Ernesto De Martino: Tarantismo, Sud e Magia

di Valentina Ferranti

Nacque a Napoli, fucina inestimabile per un ricercatore. E tale fu, nel senso più appropriato l’etnologo Ernesto De Martino. Siamo nel mezzogiorno quindi, luogo senza confini che dalla Campania fertile abbraccia l’estremo sud in odore di Magna Grecia. Regione unica deprivata dalle politiche dell’unificazione d’Italia/conquista coatta, di ricchezze economiche e relegato ai margini dei giochi culturali. Un senso di presunzione-superiorità ha infangatole terre del sole costringendole ad una marginalità che è solo dolo e forze di potere. Ernesto De Martino decise di ridare voce a quei luoghi e lo fece da una base solida, ovvero partendo dalla dimensione “storica”. In questo seguì il pensiero crociano. Come per Benedetto Croce, così anche per l’etnologo, ridurre l’esperienza umana ad una indagine di tipo scientifico (pseudo-conoscenze impregnate di utilitarismo e mera applicazione per Croce), precludeva la vera conoscenza che è esclusivamente storica. Ben presto E. De Martino si allontanò dalle idee del pensatore abruzzese – partendo comunque dallo storicismo crociano – per la sua attività futura, poiché Croce negava alle “plebi”, ai così detti “primitivi”, un qualsivoglia ruolo attivo nella storia. Complice la vicinanza con il pensiero di Antonio Gramsci, De Martino ridiedeparola al vulgo e all’aspetto sociale dei fenomeni culturali. Il suo sguardo antropologico fu scevro da pregiudizi autocratici,fino a smantellare il concetto di ‘mentalità primitiva’ e/o subalterna nella prospettiva certa che vi era dinnanzi a lui una umanità doppiamente distante la cui esperienza di vita non poteva essere compresa poiché marginalizzata. Sancì quindi l’irruzione nella storia delle masse prive di storia. Lo fece come fine ricercatore là dove il suo sguardo di antropologo cercò e riuscì a strappare dall’oblio il mondo magico del sud; la religiosità popolare che non trovava spazio dopo l’agguato del cattolicesimo e il depauperamento da parte della cultura predominante.

Forte di questo quadro che escludeva le masse dalla storia, in senso crociano, e che non considerava il ‘magismo popolare’ come fatto incisivo nell’ottica di una analisi autentica di costruzione del mondo delle classi non dominanti, E. De Martino estese e accolse il binomio gramsciano: culture egemoniche e culture subalterne (si rivedano gli studi di A.M.Cirese) e lo estese oltre che ai rapporti di classe a quelli tra culture. De Martino non fondò mai una scuola, ma possiamo dire che diede vita all’antropologia meridionalista che superò Croce, Gramsci e l’ideologia marxista per divenire il punto di partenza altissimo per l’etnocentrismo critico, dinamico, esterno o interno alla propria cultura di appartenenza. Una sorta di umanesimo etnografico attento all’errore di base insito alla nascita della scienza antropologica, per cui si innalzava la propria cultura a base di riferimento per analizzare le altre, o quelle differenti posizioni culturali subalterne innestate in quella dominante. Tenne inoltre a sottolineare come l’incontro tra l’etnologo e il soggetto dell’inchiesta non è mai neutro. Lo studioso ha il vizio di interpretare la cultura ‘altra’ in base alla propria griglia interpretativa e attraverso i propri pregiudizi culturali. Per questo ci riferiremo a Ernesto De Martino come al padre dell’etnocentrismo critico. Premessa doverosa poiché fu il primo che diede lustro al sapere magico ridando storia al mondo magico e voce alle ‘plebi’ subalterne che ancora ne erano custodi. Individuò così una differente costruzione di quelle realtà e ristabilì la veridicità insita nel mondo magico. Superò con tale convinzione lo sguardo evoluzionista che vedeva nelle forme di rappresentazione magica un vizio d’irrazionalità. I poteri magici sono reali poiché efficaci. De Martino analizza inoltre il dramma storico del mondo magico-contadino che stava perdendo forza risucchiato da una acculturazione lineare e spietata. Diremmo che lui ha offerto una convincente spiegazione sulla ‘ineliminabilità’ di quel mondo e di ogni suo aspetto.

La storia di cui parla Ernesto De Martino sta quindi nel rapporto tra precarietà dell’esistenza, ordine e disordine di una data comunità che lotta per la sua sopravvivenza avvalendosi di risorse altre. La saldatura tra magia e storia/microstoria è così attuata e la continuativa dialettica tra l’alternativa entro irrazionalità e razionalità perde di senso e giudizio, così come l’acuta osservazione dell’accordo tra magia e forme egemoniche di vita religiosa evidenti nel cattolicesimo popolare. Viene così superata, a personale avviso, anche la tendenziosa valutazione su ciò che è superstizione e ciò che non lo è. Non vi è in questo il rischio di un relativismo culturale poiché siamo nell’ambito del superamento del giudizio etnocentrismo. Questo aspetto è evidente nelle magistrali opere di De Martino che ci restituisce, grazie ad una attenta etnografia, fenomeni ‘religiosi’ minori prevalentemente contadini ed un tempo appartenenti anche alla cultura egemonica. Forse per questo uno dei suoi testi più importanti titola La terra del rimorso. Il Sud tra religione e magia. Terra del rimorso è l’Italia meridionale, le campagne del Regno di Napoli. Siamo in quella che un tempo era Magna Grecia e De Martino, negli anni del dopoguerra, giunge in Salento. Sua intenzione analizzare il fenomeno del tarantismo. Un’equipe di ricercatori parte da Roma. Un musicologo, uno psichiatra, uno psicologo, un medico per valutare l’ipotesi del tarantismo come malattia. È il 1959. Destinazione Galatina, festa di San Pietro e Paolo. Le ricerche hanno ora inizio sul campo e si basano su un presupposto: l’esigenza di un’analisi storico-culturale e non della riduzione del fenomeno ad una forma di aracnidismo o ad un semplice disordine psichico.

Tutto andava valutato anche il fatto che il tarantato sfuggiva ad una definizione nosologica. Scriviamo ‘sfuggiva’ perché il fenomeno è ormai estinto. Ne resta un simulacro spoglio, ovvero un concerto musicale, un ballo scalmanato… una reinvenzione della tradizione che simula non vive. E sono sempre le donne ad esserne protagoniste allora come ora. Sono loro le più ‘morsicate’ dal ritmo e dal ragno. Le due cose coincidono poiché la musica era centrale in alcuni momenti del rito. Ad ogni malessere una cura. Non quindi una malattia vera e propria data dalla puntura velenosa della taranta e neanche il tarantismo come malattia psichiatrica. Prime conclusioni per De Martino che notò come, durante la festa di San Pietro e Paolo a Galatina, giungevano tarantati da tutto il Salento mentre nel comune stesso le persone erano immuni al pizzico. Lì e nelle campagne limitrofe vigeva una limitazione sacra. Galatina era liberadal tarantismo! In via Garibaldi, era sita la chiesa di San Paolo. Negli Atti degli Apostoli (28;1-6) si narra di come il Santo, morso alla mano da una vipera nell’isola di Malta, restò immune al veleno. Nel Salento, e come in tutto il Sud Italia, molti guaritori venivano chiamati Sanpaolari poiché curavano dai morsi velenosi. Un condizionamento religioso, una bolla sacra e la cappella dedicata all’apostolo come luogo di guarigione. Ma da quale malessere? Le genti del posto dicevano di essere state pizzicate dal ragno e ciò avveniva ciclicamente, come uno scherma rituale: durante i primi caldi, nel periodo del raccolto e quindi all’approssimarsi temporale della festa di San Pietro e Paolo. Dopo tale periodo il fenomeno si diradava. Altro dato già evidenziato, le morsicate erano prevalentemente donne. Tutto ciò porta ad una interpretazione simbolica del tarantismo in cui gli uomini facevano da cornice per esorcizzare, attraverso la musica, l’avvelenamento simbolico. Il morso, il veleno, la guarigione fanno parte di un orizzonte mitico-rituale culturalmente condizionato in cui la crisi trova sfogo ed è accettata dalla comunità poiché all’interno di precise norme condivise e controllate proprio dallo spazio protetto del rito. La crisi nevrotica delle tarantate è culturalmente modellata ed è corale. L’intera comunità partecipava ed il ragno permetteva tale crisi, anzi diveniva colui che portava alla luce le oscure pulsioni dell’inconscio che avrebbero condotto alla pazzia se non disciplinate da uno spazio ritualmente protetto. Taranta quindi, lycosa tarantula, dalle abitudini sotterranee e notturne. Si accoppia durante la stagione calda, momento in cui depone le uova. I piccoli, avvolti nel bozzolo escono nel pieno dell’estate… Nell’immaginario collettivo l’aracnide diviene un mostrum mitico simbolicamente plasmato poiché da un punto di vista tossicologico il suo morso provocherebbe solo una reazione locale e non un avvelenamento atto a giustificare la crisi fisico-emotiva delle pizzicate. Le donne iniziavano ad avvertire malessere, a muovere il corpo come fossero il ragno stesso. Corpo tabuizzato del femminile, disciplinato e senza parola. Ecco che la taranta dava voce a quei corpi liberandoli dalla sofferenza. Le tarantate potevano pubblicamente mostrare il disordine, mimando i movimenti del ragno e l’atto sessuale, senza esserne giudicate. Iniziava quindi una danza scomposta che si ballava assieme al ragno, diventando il ragno stesso. Le donne si muovevano come lui che saltava – tarantella – ma non erano sole durante la possessione-trance, tutta la comunità partecipava proteggendo i corpi e cingendoli. Un rito sociale, un esorcismo riordinatore chiuso in un cerchio, mentre la musica incalzante provocava la crisi estrema affinché la cura leliberasse. (Il primo documento che narra del rapporto tra taranta, danza, musica e tarantato è il Sertum papale de venenis composto nel 1362 da Guglielmo di Marra di Padova).

La crisi non esplodeva mai assumendo caratteri antisociali, non sarà mai crisi individuale anche negli esorcismi richiesti nelle case. I conflitti emotivi e culturalmente orientati trovarono così nel tarantismo il loro ordine simbolico. Orizzonte che svanì proprio quando De Martino ne raccolse le ultime immagini attorno alla cappella di San Paolo. Il simbolismo cristiano assorbì il tarantismo rendendo quei corpi disciplinati e l’esorcismo musicale restò fuori dalla chiesa. De Martino notò, assieme alla sua équipe che alcuni tarantati accennavano a passi di danza all’interno della cappella come se si aggrappassero per qualche istante a rottami di un naufragio affiorati sulle onde di un oceano tempestoso, e poi perdessero la presa, ma l’impossibilità sfociava solo o molto spesso in atteggiamenti di depressione ansiosa. Una serie di crisi continue e senza soluzione. Il tarantismo aveva perso ogni dignità culturale dopo che la cappella di San Paolo aveva inglobato e annullato l’efficacia simbolica dell’esorcismo musicale. La cura all’interno della chiesetta smarrisce il filo originario, l’essenza. Una lenta agonia che come osservò l’etnologo aveva avuto inizio almeno due secoli prima. Molto similmente all’indemoniato che viene incalzato dalle parole dell’esorcista, con i musicisti iniziava il vero rito di sanazione. Ritmo pressante modulato sui movimenti dei corpi caotici. Per questo molti autori scrissero che la tarantella risanava ed i suonatori erano esorcisti-medici-artisti. Questa risoluzione portava ordine a livello personale e sociale poiché permetteva di canalizzare i conflitti, i momenti critici dell’esistenza, le pressioni sociali e l’eros precluso dal costume. Ripetiamo: erano soprattutto le donne ad essere pizzicate. La loro danza era sfogo e liberazione dalle pulsioni represse. Molte si denudavano e simulavano amplessi in uno stato alterato di coscienza indotto dal ritmo. Una pazzia vigilata all’interno del rituale coreutico-musicale. L’espansione del cristianesimo aveva segnato, in quelle terre, la dissoluzione dei culti orgiastici, del menadismo, imponendosi come giudice assolutista dei corpi e bandendo il caos creativo in favore del mutismo corporeo. Le donne furono le più colpite, poiché, non dobbiamo scordarlo, il tarantismo si era costituito sulle rovine dei culti orgiastici e di quelli misterici. Inoltre il femminile, nelle storie sacre, ha sempre avuto un legame con il ragno. Ne è complice, assimilabile. Ogni dea e ogni donna tesse una tela. Tutte sono quindi tessitrici, tale atto simbolico le accomuna. Sono creatrici della tela o vittime intrappolate che necessitano di una crisi per liberarsi. Inoltre con l’avvento del cristianesimo, in un lungo processo di acculturazione coatta, la musica perse di senso proprio perché rendeva quei corpi vivi. L’immagine della menade, trasmessaci dalla tragedia greca e dall’iconografia, nonché dalle storie sacre, veniva respinta dall’ordine della religione dominante. Insieme all’immagine veniva ucciso un modello di comportamento. I capelli sciolti, la danza frenetica, la sessualità esplicita vennero poste sotto tutela del velo paolino che copriva – non solo in chiesa – ogni donna, sigillando la bocca e gli organi genitali. Grazie al morso della complice taranta, creatura reale e mitologica, la tarantata diveniva il ragno stesso, il suo doppio. Si danzava con la parte liminale, oscura, notturna e libera del proprio essere. Un caos che ridiveniva ordine quando la taranta stessa che aveva provocato il morso, moriva. Ovviamente non se ne aveva la prova concreta bensì quella funzionale: la guarigione. Stato del corpo e dello spirito che poteva essere perenne o momentaneo.

De Martino individua il meccanismo simbolico del ri-morso stagionale. Un vero e proprio ordine rituale quindi ed una testimonianza, tra le tante, da lui raccolta ridà voce a Matilde di Cutrofiano, «una vecchietta di 76 anni, nubile e devota alle “cose di Dio”, tarantata da ben 60 anni. Matilde era stata pizzicata a 16 anni, e il primo morso restava avvolto nelle nebbie della memoria: le pareva di ricordarsi di aver patito il primo morso mentre era inginocchiata in preghiera, ma ricordava anche una passeggiata in campagna, compiuta nella sua giovinezza, e un ragno “giallo e grosso” che sarebbe stato il responsabile di tutta la vicenda successiva. Da allora Matilde, ad ogni estate, fu di nuovo morsa e rimorsa dai ragni. Li vedeva, sentiva il loro pizzico, li chiamava per nome (Rosina, Maria Antonietta) e rispondeva al loro richiamo (…). Ogni anno, all’approssimarsi della festa di Galatina, i ragni facevano la loro comparsa e si sentiva “lesa” ed era stimolata al ballo. Finché fu giovane e suo padre vivo, furono sempre mandati a chiamare i suoni per farla ballare; ma poi rimasta sola al mondo, aveva a poco a poco fatto a meno dei suoni, limitandosi a danzare e cantando vecchie canzoni campagnuole, o anche canti religiosi, e a battere di tanto in tanto il tempo sul tavolo. Ogni anno, dopo la crisi e il ballo, Matilde percorreva a piedi e con passo leggero i pochi chilometri che separano Cutrofiano da Galatina, e si recava in cappella a ringraziare il Santo che la aiutava a combattere i suoi implacabili ragni».

Matilda, Carmela, Rita e tante altre testimonianze furono raccolte da De Martino che vide nel fenomeno la risoluzione di una crisi della presenza a sé stessi e alla comunità d’appartenenza. Per ‘presenza’ si intende l’essere inseriti in un rapporto indissolubile con il proprio mondo culturale. Se tale legame viene meno avremmo una ‘crisi della presenza’ come minaccia costante della comunità e del singolo. Per tale motivo attraverso un apparato rituale-festivo veniva reintegrata e consolidata l’appartenenza al proprio orizzonte culturale. Senza di esso c’è la follia, lo sradicamento, il caos senza semi germinativi! Senza di essa non c’è possibilità di cura poiché l’efficacia simbolica, di cui scriveva Lévi Strauss, non sussiste se non attraverso i parametri di riferimenti della propria cultura. Il canto, la danza, la comunicazione con la taranta agiscono simbolicamente sul corpo della donna nonché sul suo stato emotivo ristabilendo la sua presenza a sé stessa e alla comunità. Una sanazione, un esserci nella storia e nel mondo che De Martino restituisce al mondo magico.

Del tarantismo, ad oggi, ne restano solo singulti morsicati fino all’ultima nota dai dettami dello spettacolo. Parleremo quindi, per usare un neologismo, di neotarantismo ma senza investire il fenomeno di autorevolezza storico-culturale. Questo richiamo alla ormai conosciuta e recente ‘Notte della Taranta’– ideata su iniziativa di un consorzio di comuni nel 1997 – si innesta in quei movimenti che ricercano nella voglia di etnico a buon mercato: musica, cibo e approssimarsi alle tradizioni locali svuotate completamente dell’orizzonte simbolico. Una forma consumistica senza radici. Ne resta una ricostruzione che ritrova nel ritmo incalzante del suono l’antico collegamento. Musica e danza sono strumenti terapeutici in ogni cultura umana. Ma mentre la folla si muove festosa, non ricorda il motivo o lo confonde. Una reinvenzione-adattamento all’interno del contenitore turistico. Nonostante questo, in base a recenti studi antropologici, i giovani partecipanti al La Notte della Taranta affermano che ballare la pizzica li libera e molti hanno usato il termine trance per descrivere il loro stato emotivo. Antiche memorie forse, che ricordano l’originario rito liberatorio. La crisi della presenza è in atto.

BIBLIOGRAFIA DI RIFERIMENTO:

De Martino E. Sud e magia, Feltrinelli, 2004;
De Martino E. La terra del rimorso. Il Sud tra religione e magia, Il Saggiatore, 1961;
De Martino E. (a cura di) Magia e civiltà, 1995;
Fabietti U. Storia dell’antropologia, Zanichelli Editore, 2000;
Nacci A. (a cura di) Tarantismo e Neotarantismo, Besa Editrice.

Fonte: Pagine Filosofali

Ernesto De Martino: Tarantismo, Sud e Magia
Ernesto De Martino: Tarantismo, Sud e Magia

TUTTI DOVREBBERO PRESTARE ATTENZIONE SU CIÒ CHE È ACCADUTO IN BRASILE

di Andrew Korybko

Lungi dall’essere un cosiddetto fallito tentativo di “colpo di stato fascista e terroristico”, sembra convincente che la sequenza degli eventi di domenica sia stata fabbricata artificialmente attraverso la collusione tra gli “Stati profondi” americani e brasiliani al fine di portare avanti i loro programmi ideologici condivisi.

Confronti “politicamente scorretti” con il 6 gennaio

Migliaia di sostenitori dell’ex presidente brasiliano Jair Bolsonaro domenica hanno preso d’assalto il Palazzo presidenziale, il Congresso e la Corte Suprema nel tentativo fallito di invertire l’esito delle elezioni dello scorso anno che hanno visto per poco il ritorno del suo predecessore Luiz Inacio Lula da Silva (“Lula”) ufficio. I partecipanti hanno affermato che le macchine per il voto elettronico hanno manipolato il risultato e quindi delegittimato la vittoria di Lula. Molti osservatori hanno quindi paragonato l’8 gennaio al 6 gennaio degli Stati Uniti.

Tutti dovrebbero però essere cauti prima di affrettarsi a giudicare quanto appena accaduto in Brasile, dal momento che non tutto è così semplice come sembra inizialmente. Proprio come la capitale americana due anni fa, anche quella brasiliana era sospettosamente indifesa nonostante gli evidenti segnali di alcuni membri dell’opposizione diversi mesi fa che stavano progettando una cosiddetta “ultima resistenza” a sostegno della loro causa politica. Questo ci fa chiedere se entrambi gli eventi siano stati autorizzati a svolgersi.

Per spiegare, alcuni membri delle burocrazie militari, di intelligence e diplomatiche permanenti degli Stati Uniti (“stato profondo”) avevano motivi politici egoistici per ordinare ad agenti sotto copertura come il famigerato Ray Epps di incitare i loro oppositori a infrangere la legge in modo da screditare la loro causa e stabilire il pretesto per un giro di vite . Motivazioni simili potrebbero anche aver spinto le loro controparti brasiliane a fare lo stesso tramite agenti analoghi che domenica hanno incitato attività illegali nella loro stessa capitale.

Le proteste pacifiche non sono illegali né negli Stati Uniti né in Brasile, ma il contesto iper-partigiano in cui si sono svolte quelle post-elettorali nelle loro capitali rispettivamente due anni fa e proprio questo fine settimana ha aumentato drasticamente le probabilità in cui forze malevole potessero armare la folla psicologia per manipolare i manifestanti nella direzione che serve i loro interessi politici degli “stati profondi”. Per essere assolutamente chiari, la manipolazione oscura non discolpa i partecipanti per i loro crimini.

Produrre artificialmente una rivoluzione del colore

Ognuno è responsabile delle proprie azioni anche se è stato temporaneamente coinvolto nella follia della folla, che è stata esacerbata da una combinazione di agenti sotto copertura e forze politiche marginali come i cosiddetti ” Proud Boys ” nel caso degli Stati Uniti verso la fine della Rivoluzione Colorata. La stessa dinamica socio-politica sembra essere stata in gioco anche in Brasile, per cui agenti sotto copertura e simili forze politiche marginali hanno cercato – indipendentemente l’uno dall’altro o in collusione – di replicare il 6 gennaio.

Sia la folla americana che quella brasiliana sono state precondizionate in anticipo dal contesto post-elettorale iper-partigiano e dai messaggi delle forze simpatiche per aspettarsi potenzialmente molto dramma durante le “ultime posizioni” che stavano preparando a sostegno delle rispettive cause . Un nucleo di élite, che in entrambi i casi era probabilmente una combinazione di agenti sotto copertura e forze politiche marginali, faceva affidamento su coorti ristrette per incitare le masse sotto la loro influenza a proteste turbolente per la fine del cambio di regime.

La descrizione precedente potrebbe suggerire un confronto tra questi due eventi esaminati e l’”EuroMaidan” ucraino di nove anni fa, ma in realtà ci sono alcune differenze sostanziali. È vero che tutti e tre hanno utilizzato la tecnologia Color Revolution, ma i primi due non si sono trasformati in una lunga ondata di terrorismo urbano né alla fine sono riusciti a portare a termine un cambio di regime, a differenza dell’ultimo. La ragione di ciò è che tutti e tre sono stati cooptati dallo “stato profondo” per fini diversi.

Le agenzie di intelligence occidentali hanno coltivato clandestinamente il sentimento di cambio di regime in Ucraina per anni attraverso i loro fronti di “ONG” su base anti-russa ultranazionalista che ha opportunisticamente armato l’opposizione spontanea di base al governo corrotto dell’ex presidente ucraino Viktor Yanukovich dopo che ha bruscamente ritardato la firma di un’UE Accordo di associazione. L’intenzione fin dall’inizio era quella di rovesciarlo allo scopo di sfruttare l’Ucraina come delegata della NATO anti-russa .

Al contrario, la rivoluzione colorata che l’intelligence americana ha coltivato a Washington all’inizio del 2021 era destinata a fallire fin dall’inizio poiché il suo scopo era quello di produrre artificialmente un incidente drammatico che potesse poi essere sfruttato per screditare l’opposizione e servire da pretesto per crackare giù su di loro. Lo stesso modus operandi era probabilmente in atto durante l’evento copione che si è appena svolto in Brasile domenica, anch’esso facilitato dai servizi di sicurezza e quindi destinato a fallire fin dall’inizio.

Sfatare la speculazione secondo cui Biden avrebbe appena cercato di rovesciare Lula

Alcuni membri della Alt-Media Community (AMC) hanno immediatamente reagito all’ultimo (seppure finto) tentativo mondiale di Rivoluzione Colorata ipotizzando che la CIA avrebbe potuto avere una mano in quanto accaduto per presumibilmente punire il Brasile per aver rieletto uno dei leader di questo secolo figure multipolari più famose, Lula. Questa spiegazione degli eventi trascura diverse osservazioni “politicamente scorrette” che mettono in dubbio la suddetta narrazione e in realtà rafforzano l’interpretazione proposta nel presente pezzo.

L’amministrazione Biden in realtà non è contro Lula poiché ha approvato con entusiasmo la sua vittoria su Bolsonaro per ragioni ideologiche legate al fatto che il primo è oggi più allineato in senso interno con i liberal-globalisti al potere negli Stati Uniti, a differenza del secondo che ha abbracciato convinzioni conservatrici. Anche il sostegno di Joe Biden a Lula non è stato solo retorico poiché è stato tangibilmente sostenuto dall’invio il mese scorso in Brasile del consigliere per la sicurezza nazionale Jake Sullivan.

La lettura ufficiale della Casa Bianca riportava che “Mr. Sullivan ha incontrato il segretario per gli affari strategici, ammiraglio Flávio Rocha, per esprimere apprezzamento per i progressi nelle relazioni USA-Brasile e rafforzare la natura strategica a lungo termine della partnership USA-Brasile. Sullivan ha anche incontrato il presidente eletto Lula e i membri del suo team di transizione”. Questo sviluppo ha confermato il sincero sostegno degli Stati Uniti a Lula e il desiderio di rafforzare le sue relazioni strategiche con il Brasile durante il suo terzo mandato.

Sapendo ora cosa accadde meno di un mese dopo, non si può nemmeno escludere che Sullivan abbia cercato di dare gli ultimi ritocchi al complotto speculativo dello “stato profondo” brasiliano alleato per replicare gli eventi del 6 gennaio nel proprio paese per simili scopi egoistici motivi legati al discredito dell’opposizione conservatrice, creando il pretesto per un giro di vite nei suoi confronti, e quindi consolidando il potere nel contesto post-elettorale iperpartigiano che ha eroso massicciamente la legittimità di ciascun rispettivo governo.

Il fatto “politicamente scorretto” che entrambe le capitali fossero indifese nonostante il preavviso dei piani della Rivoluzione Colorata delle forze marginali è troppo sospetto per essere liquidato come una coincidenza, specialmente dal momento che i media americani e brasiliani hanno avvertito per mesi che i sostenitori di Bolsonaro stavano provando per tirare fuori il proprio 6 gennaio. Manipolando la folla e facilitando queste rivoluzioni colorate destinate a fallire, i loro “stati profondi” hanno ottenuto ciò che volevano.

La reazione ufficiale dell’amministrazione Biden a quanto appena accaduto , espressa da Biden, Sullivan e dal Segretario di Stato Antony Blinken, conferma che gli Stati Uniti sono in piena solidarietà con Lula, a differenza di quanto ipotizzato da alcuni membri dell’AMC sul volerlo rovesciare tramite una versione brasiliana di “Euromaidan”. Ciò contrasta con il loro pieno sostegno al tentativo molto più violento della Rivoluzione Colorata in Iran, che è ovviamente un’autentica operazione di cambio di regime da parte degli Stati Uniti, a differenza di quanto appena accaduto in Brasile.

Il ruolo del giudice della Corte Suprema Alexandre De Moraes

L’articolo che il Washington Post (WaPo) ha pubblicato domenica sera può essere visto come una prova circostanziale a sostegno della conclusione che gli Stati Uniti sostengono l’atteso consolidamento del potere di Lula all’indomani della finta Rivoluzione Colorata del suo paese lo stesso giorno. Questo punto vendita è ampiamente considerato come il portavoce non ufficiale dello “stato profondo” degli Stati Uniti, motivo per cui il suo pezzo intitolato ” Come to the ‘war grid party’: How social media ha contribuito a provocare il caos in Brasile ” dovrebbe essere attentamente esaminato.

Pubblicato solo dieci ore dopo che i sostenitori di Bolsonaro hanno preso d’assalto i tre edifici governativi politicamente più importanti della capitale (il pezzo è stato rilasciato alle 22:30 EST dopo che la PBS ha riferito che l’incidente è iniziato intorno alle 12:30 EST), è altamente sospetto che fosse così dettagliato. È difficile credere che l’autrice Elizabeth Dwoskin abbia escogitato il suo angolo di censura fortemente implicito, compilato le sue fonti, intervistato diversi esperti, scritto il suo pezzo e completato il processo editoriale in quel periodo.

Piuttosto, è molto più probabile che sia stata avvertita in anticipo tramite le fonti dello “stato profondo” di WaPo che qualcosa sarebbe potuto accadere, motivo per cui era pronta a produrre il suo pezzo dettagliato così rapidamente (se non fosse t in gran parte scritto in anticipo). L’ottica del WaPo collegato allo “stato profondo” che spinge una narrativa di censura sui social media fortemente implicita poche ore dopo l’accaduto suggerisce il sostegno degli Stati Uniti alle misure correlate del giudice della Corte Suprema brasiliana Alexandre de Moraes.

Reuters ha riferito di aver “ordinato alle piattaforme di social media Facebook, Twitter e TikTok di bloccare la propaganda golpista”. Se si considera quanto abbia già abusato della sua prerogativa legale nei mesi scorsi e che sia servito ad alimentare ulteriormente la già organicamente emergente opposizione di base al voto dello scorso anno (che è stata poi strumentalizzata dal “deep state” brasiliano come spiegato), è prevedibile che trarrà il massimo vantaggio da questo all’indomani di quello che è successo.

Prima della vittoria di Lula, il New York Times (NYT) – uno dei media più influenti degli Stati Uniti – ha espresso disagio per l’impareggiabile potere di censura che Moraes aveva accumulato nelle sue mani. Questa posizione scettica è evidenziata dai loro pezzi di settembre e ottobre intitolati “ Per difendere la democrazia, l’Alta Corte brasiliana sta andando troppo oltre? ” e “ Per combattere le bugie, il Brasile dà a un uomo il potere sulla parola online ” rispettivamente.

Indipendentemente dal fatto che invertano la loro posizione editoriale su questo tema dopo gli eventi di domenica, il precedente è stato quindi stabilito dallo stesso MSM affinché le persone mettessero in discussione i poteri di censura di Moraes. Tuttavia, considerando la piena solidarietà dell’amministrazione Biden a Lula e il sostegno dello “stato profondo” statunitense a una maggiore censura dei social media in Brasile e oltre, come intuito dall’articolo dettagliato di WaPo pubblicato sospettosamente solo 10 ore dopo quanto accaduto, tali critiche potrebbero diventare “tabù”. ”.

Il giro di vite forse imminente di Biden sulla rete di Trump

Dopotutto, sia l’amministrazione Biden che la terza appena riunita di Lula hanno interessi condivisi nello screditare gli oppositori conservatori dei loro governi con i quali differiscono ideologicamente a causa dell’abbraccio di questi due al globalismo liberale in senso politico interno. A tal fine, il loro “stato profondo” ha coltivato e facilitato i complotti della Rivoluzione Colorata destinati a fallire rispettivamente tramite agenti sotto copertura e capitali indifese per stabilire il pretesto per repressioni per il consolidamento del potere.

La particolarità dell’ultimo complotto in Brasile è che Bolsonaro oggi risiede in Florida , Lula lo ha ufficialmente accusato di aver ideato i recenti eventi (cosa che l’ex leader ha negato ), e ci sono collegamenti documentati tra le campagne di Bolsonaro e Trump, le famiglie e i politici associati. reti. Quest’ultimo punto ha spinto la BBC a pubblicare un pezzo subito dopo gli eventi di Brasilia intitolato ” Assalto al Congresso del Brasile: come la rivolta è stata alimentata dagli alleati negazionisti di Trump “.

Più o meno nello stesso periodo, Reuters ha pubblicato il proprio articolo correlato su come ” La permanenza in Florida di Bolsonaro mette la palla alla corte di Biden dopo i disordini di Brasilia “, che citava alcuni democratici che vogliono estradare l’ex leader in patria. Considerando l’accusa di Lula secondo cui il suo predecessore ha ideato questo fallito tentativo di “colpo di stato” e l’irrimediabile corruzione della Corte Suprema brasiliana (come recentemente incarnata da Moraes), Bolsonaro probabilmente andrebbe in prigione se ciò accadesse.

Non solo, ma se gli investigatori brasiliani e/o statunitensi trovano e/o fabbricano prove che suggeriscono che i cittadini americani avrebbero avuto un ruolo negli eventi di Brasilia che il governo di Lula ha ufficialmente descritto come “colpo di stato” e “terrorismo”, allora possono essere perseguiti. ai sensi della legge sulla neutralità del 1794 . Quella legge vietava agli americani di fare la guerra contro gli stati in pace con gli Stati Uniti, che è ciò che le amministrazioni Biden e/o Lula potrebbero affermare che quei cittadini abbiano fatto se fossero presumibilmente “collusi” con Bolsonaro.

Nel caso in cui si formi un collegamento – oggettivamente esistente sulla base di fatti reali, completamente inventato a causa di notizie false o una loro miscela – tra Trump, la sua famiglia e/o la rete con quella di Bolsonaro, allora l’amministrazione Biden potrebbe perseguire anche loro con quel pretesto. Questo scenario potrebbe consentire ai liberal-globalisti al potere negli Stati Uniti di infliggere un colpo mortale alla loro opposizione conservatrice simile a quello che il Brasile sembra essere in procinto di fare per i propri scopi di consolidamento del potere .

Con questi secondi fini condivisi in mente e ricordando i paragoni “politicamente scorretti” tra i falsi tentativi di Rivoluzione Colorata di entrambi i paesi, sembra certamente che lo “stato profondo” del Brasile abbia colluso con gli Stati Uniti per replicare lo scenario del 6 gennaio nel proprio paese. Per lo meno, questo è servito a fabbricare artificialmente il pretesto per Lula per reprimere l’opposizione conservatrice, che promuove anche gli interessi ideologici dell’amministrazione Biden, ma potrebbe esserci dell’altro.

Come è stato spiegato di recente, le ultime narrazioni sulla guerra dell’informazione di BBC e Reuters suggeriscono che l’incidente di Brasilia potrebbe anche aver fabbricato artificialmente il pretesto per l’amministrazione Biden per reprimere la propria opposizione conservatrice, vale a dire Trump, la sua famiglia e/o la sua rete. Che ciò accada o meno, ed è troppo presto per dirlo con certezza sebbene questo scenario non possa ancora essere ignorato, è possibile che gli Stati Uniti possano anche concedere al Brasile un’ulteriore flessibilità di politica estera come contropartita.

Le probabilità di una politica estera brasiliana-statunitense quid pro quo

Invece di opporsi “dolcemente” per ragioni ideologiche come hanno cominciato a fare gli Stati Uniti durante la fine del mandato di Bolsonaro, potrebbe ammorbidire la sua resistenza permettendo a Lula di fare qualche progresso sulla sua visione multipolare senza sfidarlo retoricamente troppo come ha fatto il suo predecessore come fintanto che rimane in fila. Aumentare la pressione sul nuovo leader del Brasile in reazione alle sue mosse di politica estera potrebbe essere controproducente per gli Stati Uniti poiché potrebbe destabilizzare questo governo fragile e ideologicamente allineato.

Al fine di “rafforzare veramente la natura strategica a lungo termine della partnership USA-Brasile” che la lettura ufficiale della Casa Bianca ha dichiarato che Sullivan si era proposto di fare durante il suo viaggio meno di un mese fa, Washington deve concedere a Brasilia una laurea di flessibilità della politica estera, almeno superficialmente. Detto questo, anche gli Stati Uniti non possono raggiungere il suddetto obiettivo strategico se sembra che il Brasile stia apertamente sfidando le richieste di quell’egemone unipolare in declino, ergo la necessità di creare un pretesto “salva-faccia”.

Qui sta una delle ulteriori motivazioni alla base della collusione tra gli “Stati profondi” americani e brasiliani, in quanto la finta rivoluzione colorata di quest’ultimo, destinata a fallire, consigliata dagli Stati Uniti, ha stabilito le basi su cui “rafforzare la natura strategica a lungo termine di il partenariato USA-Brasile”. Non solo hanno lavorato a stretto contatto per inventare questo scenario, ma il risultato del giro di vite del Brasile sulla sua opposizione conservatrice come hanno fatto gli Stati Uniti dopo il 6 gennaio forma un legame pubblico tra di loro.

La riaffermazione dell’allineamento ideologico di questi governi liberal-globalisti di fronte alle presunte “minacce alla loro democrazia” condivise dall’opposizione conservatrice che sia le loro autorità che i gestori della percezione oggi definiscono “fasciste” ha creato una forte fiducia reciproca. Anche in assenza dello scenario dell’amministrazione Biden che replica il giro di vite di Lula sul pretesto del Neutrality Act del 1794, la narrazione è ora stabilita che gli Stati Uniti possono fidarsi del Brasile per non sfidare l ‘”ordine basato sulle regole”.

In pratica, ciò significa che gli Stati Uniti non sono obbligati a sfidare retoricamente il Brasile per le sue aperture multipolari come hanno fatto durante il mandato di Bolsonaro poiché Lula è ideologicamente allineato con l’amministrazione liberal-globalista Biden in senso interno e lo ha dimostrato alla luce degli eventi di domenica . Di conseguenza, il Brasile potrebbe quindi compiere ulteriori progressi nella direzione multipolare – superficiali o solo leggermente sostanziali – senza resistenza pubblica da parte degli Stati Uniti fintanto che rimane in linea.

Pensieri conclusivi

Considerando la miriade di dimensioni strategiche dell’incidente sospetto di domenica a Brasilia, nonché le altrettanto miriadi di punti in comune tra gli “Stati profondi” americani e brasiliani, sia prima di quanto accaduto che dopo (compreso quello che potrebbe presto svilupparsi rispetto alla repressione contro Trump, la sua famiglia e/o la sua rete con il pretesto del Neutrality Act del 1794), ci sono prove abbondanti per concludere che tutti dovrebbero prestare attenzione prima di affrettarsi a giudicare.

Lungi dall’essere un cosiddetto tentativo fallito di “colpo di stato fascista e terroristico”, sembra in modo convincente che questa sequenza di eventi sia stata fabbricata artificialmente attraverso la collusione tra gli “Stati profondi” americani e brasiliani al fine di far avanzare le loro agende ideologiche condivise. Russia e Turkiye hanno denunciato gli ultimi eventi non perché si siano innamorati della “narrativa ufficiale” scritta dal MSM occidentale, ma per il principio di opporsi sempre alle rivoluzioni colorate e di essere solidali con il Brasile, membro dei BRICS .

Nonostante la collusione del suo “stato profondo” con la sua controparte americana, si prevede che il Brasile mantenga ancora una direzione più o meno multipolare in termini di politica estera poiché l’allineamento ideologico dell’amministrazione Lula con gli Stati Uniti è limitato al regno interno e non a quello internazionale . Questo tre volte leader sostiene ancora riforme graduali volte a rendere l’ordine mondiale più democratico, equo, giusto e prevedibile come fanno Russia, Turkiye e altri, ma coopererà anche con gli Stati Uniti su interessi condivisi.

Tuttavia, non si può negare quanto sia preoccupante il fatto che il suo “Stato profondo” abbia colluso così strettamente con gli Stati Uniti nell’orchestrare i drammatici eventi di domenica, il che solleva timori credibili che l’influenza americana nel governo brasiliano possa essere molto più profonda anche degli osservatori più cinici sospettare. Ciò potrebbe a sua volta portare allo scenario in cui gli Stati Uniti alla fine pugnalerebbero alle spalle Lula con vari mezzi, tra cui un colpo di stato militare o uno postmoderno come quello che ha deposto il suo successore, se esce dalla linea.

Per questi motivi, si prevede che procederà con molta cautela sul fronte della politica estera nonostante sia ideologicamente disallineato con gli Stati Uniti in questo senso per non rischiare la sua ira da guerra ibrida . Lula potrebbe aver imparato la lezione dall’ultima volta per non andare troppo lontano nella direzione multipolare per timore che lui e i suoi “compagni di viaggio” più vicini subiscano conseguenze che cambiano la vita come fece anche Dilma Rousseff in seguito. In tal caso, in realtà non c’è molto da aspettarsi dal suo terzo mandato.

Fonte: Italia e il Mondo

TUTTI DOVREBBERO PRESTARE ATTENZIONE SU CIÒ CHE È ACCADUTO IN BRASILE
TUTTI DOVREBBERO PRESTARE ATTENZIONE SU CIÒ CHE È ACCADUTO IN BRASILE

L’economista Ernst Wolff: “Il grande reset” potrebbe non essere realizzabile

a cura di Euro Synergies

Berlino. Nell’estate del 2020, a pochi mesi dall’inizio della “pandemia” del Corona, il co-fondatore del World Economic Forum (WEF), Klaus Schwab, ha presentato in un acclamato bestseller lo schema di un nuovo ordine mondiale che, per molti aspetti segnerebbe una rottura radicale con la situazione prima del 2020. Da allora il “Grande Reset” è sulla bocca di tutti. È ormai ampiamente accettato che il regime globale indotto da Corona debba essere visto anche nel contesto del “Grande riavvio”.

Ma: a causa in particolare dell’ampia resistenza della società, i governi hanno nel frattempo tacitamente rinunciato all’attuazione dell’obbligo vaccinale inizialmente previsto. Il giornalista e autore di bestseller Ernst Wolff vede questo come un segnale incoraggiante. In una lunga conversazione su Youtube, lui e il giornalista Helmut Reinhardt hanno riflettuto sulla questione di quali siano le attuali possibilità del “Great Reset”.

In questo contesto, Wolff ha fatto riferimento al recente fallimento dell’introduzione della valuta digitale in Nigeria in un processo su larga scala e trae la seguente conclusione: “Sembra che sia giunto il momento per le persone di diventare sempre più consapevoli del proprio potere e della propria forza. Questo potrebbe benissimo portare alla fine a non applicare il Great Reset”.

Sul canale YouTube ufficiale dell’esperto economico Ernst Wolff è presente, tra l’altro, un “lessico finanziario” audiovisivo. Inoltre, Wolff prende regolarmente posizione su argomenti di attualità nella rubrica “Der aktuelle Kommentar”. A causa delle sue critiche all’economia finanziaria internazionale, l’enciclopedia online Wikipedia certifica che i contributi di Wolff, nato nel 1950 a Tanjin/Cina, rientrano nella “teoria del complotto” (mü).

Fonte: EuroSynergies

L'economista Ernst Wolff: "Il grande reset" potrebbe non essere realizzabile
L’economista Ernst Wolff: “Il grande reset” potrebbe non essere realizzabile

Il leader supremo dell’Iran definisce i manifestanti anti-regime “traditori”

a cura di Memo

Il leader supremo iraniano Ali Khamenei ha descritto i manifestanti che hanno protestato dopo la morte di Mahsa Amini in custodia di polizia come “traditori”, sostenendo che “ricevono sostegno dall’esterno dell’Iran”.

L’Iran è stato scosso dalle proteste popolari dopo la morte del 22enne a settembre.

Parlando ieri, Khamenei ha affermato che i nemici dell’Iran non sono in grado di raggiungere i loro obiettivi sostenendo i manifestanti, chiedendo alle agenzie responsabili di intraprendere azioni serie contro i manifestanti.

“Lo strumento più importante del nemico nel movimento ribelle è la propaganda diffusa dai media occidentali, arabi ed ebraici e dalle piattaforme dei social media”, ha aggiunto.

Fonte: MEMO

Il leader supremo dell'Iran definisce i manifestanti anti-regime "traditori"
Il leader supremo dell’Iran definisce i manifestanti anti-regime “traditori”

LA LUCE DELLE LEGGI DIVINE

a cura di Giuseppe Aiello

“I grandi profeti di Dio sono stati mandati in questo mondo con la luce delle Leggi Divine. Dio ha rivelato loro dei libri celesti, affinché possano impedire alle persone di concedersi stravaganze e immoderazioni, e portare l’io umano sotto il controllo dell’Intelletto e della Legge della Shari’ah. Quindi, ogni individuo che si subordina alle Leggi Divine e ai principi dell’Intelletto è colui che ottiene la Salvezza.”

(Ayatollah Uzma Syed Ruhullah Khumaini, “quaranta hadith”)

LA LUCE DELLE LEGGI DIVINE
LA LUCE DELLE LEGGI DIVINE

LA FILOSOFIA PROFANA E LA SAPIENZA TRADIZIONALE

a cura dell’Associazione Internazionale SOL COSMICUS

“La parola «filosofia», in sé stessa, può essere presa in un senso assai legittimo, che fu certamente il suo senso primitivo, specie se è vero che, come si dice, Pitagora lo usò per primo.
Etimologicamente, essa non significa altro che «amore per la sapienza»; essa dunque designa anzitutto una disposizione preliminare richiesta per pervenire alla sapienza, ma può anche designare, in una estensione naturalissima del significato, la ricerca che, nascendo da questa stessa disposizione, deve condurre alla conoscenza.
Perciò si tratta solo di uno stadio preliminare e preparatorio, di un avviamento alla sapienza, corrispondente ad un grado inferiore di quest’ultima.
La deviazione prodottasi in seguito consiste nello scambiare un tale grado transitorio con lo scopo stesso, nel pretendere di sostituire la «filosofia» alla sapienza, il che implica l’oblio o il disconoscimento della natura vera della seconda.
È così che prese nascita quel che noi possiamo chiamare la filosofia «profana», cioè una pretesa sapienza puramente umana, quindi d’ordine semplicemente razionale, prendente il posto della vera sapienza tradizionale, superrazionale e «non-umana».
Tuttavia qualcosa di quest’ultima sussistette ancora durante tutta l’antichità.
A provarlo, sta anzitutto il persistere dei «Misteri», il carattere essenzialmente «iniziatico» dei quali non può essere contestato, ed altresì il fatto, che l’insegnamento degli stessi filosofi il più delle volte presentò simultaneamente un lato «exoterico», cioè esteriore, e un lato «esoterico», cioè interno; quest’ultimo permetteva di riconnettersi ad un punto di vista superiore, che peraltro ebbe a manifestarsi qualche secolo dopo in modo assai netto, benché, forse, sotto certi aspetti, incompleto, con gli Alessandrini.
Affinché la filosofia «profana» si costituisse definitivamente come tale, occorreva che il solo «exoterismo» restasse e che ci si portasse fino alla negazione pura e semplice di ogni «esoterismo»”.

René Guenon

LA FILOSOFIA PROFANA E LA SAPIENZA TRADIZIONALE

Joseph Ratzinger, Benedetto XVI: la storia del Papa emerito

di Luigi Angelino

Il 31 Dicembre 2022 si è spento, alla veneranda età di novantacinque anni, Joseph Aloisius Ratzinger, 265° papa della Chiesa Cattolica e vescovo di Roma, settimo pontefice tedesco della storia, diventato famoso per aver rinunciato al titolo di vicario di Cristo il 28 febbraio 2013 e, per questo, da allora chiamato con il suggestivo quanto inedito appellativo di “papa emerito”.

Ratzinger nacque il 16 aprile 1927 a Marktl, nella bassa Baviera, ultimogenito di tre figli, dopo la sorella Maria ed il fratello Georg, con il quale condividerà il percorso formativo che lo porterà al sacerdozio. Suo padre svolgeva la professione di commissario di gendarmeria, con un passato di militanza antinazista, mentre la madre, prima del matrimonio, aveva prestato servizio come cuoca in parecchi alberghi della zona d’origine. Un episodio toccò profondamente la sensibilità del giovanissimo Joseph: nel 1941, uno dei cugini, peraltro coetaneo, affetto dalla sindrome di “down”, fu vittima del “programma di eutanasia dei portatori di handicap” promosso dal regime nazista. Il triste evento fu narrato dallo stesso Joseph Ratzinger nel corso di una conferenza agli operatori sanitari, tenutasi il 28 novembre 1996.

Nonostante il fatto che nel 1939, all’età di dodici anni, Ratzinger risultasse già iscritto al seminario minore di Taraunstein, due anni dopo, così come previsto dalla Gesetz uber die Hitlejugend (legge sulla gioventù hitleriana), fu costretto ad aderire alla milizia nazista con obbligo di frequenza periodica, per evitare le pesanti sanzioni pecuniarie comminate ai trasgressori. Nel 1943 fu impiegato come operatore nel supporto aeronautico, dapprima in un reparto di artiglieria antiarea e di seguito nelle operazioni di intercettazioni radiofoniche. Nel 1944 fu assegnato alla fanteria tedesca, ma non partecipò mai direttamente a scontri armati. Durante una delle ultime marce naziste del 1945, il giovane Joseph riuscì a disertare, evitando la fucilazione, pena prevista per quel tipo di reato in tempo di guerra, grazie all’intervento di un sergente amico. Destano meraviglia i commenti di alcuni suoi acerrimi detrattori che, per infangarne l’immagine, riesumano un presunto passato nazista del “papa emerito”. E’ quasi superfluo ricordare che, in caso di mobilitazione di guerra, ogni cittadino è obbligato alla difesa della propria patria, a prescindere dal colore politico di appartenenza e che non valgono le cosiddette “obiezioni di coscienza” come in tempo di pace, al giorno d’oggi peraltro ampiamente diffuse anche in campo sanitario. In più, lo stesso giovane Ratzinger, come già accennato, non partecipò mai attivamente ad alcun conflitto armato.

Nel 1946 intraprese il vero e proprio percorso filosofico-teologico che l’avrebbe reso uno dei più fini intellettuali dell’età contemporanea, prima presso l’istituto superiore di Frisinga e, di seguito, presso il prestigioso seminario “Herzogliches Georgianum” di Monaco, completando gli studi presso l’Università Ludwing Maximilianum della stessa metropoli bavarese. Arrivò al sacerdozio, il 29 giugno 1951, insieme a suo fratello Georg e, circa due anni più tardi, discusse la tesi di dottorato in teologia sul pensiero di Sant’Agostino d’Ippona, riportando la valutazione massima di “summa cum laude”. Per cercare di comprendere il pensiero di Ratzinger, sul quale ci soffermeremo in seguito, dopo i cenni biografici, è opportuno sottolineare un importante episodio del suo “cursus honorum”. Nel 1955 fu accusato di “pericoloso modernismo” , durante la dissertazione dal titolo “la teologia della storia di san Bonaventura”, in quanto, secondo il correlatore Michael Scmaus, le idee espresse nel trattato avrebbero potuto comportare una certa soggettivizzazione del concetto di “rivelazione”. Per ottenere l’abilitazione all’insegnamento universitario, Ratzinger modificò alcune parti del saggio, ma preservò l’imprimatur strutturale della originaria stesura. La visione teologica di Joseph lo portò ad avvicinarsi a Karl Rahner, teologo all’avanguardia della Nouvelle Theologie e convinto sostenitore della riforma della Chiesa. Superati gli ostacoli, Ratzinger nel 1957 ottenne la prestigiosa cattedra di teologia fondamentale presso l’Università di Monaco a soli trent’anni.

La fama internazionale del giovane professore iniziò nel 1962 quando partecipò attivamente al Concilio Vaticano II, come consulente teologico dell’arcivescovo di Colonia. L’operato di Joseph fu considerato ampiamente “riformatore” ed anche questo elemento stride con la considerazione successiva della sua figura come troppo legata ai modelli conservatori dell’impianto ecclesiastico. Dopo aver ottenuto nel 1966 la cattedra di teologia dogmatica presso l’Università di Tubinga, due anni dopo fu criticato per aver scritto, nel suo libro Introduzione al Cristianesimo, che il ruolo del papa dovrebbe essere quello di sentire tutti pareri all’interno della Chiesa, riducendo di fatto la centralità del papato. Anche questo è un ulteriore indizio della sua visione “dinamica” e per niente “statica” dell’evolversi dell’organizzazione ecclesiastica. Tuttavia, a giusta ragione, a mio avviso, deluse alcune aspettative dei “progressisti”, quando negli anni successivi prese le distanze dalle idee di certi gruppi troppo vicini al marxismo. Nel 1972 fondò la rivista teologica “Communio” che, nei decenni successivi, è diventata un periodico di altissimo rilievo nel panorama del pensiero teologico internazionale, attualmente tradotta in 17 lingue. La sua carriera accademica si arricchì di nuovi prestigiosi traguardi e preziose pubblicazioni, fino alla nomina ad arcivescovo di Monaco il 27 giugno 1977, per volontà di Paolo VI che, dopo pochi mesi, lo nominò anche cardinale. Papa Montini, come si usa per tradizione con tutti i nuovi cardinali, ai quali si assegna onorificamente una chiesa romana, gli attribuì il titolo presbiteriale di “Santa Maria Consolatrice al Tiburtino”, definendolo nel discorso di nomina “un insigne maestro di teologia”. Ratzinger, a distanza di pochi mesi, partecipò ai suoi primi due conclavi che videro prima l’elezione dello sfortunato Albino Luciani (Giovanni Paolo I) e, poi, quella di Karol Wojtyla (Giovanni Paolo II), glorificato e proclamato santo.

Nel 1981 il papa polacco nominò Ratzinger “prefetto della Congregazione per la dottrina della fede”, l’organismo del Vaticano che ha come compito principale quello di vigilare sull’integrità della dottrina cattolica, erede dell’ormai anacronistica istituzione della “Santa Inquisizione”. Tra i suoi scritti più noti e discutibili, vi è senz’altro l’epistola “De delictis gravioribus”in data 18 maggio 2001, indirizzata a tutti i vescovi e agli altri membri della Chiesa Cattolica. Tale epistola, secondo la Corte distrettuale della Contea di Harris in Texas, avrebbe favorito la copertura di prelati coinvolti in scandali per molestie sessuali. Ratzinger fu imputato dalla precitata Corte per “ostruzione alla giustizia” ma, il 20 settembre 2005, il Dipartimento di stato statunitense concesse a Ratzinger l’immunità diplomatica, in quanto capo in carica di uno stato sovrano. La decisione fece molto discutere. Anche sul presunto coinvolgimento del papa emerito nella copertura degli scandali sessuali torneremo in seguito.

L’8 aprile 2005, in qualità di decano del collegio cardinalizio, Joseph Ratzinger presiedette alle esequie di Giovanni Paolo II ed alla successiva “Missa pro eligendo Romano Pontifice”, così come previsto dal diritto canonico vigente. L’omelia pronunciata da Ratzinger nel corso di tale celebrazione fu ritenuta, in seguito, una vera e propria manifestazione del futuro programma di pontificato, denunciando la dittatura del relativismo ed invitando i fedeli a discernere tra il vero ed il falso, tra l’inganno e la verità.

Joseph Aloisius Ratzinger fu eletto papa il secondo giorno del conclave, al quarto scrutinio, nel corso del pomeriggio del 19 aprile 2005 . Egli scelse il nome di Benedetto, rendendo omaggio sia al santo patrono dell’Europa, sia al predecessore nel pontificato con lo stesso nome che, invano, aveva ammonito le nazioni a non intraprendere la disastrosa prima guerra mondiale. Secondo alcune ricostruzioni, il secondo candidato a ricevere più preferenze sarebbe stato un certo Jorge Mario Bergoglio, destinato comunque a salire al soglio pontificio nel 2013 con l’inedito nome di Francesco I. Dietro, con poche preferenze, si sarebbe posizionato il progressista Carlo Maria Martini, il moderato Camillo Ruini e il veterano della burocrazia vaticana Angelo Sodano. Secondo alcune indiscrezioni, Martini avrebbe consentito l’elezione di Ratzinger, esortando i suoi seguaci a votarlo al quarto scrutinio, proprio per evitare che diventasse pontefice di Santa Romana Chiesa per la prima volta un gesuita, Bergoglio.

Come è ben noto, Benedetto XVI il 13 febbraio del 2013 annunciò che si sarebbe dimesso dal pontificato di lì a 15 giorni, giusto il tempo per consentire l’organizzazione di un nuovo conclave, compiendo un gesto che in realtà non era stato mai compiuto in duemila anni circa di storia della Chiesa. Fuorvianti sono i riferimenti a Celestino V, il papa del “gran rifiuto” citato da Dante, che rinunciò al pontificato nel 1294. In questo caso si trattò di una rinuncia dettata soprattutto da motivazioni politiche, in un’epoca storica durante la quale la Chiesa deteneva un importante potere temporale, nonché favorita dal cardinale Caetani, il futuro papa criminale Bonifacio VIII. Aggiungo che Celestino V non è stato il solo a rinunciare al papato, poichè nella storia della Chiesa vi sono stati altri casi: risultano documentate le rinunce di Ponziano nel 235, di Silverio nel 537, di Benedetto IX nel 1045, di Gregorio VI nel 1046 e di Gregorio XII nel 1415; sono invece riportate solo dalla tradizione le rinunce di Clemente I nel 97 e di Marcellino nel 304.

Sulle reali motivazioni che hanno portato Ratzinger alla rinuncia del pontificato, sono state diffuse le più svariate teorie, in quanto non ha pienamente convinto la causa dell’età avanzata addotta dallo stesso Benedetto XVI nell’inaspettato discorso di circa dieci anni fa. Vi è da premettere che l’istituto della rinuncia al pontificato è sancita dal canone 332 del vigente codice di diritto canonico che prevede che il papa possa rinunciare liberamente al proprio ufficio, senza che nessuno debba accettare o vagliare tale gesto. Una parte della Chiesa ultraconservatrice che, per la verità, non aveva neanche visto con favore l’elezione di Ratzinger, rifiutando anche le riforme epocali del Concilio Vaticano II, non ha mai accettato le dimissioni di Benedetto XVI, considerando illegittima l’elezione del gesuita Bergoglio. I complottisti hanno adombrato una serie di ricatti curiali ed internazionali ai danni di Benedetto XVI che si stava adoperando per riformare l’impianto della Santa Sede, soprattutto nelle sue tanto discusse articolazioni finanziarie. Secondo le teorie complottiste, che hanno sottoposto ad ogni tipo di esegesi linguistica le parole pronunciate da Benedetto XVI il 13 febbraio 2013, Ratzinger avrebbe rinunciato al “ministerium” e non al “munus” petrino, determinando de facto l’illegittima elezione di Bergoglio. Hanno destato stupore gli errori disseminati nel testo da un latinista esperto come Ratzinger che, secondo alcuni, avrebbe voluto lasciare dei segnali d’avvertimento nella sua “declaratio”. Ad esempio l’indicazione dell’inesistente “hora 29”, invece delle 20, sarebbe un chiaro indicatore della volontà di Benedetto XVI di rendere ai posteri una difficile quanto ermetica testimonianza. D’altro canto si potrebbe trattare di un mero errore materiale (almeno così è stato spiegato): nelle tastiere il 9 è riportato proprio accanto allo 0.

Vi è da dire che Ratzinger accusava gravi disagi fisici fin dalla primavera del 2012, quando tornò sfinito dal viaggio di una settimana in Messico e a Cuba. Pertanto, la decisione di lasciare il pontificato poteva essere stata ben ponderata, anche alla luce della conclusione dell’inchiesta sullo scandalo “Vatileaks”, quando venne arrestato e processato Paolo Gabrieli che aveva sottratto documenti riservati dal Vaticano. Secondo alcune persone molto vicine a Benedetto XVI, egli, pur avendo già maturato la decisione da tempo, avrebbe atteso la conclusione della suddetta indagine, prima di dichiarare la propria rinuncia, per non dare l’impressione di fuggire davanti ad uno degli scandali più gravi della storia millenaria della Chiesa. Si spingono oltre coloro che affermano che in realtà Ratzinger non avrebbe redatto una dichiarazione di rinuncia, come superficialmente interpretata, ma una declaratoria di “sede impedita”, in accordo con il canone 412 del vigente codice di diritto canonico che prevede tale “status” quando il vescovo diocesano sia impossibilitato ad esercitare l’ufficio pastorale “a motivo di prigionia, confino, esilio o inabilità, non essendo in grado di comunicare nemmeno per lettera con i suoi diocesani”. Si tratta di una tesi ovviamente spinta che, al momento, tuttavia, non trova alcun riscontro oggettivo certo.

In altri scritti ci siamo dilungati sulla relazione tra Ratzinger e la tanto controversa profezia attribuita in maniera pseudo-epigrafica a Malachia. Nella suggestiva ricostruzione di questa profezia, ad ogni papa, a partire da Celestino II eletto nel 1143, sarebbe attribuito un motto: a Benedetto XVI corrisponderebbe la frase “de gloria olivae”. Non a caso alcuni monaci che seguono la regola di San Benedetto, al quale Ratzinger ha ispirato il suo pontificato, sono denominati “monaci olivetani”. Inoltre, sull’araldo del papa è raffigurata una persona di colore, simbolo della diocesi di Frisinga, particolare che fa ricollegare il soggetto al termine “olivae” riportato nella profezia. Nell’elenco malachiano, Benedetto XVI sarebbe indicato come il penultimo papa. Dopo di lui sarebbe salito sul soglio pontificio quello indicato con la misteriosa denominazione di “Petrus Romanus”, ultimo papa oppure il primo degli anti-papa che avrebbe inaugurato la fase degli “ultimi tempi” dell’umanità.

Il “Petrus Romanus” viene definito “papa niger” (papa nero) nelle quartine di Nostradamus, un altro appellativo sibillino che potrebbe riferirsi non al colore della pelle, ma all’appartenenza ad un determinato ordine religioso, come ad esempio quello dei gesuiti che portano un mantello nero (il generale dei gesuiti è chiamato “papa nero”, il solo che risponde direttamente al romano pontefice). Ora sappiamo con certezza che Francesco è stato l’unico gesuita a salire sul trono di Pietro nella storia della Chiesa Cattolica. Per questi motivi, probabilmente, mai in precedenza un gesuita era diventato papa, perché avrebbe compreso nella sua figura una somma di poteri davvero eccezionale.

Coloro che considerano Benedetto XVI l’ultimo papa legittimo e, per questo, reputano attualmente vacante la sede pontificia, hanno evidenziato quattro gravissime irregolarità principali nell’elezione di Bergoglio: 1) innanzitutto la coesistenza di un papa in carica e di un papa emerito; 2) al momento di prendere i voti, i gesuiti accettano la regola, secondo la quale, agli appartenenti a quell’ordine, non è consentito di diventare cardinale, tanto meno papa. Per la nomina a cardinale del gesuita Martini, fu necessaria una dispensa papale, che non può essere concessa per diventare pontefice, altrimenti risulterebbe autoreferenziale; 3) secondo il diritto canonico, devono passare almeno 15 giorni tra il momento in cui la sede è vacante e l’elezione del nuovo papa, cosa che non è avvenuta, perché Benedetto ha rinunciato a far data dal 28 febbraio e Francesco è stato eletto il 13 marzo; 4) infine, sembrerebbe che nelle operazioni di computo dei voti, nel conteggio finale sia risultata un’unità in più, rispetto al numero dei votanti.

Ratzinger viene ricordato come un papa conservatore, ma in realtà, come abbiamo accennato in precedenza, il suo pensiero è molto variegato. In estrema sintesi si potrebbe dire che con la sua teologia conservatrice nel contenuto ha spianato la strada alle grandi riforme della Chiesa Cattolica. Contrariamente alla stereotipata immagine del papa emerito come un conservatore intransigente, fedele custode della tradizione millenaria della Chiesa, forse la definizione più esatta della sua personalità fu quella del suo vecchio collega Hans Kung, divenuto avversario in alcune dispute teologiche: “Ratzinger è essenzialmente un enigma”.

Al rigorismo concettuale di Tommaso d’Aquino, Ratzinger preferisce la spontaneità neoplatonica del pensiero di Agostino d’Ippona, al quale ispira gran parte dei suoi studi. Di valenza decisamente progressista, come si è avuto modo di anticipare, è la concezione di “rivelazione” elaborata dal papa emerito. La rivelazione, per Ratzinger, preesisterebbe alle Scritture e proseguirebbe nel corso della storia, con la conseguenza che la stessa comprensione della rivelazione divina può mutare a seconda delle vicende umane contingenti. Si tratta di un’affermazione che gli costò l’accusa di modernismo, che poi sarà uno dei punti cruciali per la rivoluzione copernicana che si svilupperà in seno al Concilio Vaticano II al quale parteciperà attivamente lo stesso Ratzinger. Poco tempo dopo non passa inosservato un articolo del giovane professore che condanna la “mondanizzazione” della Chiesa. A ben vedere, questo scritto è solo in apparenza conservatore, rivelando al contrario una chiara presa di posizione sul ruolo della Chiesa: essa deve presentarsi come una “comunità di credenti”, rinunciando a qualsiasi tentazione di potere temporale. Nei lavori preparatori al Concilio Vaticano II, Ratzinger rimarca la sua posizione nei confronti della relazione tra Scritture e Tradizione. Le Scritture, formate dall’Antico e Nuovo Testamento biblico, per la religione cristiana, costituiscono rivelazione diretta della volontà divina. La Tradizione, costituita dalle interpretazioni elaborate dal vertice dell’organizzazione ecclesiastica nel corso del tempo, forma nella visione più conservatrice una fonte altrettanto autorevole rispetto alla Parola di Dio. Per Ratzinger è assurdo che i due sistemi codificativi siano messi sullo stesso piano, esprimendo in sostanza un’idea di cessazione del “trionfalismo” della Chiesa così come era stata espressa fin dall’epoca della Controriforma. Dopo il Concilio Vaticano II, tuttavia, Benedetto XVI comincia a non ritrovarsi più a suo agio nei dettami determinati dal prestigioso consesso, percependo quasi che la necessaria modernizzazione della Chiesa sia stata recepita dalla maggior parte dei fedeli come un’ “accomodamento” dei principi fondamentali e non come una opportuna revisione.

Le rivoluzioni studentesche divampate alla fine degli anni Sessanta contribuiscono a mettere in guardia Ratzinger contro gli eccessi del modernismo e di una possibile deriva marxista dello stesso pensiero della Chiesa. Nel 1979 desta scalpore il gesto di Ratzinger che, in qualità di arcivescovo di Monaco, revoca la cattedra di insegnamento accademico di teologia fondamentale a Kung, per i suoi scritti polemici nei confronti della Chiesa romana. In Germania l’evento non passa inosservato: non si era mai verificata una così marcata violazione della libertà accademica. Karl Rahner pubblica un articolo di durissima accusa contro l’arcivescovo di Monaco. Da allora non si sarebbero più parlati. Qui nasce la fama di Ratzinger come “nuovo inquisitore”, fama che sembrerebbe confermata quando nel 1982 viene nominato prefetto della Congregazione per la Dottrina della fede. In tale veste, Ratzinger viene ripetutamente criticato per una serie di interventi censori. Tra questi, particolare rilevanza assumono alcune sue nette prese di posizione: la condanna della “teologia della liberazione”, sviluppatasi nell’America Meridionale; l’aspra polemica con il teologo americano Curran sui temi relativi al divorzio, alla contraccezione ed alla omosessualità; il blocco della diffusione di un testo di suor Lavina Byrne, favorevole al sacerdozio femminile; la scomunica del teologo srilankese Tissa Balasuirya, colpevole di aver diffuso idee strampalate sull’immacolata concezione e sulla verginità di Maria, dogmi peraltro difficilmente comprensibili (sul primo né Agostino d’Ippona, né Tommaso d’Aquino avevano espresso il proprio convincimento).

La protesta nei confronti di Ratzinger raggiunge l’apice nel 2000, quando viene pubblicato il documento “Dominus Iesus”, nel quale si afferma che la Chiesa di Gesù Cristo è l’unica depositaria della verità e della salvezza, sconfessando di fatto alcun suoi precedenti scritti accademici che evidenziavano la non infallibilità dell’operato della gerarchia ecclesiastica.

Nel sodalizio con Giovanni Paolo II, il prefetto Ratzinger diventa il custode dell’ortodossia cattolica. Profondamente diverso per temperamento dal papa polacco, che aveva condotto studi teologici modesti, ne condivide la strategia di bloccare ogni velleità a sinistra di una certa frangia dei movimenti ecclesiastici. Più volte, come garante della fede cattolica, ferma il papa polacco, troppo intriso di devozione mariana, da conclusioni paganeggianti, come quella di dichiarare Maria, pur sempre una creatura umana, “corredentrice” di Cristo nel progetto divino di salvezza. Verso la fine degli anni Novanta ed i primi del nuovo millennio, Ratzinger accusa notevoli problemi di salute, chiedendo più volte a Giovanni Paolo II di andare in pensione. Ma Carol ha per lui altri progetti: nel 2002 lo nomina decano dei cardinali, incarico che lo pone a capo del collegio cardinalizio.

L’inizio del papato di Benedetto XVI non è tra i più felici. Revocando la scomunica ai seguaci di Lefevbre, che non riconoscevano le innovazioni del Concilio Vaticano II e restaurando antiche consuetudini, come l’utilizzo della mitra dorata e la possibilità di recitare la messa in latino, Ratzinger viene accusato di inaugurare un nuovo periodo di “Controriforma”. Uno dei fatti più drammatici si verifica a Ratisbona nel 2006, durante una dotta dissertazione sui rapporti tra fede e ragione. Benedetto XVI cita una frase attribuita all’imperatore bizantino Manuele Paleologo II: “mostrami pure ciò che Maometto ha portato di nuovo, e vi troverai soltanto delle cose cattive e disumane”. La citazione, peraltro esageratamente interpretata in senso negativo e decontestualizzata, scatena le ire del mondo musulmano. A onor del vero, pur scusandosi per l’errata interpretazione delle sue parole, Ratzinger aveva sempre nutrito una profonda avversione per l’Islam, definita da lui stesso in precedenza come una dottrina religiosa che “non si inseriva nello spazio di libertà della società pluralistica”. In quest’ottica si può spiegare l’udienza concessa alla scrittrice Oriana Fallaci, acerrima nemica dell’Islam.

Per quanto riguarda gli scandali dei preti pedofili, divampati soprattutto a partire dal 2009 con la pubblicazione del rapporto Ryan in Irlanda, la condanna di Ratzinger è ferma e durissima. Già da prefetto per la Congregazione per la dottrina della fede aveva iniziato a modificare le disposizioni normative sui procedimenti penali contro i responsabili di abusi, ma Giovanni Paolo II non aveva mai favorito questa attività di revisione, convinto che i panni sporchi della Chiesa non dovessero essere divulgati all’esterno. Sull’autenticità della ferma condanna alla pedofilia, pesano, però, su Ratzinger alcune scelte operate quando era ancora arcivescovo di Monaco. In quel periodo accolse un sacerdote accusato di molestie contro minori che si stava sottoponendo a cure psicologiche. Quando Ratzinger partì per Roma, il nuovo arcivescovo reintegrò lo stesso sacerdote nelle attività pastorali, secondo alcune ricostruzioni con il silente assenso del suo predecessore, secondo altre a sua insaputa. Sta di fatto che il sacerdote in questione si macchiò di nuovi crimini sessuali dopo essere stato reintegrato nei sacri uffici. La diatriba sul comportamento di Ratzinger nella arcidiocesi bavarese è stata riproposta lo scorso anno, a seguito della pubblicazione del rapporto indipendente sugli abusi sessuali da parte del clero di quel territorio. In questa relazione sarebbe emerso un coinvolgimento del papa emerito nel processo decisionale o nell’atteggiamento omertoso nei confronti del comportamento di alcuni prelati. Il segretario particolare di Ratzinger, monsignor Georg Gaenswein, si affrettò a smentire la veridicità del rapporto, cercando di dimostrare come il papa emerito fosse stato tenuto all’oscuro da quanto avvenisse nella diocesi. La questione è tuttora controversa.

Tra le numerose opere letterarie di Ratzinger, scritte a titolo personale e non in qualità di prefetto della Congregazione per la dottrina della fede o come papa, un posto di assoluto rilievo è occupato dalla trilogia dedicata al personaggio di Gesù di Nazaret, pubblicata tra il 2007 ed il 20011. In particolare, il primo della serie, un saggio accurato sulla figura di Gesù Cristo (dal battesimo alla trasfigurazione), è rapidamente diventato un best-seller internazionale, apprezzato anche in ambienti atei, agnostici o di altre confessioni religiose. Compiendo un gesto di grande sagacia ed onestà intellettuale, Ratzinger fece in modo da apporre sulla copertina sia il suo nome/cognome secolare che il titolo pontificio di Benedetto XVI, volendo ribadire che quei volumi non erano destinati ad essere considerati atti del magistero della Chiesa, ma solo “il punto di vista di un credente”, come da lui stesso affermato nel corso della presentazione pubblica del testo. Anche i successivi volumi (il secondo riguardante la vita di Gesù dall’entrata in Gerusalemme alla resurrezione ed il terzo sull’infanzia del Maestro) sono stati considerati dei veri e propri compendi di filosofia e di teologia, redatti con notevole lucidità espositiva. Con sapiente maestria, Ratzinger, consapevole del terreno accidentato sul quale intende muoversi, si propone di presentare la figura storica di Gesù Cristo, distaccandosi volutamente dal metodo storico-critico adoperato dalla maggior parte degli esegeti moderni e delineandone una visione improntata sui dettami dei Vangeli. Potremmo dire che la trilogia su Gesù di Nazaret rappresenti l’opera più alta di maturazione intellettuale del papa emerito che, in tutta la sua copiosa produzione letteraria pregressa, aveva cercato di dimostrare la “ragionevolezza della fede”.

Di certo Ratzinger, ritenuto un algido teutonico, non ha conquistato la popolarità di Giovanni Paolo II, tantomeno ha riscosso le simpatie di Francesco. Sempre schivo e riservato, amante della compagnia dei gatti e del conforto musicale del pianoforte, non ha mai nascosto la propria predilezione per gli studi accademici, riuscendo ad imporsi come uno dei teologi più prestigiosi dell’epoca contemporanea. Allo stesso modo non hai mai nascosto una certa istintiva avversione nei confronti di certi ambienti della diplomazia e della burocrazia curiale, che forse ha provato a correggere, non riuscendo, tuttavia, a portare a termine la sua missione, sia per le pressioni ricevute che per che le precarie condizioni di salute.

Forse Ratzinger può essere definito un “conservatore modernista” o un “modernista conservatore”, o più semplicemente un “enigma”, come affermato da uno dei suoi compagni di dispute dottrinarie, molti anni prima della sconvolgente rinuncia alle funzioni pontificie.

Fonte: Auralcrave

Joseph Ratzinger, Benedetto XVI: la storia del Papa emerito

Sayed Mahdi Qawam e la prostituta

a cura di Giuseppe Aiello

Sayed Mahdi Qawam era un famoso recitatore di Rawzah di Tehran, e in una delle notti di Muharram, nella zona vecchia della città, dopo l’ultima cerimonia di lutto per il sacrificio eroico dell’Imam Husseyn, disse all’autista: “non portarmi dritto a casa stasera, prima andremo a Laleh Zar”
Il conducente rimase scioccato quando fece il nome di Laleh Zar; a quel tempo a Teheran, durante la monarchia, chiunque volesse commettere peccato si recava lì.
L’autista racconta:
siamo andati a Lale Zar, io continuavo a ripetermi lungo la strada “cosa c’entra Sayed Mahdi con Lale Zar! “. Siamo arrivati, e c’erano alcuni cabaret ancora aperti nonostante l’arrivo del mese di Muharram.
Una prostituta stava sul ciglio della strada aspettando di trovare un cliente. Mentre passavamo davanti a quella donna,Haji toccò la mia spalla e disse: “Fermati e aspettami! ‘
La mia sorpresa era centuplicata, mio Dio! Spero che Sayed Mahdi non lo farà…
Ero molto confuso e preoccupato.
Ho frenato, Haji è sceso, si avvicinò alla donna, ha abbassata la testa, la salutò, mise la mano in tasca e tirò fuori una busta, e disse a quella prostituta in tono paterno: “Questa busta è la ricompensa per dieci giorni di recitazione di Rawzah . . Vi chiedo, in nome del proprietario di queste cerimonie di lutto [Imam Husseyn], di non guadagnare soldi in questo modo fino all’esaurimento dei soldi contenuti in questa busta.”
Passò un anno, Seyyed Mahdi era partito per Karbala, un uomo lo fermò nel santuario di Sayed ul-Shohada (A).

  • Haj Agha, scusami!
    – Buongiorno, giovanotto, come posso aiutarla?
  • Haj Agha, mia moglie è lì in piedi. Piange da quando ti ha visto. E non smette di piangere. Ha detto che deve dirti qualcosa.
    Seyyed Mehdi andò dalla signora e la salutò ,
    – come posso aiutarti, sorella mia?
    La voce della donna che piangeva veniva da sotto il velo:
  • Haj Agha, sai chi sono? Vi ricordate l’ultima notte di Muharram, Laleh Zar…? Da quando i soldi della tua recitazione di Rawzah sono entrati nella mia vita, non sono più uscita di casa, mi ha “comprato” l’ Imam Hussain (A), quell’uomo è mio marito, è un mondo di decenza e purezza, ti devo molto.
Sayed Mahdi Qawam e la prostituta

I QUATTRO VOTI DI BODHISATTVA CHE SI RECITANO NEI TEMPLI BUDDHISTI

a cura di Lux Elementis Oriens

In un solo sguardo “realizzare la nostra inifinità” vuole dire che implicitamente capisci tutti i fenomeni, non ti chiedi nemmeno “cosa stanno a fare proprio là” oppure cose oziose del tipo “da dove vengo, dove vado, chi sono…” perché tutto è splendente nella sua nuda evidenza, dato che tutto ora è in “ordine” nella tua vista e armonicamente connesso a tutto, anche mentre stai starnutendo o hai perso il treno.
Non è così perché lo pensi, ma perché lo vedi col tuo occhio/volto.
Forse è questo che tutti i non-buddhisti chiamano “Dio”, ma questo infinto splendore, nel buddhismo, non costituisce una realtà personale e separata.
Ognuno la pensi come vuole, ma non è forse più importante liberarsi dal pensato e fare il migliore uso del nostro pensiero più libero e alto? E se essendo ciò che è scomparisse e diventasse tutto?
Le “Leggi” di cui si parla qua sono – secondo la filosofia buddhista – una particolare accezione di “dharma” nel senso di “fenomeni coemergenti”, come c’è anche Dharma inteso come “insegnamento” e poi infine Dharma in quanto realtà-come-è; Lu Kuan Yu avrebbe reso la differenza come ho fatto ora, con maiuscole e minuscole, Paul Harris si compiace invece di tradurre come era dalla lingua pali del Gandhara, senza distinzioni, chi capisce capisce.
Per il buddhismo non esistono fenomeni separati, ma tutto e ogni cosa è collegata indissolubilmente e ogni goccia/particolare di questo oceano perfettamente coerente “sorge”, cioé emerge, grazie a tutto quello che è per come precisamente è.
Una legge, in tal senso, non ha bisogno di essere scritta o decodificata, basta che funzioni.
Cercare la verità è solo una pallida profezia del Vedere La Realtà senza-avere-bisogno-di-aggiungervi-dotte-considerazioni.
Summa scientia nihil scire.

I QUATTRO VOTI DI BODHISATTVA CHE SI RECITANO NEI TEMPLI BUDDHISTI