenimento ci permetterà di portare a termine le politiche di riforma e apertura al mondo esterno in modo costante e perfino più in fretta, di correggere i nostri errori più rapidamente e di sfruttare meglio i nostri vantaggi […] La cosa importante è non riportare mai la Cina a essere un paese con le porte chiuse”. D. Xiaoping, Il tumulto di Piazza Tian’anmen, contenuto in “Eurasia. Rivista di studi geopolitici” 3/2019. A questo proposito, sembra doveroso citare un altro passaggio di Deng Xiaoping in cui l’enfasi sull’apertura economica si accompagna al decisionismo etico caratteristico del PCC (basti pensare alle recenti scelte di limitare la produzione di programmi televisivi diseducativi o l’utilizzo smisurato dei videogiochi tra i ragazzi): “Seguiremo un’irremovibile politica di apertura al mondo esterno e aumenteremo i nostri scambi con i Paesi stranieri sulla base dell’eguaglianza e del rispetto reciproco. Allo stesso tempo, manterremo la mente lucida, resisteremo con fermezza alla corruzione delle idee decadenti venute dall’estero e non permetteremo mai che il modo di vita borghese si diffonda nel nostro Paese” (Opere Scelte, Vol. III. Edizioni in lingue estere, Pechino 1994, p. 15).

[5]Si veda l’interessante intervista al filosofo ed analista politico francese Bruno Guigue Quando la linea di Xi Jinping va a velocità superiorewww.cese-m.eu.

Liberamente tratto da Eurasia Rivista

INTRODUZIONE AL PENSIERO DI XI JINPING

LA CONOSCENZA PERFETTA

a cura di Melissa Costanzi

“Cerca di conoscere la verità avvicinando un maestro spirituale, ponigli delle domande con sottomissione e servilo. L’anima realizzata può rivelarti la conoscenza perché ha visto la verità.

Quando avrai ricevuto la vera conoscenza da un’anima realizzata non cadrai mai nell’illusione, perché capirai che tutti gli esseri fanno parte integrante del Supremo, in altre parole, Mi appartengono.

L’illusione di essere separati da Lui è Maya.

Quand’anche tu fossi il peggiore dei peccatori, una volta salito sul vascello della conoscenza spirituale supererai l’oceano delle sofferenza.

La conoscenza perfetta ricevuta da Dio, la Persona Suprema, è la via della Salvezza

Simile a un fuoco ardente che riduce il legno in cenere, o Arjuna, il fuoco della conoscenza riduce in cenere tutte le conseguenze delle azioni materiali.”

Bhagavad Gita 4:34-37

LA CONOSCENZA PERFETTA

LA GUERRA INQUINA LE MENTI

di Francesco Boer

La guerra inquina, si diceva l’altro giorno; ma lo fa soprattutto nella mente, nella cultura – nell’anima.
Dal secondo dopoguerra in poi, l’Italia è il fronte di una guerra dell’anima, fatta di bombardamenti di informazioni; di addestramento morale di soldati economici e ideologici, fin dall’infanzia; di condizionamenti emotivi esasperanti.
Un fronte, perchè qui più che altrove agivano le sfere di influenza del blocco sovietico e di quello atlantico; da entrambe le parti c’era una penetrazione fortissima, misurabile in vagonate di dollari e rubli, e non c’è da stupirsi se la nostra società è ora così divisa, anzi dilaniata, essendo stata per così tanto tempo soggetta a due spinte opposte, schizofreniche. C’è stato un armistizio dopo la caduta dell’URSS, è vero, che però ha coinciso con un rafforzamento di posizione da parte dell’occidente; ma poi il gioco ha ripreso, con l’ingerenza informativa e propagandistica della Russia.
Insomma, ci combattono addosso, anche nei pensieri e nelle emozioni: non per noi, nè contro di noi, ma su di noi, devastandoci come un terreno dopo l’assalto armato.

LA GUERRA INQUINA LE MENTI

LA TERZA ROMA CONTRO LA NUOVA CARTAGINE

di Mariano De Pardi

Le recenti minacce russe nei confronti dell’Italia non devono stupire. L’Italia è considerata all’estero un paese fragile che può venir facilmente spaventato e messo in ginocchio, di fatto il “ventre molle” dell’Occidente. E’ evidente che la cessazione delle forniture di gas russo distruggerebbe l’economia italiana dacchè non si saprebbe più da dove pigliare l’energia elettrica (gran parte del fabbisogno giunge da centrali alimentate a gas) per mandare avanti le nostre fabbriche. Gli italiani, popolo di conigli paurosi, troppo emotivi e facilmente impressionabili, votarono contro le centrali nucleari rendendosi dipendenti dall’estero, non solo dai Russi, ma anche dagli infidi Arabi. Chi è causa del suo mal, pianga se stesso.
Ma c’è dell’altro: tra Italiani e Russi vi è da sempre reciproca simpatia. Molti Italiani (stando a come si esprime il Popolo della Rete) sono favorevoli ai Russi o quantomeno sono preoccupati delle conseguenze sull’economia del nostro paese e preferirebbero che gli Ucraini si arrendessero quanto prima.
In contemporanea al discorso di Putin allo stadio tra una folla di Russi acclamanti ed entusiasti del Nuovo Zar, è pervenuto anche il monito del suo “consigliere spirituale” Alexander Dugin, nel quale paragona la Russia all’antica Roma (la parola Zar deriva proprio da Caezar, cioè Cesare) e la presenta come “Terza Roma”, contrapposta all’Occidente immorale e decadente, dipinto come “moderna Cartagine” o “Meretrice di Babilonia”. Ecco uno stralcio del suo discorso, che alcuni troveranno entusiasmante ed altri, forse, delirante:
“La Russia ripristinerà l’ordine, la giustizia e la prosperità. La Russia porta con sé la libertà. Noi Russi sappiamo come costruire un impero mondiale. Ecco perché siamo la Terza Roma. E quelli che si oppongono a noi sono Cartagine. Anche Cartagine era grande, forte e il suo potere sembrava non avere limiti. Ma questo limite venne fissato da Roma. Ora, proprio ora, nel fuoco, nella polvere e nel sangue, la Terza Roma sta mettendo il limite alla Nuova Cartagine, rovesciando la potenza della Meretrice di Babilonia. Non ci allontaniamo da una Storia sacra, il cui modello si ripete continuamente di epoca in epoca. Ecco perchè oggi noi Russi siamo la nuova Roma”

LA TERZA ROMA CONTRO LA NUOVA CARTAGINE

DIVIDE ET IMPERA DELL’OCCIDENTALISMO

di Hanieh Tarkian

Per anni, molti di noi hanno cercato di spiegare e chiarire che il terrorismo dell’Isis e degli altri gruppi terroristici al servizio delle potenze e élite guerrafondaie e mondialiste non avevano niente a che fare con gli insegnamenti originali dell’Islam, il cui insegnamento principale è la lotta per la giustizia contro gli oppressori. Per chi ha capito questo non sarà difficile capire che combattere per gli interessi della Nato non è patriottismo.

I soliti noti sono molto bravi a creare una versione estremista e deviata dall’ideologia originale per ogni tendenza nel mondo, da poter utilizzare a seconda delle situazioni.

Strategia utilizzata negli anni di piombo con le BR, poi al-Qaeda e l’Isis, i “ribelli moderati” e oggi con i gruppi in Ucraina che sono finanziati da quelle élite.

Questa strategia crea molta confusione: alcuni musulmani saranno convinti che nonostante tutto i terroristi abbiano le loro buone ragioni, arrivando addirittura a unirsi ai gruppi terroristici, e dall’altra parte quelli contrari penseranno che tutti i musulmani sono terroristi, i sostenitori del patriottismo e del nazionalismo difenderanno gli ucraini, non capendo le ragioni del conflitto, e dall’altra parte quelli contrari non riusciranno a distinguere tra popolo ucraino e i gruppi estremisti.

In poche parole la classica strategia del divide et impera.

DIVIDE ET IMPERA DELL’OCCIDENTALISMO