Democrazia e popolo in Occidente

di Giuseppe Aiello

Se volessimo scrivere un libro nero sui crimini dei paesi occidentali commessi in giro per il mondo negli ultimi 100 anni, ne verrebbe fuori una Treccani.

Eppure esso si presenta come la civiltà superiore, libera, benestante e democratica, e la stragrande maggioranza dei popoli occidentali sembra credere e accettare ciò.

Bene, quindi delle due, l’una:

– è falso, i governi occidentali perseguono interessi occulti che poco o nulla hanno a che fare con la volontà o il bene dei relativi popoli. Quindi sono dittature, e i dittatori sono responsabili dei crimino commessi nel mondo. Se è vero ciò, i popoli occidentali devono porsi domande, accettare di vivere non in un paradiso ma in una dittatura, e che quindi non è il caso di guardare con spocchia, senso di superiorità e arroganza gli altri popoli. (Ma allora perché continuano a legittimarli partecipando alle elezioni?)

– i governi occidentali effettivamente rispecchiano le visioni e le volontà generali della popolazione, che quindi deve ritenersi allo stesso modo responsabile dei crimini commessi dai loro governi.

Democrazia e popolo in Occidente
Democrazia e popolo in Occidente

Le eterne difficoltà della Somalia

di Damir Nazarov

L’abbondanza di conflitti in tutti i continenti non ci permette di prestare attenzione al Corno d’Africa, dove è in corso una lotta piuttosto seria per un importante punto strategico. La Somalia è da tempo divisa in sfere di influenza, dove, oltre agli attori regionali, sono presenti le principali potenze mondiali rappresentate da Stati Uniti e Cina. Se Washington costruisce la sua politica sul controllo totalitario giustificando le sue azioni con la “lotta al terrore”, la Cina offre una cooperazione pacifica per lo sviluppo del Corno d’Africa. Ma ad attirare l’attenzione è l’intervento degli alleati regionali degli Stati Uniti, tra i quali è in atto una feroce competizione per l’influenza sulla Somalia.

Per cominciare, i turchi e gli Emirati Arabi Uniti hanno basi militari nel Corno d’Africa. Vorrei ricordare che la Somalia è divisa in enclavi non riconosciute, dove le più famose sono il Somaliland, il Puntland, lo Stato delle Regioni Centrali della Somalia. Gli Emirati dominano il Somaliland, il che permette loro di fare pressione su Mogadiscio. Per molto tempo, il principale nemico degli Emirati Arabi Uniti è stato l’ex presidente della Somalia, Muhammad Abdullahi Muhammad (Farmaajo), che ha cercato di perseguire una politica indipendente dai dettami del connubio saudita-emiratino e ha propeso per l’alleanza turco-qatariota. Un esempio vivido è quello del 2017, quando, in qualità di capo della Somalia, Farmaajo si è rifiutato di aderire al blocco di Doha nel 2017, che ha poi permesso al piccolo Emirato di affidarsi a Muhammad per promuovere i propri interessi nel Corno d’Africa. Il rifiuto dell’ex presidente somalo di unirsi all’aggressione contro lo Yemen e di riconoscere la colonia sionista è anche il motivo principale dell’odio degli Emirati.

Per quanto riguarda l’espansione turca, essa è diretta a tutte le aree del Corno d’Africa, ma la Mogadiscio ufficiale è una priorità. È in Somalia che i turchi hanno costruito nel 2017 la più grande base militare al di fuori del loro Paese. Ankara ha scelto la Somalia anche per lanciare i razzi nello spazio, spiegando che questo Paese africano è “geograficamente situato vicino all’equatore e questa caratteristica garantisce la facilità di lancio di un razzo, oltre al suo basso costo”. Insomma, la Somalia è diventata quasi completamente un’appendice delle ambizioni turche, che trovano una risposta estremamente negativa ad Abu Dhabi e Riyadh. A differenza dei turchi, l’autocrazia del Golfo, insieme alla giunta egiziana, ha organizzato la creazione segreta di milizie fedeli sul territorio somalo. Questo fatto ci permette di ipotizzare la comparsa di una “nuova Libia” sul territorio del Corno d’Africa; la Somalia è già divisa in una serie di quasi-stati e, in caso di una guerra su larga scala di tutti contro tutti, il Paese cesserà definitivamente di esistere per decenni.

Le infinite basi militari degli alleati americani in tutto il Corno d’Africa hanno lo scopo di impedire che la Somalia cada sotto l’influenza della Cina, ma la competizione politica dei satelliti filo-americani e le lotte tra clan creano le condizioni per una “bomba a orologeria”, che non giova assolutamente ai “re della democrazia” anglosassoni.

Traduzione a cura di Costantino Ceoldo

Fonte: Idee&Azione

16 novembre 2022

Le eterne difficoltà della Somalia
Le eterne difficoltà della Somalia

RICONSIDERARE LA GEOECONOMIA COME ELEMENTO COSTITUTIVO DELLA GEOPOLITICA. UN’ANALISI.

di Lorenzo Maria Pacini

Abstract: Il paper vuole offrire uno sguardo critico e allo stesso tempo propositivo sulla geoeconomia, considerandola non semplicemente come sottodisciplina della geopolitica bensì quale parte costitutiva, e dunque irrinunciabile, di essa. In tal senso, si auspica che la geoeconomia venga tenuta sempre più presente nel computo della geopolitica e nell’approccio interdisciplinare fra le scienze che vi interagiscono, permettendo così di non risultare fallace nell’analisi dei processi economici.

Keywords: Geopolitica, Geoeconomia, Politica, Lavoro, Commercio, Finanza, Moneta, Società

Inquadrare la Geoeconomia nel proprio ambito
Nel contesto scientifico così come nel mondo dell’informazione massificata, molto si sente parlare della geopolitica, disciplina nell’ambito delle scienze politiche e delle relazioni internazionali che studia che si compone e studia una pluralità di temi, come Carlo Terracciano l’ebbe a definire:

Quella branca della Geografia Antropica che analizza il rapporto tra l’Uomo e la terra, tra la Civiltà e la Natura, tra la Storia e la Geografia, tra i popoli ed il loro Lebensraum (Leben=Vita; Raum= Spazio; Lage= Posizione), cioè lo spazio vitale necessario alla Comunità statuale, organicamente intesa, per vivere, crescere, svilupparsi, espandersi e prosperare: creando benessere, Civiltà e Valori per i suoi appartenenti, conviventi su uno stesso suolo e solidali in una unitaria comunità di destino. O, per dirla con i termini più tecnici del Luraghi: “La Geopolitica è la dottrina che studia i fenomeni politici nella loro distribuzione spaziale e nelle loro cause e rapporti ambientali, considerati anche nel loro sviluppo”. E ancora: “La Geopolitica è sintesi: un’ampia visione nel tempo e nello spazio dei fenomeni generali che collegano la percezione dei fattori geografici con gli stati”, ed i popoli.[1]

Meno diffusamente ma non con minore importanza si sente parlare, invece, di Geoeconomia, la quale è una sottodisciplina[2] della Geopolitica che si caratterizza per lo studio delle dottrine e azioni geopolitiche dal punto di vista economico, fra processi, relazioni e status finanziario degli attori interagenti.

Per definire meglio l’inquadramento che spetta alla Geoeconomia, occorre osservare in primo luogo lo sviluppo di essa nel filone della scienza politica. La Geopolitica classica (XIX secolo-inizio XX secolo) percepiva il mondo come suddiviso esclusivamente in base ai confini statali, con quell’ampio spettro di categorie urbanistiche che si erano cristallizzate nell’immaginario collettivo (città, metropoli, colonie, Stati, Nazioni, ecc…), mentre la Geopolitica novecentesca cambia l’approccio e comincia a riconoscere la presenza di zone e flussi di influenza, dinamici e tendenzialmente variabili nella loro collocazione geografica (capitali, merci, lavoro, migrazioni, turismo, Heartland, Rimland, ecc…).

Mentre, dunque, la “vecchia” Geopolitica indagava solo sulla determinazione delle politiche in base alla posizione geografia politica degli Stati, la “nuova” cominciò a studiare anche l’impatto della storia dello sviluppo economico, delle identità etniche, confessionali e nazionali, i conflitti socio-politici e le trasformazioni finanziarie e monetarie, e molto altro ancora. Anche i domini considerati sono stati cambiati, aggiungendo a geosfera, idrosfera e atmosfera anche spaziosfera e infosfera (o cybersfera). In tempi più recenti abbiamo assistito anche alla formazione di sotto-sfere come quella economica (industriale e commerciale), finanziaria (monetaria), culturale (arte, teatro, cinema, moda, musica). Ancora, vengono tenute in considerazione sempre maggiore le relazioni internazionali fra i soggetti, come le alleanze, gli accordi, le strategie condivise su tutti i piani di interesse sopra elencati.

È dunque chiaro che, al giorno d’oggi, per variare lo status geopolitico di un Paese, la sua influenza, la sua leadership e il suo dominio, si debba cambiare la struttura delle sfere e del mondo complesso di cui è caratterizzato.

Cercando di collocare la Geoeconomia in questo esteso agone, possiamo provare a fare un distinguo in macroaree della Geopolitica:

– la Geo-storia (o Geo-crono-politica), che studia le costituzioni politiche, le dottrine e le azioni degli Stati all’interno della Storia e nel loro interagire;

– la Geo-economia, che affronta le dottrine e le azioni geopolitiche dalla prospettiva economica;

– la Geo-etnopolitica, che si occupa delle interazioni di diverse etnie, il loro posizionamento sulla superficie terrestre e i flussi migratori;

– la Geo-confessionologia, che divide il mondo in regioni dominate da specifiche dottrine religiose e ne studia le interazioni fra gli Stati;

– la Geo-conflittologia, volta alla componente conflittuale della politica, dividendo il mondo in zona di conflitto e studiandone le possibilità;

– la Geo-futurologia, basata sulla previsione di vari scenari e situazioni e su ipotesi teoricamente fondate della ristrutturazione del mondo.

Se la distinzione può apparire in parte forata, vista la normale mescolanza dei campi di sapere descritti, è però vero che gli studiosi di Geopolitica stanno tendendo sempre più alla specializzazione nei vari settori, disegnandone i confini sempre più marcatamente, destino questo tipico di ogni scienza durante il proprio sviluppo.

Non è più possibile ignorare a specificità di un ambito disciplinare senza rischiare di cadere in una grave mancanza scientifica e ancor prima epistemologica, gnoseologica ed ermeneutica: la Geoeconomia deve essere riconosciuta in quanto tale e venire interpellata a pieno titolo all’interno della Geopolitica.

Studiando i mercati, la suddivisione in sfere d’influenza, lo scontro degli interessi economici, le dipendenze-indipendenze degli status, lo spazio economico transfrontaliero, le monete e i sistemi finanziari, la Geoeconomia agisce come strumento organizzativo per la creazione di una strategia geoeconomica di uno Stato, che determina la sua posizione all’interno dello spazio geoeconomico globale.

La statica della Geoeconomia dovrebbe includere:

– La divisione industriale ed economica del mondo tra le potenze più potenti;

– La suddivisione finanziaria ed economica del mondo in zone di predominio

l’influenza del dollaro, dell’euro, del rublo, della zona emergente dello yuan, delle zone di valute nazionali e il mondo delle criptovalute;

– La divisione del mondo tra paesi produttori di materie prime e paesi consumatori di materie prime;

– La divisione energetica del mondo tra Paesi fornitori e consumatori di energia;

– La divisione del mondo tra paesi produttori e consumatori di armamenti e attrezzature militari;

– La suddivisione del mondo tra paesi produttori di prodotti agricoli; la suddivisione del mondo tra paesi produttori di energia e paesi consumatori di energia.

– La divisione del mondo tra Paesi produttori e Paesi consumatori;

– divisione del mondo tra i Paesi con clima favorevole e infrastrutture turistiche sviluppate ricevono prevalentemente i turisti, e i Paesi che dirigono prevalentemente i flussi turistici.

Le dinamiche della geoeconomia comprendono tutti i processi economici globali che introducono cambiamenti nella struttura geoeconomica del mondo, tra cui:

– flussi di merci;

– flussi di lavoro;

– flussi finanziari;

– flussi turistici;

– flussi di atleti e dei loro fan, ecc.

Appare evidente che ci troviamo di fronte ad una disciplina ancora non del tutto indipendente – ammesso che possano esistere discipline isolate dalle altre -, che è anzi un’attività che si svolge in un contesto di ricerca.

La geoeconomia occupa un posto di rilievo tra le altre discipline accademiche moderne, tra cui economia, scienze politiche, geografia e storia.

In primo luogo, dal punto di vista della scienza economica, la geoeconomia è considerata una parte dell’economia, un metodo di studio dei processi economici; allo stesso tempo nell’ambito della scienza economica non c’è unanimità, manca un consenso sulla collocazione della geoeconomia.

In secondo luogo, la geoeconomia può essere considerata una parte della scienza geografica, cioè come sottodisciplina geografica, che ha per oggetto studio della formazione di geosistemi economici transnazionali, fattori spaziali (geografici) di importanza internazionale.

In terzo luogo, può essere affrontata attraverso l’economia politica, studiando i modelli politico-economici di sviluppo globali e regionali, le interrelazioni tra Stati e le unioni economiche tra Paesi, la struttura politico-economica del mondo.

In quarta parte, la Geoeconomia è un’associazione, una certa sintesi di approcci e strategie geografiche, economiche e politiche. I processi politici ed economici non si esauriscono in un solo geospazio e non sono anche fusi nel tempo. Questo dà ai geografi moderni e agli economisti di applicare un approccio sul campo alla loro ricerca, costruendo sfere di influenza geoeconomiche che non sempre coincidono con i confini di una nazione, rafforzandoli o indebolendoli.[3]

La sua interfaccia fra la economia, la geografia e la scienza politica ne fanno un nodo cruciale nell’approccio alla complessità del mondo contemporaneo.

Genesi e breve storia della geoeconomia
La fissazione dell’economia con la politica, la storia, la geografia e la cultura nazionale si ritrova in molti studiosi del XIX e XX secolo. Approcci di questo tipo sono appartenuti a Fernand Braudel, Immanuel Wallerstein, Fritz Roerig e Friedrich List. La nozione stessa di geoeconomia è stata introdotta dallo storico francese Fernand Braudel[4]. In qualità di ricercatore di civiltà ed esperto di storia dell’economia, Braudel studiò le lunghe durate temporali, facendo ampio uso di statistiche economiche e geografia retrospettiva, così da creare un ampio panorama storico di “storia senza avvenimenti”, in cui gli eventi sono registrati non come fenomeni locali della politica, ma “anomalie” scoperte dallo storico nel corso naturale della vita storica della società. In tal modo, egli creò un modello di ricerca originale prendendo in considerazione le “strutture della vita quotidiana” che non cambiano nel tempo e che sono condizioni materiali di esistenza dello Stato in un determinato ambiente geografico e sociale. Questo approccio fa di Braudel un geopolitico e un geoeconomista a tutti gli effetti.

Anche gli autori russi hanno utilizzato termini e argomenti geoeconomici. All’inizio del ventesimo secolo, diversi aspetti della vita globale I concetti economici e geopolitici

Fernand Braudel (1902-1985)
sono stati sviluppati nell’economia politica marxista, nella Teoria dei cicli maggiori di N.D. Kondrat’ev[5] e nella concezione tettologica della società di A.A. Bogdanov[6], le teorie degli eurasiatisti. Le idee principali della geoeconomia russa sono emerse nel primo terzo del XX secolo, periodo nel quale sono state introdotte nozioni di dinamiche economiche e geopolitiche come i sistemi di dominio del capitale finanziario internazionale, i grandi cicli di congiuntura, lo sviluppo regionale eurasiatico, ecc.

La geoeconomia come concetto unificante per la geopolitica e l’economia ha iniziato a essere utilizzata attivamente in tempi relativamente recenti. Il fondatore della fase moderna della geoeconomia negli Stati Uniti è considerato Edward Luttwak, storico e geopolitico americano specializzato in colpi di Stato e conflitti militari. Luttwak oppone la Geopolitica alla Geoeconomia come politica basata sulla competizione economica; a suo avviso, il comportamento delle principali potenze oggi è portato avanti come incarnazione della logica del conflitto in grammatica del commercio. La geoeconomia richiede allora lo sviluppo di tecniche di difesa e di offesa economica, poiché la minaccia geopolitica di uno Stato è una minaccia economica.

In Europa, negli anni ’80, il politico ed economista francese Jacques Attali, rappresentante dell’approccio neo-mondialista, era un sostenitore del concetto di geoeconomia. Attali ha sostenuto con forza che il dualismo geopolitico è stato abolito e l’ascesa di un unico mondo strutturato sui principi della “geoeconomia” era ormai prossima.

Le principali zone economiche del mondo sono lo spazio americano, lo spazio europeo e lo spazio della regione del pacifico. Tra questi tre spazi mondialisti, secondo Attali[7], non ci sarebbero particolari distinzioni o contraddizioni, perché sia il tipo economico che quello ideologico saranno in tutti i casi rigorosamente identici. L’unica differenza sarebbe la posizione puramente geografica dei centri più sviluppati, che si concentrerebbero strutturando intorno a sé le regioni meno sviluppate situate in prossimità spaziale. Tale ristrutturazione concentrica sarà possibile solo alla “fine della storia” o, in altri termini, all’abolizione delle realtà tradizionali dettate dalla geopolitica. Il mix di logica geoeconomica e neo-mondialismo, ovvero assenza di polo opposto all’atlantismo, è diventato possibile dopo il crollo di URSS. Il neo-mondialismo non è una continuazione diretta del mondialismo storico, che originariamente presupponeva la presenza nel finale modello di elementi socialisti. Si tratta di una versione intermedia tra il mondialismo propriamente detto e l’atlantismo. L’intensificarsi, alla fine del XX secolo, dell’analisi delle dinamiche economiche a onda lunga e il richiamo di un numero crescente di ricercatori all’approccio del sistema-mondo hanno portato all’emergere di un nuovo paradigma di civilizzazione in cui l’attenzione si concentra sui cicli lunghi di egemonia globale.

La necessaria (ri)considerazione della Geoeconomia
L’essenza del più recente vettore di sviluppo mondiale è l’ingresso del mondo nell’era del cambiamento della visione geopolitica in quella geoeconomica. Il multipolarismo è ormai una realtà di fatto sempre più palese ed è inevitabile considerarlo anche sotto il profilo economico e finanziario, che anzi ne costituisce una parte importantissima ed immancabile, in quanto i processi che stanno portando ad una Geopolitica multipolare fattuale sono in larga parte di natura economica. Un nuovo settore di accordi su di interesse comune si è aperto. L’approccio geoeconomico – la sua geogenesi – ha ricevuto una profonda base teorica e metodologica. Un nuovo quadro di comprensione del mondo si è formato sulla base di nozioni, categorie e significati più recenti.

Tra questi ci sono attributi geoeconomici come lo spazio geoeconomico, i confini economici pulsanti, la geo-finanza, l’evoluzione delle forme merceologiche e dei soggetti della comunicazione economica mondiale, il “mercato dell’ambiente” col suo effetto strategico, i nuclei di riproduzione internazionalizzati (cicli), i “sistemi-paese” ribaltati “verso l’esterno” e “verso l’interno”, il conteggio del reddito mondiale, l’atlante geoeconomico del mondo, un rinnovato interesse per la geologia, multiformi interpretazioni volumetriche di situazioni geoeconomiche, alta tecnologia, guerre geoeconomiche, contro-attribuzioni geoeconomiche, i primi accenni di diritto geoeconomico, la trans-nazionalizzazione etno-economica, senza dimenticare il cyberspazio con la digitalizzazione di monete e commerci.

È di grande rilievo l’impatto della strategia geoeconomica delle entità sovranazionali ad alto potere finanziario che interagiscono con gli Stati e le macro-strutture, come il World Economi Forum, l’Organizzazione delle Nazioni Unite, il Forum Economico Eurasiatico, i BRICS, ma anche i Big Pharma e i Big Data, in particolare i FANG, le cui attività, strategie, documenti e decisioni sono fondamentali sia per comprendere la natura multivariata dello sviluppo mondiale, sia per analizzare la centralità effettiva della Geoeconomia in un contesto comunicativo in cui viene debolmente manifestata.

Un esempio concreto è il livello di sviluppo economico e sociale è offerto dalle Nazioni Unite in base ai seguenti criteri:

-livello di sviluppo economico (PIL/RNL pro-capite, struttura industriale delle economie nazionali, produzione dei principali prodotti pro capite, indicatori di qualità della vita, indicatori di efficienza economica);

-tipo di crescita economica (estensiva, intensiva, ad alta intensità di conoscenza);

-livello e natura delle relazioni economiche esterne (determinate dal grado di apertura dell’economia al mondo, dalla sofisticazione dei mercati interni, ecc.);

-potenziale economico del Paese.

Sulla base di questi criteri, l’ONU identifica i gruppi di Stati: Paesi sviluppati, Paesi in via di sviluppo, Paesi con economie in transizione, che costituiscono mondi diversi sulla mappa geoeconomica del mondo. Questi indicatori, inoltre, determinano lo status geopolitico e geoeconomico di ogni Stato e il quadro geoeconomico del mondo nel suo complesso, costituito dagli status geoeconomici degli Stati.

Ne consegue con chiarezza che la formazione di strategie geoeconomiche globali e nazionali è diventata un compito importante della Geoeconomia applicata. La creazione di una strategia di sviluppo globale è un compito complesso e articolato, che viene intrapreso da molti enti e approvato, di norma, dai partecipanti, avvalendosi spesso di strutture esterne fiduciarie o di consulenza, come nel caso delle grandi holding bancarie che vengono interpellate per la redazione delle leggi finanziarie degli Stati o per la gestione del credito delle banche centrali.

In un certo senso, tuttavia, questo modo di operare assegna alla Geoeconomia un posto piuttosto modesto dopo la giustizia sociale, ovvero il superamento dei divari economici e delle disuguaglianze nelle condizioni di vita dei cittadini, dei popoli del Nord e del Sud del mondo così come dell’Occidente e dell’Oriente, i problemi legati all’ecosistema e l’avvento delle nuove parodie digitali. Anche qui è inevitabile sottolineare come una strategia globale non corrisponda ad una strategia valida “per tutti”, ricordando come le simmetrie in un assetto geopolitico multipolare tipicizzino le strategie geoeconomiche, e viceversa.

La strategia globale mira a raggiungere lo sviluppo sostenibile e l’equiparazione dei Paesi (in termini di standard di vita, criteri sociali e opportunità di sviluppo). La strategia geoeconomica di uno Stato consiste nell’aumentare la propria competitività nella lotta per i mercati mondiali, nell’accrescere la propria influenza sui processi geoeconomici globali e la propria sostenibilità geoeconomica. Da questo vediamo come vi sia una dualità di livello operativi, uno interno ed uno esterno, come criterio guida nella formulazione strategica geoeconomica, ed è forse questo uno dei punti più importanti su cui si gioca la rivalutazione della Geoeconomia come scienza a tutto diritto sulla bilancia della Geopolitica davanti alle altre scienze sociali e politiche: uno Stato o, per esteso, una macro-area di influenza e relazioni, non può non tenere conto del successo interno, in termini anche di esistenza e continuità, quale punto di partenza per le strategie inter-nazionali ed inter-area. È, ipso facto, il fallimento pragmatico e ancor prima concettuale dell’unificazione sotto una governance unica. Questo “successo” del multipolarismo, che ha sconfitto l’unipolarismo e aperto nuove cartografie politiche, economiche ed esistenziali, è promotore di un multi-geoeconomicismo, nel quale le sfere di influenza afferiscono ai poli geopolitici di identità e potere.[8]

Una critica di carattere concettuale che è, a mio giudizio, lecito muovere nei confronti della Geoeconomia, sempre nell’ottica di un’attenta rivalutazione, è l’esigenza che questa disciplina ha di una maggiore concettualizzazione. Mancano infatti teorie ben definite e metanalisi settoriali, il che significa che il più delle volte la Geoeconomia fa riferimento a dottrine e teorie economiche e geopolitiche, senza però svilupparne di proprie, secondo quel carattere multidisciplinare che le compete. Il rischio è di restare una branca con uno sviluppo per inerzia, senza liberare il proprio potenziale e senza riuscire a spiegare adeguatamente la complessità globale che stiamo vivendo.

Bibliografia

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Orcid Code: 0000-0002-1640-3600

[1] Cfr. C. Terracciano, Geopolitica, AGA Editrice, Milano 2020, cap. I.

[2] Senza nulla voler togliere alla dignità di una disciplina, il termine “sottodisciplina” viene qui utilizzato per indicare la derivazione, non per farne una gerarchia di importanza.

[3] In alcuni casi il termine “Geoeconomia” è sostituito da altri simili. G. D. Glovely propone “economia geopolitica”, E. G. Kochetov la associa alla “globalistica”.

[4] Cfr. F. Braudel, La dinamica del Capitalismo, Il Mulino, Bologna 1977.

[5] Si veda per approfondire l’interessantissimo argomento N. K. Kondrat’ev, I cicli economici maggiori, a cura di G. Gattei, Cappelli, Bologna 1981.

[6] Per approfondire: G, Rispoli, Dall’empiriomonismo alla tectologia. Organizzazione, complessità e approccio sistemico nel pensiero di Aleksandr Bogdanov, Aracne, Roma 2012.

[7] J. Attali, Breve storia del futuro, a cura di E. Secchi, Fazi, Roma 2016.

[8] Cfr. L. Savin, Ordo Pluriversalis. La fine della Pax Americana e la nascita del mondo multipolare, prefazione e curatela di M. Ghisetti, Anteo Edizioni, Avellino 2022.

Fonte: Domus Europa

RICONSIDERARE LA GEOECONOMIA COME ELEMENTO COSTITUTIVO DELLA GEOPOLITICA. UN’ANALISI.
RICONSIDERARE LA GEOECONOMIA COME ELEMENTO COSTITUTIVO DELLA GEOPOLITICA. UN’ANALISI.

DEMOCRAZIA: UN CONTENITORE VUOTO SENZA IL DIRITTO NATURALE

di Daniele Trabucco

Il prof. Norberto Bobbio (1909-2004) ha definito la democrazia “quell’insieme di regole e procedure per la formazione di decisioni collettive in cui è prevista e facilitata la partecipazione più ampia possibile degli interessati”(cit. N. BOBBIO, Il futuro della democrazia, Torino, Einaudi, 1995, 22). Su questa definizione formale convengono giuristi, filosofi del diritto, filosofi della politica ed economisti: Kelsen, von Hayek, Schumpeter, Popper. Negato l’ordine naturale, la ricerca degli argini dei contenuti delle “decisioni democratiche” si rinviene all’interno dei singoli ordinamenti giuridici. In particolare, si ritiene che siano i principi consacrati nelle Costituzioni ad orientare e limitare il potere delle maggioranze. Ora, non solo questa concezione presuppone che il fondamento dei Testi costituzioni si fondi unicamente sul potere che ne rende effettivi i contenuti, ma, attraverso il concetto di Costituzione materiale o sostanziale (Mortati), si instaurano delle prassi che alternano o modificano i principi in nome della “funzione dinamizzante” dell’ordinamento (Cartabia). La democrazia, dunque, non ha un suo proprio contenuto, ma, richiamandosi alla Costituzione e alle sue formule “vaghe” (la “pari dignità sociale” di cui al comma 1 dell’art. 3 Cost.), consente una “produzione potenzialmente insaziabile dei diritti” a seconda del sentire sociale con il solo ed unico scopo di compiacere gli elettori. Ai giudici la funzione maieutica di crearli attraverso l’attività ermeneutica, ai politici quella di consacrarli in leggi positive.

DEMOCRAZIA: UN CONTENITORE VUOTO SENZA IL DIRITTO NATURALE
DEMOCRAZIA: UN CONTENITORE VUOTO SENZA IL DIRITTO NATURALE

LA DISTRUTTIVITA’ DELL’UOMO MODERNO

di Tiziano Terzani

“L’uomo è una strana creatura, la più distruttiva che sia mai comparsa sulla faccia della terra.
Neanche i dinosauri sono stati così distruttivi.
Solo noi, solo questa orribile bestia bipede che ha la coscienza è capace di tanta assurdità, e di non migliorare.
Questo uomo è penoso, penoso!
Millenni per non progredire di un passo.
Il mondo è pieno di violenza, di egoismo, l’uomo non ha fatto un passo avanti.
Spiritualmente è rimasto uguale, identico.
Ha paura della morte, ha paura di tutto, si sente insicuro, non sa chi è.”

LA DISTRUTTIVITA' DELL'UOMO MODERNO
LA DISTRUTTIVITA’ DELL’UOMO MODERNO

SEPARARSI DAI MORTI

di Mike Plato

Ἄφες τοὺς νεκροὺς θάψαι τοὺς ἑαυτῶν νεκρούς, σὺ δὲ ἀπελθὼν διάγγελλε τὴν βασιλείαν τοῦ Θεοῦ

“Lascia che i morti seppelliscano i propri morti. Tu va piuttosto ad annunciare il regno di Dio”

Cosa dice davvero Rabbi? Contrappone la morte eterna alla vita eterna, i morti che scelgono la vita di morte ai pochi vivi che hanno scelto di servire l’eternità (il regno di Dio). In sostanza Cristo dice ai suoi di scegliere la vita eterna, con tutto ciò che ne consegue, perché per far ciò occorre SEPARARSI DAI MORTI…

Da dove viene questa norma iniziatica? Da Qumran, dal documento di Damasco per la precisione, perché il concetto di FIGLI DELLA FOSSA, ovvero i MORTI VIVENTI, è tipicamente DAMASCHINO, come è scritto :

Documento di Damasco 6:14 Certo, cureranno di agire secondo l’esatto tenore della legge nel tempo determinato dell’empieta, cureranno di separarsi dai figli della fossa;

Documento di Damasco 13 14 E nessuno di coloro che sono entrati nel patto di Dio intrattenga commercio con i figli della fossa

Insomma ciò che dice Cristo coincide perfettamente con ciò che dicono a qumran.

SE VUOI LA VITA, separati dai morti, dai figli della fossa. Il che implica deserto, abbandono del consorzio pur restando nel consorzio, solitudine, scelte di rottura che i figli della fossa, intenti a vivere una vita di morte, non farebbero mai

SEPARARSI DAI MORTI
SEPARARSI DAI MORTI

LA CONTRAPPOSIZIONE DELLA RUSSIA

di Roberto Siconolfi

La contrapposizione della Russia al modello liberal e globalista, non si realizza attraverso la vittoria finale nella guerra all’Occidente, la distruzione del sistema dei (dis)valori occidentali e l’affermazione dell’Impero eurasiatico di stampo tradizionale.
Questa è una legittima aspirazione di una parte dell’intellettualità russa e occidentale, ma non rappresenta la funzione storica della Russia per quello che deve essere.
O meglio, ne rappresenta lo slancio “ideale”.
Slancio che però può trovare una realizzazione nel mondo politico, nella presidenza Putin, solo parziale, perché il “mondo delle idee” non può mai affermarsi in maniera integrale sul piano politico.
E poi bisogna considerare che le influenze “ideali” di Putin sono molto variegate, e Dugin è solo uno dei “vari” per intenderci.
La Russia deve fare semplicemente da diga, rallentare, “trattenere” la bestia d’Occidente.
Null’altro!
E ci sta riuscendo, e la ritirata tattica da Kherson, utile alle trattative di pace, va sempre in questa direzione.
La Russia non voleva questa guerra, dal 2014, non ha interesse a farla e a portarla fino in fondo, ed è anche un bene.
Diversamente sarebbe la catastrofe finale, prima del tempo.
Poi, potrei sbagliarmi e gli sviluppi possono andare in tutt’altra direzione.
Ma quello che è sicuro è che a questo punto della storia, nell’Europa occidentale del XXI secolo, il futuro è “solo” nelle nostre mani!

LA CONTRAPPOSIZIONE DELLA RUSSIA
LA CONTRAPPOSIZIONE DELLA RUSSIA

LA VERA GIOVENTU’

di Malcolm X

“In tutto il mondo sono gli studenti a causare i cambiamenti, i vecchi non ne portano. Mi spiego: non dico questo contro tutti i vecchi, infatti se sei pronto ad agire non sei vecchio, non m’importa quanto tu sia vecchio. Se però non sei pronto ad agire, non m’importa quanto tu sia giovane, vuol dire che sei vecchio. Finché avete voglia di azione siete giovani. Ma appena cominciate a farvi da parte e le gambe vi tremano dalla paura di agire, allora siete troppo vecchi; dovete uscire di scena. Alcuni di noi diventano troppo vecchi mentre sono ancora adolescenti.”
29 novembre 1964.

LA VERA GIOVENTU'
LA VERA GIOVENTU’

Per un Governo Mondiale sacro imperiale e tradizionale

di Vincenzo Di Maio

Noi dobbiamo fondare il NOSTRO Governo Mondiale per distruggere il LORO Governo Mondiale.

Qui sta la chiave di tutto, l’architrave del Primordialismo Visionario, ossia trovare la strategia giusta per formare un vero e proprio Governo Mondiale che si opponga a quello falsato detenuto dalla Cupola Mafiosa del Sionismo Mondiale, formata da associazioni massoniche come il gruppo della Commissione Trilaterale, del Club Bilderberg e dell’Aspen Institute, i quali gestiscono il vero potere reale in Europa ai massimi livelli e che lavorano per rafforzare il loro Governo Mondiale.

Per un Governo Mondiale sacro imperiale e tradizionale
Per un Governo Mondiale sacro imperiale e tradizionale

Società Tradizionale versus Società Moderna

di Alexander Dugin

I tratti caratteristici della società tradizionale sono:
1. sacralità;
2. religione;
3. subordinazione dei sistemi scientifici a quelli spirituali e metafisici (o totale assenza di scienze);
4. gerarchia sociale (casta, classe, ecc.);
5. culto, rituale, olismo (integrità);
6. identità collettiva;
7. il tempo ciclico o il principio del degrado dell’essere;
8. il primato dello spirito sulla materia;
9. credenza nell’esistenza di un’anima eterna, spirito, spesso nella risurrezione dei corpi;
10. un atteggiamento verso la tecnologia come qualcosa di secondario.

Le caratteristiche della società moderna sono in diretto contrasto con la società tradizionale, esse sono:
1. profanità ;
2. ateismo, agnosticismo;
3. la scienza al di sopra della religione;
4. democrazia, uguaglianza;
5. laicità, organizzazione razionale della società;
6. l’individualismo, norma del cittadino come unità sociale;
7. identità individuale;
8. andamento, sviluppo, evoluzione nel tempo lineare;
9. materialismo, credenza nell’esistenza autonoma e nel primato del mondo esterno, oggetto, materia;
10. Assenza dell’anima, l’idea dell’uomo come essere corporeo che scompare completamente con la morte del corpo fisico;
11. fiducia assoluta nella tecnologia e considerazione del livello di sviluppo tecnico come criterio principale della società, dove l’eternità può essere oscurata dal tempo, ma non può essere abolita da esso.

Società Tradizionale versus Società Moderna
Società Tradizionale versus Società Moderna